Dal deserto alla Terra Promessa

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Dal deserto alla Terra Promessa.

La via dell’individuazione/iniziazione

 

Non lascerò il mio spirito nell’uomo perché rimanga sterile.

Genesi 6, 3.

 

 

Il Dio ballerino
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Mi trovavo seduto sulla spiaggia al calare del sole e osservavo il movimento delle onde, sentendo allo stesso tempo il ritmo del mio respiro. Improvvisamente iniziai a percepire intensamente l’ambiente che mi circondava: mi sembrava che ogni cosa partecipasse a una gigantesca danza cosmica. Come fisico, sapevo che la sabbia, le rocce, l’acqua e l’aria intorno a me erano fatti di molecole e atomi in vibrazione e che tali molecole e atomi, a loro volta, consistono di particelle che interagiscono tra loro attraverso la creazione e la distruzione di altre particelle. Sapevo, nello stesso modo, che l’atmosfera della Terra era perennemente bombardata da piogge di “raggi cosmici”, particelle di alta energia che subivano multiple collisioni nella misura in cui penetravano nell’atmosfera. Tutto questo era per me familiare per via delle mie ricerche nell’ambito della Fisica dell’alta energia; fino a quel momento però tutto questo mi era arrivato attraverso grafici, diagrammi e teorie matematiche. Seduto sulla spiaggia quel giorno sentii che le mie conoscenze acquisivano vita. Così ho “visto” cascate di energia cosmica, provenienti dallo spazio esteriore, cascate all’interno delle quali particelle erano create e distrutte in pulsazioni ritmiche. Ho visto gli atomi degli elementi – così come quelli che formavano il mio corpo – partecipare a questa danza cosmica di energia. Sentii il suo ritmo ed ascoltai il suo suono. In questo momento compresi che si trattava della Danza di Shiva, il Dio ballerino, adorato dagli indù[1].

L’esperienza del fisico Fritjof Capra, autore del libro cult degli anni settanta Il Tao della fisica, così come viene descritta dall’autore, ci appare “illuminante”, nel vero senso del conoscere che è quello di “sentire il sapore” e coglierne l’essenza[2]. Secondo Platone la conoscenza deve essere fondata sul brivido che la bellezza desta nel cuore: più riusciamo ad assaporarla, più “entriamo nel segreto” e ci trasformiamo. È questa la “via di dentro”, attraverso la quale possiamo attingere a quella conoscenza viva che è contemporaneamente conoscenza di noi stessi. La via di fuori, la via esteriore alla conoscenza, tipica della scienza tradizionale, come ogni sapere acquisito con lo studio, rimane sempre dualistica: il conoscente e la cosa conosciuta, e conduce l’uomo ad una visione del mondo priva della sua grazia e del suo sapore, sganciata dai suoi archetipi fondamentali: una visione an-archica, nella quale si instaura un ordine apparente, le cui leggi non sono più in relazione con quell’armonia naturale che nasce dalla connessione di ogni cosa con il suo modello ontologico, possiamo anche dire “divino”.

Ogni ideologia o scienza che non si basa su questa connessione fondamentale è in fondo illusoria, un’utopia nel senso etimologico del termine che significa un “non luogo”: “conoscenza ottenuta attraverso lo scasso”, come viene descritta in ambito cabalistico. Nell’ottica di una rottura totale tra la conoscenza che emerge dall’interno e quella acquisita dall’esterno, quest’ultima “libera il pensiero ma aliena l’anima”. Pensiero che una volta reso autonomo perde tutta la sua linfa e genera “il parassita” che separa e prosciuga ogni cosa dalla sua forza vitale, la cui corrispondente definizione profana-occidentale è la Peste descritta da Wilhelm Reich: uno stato di alienazione normalizzata che genera morte. Morte, come vedremo in seguito, che può aprire le porte ad una nuova nascita.

Nel racconto biblico, il dramma della caduta consiste nell’abolizione totale dei fili che allacciano ogni cosa alla propria radice archetipica, la fonte di Vita, e di conseguenza al mondo tutt’intorno. Il serpente della genesi è l’elemento “perverso” che conduce l’uomo ad acquisire la conoscenza solo esteriore, conoscenza che “cosifica” il mondo, lo manipola con la sua visione inanimata e meccanicista che nulla ama e nulla trasforma; e l’uomo, cieco dinanzi alla propria interiorità, rimane cieco alla profondità di ogni realtà, che gli sfugge tra le dita come la sabbia del deserto.

 

Il dramma della caduta

Dalla cacciata dal giardino dell’Eden, al mito platonico dell’androgeno, a Cartesio che afferma: “Penso, quindi esisto”, se penetriamo sempre più intimamente nel mondo dei miti e credenze che hanno dato origine alla nostra attuale visione del mondo, riusciamo a cogliere il significato profondo e la genesi del dramma cosmico: il “dramma della separatezza” tra noi e il mondo, tra noi e gli altri. Da questo dramma e dal conseguente dolore prende forma tutta la nostalgia umana, tutto il rimpianto verso una completezza che ci appare come definitivamente perduta.

L’eterno problema del male, della sofferenza o della “sindrome da nullità” rimanda in primo luogo a questa separatezza che intorpidisce il cuore e rende l’uomo anestetizzato: un uomo che non reagisce più a ciò che scorge dinanzi a sé e che trasforma ogni cosa pulsante e viva e tutta la bellezza del mondo in un deserto di monotonia, il deserto nel quale oggi viviamo.

L’uomo del deserto è colui che ha distrutto ogni collegamento con i suoi spazi interiori, con il suo “centro di gravità permanente”, direbbe Battiato. Stando alle nostre tradizioni spirituali, ogni essere umano è, nel suo nucleo interiore, pura essenza e questo doloroso vissuto di alienazione viene descritto come “Il seme divino prigioniero nell’uomo”. È questa totale estraneità dalla propria vita interiore che genera il parassita e tutte le forme di schiavitù.

Contrariamente a ciò che sosteneva Descartes, la nostra tradizione spirituale può affermare, riferendosi a questo Centro essenziale dell’uomo: “Io sono; dunque io penso”. Come ci descrive Capra, siamo esseri vibranti in un cosmo vibrante. Tutto intorno a noi danza e canta l’inno della Vita, quel suono magico che intesse l’armonia dell’universo. La disarmonia nasce quando stoniamo, quando emettiamo suoni disarticolati e cacofonici e non partecipiamo più a questa misteriosa armonia sonora; quando, nell’universo lacerato, tutto diventa “cosa” in una sorta di riduzionismo omicida.

“Ogni cosa viene ridotta alla sua stretta apparenza, dietro la quale niente lampeggia di un’altra luce, niente sussurra di un altro dire, nessun profumo si sprigiona, nessuna danza viene accennata che possa coinvolgere il Verbo e renderlo in essa tangibile! Nessun cuore batte. Tutto è glaciale, compreso quel ‘Dio morto’ che alcuni ancora cantano in occidente, nei templi vuoti di tante parrocchie, i quali per restargli fedeli divengono infantili e tradiscono se stessi”[3].

Nessun movimento ecologico riuscirà mai a ritrovare l’armonia perduta con la Natura se non sentiamo di nuovo palpitare la Vita in noi e dietro ad ogni cosa intorno a noi, se non riusciamo a danzare la danza della vita. Se come bozzoli/boccioli non ci abbandoniamo alla nostra metamorfosi, e facciamo ritorno alla nostra Fonte: secondo la Cabalà, la nostra origine e divenire.

 

La conoscenza che trasforma

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“Chi mi farebbe vedere una rosa con la sua trasparenza e con il profumo così penetranti, se io non l’amassi? Chi mi farebbe scoprire il volto d’un essere fin nel sorriso o nelle lacrime del cuore, se io non l’amassi?”[4].

Nella “illuminazione” di Capra, la conoscenza che ne deriva nasce dall’unione – lo sposalizio sacro nel linguaggio cabalistico o la coniunctio oppositorum nel lessico junghiano – tra “grafici, diagrammi e teorie matematiche” e le sue visioni/immagini, sensazioni/emozioni: “cascate di energia cosmica, provenienti dello spazio esteriore […] suoni, ritmo e la danza cosmica di energia: la danza di Shiva, il Dio ballerino, adorato dagli indù”.

Ogni evoluzione comporta una coniunctio e gli opposti più difficili da ricongiungere sono proprio quelli che una volta integrati generano i più importanti e duratori conseguimenti: i grandi opposti archetipici Maschile/Femminile, la cui forza erotica rimane l’elemento più misterioso e sacro della nostra esistenza, possono essere considerati “l’alfabeto mitico” di ogni conoscenza: la forza che, diretta verso lo Sposo divino, la coscienza, presiede al matrimonio dell’uomo con se stesso.

L’amore, visto da questo punto di vista, non è un sentimento, nel senso in cui siamo abituati pensarlo, ma un grande processo naturale: è il principio di attrazione, di desiderio e di tensione tra gli opposti; il motore della nostra evoluzione e la forza propulsiva che conduce alla sintesi degli opposti. Per lo “sposo” (la coscienza), l’inconscio ricco di potenzialità latenti è una “sposa” allettante: pura forza vitale e un crogiolo di informazioni nel senso più ampio del termine: informazioni vive e dinamiche che non solo “informano” ma forgiano l’essere umano dall’interno. Questa conoscenza, secondo la Cabalà, non solo guarisce colui che conosce, ma lo trasforma a poco a poco “in luce”.

L’illuminazione non è altro che l’unione con il femminile profondo, il nostro “cosmo interiore”, che ci apre alla conoscenza naturale del Cosmo esteriore in quanto sono ambedue i poli di una stessa realtà. Questa conoscenza del segreto che si trova negli abissi più profondi di noi stessi è la più struggente ed elevata esperienza d’amore. Conoscenza-amore che non potrà mai essere definita come una conoscenza nel senso intellettuale del termine, si tratta piuttosto di un evento soggettivo: l’emersione della coscienza nella quale l’oggetto di conoscenza viene così pienamente assimilato da formare un tutt’uno con il conoscente. È conoscenza che non richiede sforzo di memorizzazione perché riguarda qualcosa che già esisteva potenzialmente e che giaceva dormiente in ogni nostra cellula. Non possiamo, in questo caso, parlare di memoria nel senso comune del termine, ma di qualcosa come di una “memoria cellulare” che viene, come dire… “risvegliata”[5].

È attraverso questo incontro di ogni essere umano con la “sposa delle profondità” che possiamo fare ritorno nel giardino dell’Eden, il “giardino del godimento”, e provare l’indescrivibile piacere e l’ebbrezza di esistere, prima sconosciute. Da questo godimento nasce un “figlio” nuovo, il figlio di quel piacere misterioso che pervade il nuovo stato dell’essere: un altro modo di sentire, dotato di una tale carica vitale da fare vacillare le fondamenta di due elementi prima estranei l’uno all’altro, e che, unendosi, “spiccano il volo”: il passaggio ad uno stato soggettivo totalmente diverso. Secondo la Cabalà l’uomo è ontologicamente creato per vivere attraverso infinite trasformazioni questo misterioso evento naturale: ri-nascere attraverso un altro ordine di parto, quello della sua interiorità.

 

Va verso di te

A tutti noi Dio[6] chiede ciò che ha ordinato ad Abramo: “va verso di te”. Nel momento in cui arriva questa “chiamata” ognuno di noi è in realtà tragicamente solo, ma ancora più tragico sarà non rispondere all’appello. Andare verso se stessi significa trovare la forza di porsi le domande cruciali dell’esistenza, quelle più difficili, non solo quelle che provengono dell’ego (i nostri “chi?” abituali). Domande che ci rimettono “in carreggiata” ed in contatto con quella forza nascosta che sottende tutta l’esistenza, forza che ci muove in direzione del superamento di noi stessi, così come ci conoscevamo (il nostro ego). È questo Il vero ESODO ̶ l’archetipo della evasione ̶ l’unico percorso di uscita del deserto della schiavitù. Questa fuga dal deserto interiore verso la “Terra promessa” è archetipicamente simbolizzata dalla grande avventura del popolo ebraico.

Se non ascoltiamo la chiamata o ci rifiutiamo di intraprendere questa via di individuazione/verticalizzazione fino alle sue ultime conseguenze, le nostre potenzialità di crescita interiore procederanno inconsciamente, ma nel percorso inverso: cresceranno dentro di noi come un corpo estraneo e maligno: una crescita all’incontrario, pericolosa e distruttiva, che anziché sanare la personalità finisce col provocare ulteriori sofferenze. Durante questo lungo e tormentato cammino, piacere e dolore divengono i nostri compagni di viaggio e fattori determinanti di conoscenza e rivelazioni.

 

La maschera o la tunica di luce
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Non possiamo aprire le finestre al mondo se non spalanchiamo prima di tutto i nostri confini interiori. Solo allora possiamo scorgere un’altra luce che illumina una realtà che è totalmente nuova. Luce che si spegne quando il nostro sguardo si volge sempre più annebbiato su un mondo rassicurante e prevedibile fatto di mattoni e cemento.

La condizione di caduta, rappresentata dagli ebrei nel deserto egiziano prima dell’Esodo, è una condizione esistenziale senza tempo che appartiene anche all’uomo moderno, definito in termini cabalistici “costruttore di mattoni”. Anziché andare verso l’estasi della propria realizzazione nell’unione con la “madre delle profondità”, l’uomo del deserto “costruisce mattoni” e ciò significa una ricerca perenne di una sorta di beatitudine nelle conquiste esteriori: nell’“immagine” di se stesso, nel look, nel consumo sfrenato, nella veste professionale, nelle banalità condivise. “Costruirsi un’immagine” (i mattoni) appartiene al mondo dell’inconsapevolezza; è la sostituzione narcisistica di ciò che ogni uomo è chiamato a conquistare interiormente: il suo Nome segreto, in rapporto al quale, il nome al quale rispondiamo non indica che la nostra maschera sociale. “Persona”, come la definisce Jung, che assume la propria dimensione umana, nel senso più elevato di questo termine, solamente quando entra in risonanza con “il seme”, il germe di vita sul quale è modellata la propria veste essenziale. Nella Cabalà si parla di “un suono fondamentale che viene dal Verbo” e che scolpisce ogni essere vivente partendo dalla sua radice ontologica. L’uomo che, come Narciso, persegue l’immagine esterna anziché la propria identità interiore, non può che fabbricare mattoni. L’uomo cosciente di se stesso e artefice del proprio nome è “pietra”.

 

Le piaghe

Nel momento in cui arriva la prima delle dieci piaghe dell’Egitto – le acque cambiate in sangue; le rane; il parassita; l’insetto; la peste; la lebbra; le grandine; la cavalletta; le tenebre… – ognuna simbolizzando una differente fase del processo di trasformazione – inizia per gli ebrei un lento processo di distinzione tra ciò che è compiuto, rappresentato dalla terra promessa verso la quale essi tendono, e ciò che resta ancora nelle tenebre dell’incoscienza, rappresentato dagli egiziani. Alla fine della descrizione di ogni piaga, nel libro sacro viene ripetuta la frase: “…e il cuore del faraone s’indurì sempre di più come aveva preannunciato il Dio”. Questo “indurimento del cuore del faraone” sta per il percorso di liberazione degli ebrei come l’avversario di ogni combattente nelle lotte orientali. Secondo il principio delle arti marziali, l’avversario non è mai il nemico, ma è colui che si oppone al lottatore perché costui, dinanzi a tale resistenza, sprigioni una nuova forza. È lo stesso principio dei lavori corporali eseguiti dai “facilitatori” durante le sedute di respirazione olotropica che tendono anch’essi all’intensificazione temporanea dei sintomi, il che porta successivamente alla loro dissoluzione.

Più arido è il nostro deserto, più intensa sarà la nostra sete, il nostro furore e la nostra passione. Così avviene nel percorso di individuazione/iniziazione: siamo chiamati alla trasformazione e nello stesso tempo mantenuti forzatamente nei nostri deserti; spinti verso una nuova nascita ma trattenuti nell’oscuro passaggio verso la luce: nati per la libertà, ma tenuti prigionieri. Ciascuna delle piaghe ci sprofonderà sempre di più nell’abisso che separa l’egiziano in noi dall’ebreo che anche noi siamo e dalla Terra promessa: la rinascita o lo “sposalizio” con il femminile profondo potrà avvenire solo alla fine di questo drastico processo di separazione di ciò che era prima oscuramente confuso.

La tradizione biblica considera il primogenito di ogni creatura come “l’immagine del Dio invisibile” ed è attraverso la decima e ultima piaga – la morte dei figli primogeniti e dei primogeniti degli animali – che viene raggiunto il momento clou dell’opposizione, il punto di rottura. È il momento nel quale le due forze opposte si scontrano, momento che implica di fatto il salto nell’ignoto ed una morte. Ogni essere umano può fare esperienza di questa morte e della propria ri-nascita nell’attimo in cui il buio dell’incoscienza si squarcia per lasciar scaturire la luce.

 

Giona

Agli scribi e farisei, gli intellettuali dell’epoca, che gli chiedevano di fare miracoli, Gesù rispose: “Non ve ne saranno dati altri, se non quello di Giona. Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra…”[7].

Il profeta Giona, disobbediente alla chiamata divina, anziché andare verso Ninive, la capitale nemica degli Assiri, per annunciare la parola di Dio, s’imbarca per Tarsis, sottraendosi così alla propria missione. Sopraggiunge una tempesta, i flutti si sollevano insidiosi, mettendo a rischio la nave che minaccia d’affondare. I compagni d’imbarcazione terrorizzati interrogano i cieli e scoprono che era proprio lui, Giona, il viaggiatore sconosciuto, la causa e l’origine del dramma. Lo gettano in mare ed un grande pesce lo inghiotte. Giona rimane nel ventre dell’animale tre giorni e tre notti, ma quando finalmente si ricorda del destino assegnatogli da Dio, il grande pesce lo rigetta sulla terra ferma.

Lo stato di Giona nella nave è la desertica condizione dell’auto tradimento, la condizione di chi non ha ascoltato la chiamata verso il proprio mondo interiore. “Volgere lo sguardo verso l’alto e ricordarsi del destino assegnatogli da Dio” significa scorgere finalmente ciò che va oltre la prigione. Non solo percepire la propria appartenenza ad un Insieme molto più ampio, ma anche pensare in termini d’insieme, senza doversi soffermare sui singoli aspetti personali. Solo allora possiamo comprendere che ciò che appare assurdo o contradittorio può essere semplicemente un frammento temporaneo che al momento non siamo ancora in grado di integrare in una dimensione più vasta e rendere coerente e comprensibile. Quando per un breve instante l’uomo del deserto “alza gli occhi al cielo” e scorge qualcos’altro sopra la sua testa, inizia per lui la vita travagliata e insidiosa del “mutante”. Nelle parole di George Bataille: “Non dimenticherò mai ciò che di violento e di meraviglioso si lega alla volontà di aprire gli occhi, di guardare in faccia quel che accade, ciò che è. Ed io non conoscerei ciò che accade se non sapessi nulla del piacere estremo, se non sapessi nulla dell’estremo dolore”[8].

Tragedia e gloria dell’essere umano derivano dal fatto di potersi identificare contemporaneamente con gli aspetti contrastanti dell’esistenza, la forma esteriore e la vita (interiore). La testa fra le nuvole e i piedi affondati nel fango della vita quotidiana, gli occhi chiusi che non vedono la bellezza del mondo, è questa la condizione dell’uomo del deserto: drammaticamente sospeso tra il cielo e la terra, in costante oscillazione tra gli opposti, è egli stesso, lacerato, un campo di battaglia che ci ricorda il Kurukshetra, quando Arjuna proprio per la sua purezza e nobiltà d’animo ne esce vincitore con l’aiuto di Krishna che gli rivela gli insegnamenti della Bhagavad Gita.

Come afferma Albert Camus, la felicità va ricercata alle radici dell’infelicità. E Jung nel suo Libro Rosso ci ricorda che è nel fondo della sofferenza che un uomo si risveglia… al sorgere dell’Eterno in sé. E ciò accade proprio nell’attimo stesso in cui le tenebre preannunciano l’emergere dall’abisso e la rinascita. In questo momento la tentazione della regressione è sentita più fortemente, ma nella misura in cui ne siamo consapevoli e prendiamo parte attiva in questo mutamento la sofferenza viene sostenuta con dignità e l’esito sarà fruttuoso.

Il dramma della creazione e la storia della rivelazione ci vengono tramandati da millenni nell’intento di offrirci il “libretto di istruzioni” per operare l’integrazione degli opposti: luce e tenebre, corpo e anima, libertà e prigionia e in particolare Maschile e Femminile che, in un certo senso li raccoglie e li sintetizza. È attraverso questa sintesi che ciò che è invisibile emerge nel mondo visibile, attraverso il pensiero, l’immaginazione o l’opera creativa. E noi possiamo allora vedere e conoscere.

 

Il riscatto

In tutti i campi del sapere, oggi, la scienza attinge a valori che hanno attinenza con “l’esodo dal deserto” e con la trascendenza: la materia inerte inizia a rivelarci i suoi segreti; la matematica e la fisica moderna sconfinano con la mistica e con la metafisica; la medicina sembra non poter più ignorare il grande Mistero della morte e della nascita e la psichiatria si interroga sempre di più circa la vera natura delle malattie mentali. Stiamo iniziando ad afferrare un segreto antico e nuovissimo allo stesso tempo, che si integra con la scienza più moderna in un viaggio affascinante nel nostro profondo sentire.

Una frase del grande Maestro di vita mi fa molto riflettere: “Hai fatto il tuo dovere” dice Gesù, “sei un servo inutile”[9]. Ma cosa c’è oltre il nostro dovere? Forse, alla luce di quanto detto finora: l’esodo dal deserto ed il riscatto a caro prezzo della nostra presenza in questo mondo.

Scrive Camus: “…anch’io come tutti, avevo letto dei racconti sui giornali. Ma certo esistevano libri speciali che non ho mai avuto la curiosità di consultare; in essi forse avrei trovato racconti di evasione. Avrei saputo che almeno in un caso la ruota si era fermata, che in quel precipitare irresistibile, una sola volta, il caso e la fortuna avevano cambiato qualcosa. Una volta! In fondo credo questo mi sarebbe bastato: il mio cuore avrebbe fatto il resto”[10].

Se una sola volta viviamo ciò che archetipicamente ci viene descritto come “l’Esodo degli ebrei dal deserto”, o dalla prigione del nostro deserto/ego, se “anneghiamo” e veniamo finalmente espulsi dal ventre del grande pesce, conosciamo l’infinito e forse, per un attimo, abbiamo intravisto la Luce. In questo travagliato viaggio agli albori dell’anima, è come se piantassimo le nostre radici nel suolo fertile e potessimo finalmente germogliare.

 

 

 

[1] Capra, F., O Tao da Fisica, Editora Cultrix, Sao Paulo, 1983, p. 13 (T.d.A.).

[2] La stessa parola “sapienza” viene dal latino sàpere, che significa “aver sapore”.

[3] Souzenelle. A., L’Egitto interiore. Le dieci piaghe dell’anima, Servitium editrice, Troina, 2007, p. 87.

 

[4] Ivi, p. 112.

[5] In ambito esoterico si ipotizza l’esistenza di una memoria “cellullare”. Gli scienziati indagano sull’argomento, ma ancora non sono arrivati ad accertarne l’esistenza. Oggi si parla di una memoria cellulare che potrebbe appartenere ad ogni tipo di organismo vivente, persino all’acqua.

 

[6] Dio nel senso descritto da Ken Wilber di “vertice archetipico della propria coscienza” o il Dio/Natura dei cabalisti.

[7] Matteo 12, 39-40.

 

 

[8] Bataille, G., L’erotismo, ES, Milano, 1997, p. 246.

[9] Luca 17, 10.

[10] Camus, A., Lo straniero, Omnibus Euroclub, p. 107.

Respirazione olotropica

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Strategia terapeutica
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Nella nostra cultura, dominata dal paradigma scientifico, la  ha perso quella “sacralità” caratteristica delle varie tradizioni spirituali e sciamaniche ed è stata ridotta a semplice funzione fisiologica, perdendo così il suo significato di connessione con la psiche e lo spirito. Soltanto negli ultimi decenni i “terapeuti” occidentali hanno riscoperto il potenziale terapeutico della  e sviluppato tecniche che la utilizzano secondo diverse modalità.

La strategia olotropica di “” o di evoluzione della coscienza, si basa sul principio fondamentale che i “sintomi” sia emotivi che psicosomatici rappresentino un tentativo spontaneo dell’organismo di guarire se stesso, superare i propri traumi e raggiungere uno stato di maggior equilibrio. Principio questo che la terapia olotropica condivide con l’omeopatia nella tendenza all’attivazione e intensificazione temporanea dei sintomi presenti ed esteriorizzazione di quelli latenti, il che porta successivamente alla loro dissoluzione. Il sintomo viene visto quindi come un’opportunità di cambiamento, una tendenza naturale che la terapia dovrebbe assecondare, diversamente da quanto avviene nella pratica tradizionale, focalizzata sopratutto sulla sua soppressione.

Nel metodo “terapeutico” sviluppato da Grof, attraverso l’utilizzo di mezzi naturali come la , la musica evocativa e tecniche di lavoro sul corpo, vengono indotti potenti stati non ordinari di coscienza che portano alla rimozione dei blocchi bioenergetici e alla liberazione delle energie fisiche ed emotive represse. La risoluzione del trauma e il cambiamento che ne deriva, può significare una vera e propria trasformazione della personalità e scaturisce da vissuti profondi che spesso sfuggono alla comprensione razionale. Tale risoluzione può avvenire a livello biografico, essere cioè connessa ad esperienze e traumi infantili o all’emergenza di materiale perinatale e transpersonale.

Molte persone, in un momento particolare della loro esistenza, si rendono conto di una certa “ristrettezza di vivere”, si accorgono di agire ed esprimersi ad un livello molto inferiore alle loro potenzialità creative ed esistenziali. Questa consapevolezza porta a un’inversione di rotta nei processi intrapsichici, al ritiro delle energie psichiche investite nel mondo esterno e alla loro “introversione”: investimento nel mondo interiore alla ricerca di qualcosa che è andato perduto. Jung lo considera un processo naturale, tipico della seconda metà della vita. A questo punto, incominciano ad affiorare alla coscienza contenuti inconsci investiti di forte carica emotiva che possono interferire più o meno sul vivere quotidiano e che possono investire solo alcuni settori della vita come le relazioni, il lavoro o la sessualità, fino ad una interferenza massiccia su tutti gli aspetti dell’esistenza o sullo stesso rapporto con la realtà.

Le proporzioni di questa interferenza sono relazionate con il momento in cui sono avvenuti i traumi più importanti nella vita della persona e determinano se il processo raggiungerà proporzioni nevrotiche (traumi più tardivi nell’infanzia) o psicotiche (traumi legati a stadi più precoci). Questo irrompere di materiale inconscio provoca una crisi che può rappresentare un’occasione di risoluzione dei traumi stessi e di trasformazione psicologica.

La musica

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La musica evocativa da sempre ha avuto un ruolo molto importante nell’induzione della trance. I battiti monotoni dei tamburi e i canti hanno da sempre accompagnato i riti iniziatici e propiziatori in varie parti del mondo. Anche nella terapia olotropica la musica ha un ruolo fondamentale. Deve essere potente e evocativa, di preferenza musica di ottima qualità artistica, con pochi riferimenti concreti (i brani vocali debbono essere in lingue sconosciute). Vengono evitate musiche dissonanti e ansiogene e la caratteristica comune è quella di essere sconosciute, nella maggior parte dei casi, al gruppo dei respiranti. La nostra “colonna sonora” ha la durata di tre ore ed è composta da musiche appartenenti a vari generi: etniche, sacre, strumentali, “suoni della natura”, musiche “new age”, canti orientali, etc.

L’utilizzo della musica nel nostro contesto è molto diverso dall’ascolto compito e intellettualizzato a cui siamo abituati nelle sale da concerto o teatri, è una modalità di ascolto più libera, coinvolgente e sconvolgente, che assomiglia di più a quella di un concerto rock. E’ importante arrendersi completamente al ritmo della musica, lasciarla “entrare dentro” e reagire in modo libero e spontaneo, permettendo al proprio organismo di esprimere tutto ciò che la musica catalizza dentro di sé, fare “uscire fuori”, sia dal punto di vista fisico che emotivo, grida, risate, canti, versi di neonati o di animali, movimenti rituali, mormorii che giungono fino al parlare una lingua sconosciuta etc. Ma anche mimiche esagerate, tremori, movenze erotiche, contorsioni del corpo e del volto etc. In questo contesto la musica esercita diverse importanti funzioni: aiuta ad aprire le porte dell’inconscio, mobilitando le emozioni legate a ricordi assopiti e traumi rimossi, facilitando così la loro manifestazione e approfondendo il processo di guarigione; favorisce una forma di “insight” dinamica ed estetica e non ultimo copre i rumori (singhiozzi, pianto, grida) prodotti dai partecipanti durante l’esperienza.

La seduta si apre con musiche dinamiche, scorrevoli e prosegue durante la prima ora con musiche “celebrative”, aumentando poi sempre di intensità verso brani che inducono la trance, tratti da tradizioni rituali primitive, sciamaniche, musiche “forti” a ritmo molto intenso. La seconda ora è composta da musiche evocative di intensi stati d’animo, musiche “epiche”. Dopo circa un’ora e mezza dall’inizio della seduta, al culmine dell’esperienza, vengono introdotte quelle che chiamiamo “musiche di sfondamento” che vanno dalle intense e drammatiche musiche tratte da colonne sonore cinematografiche fino a musiche sacre come messe o requiem. Questo passaggio suona nel modo caratteristico di “un’onda che si rompe”. Proseguendo nella seconda metà della sessione l’intensità emotiva delle musiche diminuisce gradualmente verso “musiche di cuore”, musiche che “toccano l’anima”. Nella terza ora prevalgono le musiche meditative, rilassanti o comunque molto tenui e delicate, che accompagnano il lento ritorno allo stato di coscienza ordinario.

Le cinque fasi musicali della sessione possono essere così suddivise:

  1. musiche di apertura
  2. musiche per indurre la trance
  3. musiche di sfondamento
  4. musiche di cuore
  5. musiche meditative

Musiche di autori come Peter Gabriel, Vangelis, Mickey Hart, Gabrielle Roth, Ennio Morricone, Scott Fitgerald, Talku, Sainkho etc., sono molto utilizzate nella compilazione delle colonne sonore che accompagnano le sedute di respirazione.

 

L’esperienza

In ambito olotropico il termine “terapeuta” non prevede che si agisca in modo attivo sul “paziente”, ma viene usato nel senso tradizionale greco di “persona che assiste durante il processo di guarigione”. Il ruolo del terapeuta quindi durante le sedute olotropiche è quello di sostenere l’esperienza del respiratore senza influenzarlo o manipolarlo, anche quando il processo in corso non viene compreso immediatamente. Può accadere che gli “insights” corrispondenti emergano dopo l’esperienza, in una seduta successiva, durante un sogno o semplicemente come un “lampo improvviso” durante lo stato di veglia. La capacità di sostenere l’intensità di alcune esperienze richiede dal terapeuta una personale dimestichezza con gli stati non ordinari di coscienza e una piena fiducia nel suo potenziale terapeutico che deriva dalla propria esperienza e dal ricordo del proprio percorso terapeutico.

Durante gli esercizi di gruppo di “abbandono” e “affidamento” che precedono l’inizio della seduta di respirazione, ad un certo punto i partecipanti si “scelgono” a vicenda in base a criteri quali l’empatia, la fiducia etc. formano un certo numero di “coppie”. Durante i due giorni che seguono, ogni componente della coppia si alterna nei ruoli di respiratore o di assistente. L’assistente (o “sitter”) è colui che sta accanto al partner mentre questo “respira”, lo protegge e lo sostiene durante il “viaggio”. L’esperienza di assistente è complementare a quella di respiratore ed è anch’essa catalizzatrice di intensi stati d’animo. Come alcuni respiratori stessi dichiarano, anche questa esperienza è molto importante ed è parte integrante dell’intero processo.

Le reazioni fisiche che vengono attivate durante la seduta olotropica sono di complessa struttura psicosomatica e di solito possiedono un profondo significato psicologico, individuale, specifico di ciascun individuo. Queste reazioni a volte rappresentano una versione intensificata di tensioni e dolori della vita quotidiana; altre volte appaiono come una riattivazione di antichi sintomi di un stadio precedente della vita del respiratore. Altre volte, attraverso il linguaggio del corpo, comunicano un messaggio che può rappresentare un importante “insight” per quella persona in quel particolare momento. La strategia generale di questo lavoro sul corpo è quella di intensificare le sensazioni fisiche presenti nelle parti del corpo interessate con un appropriato intervento esterno e con l’aiuto del respiratore, aumentandole sempre di più finché non si sciolgono del tutto. Queste manifestazioni fisiche vengono di solito seguite da un profondo rilassamento. Quando rimangono tensioni residue o vissuti emotivi non completati e risolti, i “terapeuti” possono intervenire attraverso alcune particolari tecniche per liberarle e portare a completamento l’esperienza.

Durante lo svolgersi delle sedute di respirazione, viene utilizzata un’altra forma di intervento finalizzata ad offrire sostegno ad un livello molto profondo, pre-verbale. Il trauma relazionato a questo tipo di difficoltà è un trauma di “omissione” che affonda le sue radici in abbandoni e deprivazioni emotive, nella mancanza di soddisfazione di quel bisogno di esperienze positive e essenziali ad un sano sviluppo psicologico: accoglimento, fiducia, accettazione che generalmente vengono espresse attraverso il contatto fisico. Una delle modalità per riconoscere se il partecipante stia vivendo una regressione profonda è la scomparsa delle rughe del volto, l’espressione e molte volte il comportamento di un bambino con atteggiamenti e gesti che includono anche il pianto infantile o movimenti di suzione.

Quando durante l’esperienza, in un momento di profonda regressione, si ritorna in quel luogo di deprivazione, l’unico modo per superare simili traumi è quello di vivere in quel momento un’esperienza connettiva nella forma di un contatto fisico che la sostenga. Secondo accordi presi prima della seduta e con “l’approvazione del partecipante”, questo sostegno fisico può consistere nel contatto di una mano, in una carezza, o un lungo abbraccio e dovrà essere usato esclusivamente per soddisfare le necessità del respiratore e mai quella degli assistenti e terapeuti.

Le manifestazioni fisiche e emotive che avvengono durante le seduta olotropica variano notevolmente da persona a persona o nello stesso soggetto da una seduta all’altra. Alcuni partecipanti restano immobili e sembrano addormentati, altri si agitano e eseguono complessi movimenti che coinvolgono tutto il corpo: tremori, torsioni, spasimi etc. Altri assumono posizioni fetali o camminano carponi, movimenti che richiamano il nuotare, lo scavare, l’arrampicarsi, suoni e gesti di animali. Altri ancora eseguono complessi rituali primitivi o sacri di diverse culture, le varie posizioni dello yoga con i gesti caratteristici delle mani anche quando non li conoscono.

Le emozioni che emergono durante il processo sono di vario tipo e intensità e vanno dalla pace assoluta, serenità, beatitudine, rapimento estatico fino alla paura paralizzante, sentimenti di colpa, aggressività primitiva la cui intensità trascende ciò che possiamo sperimentare durante lo stato ordinario di coscienza. Emozioni così intense sono associate a esperienze di natura perinatale o transpersonale. Le emozioni di tipo biografico, legate a ricordi o esperienze traumatiche infantili anche se a volte sono molto intense, rimangono sempre vicine alle emozioni che conosciamo nella vita quotidiana: rabbia, tristezza, paura, vergogna, sorpresa, amore, gioia, compassione, colpa, ansietà etc.

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Elaborazione e integrazione

Alla fine della sessione, dopo che il respiratore è rientrato lentamente nello stato ordinario di coscienza, viene accompagnato dal suo assistente nel luogo dove si disegnano i mandala e invitato a esprimere graficamente l’esperienza su un grande foglio bianco, preferibilmente all’interno di un cerchio già disegnato. Il partecipante può anche scegliere di rappresentare l’esperienza per mezzo di un “collage”, fatto di illustrazioni ritagliate da riviste e incollate sul foglio o attraverso l’insieme delle due modalità. Altre possibili alternative sono i giochi con la sabbia di Dora Kalff e la scultura con l’argilla, utilizzata in particolare con respiratori ciechi.

In seguito, quando tutti i membri del gruppo hanno espresso graficamente, in un modo o nell’altro la propria esperienza, si rincontrano insieme al facilitatore (“terapeuta”, nel senso greco del termini, cioè di colui che assiste durante l’esperienza di trasformazione) per la condivisione: seduti in cerchio, ogni partecipante viene incoraggiato a raccontare il più liberamente possibile i propri vissuti ad un gruppo solitamente molto attento e accogliente. Non vengono date interpretazioni in quanto, data la profondità e complessità dei vissuti, qualsiasi interpretazione rischierebbe di ridurre e “congelare” il processo o interferire con il naturale percorso terapeutico. Possono a volte essere utili le amplificazioni di tradizione junghiana, come per esempio il parlare di analoghi motivi mitologici.

La  può essere combinata con un’ampia gamma di altre diverse forme terapeutiche o espressive come la  verbale, il lavoro sul corpo, lo psicodramma, lo yoga, la danza, la pittura etc., costituendo un insieme “terapeutico” che favorisce profonde trasformazioni psicologiche e l’evoluzione della personalità.

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.

(Hubert Reeves)

La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva.

(Albert Einstein) 

Nel grembo della Natura

Nell’America dalle pianure sconfinate, dalle lande solitarie, dai confini messicani fino all’Alaska, un ragazzo anticonformista rinuncia al confort di una vita borghese per immergersi nella natura selvaggia. Il libro di Jon Krakauer, diventato un classico della controcultura metropolitana, racconta la storia vera di Christopher McCandless, portata nel grande schermo nel 2007 con la regia di Sean Penn, dal titolo in inglese Into The Wild. 

Autentica celebrazione di quell’esasperato anelito alla libertà che in fondo all’anima appartiene a tutti noi, il film di Penn ci regala momenti di inquietudine, ma anche di pura meraviglia che ricordano alcuni brani scritti da Ralph Waldo Emerson (1836) nel suo famoso libro Natura: “La Natura non veste mai una mediocre apparenza. Né l’uomo più saggio può strapparle i suoi segreti”[1].

Per Emerson l’uomo è simile a Dio, ma un “dio decaduto” il cui unico scopo è quello di ritrovarsi, attraverso il recupero di un corretto rapporto con la natura e la consapevolezza della propria posizione in seno all’universo: un vero e proprio atto di fede il cui senso ultimo sfugge da qualsiasi retorica religiosa per accedere ad una dimensione altra, autenticamente umana nella quale inserire il proprio vissuto più intimo e personale.

Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo? Perché non dovremmo avere anche noi una poesia e una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione, e una religione a noi rivelata, piuttosto che la sua storia?”[2]

Il film di Penn esprime con i suoi forti contrasti la continua alternanza tra una Natura sublime e allo stesso tempo spietata ed il vuoto interiore del personaggio alla ricerca del senso perduto. Ci trascina attraverso boschi e praterie, foreste; tra lo stupore, la meraviglia e quel timore reverenziale verso qualcosa di ineluttabile dinanzi al quale proviamo un pugno allo stomaco.

“La natura non è sempre vestita con l’abito della festa, e la scena che ieri emanava profumi e luccicava come per l’allegra danza della ninfa, oggi è soffusa di malinconia”[3].

Per Emerson come per i cabalisti la Natura è spirito incarnato. La più grande beatitudine e il vero dono offerto dalla sua contemplazione è la consapevolezza di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione, tra l’uomo e gli animali, tra l’uomo e la Natura tutta. Eppure, Emerson ne è certo che il potere di produrre questa immensa gioia non appartiene alla Natura, ma all’uomo stesso, anzi all’armonia tra l’uno e l’altra.

“In piedi sulla nuda terra – con la testa inondata dall’aria gioiosa e sollevata verso lo spazio infinito – ogni egoismo meschino svanisce. Divento una pupilla trasparente, non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono una parte o una particella di Dio”[4].

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L’equilibrio per Emerson può essere raggiunto solamente quando si torna a guardare “Dio e la natura faccia a faccia”: nel reciproco riconoscimento, nella “corrispondenza”, nella fratellanza. Ed è proprio in questo spazio aperto dal dialogo tra uomo e natura che, ci ricorda lo scrittore americano, si colloca l’Arte.

“Ma se un uomo vuole davvero essere solo, che guardi alle stelle […] Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creta trasparente proprio allo scopo di dare all’uomo, attraverso i corpi celesti, la perpetua presenza del sublime”[5].

Il tema della fuga dal confort e dalla civiltàil coraggio di operare una scelta radicale come quella di abbandonare l’alienante quotidianità, ma soprattutto l’inseguimento di un qualcosa che ci riporti a noi stessi è il leitmotiv degli scritti di Henry David Thoreau (1817-1862), ecologista ante litteram e icona del pensiero ambientalista, il quale, insieme al suo amico Ralph Waldo Emerson,  è considerato il massimo esponente di quella corrente letteraria definita il “rinascimento americano”.

Nel suo famoso libro Walden ovvero Vita nei boschi (1854)Thoreau ‒ che ha fatto della solitudine e del contatto con la natura il suo personale percorso di autoscoperta ‒ descrive nei dettagli la sua avventura di riconciliazione con il mondo naturale, una vera e propria sfida alla sopravvivenza e allo stesso tempo un invito alla contemplazione. Il libro fu scritto nel 1845, a ventotto anni, durante il periodo vissuto in una capanna da lui stesso costruita sulle rive del lago Walden (vicino alla città di Concord, negli Stati Uniti) nella quale rimase per due anni e due mesi.

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Libro cult della consapevolezza ambientalista e caposaldo della controcultura americana,Walden è un manifesto contro l’inerzia etico-morale della società americana dell’epoca, esasperatamente materialista, e allo stesso tempo una dettagliata descrizione del ritorno dell’autore nel grembo della Natura. Thoreauchiamato a “marciare al suono di un tamburo diverso”, come Christopher McCandless, il protagonista del libro di Krakauer portato sul grande schermo da Penn, compie una scelta radicalmente opposta ai valori e ideali di una società nei confronti della quale si sentiva “alienato fra i suoi simili”.

Attraverso questa piena immersione nella natura il giovane autore americano cercava in un mondo sepolto il contatto profondo con se stesso, con le sue sensazioni ed emozioni. Ricerca questa che assume una dimensione universale in quanto lo rende artefice del proprio destino e consapevole della sua posizione in seno alla Natura.

“È una di quelle serate deliziose quando il corpo intero è un unico senso e inspira felicità da ogni poro. Vado e vengo nella Natura con una strana libertà e sono parte di essa. Mentre cammino lungo la pietrosa riva del lago, in maniche di camicia, malgrado ci sia un vento fresco, il cielo sia coperto ed io non veda nulla di particolare che attragga la mia attenzione, tutti gli elementi mi sono stranamente congeniali”[6].

Nella più profonda solitudine, con uno sguardo privo di scopi e di pregiudizi, attento a ogni cosa senza esclusione di nulla “il vagabondo di Walden” apre il suo cuore alla Natura, alla ricerca di quell’alfabeto segreto celato tra le pieghe degli elementi più insoliti e allo stesso tempo così familiari: guardando il lago ne sente la pace delle sue acque quiete; avvolto dalla nebbia gli sembra di scrutare la Luce che tutto illumina. Nella ripetizione infinita della forma esagonale dei fiocchi di neve, riconosce il disegno cosmico ed in un lampo la “terribile maestà” della Natura.

Anche Jung, come Thoreau, cercava nell’essenza di ogni cosa quella dimensione etica, estetica e metafisica, molto al di là della semplice percezione sensoriale“ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il focolare e la stufa, e a sera accendo le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente, e pompo l’acqua da un pozzo; spacco la legna, e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice: e quanto è difficile essere semplici. A Bollingen mi trovo nella mia più vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso. Sono, per così dire, ‘l’antichissimo figlio della madre’”; così racconta il teorico dell’inconscio archetipico/collettivo nella sua autobiografia.

Scrive Thoreau: “a meno che il ronzio di un moscerino non sia come la musica delle sfere, e la musica delle sfere come il ronzio di un moscerino, non sono nulla per me”[7].

Vivere in un bosco sostentato solo dal lavoro delle proprie braccia è stato un grande esperimento di decrescita ed insieme una testimonianza all’umanità. L’esperienza di Thoreau di immersione nella Natura, la sua insoddisfazione rispetto ai valori condivisi, il suo senso di rifiuto e di “soffocamento” è lo stesso che caratterizza oggi molte persone che cercano strade alternative e sono portate a fare proprie la cultura della decrescita: vivere all’insegna dell’autosufficienza e della resilienza, del “lavoro delle proprie braccia”, dalla rinuncia al consumo frivolo ed al profitto ad ogni costo, valorizzando al massimo il rapporto con gli altri e l’armonia con la natura. Molti movimenti ecologisti hanno tratto ispirazione dall’esperienza e dal pensiero di Thoreau.

La Torre di Babele

Il vento pianta il seme”, scrive Emerson; “il sole fa evaporare il mare; il vento soffia il vapore sul campo; il ghiaccio, dall’altra parte del pianeta, condensa la pioggia; la pioggia nutre le piante; le piante nutrono gli animali; e in questo modo la circolazione infinita della divina carità nutre l’uomo”[8].

Nello stesso modo in cui… quando si perfora il terreno per ricavare petrolio in Arabia Saudita, l’aria del Brasile viene inquinata. La niña (corrente fredda) nelle coste del Perù aumenta l’incidenza di uragani nel sud degli Stati Uniti e provoca siccità e incendi nel Texas. Quando immettiamo nel mercato italiano nuovi modelli di automobili, provochiamo altro inquinamento e i ghiacciai nel Polo Nord si sciolgono; e quando il ghiaccio nel Polo Nord si scioglie, il mare si innalza e N.Y. rischia di essere allagata. Tutte queste azioni sono collegate e si influenzano reciprocamente all’infinito mettendo in evidenza lo stretto legame che c’è fra l’uomo e la natura tutta, le interconnessioni e le forze che vi dimorano.

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. Per Platone “sapienza” significa la conoscenza dei “segreti” della Natura e nell’antichità coloro che possedevano questo tipo di conoscenza erano definiti “saggi”.

I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”. La fonte di tutta la sofferenza del mondo sarebbe quindi la conseguenza della nostra visione parziale, lontana appunto dalla “saggezza” in quanto visione totale, progetto integrale: una conseguenza del nostro stato di non integrazione con il resto della Natura. 

Risultati immagini per madre terraL’umanità oggi volge l’attenzione al mondo antico alla ricerca di nuove fonti di ispirazione e di nuove soluzioni all’emergenza globale. Ciò che oggi definiamo “la coscienza planetaria”, secondo le nostre tradizioni sapienziali, non è una caratteristica dell’essere umano evoluto, ma è in realtà ‒ come ci descrivono anche studiosi moderni come Gregory Bateson o Arne Naess ‒ la pura essenza della Natura. Siamo abituati a pensare alla coscienza umana attuale che è quella che noi percepiamo con i nostri cinque sensi, come “normale”; tutto il resto appartiene al regno “dell’immaginazione”. La nostra percezione arriva lì dove finisce la nostra pelle e le idee di una nostra appartenenza a qualcosa di molto più ampio, nel quale siamo tutt’Uno, ci appaiono come del tutto eccezionali. Se però approfondiamo la nostra ricerca e analizziamo la storia delle civiltà e le idee di altri tempi, possiamo osservare che è vero esattamente il contrario: il nostro pensiero frammentario e meccanicista sviluppato negli ultimi secoli con la sua visione riduttiva del mondo, visione che oggi dimostra le sue falle, non è la regola, ma l’eccezione!

Il filosofo Benedetto Spinoza cercava in tutte le manifestazioni della vita “la sostanza unica e la Cabalà afferma che solamente se ci mettiamo in armonia con la Natura, possiamo afferrare il “pensiero profondo” che si cela dietro di essa: cioè “il piano Generale”. La comprensione di questo piano ci renderebbe in grado di “partecipare” alla Grande Opera attraverso l’espressione creativa proprio come il “Grande Architetto” e sarebbe proprio questo lo scopo della Creazione.

Goethe riconosceva che i grandi artisti (e aggiungo, anche gli scienziati) creando le loro opere, seguivano, per impulso dell’anima, le stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. Le grandi opere d’arte (e le grandi idee) sarebbero quindi prodotte dagli uomini secondo leggi vere, naturali e ontologiche. Ogni arbitrio, ogni fantastica immaginazione, a questo punto crolla: qui si tratta di Necessità, “qui è Dio”, afferma Rudolf Steiner, che attraverso di noi procede il suo “Piano creativo”.

Ma tutto ciò non è possibile finché rimaniamo “separati”. Il primo gradino dello sviluppo verso ciò che viene definito “la separatezza” ebbe inizio quando l’uomo iniziò a modificare la natura per servirsene a proprio vantaggio, quando iniziò a volerla piegare ai propri desideri e si è quindi distaccato da essa. Alienandosi dalla Natura gli uomini si distanziarono sempre di più gli uni dagli altri. Questo momento è rappresentato simbolicamente nella tradizione biblica come “la costruzione della torre di Babele”. La Bibbia descrive “La caduta della Torre di Babele” come l’origine delle diverse lingue che separano gli uomini e li rendono incapaci di comunicare.

Le tre tappe della coscienza

L’osservazione e l’analisi degli aspetti soggettivi dell’essere umano insieme ad alcune considerazioni sulla natura della conoscenza sembrano indicare abbastanza distintamente tre tappe dello sviluppo della coscienza: un primo stadio in cui lo sciente, l’oggetto conosciuto e la conoscenza sono ancora indifferenziati. Anche se non lo possiamo osservare direttamente né circoscriverne i confini, possiamo riscontrare questa modalità conoscitiva nell’uomo primitivo e nei bambini molto piccoli, quando il soggetto non è ancora distinto dalla conoscenza e dalla percezione.

Il secondo stadio è quello in cui si trova attualmente la maggior parte dell’umanità e corrisponde ad una fase in cui si è stabilizzata la differenziazione tra sciente, conoscenza e conosciuto: la coscienza dell’io è diventata sempre più distinta e con essa la percezione di un “oggetto separato”. Alcune persone riescono a ricordare il momento in cui, per la prima volta, si sono percepite come “un io separato” e lo descrivono come qualcosa di spaventoso, come sentirsi improvvisamente “tagliati fuori dal mondo”. L’evoluzione successiva a questa “nascita dell’autocoscienza” ha scavato sempre di più la profonda, fatale spaccatura tra ciò che riconosciamo come noi stessi e il resto… “là fuori”. La letteratura esistenzialista descrive molto bene questo sentimento di solitudine, di essere lasciati soli dinanzi ad un mondo morto e privo di senso.

A questo punto della nostra evoluzione le cose del mondo acquisiscono importanza solamente nella misura in cui ci lusingano (il nostro io illusorio); l’autocoscienza diventa quasi una malattia e ci troviamo imprigionati in una sorta di trappola: il desiderio di possedere il mondo con i suoi allettanti oggetti diventa il motivo principale dell’esistenza. Dobbiamo ammettere però che questa ipertrofia dell’io con tutte le sue infinite necessità in ogni modo ha rappresentato un importante stimolo all’intelletto, a scapito però dello sviluppo armonioso della relazione tra noi e il mondo. Anzi, ha favorito un vero e proprio antagonismo tra gli uomini, così come tra intelletto/emozione, soggetto/oggetto, individuo/società e così via… Con l’emergere di queste profonde fratture nella vita interiore e nella società, si arriva al terzo stadio.

Quando la “separazione” è completa e ci addentriamo in una sfera di illusione e follia, ci troviamo prima o poi a confrontarci con la terribile paura e con tutto il dolore che accompagnano questa illusione. Solo allora, inaspettatamente, inizia a balenare in noi l’intuizione della libertà, di qualcosa di immenso che sembra trovarsi proprio dietro l’angolo: la terza forma di coscienza, definita coscienza cosmica o universale. Quando emerge questa coscienza/esperienza ‒ perché di “esperienza” si tratta, definita dalla psicologia del profondo come “l’esperienza del Sé” ‒ la sensazione è quella di dissolversi e di essere improvvisamente inondati da tutto ciò da cui prima eravamo “separati”, proprio come se fossimo finalmente una cosa sola: una riconciliazione che pone termine al lungo processo di differenziazione e lascia spazio all’integrazione: lo sciente, la conoscenza e la cosa conosciuta sono ancora una volta Uno. Scrive Jung: “Distinguo quindi tra l’Io e il Sé, in quanto l’Io è solo il soggetto della mia coscienza, mentre il Sé è il soggetto della mia psiche totale, quindi anche di quella inconscia. In questo senso il Sé sarebbe un’entità (ideale) che include l’io”[9]. Afferma ancora Marie Louise Von Franz: “Solo attraverso il Sé, quindi, l’uomo può essere in contatto con il prossimo senza secondi fini, laddove l’io emotivo è quasi sempre oscurato da ogni sorta di motivazioni egocentriche, consce o inconsce”[10].

Attraverso questa esperienza, stando alle descrizioni di chi la vive, si accede alla vera e unica “conoscenza reale”. Esperienza questa che è stata descritta per secoli in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche storiche. La vera conoscenza è perciò quella in cui soggetto e oggetto sono conosciuti come una cosa sola ed è naturalmente una forma di conoscenza diversa dal primo stadio nel quale soggetto e oggetto erano, anche in quel caso, una cosa sola, ma non essendosi mai differenziati non potranno mai essere conosciuti come unità. Questo terzo tipo di coscienza, porta con sé una particolare forma di illuminazione: l’oggetto e l’io sono percepiti congiuntamente non solo attraverso l’atto speciale della conoscenza che li unisce, ma profondamente, nella loro essenza.

È come se venisse “quadrato il cerchio”: l’aspetto esteriore della conoscenza (albero, sole, pietra, gli altri…) non è più unicamente esteriore, ma viene percepito insieme alle sue “qualità intrinseche nascoste”, come un simbolo dotato di vita propria. Tutto ciò che ci circonda non è più semplicemente visto con gli occhi e toccato con le mani, ma è sentito essenzialmente come una parte di sé. Questo vedere, toccare e sentire sollecita una risposta profonda, un’eco che risuona all’infinito. La conoscenza a questo punto, sostiene Jacob Boehme, si illumina e si arricchisce di nuove possibilità, abbandona la sua illusoria forma di pensiero e acquisisce una dimensione cosmica/universale.

Psiche e Natura

La natura, quindi, nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato, è Lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Gregory Bateson, psicologo eclettico, nel suo libro Verso un’ecologia della mente cerca di definire un concetto rivoluzionario: la mente ecologica. Esponendo la sua visione olistica del substrato materiale sottostante i processi mentali e che li mantiene in vita, lo psicologo britannico ci offre una visione più completa ed ecologica dell’essere umano e del suo funzionamento mentale, delineando un punto di contatto tra il nostro comportamento e la Natura.

Risultati immagini per Gregory Bateson Nei suoi ultimi anni di vita Bateson espone in un libro intitolato Mente e Natura, pubblicato nel 1979, pochi mesi prima della sua scomparsa, non solo la sua visione del rapporto Mente/Natura, ma soprattutto il filo conduttore che lo ha portato a concepirla. Attraverso collegamenti originali, esempi e un pensiero ardito, Bateson è riuscito nell’intento di definire e circoscrivere alcune caratteristiche della mente “ecologica” e dimostrare la trama sottile e l’inesorabile connessione tra Mente e Natura, tra pensiero ed evoluzione. È questa la sua idea più nuova e più audace, allo stesso tempo carica di ulteriori sviluppi: “Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l’ameba da una parte e lo schizofrenico dall’altra?”[11]

La convinzione originaria di Bateson è che ciò che intendiamo per conoscenza, il conoscere di ognuno di noi, sia “una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l’intera biosfera o ‘creazione’”[12]. Per Bateson nella storia umana “naturale” l’ontologia e l’epistemologia non possono essere separate, nel senso che le nostre convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che ci circonda determineranno il nostro modo di percepirlo e di conseguenza anche di agire nel mondo stesso; e “la risposta del mondo” a questo nostro modo di percepire e di agire determinerà a sua volta, in modo circolare, le nostre convinzioni sulla natura del mondo stesso.

Scrive Bateson: “Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con l’ascia, ogni colpo d’ascia è modificato o corretto secondo la forma dell’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo (cioè mentale) è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscoli-colpo-albero; ed è questo sistema totale che ha caratteristiche di mente immanente”[13].

Con queste parole Bateson sembra affermare che i processi mentali non appartengono solamente al soggetto umano: anche se la coscienza rimane una caratteristica unica della nostra specie, per lo psicologo anglosassone lo scenario naturale nel quale essa si interroga sulla propria identità non è più lo stesso: non più quello di un immaginario “architetto”, l’essere pensante protagonista della scena, come siamo abituati a credere, ma quello “ecosistemico” della “struttura che connette”.

“Pensare come una montagna”: il sé ecologico

La Terra sta attraversando una grave crisi ecologica, destinata a peggiorare: catastrofi climatiche, siccità, allagamenti, uragani sono sempre più frequenti in una escalation di emergenze ambientali. Di fronte a tutto questo un numero crescente di persone si rivolge alla scienza chiedendo le risposte che un tempo aveva promesso. Naomi Oreskes, docente di storia della scienza alla Harvard University, con una ricerca approfondita, dimostrò nel 2011 che, nonostante la diffusione di opinioni “negazioniste”, il clima si stava realmente riscaldando e che la responsabilità ricadeva sull’uomo. La studiosa americana ha cercato di individuare le ragioni per le quali noi occidentali, nonostante tutte le informazioni scientifiche accessibili, non affrontiamo in maniera appropriata la catastrofe ambientale imminente, una sorta di disastro annunciato.

Nel suo romanzo distopico Il crollo della civiltà occidentale[14], scritto insieme a Erik Conway e ambientato nel 2393, un giovane studioso cinese cerca di analizzare, trecento anni dopo, gli eventi catastrofici che portarono la nostra civiltà al collasso. Con uno stile originale tra finzione e saggio, il libro riesce a mostrare al lettore la direzione presa attualmente dalla nostra civiltà e il cataclisma ambientale che si sta preparando, se non interveniamo tempestivamente per fermare questo percorso autodistruttivo. 

Risultati immagini per uomo e natura Secondo Arne Naess, filosofo norvegese e fondatore dell’ecologia profonda, occorre “pensare come una montagna”, immergersi nel mondo, identificarsi con esso e non considerarlo con distacco[15]. Questo senso dell’io profondamente radicato nella relazione con la natura viene definito da Naess “sé ecologico”. Il pensiero di Naess è stato influenzato dal filosofo Benedetto Spinoza, dalle idee di Gandhi e in particolare dalla visione buddhista della realtà. Come principio ideologico e come comportamento rispettoso della Natura in senso ampio, “l’ecologia profonda” già apparteneva a molte culture native americane e sudamericane, allo sciamanesimo e alle filosofie orientali, ma fu Naess a definirlo per primo, in occidente, con gli adeguati i termini scientifici e filosofici.

Naess distingue fra “ecologia superficiale”, che prende in considerazione la “salvezza” della Natura, vista comunque in funzione della sua “utilità” e quindi come “risorsa al servizio dell’uomo”, e “ecologia profonda” che offre una visione molto più ampia e sostiene il valore e la dignità intrinseche del mondo naturale, indipendentemente dal suo beneficio per l’uomo. Per il fondatore dell’ecologia profonda gli uomini interferiscono eccessivamente con il mondo non umano e questa situazione va sempre di più degenerando. Tutto l’esistente è interconnesso e l’essere umano è visto da Naess come parte dell’insieme e non come “separato” dal mondo naturale. Il movimento dell’ecologia superficiale viene considerato da questo punto di vista come una battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse necessarie all’uomo, che non farà altro che “spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. Frase questa che mi appare in questo momento particolarmente profetica. L’approccio di superficie non mette in discussione la fede nella tecnologia e nell’attuale società industriale, nella crescita economica continua, nello sfruttamento delle risorse naturali. Per il filosofo norvegese l’ecologia di superficie non potrà mai modificare le relazioni dell’uomo con la Natura rimanendo all’interno della struttura della società attuale e del modello economico vigente.

 L’elemento determinante, ma trascurato, messo in risalto dal movimento dell’ecologia profonda, è l’empatia, l’identificazione e la solidarietà con la Vita, vista come “insieme”: i singoli organismi, la fauna, la flora, il mare, la Terra stessa. Tutto ciò viene “sentito”, soggettivamente, come “un’intuizione” ‒ che riconosce ad ogni essere vivente il diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa ‒ e non come un ragionamento puramente logico o filosofico.

Altro elemento caratteristico e decisivo dell’ecologia profonda è “lo spostamento della coscienza da centrata sull’umano a centrata sul pianeta nel quale viviamo” ed il riconoscimento del valore intrinseco e indiscutibile degli esseri viventi. Presupposto di questo nuovo equilibrio è la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: un pensiero rivoluzionario che afferma il diritto assoluto alla vita che non dipende dalla maggiore o minore somiglianza o “vicinanza” alla nostra specie. L’attuazione di questi principi comporterebbe modifiche, considerate troppo radicali per la società e per l’economia, alle strutture tecnologiche e ai principi ideologici.

Il punto nel cuore

Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

Lo Zohar, il Libro dello splendore, l’opera chiave della Cabbala, è stato scritto circa duemila anni fa da Rabbi Shimon Bar Yochai e già allora l’autore sosteneva che, alla fine del ventesimo secolo, “l’ego-ismo” (il nostro moderno narcisismo) dell’umanità avrebbe raggiunto i suoi massimi livelli. La Cabbala ci insegna che la Natura, sinonimo del “Creatore”, è unitaria e altruista, e soprattutto è basata sullo scambio.

Secondo lo Zohar l’antidoto contro l’egoismo e la soluzione per raggiungere l’armonia è la fusione con la Natura e la conseguente comprensione del “pensiero profondo” che si cela dietro ad essa. La Natura ci tiene costantemente sotto pressione ed in un certo senso ci spinge ad una scelta di evoluzione (di “dazione”, nel linguaggio cabalistico); colui che rimane impermeabile a questa chiamata e non partecipa a nessuno scambio va incontro alla morte, fisica o psichica che sia.

 L’attuale crisi globale considerata da questa ottica è in realtà una grande crisi dei desideri: ad ogni generazione i desideri diventano sempre più grandi, sempre più impellenti, sempre più assoluti e prima o poi ci costringeranno a fare i conti con i limiti di ciò che ci può offrire Madre Natura. Come Tantalo dinanzi al cibo, noi umani rimaniamo eternamente insoddisfatti; a questo proposito ci ricorda Schopenhauer: “contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci insoddisfatti, inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito; l’appagamento è breve e misurato con spilorceria”[16].

 Per proteggerci dalla consapevolezza e dalla correzione del nostro crescente egoismo, ci costruiamo trofei narcisistici e scudi di ogni genere, tecnologici e psicologici. L’evoluzione dei nostri desideri, secondo la Cabalà, definisce e delinea l’intera storia dell’umanità, desideri che generalmente vengono divisi in tre gruppi. Il primo corrisponde ai desideri animali: nutrirsi, riprodursi, avere una casa. Il secondo ai desideri umani: denaro, rispetto, conoscenza. Il terzo gruppo di desideri riguarda ciò che viene definito il “punto nel cuore”, sono i desideri dell’Anima intesa come elemento che unisce e armonizza l’insieme, e sempre dall’Anima nasce l’ultimo e il più grande di tutti i desideri: quell’anelito verso l’Unione, la Totalità, la cui soddisfazione viene descritta come una corrente infinita di Piacere, gioia e beatitudine.

Secondo Daniel Goleman, autore di Intelligenza Emotiva[17], l’elemento determinante per lo sviluppo di un atteggiamento culturale rispettoso dell’ambiente è la dignità e il rispetto del mondo emotivo. Per l’autore statunitense la cura per l’ambiente va molto al di là di qualsiasi ideologia: è il nostro prossimo gradino evolutivo. Goleman parla di “intelligenza ecologica”, da sviluppare come specie, non più come singoli individui: una consapevolezza da raggiungere “insieme”, indispensabile per affrontare questo momento particolare della storia umana. Una vera e propria sfida nella quale, più che mai, la carta vincente non può che essere il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza della nostra profonda, irriducibile interconnessione.

Non è sufficiente l’enorme quantità di informazioni alle quali possiamo attingere quotidianamente sul web o sui giornali per diventare persone/cittadini/consumatori consapevoli ed “ecosostenibili”. Occorre, oltre alla visione dell’Insieme, un radicale cambiamento emotivo/cognitivo a livello collettivo; che ci permetta di reagire all’inquinamento dell’aria, del cibo o dell’informazione con la stessa risposta istintiva al pericolo che da millenni abbiamo messo in atto all’avvicinarsi di un feroce predatore.

ABSTRACT

La natura nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato: è lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

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Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”.

 


[1] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 22.

[2] Ibidem, p. 19.

[3] Ibidem, p. 24.

[4] Ibidem, p. 23.

[5] Ibidem, p. 21.

[6] Thoreau, H.D., Walden, BUR grandi classici bur, Milano, 2015, p. 201.

[7] Ibidem, p. 156.

[8] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 132.

[9] Jung, C.G. Opere 6, Bollati Boringhieri, Torino, p. 468.

[10]Von Franz, M.L., Il mito di JungBollati Boringhieri, Torino, p. 245.

[11] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 21.

[12] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi Edizioni, Milano, 1977, parte 5, p. 4 [Tratto dalla conferenza per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, tenuta il 9 gennaio 1970 sotto gli auspici dell’Institute of General Semantics].

[13] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 23.

[14] Oreskes N., Conway E., Il crollo della civiltà occidentale, Piano B Edizioni, Prato, 2015.

[15] Naess, A., EcosofiaEcologia, società e stili di vita, RED edizioni, Milano, 1994.

[17] Goleman, D., Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano,1996.

Ambrosia, il nettare d’amore

Ambrosia, il nettare d’amore

Voi servirete unicamente l’Eterno vostro D’; e Lui benedirà il vostro cibo e la vostra bevanda, e allontanerà da voi qualunque flagello (Es 23,25).

Qualsiasi offerta di una foglia, fiore, frutto o acqua fatta a me con devozione da un’anima pura Io l’accetto con amore (Krishna).

Anche gli dei mangiano
1
Dal momento in cui un genitore offre per la prima volta qualcosa di dolce ad un bambino insieme ad un gesto di affetto, l’atto di mangiare viene impregnato di affettività ed il cibo si carica di significati che vanno molto al di là del nutrimento necessario alla nostra sopravvivenza, diventa ambrosia: il “nettare d’Amore”, veicolo dell’anima.

Ricordo che uno degli aspetti più rilevanti ed essenziali dei riti del candomblé, religione afro-brasiliana, era proprio l’offerta sull’altare del cibo prediletto dell’Orixà. In questo contesto religioso ogni divinità ha il Suo “menu” prediletto, cucinato dai fedeli con cura solenne, secondo il Suo appetito e ogni gesto viene vissuto intensamente nel suo profondo significato rituale/simbolico.

Nella nostra società dell’opulenza, oltre che da innumerevoli altri fattori, il cibo è ancora influenzato più o meno direttamente dalla dimensione celata dell’esistenza, così come dalla religione/spiritualità. “Noi siamo ciò che mangiamo”, afferma l’antica tradizione cinese, nella quale l’essere umano viene considerato nella sua totalità. Secondo l’antica medicina cinese il sapore e il colore degli alimenti sono anch’essi una forma di energia che in un certo senso ci trasforma e possiedono a loro volta una funzione di nutrimento che non è solo corporeo, ma animico e spirituale.

2Proviamo a osservare con attenzione una cerimonia religiosa, l’Eucarestia per esempio: l’evento originario si svolge intorno alla tavola, nella quale la figura centrale, il Cristo, condivide con i suoi apostoli erbe amare, pane azzimo e charoset[1]. Questo evento, che rappresenta il momento clou della salvezza nel cristianesimo, viene ritualizzato e rivissuto infinite volte fino ai nostri giorni durante la Santa Messa. Nel Medioevo, a tavola, i cristiani bevevano e mangiavano in modo rituale: cinque sorsi, ognuno per una ferita di Gesù, ed ogni boccone veniva diviso in quattro parti di cui tre per la Santissima Trinità e uno per la Vergine Maria, ecc. Secondo alcuni studi antropologici i rituali e le cerimonie delle principali religioni derivano ancora oggi da comportamenti osservati a tavola.

È comune a tutte le religioni considerare il cibo un dono del Dio o degli Dei e ne consegue che l’atto di mangiare non è mai un gesto qualsiasi, ma viene arricchito di numen e diviene atto solenne, un “sacra-mento”: atto sacro di ringraziamento e unione con l’Essere divino che ha donato all’uomo il cibo per nutrirlo, curarlo ed assicurarne la sopravvivenza. Un atto che è allo stesso tempo una celebrazione degli eventi fondamentali della vita – il sorgere e tramontare del sole, le varie fasi lunari, la semina e il raccolto, il mutare del tempo e delle stagioni – e deve rispondere alle esigenze spirituali di ogni religione, il cui principio di base è sempre improntato alla moderazione e alla gratitudine.

Le grandi religioni (Induismo, Buddhismo, Jainismo, in Oriente; Cristianesimo, Ebraismo e Islam, in Occidente ecc.) dedicano molta attenzione al cibo ed i divieti alimentari, così come le regole per consumare certi prodotti, uccidere (o non uccidere) gli animali nascono da una prospettiva di purificazione, redenzione e di integrazione dei due aspetti contrastanti della natura umana: lo spirito e la carne.

 

 “Non cucinerai il capretto nel latte di sua madre”

Nella letteratura sapienziale delle più svariate tradizioni viene messo in risalto il forte legame tra alimentazione e trascendenza, tra salute e spiritualità. “Benedirò il tuo pane e la tua acqua, rimuoverò da te ogni malattia”, dice Dio a Mosè nel libro dell’Esodo. Nella Cabalà[2], il nutrimento e l’atto stesso di mangiare è qualcosa degna di molta attenzione e assume un ruolo fondamentale all’interno della ritualistica religiosa. La tradizione cabalistica è ricca di insegnamenti che invitano il fedele a tenere in equilibrio le dimensioni fisica e spirituale dell’esistenza attraverso la cura del corpo, la dieta e la sessualità.
3
Il rapporto tra cibo e religione, così come viene descritto nei libri sacri, è un tema complesso e a volte di difficile comprensione. Nel libro del Levitico (Antico Testamento) c’è una lunga analisi dei cibi vietati perché “blasfemi” e Re David, nei Salmi, offre importanti insegnamenti per una alimentazione sana e spiritualmente corretta.

La religione ebraica richiede che ogni pasto venga preceduto e seguito da benedizioni particolari, adeguate al tipo di cibo che si sta consumando e l’osservanza di una serie di complesse regole alimentari chiamate kashrut: la macellazione rituale, il dissanguamento dell’animale ucciso e la proibizione del consumo della carne di diversi animali. Una norma in particolare proibiva di mischiare carne e latte ed era ritenuta così importante da far parte originariamente dei dieci comandamenti: il consumo della carne va tenuto strettamente separato da quello dei latticini, così come le pentole e gli utensili usati per cucinarli. Questa regola si basa sul seguente precetto della Torà: “Non cucinerai il capretto nel latte di sua madre”.

Nell’islamismo la parola Ḥalāl, parola araba che significa “lecito”, si riferisce in Occidente principalmente al cibo preparato conforme alla legge islamica, in contrasto a ciò che è “proibito” (harām). Anche in questo caso la carne, per poter essere consumata dai fedeli, deve provenire da un animale macellato secondo i precetti tradizionali descritti nella Sunna.

Nel buddhismo è raccomandata l’astinenza dalle carni ma il consumo viene tollerato nel caso in cui chi la mangia non ha partecipato all’uccisione dell’animale. L’astensione dalla carne, anche se non viene esplicitamente prescritta nel buddhismo, è considerata un valore finalizzato alla protezione della Vita. “Gli animali uccidono solo quando hanno fame, e questo è un atteggiamento assai diverso da quello degli uomini, che sopprimono milioni di animali solo in nome del profitto”, afferma il XIV Dalai Lama.

I giainisti[3] a loro volta condannano drasticamente l’uccisione di qualsiasi animale e seguono una dieta rigorosamente vegetariana. Alcune sette jainiste consigliano l’utilizzo di scope per “aprirsi il cammino” ed evitare la funesta possibilità di uccidere un solo minuscolo insetto.
I sacerdoti giainisti quando camminano nelle campagne sono preceduti da accompagnatori che scacciano via formiche, ragni ecc. per evitare così che questi vengano calpestati o uccisi. Bocca e naso vengono coperti con mascherine per non inspirare, quindi uccidere, mosche e zanzare.

Nella religione cristiana, a differenza di quella ebraica e islamica, induista o buddhista non esistono tabù alimentari se non l’invito ad evitare gli eccessi e i cosiddetti “peccati di gola”. L’unico vero divieto è quello di consumare carne durante il venerdì santo. In alcune circostanze particolari, come il mercoledì delle ceneri ed il venerdì santo, viene rispettata “la regola del digiuno”. L’insegnamento di Gesù Cristo, a questo proposito, si discosta dalla tradizione delle altre religioni: “Non è ciò che entra nella bocca che contamina l’uomo; ma è quel che esce dalla bocca che contamina l’uomo […] Non capite che tutto ciò che entra nella bocca se ne va nel ventre, e viene espulso nella fogna? Ma le cose che escono dalla bocca procedono dal cuore; sono esse che contaminano l’uomo”. (Mt 15,11; Mt 15,17-20).

 Anche in assenza di tabù alimentari, la passione per il cibo (gola) per i cristiani è fino ad oggi considerata uno dei sette vizi capitali: un’occasione di peccaminoso abbandono ai piaceri dei sensi. Per i monaci, per esempio, la gola era un vero e proprio ostacolo alla redenzione ed il digiuno la regola per purificarsi e raggiungere la salvezza.
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Negli ultimi anni le immigrazioni sempre più massicce dovute a conflitti religiosi e sociopolitici, guerre o calamità climatiche hanno portato in superficie una questione spinosa con la quale la nostra moderna società è chiamata a confrontarsi: quella di preservare, o meno, le tradizioni alimentari di ogni religione, senza generare ulteriori conflitti. Nell’attuale contesto multiculturale/multireligioso le differenti convinzioni rispetto al cibo – come per esempio il trattamento degli animali da macello e le pressanti richieste di adeguamento della nostra produzione alimentare ai precetti delle diverse confessioni religiose – ha attribuito alla macellazione rituale un peso e un significato sconosciuti fino a poco tempo fa[4].

 

Carnivori contro vegetariani: il “paradosso carne”

Siamo costantemente sottoposti ad un bombardamento di informazioni su ciò che fa bene o fa male alla salute, sugli alimenti “buoni” e “cattivi”, sui rischi che corriamo scegliendo o meno certi prodotti. Non c’è quindi da meravigliarsi che il cibo possa fare anche paura e che il nostro rapporto con l’alimentazione si sia fatto sempre più complesso e problematico. Recentemente è stato segnalato dagli psicologi e specialisti del settore un nuovo disturbo definito ortoressia nervosa (ON)[5] per descrivere l’ossessione patologica per i cibi “puri”, con conseguenti limitazioni, anche sostanziali, della dieta. Il film Hungry Hearts del regista italiano Saverio Costanzo affronta questo tema controverso nel suo aspetto delicato della dieta infantile.

Il cibo cattura le nostre proiezioni, si carica di affettività e di ambivalenze, di paure e desideri, di giudizi spietati. Così anche l’appetito, come la nostra anima, può essere “purificato” dalla malvagità e dalla sofisticazione del mondo moderno, dal Peccato e anche dalla Morte. Pullulano diete alternative che vanno dal vegetarismo, al veganismo, al crudismo, alla dieta paleolitica (che tenta di imitare l’alimentazione dei nostri antenati), al fruttarismo (una dieta radicale in cui, in alcuni casi, pur di non arrecare danni alla natura, la frutta viene consumata solo se caduta naturalmente dell’albero) e ad altre numerose diete restrittive più o meno “fondamentaliste”. Così vissuto, come elemento che sentenzia colpe e virtù, dispensa lodi e punizioni, il cibo richiama emozioni profonde, definisce verdetti, valori, aspirazioni e si fa veicolo di messaggi paradossali: il desiderio di “ascesi”, di spiritualità, di pulizia, di autenticità, di rifiuto di questo mondo sporco, inquinato, ecc.
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La recente dichiarazione dell’Oms sulla pericolosità della carne ha suscitato svariate reazioni e si è estremizzata sempre di più, al punto che nel web si vedono scritte di ogni genere più o meno aggressive pro o contro la carne. Questa contrapposizione tra onnivori da una parte e vegetariani/vegani dall’altra, negli ultimi anni, ha ampiamente superato la sana dialettica per giungere verso una vera e propria battaglia ideologica, trasversale, senza frontiere né esclusione di colpi. In particolare colpisce l’immagine di una fettina di bacon che fa il “nodo”, come il nastro simbolo della lotta contro il femminicidio, con sotto la scritta: “io sto con la pancetta” così come altre immagini più o meno spietate, ma di segno diverso: teste mozzate e animali squartati e appesi nei mattatoi. Tutta questa polemica ripropone, con un linguaggio nuovo, l’antichissimo antagonismo – puro/impuro, peccato/virtù, proprio come se qualcosa che la nostra civiltà sembrava aver gettato definitivamente fuori dalla porta rientrasse puntualmente dalla finestra.

Dalla prospettiva carnivora il rifiuto di mangiare carne assume spesso connotati “patologici”: è conseguenza della paura (quale paura?) e soprattutto dalla rimozione, nel vegetariano, della propria aggressività. Dall’altro fronte, i vegetariani/vegani – che spesso usano l’espressione “mangiatori di cadaveri” riferendosi ai carnivori, espressione che evoca pensieri di morte e di uccisione – considerano il cibarsi di carne come qualcosa di paradossale e problematico, una dissonanza cognitiva nata dalla profonda scissione: è condiviso da tutti che uccidere gli animali sia qualcosa di riprovevole ed esistono molte leggi per “la protezione e tutela degli animali”, ma dinanzi al piatto, la deliziosa bistecca viene immediatamente scissa dall’animale morto ed il carnivoro la può mangiare in tutta tranquillità; ma cosa accade a livello inconscio? Oggi si parla di una vera e propria contraddizione intrinseca dei carnivori, definita il “paradosso carne”[6]: come mai l’uomo che prova amore verso gli animali riesce a mangiare la carne che prevede l’uccisione di questi stessi animali?

Seguendo questo pensiero, la rimozione della “colpa” non è sempre efficace e allora chi mangia carne proietta dunque nell’altro, colui che la carne non la mangia, l’ombra del paradosso e ha spesso l’impressione d’essere da questo moralmente criticato. Il vegetariano genera quindi nei carnivori un senso di colpa, che viene a sua volta deviato, considerando “fanatici o patologici” quelli che lo hanno suscitato.

Per Lev Tolstoj il vegetarismo non è soltanto la lotta contro l’aggressività umana, ma è anche il primo gradino di un progresso spirituale. Il vegetarismo etico o “la dieta senza uccisione” è il primo passo, secondo Lev Tolstoj – la cui conversione al vegetarismo avvenne all’età di 47 anni, per motivi etici –  verso un più alto livello di coscienza, di nonviolenza, di fratellanza. Il primo gradino infatti è il titolo di un suo saggio sul mangiar carne e sui macelli (Tolstoj, 1891), nel quale il grande scrittore russo descrive il suo vissuto emotivo e tutta la sua indignazione nell’assistere all’uccisione di un maiale. Anche il Mahatma Gandhi esprime lo stesso pensiero: “Sento che il nostro progresso spirituale ci porterà a smettere, prima o poi, di uccidere altre creature per soddisfare i nostri bisogni materiali” (Mahatma Gandhi 1869-1948).

All’occhio attento dello psicologo non sfuggono però alcuni eccessi tipici della scelta alimentare vegetariana/vegana, eccessi che vanno da un marcato timore di contaminazioni, al dogmatismo, al radicalismo e al proselitismo, proprio come accade con le religioni. La stessa scelta può anche essere vista nell’ottica di un’identificazione inconscia con la debolezza e vulnerabilità degli animali, “vittime indifese di questo mondo spietato” o del rifiuto della società “carnivora” ed insensibile alla vita: una scelta difensiva o una ribellione verso un mondo sempre più “contaminato”. Se è vero che il vegetariano ha un conto in sospeso con la fragilità e con l’aggressività, possiamo ipotizzare che l’integrazione tra la sua coscienza etica e l’inconscio potrebbe sollevarlo dalla rigida regola alimentare e renderlo libero di fare una “scelta” alimentare più consapevole e forse meno rigida.

Per chi convive con gli animali e li ama, il rifiuto di mangiarli acquisisce un diverso significato ed è considerato molto più “sano” e adeguato dal punto di vista psicologico dei paradossi che caratterizzano i carnivori.

La signora Teresa, una donna di mezza età, di modesta condizione sociale, mi racconta che un giorno, di ritorno a casa dopo una giornata di lavoro, ha sentito nell’aria un particolare odore che proveniva da una pirofila fumante: era il gatto di casa cucinato da suo marito, che lo stava mangiando tranquillamente, dinanzi al suo sguardo attonito. Non sono mai riuscita a trovare una definizione psicologica per un comportamento così dis-umano.

Il discorso si fa più complesso se parliamo dei vegani, la cui scelta alimentare molto più restrittiva rispetto a quella vegetariana si fonda su una filosofia di vita biocentrica, che ricerca l’armonia con la Natura ed aborrisce l’uccisione e lo sfruttamento degli animali in qualsiasi forma: nutrimento, mungitura o abbigliamento. Uno stile di vita radicale, dalle drastiche conseguenze dal punto di vista economico-sociale perché in contrasto con un sistema produttivo al quale l’alimentazione di origine animale è indispensabile. Secondo una visione psicologica di tipo normalizzante, il vegetarianismo viene considerato “sospetto” e il veganismo indubbiamente “patologico”. In questo caso viene utilizzato un vocabolario stigmatizzante nei confronti di chi si rifiuta di mangiare animali, un vocabolario che potrebbe essere definito “vegefobico”. L’astensione dagli alimenti di origine animale viene considerata secondo questa visione come un vero e proprio “sintomo di copertura”: un modo per mascherare un disordine alimentare più profondo come l’anoressia, e così via. In questa ottica i vegani potrebbero essere annoverati tra coloro che sono affetti da patologie alimentari più o meno gravi.

I sogni di Romeo[7], 49 anni, hanno in qualche modo annunciato la sua imminente “scelta” di una alimentazione vegana: una fabbrica di dolci a conduzione familiare, divisa in due parti: la produzione (con gli operai che si lamentano) ed il settore di vendite (dove gli acquirenti sono persone grottesche che gli ricordano i film di Fellini). C’è un grande tubo dove passa il dolciume che poi esce nella parte commerciale per essere venduto e consumato. Romeo associa questo grande tubo al pene ed ai rapporti sessuali (l’uomo ha difficoltà a provare un orgasmo sessuale, così come il Piacere in generale).

Si trova nella spiaggia al buio, il cielo è nero, il mare nero agitato. C’è un gruppo di ragazze bionde bellissime in un luogo recintato. Su di loro c’è un raggio di sole. Poi improvvisamente si alzano tante lastre isolanti davanti al mare impedendone l’acceso.

Un maggiore approfondimento esulerebbe dagli spazi e dagli scopi di questo testo, ma vorrei sottolineare due aspetti che vengono spesso trascurati in questi dibattiti: prima di tutto la capacità della persona che fa questo tipo di scelta alimentare di sentire e di godere, ma soprattutto di “meritare il Piacere”, in questo caso il Piacere del cibo. Secondo, ma non meno importante, è il rapporto della persona con il principio Femminile che rappresenta il Nutrimento per eccellenza, incarnato nella madre personale e nella Grande Madre Natura.

L’uomo predatore versus l’uomo ecologico

Un’altra corrente di pensiero, più filosofica che psicologica, al contrario dei vegefobici, vede la questione da un punto di vista più ampio ed evoluzionistico: considera i vegani più consapevoli e più adatti alla conservazione della specie e quindi gli esseri umani più all’avanguardia in tema di alimentazione. Nel vegano, secondo questa visione il concetto di “sopravvivenza” è stato ampliato e rielaborato; gli istinti primordiali si sono evoluti ed innalzati verso una sfera più armoniosa e innocua per l’ambiente. Dal punto di vista vegano, il termine “sopravvivenza” va molto al di là del senso di continuità della propria vita e della stessa vita della specie umana e abbraccia l’intero ecosistema Terra. Il vegetariano in questa ottica sarebbe allora l’anello di congiunzione tra l’uomo predatore/cacciatore e l’uomo ecologico, rappresentato attualmente dal vegano.
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Il punto di partenza della filosofia vegetariana/vegana e della psicologia di chi abbraccia questa alimentazione ha a che fare con l’abbattimento di due pregiudizi in particolare: lo specismo (la credenza nella superiorità di una specie – la nostra – sulle altre) e l’omocentrismo (la convinzione di essere al centro dell’universo e la nostra presunta superiorità rispetto alle altre specie, di conseguenza il potere di fare di loro ciò che vogliamo). Vegetariani e vegani non darebbero più per scontato questi principi e manifesterebbero, attraverso le loro scelte alimentari, tutto il loro rispetto per l’ordine naturale degli esseri e per la Natura.

Considerando i numerosi studi che negli ultimi anni hanno affrontato la questione della neurobiologia delle piante – che avrebbero coscienza di sé e sensibilità al dolore, che sarebbero in grado di comunicare e persino di apprendere – il discorso potrebbe allargarsi (pericolosamente) e qualcuno potrebbe arrivare persino a ritenere “colpevole” la stessa alimentazione vegetariana in quanto gli scienziati moderni sembrano concordi nell’affermare che il profumo di erba tagliata sarebbe l’equivalente chimico di un grido di dolore, il grido di dolore del vegetale!
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La fame di Vita

Nella tradizione cabalistica Dio “D-O”, o il Boré[8] non viene inteso nel suo solito significato religioso di un essere onnipotente da adorare e obbedire per essere ricompensati, ma è identificato con la Natura in senso ampio, considerata come una Unità. Secondo questa tradizione sapienziale l’evoluzione umana è l’evoluzione dei nostri desideri (o del nutrimento al quale aneliamo), desideri che si elevano da una dimensione di concretezza, come la sopravvivenza immediata, il cibo, la casa ecc. verso desideri e aspirazioni sempre più astratte, impalpabili come l’Armonia, l’Arte o la Giustizia. “Quale è la tua fame?” significa “Qual è la tua essenza?”. La fame siamo noi, abbiamo fame di ciò che riconosciamo come affine a noi stessi, di questo vogliamo essere nutriti. Anche per Abraham Maslow – esponente di spicco della psicologia umanistica, noto per aver ideato la cosiddetta “piramide di Maslow” – “quando parliamo dei ‘bisogni’ degli esseri umani, parliamo dell’essenza della loro vita”.

La fame/desiderio, in un senso più profondo, è l’anelito verso la Vita e il motore propulsivo di ogni nostra azione: ballare, scrivere, recitare… abbiamo fame di letteratura, di musica, di cinema… di verità, di poesia, di un altro essere umano. Per Jacques Lacan, ogni desiderio è sempre desiderio dell’altro ed ogni domanda è sempre una domanda d’amore. Visto da questa ottica tutti gli appetiti possono essere collegati e possono trasformarsi: possono evolvere dalla fame di divorare o possedere il mondo intero alla fame di essere Tutto ciò che esiste. Nella scuola del desiderio lo stato supremo è questa fame di Vita, Fame di ciò che trascende tutti i confini tra noi e gli altri, Fame d’Amore, di Unione e di Appartenenza.

 

 

[9]

[1] Un impasto di frutta, agnello arrostito e vino.

[2] La tradizione esoterica della mistica ebraica diretta all’interpretazione simbolica della Bibbia nel suo significato più intimo e segreto.

[3] È un’antica filosofia/religione basata sulla nonviolenza e ispirata agli insegnamenti di Mahavira (559-527 a.C.).

[4] A.G. Chizzoniti e M. Tallacchini, Cibo e religione, Libellula Edizioni, Roma, 2012.

 

[5] Da orthos, corretto, e orexis, appetito.

[6] Da una ricerca all’Università di Pennsylvania e Stanford, pubblicata sul Social Psychological and Personality Science.

 

[7] Il nome è naturalmente di fantasia, l’età è quella reale.

[8] Il nome di Dio per un cabalista è troppo potente per essere pronunciato.

Dal deserto alla Terra Promessa

 

 

Dal deserto alla Terra Promessa.

La via dell’individuazione/iniziazione

 

Non lascerò il mio spirito nell’uomo perché rimanga sterile.

Genesi 6, 3.

 

 

Il Dio ballerino
esodo1
Mi trovavo seduto sulla spiaggia al calare del sole e osservavo il movimento delle onde, sentendo allo stesso tempo il ritmo del mio respiro. Improvvisamente iniziai a percepire intensamente l’ambiente che mi circondava: mi sembrava che ogni cosa partecipasse a una gigantesca danza cosmica. Come fisico, sapevo che la sabbia, le rocce, l’acqua e l’aria intorno a me erano fatti di molecole e atomi in vibrazione e che tali molecole e atomi, a loro volta, consistono di particelle che interagiscono tra loro attraverso la creazione e la distruzione di altre particelle. Sapevo, nello stesso modo, che l’atmosfera della Terra era perennemente bombardata da piogge di “raggi cosmici”, particelle di alta energia che subivano multiple collisioni nella misura in cui penetravano nell’atmosfera. Tutto questo era per me familiare per via delle mie ricerche nell’ambito della Fisica dell’alta energia; fino a quel momento però tutto questo mi era arrivato attraverso grafici, diagrammi e teorie matematiche. Seduto sulla spiaggia quel giorno sentii che le mie conoscenze acquisivano vita. Così ho “visto” cascate di energia cosmica, provenienti dallo spazio esteriore, cascate all’interno delle quali particelle erano create e distrutte in pulsazioni ritmiche. Ho visto gli atomi degli elementi – così come quelli che formavano il mio corpo – partecipare a questa danza cosmica di energia. Sentii il suo ritmo ed ascoltai il suo suono. In questo momento compresi che si trattava della Danza di Shiva, il Dio ballerino, adorato dagli indù[1].

L’esperienza del fisico Fritjof Capra, autore del libro cult degli anni settanta Il Tao della fisica, così come viene descritta dall’autore, ci appare “illuminante”, nel vero senso del conoscere che è quello di “sentire il sapore” e coglierne l’essenza[2]. Secondo Platone la conoscenza deve essere fondata sul brivido che la bellezza desta nel cuore: più riusciamo ad assaporarla, più “entriamo nel segreto” e ci trasformiamo. È questa la “via di dentro”, attraverso la quale possiamo attingere a quella conoscenza viva che è contemporaneamente conoscenza di noi stessi. La via di fuori, la via esteriore alla conoscenza, tipica della scienza tradizionale, come ogni sapere acquisito con lo studio, rimane sempre dualistica: il conoscente e la cosa conosciuta, e conduce l’uomo ad una visione del mondo priva della sua grazia e del suo sapore, sganciata dai suoi archetipi fondamentali: una visione an-archica, nella quale si instaura un ordine apparente, le cui leggi non sono più in relazione con quell’armonia naturale che nasce dalla connessione di ogni cosa con il suo modello ontologico, possiamo anche dire “divino”.

Ogni ideologia o scienza che non si basa su questa connessione fondamentale è in fondo illusoria, un’utopia nel senso etimologico del termine che significa un “non luogo”: “conoscenza ottenuta attraverso lo scasso”, come viene descritta in ambito cabalistico. Nell’ottica di una rottura totale tra la conoscenza che emerge dall’interno e quella acquisita dall’esterno, quest’ultima “libera il pensiero ma aliena l’anima”. Pensiero che una volta reso autonomo perde tutta la sua linfa e genera “il parassita” che separa e prosciuga ogni cosa dalla sua forza vitale, la cui corrispondente definizione profana-occidentale è la Peste descritta da Wilhelm Reich: uno stato di alienazione normalizzata che genera morte. Morte, come vedremo in seguito, che può aprire le porte ad una nuova nascita.

Nel racconto biblico, il dramma della caduta consiste nell’abolizione totale dei fili che allacciano ogni cosa alla propria radice archetipica, la fonte di Vita, e di conseguenza al mondo tutt’intorno. Il serpente della genesi è l’elemento “perverso” che conduce l’uomo ad acquisire la conoscenza solo esteriore, conoscenza che “cosifica” il mondo, lo manipola con la sua visione inanimata e meccanicista che nulla ama e nulla trasforma; e l’uomo, cieco dinanzi alla propria interiorità, rimane cieco alla profondità di ogni realtà, che gli sfugge tra le dita come la sabbia del deserto.

 

Il dramma della caduta

Dalla cacciata dal giardino dell’Eden, al mito platonico dell’androgeno, a Cartesio che afferma: “Penso, quindi esisto”, se penetriamo sempre più intimamente nel mondo dei miti e credenze che hanno dato origine alla nostra attuale visione del mondo, riusciamo a cogliere il significato profondo e la genesi del dramma cosmico: il “dramma della separatezza” tra noi e il mondo, tra noi e gli altri. Da questo dramma e dal conseguente dolore prende forma tutta la nostalgia umana, tutto il rimpianto verso una completezza che ci appare come definitivamente perduta.

L’eterno problema del male, della sofferenza o della “sindrome da nullità” rimanda in primo luogo a questa separatezza che intorpidisce il cuore e rende l’uomo anestetizzato: un uomo che non reagisce più a ciò che scorge dinanzi a sé e che trasforma ogni cosa pulsante e viva e tutta la bellezza del mondo in un deserto di monotonia, il deserto nel quale oggi viviamo.

L’uomo del deserto è colui che ha distrutto ogni collegamento con i suoi spazi interiori, con il suo “centro di gravità permanente”, direbbe Battiato. Stando alle nostre tradizioni spirituali, ogni essere umano è, nel suo nucleo interiore, pura essenza e questo doloroso vissuto di alienazione viene descritto come “Il seme divino prigioniero nell’uomo”. È questa totale estraneità dalla propria vita interiore che genera il parassita e tutte le forme di schiavitù.

Contrariamente a ciò che sosteneva Descartes, la nostra tradizione spirituale può affermare, riferendosi a questo Centro essenziale dell’uomo: “Io sono; dunque io penso”. Come ci descrive Capra, siamo esseri vibranti in un cosmo vibrante. Tutto intorno a noi danza e canta l’inno della Vita, quel suono magico che intesse l’armonia dell’universo. La disarmonia nasce quando stoniamo, quando emettiamo suoni disarticolati e cacofonici e non partecipiamo più a questa misteriosa armonia sonora; quando, nell’universo lacerato, tutto diventa “cosa” in una sorta di riduzionismo omicida.

“Ogni cosa viene ridotta alla sua stretta apparenza, dietro la quale niente lampeggia di un’altra luce, niente sussurra di un altro dire, nessun profumo si sprigiona, nessuna danza viene accennata che possa coinvolgere il Verbo e renderlo in essa tangibile! Nessun cuore batte. Tutto è glaciale, compreso quel ‘Dio morto’ che alcuni ancora cantano in occidente, nei templi vuoti di tante parrocchie, i quali per restargli fedeli divengono infantili e tradiscono se stessi”[3].

Nessun movimento ecologico riuscirà mai a ritrovare l’armonia perduta con la Natura se non sentiamo di nuovo palpitare la Vita in noi e dietro ad ogni cosa intorno a noi, se non riusciamo a danzare la danza della vita. Se come bozzoli/boccioli non ci abbandoniamo alla nostra metamorfosi, e facciamo ritorno alla nostra Fonte: secondo la Cabalà, la nostra origine e divenire.

 

La conoscenza che trasforma

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“Chi mi farebbe vedere una rosa con la sua trasparenza e con il profumo così penetranti, se io non l’amassi? Chi mi farebbe scoprire il volto d’un essere fin nel sorriso o nelle lacrime del cuore, se io non l’amassi?”[4].

Nella “illuminazione” di Capra, la conoscenza che ne deriva nasce dall’unione – lo sposalizio sacro nel linguaggio cabalistico o la coniunctio oppositorum nel lessico junghiano – tra “grafici, diagrammi e teorie matematiche” e le sue visioni/immagini, sensazioni/emozioni: “cascate di energia cosmica, provenienti dello spazio esteriore […] suoni, ritmo e la danza cosmica di energia: la danza di Shiva, il Dio ballerino, adorato dagli indù”.

Ogni evoluzione comporta una coniunctio e gli opposti più difficili da ricongiungere sono proprio quelli che una volta integrati generano i più importanti e duratori conseguimenti: i grandi opposti archetipici Maschile/Femminile, la cui forza erotica rimane l’elemento più misterioso e sacro della nostra esistenza, possono essere considerati “l’alfabeto mitico” di ogni conoscenza: la forza che, diretta verso lo Sposo divino, la coscienza, presiede al matrimonio dell’uomo con se stesso.

L’amore, visto da questo punto di vista, non è un sentimento, nel senso in cui siamo abituati pensarlo, ma un grande processo naturale: è il principio di attrazione, di desiderio e di tensione tra gli opposti; il motore della nostra evoluzione e la forza propulsiva che conduce alla sintesi degli opposti. Per lo “sposo” (la coscienza), l’inconscio ricco di potenzialità latenti è una “sposa” allettante: pura forza vitale e un crogiolo di informazioni nel senso più ampio del termine: informazioni vive e dinamiche che non solo “informano” ma forgiano l’essere umano dall’interno. Questa conoscenza, secondo la Cabalà, non solo guarisce colui che conosce, ma lo trasforma a poco a poco “in luce”.

L’illuminazione non è altro che l’unione con il femminile profondo, il nostro “cosmo interiore”, che ci apre alla conoscenza naturale del Cosmo esteriore in quanto sono ambedue i poli di una stessa realtà. Questa conoscenza del segreto che si trova negli abissi più profondi di noi stessi è la più struggente ed elevata esperienza d’amore. Conoscenza-amore che non potrà mai essere definita come una conoscenza nel senso intellettuale del termine, si tratta piuttosto di un evento soggettivo: l’emersione della coscienza nella quale l’oggetto di conoscenza viene così pienamente assimilato da formare un tutt’uno con il conoscente. È conoscenza che non richiede sforzo di memorizzazione perché riguarda qualcosa che già esisteva potenzialmente e che giaceva dormiente in ogni nostra cellula. Non possiamo, in questo caso, parlare di memoria nel senso comune del termine, ma di qualcosa come di una “memoria cellulare” che viene, come dire… “risvegliata”[5].

È attraverso questo incontro di ogni essere umano con la “sposa delle profondità” che possiamo fare ritorno nel giardino dell’Eden, il “giardino del godimento”, e provare l’indescrivibile piacere e l’ebbrezza di esistere, prima sconosciute. Da questo godimento nasce un “figlio” nuovo, il figlio di quel piacere misterioso che pervade il nuovo stato dell’essere: un altro modo di sentire, dotato di una tale carica vitale da fare vacillare le fondamenta di due elementi prima estranei l’uno all’altro, e che, unendosi, “spiccano il volo”: il passaggio ad uno stato soggettivo totalmente diverso. Secondo la Cabalà l’uomo è ontologicamente creato per vivere attraverso infinite trasformazioni questo misterioso evento naturale: ri-nascere attraverso un altro ordine di parto, quello della sua interiorità.

 

Va verso di te

A tutti noi Dio[6] chiede ciò che ha ordinato ad Abramo: “va verso di te”. Nel momento in cui arriva questa “chiamata” ognuno di noi è in realtà tragicamente solo, ma ancora più tragico sarà non rispondere all’appello. Andare verso se stessi significa trovare la forza di porsi le domande cruciali dell’esistenza, quelle più difficili, non solo quelle che provengono dell’ego (i nostri “chi?” abituali). Domande che ci rimettono “in carreggiata” ed in contatto con quella forza nascosta che sottende tutta l’esistenza, forza che ci muove in direzione del superamento di noi stessi, così come ci conoscevamo (il nostro ego). È questo Il vero ESODO ̶ l’archetipo della evasione ̶ l’unico percorso di uscita del deserto della schiavitù. Questa fuga dal deserto interiore verso la “Terra promessa” è archetipicamente simbolizzata dalla grande avventura del popolo ebraico.

Se non ascoltiamo la chiamata o ci rifiutiamo di intraprendere questa via di individuazione/verticalizzazione fino alle sue ultime conseguenze, le nostre potenzialità di crescita interiore procederanno inconsciamente, ma nel percorso inverso: cresceranno dentro di noi come un corpo estraneo e maligno: una crescita all’incontrario, pericolosa e distruttiva, che anziché sanare la personalità finisce col provocare ulteriori sofferenze. Durante questo lungo e tormentato cammino, piacere e dolore divengono i nostri compagni di viaggio e fattori determinanti di conoscenza e rivelazioni.

 

La maschera o la tunica di luce
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Non possiamo aprire le finestre al mondo se non spalanchiamo prima di tutto i nostri confini interiori. Solo allora possiamo scorgere un’altra luce che illumina una realtà che è totalmente nuova. Luce che si spegne quando il nostro sguardo si volge sempre più annebbiato su un mondo rassicurante e prevedibile fatto di mattoni e cemento.

La condizione di caduta, rappresentata dagli ebrei nel deserto egiziano prima dell’Esodo, è una condizione esistenziale senza tempo che appartiene anche all’uomo moderno, definito in termini cabalistici “costruttore di mattoni”. Anziché andare verso l’estasi della propria realizzazione nell’unione con la “madre delle profondità”, l’uomo del deserto “costruisce mattoni” e ciò significa una ricerca perenne di una sorta di beatitudine nelle conquiste esteriori: nell’“immagine” di se stesso, nel look, nel consumo sfrenato, nella veste professionale, nelle banalità condivise. “Costruirsi un’immagine” (i mattoni) appartiene al mondo dell’inconsapevolezza; è la sostituzione narcisistica di ciò che ogni uomo è chiamato a conquistare interiormente: il suo Nome segreto, in rapporto al quale, il nome al quale rispondiamo non indica che la nostra maschera sociale. “Persona”, come la definisce Jung, che assume la propria dimensione umana, nel senso più elevato di questo termine, solamente quando entra in risonanza con “il seme”, il germe di vita sul quale è modellata la propria veste essenziale. Nella Cabalà si parla di “un suono fondamentale che viene dal Verbo” e che scolpisce ogni essere vivente partendo dalla sua radice ontologica. L’uomo che, come Narciso, persegue l’immagine esterna anziché la propria identità interiore, non può che fabbricare mattoni. L’uomo cosciente di se stesso e artefice del proprio nome è “pietra”.

 

Le piaghe

Nel momento in cui arriva la prima delle dieci piaghe dell’Egitto – le acque cambiate in sangue; le rane; il parassita; l’insetto; la peste; la lebbra; le grandine; la cavalletta; le tenebre… – ognuna simbolizzando una differente fase del processo di trasformazione – inizia per gli ebrei un lento processo di distinzione tra ciò che è compiuto, rappresentato dalla terra promessa verso la quale essi tendono, e ciò che resta ancora nelle tenebre dell’incoscienza, rappresentato dagli egiziani. Alla fine della descrizione di ogni piaga, nel libro sacro viene ripetuta la frase: “…e il cuore del faraone s’indurì sempre di più come aveva preannunciato il Dio”. Questo “indurimento del cuore del faraone” sta per il percorso di liberazione degli ebrei come l’avversario di ogni combattente nelle lotte orientali. Secondo il principio delle arti marziali, l’avversario non è mai il nemico, ma è colui che si oppone al lottatore perché costui, dinanzi a tale resistenza, sprigioni una nuova forza. È lo stesso principio dei lavori corporali eseguiti dai “facilitatori” durante le sedute di respirazione olotropica che tendono anch’essi all’intensificazione temporanea dei sintomi, il che porta successivamente alla loro dissoluzione.

Più arido è il nostro deserto, più intensa sarà la nostra sete, il nostro furore e la nostra passione. Così avviene nel percorso di individuazione/iniziazione: siamo chiamati alla trasformazione e nello stesso tempo mantenuti forzatamente nei nostri deserti; spinti verso una nuova nascita ma trattenuti nell’oscuro passaggio verso la luce: nati per la libertà, ma tenuti prigionieri. Ciascuna delle piaghe ci sprofonderà sempre di più nell’abisso che separa l’egiziano in noi dall’ebreo che anche noi siamo e dalla Terra promessa: la rinascita o lo “sposalizio” con il femminile profondo potrà avvenire solo alla fine di questo drastico processo di separazione di ciò che era prima oscuramente confuso.

La tradizione biblica considera il primogenito di ogni creatura come “l’immagine del Dio invisibile” ed è attraverso la decima e ultima piaga – la morte dei figli primogeniti e dei primogeniti degli animali – che viene raggiunto il momento clou dell’opposizione, il punto di rottura. È il momento nel quale le due forze opposte si scontrano, momento che implica di fatto il salto nell’ignoto ed una morte. Ogni essere umano può fare esperienza di questa morte e della propria ri-nascita nell’attimo in cui il buio dell’incoscienza si squarcia per lasciar scaturire la luce.

 

Giona

Agli scribi e farisei, gli intellettuali dell’epoca, che gli chiedevano di fare miracoli, Gesù rispose: “Non ve ne saranno dati altri, se non quello di Giona. Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra…”[7].

Il profeta Giona, disobbediente alla chiamata divina, anziché andare verso Ninive, la capitale nemica degli Assiri, per annunciare la parola di Dio, s’imbarca per Tarsis, sottraendosi così alla propria missione. Sopraggiunge una tempesta, i flutti si sollevano insidiosi, mettendo a rischio la nave che minaccia d’affondare. I compagni d’imbarcazione terrorizzati interrogano i cieli e scoprono che era proprio lui, Giona, il viaggiatore sconosciuto, la causa e l’origine del dramma. Lo gettano in mare ed un grande pesce lo inghiotte. Giona rimane nel ventre dell’animale tre giorni e tre notti, ma quando finalmente si ricorda del destino assegnatogli da Dio, il grande pesce lo rigetta sulla terra ferma.

Lo stato di Giona nella nave è la desertica condizione dell’auto tradimento, la condizione di chi non ha ascoltato la chiamata verso il proprio mondo interiore. “Volgere lo sguardo verso l’alto e ricordarsi del destino assegnatogli da Dio” significa scorgere finalmente ciò che va oltre la prigione. Non solo percepire la propria appartenenza ad un Insieme molto più ampio, ma anche pensare in termini d’insieme, senza doversi soffermare sui singoli aspetti personali. Solo allora possiamo comprendere che ciò che appare assurdo o contradittorio può essere semplicemente un frammento temporaneo che al momento non siamo ancora in grado di integrare in una dimensione più vasta e rendere coerente e comprensibile. Quando per un breve instante l’uomo del deserto “alza gli occhi al cielo” e scorge qualcos’altro sopra la sua testa, inizia per lui la vita travagliata e insidiosa del “mutante”. Nelle parole di George Bataille: “Non dimenticherò mai ciò che di violento e di meraviglioso si lega alla volontà di aprire gli occhi, di guardare in faccia quel che accade, ciò che è. Ed io non conoscerei ciò che accade se non sapessi nulla del piacere estremo, se non sapessi nulla dell’estremo dolore”[8].

Tragedia e gloria dell’essere umano derivano dal fatto di potersi identificare contemporaneamente con gli aspetti contrastanti dell’esistenza, la forma esteriore e la vita (interiore). La testa fra le nuvole e i piedi affondati nel fango della vita quotidiana, gli occhi chiusi che non vedono la bellezza del mondo, è questa la condizione dell’uomo del deserto: drammaticamente sospeso tra il cielo e la terra, in costante oscillazione tra gli opposti, è egli stesso, lacerato, un campo di battaglia che ci ricorda il Kurukshetra, quando Arjuna proprio per la sua purezza e nobiltà d’animo ne esce vincitore con l’aiuto di Krishna che gli rivela gli insegnamenti della Bhagavad Gita.

Come afferma Albert Camus, la felicità va ricercata alle radici dell’infelicità. E Jung nel suo Libro Rosso ci ricorda che è nel fondo della sofferenza che un uomo si risveglia… al sorgere dell’Eterno in sé. E ciò accade proprio nell’attimo stesso in cui le tenebre preannunciano l’emergere dall’abisso e la rinascita. In questo momento la tentazione della regressione è sentita più fortemente, ma nella misura in cui ne siamo consapevoli e prendiamo parte attiva in questo mutamento la sofferenza viene sostenuta con dignità e l’esito sarà fruttuoso.

Il dramma della creazione e la storia della rivelazione ci vengono tramandati da millenni nell’intento di offrirci il “libretto di istruzioni” per operare l’integrazione degli opposti: luce e tenebre, corpo e anima, libertà e prigionia e in particolare Maschile e Femminile che, in un certo senso li raccoglie e li sintetizza. È attraverso questa sintesi che ciò che è invisibile emerge nel mondo visibile, attraverso il pensiero, l’immaginazione o l’opera creativa. E noi possiamo allora vedere e conoscere.

 

Il riscatto

In tutti i campi del sapere, oggi, la scienza attinge a valori che hanno attinenza con “l’esodo dal deserto” e con la trascendenza: la materia inerte inizia a rivelarci i suoi segreti; la matematica e la fisica moderna sconfinano con la mistica e con la metafisica; la medicina sembra non poter più ignorare il grande Mistero della morte e della nascita e la psichiatria si interroga sempre di più circa la vera natura delle malattie mentali. Stiamo iniziando ad afferrare un segreto antico e nuovissimo allo stesso tempo, che si integra con la scienza più moderna in un viaggio affascinante nel nostro profondo sentire.

Una frase del grande Maestro di vita mi fa molto riflettere: “Hai fatto il tuo dovere” dice Gesù, “sei un servo inutile”[9]. Ma cosa c’è oltre il nostro dovere? Forse, alla luce di quanto detto finora: l’esodo dal deserto ed il riscatto a caro prezzo della nostra presenza in questo mondo.

Scrive Camus: “…anch’io come tutti, avevo letto dei racconti sui giornali. Ma certo esistevano libri speciali che non ho mai avuto la curiosità di consultare; in essi forse avrei trovato racconti di evasione. Avrei saputo che almeno in un caso la ruota si era fermata, che in quel precipitare irresistibile, una sola volta, il caso e la fortuna avevano cambiato qualcosa. Una volta! In fondo credo questo mi sarebbe bastato: il mio cuore avrebbe fatto il resto”[10].

Se una sola volta viviamo ciò che archetipicamente ci viene descritto come “l’Esodo degli ebrei dal deserto”, o dalla prigione del nostro deserto/ego, se “anneghiamo” e veniamo finalmente espulsi dal ventre del grande pesce, conosciamo l’infinito e forse, per un attimo, abbiamo intravisto la Luce. In questo travagliato viaggio agli albori dell’anima, è come se piantassimo le nostre radici nel suolo fertile e potessimo finalmente germogliare.

 

 

 

[1] Capra, F., O Tao da Fisica, Editora Cultrix, Sao Paulo, 1983, p. 13 (T.d.A.).

[2] La stessa parola “sapienza” viene dal latino sàpere, che significa “aver sapore”.

[3] Souzenelle. A., L’Egitto interiore. Le dieci piaghe dell’anima, Servitium editrice, Troina, 2007, p. 87.

 

[4] Ivi, p. 112.

[5] In ambito esoterico si ipotizza l’esistenza di una memoria “cellullare”. Gli scienziati indagano sull’argomento, ma ancora non sono arrivati ad accertarne l’esistenza. Oggi si parla di una memoria cellulare che potrebbe appartenere ad ogni tipo di organismo vivente, persino all’acqua.

 

[6] Dio nel senso descritto da Ken Wilber di “vertice archetipico della propria coscienza” o il Dio/Natura dei cabalisti.

[7] Matteo 12, 39-40.

 

 

[8] Bataille, G., L’erotismo, ES, Milano, 1997, p. 246.

[9] Luca 17, 10.

[10] Camus, A., Lo straniero, Omnibus Euroclub, p. 107.

Mondi invisibili

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Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale ( Alpes Italia, 2013).

Un viaggio attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria che la cultura scientifica fatica ad integrare. Il libro è una sintesi del lavoro svolto dall’autrice e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della psicologia del profondo. Qui troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di respirazione olotropica. Le narrazioni, a volte incredibili a volte straordinarie, ci mostrano come la tendenza fondamentale di questa procedura sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica. Colpiscono profondamente i casi che non avrebbero mai potuto avere un vero accesso ad una psicoterapia classica: prostitute, portatori di dipendenze, outsider. La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita, possono riconoscere l’esigenza psicologica di un rapporto con la dimensione del sacro.

Spazi oltre il confine

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Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015).

Virginia Salles, divulgatrice della psicologia transpersonale in Italia, condivide con il lettore la sua ricerca e il materiale raccolto sul campo, nella pratica della psicoterapia a indirizzo junghiano e transpersonale. L’autrice attinge dai sogni, dall’immaginazione, dagli stati non ordinari di coscienza, dalle fiabe, miti, riti ancestrali, con uno sguardo attento all’esperienza millenaria della Cabalà. La terapia è intesa sia come superamento del sintomo, sia come un vero atto creativo: l’espressione della nostra realtà interiore per attingere a una più autentica umanità e a una visione dell’esistenza più ampia e più completa. È attraverso l’angoscia, lo stupore, la disperazione e dal riconoscimento di sé, attuata con la sofferenza, che nasce il nostro più prezioso bagaglio di conoscenza. Sofferenza di cui molte volte saremo grati, alla vita o al destino, per averla sperimentata. La sofferenza di cui ci parla la Salles è tra le più enigmatiche e affascinanti che si conoscano. Esperienze come quelle vissute da molte persone ci costringono a guardare verso gli abissi interiori, a scrutare l’infinito e a rimanere vis à vis con qualcosa che solo ora su rivela.

Biografia

Virginia Salles
Virginia Salles, nata a Bahia (Brasile) ha studiato alla Sapienza, a Roma, dove vive e lavora. Di formazione junghiana e transpersonale, esercita la professione di psicoterapeuta individuale e di gruppo.
Ha fondato, insieme ad Aldo Carotenuto ed altri colleghi, il “Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto” e ha svolto, presso la Cattedra di Psicologia della Personalità e delle Differenze Individuali, Università La Sapienza (Roma), seminari sulle “Radici magiche della psicologia del profondo” (sui riti di possessione nelle religioni afrobrasiliane) e sulle “Potenzialità terapeutiche degli stati non ordinari di coscienza” (l’inconscio visto da C.G.Jung e da Stanislav Grof) dal 1990 al 2002.
Conduce a Roma gruppi di respirazione olotropica. Certificazione G.T.T.( Grof Transpersonal Training), training internazionale tenuto da Stanislav Grof.
É autrice dei libri “Agua scura”, edito da Di Renzo Editore, 2005, “Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale” ( Alpes Italia, 2013) e “Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà” (Alpes Italia, 2015) e di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale..
Svolge l’attività di psicoterapeuta presso lo studio: Via Vinicio Cortese 158 – (Roma) e presso Via del Moro 58, Trastevere, vicino Piazza Trilussa (Roma)


studio

Recensione a Spazio oltre il confine di Gilberto Villela

Oltre il confine del setting tradizionale

Di Gilberto Villela, Roma

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Il libro di Virginia Salles è molto stimolante e offre svariati spunti di riflessione. I capitoli sono articoli scritti in momenti diversi e ognuno è orientato più specificamente verso un determinato aspetto della psicologia del profondo e transpersonale. I capitoli hanno una propria autonomia e possono essere letti indipendentemente, o seguendo un qualsiasi ordine scelto. Hanno una struttura a rete. Mentre si prosegue la lettura si osserva che ogni capitolo è intimamente interconnesso agli altri.

Nonostante la varietà dei temi trattati e la diversità dei piani, il libro ha un comune denominatore, cioè la nozione di confine, o più precisamente del superamento dei confini già indicato dal titolo. La lettura diventa particolarmente interessante nell’avvertire la vivace passione e eleganza con cui l’autrice si muove, integrando con abile coerenza la sua esperienza umana e professionale. Nel farlo, esprime coraggiosamente il proprio pensiero, in continuo dialogo con la voce di svariati autori, che come lei osarono “cantare fuori dal coro”. Nonostante la loro diversità, questi autori hanno in comune la libertà di pensiero, la curiosità, il coraggio e il senso dell’avventura, l’esplorare nuove regioni della mente e della realtà e, last but not least, uno spiccato entusiasmo e passione per la vita.

Il confine è a mio vedere il filo rosso che attraversa tutto il libro percorrendo regioni di frontiera dove si osserva la tipica tensione e conflitto tra l’insofferenza dei confini vissuti come gabbia e il vitale bisogno o desiderio del superamento di questi confini. Sarebbe possibile commentare ogni capitolo del libro tenendo in mente come nucleo tematico questo campo di forze.

Nella psicoanalisi freudiana il setting è un elemento basico e a tal punto centrale da essere spesso trattato come un sinonimo del proprio metodo psicoanalitico. Il setting definisce un contesto clinico ed è delimitato da precisi confini. Lungo la storia della psicoanalisi, una grande parte della letteratura tecnica e teorica ha messo a fuoco la questione del setting. I problemi e le difficoltà della gestione del setting e del suo adeguamento alla realtà clinica del paziente hanno generato negli anni una vera e propria battaglia sulla tecnica con una visibile impronta ideologica[1].

Nel considerare il “setting olotropico” è necessaria un’attenta valutazione delle capacità di una determinata persona di mettersi in contatto con “l’ignoto” o con traumi sepolti. Si deve inoltre poter contare su un setting adatto e un terapeuta rassicurante e fiducioso, che abbia molto tatto e un grande rispetto del timing. E non solo, è anche molto importante che il terapeuta abbia lui stesso intrapreso una avventura “oltre il confine”. La mia esperienza con Virginia, nelle varie dimensioni della nostra conoscenza, ma anche da quello che posso percepire come lettore dei suoi scritti, mi permette di dire che lei possiede queste qualità.

Commenterò il setting terapeutico della respirazione olotropica prendendo in considerazione i primi due capitoli del libro, “L’angelo dell’angolo della casa rotonda” e “SOS Emergenze spirituali”, nei quali Virginia parla prevalentemente della sua esperienza clinica con questo tipo di terapia esperienziale. Il mio interesse nel commentare questo aspetto clinico è collegato al fatto di trovarmi in una particolare posizione che mi consente una doppia visuale, sia a partire dalla mia esperienza come psicoterapeuta sia da quella vissuta come “respiratore”, dato che ho partecipato a diversi gruppi di respirazione olotropica.

Ritengo che il setting transpersonale adoperato da Virginia sia un elemento fondamentale e che offra un importante sostegno al buon andamento dei processi terapeutici presenti nel suo lavoro. È un setting particolare e diverso da quelli tradizionali di ispirazione freudiana o junghiana. Forse in questo senso dovrei utilizzare l’espressione “setting” tra virgolette. Il sorprendente cambiamento di Elma, nel passare dalla condizione di una “paziente psichiatrica” alla conquista della capacità di sognare e intraprendere un percorso di autonomia (descritto nel capitolo “SOS Emergenza spirituale”), come viene raccontato da Virginia, ci dà un’idea delle potenzialità che questo tipo di lavoro può far emergere.

Nel mettere a fuoco il “setting olotropico” elencherò di seguito, un po’ schematicamente, alcuni elementi che lo caratterizzano. Con questa descrizione penso di poter chiarire non solo la sua peculiarità, ma anche il perché lo ritengo adatto all’esperienza di esplorazione degli spazi oltre il confine.

Il processo terapeutico (tipico) è composto da due tempi: un primo tempo, di preparazione, ha inizio con una psicoterapia individuale in un setting junghiano. L’attenzione si concentra maggiormente sull’analisi dei sogni. L’analista inoltre favorisce lo sviluppo dell’Io e stimola la curiosità del paziente verso una ricerca personale e il suo movimento verso una maggior autonomia. In un secondo tempo si può accedere ad un altro setting di gruppo: la respirazione olotropica.

Nei casi in cui il paziente è desideroso e ritenuto preparato ad andare oltre il confine del setting iniziale (junghiano) può proseguire il suo percorso facendo esperienza di questo nuovo “setting”, più adatto e contenitivo per una esperienza più radicale e profonda: i gruppi di respirazione olotropica (tecnica inspirata al lavoro di Stanislav Grof).

Il “setting” olotropico offre il necessario sostegno e rappresenta un cambiamento importante, date alcune delle caratteristiche che lo contraddistinguono. Nel gruppo di respirazione: si passa dal setting individuale al “setting” di gruppo; si passa dal lettino alla posizione sdraiata per terra; si passa dalla comunicazione prevalentemente orale e visuale all’esperienza di respirazione profonda, che favorisce e stimola l’introspezione e il contatto interno profondo: la percezione delle sensazioni corporali, del flusso di immagini e di emozioni. Tutto questo viene facilitato dall’uso di bende che occludono la visione, in un ambientale accogliente, accompagnato da un continuo flusso di musiche evocative. Nel gruppo si passa inoltre dalla posizione di asimmetria analista-paziente a una posizione di parità e reciprocità con il sitter (assistente): una presenza silenziosa e rispettosa, che rimane a fianco del “respiratore” potendo essere d’aiuto quando sollecitato. Virginia osserva il movimento dei “respiratori” e interviene solo quando sente che sia necessario. Il “respiratore” in un secondo tempo diventa, a sua volta, il sitter del suo precedente sitter. Tale inversione delle posizioni mi sembra arricchire l’esperienza che può essere vissuta dai due fronti.

Inoltre, nei gruppi avviene una notevole dilatazione del tempo che passa dai 50/60 minuti della seduta alle 5/6 ore di esperienza nel gruppo. Una tale dilatazione del tempo inspira un senso di atemporalità, uno stato di “flusso” che favorisce l’immersione nei nuclei creativi. Considerando la lunga durata di ogni gruppo e la profondità dei possibili “viaggi”, sono utili per l’organizzazione dell’esperienza i momenti iniziali di riscaldamento e il racconto dei sogni, ben come il lento percorso verso il termine. La realizzazione della mandala e la successiva condivisione dell’esperienza con i membri del gruppo aiuta a elaborare e a “finire” l’esperienza anche se l’esperienza interiore continuerà a evolversi nel tempo…

 

Roma 15 maggio 2015

[1] Freud e i suoi più fedeli discepoli, in accordo con i precetti tecnici di Freud, hanno sempre difeso la necessità di una rigorosa manutenzione del setting mentre d’altro canto svariati psicoanalisti, a cominciare da Ferenczi, avvertirono molto frequentemente l’esigenza di adoperare una tecnica più malleabile e un setting più flessibile nel lavoro con alcuni tipi di pazienti, generalmente quelli più disturbati. Una delle obiezioni ai cambiamenti del setting era che tali cambiamenti (l’allungamento delle sedute, la diminuzione dell’asimmetria analista-paziente, l’accettazione di espressioni non verbali, dei sintomi, ecc.) favoriva l’attivazione incontrollata della patologia, degli acting out e di tutta una serie di sintomi “disturbanti”, infine una regressione contraria al buon andamento dell’analisi classica. Winnicott e Balint (il principale seguace di Ferenczi) sono stati praticamente gli unici a valorizzare la regressione nella sua valenza positiva, ritenendola intrinsecamente necessaria e terapeutica (Franz Alexander con la tecnica dell’Esperienza emozionale correttiva è stato criticato dall’ortodossia e allontanato dal campo della psicoanalisi ufficiale). Balint e Winnicott hanno contribuito enormemente all’aumento della sensibilità clinica nei confronti delle nuove tipologie di pazienti. Cioè, coloro che esulavano dalla tipologia più marcatamente nevrotica, e pertanto non riuscivano a inquadrarsi o a beneficiare di un’analisi entro i confini del setting classico. Lavorando nell’ambito degli stati regressivi, Winnicott ha diretto la sua attenzione clinica al processo regressivo verso la dipendenza assoluta, mentre Balint ha distinto due tipi di regressione: la regressione benigna (o per il riconoscimento) e la regressione maligna (o per la gratificazione). Non c’è spazio qui per descrivere le caratteristiche dei loro setting. C’è da rilevare soltanto che, anche se loro hanno contribuito ad allargare e ad affinare il setting rendendo la situazione clinica più malleabile e facilitante, il fatto di seguire comunque alcuni aspetti del setting tradizionale non permetteva loro di offrire lo spazio e il di tempo necessari ad una regressione ottimale. C’è anche il fatto che la flessibilità del setting in una analisi intensiva come la loro (da tre a cinque sedute settimanali) favoriva l’attivazione di un processo di regressione verso la dipendenza totale del paziente, comportando rischi e problemi considerevoli, nel caso in cui non fosse fatta una accurata selezione dei pazienti.

 

 

INTERVISTA A LAERCIO FONSECA

 

 

Di Virginia Salles, Roma

 

fonseca

 

Fisico, astrofisico, specializzato in Cosmologia, Laercio Fonseca, nato a São Paulo nel 1955, è autore di circa 250 seminari in videoconferenz,e (anche su You Tube), numeroso libri e articoli su temi legati alle filosofie orientali, arti marziali, ufologia esoterica, fisica dei quanti e spiritualità.

Da più di 37 anni dirige l’Accademia WU SAN DJI TAO (scuola di training interiore e arti marziali) e lo Spazio Caminho da Luz. Attualmente il prof. Fonseca conduce seminari e gruppi di studio in varie città del Brasile e attraverso i suoi più recenti lavori sulla fisica quantistica e la spiritualità, promuove la costruzione di “ponti” tra questi due aspetti del sapere solo apparentemente inconsciliabili.

 

 

 

D: Laercio tu sei un scienziato, fisico, astrofisico, cosmologo, un uomo di immensa cultura ed allo stesso tempo un medium ed un veggente… un insieme di fattori estremamente fecondo. Quale di queste fonti di conoscenze ha maggiormente influenzato e determinato la tua attuale concezione dell’universo?

R: Certamente la visione spirituale e la realtà di altre dimensioni ha avuto un peso maggiore nella mia concezione dell’universo nella sua totalità.

 

D: Tu riggetti il termini “alieni” che è quello più usato in Italia e parla di “ufologia esoterica”, “psichica” e persino “medianica”, in contraposizione alla visione ufologica materialista più comune. Mi ricordo che Jung in una lettera al Sig. Harrison, direttoree della rivista New Republic, a proposito degli UFO scrive: “…il problema degli UFO è, come lei ha giustamente detto, molto affascinante e vi è un materiale schiacciante che punta sulla loro natura mitica o mitologica. E’ un dato di fatto che l’aspetto psicologico del fenomeno è così fondamentale, che quasi si deve rimpiangere il fatto che gli UFO sembrano essere reali, dopo tutto”. Quale è la differenza fondamentale tra queste due forme di interpretazione (esoterica e materialista) della presenza degli extra terrestri nel nostro pianeta?

R: Nella mia visione, gli UFO sono reali e la posizione junghiana è estremamente limitata rispetto a questo fenomeno. Nell’epoca di Jung non esistevano studi avanzati in questo campo, gli studi di quel periodo venivano realizzati in ambito militare attraverso operazioni segrete. Così Jung spiega i dati sugli UFO attraverso la sua teoria sull’inconscio collettivo, che per me è equivocata rispetto a questo fenomeno.

 

D: Tu dici che “nessuna anima è sciolta… in giro per il mondo…”, che tutto è diretto dall’alto e che esiste un piano cosmico, un “progetto pianetario” che tu descrivi nel tuo libro Progetto Terra. Quali sono i principi basilari di questa tua visione dell’universo e degli esseri che in questo universo vivono?

R: L’universo è un Cosmos, ossia qualcosa di totalmente organizzato e funzionale. Non è opera del caso, come sostiene la scienza evoluzionista darwiniana. Tutto ciò che esiste sulla Terra fu impiantato da intelligenze molto evolute che appartengono ad altre dimensioni della realtà. La stessa anima umana ha una struttura talmente organizzata che contradisce tutti i principi della termodinamica e delle leggi che consideriamo naturali.

 

D: Il tuo concetto di evoluzione umana presuppone l’esistenza di una coscienza anteriore alla materia e parte del principio, afermato anche dalle nostre tradizioni esoteriche, cha ci siamo dimenticati della nostra natura divina e che siamo chiamati a “ricordare”. Gli extra terrestri sono, secondo il tuo pensiero, al servizio di questo processo evolutivo di “ricordare” chi realmente siamo. Pensi che tutti gli ETs possono essere considerati così positivamente come paladini della nostra salvezza ed evoluzione?

R: La nostra presenza nella Terra non è una condanna e molto meno l’opera del caso. Il fatto di trovarci qui, all’interno di questo progetto organizzato fa parte del nostro ordine evolutivo e gli extra terrestri operano congiuntamente con gli spiriti dei piani astrali. Non esiste niente da essere “riparato” e l’essere umano non necessita di essere salvato da nessuno. La morte stessa pone l’essere umano in contatto con la sua vera essenza spirituale.

 

D: Tu parli dell’esistenza di una gerarchia spirituale e della continuità tra gli spiriti dell’Umbral (Ubratili) – descriti come quelli spiriti che si manifestano nei medium durante le sedute spiritiche – e gli spiriti che si trovano nei livelli spirituali più elevati. Ad un livello ancora più elevato si trova “Il comando del Progetto Terra”: spiriti altamente evoluti, responsabili del nostro destino e della nostra evoluzione. Questi spiriti si manifestano a noi come ETs. La nostra unica speranza è quella di abbandonare le tenebre dell’Umbral, di “evolvere”. Come accade questa evoluzione e quali sono le tappe fondamentali di questo progresso dello spirito umano?

R: Da un punto di vista più ampio, tutti noi siamo anime extra terrestri che sono arrivate in questo mondo per vivere un’esperienza necessaria alla propria coscienza. Tutto fa parte di un progetto ben elaborato dalle entità superiori. E’ appena una questione di tempo perchè tutti gli spiriti umbralini si risveglino alla propria vera essenza ed ad una realtà più grande.

 

D: Albert Eisntein ri-define la materia nella misura in cui considera le particelle materiali come “concentrazioni locali di campo”. Da questa prospettiva l’unica realtà che esiste nell’universo è il campo: Tutto è uno, come sempre affermato dalle nostre tradizioni filosofiche-spirituali. Quale è la portata di questa conoscenza, una volta assimilata a livello collettivo?

R: L’idea dell’unità di tutte le cose ha una piccola parte in questa teoria; ma non spiega tutto, ne tantomeno riesce ad teorizzare le forze nucleari. Nalle fisica tutto cammina ancora carponi, qui nel piano fisico sappiamo molto poco sulla natura di tutte le cose e dell’universo. Il mio tentativo di amplificare le idee ed unire le concezioni della scienza e della spiritualità è ancora un piccolo passo verso una visione del Tutto. Senza alcun dubbio queste idee, una volta assimilate provocherebbero un grande cambiamento di paradigma nella scienza.

 

D: “Lo spirito umano piange e la vita è vuota”. Nella tua analisi scientifica dei fenomeni paranormali e spirituali, descrivi la morte come un premio e come una liberazione del corpo-prigione. Cos’è la morte?

R: Solamente un ritorno alla nostra vera realtà.

 

 

D: Platone nel suo celebre mito ci descrive gli uomini come esseri incatenati dentro ad una caverna che vedono solamente ombre che riflettono sulle pareti della caverna il mondo fuori… e pensano che queste ombre siano la realtà. Dal mito di Platone al velo trasperente che ci impedisce di vedere oltre descritto da William James, dalla danza dell’illusione di Maya e il genio inganatore di Cartesio alla “trappola” di Reich, la ruota dei pensieri collettivi di Gaiarsa o la prigione dell’ego descritta dai psicologi transpersonali, tutti noi siamo prigionieri di qualcosa che non riusciamo a percepire né definire. Tu descrivi lo stato attuale di coscienza della maggior parte degli esseri umani come quello di “androidi” o “morti-vivi” – idea che ci ricorda i film Blade runner di Ridley Scott e Matrix di fratelli Wachowski. Giordano Bruno affermava che “arriverà il giorno nel quale l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi egli è realmente e a chi o a cosa ha ceduto le reddini della sua esistenza, ad una mente falsa, buggiarda che lo tiene schiavo”. Come uscire da questa condizione di cecità e scoprire chi siamo? Come trovare la Luce?

R: La via è quella di seguire i consigli dei grandi maestri dell’umanità, come Buddha, Krishna, Jesus, e molti altri che indicano il cammino di una realtà transcendente. Attraverso la pratica dello yoga, del tai chi, dei vari tipi di meditazione e molti altri studi voltati verso l’interiorità umana, possiamo riuscira ad aprire, ampliare la nostra mente verso la percezione di una realtà superiore, una realtà più grande.

 

Virginia Salles, nata a Bahia, Brasile ha studiato psicologia a Roma, dove vive e lavora. Psicoterapeuta individuale e di gruppo, di formazione junghiana è specializzata in psicologia transpersonale e respirazione olotropica con Stanislav Grof. E’ autrice dei libri Agua scura edito da Di Renzo Editore, 2005 e Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale edito da Alpes Italia srl, 2013 e di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale. (sito web: www.virginiasalles.it).