Orizzonti Possibili (Oltre la pandemia)

 

“Non ci può essere rinascita senza una notte oscura dell’anima, un totale annientamento di tutto ciò che hai creduto e pensato di essere.”
Hazrat Inayat Khan

 

“Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante”

                                                                                                    Friedrich Nietzsche

Lo strappo

The Trauma of Painting è il titolo della mostra che nel 2015 ha ospitato le opere di Alberto Burri (1915–1995) al Guggenheim Museum di Ney York.

Burri, uno dei più complessi pittori del ventesimo secolo, è stato l’ispiratore dell’idea di arte come “processo in atto”, idea questa che ha influenzato una generazione di giovani artisti a partire dagli anni Sessanta.

             Cretto di Burri – Gibellina

 

I famosi «Sacchi» dei primi anni Cinquanta, con tele di juta stracciate e rattoppate (tra di esse il famoso “lo strappo” del 1952, una tela lacerata da uno squarcio verticale) appartengono alle fasi burriane più rinomate. Allo sguardo dell’osservatore queste opere invece di suggerire distruzione, fanno pensare paradossalmente ad un’apertura verso un’altra dimensione, al di là dello spazio limitato della superficie bidimensionale. Enigma ancora da decifrare, lo squarcio sembra interrompere la trama consueta dell’esistenza, catalizza la nostra immaginazione e ci trascina attraverso percorsi inesplorati.

 

I tagli

Anche i «Tagli» di Lucio Fontana (1889-1968), intitolati dall’autore “Attesa” (o “Attese” in caso di più tagli), sembrano voler dare vita alla monotonia dei monocromi, che diventano così semplici sfondi ai tagli, i veri protagonisti dell’opera. Una ferita forse, attraverso la quale spiare l’altrove, metafora visuale del cambiamento e dell’apertura verso un’oltre traboccante di infinite possibilità. “Attese” forse perché da quei tagli può scaturire la speranza, una via di uscita dalla piattezza della tela verso un altro luogo dal quale non si può più ritornare indietro: il punto di non ritorno, passaggio obbligato verso un nuovo orizzonte.

 

Il punto di non ritorno

Il punto di non ritorno è quel momento o quella situazione a partire dalla quale non si riesce più a interrompere un’azione o un processo in corso e tornare indietro, come quando un aereo cambia la sua rotta, non ha più autonomia di volo e diventa impossibile ritornare al punto di partenza: una condizione nella quale il cambiamento di rotta è imperativo e irreversibile.

Dal punto di vista dell’ecologia ad esempio, il punto di non ritorno è quello spazio temporale stabilito dagli scienziati, oltre il quale la Terra sarebbe così esaurita da inquinamento, deforestazione, riscaldamento etc… che non sarebbe più in grado di sostenere la vita. Se pensiamo al percorso umano, sia individuale che collettivo, il punto di non ritorno è quel momento in cui, raggiunta una certa consapevolezza, non possiamo “disimparare” e nemmeno dimenticare l’esperienza vissuta e la conoscenza acquisita; quindi non possiamo più continuare a vivere come prima, come se non sapessimo.

In questo periodo di pandemia stiamo attraversando una situazione imprevista dalla quale probabilmente non ritorneremo più come prima. Possiamo anche intuire in che direzione stiamo andando, ma ci sentiamo paralizzati e non riusciamo ancora a vedere l’orizzonte. Il buio sembra prendere il sopravvento ed è inevitabile, in momenti come questi, il confronto con ciò che ancora non conosciamo, con l’ignoto che ci abita. Abbiamo paura dello sconosciuto con i suoi fantasmi, ma soprattutto della solitudine e della perdita dei nostri abituali punti di riferimento. 

Ci sono alcune analogie tra il momento che stiamo vivendo e le varie fasi del percorso di trasformazione psico/spirituale descritto dalle nostre antiche tradizioni. Per incontrare la propria anima i nostri antenati andavano letteralmente nel deserto; come se solo lì, nella solitudine estrema potessero intravedere la luce. Solitudine che oggi, in tempo di pandemia è la nostra condizione abituale.  L’emergenza di contenuti nuovi, di nuovi schemi di pensiero e di un diverso modo di sentire richiedono questo pellegrinaggio nel deserto: tensione e timori, spaesamento, il confronto solitario con l’abisso e la terribile sensazione di aver toccato il fondo e di non riuscire a riemergere. Un confronto con la Morte, sia in senso fisico che spirituale, che potrebbe trasformarsi in rinascita, non solo individuale ma soprattutto collettiva.

“… il trovarsi soli con il proprio , o qualsiasi altro nome si voglia dare all’oggettività dell’anima. Essi devono esser soli, non c’è scampo, per far l’esperienza di ciò che li sorregge quando non sono più in grado di sorreggersi da sé. Soltanto questa esperienza può fornir loro un fondamento indistruttibile.” scrive Jung[1].

               Durante la nostra nascita, l’esperienza più drammatica e solitaria che un essere umano è chiamato ad attraversare, moriamo in quanto creature amniotiche illimitate   per poter rinascere come essere umani limitati e “separati” e fare ingresso in questo mondo. Esperienza traumatica e dolorosa descritta da Stanislav Grof che rimane impressa dentro di noi come il prototipo di ogni ulteriore trasformazione: l’abbandono del paradiso amniotico (la zona di confort), la lotta nel canale del parto (il conflitto), il soffocamento (che ricorda i sintomi del covid19 e le mascherine), l’attraversamento del tunnel buio e infine il passaggio trionfante verso la luce (la trasformazione).

Quando durante la nostra vita attraversiamo un periodo di profonda trasformazione viene attivato dentro di noi il ricordo assopito di questa esperienza archetipica, individuale e collettiva, con tutte le sue “prove” e le fasi drammatiche da superare. É un momento rivoluzionario nel quale possiamo attingere a tutta la forza ed il coraggio di cui siamo capaci per abbandonare la nostra zona di confort (l’utero) ed aprirci a nuove possibilità. Un momento nel quale possono emergere simboli finora sconosciuti, nuove espressioni creative e modalità relazionali in quanto non siamo in possesso di un “libretto di istruzioni”, di modelli precedenti da imitare.

 

Il timore di precipitare

 Siamo abituati ad una tacita ma implacabile violazione della nostra natura più intima, accettiamo situazioni insostenibili di cecità emotiva e di compromessi per evitare il confronto con la nostra anima: un vero e proprio auto tradimento che ci fa perdere la bussola ed allontanarci sempre di più dal nostro autentico cammino esistenziale. In certi momenti della vita, quando dinanzi a situazioni imprevedibili non riusciamo a intravedere una via d’uscita, ci rendiamo conto di esserci persi e solo allora iniziamo a cercare, nel dolore e nella disperazione, il filo sottile che ci ricollega alla nostra fonte e ci domandiamo incessantemente: in quale momento ci siamo allontanati da noi stessi?

Siamo chiamati allora a guardare oltre i veli delle nostre illusioni e ciò non è impresa piacevole, anzi, direi piuttosto penosa. Le nostre proiezioni ed illusioni più resistenti ci difendono dal pericolo di precipitare nel buio fitto di ciò che ancora non sappiamo di noi stessi, in tutto il suo dolore e le sue infinite possibilità. Il confronto con l’infinito (dentro e fuori di noi) è considerato in ambito spirituale la prima e più difficile prova che precede l’iniziazione. Ci sono luoghi angosciosi nella nostra anima dove, in fondo, speriamo che non penetri mai la luce, ma è solo guardando dentro l’abisso ed illuminando la nostra oscurità interiore che possiamo trovare la via.

Nel momento in cui sentiamo vacillare tutte le nostre certezze e tutta la nostra conoscenza si rivela futile ed i nostri modi abituali di pensare e di comportarci semplicemente perdono la loro efficacia, solo allora riusciamo a mettere in discussione l’immagine fittizia di noi stessi e, se abbiamo sufficiente coraggio e sete di vita, possiamo finalmente rischiare: lasciarci cadere nell’abisso e porci finalmente la domanda fondamentale: chi sono io? Allora e solo allora saremo veramente trasformati.

 

 

        La notte oscura dell’anima

 

Tristezza, smarrimento, solitudine straziante sono passaggi inevitabili per poter procedere nel percorso interiore, nel quale il vecchio muore per lasciare spazio al nuovo, come descritto nell’alchimia.   “La notte oscura dell’anima” ci fa pensare alla Nigredo alchemica, la morte iniziale, talvolta definita dai mistici “la notte tenebrosa”. Per evolvere come esseri umani dobbiamo attraversare consapevolmente le nostre “notti oscure”: lo stesso percorso che dovrebbe portare luce può giungere paradossalmente ad un buio fitto, minaccioso e angosciante. Ed è proprio nel momento di oscurità totale che, affermano i ricercatori spirituali, la luce riemerge folgorante, proprio come accade in natura. L’obiettivo principale di questo percorso di autoconoscenza è quello di permettere la liberazione dello spirito, il fluire dell’Anima e l’interazione tra questa e l’io, la nostra personalità.

 

Roberto Assagioli è uno psichiatra che ha integrato nel suo lavoro psicologia e spiritualità in una visione molto ampia e originale. Questa fase oscura, secondo Assagioli è parte fondamentale dello sviluppo dell’essere umano, lo stadio finale del percorso di trasformazione interiore: “quando il processo di trasformazione psico-spirituale raggiunge il suo stadio finale e decisivo, esso produce talvolta un’intensa sofferenza e un’oscurità interiore che è stata chiamata dai mistici cristiani “la notte oscura dell’anima…”  uno stato emotivo di intensa depressione, che può giungere fino alla disperazione”[2]

É un momento di passaggio, vissuto intensamente e tragicamente in quanto sentiamo e soffriamo fino in fondo la tristezza ed il lutto di aver abbandonato definitivamente tutto ciò che credevamo di essere fino a quel momento. Il premio finale tanto ambito è l’accesso alla gioia ed all’estasi dell’incontro con noi stessi.

Portiamo dentro di noi l’intuizione profonda di chi siamo veramente, la nostalgia straziante dell’esperienza di Unità ed il desiderio ardente di viverla. Nel linguaggio cabalistico una sorta di “promessa” che facciamo a noi stessi prima dell’ingresso in questo mondo: la promessa di cercare con tutta la nostra forza e determinazione la nostra verità più profonda.  Intuizione questa che spesso affiora nei sogni degli analizzandi come “progetto” sotto forma di immagini splendenti.

Il sogno di Angelica[3] (62 anni), scritto di suo pugno, intitolato “Cartagine” esprime questa intuizione/progetto con sentimenti estatici e immagini simboliche cariche di noumeno:

Inizia una sorta di distribuzione di generi alimentari. Credo fosse un momento di carestia. C’era una lavagna nella quale una signora scrive cose dal passato, sempre più giù fino a Cartagine. Vedo allora una immensa città sommersa, bellissima, dicevano nel sogno che si trovava sotto Venezia. C’erano rovine, ma anche vie intatte. Eravamo sott’acqua, c’era un silenzio profondo, ma camminavamo normalmente, guardando queste meraviglie del passato…

…Venivamo da lontano e siamo riusciti ad incontrarci qui. All’inizio sentivo una certa angoscia, perché il cammino era difficile, complicato. Ci avviciniamo in barca, insieme ad altre persone ad un’altra imbarcazione. Oprah[4] dice: “É qui il punto centrale del mondo dove queste 3 persone segnano l’ora”. É per questo che tutto funziona in questo modo corretto e preciso. Se loro non fossero qui in questo luogo, ad accompagnare il tempo, non sarebbe possibile conoscere il tempo, i meridiani. É qualcosa di molto necessario. Oprah mi dice: ti farò vedere qualcosa di molto bello… la cosa più bella del mondo. Andiamo allora in barca e lei mi indica un’aquila imperiale, ma forse era una fenice perché aveva una coda e, volando basso sopra di me, mi tocca una spalla e vola via. Oprah dice: “Che fortuna! che fortuna!” Ed io incredula ripetevo: lei mi ha toccato! Lei mi ha toccato!” mentre l’uccello volava in cielo, bellissimo! Dinanzi a noi vedo molte cascate d’acqua, pareti infinite di cascate cristalline e spumeggianti e l’acqua sale in alto. L’uccello fa dei giri in cielo ed io mi domando dove andrà? Vedo ancora molte altre cascate di acqua cristallina che scendono dall’alto. Provo una felicità indescrivibile e sento musica, una musica piacevole. In una delle barche vedo Gilberto Gil (musicista brasiliano) che cantava queste parole: “che i tuoi occhi siano sempre così, grandi a forma di mela, ma brillanti come un diamante o come una goccia d’acqua”.

Questo sogno ha portato alla sognatrice un’intensificazione del contatto con il proprio mondo interiore ed una maggiore fiducia in sé stessa e nell’avvenire.

Ciò che definiamo “risveglio” è tanto più difficile e doloroso, quanto più siamo immersi nel nostro “sogno”, quanto più siamo identificati con l’immagine costruita di noi stessi. Quando facciamo capolino fuori dal nostro ego, proviamo la forte sensazione di trovarci dinanzi ad un mondo sconosciuto e pericoloso. Proviamo incertezze, dubbi e molta ambiguità verso il nostro stesso percorso di consapevolezza e, a volte, persino un forte desiderio di ritornare al punto di partenza, rientrare nel nostro recinto sicuro dal quale mai saremmo dovuti uscire. Questo è un momento delicato nel quale rischiamo di rimetterci passivamente a strutture convenzionali, a stereotipi o a forme dogmatiche di autorità. Rischiamo di rassegnarci a credere che la trasformazione personale non possa essere altro che un’utopia: rischiamo la stagnazione.

               Jung, che ha attraversato la notte oscura, scrive nel Libro Rosso:

 “Io gridai infuriato: “È terribile, mi sembra assurdo, pretendere questo da me?

Tu abbatti i nostri dei potenti che per noi significano quanto c’è di più elevato. È questa la tua via, anima mia?

Tu tessi intorno a me la tenebra più fitta, e io sono come un pazzo imprigionato nella tua rete. Ma voglio che tu m’insegni.”

Ma l’anima mi parlò, dicendomi: “Il mio è un sentiero di luce.”

Replicai sdegnato: “Chiami luce quello che noi uomini consideriamo la peggiore delle tenebre? Chiami giorno la notte?”

A questo l’anima rispose con parole che mi portarono all’ira: “La mia luce non è di questo mondo.”
Gridai: “Non so niente dell’altro mondo!”

L’anima rispose: “E non dovrebbe esistere soltanto perché tu non ne sai niente?”

Io: “Ma allora il nostro sapere? Neanche il nostro sapere ha valore per te? Dove sono finite le nostre certezze? Dove si trova la terraferma? Dove la luce? La tua tenebra non solo è più nera della notte, ma è anche senza fondo. Se non esiste il sapere, allora forse non esiste neanche il linguaggio e le parole?”
E l’anima: “Neanche le parole.[5]

La Notte oscura, l’opera più celebre di San Giovanni della Croce, considerato un capolavoro della letteratura mistica, è stata composta durante i nove mesi trascorsi nel carcere del convento di Toledo. É qui che Giovanni vive l’immensa solitudine ed un doloroso sentimento di abbandono e matura l’esperienza della notte. Il concetto di “notte oscura” non è stato da lui inventato e non è esclusivamente cristiano e nemmeno religioso; è un concetto che appartiene all’antica tradizione spirituale. Spesso identifichiamo la notte oscura con la sofferenza e nient’altro, ma questa espressione si riferisce a tutte le varie tappe di questa esperienza di auto scoperta, compreso l’apice nel quale la notte oscura si trasforma nella “notte pacifica, profonda, e colma dell’intelligenza divina” nelle parole di Giovanni.

 Il fine ultimo di questo travagliato percorso è la trascendenza dell’ego e “l’accesso al divino”: una esperienza di Unità e Totalità attraverso la quale rivalutiamo noi stessi, i nostri valori e la nostra visione del mondo. C’è molta affinità tra il concetto di notte oscura cristiana descritta da Giovanni e la pratica buddhista della crescente delusione/dis-identificazione in relazione agli oggetti del desiderio, persino lo stesso satori. La pratica di rinunciare a sé stessi, cioè alle proprie esigenze egoiche sembra essere l’elemento centrale di questo cammino insieme all’importanza del vivere intensamente il momento presente.

Giovanni si riferisce allo stato di pienezza dell’esperienza di “Unione con il divino” come pace interiore e intuizione profonda, come viene descritto anche dalle varie tradizioni meditative orientali (lo yoga o il vipassana per esempio) e afferma che “Dio non dà mai la sapienza mistica senza l’amore dal quale viene infusa”. Quindi ogni conoscenza spirituale è accompagnata da un “cuore pervaso d’amore”, di un amore che viene “infuso”, secondo il mistico carmelitano, un amore che viene ricevuto come un dono divino, in cui “l’unica cosa richiesta è quella di dare il proprio assenso”.

 

 

La psicologia e l’esperienza dell’oltre

 

Sono entrata in un territorio esperienziale che per la psicologia tradizionale è un territorio “minato”, un’area di frontiera avvolta da una specie di tabù: il territorio dell’ambiguità e del pericolo, un baratro minaccioso dentro al quale rischiamo di precipitare. Ma è anche il luogo della vita interiore, dell’esperienza del divino e dell’estasi. Pericoloso dal punto di vista del nostro io separato e della nostra affermazione personale e proprio per questo è stato rimosso nel corso dell’evoluzione dell’essere umano “civile”. Una rimozione necessaria per la costruzione della nostra realtà.

Nella psicoanalisi classica il concetto di ego (l’io separato) è associato all’abilità di rapportarsi adeguatamente alla realtà e di “funzionare” in modo soddisfacente nella vita quotidiana. Quindi va rafforzato e consolidato in contrasto con quanto sostengono le varie religioni orientali secondo le quali l’ego va superato: si deve andare oltre il confine egoico, abbandonarlo, trascenderlo. Dante nella Divina Commedia ha coniato Il termine “transumanare” per indicare il superamento dei limiti umani, il raggiungimento di uno stato “semidivino”. Nel Dizionario Enciclopedico Italiano, transumano significa “più che umano, che trascende i limiti della condizione umana e assurge al divino”. Oggi, il termine “transumano” viene più usato per indicare uno stadio umano transizionale, inteso nel senso della transizione verso una nuova forma umana bio/tecnologica come il cyborg, per esempio, ma originariamente si riferiva appunto, come intendeva Dante, ad una trasformazione psicospirituale.

 

Il percorso “iniziatico”, attraverso la quale si giunge ad un’autentica trasformazione, è un processo autonomo e archetipico messo in atto dalla natura stessa che deve evolversi, rinnovarsi attraverso periodici cicli di morte e rinascita. Dobbiamo attraversare la notte oscura, descritta da Giovanni, prima di emergere dalla parte della luce. Si tratta quindi una sorta di “purificazione”, di una progressiva trasformazione dell’essere umano, di grande interesse psicologico. Un travagliato percorso nel quale gli oggetti del desiderio perdono progressivamente significato, rivelando la loro sostanziale inconsistenza (nel buddhismo va sotto il nome di “prima nobile verità” o dukkha, la sofferenza universale) e che genera in chi l’attraversa la convinzione  che l’unica “vera” realtà è il momento presente così com’è, nella sua spontaneità e semplicità.

Questa dimensione spirituale/estatica dell’esistenza umana nella nostra civiltà affiora solitamente in quelle esperienze “dell’oltre” che vengono oggi sistematicamente negate o patologizzate, ma è proprio questa dimensione dell’esperienza umana ciò che oggi ci manca e che è estremamente necessaria alla nostra attuale evoluzione e visione del mondo.

Chi coraggiosamente riesce ad addentrarsi in questi territori insidiosi deve attraversare solitudine, isolamento, paura, incertezza, decentramento dell’io: “la notte oscura dell’anima”. Tutto ciò che oggi più che mai, in tempi di pandemia, siamo, volenti o nolenti, costretti ad affrontare.

Il nostro vecchio paradigma culturale basato sulla separatezza cartesiana dovrebbe riconsiderare questo pregiudizio e la generale negazione delle esperienze spirituali/estatiche, riconoscendo in esse non solo le esperienze descritte dai mistici, che rimangono una delle possibili manifestazioni, ma tutte quelle esperienze evolutive e creative alle quali può accedere l’essere umano. Questo apice della psiche umana descritto da Abraham Maslow è contemporaneamente il suo centro propulsivo/risanatore e la fonte originaria di tutto ciò che di Nuovo può ancora concepire l’essere umano. Si tratta di esperienze legittime e profondamente umane, che possono emergere dal terreno fertile di ogni crisi esistenziale sia individuale che collettiva. Esse chiedono oggi urgente riconoscimento e non possono più essere evitate, negate né rimosse.

In filosofia la civetta, che spicca il suo volo solo al crepuscolo, quando il sole è già tramontato è il simbolo della saggezza che emerge “a fatti compiuti”, quando il processo di maturazione della civiltà si è già concluso. Ma insieme alla civetta entra in gioco, dicono i filosofi, un altro animale simbolico, la talpa: animaletto cieco, che si nasconde nei sotterranei e che vive scavando senza sapere dove sta andando. Questo “scavatore invisibile” che apre percorsi e passaggi nelle viscere della natura rappresenta l’operare dello spirito nel “sottosuolo” e la sua capacità di scuotere la “crosta terrestre”.

Secondo Hegel quando il terreno sprofonda è perché la talpa ci ha lavorato lungamente proprio come accade con i nostri cambiamenti improvvisi: essi erano già maturati nelle nostre “viscere”.

Le grandi trasformazioni, quelle che ci saltano all’occhio, devono esser precedute da una rivoluzione intima e silenziosa dentro noi stessi che non è visibile a “occhio nudo”. Ciò che rende sorprendente il risultato è solo l’ignoranza di questi accadimenti interiori e dello “Spirito del Tempo” che aleggia sopra le nostre teste.

In questo momento, come talpe cieche e laboriose stiamo scavando il terreno, aprendo varchi dai quali non vediamo ancora la luce e solo quando apriremo le porte delle nostre case e della nostra anima, potremo finalmente vedere con gli occhi grandi della civetta tutte le avversità e le contraddizioni che hanno caratterizzato questo momento che stiamo vivendo. Con lo sguardo acuto della civetta potremo forse interpretare in maniera vigile e consapevole le modificazioni prodotte dalla crisi epocale, ma solamente seguendo la via della talpa che scava e trasforma le fondamenta, potremo squarciare la piatezza della tela monocromatica delle nostre esistenze e conciliare le nostre contraddizioni: lo strappo luminoso che ci apre al mistero della vita ed a una possibile metamorfosi.

 

                                 ABSTRACT

 

                           ORIZZONTI POSSIBILI

                                    (Oltre la pandemia)

Ci sono alcune analogie tra il momento attuale che stiamo vivendo ed i momenti iniziali del percorso di trasformazione psico/spirituale descritto dalle nostre antiche tradizioni. Per incontrare la propria anima i nostri antenati andavano letteralmente nel deserto, come se solo lì, nella solitudine estrema potessero intravedere la luce. Solitudine che oggi, in tempo di pandemia è la nostra condizione abituale.  L’emergenza di contenuti nuovi, di nuovi schemi di pensiero e di diverso modo di sentire richiedono questo pellegrinaggio nel deserto: tensione e timori, spaesamento, il confronto solitario con l’abisso e la terribile sensazione di aver toccato il fondo e di non riuscire a riemergere. Un confronto con la Morte sia in senso fisico che spirituale, che potrebbe trasformarsi in rinascita, non solo individuale, ma soprattutto collettiva.

 

                                       POSSIBLE HORIZONS

                                 (Beyond the pandemic) 

 

There are some analogies between the present we are living nowadays and the initial moments of the psycho / spiritual transformation path described by our ancient traditions. To meet their souls, our ancestors literally went into the desert, as if only there, in extreme solitude, they could see the light. The same solitude which today, in this time of pandemic, is our usual condition. The need of new contents, new patterns of thoughts and different ways of feeling require this pilgrimage to the desert: tension and fear, disorientation, the solitary confrontation with the abyss and the terrible feeling of having touched the bottom and failing to re-emerge. A confrontation with Death both physically and spiritually, which could turn into a rebirth not only individual but above all collective.

 

 

PAROLE CHIAVE: trasformazione, metamorfosi, pandemia, auto tradimento, percorso iniziatico, la notte oscura dell’anima, il punto di non ritorno, C. G. Jung, R. Assagioli. Abraham Maslow, Giovanni della Croce

KEE WORDS: transformation, metamorphosis, pandemic, self betrayal,

dark night of the soul, point of no return, initiatory path, C. G. Jung, R. Assagioli. Abraham Maslow, Giovanni della Croce

                

                    AUTORE:

Virginia Salles è psicoterapeuta individuale e di gruppo, di formazione junghiana e transpersonale.  E’ certificata dal G.T.T. (Grof Transpersonal Training) a condurre gruppi di respirazione olotropica. E’ autrice dei libri Agua scura edito da Di Renzo Editore, 2005; Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale edito da Alpes Italia srl, 2013; Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015) e di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale. (sito web: www.virginiasalles.it).

 

  AUTHOR:

Virginia Salles, born in Bahia, Brazil, has studied psychology in Rome, where she currently works and studies. As individual, and group, Jungian therapist, she completed her specialization in transpersonal psycholotherapy, and holotropic breathing with Stanislav Grof.    Author of “Agua scura” published by Di Renzo Editore, 2005, “Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale” published by Alpes Italia, 2013, and  “Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà” published by Alpes Italia, 2015, and of numerous articles on analytical and transpersonal psychology. (web site: www.virginiasalles.it).

 

 

 

 

  

[1] Jung. C. G. Psicologia e Alchimia, Editore Boringhieri, Torino, 1983, pag. 307

[2] Assagioli R. Psicosintesi Armonia della vita, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, pag 30

[3] Il nome naturalmente è fittizio, l’età è quella reale

[4] Oprah Winfrey, conduttrice televisiva statunitense dalla quale la sognatrice è una grande ammiratrice.

[5] Jung. C. G. O livro Vermelho, Editora Vozes Ltda, Petròpolis, RJ, 2010, pag. 313. Tda

Distanze

 

Allontanarsi per vedere meglio. La distanza che restituisce la verità

   

L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.

(Marcel Proust)

 

 

La relazione per un’Accademia

 

In uno dei racconti più originali di Franz Kafka intitolato Una relazione per un’accademia e pubblicato per la prima volta nel 1917, a tenere la relazione è nientemeno che una scimmia. Addestrata, in soli cinque anni raggiunge l’evoluzione umana, al punto da essere in grado di presentare un lavoro che consiste nella narrazione, in prima persona, delle sue vicende da ex-scimmia, ora uomo, al cospetto degli “Illustri signori dell’Accademia”.

Nata sulla Costa d’Avorio e catturata durante una spedizione di caccia mentre era con il suo branco, la scimmia viene ferita da due pallottole, una al volto e l’altra all’anca. A causa della cicatrice al volto viene chiamata “Pietro il Rosso”.

Imprigionata nella sua gabbia all’interno della imbarcazione, con le grate che le tagliano la carne, la scimmia si accorge ben presto di essere controllata dallo “sguardo dell’uomo”, ma è attraverso le stesse sbarre che anche lei guarda gli uomini, li giudica e li imita: “Non ragionavo, ma osservavo con tutta la calma. Vedevo uomini andare e venire: sempre gli stessi volti, identici movimenti; mi pareva spesso che fossero uno solo…” “in questi uomini, così in sé, non c’era nulla che mi attraesse molto…”[1]

 A forza di osservarli, Pietro il Rosso intravede “nel torbido sguardo umano”, la via di uscita che tanto cercava: diventare come loro, dato che “era così facile imitarli!”.

 “Una relazione per un’Accademia” è un breve racconto sulla natura umana che, come accade per tutte le grandi opere, ci offre diverse chiavi di lettura. La via di uscita che Kafka trova per la scimmia è affidata allo sguardo obiettivo e disincantato di chi si trova dall’altro lato della barricata. Immedesimatosi in un animale, Kafka osserva il genere umano da una certa distanza che ne favorisce la riflessione e l’insight e ne ritrae un’immagine spietata in cui siamo tutti accomunati, uomini e scimmie, dalla nostra irrefrenabile brutalità.

“Al tallone però, chiunque cammini su questa terra – spiega Pietro il Rosso agli illustri professori attenti ad ascoltarlo – ne avverte il solletico tanto il piccolo scimpanzè come il grande Achille”.[2]

Gli atteggiamenti della “marmaglia”, descritti da Pietro il Rosso non sono per niente nobilitanti del genere umano. Gli uomini al servizio nella nave sputano, ruttano, si ubriacano e soprattutto non parlano, ma borbottano…  si comportano, possiamo dire, “in modo bestiale”. La scimmia, chiusa nella gabbia, si costringe a diventare uomo non per elevarsi nella scala evolutiva, come si potrebbe pensare e neanche per una qualche forma di considerazione o di apprezzamento verso l’uomo, ma solamente per trovare una via di fuga.

 C’è un passo molto significativo nel testo, in cui la sovrapposizione delle due nature (umana e bestiale) assume un odore disgustoso per la scimmia: “…e poi non è neanche l’odore degli uomini che mi ripugna, ma l’odore umano che ho preso io e che si mescola…”[3]

La scimmia non riconosce alcuna superiorità all’uomo, anzi; quando si esibisce nei varietà per i quali è stata addestrata, è lei che ride degli umani, del loro audace ed in fondo, arido narcisismo.

“Spesso nei varietà, prima del mio numero, ho visto qualche coppia di artisti darsi da fare lassù sotto il tendone sul trapezio. Si lanciavano, si altalenavano, saltavano, si libravano abbracciati, uno teneva l’altro per i capelli con i denti… anche questa è libertà umana”, pensavo, “…ma, non c’è costruzione che resterebbe in piedi per le risate delle scimmie di fronte a un tale spettacolo”.[4]

Perfino la retorica declamatoria per la conferenza è caricata in modo tale da rendere ridicolo l’essere umano “accademico” che lui stesso, Pietro il Rosso, è diventato.

Il racconto di Kafka non riguarda solamente il “diventare-uomo” di una scimmia, ma anche il percorso inverso del diventare scimmia di un uomo: “La mia natura di scimmia uscì da me, fuggendo in corsa frenetica, con una capriola, tanto che il mio primo maestro divenne egli stesso quasi una scimmia e presto dovette abbandonare la mia istruzione e ricoverarsi in clinica”. [5]

Il nostro mondo accademico, sostiene Pietro il Rosso, può andare in qualsiasi direzione e persino nascondersi… “…senza mai guardare negli occhi il fondo di un uomo, o di una scimmia ammaestrata e confusa: ne ricaverebbe la follia di uno stato alienato”.

“Se torno tardi dai banchetti delle società scientifiche o da una piacevole compagnia, mi aspetta a casa una piccola scimpanzé semi-addomesticata, e presso di lei me la spasso alla maniera delle scimmie. Di giorno però non la voglio vedere; ha negli occhi la follia dell’animale addestrato e confuso; solo io lo vedo e non riesco a sopportarlo”. [6]

La scimmia conclude la sua relazione sul proprio processo di intima involuzione, anche se di entusiasmante successo, con queste parole: “anche questa che ho presentato davanti a voi, eccellenti signori dell’Accademia, era soltanto una relazione”.

In questo racconto, attraverso una scimmia che finisce senza alcun entusiasmo per diventare uomo, Kafka, dalla distanza (di sicurezza) che separa la scimmia dagli umani, ci parla della condizione umana, delle nostre catene, di chi le impone e di chi le subisce, di evoluzione e di involuzione così come della prigionia del nostro stesso linguaggio e ci espone così i suoi principi etici.

 

 

Il vecchio Cholstomér

 

Lev Tolstoj in un suo breve romanzo uscito per la prima volta nel 1886, intitolato Storia di un cavallo descrive la natura umana attraverso la “tecnica narrativa dello straniamento”: a parlare in prima persona è un cavallo che, dalla distanza che lo separa dagli uomini, guarda con occhi lucidi la nostra società. E’ proprio tramite questa presa di distanza, come nel caso della scimmia di Kafka, che l’autore/cavallo riesce a focalizzarsi su ciò che veramente gli stava a cuore nell’osservare il mondo intorno a lui: una sorta di indagine o forse, direi, di vera e propria condanna etico/ morale del genere umano.

Tolstoj descrive minuziosamente il vecchio Cholstomér, un castrone ormai fisicamente ammalato e indebolito dalla vecchiaia che veniva utilizzato come bestia da soma nella fattoria dove viveva. Un tempo Cholstomé era stato un imponente destriero, un purosangue che vinceva le gare correndo veloce come il vento, ma a causa del suo manto pezzato, un difetto non ammissibile per un cavallo di razza, fu venduto ad un nuovo padrone che lo faceva lavorare duramente e lo maltrattava.

«Ero tre volte infelice: ero pezzato, ero castrato, e di me gli uomini s’immaginavano che non appartenessi a Dio o a me stesso, come è per ogni essere vivente, ma che appartenessi al capo stalliere.»[7]

 La vita di Cholstomér fu determinata, sin dalla nascita, da questa sua caratteristica fisica, influenzata non solo da pregiudizi, definizioni ed etichette tipicamente umane, ma anche da parole che, come profezie, hanno limitato le sue possibilità e segnato il suo destino.

“Quando nacqui, io non sapevo cosa volesse dire pezzato, pensavo soltanto di essere un cavallo”.[8]

Oltre a questa triste condizione di vita, Cholstomér, ormai vecchio e malandato, subiva continue umiliazioni e veniva crudelmente schernito dai compagni di scuderia e dai giovani puledri. Fino a quando, un bel giorno, ha incominciato a raccontare loro, con linguaggio pieno di sentimenti, il proprio glorioso passato, dimostrando grande saggezza e acuta conoscenza della natura umana con i suoi vizi, meschinità e crudeltà.

Cholstomér ripercorre così la propria vita, dall’infanzia fino alla vecchiaia: i suoi primi sussulti amorosi, le sue speranze e delusioni, i suoi sogni infranti. Ogni notte una “puntata”, nel tentativo di spiegare, prima di tutto a se stesso, le cause della propria decadenza. Ed è attraverso il racconto sincero della propria vita che il nostro infelice cavallo guadagna sempre di più la stima ed il rispetto di tutti i compagni di scuderia.

Ciò che a noi umani appare scontato in quanto convenzionale, per Cholstomér, che guarda il mondo degli uomini dalla distanza che li separa dagli animali, appare invece come nonsenso, assurdità e ingiustizia. Il suo sguardo distante riesce a smascherare le ipocrisie, i vizi e l’irrimediabile crudeltà della natura umana.

Ecco per esempio il “diritto di proprietà” visto con gli occhi di un cavallo: “…allora non potevo capire cosa significava che chiamassero me proprietà di una persona. Le parole: il mio cavallo, riferite a me, un cavallo vivo, mi sembravano altrettanto strane quanto le parole: la mia terra, la mia aria, la mia acqua.”

“… per una sola e medesima cosa essi (gli uomini) si accordano perché uno solo possa dire – è mia. E quello che, in base a questo gioco stabilito tra di loro, dice del maggior numero di cose mio, quello è ritenuto il più felice di tutti. Perché sia così, non lo so; ma è così.”

“…In definitiva, allargato il numero delle mie osservazioni, mi convinsi che, non solo in riferimento a noi cavalli, l’interpretazione di mio non ha nessun altro fondamento se non il basso e animalesco uso umano, da loro chiamato senso o diritto di proprietà”.[9]

Per aver contratto la scabbia Cholstomér sarà destinato ad essere soppresso. Viene chiamato una specie di macellaio per sgozzarlo. Tolstoj così descrive, nella parte finale del racconto, la morte di Cholstomèr:

“Sentì dolore, ebbe un tremito, agitò una zampa; ma si trattenne e cominciò ad attendere ciò che doveva succedere poi… dopo successe che qualcosa di liquido gli colò giù, come un fiotto, sul collo e sul torace. Sospirò con tutte le costole. E si sentì leggero, molto più leggero. Tutta la pesantezza della sua vita divenne meno gravosa”.[10]

Il grande autore russo in questo caso non chiama “la cosa”, cioè “la morte” col suo nome, non la descrive attraverso concetti, ma “prende distanza dalla parola” e si sofferma sulle proprie sensazioni, come se la vedesse per la prima volta.

Questo tipo di descrizione, nel suo linguaggio poetico, risulta efficace nel ridare vita alla nostra percezione, rimasta inerte dalla consuetudine. Ci troviamo dinanzi ad un vero fenomeno artistico, come lo definisce Viktor Školvskij, ogni volta che, come in questo caso, “qualcosa è stato intenzionalmente liberato dell’ambito della percezione automatizzata e riacquisito una nuova vita”.[11]

 

L’Arte come presa di distanza

 

Scrive Proust “Il solo vero viaggio, la sola immersione nella giovinezza lo si farebbe non con l’andare verso nuovi paesaggi, ma con l’avere occhi diversi”.

“Occhi nuovi” richiedono una presa di distanza, un allontanamento, un passo indietro nel nostro sguardo sul mondo, attraverso il quale possiamo trovare la giusta posizione da cui cogliere l’essenza della realtà. Distanza non spaziale, ma emotiva: riuscire a guardare il mondo come qualcosa sconosciuto, come qualcosa che vediamo per la prima volta, con curiosità e meraviglia, tutto ancora da definire. Distanza che ci permette di aprire una nuova finestra sulla realtà che ci circonda e soprattutto sulle parole che usiamo per interpretarla. Parole che spesso ci sfuggono e si banalizzano, si caricano di consuetudine ed assumono una loro sbiadita autonomia.

“Bisogna sdraiarsi per terra tra gli animali per essere salvati,”[12] scrive Elias Canetti, in quanto dalla posizione eretta gli uomini guardano gli animali “dall’alto in basso”, con superiorità. “Sdraiarsi a terra tra gli animali” richiede una alterazione della prospettiva, uno stravolgimento della “distanza” abituale, in modo da poter guardare oltre agli animali, anche l’immensità del cielo. Poter vedere molto al di là delle nostre consuete definizioni.

 Se osserviamo attentamente il modo con cui percepiamo la realtà, ci accorgiamo che gli atti quotidiani così come le parole abituali tendono a prendere il sopravvento e diventare automatici. Possiamo persino spiegare le leggi del linguaggio corrente, considerando proprio l’automatismo di questi processi il cui peso è così schiacciante che finisce per inghiottire tutto, gli oggetti, i paesaggi, le persone… la vita stessa che perde così la sua linfa ed il suo profumo. Accedere alla “realtà” richiede una vera e propria battaglia contro i luoghi comuni ed i pregiudizi. Richiede la giusta distanza da falsità e stagnazione che significa, come afferma Sklovskij, guardare la realtà con uno “sguardo obliquo”, come un indovinello, come se non capissi ciò che accade per poter capire meglio.

Nella misura in cui la nostra percezione del mondo si fossilizza, così come le parole che usiamo per definirlo e “l’io” in un certo senso si separa da ciò che “non siamo”, il mondo intero intorno a noi sembra perdere la sua linfa vitale e ci appare, in un certo senso, “morto”. E’ attraverso l’opera d’arte che ci viene restituita l’essenza vitale/spirituale esistente dietro le parole e le cose del mondo.

Lo scopo ultimo di ogni autentica espressione artistica è quello di resuscitare la nostra percezione delle cose del mondo; di mostrarci la vita ed in un certo senso la “verità” che in esse scorre, proprio come se apparissero “nude” per la prima volta dinanzi a noi; di restituirci la pietra semplicemente come una pietra o, come si usa dire: “il pane come pane e il vino come vino”. Lo scopo finale di ogni autentica espressione artistica è quindi quello di fare emergere la verità nascosta dalla consuetudine, viva più che mai, dinanzi ai nostri occhi meravigliati.

L’arte, nel nostro caso la letteratura, è quindi un mezzo per esprimere anche il divenire delle cose, indipendentemente da ciò che è stato fino a questo momento, un mezzo per offrirci la “sensazione” dietro le parole. Più che un riconoscimento una vera e propria visione risanatrice. Una presa di distanza che lascia spazio ad una conoscenza più profonda della realtà.

 

 

ABSTRACT:

   

 

Allontanarsi per vedere meglio. La distanza che restituisce la verità

 

In uno dei racconti più originali di Franz Kafka intitolato Una relazione per un’accademia, l’autore, dalla distanza (di sicurezza) che separa la scimmia dagli umani, ci parla della condizione umana e ci espone i suoi principi etici. In un breve romanzo di Lev Tolstoj, intitolato Storia di un cavallo, a parlare in prima persona è un cavallo che, dalla distanza che lo separa dagli uomini, guarda con occhi lucidi la nostra società.

Ciò che a noi umani appare scontato in quanto convenzionale, per Cholstomér, il cavallo di Tolstoj e per Pietro il Rosso, la scimmia di Kafka, che guardano il mondo degli uomini dalla distanza che li separa dagli uomini, appare invece come nonsenso, assurdità e ingiustizia. Il loro sguardo distante riesce a smascherare le ipocrisie, i vizi e l’irrimediabile crudeltà della natura umana.

Anche per noi umani, “occhi nuovi” richiedono un allontanamento, un passo indietro nel nostro sguardo sul mondo, attraverso il quale possiamo trovare la giusta posizione da cui cogliere l’essenza della realtà. Distanza non spaziale, ma emotiva: riuscire a guardare il mondo come qualcosa sconosciuto, come qualcosa che vediamo per la prima volta, con curiosità e meraviglia, tutto ancora da definire.

L’arte, nel nostro caso la letteratura, è quindi un mezzo per offrirci oltre al  riconoscimento del mondo una vera e propria visione risanatrice: la “sensazione” dietro le parole, una presa di distanza che lascia spazio ad una conoscenza più profonda della realtà.

 

PAROLE CHIAVE: distanza, distanza di sicurezza, Cholstomér, Franz Kafka, Lev Tolstoj, arte, falsità, verità, visione risanatrice

 

KEE WORDS: distance, safety distance, Cholstomér, Franz Kafka, Lev Tolstoj, art, falsewood, truth, healing vision

 

AUTORE:

Virginia Salles è psicoterapeuta individuale e di gruppo, di formazione junghiana e transpersonale.  E’ certificata dal G.T.T. (Grof Transpersonal Training) a condurre gruppi di respirazione olotropica. E’ autrice dei libri Agua scura edito da Di Renzo Editore, 2005; Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale edito da Alpes Italia srl, 2013; Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015) e  di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale. (sito web: www.virginiasalles.it).

 

 

AUTHOR:

Virginia Salles, born in Bahia, Brazil, has study psychology in Rome, where she currently works and studies. An individual, and group, Jungian therapist, she has specialised in transpersonal psycholotherapy, and holotropic breathing with Stanislav Grof. Author of “Agua scura” published by Di Renzo Editore, 2005, “Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale” published by Alpes Italia, 2013, and  “Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà” published by Alpes Italia, 2015, and of numerous articles on anatiytical and transpersonal psychology. (web site: www.virginiasalles.it).

 

[1] Kafka, F., Tutti i racconti, Oscar Mondatori, Milano, 1976, p. 129

 

[2] Ibidem, p.130

3 Ibidem, p. 135

[4] Ibidem, p.142

[5] Ibidem, p. 140

[6] Ibidem, pag. 139

[7] Tolstoj, L., Cholstomer, Storia di un cavallo, Editore Controluce, Nardò, 2014, p. 32

[8] Ibidem, p. 9

[9] Ibidem, p. 35, 36

[10] Ibidem, p. 58

[11] Školvskij, V. cit. da Carlo Ginsburg in Occhiacci di legno. Nove riflessioni sulla distanza, Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano, 1998

[12] Canetti, E. La coscienza delle parole, Adelphi e-Book

Il gioco d’azzardo – Una luce in fondo al tunnel

 

          “Ho sempre l’impressione, alle volte, di stare ancora girando in quello stesso vortice, e che, ecco, di nuovo sfreccerà questa tempesta, afferrandomi strada facendo con la sua ala ed io di nuovo salterò fuori dell’ordine e del senso della misura e mi metterò a vorticare, a vorticare, a vorticare…”

Dostoevskij

                Roulettenburg

                   Roulettenburg, la città nella quale Dostoevskij ambienta il suo libro Il giocatore, un libro carico di riferimenti autobiografici, è una strana città immaginaria nella quale prende vita un grande dramma umano traboccante di simboli e di spunti di riflessione. Scritto freneticamente in meno di un mese, il giocatore narra l’insana passione del personaggio Aleksej Ivanovic per il gioco d’azzardo con tutte le sue contraddizioni, voluttà e sofferenze. Personaggi che sembrano fatti di cartapesta ed un’atmosfera grottesca, fanno da sfondo alla straziante vicenda di Ivanovic, un folle lucidissimo, che trascina il lettore nei labirinti della dipendenza psicologica, quel “viatico tutto personale per l’inferno”, come lo definisce Germano Dalcielo.
                   Tutti i personaggi che sfilano dinanzi agli occhi del lettore, uno dopo l’altro, in questo teatro della degradazione umana, sono vittime designate di una qualche forma di addiction (dipendenza psicologica), più o meno adattate alla società in cui vivono. Personaggi che vengono lentamente risucchiati in un vortice di pensieri ossessivi, comportamenti compulsivi dai quali non riescono più a liberarsi.


Fulcro centrale del libro non è la sola passione morbosa di Ivanovic per il gioco d’azzardo, ma la dipendenza psicologica in quanto tale: la continua esposizione del personaggio principale a situazioni umilianti; “l’amore” del Generale per Blanche; Il rapporto che il francese, Blanche e la sua improbabile madre hanno con il denaro; il barone imprigionato nell’ipocrisia e nei suoi formalismi sterili; la dipendenza dei servitori della nonna etc. hanno caratteristiche molto simili a quella di una addiction al gioco o alla droga. Non solo dipendenza dal gioco quindi, ma da un comportamento, da un oggetto, da una relazione, con tutti i sintomi fisici/psicologici ad essa connessi.

In una società in cui le convenzioni definiscono ogni cosa, in un mondo senza bussola, privo di sentimenti autentici in cui nessuno è autore del proprio destino, dipendere da qualcosa come l’esito incontrollabile di un tiro di dadi o il tentativo stesso di indagare o indirizzare il Fato, acquisisce il sapore della sfida e del rischio. Forse della libertà. È l’inizio di una spirale perversa, di un tunnel in fondo al quale non c’è luce ed Il gioco diventa allora l’unico compagno di tutti i giorni, un antidoto allo squallore dei non-rapporti sociali e all’inevitabile solitudine, un costoso palliativo che ostacola il flusso naturale della vita. Nel linguaggio di Germano Dalcielo “un demone che non fa sconti”.-
“In primo luogo tutto mi apparve così sporco, in certo qual modo moralmente brutto e sporco…”, scrive ancora Dostoevskij.

Ciò che conta per il giocatore patologico ha ben poco a che fare con l’uso o la necessità del denaro, ciò che davvero conta è quell’altalena di emozioni, quello stato di frenesia ed esaltazione paragonabile a quello indotto dalle droghe: un desiderio così forte che può, in molti casi, indurre il giocatore a stare giorni e giorni senza dormire o mangiare, senza riposarsi… ed il baratro che gli si apre di fronte è il piacere masochistico di perdere, l’estasi della vincita insieme al terrore di abbandonarsi a questa follia autodistruttiva.

 

L’uomo come mezzo

 

             La passività del giocatore dinanzi alla Sorte, il venir meno di quella libertà responsabile dell’uomo padrone di sé, l’uomo che vive in conformità alla sua dignità personale e che tiene in pugno le redini del proprio destino, è uno degli elementi più drammatici del G.A.P. (Gioco d’Azzardo Patologico).
“Davanti a voi perdo tutto il mio amor proprio e la cosa mi è indifferente.”
                    Nelle parole di Dionigi Tettamanzi: “Il giocatore assume un ruolo di totale passività e la sua stessa soggettività scompare quasi del tutto dinanzi alla cecità della sorte” con la conseguente negazione del lavoro, dell’autodeterminazione, della qualificazione personale. Un gioco che riduce l’uomo ad un mezzo, proprio come un tiranno al cui ordine sottomettersi o un idolo al quale sacrificare ogni cosa, porta con sé la negazione di quella dignità personale dell’uomo espressa nella la famosa frase di Kant: “l’uomo è sempre e solo fine, mai mezzo”.

                     “Il gioco d’azzardo non possiede quell’abilita corrosiva e roditrice che hanno l’alcol e la droga nei confronti degli organi interni. Ne possiede un’altra, forse più diabolica e maliziosa, perché dilania l’anima e succhia via ogni alito di vita”, scrive Germano Dalcielo nel suo romanzo autobiografico.

                     E’ degna di nota la diffusa ipocrisia culturale e politica dello Stato nei confronti del gioco d’azzardo: da un lato denuncia la sua pericolosità e lo condanna, dall’altra lo legittima e lo sostiene, istituendo giochi, lotterie e scommesse. Un pericoloso “doppio legame”, in tutta la sua contraddizione e, direi, “schizofrenia”. E’ per questo venir meno alla sua doverosa responsabilità educativa – con la conseguente perdita dell’eticità ed umanità, che lo Stato dovrebbe garantire – che viene definito da molti “Stato biscazziere”.
 

 

           La bancarotta
Nel crescente coinvolgimento con il gioco o con qualsiasi sostanza o comportamento generatori di dipendenza, la persona affronta dentro di sé ogni sorta di difficoltà, pericoli e sfide che la portano fino all’estremo delle proprie forze. Invischiata in un rovinoso ciclo di dipendenza, la vittima di addiction, non riesce più a controllare il rapporto con l’“oggetto” scelto come risposta al suo problema. Sempre più inerme, pensa incessantemente a ciò che l’ha irretita, escogita qualsiasi modalità per ottenerlo, ma le azioni, le relazioni o la sostanza che sembravano portarle ciò che le mancava, la trascinano sempre di più in fondo al pozzo. Alla fine c’è il crollo, “la bancarotta spirituale”. Nel caso del giocatore, egli non riesce più ad ottenere denaro, viene minacciato dai creditori, rischia di distruggere le relazioni e di perdere il lavoro ed è costretto a deporre le armi ed arrendersi alla disperazione.

“Fu quella la prima notte che chiesi al Cristo di non farmi rivedere la luce del sole. Sarebbe stato solo un altro giorno all’insegna del fallimento, della frustrazione, della disperazione. Ero stanco. Stanco di vivere con quella spada di Damocle sul collo, quelle spire di serpente che mi soffocavano, quella pianta carnivora che mi succhiava piano piano. Se potessi mi strapperei via a mani nude il gene dell’azzardo dal cuore, dalla mente, dalle vene ,ma è un cancro su cui nemmeno la chirurgia può intervenire…” scrive Dalcielo.

E necessario arrivare alla “bancarotta spirituale”, al fondo dell’abisso per capire che non sono il gioco o la “sostanza”, la “cosa” così ardentemente desiderata. Forse qualcos’altro di più profondo e soggettivo di una sostanza o di un tavolo da gioco. Solamente quando tocchiamo questo fondo, qualcosa ci obbliga a cambiare e possiamo finalmente cercare il vero oggetto della nostra sete più ardente.

 

 

Il desiderio insaziabile

 

C’è un passaggio molto significativo nel libro di Dostoevskij: “…stranamente dal momento stesso in cui il giorno prima avevo toccato il tavolo da gioco e avevo cominciato a rastrellare mazzette di denaro, il mio amore era come passato in secondo piano. Questo lo dico adesso: ma allora ancora non avevo notato tutto ciò in modo chiaro. Possibile che fossi effettivamente un giocatore, possibile che effettivamente… amassi Polina in modo così strano?…”
E ancora: “Provavo soltanto un piacere incredibile dovuto al successo, alla vittoria, al potere… non so come esprimermi….”

E’ sorprendente come la roulette prenda improvvisamente il posto di Polina nelle passioni di Ivanovic. E’ proprio come se la donna di cui egli era innamorato e lo stesso denaro perdessero insieme tutto il loro fascino e lasciassero spazio ad un’unica ossessione: il piacere vissuto nell’attesa della vincita, un piacere la cui ricerca diventa in seguito il fulcro della sua vita. Più tardi, nel suo sperperare il denaro, Ivanovic prende coscienza della sua estrema solitudine e del suo unico, non ricambiato, “legame passionale” con il tavolo da gioco.

Ho ascoltato molti alcolisti, tossicodipendenti, giocatori e tutti parlano di una profonda solitudine, di un vuoto interiore e di non essersi mai sentiti “a casa” in questo mondo. Parlano di un inesprimibile desiderio alla base della loro vita, qualcosa che potrei definire nostalgia: il bisogno di entrare in contatto con la propria “sorgente interiore” il cui richiamo lo hanno sentito in qualche raro momento della loro infanzia, nel quali hanno rivolto lo sguardo verso il loro mondo interiore.

Cristina Grof nel su libro Guarire dalla dipendenza, racconta la sua personale esperienza di dipendenza da alcol, parla del “dolore senza nome”, descritto nella letteratura spirituale e del suo anelito verso una profonda esperienza spirituale. Per Cristina la dipendenza, qualsiasi forma di dipendenza, nasce da questa inquietudine esistenziale, da quel sentirsi tagliati fuori da se stessi, dalla sorgente di ogni ispirazione e dalla “solitudine cosmica” che ne deriva.

In una lettera a Bill Wilson, cofondatore degli alcolisti anonimi, riferendosi ad un suo paziente alcolista, Jung scrive: “Il suo desiderio insaziabile per l’alcool era equivalente, a un livello inferiore, alla sete spirituale di completezza a cui il nostro essere anela, ovvero, per dirla con linguaggio medievale, all’unione con Dio”. E ancora: “in latino alcol si dice spiritus. Dunque, la stessa parola viene usata per la più elevata esperienza religiosa e per il più corruttore dei veleni. Una formula utile quindi è : spiritus contra spiritum.

Il programma dei 12 passi ideato da Wilson contiene molti elementi dei vari sistemi spirituali tradotti in linguaggio occidentale, una pratica che riguarda il senso profondo della vita e della morte. Nel terzo passo del programma si legge: “…abbiamo deciso di rimettere la nostra volontà e la nostra vita nella mani di Dio, così come noi lo intendiamo”, un passaggio che richiede la rinuncia al controllo da parte del “piccolo io” e l’abbandono, la resa incondizionata ad un “Potere Superiore”.
Questo ardente desiderio per qualcosa di indefinibile appartiene profondamente a tutti noi così come il bisogno di “significato”, di trovare una risposta al mistero dell’esistenza. Per gli alcolisti, i tossicodipendenti, i giocatori d’azzardo questa ricerca non è semplice, sbagliano direzione e si perdono nel vicolo cieco del dolore e della disperazione.

 

 

Il richiamo del sacro

 

La battaglia dell’intossicato contro ciò che lo irretisce è per molti versi una sfida che molti esseri umani affrontano, portata all’esasperazione. Molti anni fa, cercando risposta alle mie domande esistenziali mi sono imbattuta nella psicologia transpersonale e sono rimasta affascinata dal nuovo orizzonte che allora si apriva dinanzi a me e che mi offriva una chiave di comprensione più vasta della natura umana da quella da me conosciuta fino a quel momento, in cui oltre ai problemi fisici, familiari, sociali, psicologici, etc. veniva considerato anche il bisogno spirituale. Ho potuto osservare il mondo, gli altri, me stessa, da un’ottica molto più ampia. Compresi allora, attraverso la mia esperienza personale, confermata poi da quella dei miei analizzandi, l’importante legame esistente tra spiritualità e molti sintomi apparentemente incomprensibili, in particolare le varie forme di dipendenza.

Freud, nel suo lavoro Dostoevskij e il Parricidio (1928), analizza l’evoluzione del giocatore compulsivo descritto dallo scrittore russo e teorizza un legame fra la sessualità e la tensione attivata e scaricata attraverso il gioco, in particolare il ruolo del masochismo nella dinamica psichica delle vittime di addiction al gioco d’azzardo. Molti altri psicoanalisti si sono interessati alla psicologia del giocatore d’azzardo; tra questi Valleur e Bucher (1999) sostengono che il giocatore continuerebbe a domandare al Fato, come se fosse un oracolo, cercando una risposta sul valore della propria vita: una sorta di sottomissione ed abbandono al verdetto del destino e allo stesso tempo un tentativo di riprendere il controllo della propria vita.

Questi aspetti, sicuramente presenti nelle storie delle vittime di addiction, non sono però sufficienti a comprendere pienamente la dipendenza psicologica, quel suo tendere verso un determinato tipo di esperienza, il suo “perché”. Una visione riduttiva che svilisce e rende sterile il “sintomo”, irretendolo in una “causa” legata al passato e privandolo del suo movimento propulsivo, del suo “progetto”, ma soprattutto del suo significato esistenziale. Il punto di vista della psicoanalisi tralascia un aspetto molto importante che riguarda la “sete di infinito” che soggiace a quella smania per l’”oggetto” della dipendenza nelle vittime di addiction. Tralascia la domanda esistenziale dell’essere umano dinanzi all’Ignoto che si cela dietro il “sintomo”, il bisogno di dare un senso alla propria esistenza – come nel caso dell’alcolista citato da Jung: lo “spiritus contra spiritum”- quel bisogno di Totalità insito nella natura umana, a cui le varie forme di dipendenza sembrano rispondere in un modo pericolosamente fittizio.

Credo, con Cristina Grof e Jung, che dietro ad ogni forma di dipendenza si celi in realtà una profonda nostalgia per la nostra vera identità perduta, che è di natura spirituale, come sostiene la Cabalà e tutte le nostre antiche tradizioni sapienziali. Una sorta di “richiamo del sacro” che le persone sensibili scorgono in ogni riflesso dello spirito nell’Arte e nella Natura, intorno e dentro di sé: la brama di vivere un’esperienza non chiaramente definita di Unità e di libertà.

“All’interno di una luce gialla vedo un puntino rosso che si ramifica in tante linee rosse: è un uovo che lentamente si trasforma in un pulcino ed io sono questo pulcino. Sento la mia debolezza e la forza che devo fare per uscire dal guscio. Finalmente il guscio si rompe ed esco fuori sentendo la debolezza delle mie gambe. Lentamente cresco e divento un’aquila. Volo alto, mi sento libero, forte, potente. Vedo il mondo sotto di me, volo sempre più alto… ad un certo punto sento di perdere sempre di più le forze e cerco un punto giù nelle rocce per morire. Perdo lentamente le forze e muoio. Penso di aver vissuto la vita e la vita è così: la nascita, la crescita, la libertà, la vecchiaia e la morte. “E’ questa la vita ed è bella così. L’accetto.”

Questo è un sogno fatto da Francesco, un analizzando di 36 anni durante il suo percorso personale di abbandono della dipendenza da alcol e cocaina, sogno molto potente collegato proprio a questa ricerca di significato dell’esistenza. La forza spirituale dalla quale scaturiscono immagini cosi dense di significato è la forza interiore che ci rende consapevoli della nostra appartenenza alla Totalità e favorisce la “costruzione del ponte”: la connessione perduta con noi stessi, con gli altri e con il mondo che ci circonda. Stanislav Grof la chiama “il guaritore interno”, mentre dalle nostre tradizioni sapienziali e dallo stesso Dante viene definita Amore.

Come ci ricordano i 12 passi degli alcolisti anonimi e la letteratura spirituale, questa esperienza della Totalità viene definita “esperienza di Dio”, un’esperienza contemporaneamente emotiva e conoscitiva dell’Unita assoluta che sottostà a tutto l’esistente e della nostra appartenenza al “progetto cosmico”, insieme all’assunzione di responsabilità che ne deriva. S. Grof la considera “un diritto naturale di nascita di ogni essere umano”: un’esperienza individuale di espansione e di autorealizzazione che ha una risonanza collettiva e ci collega intimamente con “il Centro” della Vita in noi: con Dio, così come noi lo intendiamo.

 

 

 

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“Il Cedro” laboratorio dell’individuazione

Angela Bartalotta

nell’ambito “Le domeniche al Cedro”

Domenica 27 ottobre ore 18

Invita alla presentazione del libro di Vittorio Pavoncello

Il serpente nel Big Bang

ne parleranno con l’autore e con il pubblico

Anna Maria Meoni psichiatra

Virginia Salles psicoterapeuta

Massimo Napoli leggerà alcuni brani del libro

Il serpente nel Big Bang” (Mimesis Edizioni 2013) offre l’ opportunità per approfondire e dibattere alcuni dei temi che costituiscono un libro pieno di spunti e riflessioni sulla contemporaneità e sul futuro (le staminali, le sacre scritture, la morte dell’universo, l’immortalità dell’uomo..).

Come erano i serpenti prima che la punizione divina si abbattesse su di loro trasformandoli geneticamente in esseri striscianti? La costola di Adamo da cui nacque Eva era il prototipo di una cellula staminale? Sono alcune delle domande cui “Il serpente nel Big Bang” cerca di rispondere. Fuori da ogni teoria creazionista il testo mette in luce alcuni difficili rapporti e percorsi di pensiero fra Scienza e Fede. A ricercare le cause della vita ma anche le cause di una delle domande che da sempre assilla gli uomini di polvere: perché la morte? Il concetto d’immortalità da ritrovare e perseguire come una nuova energia per rivoluzionare i poteri che della morte abusano per edificarci sistemi di pensiero, di fede e di coercizione. Uomini di polvere o uomini di particelle?

 

Domenica 27 ottobre ore 18

“Il Cedro” laboratorio dell’individuazione

vicolo del Cedro 5 (Trastevere)

 

 
 
 
LA NUOVA PSICOLOGIA
frontiere della via transpersonale
di Stanislav e Christina Grof
e con Elisabetta Corberi, Virginia Salles, Paolo Crimaldi, Maura Gancitano e Andrea Colamedici
 
Fondatore della Psicologia Transpersonale, ideatore insieme a Christina Grof della Respirazione Olotropica (un particolare tipo di respirazione che, con l’aiuto della musica e di alcune semplici tecniche di lavoro sul corpo, riesce ad attivare i diversi livelli dell’inconscio e a mobilitare le energie rimaste bloccate, ripristinando il naturale equilibrio psico-fisico dell’individuo), autore di oltre 150 articoli e 20 libri tradotti in più di 15 lingue, Stanislav Grof è uno degli psichiatri e ricercatori di confine più conosciuti al mondo.
Nel seminario di sette ore che condurrà con Christina Grof, verrà mostrata l’eredità di mezzo secolo di Ricerca sulla Coscienza: come guarire dalle dipendenze, abbandonare gli attaccamenti, superare i disturbi emotivi e psicosomatici, ridisegnare la mappa della psiche umana, riconsiderando il ruolo della spiritualità nella vita.
Accompagneranno il viaggio nel transpersonale le psicoterapeute e facilitatrici di Respirazione Olotropica Elisabetta Corberi e Virginia Salles, il noto astrologo Paolo Crimaldi, Maura Gancitano, scrittrice, e Andrea Colamedici, filosofo.
 
 
PROGRAMMA

9,30 APERTURA LAVORI

9,45 Elisabetta Corberi 

La Respirazione Olotropica nelle patologie ansiose

10,30 Christina Grof

Sete di Totalità: Attaccamento, Dipendenza e il Cammino Spirituale

13,30 pausa

14,30 Virginia Salles

Stanislav Grof tra la Psicologia del Profondo e la Cabalà

15,15 Paolo Crimaldi

L’incontro di Astrologia e Psicologia per una visione olistica della personalità

16,00  Maura Gancitano e Andrea Colamedici

Futuro Ancestrale: verso una Vita Olotropica

16,45 pausa

17,00 Stanislav Grof

Revisione della Psicologia: L’eredità di mezzo secolo di Ricerca sulla Coscienza

21,00 CHIUSURA LAVORI

 

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Oltre la patologia dell’ego

 

                                      Di Virginia Salles, Roma

 

 

Prigionieri del passaggio

Incatenato all’infinito, intrappolato nella nave  dalla quale non poteva evadere, un tempo, il folle veniva abbandonato ai flutti del mare, alle sue correnti impetuose. Per Michel Foucoult[1] “l’invasato” è l’eterno passeggero, “il prigioniero del Passaggio”: prigioniero nella più vasta e libera di tutte le vie.

E’ vecchia quanto il mondo l’alleanza dell’acqua con la follia, a ricordarci il profondo anelito alla vita e alla libertà di chi si immerge con coraggio in questo mondo interiore/acquatico, a volte senza neanche saper nuotare. “Prigionieri del  passaggio” finché non riescono ad arrivare a destinazione in questo grande viaggio che, in un certo senso, è un viaggio verso la morte. Morte delle vecchie certezze e dei rigidi confini.

 Mi viene in mente Roberto[2], 35 anni, “prigioniero della soglia”, che non sapeva spiegare la sua esperienza, temeva di essere boicottato nel suo percorso interiore, temeva di essere considerato pazzo o quanto meno “strambo”, ma allo stesso tempo sentiva l’impellente necessità di continuare a esplorare, a cercare. Abbandonare l’esperienza significava per lui, nonostante tutto, perdere qualcosa di estremamente importante.

 Prudente, Roberto ha imparato presto a tacere le sue esperienze, sapeva di correre un grande rischio: “solo ai Maestri”, affermava, “ai guru, agli uomini santi, era concesso di abbandonare temporaneamente il loro corpo fisico, e allora perché proprio  lui?” Aveva imparato a gestire la sua estasi così come i pensieri che emergevano, idee che prima non gli erano mai passate per la testa; aveva imparato a sostenere il  terrore della soglia, ma anche la profonda tristezza che subentrava ogni volta che sentiva di perdere “il contatto con l’oltre”, ogni volta che sentiva  di essere stato tagliato fuori dalla vita ed escluso dall’inesauribile fonte di significato.

L’esperienza di Roberto non mi ha colto del tutto impreparata, conoscevo questi eventi definiti chiaroveggenza viaggiante, proiezione astrale, o, con il termine più scientifico di “esperienza al di fuori del corpo”: O.O.B.E (dall’inglese out-of-body-experience). Fu descritta,  da Robert A. Monroe, scrittore statunitense e uomo d’affari di successo, nel suo libro I miei viaggi fuori del corpo, da William Buhlman e da tanti altri viaggiatori dell’ignoto.

Anche Anna, 48 anni, passeggera inizialmente spaventata, aveva inseguito fino in fondo “il fantasma del marito deceduto” che la visitava ogni notte facendo la sua apparizione  nel capezzale del letto. Lo aveva inseguito fino ad accompagnarlo in un viaggio nel mondo dei morti. Superata la temuta Soglia, una volta colto il significato del viaggio, Anna  è  riuscita a dare un senso all’esperienza attraverso studi esoterici e corsi di approfondimento sul tema dell’accompagnamento dei  morenti nell’aldilà, attualmente una delle sue attività.

Roberto, professionista affermato in campo tecnologico, è diventato un abile esploratore di mondi invisibili, esperto di “viaggi fuori del corpo”, ha scritto alcuni libri divulgativi, libri filosofici, dal profondo contenuto spirituale

Chiara, 42 anni, sente voci che le bisbigliano cose “significative” per lei, ma a volte incomprensibili. Prigioniera della soglia, la giovane donna ha paura di ascoltarle, non sa dove la possono portare. Le immagini la incalzano, le voci la stordiscono, voci che sembrano provenire da un altro mondo, un mondo oscuro e minaccioso. C’era indubbiamente qualcosa nel suo stato psichico che mi  ricordava la follia, ma c’era anche qualcos’altro che la negava allo stesso tempo, così come negava qualsiasi altra categoria diagnostica tradizionale. Stato psichico questo che la  costrinse a volgere lo sguardo in direzione dei suoi abissi interiori, a scrutare l’infinito attraverso il dolore di ogni  lacerazione; a rimanere faccia a faccia con qualcosa di  se stessa che finalmente vedeva e che prima non conosceva, qualcosa che finalmente si rivelava.

Santa Teresa D’Avila ha conosciuto l’Amore, quello universale, “con la A maiuscola”, ma prima ha dovuto attraversare l’inferno: un cunicolo lungo, stretto e buio; ha dovuto conoscere l’agonia del corpo: attraversare il tunnel tutta rattrappita, con le pareti che le si stringevano addosso; ma soprattutto l’agonia dell’anima in questo luogo desolato senza speranza e senza apparente via d’uscita. Stanislav Grof, questo vissuto, lo avrebbe definito: “Terza Matrice Perinatale”[3]

All’apice di questo tipo di esperienze, accade molte volte che i rigidi confini tra il “passeggero della soglia” ed il resto del mondo  svaniscano e la persona venga inondata da un sentimento di completezza e di appartenenza a qualcosa di più ampio e universale che non aveva mai conosciuto prima e che spesso viene definito come “un’apertura del cuore”. E’ una esperienza di Unione, accompagnata da intense emozioni e da un sentimento di Amore diffuso, universale, che influenza profondamente e a volte trasforma definitivamente la vita della persona e la propria  visione del mondo.

“Taci e ascolta!”

La principale caratteristica del culto del Candomblè (religione afro-brasiliana) è la  possessione da parte delle divinità (orixàs) che rappresentano le forze della Natura in noi. Divinità, che durante i riti si impossessano del credente servendosi di lui come strumento di comunicazione con i mortali: elargiscono benedizioni, consigli,  grazie, insegnamenti, medicine per il dolore etc.

Tristezza immotivata, paure irrazionali, visioni, allucinazioni, sintomi che ricordano le nostre nevrosi, psicosi o schizofrenie, sono tra le “malattie” che segnano la “chiamata” alla possessione. Ricercatori  nell’ambito delle “malattie mentali” hanno riscontrato durante i periodi di “silenzio dei tamburi” –  quando i riti di possessione venivano repressi dalle forze dell’ordine – un notevole incremento delle malattia definite “di interesse psichiatrico”.

Con un linguaggio che ricorda la letteratura mistico-filosofica, il più famoso e autorevole esploratore  dell’inconscio, C. G. Jung, scrisse nel 1916,  in soli tre giorni, Sette sermoni ai morti, un vero e proprio dialogo con i defunti, come risposta ad un’invasione di casa sua da parte di una folla di spiriti, avvertita da lui e dai suoi figli. La folla di spiriti si dileguò appena Jung iniziò a scrivere i Sermoni. Le seguenti parole corrispondono alle prime righe dei Septem Sermones ad Mortuos:

“Tutta la casa era come abitata da una folla di gente, come se fosse stipata di spiriti. Si affollavano fin sotto la porta, e si aveva la sensazione di poter respirare a fatica. Ero naturalmente tormentato dalla domanda: “Per amor di Dio, di che mai si tratta?” Allora in coro gridarono: “Torniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato ciò che cercavamo”[4].

E’ lo stesso Jung ad affermare nel suo Libro Rosso:

“La nostra epoca sta cercando una nuova fonte di vita. Ne ho incontrata una ed ho bevuto della sua acqua ed aveva un gusto buono”.[5]

E ancora: “Taci e ascolta! Tutte le profondità sono piene di pazzia!!!”[6]

Stanislav Grof, fondatore insieme ad Abraham Maslow della psicologia transpersonale  descrisse dettagliatamente le sue esperienze di un mondo sconvolgente e affascinante, fino a quel momento a lui totalmente ignoto. Esperienze attivate con l’utilizzo dell’LSD (in quell’epoca una sostanza legalmente permessa) e successivamente attraverso tecniche respiratorie, facendo un parallelo tra i propri vissuti e le esperienze descritte da millenni nella letteratura spirituale. 

La vera libertà è interiore, è la libertà di sentire e di esplorare l’universo inespresso delle nostre potenzialità. Questo tipo di percorso interiore catalizza un particolare tipo di esperienza che priva l’individuo della “parola convenzionale” ma, come sottolinea Jung, contemporaneamente rinnova la sua capacità di espressione. Una esperienza “iniziatica” che segna appunto l’inizio di una vera e propria discesa agli inferi e nel regno dei morti, un percorso simile a quello descritto dalle tradizioni religiose di tutto il mondo: visioni di esseri spirituali, Angeli e Demoni, esperienze di morte e di incontro con esseri di luce o personaggi mitologici; esperienze di luoghi e tempi lontani; esplosioni di energia, tremori e spasimi. Visioni e suoni di splendida bellezza… Morte e Rinascita. Panico, paura di impazzire e di non fare ritorno in questo mondo  – un caos vivo descritto dai mistici di tutti i tempi come “la notte oscura dell’anima”.

 Nella pratica clinica è proprio questa l’occasione per iniziare l’assunzione di massicce dosi di psicofarmaci  ed  interrompere drasticamente questo flusso di voci/immagini ed, in alcuni casi produrre persino una condizione di apparente “normalità”. Tutto ciò comporta il progressivo allontanamento del “passeggero” dalla possibilità di “proseguire il viaggio” ed attingere alla  propria sorgente di vita interiore, la sua unica, vera, possibilità di salvezza.

 

Intossicati da Dio

Quando la coscienza si espande, le percezioni  si moltiplicano indefinitamente, ma anche la forza di integrazione che proviene dal Centro della personalità, (il , direbbe Jung)  deve crescere in proporzione per contenere ed elaborare tutto il materiale inconscio, le potenti emozioni. Se questo non accade, si perde la bussola e si viene risucchiati in quell’abisso che chiamiamo follia. Il grande musicista tedesco Robert Shumann nell’ultimo periodo della sua vita fu “invaso” da allucinazioni visive e sonore: sentiva ogni rumore trasformarsi in una splendida sinfonia celestiale: ma anziché godere per tutto questo splendore, ne era profondamente sconvolto. Vedeva Angeli che gli portavano ispirazioni divine, angeli che alla luce del sole si tramutavano in demoni e bestie feroci che lo minacciavano. Altri fattori hanno contribuito alla sua pazzia, ma più di ogni altra cosa la sua esasperata sensibilità e l’impossibilità di elaborare tanta ispirazione divina.

“Intossicate da Dio” si dice in India, riferendosi a quelle persone la cui energia psichica, liberata durante le pratiche spirituali, è troppo potente al punto che rischiano di “cadere nell’abisso” e di perdere, come Shumann, il contatto con la realtà. Nel contesto orientale la crisi spirituale viene contenuta ed elaborata all’interno di un ricco patrimonio mitologico e attraverso adeguati riti, viene assecondata e lasciata libera di seguire il suo corso naturale, permettendo a chi la vive di attingere alle proprie potenzialità evolutive e spirituali.

Durante queste esperienze, nei sogni dei passeggeri emergono potenti simboli di trasformazione appartenenti a differenti tradizioni: alchemiche, sciamaniche, orientali, ebraico-cristiane etc. Proprio come nelle esperienze descritte nella letteratura spirituale-mistica questi vissuti sono portatori di profonda conoscenza  di tipo filosofico-religioso che permettono, a chi le vive, di cogliere l’Unità di fondo che si cela dietro l’apparente molteplicità delle forme e l’illusione del tempo.

La maggior parte delle pratiche appartenenti a queste antiche tradizioni non sono applicabili in modo immediato alla nostra cultura  centrata sulla personalità, risulta  quindi difficile incontrare nel nostro contesto culturale strutture che ci sostengano durante il processo di trasformazione. Conosciamo le storie di molte persone che hanno intrapreso questo tipo di viaggio interiore e che non hanno più fatto ritorno: Il processo completo di trasformazione contempla sì il distacco dal mondo “terreno”, ma anche il ritorno. Negli ultimi 150 anni molti altri personaggi noti hanno naufragato in queste acque profonde come, per esempio, Van Gogh, Nietzsche, Holderlin, Rimbaud, Artaud, Strindberg, Munch e molti altri.

Esperienze così enigmatiche e sconvolgenti come quelle vissute da Michele, Anna, Chiara, Santa Teresa D’Avila, Jung, Shumann e tanti altri, vengono spesso guardate con sospetto, con una certa diffidenza e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. Il mondo interiore è vasto e, come afferma Foulcoult, “divora chi non è forte e preparato”[7], ma se la follia in qualche modo ci acceca, il folle al contrario, stranamente, ricorda ad ognuno di noi la propria verità.

Non molto tempo fa l’idea di salute veniva stabilita secondo criteri che non prendevano in considerazione la sofferenza dell’anima o il benessere spirituale. Oggi la più recente definizione di  salute prevede uno stato di completo benessere dell’essere umano integrale: biologico, psicologico e spirituale.

Sergio de Oliveira, psichiatra brasiliano, professore all’Università di Medicina di San Paolo alla cattedra di medicina e spiritualità  e ricercatore nel campo della psicobiofisica, unisce nel suo lavoro concetti di psicologia, fisica, biologia e spiritismo con particolare attenzione agli studi sulla ghiandola pineale, considerata da millenni “la sede dell’anima”. La ghiandola Pineale è una ghiandola endocrina che appartiene all’epitalamo, la cui funzione è ancora sconosciuta. Per i praticanti dello yoga la pineale è l’ajna chakra  o “terzo occhio”, collegata all’autoconoscenza. Gli egiziani la chiamavano “il sole nella testa”. Annick De Souzenelle nel suo libro Il simbolismo del corpo umano sostiene che è sconosciuta perché ancora addormentata: l’umanità nel suo attuale stato di coscienza, non riconosce la propria  spiritualità. Secondo la Souzenelle la ghiandola pineale si rivela come il fulcro della visione delle grandi profondità dell’anima, quando l’uomo assume la sua “matrice di fuoco”. Quindi, secondo la nota cabalista “la pineale non è ancora sollecitata ad inviare il suo influsso al campo toracico”.

Il fattore Ulisse

Le radici profonda di queste “malattie dell’anima” non vanno cercate in ambito clinico, tra i manuali di diagnosi tradizionali, ma nella sete esistenziale che appartiene ad ogni essere umano, una insoddisfazione di fondo, quel bisogno di avventurarsi nell’ignoto definito “fattore Ulisse”. La maggior parte delle persone vive costantemente un sentimento indefinito di “mancanza”: la rigida distinzione fra il proprio io e l’ambiente esterno. Qualcosa come “sentirsi separato” dal mondo, dagli altri, dalla vita. Liberarsi da questa sensazione è come guarire da un “malessere cronico” di cui non si sapeva neanche di essere portatori. Il grande paradosso è che, quando si supera questo stato di sofferenza esistenziale, agli occhi degli “altri” si sembra “malati” e si viene etichettati come tali, mentre nel profondo si ha la chiara consapevolezza di aver semplicemente iniziato ad esistere. Naturalmente l’euforia e il sentimento di completezza, a volte una vera e propria estasi, con il tempo si attenua, ma questo non è tanto importante quanto il fatto che scompare quella brama struggente verso l’Unione. Brama che solitamente si manifesta come smania di potere, dipendenza da sostanze, da relazioni o dalle solite rivendicazioni egoiche – un tentativo di compensare la cronica frustrazione di vivere in un circolo vizioso, come un criceto imprigionato nella ruota. Con il passare del tempo la nuova consapevolezza raggiunta e l’assenza definitiva della rigida separazione tra se stessi e il mondo entrano a far parte, definitivamente, della struttura stabile della personalità e della esperienza soggettiva della persona.

 

 Non solo corpo

Nella nostra società materialista siamo condizionati dall’idea che l’essere umano sia circoscritto e definito dai limiti del suo corpo, eppure la nostra tradizione cristiana affonda le sue radici nell’assioma fondamentale della “resurrezione di Cristo”, come a volerci ricordare l’esistenza di “qualcos’altro” in noi, oltre il tempo e lo spazio, qualcosa che possiede vita eterna.

Oggi, sotto l’impulso delle nuove scoperte in ambito interdisciplinare, in particolare nella fisica moderna, la medicina/psicologia sta iniziando a prendere una nuova posizione dinanzi alla sfida ed alla necessità del riconoscimento di qualcosa, in noi, che va molto al di là del corpo: le  “malattie dell’anima” così come le possessioni o stati di trance, i casi di persone che vedono spiriti o persone morte o entrano in stati non ordinari di coscienza durante contesti religiosi o sedute medianiche, non sono più motivo per prendere potenti medicinali per tutta la vita, ma motivo, forse, per iniziare un serio precorso di auto conoscenza. Molti di questi stati che le categorie diagnostiche ufficiali considerano come manifestazioni di malattia mentale sono in realtà espressioni di un processo autonomo di trasformazione e di auto “guarigione” della psiche e del corpo e della tensione evolutiva verso uno stato di coscienza più elevato. L’esplorazione del potenziale terapeutico di tali stati e la conseguente sfida teorica che questa nuova visione propone sono il fulcro della psicologia transpersonale.

 

Nella mia esperienza clinica, un numero significativo di analizzandi diagnosticati come psicotici perché “sentono voci” o “vedono spiriti”, nella realtà sono  persone che stanno vivendo un travaglio spirituale. Molti di loro possono superare la loro sofferenza, se vengono considerati dal punto di vista integrale e curati come tali, ma purtroppo ancora oggi le diagnosi psichiatriche, la prescrizione di farmaci il più delle volte inutili o dannosi, sono anche in questi casi una pratica ricorrente. Questi stati di coscienza rappresentano molto spesso un’apertura ad una più profonda dimensione esistenziale e sono considerati, dal punto di vista della Tradizione spirituale, una vera e propria “Benedizione”, un “bacio di Dio”.

Nella cultura psicologica tradizionale, questo tipo di esperienza non viene mai contemplato. Non abbiamo, in generale, gli strumenti per comprendere ed elaborare lo stupore, la meraviglia, ma anche lo struggimento e l’inevitabile sofferenza e perdita dei punti di riferimento di chi attraversa la soglia. Siamo culturalmente impreparati a vivere ciò che è la più recondita aspirazione di ogni essere umano. Secondo Stanislav Grof questo tipo  di esperienza “dell’oltre” è un diritto naturale di tutti gli esseri umani.

Se invece di sopprimere i sintomi, come accade spesso, iniziamo a prestare ascolto e attenzione a questa particolare forma di attività inconscia, se accogliamo la sofferenza e l’angoscia all’interno di una visione della psiche più ampia e complessa, alla persona che sta attraversando il travaglio esistenziale viene restituito un significato del tutto diverso che trasforma radicalmente la natura e la stessa fenomenologia della sua “malattia”. Per chi vive questa sofferenza psicologica è un sollievo sapere di trovarsi in uno  stato di coscienza “non ordinario” ma legittimo e che queste tempeste interiori non solo sono portatrici di significato, ma soprattutto tendono verso il superamento della sofferenza esistenziale e la riorganizzazione della vita psichica.

 

L’esperienza di Unione

Stando agli studi effettuati da Abraham Maslow, John Perry, Stanislav Grof, etc. attualmente sono sempre più numerose  le persone che hanno attraversato esperienze  così straordinarie e che, invece di rimanere “intrappolate nel passaggio”, emergono da questi stati  “trasformate” rispetto a prima, nel senso di aver acquisito benessere psicofisico, una più ampia consapevolezza, una maggior apertura verso gli altri. In alcuni casi si tratta di un vero e proprio percorso spirituale simile a quello descritto dalle varie tradizioni religiose di tutto il mondo. Grof li ha definiti “emergenze spirituali”, sottolineando cosi il loro doppio aspetto di “pericolo” e di “opportunità”.

John Weir Perry, pioniere nella psicoterapia di pazienti psicotici, vede in questo tipo di sofferenza psicologica la lotta dello spirito umano per liberarsi dalla prigione delle strutture mentali convenzionali, una morte-rinascita dal punto di vista psicologico, da lui considerata una tappa importante nello sviluppo della coscienza umana sia dal punto di vista individuale che collettivo. Il nucleo di questa attivazione ed energia è l’archetipo del Centro, definito “Sé da Jung che viene spesso rappresentato nei sogni con l’immagine di cerchi o dai mandala nella meditazione. Allo scopo di favorire il processo di risanamento psicologico, Perry incoraggia i suoi “pazienti” ad elaborare le loro esperienze in un contesto  emotivamente accogliente, all’interno di intensi rapporti interpersonali. Il termine “terapeuta” in questi casi viene usato nel senso tradizionale greco di “persona che assiste durante il processo di guarigione” e non prevede che si agisca in modo attivo sulla persona. Il ruolo del terapeuta quindi è quello di sostenere l’esperienza senza definirla o manipolarla e di offrire “consulenza esistenziale” per chiunque voglia imparare a crescere.

Per Ervin Laszlo  “Il Sé” rappresenta l’ulteriore fase dell’evoluzione umana: una fase che si manifesta già  occasionalmente in vari individui, ma che un giorno potrà diventare patrimonio di tutti. Naturalmente qui non si tratta di “evoluzione” nel senso darwiniano del termine, ma di quel concetto di evoluzione, definito da Laszlo come un processo di auto-organizzazione e auto-rinnovamento che si può osservare ad ogni livello dell’esistenza, dal sistema solare ad una ghianda, dallo sviluppo della società al percorso esistenziale di un individuo. Un processo spontaneo che va dal disordine verso l’Ordine e l’Armonia.

 

Amit Goswami, fisico teorico nucleare è  uno di quegli scienziati, sempre più numerosi, che negli ultimi anni, come Ervin Laszlo, si sono addentrati nel campo della spiritualità nel tentativo di comprendere i risultati apparentemente incomprensibili dei loro esperimenti. Ciò che emerge da questi studi è una visione psicologica che va oltre la psicologia, così come la conosciamo, è come se in un certo senso dovessimo varcare il nostro “Rubicone”. E’ molto pericoloso ed involutivo voler riportare  esperienze di tali profondità al livello delle categorie della coscienza ordinaria, banalizzarle o chiuderle nei nostri schemi concettuali. Questo tipo di esperienza appartiene ad un territorio della psiche che va oltre le categorie e le diagnosi abituali e richiede urgentemente un ampliamento ed una revisione dei nostri concetti fondamentali. Richiede un’altra visione del mondo! La posta in gioco è immensa: è ciò che i cabalisti chiamano “la rettificazione del peccato dell’albero della conoscenza” e  che in ambito transpersonale potrebbe essere definito come il superamento dell’ego separato, una profonda esperienza evolutiva, un’esperienza squisitamente umana di superamento dei confini dell’ego e di Unione.

 

                                    

[1] Foucault, M. Storia della follia nell’ètà classica, Milano, p. 19

[2] Il nome è naturalmente di fantasia, l’età è reale

[3] Grof, S. Psicologia del futuro, Red edizioni, 2001

[4] Jung, C. G., O Livro Vermelho, Editora Vozes, Ltda, Petropolis, 2010, p.297, T.d.A.

[5] Ibidem, p. 210

[6] Ibidem, p.267

 

[7] Foucault, M. Storia della follia nell’ètà classica, Milano, p. 93

 

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.

(Hubert Reeves)

La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva.

(Albert Einstein) 

Nel grembo della Natura

Nell’America dalle pianure sconfinate, dalle lande solitarie, dai confini messicani fino all’Alaska, un ragazzo anticonformista rinuncia al confort di una vita borghese per immergersi nella natura selvaggia. Il libro di Jon Krakauer, diventato un classico della controcultura metropolitana, racconta la storia vera di Christopher McCandless, portata nel grande schermo nel 2007 con la regia di Sean Penn, dal titolo in inglese Into The Wild. 

Autentica celebrazione di quell’esasperato anelito alla libertà che in fondo all’anima appartiene a tutti noi, il film di Penn ci regala momenti di inquietudine, ma anche di pura meraviglia che ricordano alcuni brani scritti da Ralph Waldo Emerson (1836) nel suo famoso libro Natura: “La Natura non veste mai una mediocre apparenza. Né l’uomo più saggio può strapparle i suoi segreti”[1].

Per Emerson l’uomo è simile a Dio, ma un “dio decaduto” il cui unico scopo è quello di ritrovarsi, attraverso il recupero di un corretto rapporto con la natura e la consapevolezza della propria posizione in seno all’universo: un vero e proprio atto di fede il cui senso ultimo sfugge da qualsiasi retorica religiosa per accedere ad una dimensione altra, autenticamente umana nella quale inserire il proprio vissuto più intimo e personale.

Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo? Perché non dovremmo avere anche noi una poesia e una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione, e una religione a noi rivelata, piuttosto che la sua storia?”[2]

Il film di Penn esprime con i suoi forti contrasti la continua alternanza tra una Natura sublime e allo stesso tempo spietata ed il vuoto interiore del personaggio alla ricerca del senso perduto. Ci trascina attraverso boschi e praterie, foreste; tra lo stupore, la meraviglia e quel timore reverenziale verso qualcosa di ineluttabile dinanzi al quale proviamo un pugno allo stomaco.

“La natura non è sempre vestita con l’abito della festa, e la scena che ieri emanava profumi e luccicava come per l’allegra danza della ninfa, oggi è soffusa di malinconia”[3].

Per Emerson come per i cabalisti la Natura è spirito incarnato. La più grande beatitudine e il vero dono offerto dalla sua contemplazione è la consapevolezza di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione, tra l’uomo e gli animali, tra l’uomo e la Natura tutta. Eppure, Emerson ne è certo che il potere di produrre questa immensa gioia non appartiene alla Natura, ma all’uomo stesso, anzi all’armonia tra l’uno e l’altra.

“In piedi sulla nuda terra – con la testa inondata dall’aria gioiosa e sollevata verso lo spazio infinito – ogni egoismo meschino svanisce. Divento una pupilla trasparente, non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono una parte o una particella di Dio”[4].

 

L’equilibrio per Emerson può essere raggiunto solamente quando si torna a guardare “Dio e la natura faccia a faccia”: nel reciproco riconoscimento, nella “corrispondenza”, nella fratellanza. Ed è proprio in questo spazio aperto dal dialogo tra uomo e natura che, ci ricorda lo scrittore americano, si colloca l’Arte.

“Ma se un uomo vuole davvero essere solo, che guardi alle stelle […] Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creta trasparente proprio allo scopo di dare all’uomo, attraverso i corpi celesti, la perpetua presenza del sublime”[5].

Il tema della fuga dal confort e dalla civiltàil coraggio di operare una scelta radicale come quella di abbandonare l’alienante quotidianità, ma soprattutto l’inseguimento di un qualcosa che ci riporti a noi stessi è il leitmotiv degli scritti di Henry David Thoreau (1817-1862), ecologista ante litteram e icona del pensiero ambientalista, il quale, insieme al suo amico Ralph Waldo Emerson,  è considerato il massimo esponente di quella corrente letteraria definita il “rinascimento americano”.

Nel suo famoso libro Walden ovvero Vita nei boschi (1854)Thoreau ‒ che ha fatto della solitudine e del contatto con la natura il suo personale percorso di autoscoperta ‒ descrive nei dettagli la sua avventura di riconciliazione con il mondo naturale, una vera e propria sfida alla sopravvivenza e allo stesso tempo un invito alla contemplazione. Il libro fu scritto nel 1845, a ventotto anni, durante il periodo vissuto in una capanna da lui stesso costruita sulle rive del lago Walden (vicino alla città di Concord, negli Stati Uniti) nella quale rimase per due anni e due mesi.


 

Libro cult della consapevolezza ambientalista e caposaldo della controcultura americana,Walden è un manifesto contro l’inerzia etico-morale della società americana dell’epoca, esasperatamente materialista, e allo stesso tempo una dettagliata descrizione del ritorno dell’autore nel grembo della Natura. Thoreauchiamato a “marciare al suono di un tamburo diverso”, come Christopher McCandless, il protagonista del libro di Krakauer portato sul grande schermo da Penn, compie una scelta radicalmente opposta ai valori e ideali di una società nei confronti della quale si sentiva “alienato fra i suoi simili”.

Attraverso questa piena immersione nella natura il giovane autore americano cercava in un mondo sepolto il contatto profondo con se stesso, con le sue sensazioni ed emozioni. Ricerca questa che assume una dimensione universale in quanto lo rende artefice del proprio destino e consapevole della sua posizione in seno alla Natura.

“È una di quelle serate deliziose quando il corpo intero è un unico senso e inspira felicità da ogni poro. Vado e vengo nella Natura con una strana libertà e sono parte di essa. Mentre cammino lungo la pietrosa riva del lago, in maniche di camicia, malgrado ci sia un vento fresco, il cielo sia coperto ed io non veda nulla di particolare che attragga la mia attenzione, tutti gli elementi mi sono stranamente congeniali”[6].

Nella più profonda solitudine, con uno sguardo privo di scopi e di pregiudizi, attento a ogni cosa senza esclusione di nulla “il vagabondo di Walden” apre il suo cuore alla Natura, alla ricerca di quell’alfabeto segreto celato tra le pieghe degli elementi più insoliti e allo stesso tempo così familiari: guardando il lago ne sente la pace delle sue acque quiete; avvolto dalla nebbia gli sembra di scrutare la Luce che tutto illumina. Nella ripetizione infinita della forma esagonale dei fiocchi di neve, riconosce il disegno cosmico ed in un lampo la “terribile maestà” della Natura.

Anche Jung, come Thoreau, cercava nell’essenza di ogni cosa quella dimensione etica, estetica e metafisica, molto al di là della semplice percezione sensoriale“ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il focolare e la stufa, e a sera accendo le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente, e pompo l’acqua da un pozzo; spacco la legna, e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice: e quanto è difficile essere semplici. A Bollingen mi trovo nella mia più vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso. Sono, per così dire, ‘l’antichissimo figlio della madre’”; così racconta il teorico dell’inconscio archetipico/collettivo nella sua autobiografia.

Scrive Thoreau: “a meno che il ronzio di un moscerino non sia come la musica delle sfere, e la musica delle sfere come il ronzio di un moscerino, non sono nulla per me”[7].

Vivere in un bosco sostentato solo dal lavoro delle proprie braccia è stato un grande esperimento di decrescita ed insieme una testimonianza all’umanità. L’esperienza di Thoreau di immersione nella Natura, la sua insoddisfazione rispetto ai valori condivisi, il suo senso di rifiuto e di “soffocamento” è lo stesso che caratterizza oggi molte persone che cercano strade alternative e sono portate a fare proprie la cultura della decrescita: vivere all’insegna dell’autosufficienza e della resilienza, del “lavoro delle proprie braccia”, dalla rinuncia al consumo frivolo ed al profitto ad ogni costo, valorizzando al massimo il rapporto con gli altri e l’armonia con la natura. Molti movimenti ecologisti hanno tratto ispirazione dall’esperienza e dal pensiero di Thoreau.

La Torre di Babele

Il vento pianta il seme”, scrive Emerson; “il sole fa evaporare il mare; il vento soffia il vapore sul campo; il ghiaccio, dall’altra parte del pianeta, condensa la pioggia; la pioggia nutre le piante; le piante nutrono gli animali; e in questo modo la circolazione infinita della divina carità nutre l’uomo”[8].

Nello stesso modo in cui… quando si perfora il terreno per ricavare petrolio in Arabia Saudita, l’aria del Brasile viene inquinata. La niña (corrente fredda) nelle coste del Perù aumenta l’incidenza di uragani nel sud degli Stati Uniti e provoca siccità e incendi nel Texas. Quando immettiamo nel mercato italiano nuovi modelli di automobili, provochiamo altro inquinamento e i ghiacciai nel Polo Nord si sciolgono; e quando il ghiaccio nel Polo Nord si scioglie, il mare si innalza e N.Y. rischia di essere allagata. Tutte queste azioni sono collegate e si influenzano reciprocamente all’infinito mettendo in evidenza lo stretto legame che c’è fra l’uomo e la natura tutta, le interconnessioni e le forze che vi dimorano.

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. Per Platone “sapienza” significa la conoscenza dei “segreti” della Natura e nell’antichità coloro che possedevano questo tipo di conoscenza erano definiti “saggi”.

I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”. La fonte di tutta la sofferenza del mondo sarebbe quindi la conseguenza della nostra visione parziale, lontana appunto dalla “saggezza” in quanto visione totale, progetto integrale: una conseguenza del nostro stato di non integrazione con il resto della Natura. 

L’umanità oggi volge l’attenzione al mondo antico alla ricerca di nuove fonti di ispirazione e di nuove soluzioni all’emergenza globale. Ciò che oggi definiamo “la coscienza planetaria”, secondo le nostre tradizioni sapienziali, non è una caratteristica dell’essere umano evoluto, ma è in realtà ‒ come ci descrivono anche studiosi moderni come Gregory Bateson o Arne Naess ‒ la pura essenza della Natura. Siamo abituati a pensare alla coscienza umana attuale che è quella che noi percepiamo con i nostri cinque sensi, come “normale”; tutto il resto appartiene al regno “dell’immaginazione”. La nostra percezione arriva lì dove finisce la nostra pelle e le idee di una nostra appartenenza a qualcosa di molto più ampio, nel quale siamo tutt’Uno, ci appaiono come del tutto eccezionali. Se però approfondiamo la nostra ricerca e analizziamo la storia delle civiltà e le idee di altri tempi, possiamo osservare che è vero esattamente il contrario: il nostro pensiero frammentario e meccanicista sviluppato negli ultimi secoli con la sua visione riduttiva del mondo, visione che oggi dimostra le sue falle, non è la regola, ma l’eccezione!

Il filosofo Benedetto Spinoza cercava in tutte le manifestazioni della vita “la sostanza unica e la Cabalà afferma che solamente se ci mettiamo in armonia con la Natura, possiamo afferrare il “pensiero profondo” che si cela dietro di essa: cioè “il piano Generale”. La comprensione di questo piano ci renderebbe in grado di “partecipare” alla Grande Opera attraverso l’espressione creativa proprio come il “Grande Architetto” e sarebbe proprio questo lo scopo della Creazione.

Goethe riconosceva che i grandi artisti (e aggiungo, anche gli scienziati) creando le loro opere, seguivano, per impulso dell’anima, le stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. Le grandi opere d’arte (e le grandi idee) sarebbero quindi prodotte dagli uomini secondo leggi vere, naturali e ontologiche. Ogni arbitrio, ogni fantastica immaginazione, a questo punto crolla: qui si tratta di Necessità, “qui è Dio”, afferma Rudolf Steiner, che attraverso di noi procede il suo “Piano creativo”.

Ma tutto ciò non è possibile finché rimaniamo “separati”. Il primo gradino dello sviluppo verso ciò che viene definito “la separatezza” ebbe inizio quando l’uomo iniziò a modificare la natura per servirsene a proprio vantaggio, quando iniziò a volerla piegare ai propri desideri e si è quindi distaccato da essa. Alienandosi dalla Natura gli uomini si distanziarono sempre di più gli uni dagli altri. Questo momento è rappresentato simbolicamente nella tradizione biblica come “la costruzione della torre di Babele”. La Bibbia descrive “La caduta della Torre di Babele” come l’origine delle diverse lingue che separano gli uomini e li rendono incapaci di comunicare.

Le tre tappe della coscienza

L’osservazione e l’analisi degli aspetti soggettivi dell’essere umano insieme ad alcune considerazioni sulla natura della conoscenza sembrano indicare abbastanza distintamente tre tappe dello sviluppo della coscienza: un primo stadio in cui lo sciente, l’oggetto conosciuto e la conoscenza sono ancora indifferenziati. Anche se non lo possiamo osservare direttamente né circoscriverne i confini, possiamo riscontrare questa modalità conoscitiva nell’uomo primitivo e nei bambini molto piccoli, quando il soggetto non è ancora distinto dalla conoscenza e dalla percezione.

Il secondo stadio è quello in cui si trova attualmente la maggior parte dell’umanità e corrisponde ad una fase in cui si è stabilizzata la differenziazione tra sciente, conoscenza e conosciuto: la coscienza dell’io è diventata sempre più distinta e con essa la percezione di un “oggetto separato”. Alcune persone riescono a ricordare il momento in cui, per la prima volta, si sono percepite come “un io separato” e lo descrivono come qualcosa di spaventoso, come sentirsi improvvisamente “tagliati fuori dal mondo”. L’evoluzione successiva a questa “nascita dell’autocoscienza” ha scavato sempre di più la profonda, fatale spaccatura tra ciò che riconosciamo come noi stessi e il resto… “là fuori”. La letteratura esistenzialista descrive molto bene questo sentimento di solitudine, di essere lasciati soli dinanzi ad un mondo morto e privo di senso.

A questo punto della nostra evoluzione le cose del mondo acquisiscono importanza solamente nella misura in cui ci lusingano (il nostro io illusorio); l’autocoscienza diventa quasi una malattia e ci troviamo imprigionati in una sorta di trappola: il desiderio di possedere il mondo con i suoi allettanti oggetti diventa il motivo principale dell’esistenza. Dobbiamo ammettere però che questa ipertrofia dell’io con tutte le sue infinite necessità in ogni modo ha rappresentato un importante stimolo all’intelletto, a scapito però dello sviluppo armonioso della relazione tra noi e il mondo. Anzi, ha favorito un vero e proprio antagonismo tra gli uomini, così come tra intelletto/emozione, soggetto/oggetto, individuo/società e così via… Con l’emergere di queste profonde fratture nella vita interiore e nella società, si arriva al terzo stadio.

Quando la “separazione” è completa e ci addentriamo in una sfera di illusione e follia, ci troviamo prima o poi a confrontarci con la terribile paura e con tutto il dolore che accompagnano questa illusione. Solo allora, inaspettatamente, inizia a balenare in noi l’intuizione della libertà, di qualcosa di immenso che sembra trovarsi proprio dietro l’angolo: la terza forma di coscienza, definita coscienza cosmica o universale. Quando emerge questa coscienza/esperienza ‒ perché di “esperienza” si tratta, definita dalla psicologia del profondo come “l’esperienza del Sé” ‒ la sensazione è quella di dissolversi e di essere improvvisamente inondati da tutto ciò da cui prima eravamo “separati”, proprio come se fossimo finalmente una cosa sola: una riconciliazione che pone termine al lungo processo di differenziazione e lascia spazio all’integrazione: lo sciente, la conoscenza e la cosa conosciuta sono ancora una volta Uno. Scrive Jung: “Distinguo quindi tra l’Io e il Sé, in quanto l’Io è solo il soggetto della mia coscienza, mentre il Sé è il soggetto della mia psiche totale, quindi anche di quella inconscia. In questo senso il Sé sarebbe un’entità (ideale) che include l’io”[9]. Afferma ancora Marie Louise Von Franz: “Solo attraverso il Sé, quindi, l’uomo può essere in contatto con il prossimo senza secondi fini, laddove l’io emotivo è quasi sempre oscurato da ogni sorta di motivazioni egocentriche, consce o inconsce”[10].

Attraverso questa esperienza, stando alle descrizioni di chi la vive, si accede alla vera e unica “conoscenza reale”. Esperienza questa che è stata descritta per secoli in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche storiche. La vera conoscenza è perciò quella in cui soggetto e oggetto sono conosciuti come una cosa sola ed è naturalmente una forma di conoscenza diversa dal primo stadio nel quale soggetto e oggetto erano, anche in quel caso, una cosa sola, ma non essendosi mai differenziati non potranno mai essere conosciuti come unità. Questo terzo tipo di coscienza, porta con sé una particolare forma di illuminazione: l’oggetto e l’io sono percepiti congiuntamente non solo attraverso l’atto speciale della conoscenza che li unisce, ma profondamente, nella loro essenza.

È come se venisse “quadrato il cerchio”: l’aspetto esteriore della conoscenza (albero, sole, pietra, gli altri…) non è più unicamente esteriore, ma viene percepito insieme alle sue “qualità intrinseche nascoste”, come un simbolo dotato di vita propria. Tutto ciò che ci circonda non è più semplicemente visto con gli occhi e toccato con le mani, ma è sentito essenzialmente come una parte di sé. Questo vedere, toccare e sentire sollecita una risposta profonda, un’eco che risuona all’infinito. La conoscenza a questo punto, sostiene Jacob Boehme, si illumina e si arricchisce di nuove possibilità, abbandona la sua illusoria forma di pensiero e acquisisce una dimensione cosmica/universale.

Psiche e Natura

La natura, quindi, nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato, è Lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Gregory Bateson, psicologo eclettico, nel suo libro Verso un’ecologia della mente cerca di definire un concetto rivoluzionario: la mente ecologica. Esponendo la sua visione olistica del substrato materiale sottostante i processi mentali e che li mantiene in vita, lo psicologo britannico ci offre una visione più completa ed ecologica dell’essere umano e del suo funzionamento mentale, delineando un punto di contatto tra il nostro comportamento e la Natura.

Risultati immagini per Gregory Bateson Nei suoi ultimi anni di vita Bateson espone in un libro intitolato Mente e Natura, pubblicato nel 1979, pochi mesi prima della sua scomparsa, non solo la sua visione del rapporto Mente/Natura, ma soprattutto il filo conduttore che lo ha portato a concepirla. Attraverso collegamenti originali, esempi e un pensiero ardito, Bateson è riuscito nell’intento di definire e circoscrivere alcune caratteristiche della mente “ecologica” e dimostrare la trama sottile e l’inesorabile connessione tra Mente e Natura, tra pensiero ed evoluzione. È questa la sua idea più nuova e più audace, allo stesso tempo carica di ulteriori sviluppi: “Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l’ameba da una parte e lo schizofrenico dall’altra?”[11]

La convinzione originaria di Bateson è che ciò che intendiamo per conoscenza, il conoscere di ognuno di noi, sia “una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l’intera biosfera o ‘creazione’”[12]. Per Bateson nella storia umana “naturale” l’ontologia e l’epistemologia non possono essere separate, nel senso che le nostre convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che ci circonda determineranno il nostro modo di percepirlo e di conseguenza anche di agire nel mondo stesso; e “la risposta del mondo” a questo nostro modo di percepire e di agire determinerà a sua volta, in modo circolare, le nostre convinzioni sulla natura del mondo stesso.

Scrive Bateson: “Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con l’ascia, ogni colpo d’ascia è modificato o corretto secondo la forma dell’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo (cioè mentale) è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscoli-colpo-albero; ed è questo sistema totale che ha caratteristiche di mente immanente”[13].

Con queste parole Bateson sembra affermare che i processi mentali non appartengono solamente al soggetto umano: anche se la coscienza rimane una caratteristica unica della nostra specie, per lo psicologo anglosassone lo scenario naturale nel quale essa si interroga sulla propria identità non è più lo stesso: non più quello di un immaginario “architetto”, l’essere pensante protagonista della scena, come siamo abituati a credere, ma quello “ecosistemico” della “struttura che connette”.

“Pensare come una montagna”: il sé ecologico

La Terra sta attraversando una grave crisi ecologica, destinata a peggiorare: catastrofi climatiche, siccità, allagamenti, uragani sono sempre più frequenti in una escalation di emergenze ambientali. Di fronte a tutto questo un numero crescente di persone si rivolge alla scienza chiedendo le risposte che un tempo aveva promesso. Naomi Oreskes, docente di storia della scienza alla Harvard University, con una ricerca approfondita, dimostrò nel 2011 che, nonostante la diffusione di opinioni “negazioniste”, il clima si stava realmente riscaldando e che la responsabilità ricadeva sull’uomo. La studiosa americana ha cercato di individuare le ragioni per le quali noi occidentali, nonostante tutte le informazioni scientifiche accessibili, non affrontiamo in maniera appropriata la catastrofe ambientale imminente, una sorta di disastro annunciato.

Nel suo romanzo distopico Il crollo della civiltà occidentale[14], scritto insieme a Erik Conway e ambientato nel 2393, un giovane studioso cinese cerca di analizzare, trecento anni dopo, gli eventi catastrofici che portarono la nostra civiltà al collasso. Con uno stile originale tra finzione e saggio, il libro riesce a mostrare al lettore la direzione presa attualmente dalla nostra civiltà e il cataclisma ambientale che si sta preparando, se non interveniamo tempestivamente per fermare questo percorso autodistruttivo. 

 Secondo Arne Naess, filosofo norvegese e fondatore dell’ecologia profonda, occorre “pensare come una montagna”, immergersi nel mondo, identificarsi con esso e non considerarlo con distacco[15]. Questo senso dell’io profondamente radicato nella relazione con la natura viene definito da Naess “sé ecologico”. Il pensiero di Naess è stato influenzato dal filosofo Benedetto Spinoza, dalle idee di Gandhi e in particolare dalla visione buddhista della realtà. Come principio ideologico e come comportamento rispettoso della Natura in senso ampio, “l’ecologia profonda” già apparteneva a molte culture native americane e sudamericane, allo sciamanesimo e alle filosofie orientali, ma fu Naess a definirlo per primo, in occidente, con gli adeguati i termini scientifici e filosofici.

Naess distingue fra “ecologia superficiale”, che prende in considerazione la “salvezza” della Natura, vista comunque in funzione della sua “utilità” e quindi come “risorsa al servizio dell’uomo”, e “ecologia profonda” che offre una visione molto più ampia e sostiene il valore e la dignità intrinseche del mondo naturale, indipendentemente dal suo beneficio per l’uomo. Per il fondatore dell’ecologia profonda gli uomini interferiscono eccessivamente con il mondo non umano e questa situazione va sempre di più degenerando. Tutto l’esistente è interconnesso e l’essere umano è visto da Naess come parte dell’insieme e non come “separato” dal mondo naturale. Il movimento dell’ecologia superficiale viene considerato da questo punto di vista come una battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse necessarie all’uomo, che non farà altro che “spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. Frase questa che mi appare in questo momento particolarmente profetica. L’approccio di superficie non mette in discussione la fede nella tecnologia e nell’attuale società industriale, nella crescita economica continua, nello sfruttamento delle risorse naturali. Per il filosofo norvegese l’ecologia di superficie non potrà mai modificare le relazioni dell’uomo con la Natura rimanendo all’interno della struttura della società attuale e del modello economico vigente.

 L’elemento determinante, ma trascurato, messo in risalto dal movimento dell’ecologia profonda, è l’empatia, l’identificazione e la solidarietà con la Vita, vista come “insieme”: i singoli organismi, la fauna, la flora, il mare, la Terra stessa. Tutto ciò viene “sentito”, soggettivamente, come “un’intuizione” ‒ che riconosce ad ogni essere vivente il diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa ‒ e non come un ragionamento puramente logico o filosofico.

Altro elemento caratteristico e decisivo dell’ecologia profonda è “lo spostamento della coscienza da centrata sull’umano a centrata sul pianeta nel quale viviamo” ed il riconoscimento del valore intrinseco e indiscutibile degli esseri viventi. Presupposto di questo nuovo equilibrio è la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: un pensiero rivoluzionario che afferma il diritto assoluto alla vita che non dipende dalla maggiore o minore somiglianza o “vicinanza” alla nostra specie. L’attuazione di questi principi comporterebbe modifiche, considerate troppo radicali per la società e per l’economia, alle strutture tecnologiche e ai principi ideologici.

Il punto nel cuore

Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

Lo Zohar, il Libro dello splendore, l’opera chiave della Cabbala, è stato scritto circa duemila anni fa da Rabbi Shimon Bar Yochai e già allora l’autore sosteneva che, alla fine del ventesimo secolo, “l’ego-ismo” (il nostro moderno narcisismo) dell’umanità avrebbe raggiunto i suoi massimi livelli. La Cabbala ci insegna che la Natura, sinonimo del “Creatore”, è unitaria e altruista, e soprattutto è basata sullo scambio.

Secondo lo Zohar l’antidoto contro l’egoismo e la soluzione per raggiungere l’armonia è la fusione con la Natura e la conseguente comprensione del “pensiero profondo” che si cela dietro ad essa. La Natura ci tiene costantemente sotto pressione ed in un certo senso ci spinge ad una scelta di evoluzione (di “dazione”, nel linguaggio cabalistico); colui che rimane impermeabile a questa chiamata e non partecipa a nessuno scambio va incontro alla morte, fisica o psichica che sia.

 L’attuale crisi globale considerata da questa ottica è in realtà una grande crisi dei desideri: ad ogni generazione i desideri diventano sempre più grandi, sempre più impellenti, sempre più assoluti e prima o poi ci costringeranno a fare i conti con i limiti di ciò che ci può offrire Madre Natura. Come Tantalo dinanzi al cibo, noi umani rimaniamo eternamente insoddisfatti; a questo proposito ci ricorda Schopenhauer: “contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci insoddisfatti, inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito; l’appagamento è breve e misurato con spilorceria”[16].

 Per proteggerci dalla consapevolezza e dalla correzione del nostro crescente egoismo, ci costruiamo trofei narcisistici e scudi di ogni genere, tecnologici e psicologici. L’evoluzione dei nostri desideri, secondo la Cabalà, definisce e delinea l’intera storia dell’umanità, desideri che generalmente vengono divisi in tre gruppi. Il primo corrisponde ai desideri animali: nutrirsi, riprodursi, avere una casa. Il secondo ai desideri umani: denaro, rispetto, conoscenza. Il terzo gruppo di desideri riguarda ciò che viene definito il “punto nel cuore”, sono i desideri dell’Anima intesa come elemento che unisce e armonizza l’insieme, e sempre dall’Anima nasce l’ultimo e il più grande di tutti i desideri: quell’anelito verso l’Unione, la Totalità, la cui soddisfazione viene descritta come una corrente infinita di Piacere, gioia e beatitudine.

Secondo Daniel Goleman, autore di Intelligenza Emotiva[17], l’elemento determinante per lo sviluppo di un atteggiamento culturale rispettoso dell’ambiente è la dignità e il rispetto del mondo emotivo. Per l’autore statunitense la cura per l’ambiente va molto al di là di qualsiasi ideologia: è il nostro prossimo gradino evolutivo. Goleman parla di “intelligenza ecologica”, da sviluppare come specie, non più come singoli individui: una consapevolezza da raggiungere “insieme”, indispensabile per affrontare questo momento particolare della storia umana. Una vera e propria sfida nella quale, più che mai, la carta vincente non può che essere il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza della nostra profonda, irriducibile interconnessione.

Non è sufficiente l’enorme quantità di informazioni alle quali possiamo attingere quotidianamente sul web o sui giornali per diventare persone/cittadini/consumatori consapevoli ed “ecosostenibili”. Occorre, oltre alla visione dell’Insieme, un radicale cambiamento emotivo/cognitivo a livello collettivo; che ci permetta di reagire all’inquinamento dell’aria, del cibo o dell’informazione con la stessa risposta istintiva al pericolo che da millenni abbiamo messo in atto all’avvicinarsi di un feroce predatore.

ABSTRACT

La natura nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato: è lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

 

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”.

 


[1] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 22.

[2] Ibidem, p. 19.

[3] Ibidem, p. 24.

[4] Ibidem, p. 23.

[5] Ibidem, p. 21.

[6] Thoreau, H.D., Walden, BUR grandi classici bur, Milano, 2015, p. 201.

[7] Ibidem, p. 156.

[8] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 132.

[9] Jung, C.G. Opere 6, Bollati Boringhieri, Torino, p. 468.

[10]Von Franz, M.L., Il mito di JungBollati Boringhieri, Torino, p. 245.

[11] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 21.

[12] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi Edizioni, Milano, 1977, parte 5, p. 4 [Tratto dalla conferenza per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, tenuta il 9 gennaio 1970 sotto gli auspici dell’Institute of General Semantics].

[13] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 23.

[14] Oreskes N., Conway E., Il crollo della civiltà occidentale, Piano B Edizioni, Prato, 2015.

[15] Naess, A., EcosofiaEcologia, società e stili di vita, RED edizioni, Milano, 1994.

[17] Goleman, D., Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano,1996.

Mondi invisibili

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Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale ( Alpes Italia, 2013).

Un viaggio attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria che la cultura scientifica fatica ad integrare. Il libro è una sintesi del lavoro svolto dall’autrice e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della psicologia del profondo. Qui troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di respirazione olotropica. Le narrazioni, a volte incredibili a volte straordinarie, ci mostrano come la tendenza fondamentale di questa procedura sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica. Colpiscono profondamente i casi che non avrebbero mai potuto avere un vero accesso ad una psicoterapia classica: prostitute, portatori di dipendenze, outsider. La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita, possono riconoscere l’esigenza psicologica di un rapporto con la dimensione del sacro.

Spazi oltre il confine

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Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015).

Virginia Salles, divulgatrice della psicologia transpersonale in Italia, condivide con il lettore la sua ricerca e il materiale raccolto sul campo, nella pratica della psicoterapia a indirizzo junghiano e transpersonale. L’autrice attinge dai sogni, dall’immaginazione, dagli stati non ordinari di coscienza, dalle fiabe, miti, riti ancestrali, con uno sguardo attento all’esperienza millenaria della Cabalà. La terapia è intesa sia come superamento del sintomo, sia come un vero atto creativo: l’espressione della nostra realtà interiore per attingere a una più autentica umanità e a una visione dell’esistenza più ampia e più completa. È attraverso l’angoscia, lo stupore, la disperazione e dal riconoscimento di sé, attuata con la sofferenza, che nasce il nostro più prezioso bagaglio di conoscenza. Sofferenza di cui molte volte saremo grati, alla vita o al destino, per averla sperimentata. La sofferenza di cui ci parla la Salles è tra le più enigmatiche e affascinanti che si conoscano. Esperienze come quelle vissute da molte persone ci costringono a guardare verso gli abissi interiori, a scrutare l’infinito e a rimanere vis à vis con qualcosa che solo ora su rivela.

Biografia

Virginia Salles
Virginia Salles, nata a Bahia (Brasile), è laureata in Psicologia alla Sapienza, a Roma, dove vive e lavora. Di formazione junghiana e transpersonale, esercita la professione di psicoterapeuta individuale e di gruppo.

Ha fondato, insieme ad Aldo Carotenuto ed altri colleghi, il “Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto” e ha svolto, presso la Cattedra di Psicologia della Personalità e delle Differenze Individuali, Università La Sapienza (Roma), seminari sulle “Radici magiche della psicologia del profondo” (sui riti di possessione nelle religioni afrobrasiliane) e sulle “Potenzialità terapeutiche degli stati non ordinari di coscienza” (l’inconscio visto da C.G.Jung e da Stanislav Grof) dal 1990 al 2002.
Conduce a Roma gruppi di respirazione olotropica. Certificazione G.T.T.( Grof Transpersonal Training), training internazionale tenuto da Stanislav Grof.
É autrice dei libri “Agua scura”, edito da Di Renzo Editore, 2005, “Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale” ( Alpes Italia, 2013) e “Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà” (Alpes Italia, 2015) e di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale..

Svolge l’attività di psicoterapeuta a Roma presso gli studi:
di Via Vinicio Cortese 158 (Mostacciano)
Via del Moro 58, Trastevere (vicino piazza Trilussa).


studio

INTERVISTA A LAERCIO FONSECA

 

 

Di Virginia Salles, Roma

 

fonseca

 

Fisico, astrofisico, specializzato in Cosmologia, Laercio Fonseca, nato a São Paulo nel 1955, è autore di circa 250 seminari in videoconferenz,e (anche su You Tube), numeroso libri e articoli su temi legati alle filosofie orientali, arti marziali, ufologia esoterica, fisica dei quanti e spiritualità.

Da più di 37 anni dirige l’Accademia WU SAN DJI TAO (scuola di training interiore e arti marziali) e lo Spazio Caminho da Luz. Attualmente il prof. Fonseca conduce seminari e gruppi di studio in varie città del Brasile e attraverso i suoi più recenti lavori sulla fisica quantistica e la spiritualità, promuove la costruzione di “ponti” tra questi due aspetti del sapere solo apparentemente inconsciliabili.

 

 

 

D: Laercio tu sei un scienziato, fisico, astrofisico, cosmologo, un uomo di immensa cultura ed allo stesso tempo un medium ed un veggente… un insieme di fattori estremamente fecondo. Quale di queste fonti di conoscenze ha maggiormente influenzato e determinato la tua attuale concezione dell’universo?

R: Certamente la visione spirituale e la realtà di altre dimensioni ha avuto un peso maggiore nella mia concezione dell’universo nella sua totalità.

 

D: Tu riggetti il termini “alieni” che è quello più usato in Italia e parla di “ufologia esoterica”, “psichica” e persino “medianica”, in contraposizione alla visione ufologica materialista più comune. Mi ricordo che Jung in una lettera al Sig. Harrison, direttoree della rivista New Republic, a proposito degli UFO scrive: “…il problema degli UFO è, come lei ha giustamente detto, molto affascinante e vi è un materiale schiacciante che punta sulla loro natura mitica o mitologica. E’ un dato di fatto che l’aspetto psicologico del fenomeno è così fondamentale, che quasi si deve rimpiangere il fatto che gli UFO sembrano essere reali, dopo tutto”. Quale è la differenza fondamentale tra queste due forme di interpretazione (esoterica e materialista) della presenza degli extra terrestri nel nostro pianeta?

R: Nella mia visione, gli UFO sono reali e la posizione junghiana è estremamente limitata rispetto a questo fenomeno. Nell’epoca di Jung non esistevano studi avanzati in questo campo, gli studi di quel periodo venivano realizzati in ambito militare attraverso operazioni segrete. Così Jung spiega i dati sugli UFO attraverso la sua teoria sull’inconscio collettivo, che per me è equivocata rispetto a questo fenomeno.

 

D: Tu dici che “nessuna anima è sciolta… in giro per il mondo…”, che tutto è diretto dall’alto e che esiste un piano cosmico, un “progetto pianetario” che tu descrivi nel tuo libro Progetto Terra. Quali sono i principi basilari di questa tua visione dell’universo e degli esseri che in questo universo vivono?

R: L’universo è un Cosmos, ossia qualcosa di totalmente organizzato e funzionale. Non è opera del caso, come sostiene la scienza evoluzionista darwiniana. Tutto ciò che esiste sulla Terra fu impiantato da intelligenze molto evolute che appartengono ad altre dimensioni della realtà. La stessa anima umana ha una struttura talmente organizzata che contradisce tutti i principi della termodinamica e delle leggi che consideriamo naturali.

 

D: Il tuo concetto di evoluzione umana presuppone l’esistenza di una coscienza anteriore alla materia e parte del principio, afermato anche dalle nostre tradizioni esoteriche, cha ci siamo dimenticati della nostra natura divina e che siamo chiamati a “ricordare”. Gli extra terrestri sono, secondo il tuo pensiero, al servizio di questo processo evolutivo di “ricordare” chi realmente siamo. Pensi che tutti gli ETs possono essere considerati così positivamente come paladini della nostra salvezza ed evoluzione?

R: La nostra presenza nella Terra non è una condanna e molto meno l’opera del caso. Il fatto di trovarci qui, all’interno di questo progetto organizzato fa parte del nostro ordine evolutivo e gli extra terrestri operano congiuntamente con gli spiriti dei piani astrali. Non esiste niente da essere “riparato” e l’essere umano non necessita di essere salvato da nessuno. La morte stessa pone l’essere umano in contatto con la sua vera essenza spirituale.

 

D: Tu parli dell’esistenza di una gerarchia spirituale e della continuità tra gli spiriti dell’Umbral (Ubratili) – descriti come quelli spiriti che si manifestano nei medium durante le sedute spiritiche – e gli spiriti che si trovano nei livelli spirituali più elevati. Ad un livello ancora più elevato si trova “Il comando del Progetto Terra”: spiriti altamente evoluti, responsabili del nostro destino e della nostra evoluzione. Questi spiriti si manifestano a noi come ETs. La nostra unica speranza è quella di abbandonare le tenebre dell’Umbral, di “evolvere”. Come accade questa evoluzione e quali sono le tappe fondamentali di questo progresso dello spirito umano?

R: Da un punto di vista più ampio, tutti noi siamo anime extra terrestri che sono arrivate in questo mondo per vivere un’esperienza necessaria alla propria coscienza. Tutto fa parte di un progetto ben elaborato dalle entità superiori. E’ appena una questione di tempo perchè tutti gli spiriti umbralini si risveglino alla propria vera essenza ed ad una realtà più grande.

 

D: Albert Eisntein ri-define la materia nella misura in cui considera le particelle materiali come “concentrazioni locali di campo”. Da questa prospettiva l’unica realtà che esiste nell’universo è il campo: Tutto è uno, come sempre affermato dalle nostre tradizioni filosofiche-spirituali. Quale è la portata di questa conoscenza, una volta assimilata a livello collettivo?

R: L’idea dell’unità di tutte le cose ha una piccola parte in questa teoria; ma non spiega tutto, ne tantomeno riesce ad teorizzare le forze nucleari. Nalle fisica tutto cammina ancora carponi, qui nel piano fisico sappiamo molto poco sulla natura di tutte le cose e dell’universo. Il mio tentativo di amplificare le idee ed unire le concezioni della scienza e della spiritualità è ancora un piccolo passo verso una visione del Tutto. Senza alcun dubbio queste idee, una volta assimilate provocherebbero un grande cambiamento di paradigma nella scienza.

 

D: “Lo spirito umano piange e la vita è vuota”. Nella tua analisi scientifica dei fenomeni paranormali e spirituali, descrivi la morte come un premio e come una liberazione del corpo-prigione. Cos’è la morte?

R: Solamente un ritorno alla nostra vera realtà.

 

 

D: Platone nel suo celebre mito ci descrive gli uomini come esseri incatenati dentro ad una caverna che vedono solamente ombre che riflettono sulle pareti della caverna il mondo fuori… e pensano che queste ombre siano la realtà. Dal mito di Platone al velo trasperente che ci impedisce di vedere oltre descritto da William James, dalla danza dell’illusione di Maya e il genio inganatore di Cartesio alla “trappola” di Reich, la ruota dei pensieri collettivi di Gaiarsa o la prigione dell’ego descritta dai psicologi transpersonali, tutti noi siamo prigionieri di qualcosa che non riusciamo a percepire né definire. Tu descrivi lo stato attuale di coscienza della maggior parte degli esseri umani come quello di “androidi” o “morti-vivi” – idea che ci ricorda i film Blade runner di Ridley Scott e Matrix di fratelli Wachowski. Giordano Bruno affermava che “arriverà il giorno nel quale l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi egli è realmente e a chi o a cosa ha ceduto le reddini della sua esistenza, ad una mente falsa, buggiarda che lo tiene schiavo”. Come uscire da questa condizione di cecità e scoprire chi siamo? Come trovare la Luce?

R: La via è quella di seguire i consigli dei grandi maestri dell’umanità, come Buddha, Krishna, Jesus, e molti altri che indicano il cammino di una realtà transcendente. Attraverso la pratica dello yoga, del tai chi, dei vari tipi di meditazione e molti altri studi voltati verso l’interiorità umana, possiamo riuscira ad aprire, ampliare la nostra mente verso la percezione di una realtà superiore, una realtà più grande.

 

Virginia Salles, nata a Bahia, Brasile ha studiato psicologia a Roma, dove vive e lavora. Psicoterapeuta individuale e di gruppo, di formazione junghiana è specializzata in psicologia transpersonale e respirazione olotropica con Stanislav Grof. E’ autrice dei libri Agua scura edito da Di Renzo Editore, 2005 e Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale edito da Alpes Italia srl, 2013 e di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale. (sito web: www.virginiasalles.it).