Oltre la patologia dell’ego

 

                                      Di Virginia Salles, Roma

 

 

Prigionieri del passaggio

Incatenato all’infinito, intrappolato nella nave  dalla quale non poteva evadere, un tempo, il folle veniva abbandonato ai flutti del mare, alle sue correnti impetuose. Per Michel Foucoult[1] “l’invasato” è l’eterno passeggero, “il prigioniero del Passaggio”: prigioniero nella più vasta e libera di tutte le vie.

E’ vecchia quanto il mondo l’alleanza dell’acqua con la follia, a ricordarci il profondo anelito alla vita e alla libertà di chi si immerge con coraggio in questo mondo interiore/acquatico, a volte senza neanche saper nuotare. “Prigionieri del  passaggio” finché non riescono ad arrivare a destinazione in questo grande viaggio che, in un certo senso, è un viaggio verso la morte. Morte delle vecchie certezze e dei rigidi confini.

 Mi viene in mente Roberto[2], 35 anni, “prigioniero della soglia”, che non sapeva spiegare la sua esperienza, temeva di essere boicottato nel suo percorso interiore, temeva di essere considerato pazzo o quanto meno “strambo”, ma allo stesso tempo sentiva l’impellente necessità di continuare a esplorare, a cercare. Abbandonare l’esperienza significava per lui, nonostante tutto, perdere qualcosa di estremamente importante.

 Prudente, Roberto ha imparato presto a tacere le sue esperienze, sapeva di correre un grande rischio: “solo ai Maestri”, affermava, “ai guru, agli uomini santi, era concesso di abbandonare temporaneamente il loro corpo fisico, e allora perché proprio  lui?” Aveva imparato a gestire la sua estasi così come i pensieri che emergevano, idee che prima non gli erano mai passate per la testa; aveva imparato a sostenere il  terrore della soglia, ma anche la profonda tristezza che subentrava ogni volta che sentiva di perdere “il contatto con l’oltre”, ogni volta che sentiva  di essere stato tagliato fuori dalla vita ed escluso dall’inesauribile fonte di significato.

L’esperienza di Roberto non mi ha colto del tutto impreparata, conoscevo questi eventi definiti chiaroveggenza viaggiante, proiezione astrale, o, con il termine più scientifico di “esperienza al di fuori del corpo”: O.O.B.E (dall’inglese out-of-body-experience). Fu descritta,  da Robert A. Monroe, scrittore statunitense e uomo d’affari di successo, nel suo libro I miei viaggi fuori del corpo, da William Buhlman e da tanti altri viaggiatori dell’ignoto.

Anche Anna, 48 anni, passeggera inizialmente spaventata, aveva inseguito fino in fondo “il fantasma del marito deceduto” che la visitava ogni notte facendo la sua apparizione  nel capezzale del letto. Lo aveva inseguito fino ad accompagnarlo in un viaggio nel mondo dei morti. Superata la temuta Soglia, una volta colto il significato del viaggio, Anna  è  riuscita a dare un senso all’esperienza attraverso studi esoterici e corsi di approfondimento sul tema dell’accompagnamento dei  morenti nell’aldilà, attualmente una delle sue attività.

Roberto, professionista affermato in campo tecnologico, è diventato un abile esploratore di mondi invisibili, esperto di “viaggi fuori del corpo”, ha scritto alcuni libri divulgativi, libri filosofici, dal profondo contenuto spirituale

Chiara, 42 anni, sente voci che le bisbigliano cose “significative” per lei, ma a volte incomprensibili. Prigioniera della soglia, la giovane donna ha paura di ascoltarle, non sa dove la possono portare. Le immagini la incalzano, le voci la stordiscono, voci che sembrano provenire da un altro mondo, un mondo oscuro e minaccioso. C’era indubbiamente qualcosa nel suo stato psichico che mi  ricordava la follia, ma c’era anche qualcos’altro che la negava allo stesso tempo, così come negava qualsiasi altra categoria diagnostica tradizionale. Stato psichico questo che la  costrinse a volgere lo sguardo in direzione dei suoi abissi interiori, a scrutare l’infinito attraverso il dolore di ogni  lacerazione; a rimanere faccia a faccia con qualcosa di  se stessa che finalmente vedeva e che prima non conosceva, qualcosa che finalmente si rivelava.

Santa Teresa D’Avila ha conosciuto l’Amore, quello universale, “con la A maiuscola”, ma prima ha dovuto attraversare l’inferno: un cunicolo lungo, stretto e buio; ha dovuto conoscere l’agonia del corpo: attraversare il tunnel tutta rattrappita, con le pareti che le si stringevano addosso; ma soprattutto l’agonia dell’anima in questo luogo desolato senza speranza e senza apparente via d’uscita. Stanislav Grof, questo vissuto, lo avrebbe definito: “Terza Matrice Perinatale”[3]

All’apice di questo tipo di esperienze, accade molte volte che i rigidi confini tra il “passeggero della soglia” ed il resto del mondo  svaniscano e la persona venga inondata da un sentimento di completezza e di appartenenza a qualcosa di più ampio e universale che non aveva mai conosciuto prima e che spesso viene definito come “un’apertura del cuore”. E’ una esperienza di Unione, accompagnata da intense emozioni e da un sentimento di Amore diffuso, universale, che influenza profondamente e a volte trasforma definitivamente la vita della persona e la propria  visione del mondo.

“Taci e ascolta!”

La principale caratteristica del culto del Candomblè (religione afro-brasiliana) è la  possessione da parte delle divinità (orixàs) che rappresentano le forze della Natura in noi. Divinità, che durante i riti si impossessano del credente servendosi di lui come strumento di comunicazione con i mortali: elargiscono benedizioni, consigli,  grazie, insegnamenti, medicine per il dolore etc.

Tristezza immotivata, paure irrazionali, visioni, allucinazioni, sintomi che ricordano le nostre nevrosi, psicosi o schizofrenie, sono tra le “malattie” che segnano la “chiamata” alla possessione. Ricercatori  nell’ambito delle “malattie mentali” hanno riscontrato durante i periodi di “silenzio dei tamburi” –  quando i riti di possessione venivano repressi dalle forze dell’ordine – un notevole incremento delle malattia definite “di interesse psichiatrico”.

Con un linguaggio che ricorda la letteratura mistico-filosofica, il più famoso e autorevole esploratore  dell’inconscio, C. G. Jung, scrisse nel 1916,  in soli tre giorni, Sette sermoni ai morti, un vero e proprio dialogo con i defunti, come risposta ad un’invasione di casa sua da parte di una folla di spiriti, avvertita da lui e dai suoi figli. La folla di spiriti si dileguò appena Jung iniziò a scrivere i Sermoni. Le seguenti parole corrispondono alle prime righe dei Septem Sermones ad Mortuos:

“Tutta la casa era come abitata da una folla di gente, come se fosse stipata di spiriti. Si affollavano fin sotto la porta, e si aveva la sensazione di poter respirare a fatica. Ero naturalmente tormentato dalla domanda: “Per amor di Dio, di che mai si tratta?” Allora in coro gridarono: “Torniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato ciò che cercavamo”[4].

E’ lo stesso Jung ad affermare nel suo Libro Rosso:

“La nostra epoca sta cercando una nuova fonte di vita. Ne ho incontrata una ed ho bevuto della sua acqua ed aveva un gusto buono”.[5]

E ancora: “Taci e ascolta! Tutte le profondità sono piene di pazzia!!!”[6]

Stanislav Grof, fondatore insieme ad Abraham Maslow della psicologia transpersonale  descrisse dettagliatamente le sue esperienze di un mondo sconvolgente e affascinante, fino a quel momento a lui totalmente ignoto. Esperienze attivate con l’utilizzo dell’LSD (in quell’epoca una sostanza legalmente permessa) e successivamente attraverso tecniche respiratorie, facendo un parallelo tra i propri vissuti e le esperienze descritte da millenni nella letteratura spirituale. 

La vera libertà è interiore, è la libertà di sentire e di esplorare l’universo inespresso delle nostre potenzialità. Questo tipo di percorso interiore catalizza un particolare tipo di esperienza che priva l’individuo della “parola convenzionale” ma, come sottolinea Jung, contemporaneamente rinnova la sua capacità di espressione. Una esperienza “iniziatica” che segna appunto l’inizio di una vera e propria discesa agli inferi e nel regno dei morti, un percorso simile a quello descritto dalle tradizioni religiose di tutto il mondo: visioni di esseri spirituali, Angeli e Demoni, esperienze di morte e di incontro con esseri di luce o personaggi mitologici; esperienze di luoghi e tempi lontani; esplosioni di energia, tremori e spasimi. Visioni e suoni di splendida bellezza… Morte e Rinascita. Panico, paura di impazzire e di non fare ritorno in questo mondo  – un caos vivo descritto dai mistici di tutti i tempi come “la notte oscura dell’anima”.

 Nella pratica clinica è proprio questa l’occasione per iniziare l’assunzione di massicce dosi di psicofarmaci  ed  interrompere drasticamente questo flusso di voci/immagini ed, in alcuni casi produrre persino una condizione di apparente “normalità”. Tutto ciò comporta il progressivo allontanamento del “passeggero” dalla possibilità di “proseguire il viaggio” ed attingere alla  propria sorgente di vita interiore, la sua unica, vera, possibilità di salvezza.

 

Intossicati da Dio

Quando la coscienza si espande, le percezioni  si moltiplicano indefinitamente, ma anche la forza di integrazione che proviene dal Centro della personalità, (il , direbbe Jung)  deve crescere in proporzione per contenere ed elaborare tutto il materiale inconscio, le potenti emozioni. Se questo non accade, si perde la bussola e si viene risucchiati in quell’abisso che chiamiamo follia. Il grande musicista tedesco Robert Shumann nell’ultimo periodo della sua vita fu “invaso” da allucinazioni visive e sonore: sentiva ogni rumore trasformarsi in una splendida sinfonia celestiale: ma anziché godere per tutto questo splendore, ne era profondamente sconvolto. Vedeva Angeli che gli portavano ispirazioni divine, angeli che alla luce del sole si tramutavano in demoni e bestie feroci che lo minacciavano. Altri fattori hanno contribuito alla sua pazzia, ma più di ogni altra cosa la sua esasperata sensibilità e l’impossibilità di elaborare tanta ispirazione divina.

“Intossicate da Dio” si dice in India, riferendosi a quelle persone la cui energia psichica, liberata durante le pratiche spirituali, è troppo potente al punto che rischiano di “cadere nell’abisso” e di perdere, come Shumann, il contatto con la realtà. Nel contesto orientale la crisi spirituale viene contenuta ed elaborata all’interno di un ricco patrimonio mitologico e attraverso adeguati riti, viene assecondata e lasciata libera di seguire il suo corso naturale, permettendo a chi la vive di attingere alle proprie potenzialità evolutive e spirituali.

Durante queste esperienze, nei sogni dei passeggeri emergono potenti simboli di trasformazione appartenenti a differenti tradizioni: alchemiche, sciamaniche, orientali, ebraico-cristiane etc. Proprio come nelle esperienze descritte nella letteratura spirituale-mistica questi vissuti sono portatori di profonda conoscenza  di tipo filosofico-religioso che permettono, a chi le vive, di cogliere l’Unità di fondo che si cela dietro l’apparente molteplicità delle forme e l’illusione del tempo.

La maggior parte delle pratiche appartenenti a queste antiche tradizioni non sono applicabili in modo immediato alla nostra cultura  centrata sulla personalità, risulta  quindi difficile incontrare nel nostro contesto culturale strutture che ci sostengano durante il processo di trasformazione. Conosciamo le storie di molte persone che hanno intrapreso questo tipo di viaggio interiore e che non hanno più fatto ritorno: Il processo completo di trasformazione contempla sì il distacco dal mondo “terreno”, ma anche il ritorno. Negli ultimi 150 anni molti altri personaggi noti hanno naufragato in queste acque profonde come, per esempio, Van Gogh, Nietzsche, Holderlin, Rimbaud, Artaud, Strindberg, Munch e molti altri.

Esperienze così enigmatiche e sconvolgenti come quelle vissute da Michele, Anna, Chiara, Santa Teresa D’Avila, Jung, Shumann e tanti altri, vengono spesso guardate con sospetto, con una certa diffidenza e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. Il mondo interiore è vasto e, come afferma Foulcoult, “divora chi non è forte e preparato”[7], ma se la follia in qualche modo ci acceca, il folle al contrario, stranamente, ricorda ad ognuno di noi la propria verità.

Non molto tempo fa l’idea di salute veniva stabilita secondo criteri che non prendevano in considerazione la sofferenza dell’anima o il benessere spirituale. Oggi la più recente definizione di  salute prevede uno stato di completo benessere dell’essere umano integrale: biologico, psicologico e spirituale.

Sergio de Oliveira, psichiatra brasiliano, professore all’Università di Medicina di San Paolo alla cattedra di medicina e spiritualità  e ricercatore nel campo della psicobiofisica, unisce nel suo lavoro concetti di psicologia, fisica, biologia e spiritismo con particolare attenzione agli studi sulla ghiandola pineale, considerata da millenni “la sede dell’anima”. La ghiandola Pineale è una ghiandola endocrina che appartiene all’epitalamo, la cui funzione è ancora sconosciuta. Per i praticanti dello yoga la pineale è l’ajna chakra  o “terzo occhio”, collegata all’autoconoscenza. Gli egiziani la chiamavano “il sole nella testa”. Annick De Souzenelle nel suo libro Il simbolismo del corpo umano sostiene che è sconosciuta perché ancora addormentata: l’umanità nel suo attuale stato di coscienza, non riconosce la propria  spiritualità. Secondo la Souzenelle la ghiandola pineale si rivela come il fulcro della visione delle grandi profondità dell’anima, quando l’uomo assume la sua “matrice di fuoco”. Quindi, secondo la nota cabalista “la pineale non è ancora sollecitata ad inviare il suo influsso al campo toracico”.

Il fattore Ulisse

Le radici profonda di queste “malattie dell’anima” non vanno cercate in ambito clinico, tra i manuali di diagnosi tradizionali, ma nella sete esistenziale che appartiene ad ogni essere umano, una insoddisfazione di fondo, quel bisogno di avventurarsi nell’ignoto definito “fattore Ulisse”. La maggior parte delle persone vive costantemente un sentimento indefinito di “mancanza”: la rigida distinzione fra il proprio io e l’ambiente esterno. Qualcosa come “sentirsi separato” dal mondo, dagli altri, dalla vita. Liberarsi da questa sensazione è come guarire da un “malessere cronico” di cui non si sapeva neanche di essere portatori. Il grande paradosso è che, quando si supera questo stato di sofferenza esistenziale, agli occhi degli “altri” si sembra “malati” e si viene etichettati come tali, mentre nel profondo si ha la chiara consapevolezza di aver semplicemente iniziato ad esistere. Naturalmente l’euforia e il sentimento di completezza, a volte una vera e propria estasi, con il tempo si attenua, ma questo non è tanto importante quanto il fatto che scompare quella brama struggente verso l’Unione. Brama che solitamente si manifesta come smania di potere, dipendenza da sostanze, da relazioni o dalle solite rivendicazioni egoiche – un tentativo di compensare la cronica frustrazione di vivere in un circolo vizioso, come un criceto imprigionato nella ruota. Con il passare del tempo la nuova consapevolezza raggiunta e l’assenza definitiva della rigida separazione tra se stessi e il mondo entrano a far parte, definitivamente, della struttura stabile della personalità e della esperienza soggettiva della persona.

 

 Non solo corpo

Nella nostra società materialista siamo condizionati dall’idea che l’essere umano sia circoscritto e definito dai limiti del suo corpo, eppure la nostra tradizione cristiana affonda le sue radici nell’assioma fondamentale della “resurrezione di Cristo”, come a volerci ricordare l’esistenza di “qualcos’altro” in noi, oltre il tempo e lo spazio, qualcosa che possiede vita eterna.

Oggi, sotto l’impulso delle nuove scoperte in ambito interdisciplinare, in particolare nella fisica moderna, la medicina/psicologia sta iniziando a prendere una nuova posizione dinanzi alla sfida ed alla necessità del riconoscimento di qualcosa, in noi, che va molto al di là del corpo: le  “malattie dell’anima” così come le possessioni o stati di trance, i casi di persone che vedono spiriti o persone morte o entrano in stati non ordinari di coscienza durante contesti religiosi o sedute medianiche, non sono più motivo per prendere potenti medicinali per tutta la vita, ma motivo, forse, per iniziare un serio precorso di auto conoscenza. Molti di questi stati che le categorie diagnostiche ufficiali considerano come manifestazioni di malattia mentale sono in realtà espressioni di un processo autonomo di trasformazione e di auto “guarigione” della psiche e del corpo e della tensione evolutiva verso uno stato di coscienza più elevato. L’esplorazione del potenziale terapeutico di tali stati e la conseguente sfida teorica che questa nuova visione propone sono il fulcro della psicologia transpersonale.

Nella mia esperienza clinica, un numero significativo di analizzandi diagnosticati come psicotici perché “sentono voci” o “vedono spiriti”, nella realtà sono  persone che stanno vivendo un travaglio spirituale. Molti di loro possono superare la loro sofferenza, se vengono considerati dal punto di vista integrale e curati come tali, ma purtroppo ancora oggi le diagnosi psichiatriche, la prescrizione di farmaci il più delle volte inutili o dannosi, sono anche in questi casi una pratica ricorrente. Questi stati di coscienza rappresentano molto spesso un’apertura ad una più profonda dimensione esistenziale e sono considerati, dal punto di vista della Tradizione spirituale, una vera e propria “Benedizione”, un “bacio di Dio”.

Nella cultura psicologica tradizionale, questo tipo di esperienza non viene mai contemplato. Non abbiamo, in generale, gli strumenti per comprendere ed elaborare lo stupore, la meraviglia, ma anche lo struggimento e l’inevitabile sofferenza e perdita dei punti di riferimento di chi attraversa la soglia. Siamo culturalmente impreparati a vivere ciò che è la più recondita aspirazione di ogni essere umano. Secondo Stanislav Grof questo tipo  di esperienza “dell’oltre” è un diritto naturale di tutti gli esseri umani.

Se invece di sopprimere i sintomi, come accade spesso, iniziamo a prestare ascolto e attenzione a questa particolare forma di attività inconscia, se accogliamo la sofferenza e l’angoscia all’interno di una visione della psiche più ampia e complessa, alla persona che sta attraversando il travaglio esistenziale viene restituito un significato del tutto diverso che trasforma radicalmente la natura e la stessa fenomenologia della sua “malattia”. Per chi vive questa sofferenza psicologica è un sollievo sapere di trovarsi in uno  stato di coscienza “non ordinario” ma legittimo e che queste tempeste interiori non solo sono portatrici di significato, ma soprattutto tendono verso il superamento della sofferenza esistenziale e la riorganizzazione della vita psichica.

 

L’esperienza di Unione

Stando agli studi effettuati da Abraham Maslow, John Perry, Stanislav Grof, etc. attualmente sono sempre più numerose  le persone che hanno attraversato esperienze  così straordinarie e che, invece di rimanere “intrappolate nel passaggio”, emergono da questi stati  “trasformate” rispetto a prima, nel senso di aver acquisito benessere psicofisico, una più ampia consapevolezza, una maggior apertura verso gli altri. In alcuni casi si tratta di un vero e proprio percorso spirituale simile a quello descritto dalle varie tradizioni religiose di tutto il mondo. Grof li ha definiti “emergenze spirituali”, sottolineando cosi il loro doppio aspetto di “pericolo” e di “opportunità”.

John Weir Perry, pioniere nella psicoterapia di pazienti psicotici, vede in questo tipo di sofferenza psicologica la lotta dello spirito umano per liberarsi dalla prigione delle strutture mentali convenzionali, una morte-rinascita dal punto di vista psicologico, da lui considerata una tappa importante nello sviluppo della coscienza umana sia dal punto di vista individuale che collettivo. Il nucleo di questa attivazione ed energia è l’archetipo del Centro, definito “Sé da Jung che viene spesso rappresentato nei sogni con l’immagine di cerchi o dai mandala nella meditazione. Allo scopo di favorire il processo di risanamento psicologico, Perry incoraggia i suoi “pazienti” ad elaborare le loro esperienze in un contesto  emotivamente accogliente, all’interno di intensi rapporti interpersonali. Il termine “terapeuta” in questi casi viene usato nel senso tradizionale greco di “persona che assiste durante il processo di guarigione” e non prevede che si agisca in modo attivo sulla persona. Il ruolo del terapeuta quindi è quello di sostenere l’esperienza senza definirla o manipolarla e di offrire “consulenza esistenziale” per chiunque voglia imparare a crescere.

Per Ervin Laszlo  “Il Sé” rappresenta l’ulteriore fase dell’evoluzione umana: una fase che si manifesta già  occasionalmente in vari individui, ma che un giorno potrà diventare patrimonio di tutti. Naturalmente qui non si tratta di “evoluzione” nel senso darwiniano del termine, ma di quel concetto di evoluzione, definito da Laszlo come un processo di auto-organizzazione e auto-rinnovamento che si può osservare ad ogni livello dell’esistenza, dal sistema solare ad una ghianda, dallo sviluppo della società al percorso esistenziale di un individuo. Un processo spontaneo che va dal disordine verso l’Ordine e l’Armonia.

Amit Goswami, fisico teorico nucleare è  uno di quegli scienziati, sempre più numerosi, che negli ultimi anni, come Ervin Laszlo, si sono addentrati nel campo della spiritualità nel tentativo di comprendere i risultati apparentemente incomprensibili dei loro esperimenti. Ciò che emerge da questi studi è una visione psicologica che va oltre la psicologia, così come la conosciamo, è come se in un certo senso dovessimo varcare il nostro “Rubicone”. E’ molto pericoloso ed involutivo voler riportare  esperienze di tali profondità al livello delle categorie della coscienza ordinaria, banalizzarle o chiuderle nei nostri schemi concettuali. Questo tipo di esperienza appartiene ad un territorio della psiche che va oltre le categorie e le diagnosi abituali e richiede urgentemente un ampliamento ed una revisione dei nostri concetti fondamentali. Richiede un’altra visione del mondo! La posta in gioco è immensa: è ciò che i cabalisti chiamano “la rettificazione del peccato dell’albero della conoscenza” e  che in ambito transpersonale potrebbe essere definito come il superamento dell’ego separato, una profonda esperienza evolutiva, un’esperienza squisitamente umana di superamento dei confini dell’ego e di Unione.

 

                                      

 

                        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Foucault, M. Storia della follia nell’ètà classica, Milano, p. 19

[2] Il nome è naturalmente di fantasia, l’età è reale

[3] Grof, S. Psicologia del futuro, Red edizioni, 2001

[4] Jung, C. G., O Livro Vermelho, Editora Vozes, Ltda, Petropolis, 2010, p.297, T.d.A.

[5] Ibidem, p. 210

[6] Ibidem, p.267

 

[7] Foucault, M. Storia della follia nell’ètà classica, Milano, p. 93

 

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.

(Hubert Reeves)

La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva.

(Albert Einstein) 

Nel grembo della Natura

Nell’America dalle pianure sconfinate, dalle lande solitarie, dai confini messicani fino all’Alaska, un ragazzo anticonformista rinuncia al confort di una vita borghese per immergersi nella natura selvaggia. Il libro di Jon Krakauer, diventato un classico della controcultura metropolitana, racconta la storia vera di Christopher McCandless, portata nel grande schermo nel 2007 con la regia di Sean Penn, dal titolo in inglese Into The Wild. 

Autentica celebrazione di quell’esasperato anelito alla libertà che in fondo all’anima appartiene a tutti noi, il film di Penn ci regala momenti di inquietudine, ma anche di pura meraviglia che ricordano alcuni brani scritti da Ralph Waldo Emerson (1836) nel suo famoso libro Natura: “La Natura non veste mai una mediocre apparenza. Né l’uomo più saggio può strapparle i suoi segreti”[1].

Per Emerson l’uomo è simile a Dio, ma un “dio decaduto” il cui unico scopo è quello di ritrovarsi, attraverso il recupero di un corretto rapporto con la natura e la consapevolezza della propria posizione in seno all’universo: un vero e proprio atto di fede il cui senso ultimo sfugge da qualsiasi retorica religiosa per accedere ad una dimensione altra, autenticamente umana nella quale inserire il proprio vissuto più intimo e personale.

Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo? Perché non dovremmo avere anche noi una poesia e una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione, e una religione a noi rivelata, piuttosto che la sua storia?”[2]

Il film di Penn esprime con i suoi forti contrasti la continua alternanza tra una Natura sublime e allo stesso tempo spietata ed il vuoto interiore del personaggio alla ricerca del senso perduto. Ci trascina attraverso boschi e praterie, foreste; tra lo stupore, la meraviglia e quel timore reverenziale verso qualcosa di ineluttabile dinanzi al quale proviamo un pugno allo stomaco.

“La natura non è sempre vestita con l’abito della festa, e la scena che ieri emanava profumi e luccicava come per l’allegra danza della ninfa, oggi è soffusa di malinconia”[3].

Per Emerson come per i cabalisti la Natura è spirito incarnato. La più grande beatitudine e il vero dono offerto dalla sua contemplazione è la consapevolezza di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione, tra l’uomo e gli animali, tra l’uomo e la Natura tutta. Eppure, Emerson ne è certo che il potere di produrre questa immensa gioia non appartiene alla Natura, ma all’uomo stesso, anzi all’armonia tra l’uno e l’altra.

“In piedi sulla nuda terra – con la testa inondata dall’aria gioiosa e sollevata verso lo spazio infinito – ogni egoismo meschino svanisce. Divento una pupilla trasparente, non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono una parte o una particella di Dio”[4].

 Risultati immagini per ralph waldo emerson

L’equilibrio per Emerson può essere raggiunto solamente quando si torna a guardare “Dio e la natura faccia a faccia”: nel reciproco riconoscimento, nella “corrispondenza”, nella fratellanza. Ed è proprio in questo spazio aperto dal dialogo tra uomo e natura che, ci ricorda lo scrittore americano, si colloca l’Arte.

“Ma se un uomo vuole davvero essere solo, che guardi alle stelle […] Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creta trasparente proprio allo scopo di dare all’uomo, attraverso i corpi celesti, la perpetua presenza del sublime”[5].

Il tema della fuga dal confort e dalla civiltàil coraggio di operare una scelta radicale come quella di abbandonare l’alienante quotidianità, ma soprattutto l’inseguimento di un qualcosa che ci riporti a noi stessi è il leitmotiv degli scritti di Henry David Thoreau (1817-1862), ecologista ante litteram e icona del pensiero ambientalista, il quale, insieme al suo amico Ralph Waldo Emerson,  è considerato il massimo esponente di quella corrente letteraria definita il “rinascimento americano”.

Nel suo famoso libro Walden ovvero Vita nei boschi (1854)Thoreau ‒ che ha fatto della solitudine e del contatto con la natura il suo personale percorso di autoscoperta ‒ descrive nei dettagli la sua avventura di riconciliazione con il mondo naturale, una vera e propria sfida alla sopravvivenza e allo stesso tempo un invito alla contemplazione. Il libro fu scritto nel 1845, a ventotto anni, durante il periodo vissuto in una capanna da lui stesso costruita sulle rive del lago Walden (vicino alla città di Concord, negli Stati Uniti) nella quale rimase per due anni e due mesi.

Risultati immagini per henry david thoreau house 

Libro cult della consapevolezza ambientalista e caposaldo della controcultura americana,Walden è un manifesto contro l’inerzia etico-morale della società americana dell’epoca, esasperatamente materialista, e allo stesso tempo una dettagliata descrizione del ritorno dell’autore nel grembo della Natura. Thoreauchiamato a “marciare al suono di un tamburo diverso”, come Christopher McCandless, il protagonista del libro di Krakauer portato sul grande schermo da Penn, compie una scelta radicalmente opposta ai valori e ideali di una società nei confronti della quale si sentiva “alienato fra i suoi simili”.

Attraverso questa piena immersione nella natura il giovane autore americano cercava in un mondo sepolto il contatto profondo con se stesso, con le sue sensazioni ed emozioni. Ricerca questa che assume una dimensione universale in quanto lo rende artefice del proprio destino e consapevole della sua posizione in seno alla Natura.

“È una di quelle serate deliziose quando il corpo intero è un unico senso e inspira felicità da ogni poro. Vado e vengo nella Natura con una strana libertà e sono parte di essa. Mentre cammino lungo la pietrosa riva del lago, in maniche di camicia, malgrado ci sia un vento fresco, il cielo sia coperto ed io non veda nulla di particolare che attragga la mia attenzione, tutti gli elementi mi sono stranamente congeniali”[6].

Nella più profonda solitudine, con uno sguardo privo di scopi e di pregiudizi, attento a ogni cosa senza esclusione di nulla “il vagabondo di Walden” apre il suo cuore alla Natura, alla ricerca di quell’alfabeto segreto celato tra le pieghe degli elementi più insoliti e allo stesso tempo così familiari: guardando il lago ne sente la pace delle sue acque quiete; avvolto dalla nebbia gli sembra di scrutare la Luce che tutto illumina. Nella ripetizione infinita della forma esagonale dei fiocchi di neve, riconosce il disegno cosmico ed in un lampo la “terribile maestà” della Natura.

Anche Jung, come Thoreau, cercava nell’essenza di ogni cosa quella dimensione etica, estetica e metafisica, molto al di là della semplice percezione sensoriale“ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il focolare e la stufa, e a sera accendo le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente, e pompo l’acqua da un pozzo; spacco la legna, e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice: e quanto è difficile essere semplici. A Bollingen mi trovo nella mia più vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso. Sono, per così dire, ‘l’antichissimo figlio della madre’”; così racconta il teorico dell’inconscio archetipico/collettivo nella sua autobiografia.

Scrive Thoreau: “a meno che il ronzio di un moscerino non sia come la musica delle sfere, e la musica delle sfere come il ronzio di un moscerino, non sono nulla per me”[7].

Vivere in un bosco sostentato solo dal lavoro delle proprie braccia è stato un grande esperimento di decrescita ed insieme una testimonianza all’umanità. L’esperienza di Thoreau di immersione nella Natura, la sua insoddisfazione rispetto ai valori condivisi, il suo senso di rifiuto e di “soffocamento” è lo stesso che caratterizza oggi molte persone che cercano strade alternative e sono portate a fare proprie la cultura della decrescita: vivere all’insegna dell’autosufficienza e della resilienza, del “lavoro delle proprie braccia”, dalla rinuncia al consumo frivolo ed al profitto ad ogni costo, valorizzando al massimo il rapporto con gli altri e l’armonia con la natura. Molti movimenti ecologisti hanno tratto ispirazione dall’esperienza e dal pensiero di Thoreau.

La Torre di Babele

Il vento pianta il seme”, scrive Emerson; “il sole fa evaporare il mare; il vento soffia il vapore sul campo; il ghiaccio, dall’altra parte del pianeta, condensa la pioggia; la pioggia nutre le piante; le piante nutrono gli animali; e in questo modo la circolazione infinita della divina carità nutre l’uomo”[8].

Nello stesso modo in cui… quando si perfora il terreno per ricavare petrolio in Arabia Saudita, l’aria del Brasile viene inquinata. La niña (corrente fredda) nelle coste del Perù aumenta l’incidenza di uragani nel sud degli Stati Uniti e provoca siccità e incendi nel Texas. Quando immettiamo nel mercato italiano nuovi modelli di automobili, provochiamo altro inquinamento e i ghiacciai nel Polo Nord si sciolgono; e quando il ghiaccio nel Polo Nord si scioglie, il mare si innalza e N.Y. rischia di essere allagata. Tutte queste azioni sono collegate e si influenzano reciprocamente all’infinito mettendo in evidenza lo stretto legame che c’è fra l’uomo e la natura tutta, le interconnessioni e le forze che vi dimorano.

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. Per Platone “sapienza” significa la conoscenza dei “segreti” della Natura e nell’antichità coloro che possedevano questo tipo di conoscenza erano definiti “saggi”.

I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”. La fonte di tutta la sofferenza del mondo sarebbe quindi la conseguenza della nostra visione parziale, lontana appunto dalla “saggezza” in quanto visione totale, progetto integrale: una conseguenza del nostro stato di non integrazione con il resto della Natura. 

Risultati immagini per madre terraL’umanità oggi volge l’attenzione al mondo antico alla ricerca di nuove fonti di ispirazione e di nuove soluzioni all’emergenza globale. Ciò che oggi definiamo “la coscienza planetaria”, secondo le nostre tradizioni sapienziali, non è una caratteristica dell’essere umano evoluto, ma è in realtà ‒ come ci descrivono anche studiosi moderni come Gregory Bateson o Arne Naess ‒ la pura essenza della Natura. Siamo abituati a pensare alla coscienza umana attuale che è quella che noi percepiamo con i nostri cinque sensi, come “normale”; tutto il resto appartiene al regno “dell’immaginazione”. La nostra percezione arriva lì dove finisce la nostra pelle e le idee di una nostra appartenenza a qualcosa di molto più ampio, nel quale siamo tutt’Uno, ci appaiono come del tutto eccezionali. Se però approfondiamo la nostra ricerca e analizziamo la storia delle civiltà e le idee di altri tempi, possiamo osservare che è vero esattamente il contrario: il nostro pensiero frammentario e meccanicista sviluppato negli ultimi secoli con la sua visione riduttiva del mondo, visione che oggi dimostra le sue falle, non è la regola, ma l’eccezione!

Il filosofo Benedetto Spinoza cercava in tutte le manifestazioni della vita “la sostanza unica e la Cabalà afferma che solamente se ci mettiamo in armonia con la Natura, possiamo afferrare il “pensiero profondo” che si cela dietro di essa: cioè “il piano Generale”. La comprensione di questo piano ci renderebbe in grado di “partecipare” alla Grande Opera attraverso l’espressione creativa proprio come il “Grande Architetto” e sarebbe proprio questo lo scopo della Creazione.

Goethe riconosceva che i grandi artisti (e aggiungo, anche gli scienziati) creando le loro opere, seguivano, per impulso dell’anima, le stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. Le grandi opere d’arte (e le grandi idee) sarebbero quindi prodotte dagli uomini secondo leggi vere, naturali e ontologiche. Ogni arbitrio, ogni fantastica immaginazione, a questo punto crolla: qui si tratta di Necessità, “qui è Dio”, afferma Rudolf Steiner, che attraverso di noi procede il suo “Piano creativo”.

Ma tutto ciò non è possibile finché rimaniamo “separati”. Il primo gradino dello sviluppo verso ciò che viene definito “la separatezza” ebbe inizio quando l’uomo iniziò a modificare la natura per servirsene a proprio vantaggio, quando iniziò a volerla piegare ai propri desideri e si è quindi distaccato da essa. Alienandosi dalla Natura gli uomini si distanziarono sempre di più gli uni dagli altri. Questo momento è rappresentato simbolicamente nella tradizione biblica come “la costruzione della torre di Babele”. La Bibbia descrive “La caduta della Torre di Babele” come l’origine delle diverse lingue che separano gli uomini e li rendono incapaci di comunicare.

Le tre tappe della coscienza

L’osservazione e l’analisi degli aspetti soggettivi dell’essere umano insieme ad alcune considerazioni sulla natura della conoscenza sembrano indicare abbastanza distintamente tre tappe dello sviluppo della coscienza: un primo stadio in cui lo sciente, l’oggetto conosciuto e la conoscenza sono ancora indifferenziati. Anche se non lo possiamo osservare direttamente né circoscriverne i confini, possiamo riscontrare questa modalità conoscitiva nell’uomo primitivo e nei bambini molto piccoli, quando il soggetto non è ancora distinto dalla conoscenza e dalla percezione.

Il secondo stadio è quello in cui si trova attualmente la maggior parte dell’umanità e corrisponde ad una fase in cui si è stabilizzata la differenziazione tra sciente, conoscenza e conosciuto: la coscienza dell’io è diventata sempre più distinta e con essa la percezione di un “oggetto separato”. Alcune persone riescono a ricordare il momento in cui, per la prima volta, si sono percepite come “un io separato” e lo descrivono come qualcosa di spaventoso, come sentirsi improvvisamente “tagliati fuori dal mondo”. L’evoluzione successiva a questa “nascita dell’autocoscienza” ha scavato sempre di più la profonda, fatale spaccatura tra ciò che riconosciamo come noi stessi e il resto… “là fuori”. La letteratura esistenzialista descrive molto bene questo sentimento di solitudine, di essere lasciati soli dinanzi ad un mondo morto e privo di senso.

A questo punto della nostra evoluzione le cose del mondo acquisiscono importanza solamente nella misura in cui ci lusingano (il nostro io illusorio); l’autocoscienza diventa quasi una malattia e ci troviamo imprigionati in una sorta di trappola: il desiderio di possedere il mondo con i suoi allettanti oggetti diventa il motivo principale dell’esistenza. Dobbiamo ammettere però che questa ipertrofia dell’io con tutte le sue infinite necessità in ogni modo ha rappresentato un importante stimolo all’intelletto, a scapito però dello sviluppo armonioso della relazione tra noi e il mondo. Anzi, ha favorito un vero e proprio antagonismo tra gli uomini, così come tra intelletto/emozione, soggetto/oggetto, individuo/società e così via… Con l’emergere di queste profonde fratture nella vita interiore e nella società, si arriva al terzo stadio.

Quando la “separazione” è completa e ci addentriamo in una sfera di illusione e follia, ci troviamo prima o poi a confrontarci con la terribile paura e con tutto il dolore che accompagnano questa illusione. Solo allora, inaspettatamente, inizia a balenare in noi l’intuizione della libertà, di qualcosa di immenso che sembra trovarsi proprio dietro l’angolo: la terza forma di coscienza, definita coscienza cosmica o universale. Quando emerge questa coscienza/esperienza ‒ perché di “esperienza” si tratta, definita dalla psicologia del profondo come “l’esperienza del Sé” ‒ la sensazione è quella di dissolversi e di essere improvvisamente inondati da tutto ciò da cui prima eravamo “separati”, proprio come se fossimo finalmente una cosa sola: una riconciliazione che pone termine al lungo processo di differenziazione e lascia spazio all’integrazione: lo sciente, la conoscenza e la cosa conosciuta sono ancora una volta Uno. Scrive Jung: “Distinguo quindi tra l’Io e il Sé, in quanto l’Io è solo il soggetto della mia coscienza, mentre il Sé è il soggetto della mia psiche totale, quindi anche di quella inconscia. In questo senso il Sé sarebbe un’entità (ideale) che include l’io”[9]. Afferma ancora Marie Louise Von Franz: “Solo attraverso il Sé, quindi, l’uomo può essere in contatto con il prossimo senza secondi fini, laddove l’io emotivo è quasi sempre oscurato da ogni sorta di motivazioni egocentriche, consce o inconsce”[10].

Attraverso questa esperienza, stando alle descrizioni di chi la vive, si accede alla vera e unica “conoscenza reale”. Esperienza questa che è stata descritta per secoli in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche storiche. La vera conoscenza è perciò quella in cui soggetto e oggetto sono conosciuti come una cosa sola ed è naturalmente una forma di conoscenza diversa dal primo stadio nel quale soggetto e oggetto erano, anche in quel caso, una cosa sola, ma non essendosi mai differenziati non potranno mai essere conosciuti come unità. Questo terzo tipo di coscienza, porta con sé una particolare forma di illuminazione: l’oggetto e l’io sono percepiti congiuntamente non solo attraverso l’atto speciale della conoscenza che li unisce, ma profondamente, nella loro essenza.

È come se venisse “quadrato il cerchio”: l’aspetto esteriore della conoscenza (albero, sole, pietra, gli altri…) non è più unicamente esteriore, ma viene percepito insieme alle sue “qualità intrinseche nascoste”, come un simbolo dotato di vita propria. Tutto ciò che ci circonda non è più semplicemente visto con gli occhi e toccato con le mani, ma è sentito essenzialmente come una parte di sé. Questo vedere, toccare e sentire sollecita una risposta profonda, un’eco che risuona all’infinito. La conoscenza a questo punto, sostiene Jacob Boehme, si illumina e si arricchisce di nuove possibilità, abbandona la sua illusoria forma di pensiero e acquisisce una dimensione cosmica/universale.

Psiche e Natura

La natura, quindi, nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato, è Lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Gregory Bateson, psicologo eclettico, nel suo libro Verso un’ecologia della mente cerca di definire un concetto rivoluzionario: la mente ecologica. Esponendo la sua visione olistica del substrato materiale sottostante i processi mentali e che li mantiene in vita, lo psicologo britannico ci offre una visione più completa ed ecologica dell’essere umano e del suo funzionamento mentale, delineando un punto di contatto tra il nostro comportamento e la Natura.

Risultati immagini per Gregory Bateson Nei suoi ultimi anni di vita Bateson espone in un libro intitolato Mente e Natura, pubblicato nel 1979, pochi mesi prima della sua scomparsa, non solo la sua visione del rapporto Mente/Natura, ma soprattutto il filo conduttore che lo ha portato a concepirla. Attraverso collegamenti originali, esempi e un pensiero ardito, Bateson è riuscito nell’intento di definire e circoscrivere alcune caratteristiche della mente “ecologica” e dimostrare la trama sottile e l’inesorabile connessione tra Mente e Natura, tra pensiero ed evoluzione. È questa la sua idea più nuova e più audace, allo stesso tempo carica di ulteriori sviluppi: “Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l’ameba da una parte e lo schizofrenico dall’altra?”[11]

La convinzione originaria di Bateson è che ciò che intendiamo per conoscenza, il conoscere di ognuno di noi, sia “una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l’intera biosfera o ‘creazione’”[12]. Per Bateson nella storia umana “naturale” l’ontologia e l’epistemologia non possono essere separate, nel senso che le nostre convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che ci circonda determineranno il nostro modo di percepirlo e di conseguenza anche di agire nel mondo stesso; e “la risposta del mondo” a questo nostro modo di percepire e di agire determinerà a sua volta, in modo circolare, le nostre convinzioni sulla natura del mondo stesso.

Scrive Bateson: “Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con l’ascia, ogni colpo d’ascia è modificato o corretto secondo la forma dell’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo (cioè mentale) è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscoli-colpo-albero; ed è questo sistema totale che ha caratteristiche di mente immanente”[13].

Con queste parole Bateson sembra affermare che i processi mentali non appartengono solamente al soggetto umano: anche se la coscienza rimane una caratteristica unica della nostra specie, per lo psicologo anglosassone lo scenario naturale nel quale essa si interroga sulla propria identità non è più lo stesso: non più quello di un immaginario “architetto”, l’essere pensante protagonista della scena, come siamo abituati a credere, ma quello “ecosistemico” della “struttura che connette”.

“Pensare come una montagna”: il sé ecologico

La Terra sta attraversando una grave crisi ecologica, destinata a peggiorare: catastrofi climatiche, siccità, allagamenti, uragani sono sempre più frequenti in una escalation di emergenze ambientali. Di fronte a tutto questo un numero crescente di persone si rivolge alla scienza chiedendo le risposte che un tempo aveva promesso. Naomi Oreskes, docente di storia della scienza alla Harvard University, con una ricerca approfondita, dimostrò nel 2011 che, nonostante la diffusione di opinioni “negazioniste”, il clima si stava realmente riscaldando e che la responsabilità ricadeva sull’uomo. La studiosa americana ha cercato di individuare le ragioni per le quali noi occidentali, nonostante tutte le informazioni scientifiche accessibili, non affrontiamo in maniera appropriata la catastrofe ambientale imminente, una sorta di disastro annunciato.

Nel suo romanzo distopico Il crollo della civiltà occidentale[14], scritto insieme a Erik Conway e ambientato nel 2393, un giovane studioso cinese cerca di analizzare, trecento anni dopo, gli eventi catastrofici che portarono la nostra civiltà al collasso. Con uno stile originale tra finzione e saggio, il libro riesce a mostrare al lettore la direzione presa attualmente dalla nostra civiltà e il cataclisma ambientale che si sta preparando, se non interveniamo tempestivamente per fermare questo percorso autodistruttivo. 

Risultati immagini per uomo e natura Secondo Arne Naess, filosofo norvegese e fondatore dell’ecologia profonda, occorre “pensare come una montagna”, immergersi nel mondo, identificarsi con esso e non considerarlo con distacco[15]. Questo senso dell’io profondamente radicato nella relazione con la natura viene definito da Naess “sé ecologico”. Il pensiero di Naess è stato influenzato dal filosofo Benedetto Spinoza, dalle idee di Gandhi e in particolare dalla visione buddhista della realtà. Come principio ideologico e come comportamento rispettoso della Natura in senso ampio, “l’ecologia profonda” già apparteneva a molte culture native americane e sudamericane, allo sciamanesimo e alle filosofie orientali, ma fu Naess a definirlo per primo, in occidente, con gli adeguati i termini scientifici e filosofici.

Naess distingue fra “ecologia superficiale”, che prende in considerazione la “salvezza” della Natura, vista comunque in funzione della sua “utilità” e quindi come “risorsa al servizio dell’uomo”, e “ecologia profonda” che offre una visione molto più ampia e sostiene il valore e la dignità intrinseche del mondo naturale, indipendentemente dal suo beneficio per l’uomo. Per il fondatore dell’ecologia profonda gli uomini interferiscono eccessivamente con il mondo non umano e questa situazione va sempre di più degenerando. Tutto l’esistente è interconnesso e l’essere umano è visto da Naess come parte dell’insieme e non come “separato” dal mondo naturale. Il movimento dell’ecologia superficiale viene considerato da questo punto di vista come una battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse necessarie all’uomo, che non farà altro che “spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. Frase questa che mi appare in questo momento particolarmente profetica. L’approccio di superficie non mette in discussione la fede nella tecnologia e nell’attuale società industriale, nella crescita economica continua, nello sfruttamento delle risorse naturali. Per il filosofo norvegese l’ecologia di superficie non potrà mai modificare le relazioni dell’uomo con la Natura rimanendo all’interno della struttura della società attuale e del modello economico vigente.

 L’elemento determinante, ma trascurato, messo in risalto dal movimento dell’ecologia profonda, è l’empatia, l’identificazione e la solidarietà con la Vita, vista come “insieme”: i singoli organismi, la fauna, la flora, il mare, la Terra stessa. Tutto ciò viene “sentito”, soggettivamente, come “un’intuizione” ‒ che riconosce ad ogni essere vivente il diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa ‒ e non come un ragionamento puramente logico o filosofico.

Altro elemento caratteristico e decisivo dell’ecologia profonda è “lo spostamento della coscienza da centrata sull’umano a centrata sul pianeta nel quale viviamo” ed il riconoscimento del valore intrinseco e indiscutibile degli esseri viventi. Presupposto di questo nuovo equilibrio è la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: un pensiero rivoluzionario che afferma il diritto assoluto alla vita che non dipende dalla maggiore o minore somiglianza o “vicinanza” alla nostra specie. L’attuazione di questi principi comporterebbe modifiche, considerate troppo radicali per la società e per l’economia, alle strutture tecnologiche e ai principi ideologici.

Il punto nel cuore

Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

Lo Zohar, il Libro dello splendore, l’opera chiave della Cabbala, è stato scritto circa duemila anni fa da Rabbi Shimon Bar Yochai e già allora l’autore sosteneva che, alla fine del ventesimo secolo, “l’ego-ismo” (il nostro moderno narcisismo) dell’umanità avrebbe raggiunto i suoi massimi livelli. La Cabbala ci insegna che la Natura, sinonimo del “Creatore”, è unitaria e altruista, e soprattutto è basata sullo scambio.

Secondo lo Zohar l’antidoto contro l’egoismo e la soluzione per raggiungere l’armonia è la fusione con la Natura e la conseguente comprensione del “pensiero profondo” che si cela dietro ad essa. La Natura ci tiene costantemente sotto pressione ed in un certo senso ci spinge ad una scelta di evoluzione (di “dazione”, nel linguaggio cabalistico); colui che rimane impermeabile a questa chiamata e non partecipa a nessuno scambio va incontro alla morte, fisica o psichica che sia.

 L’attuale crisi globale considerata da questa ottica è in realtà una grande crisi dei desideri: ad ogni generazione i desideri diventano sempre più grandi, sempre più impellenti, sempre più assoluti e prima o poi ci costringeranno a fare i conti con i limiti di ciò che ci può offrire Madre Natura. Come Tantalo dinanzi al cibo, noi umani rimaniamo eternamente insoddisfatti; a questo proposito ci ricorda Schopenhauer: “contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci insoddisfatti, inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito; l’appagamento è breve e misurato con spilorceria”[16].

 Per proteggerci dalla consapevolezza e dalla correzione del nostro crescente egoismo, ci costruiamo trofei narcisistici e scudi di ogni genere, tecnologici e psicologici. L’evoluzione dei nostri desideri, secondo la Cabalà, definisce e delinea l’intera storia dell’umanità, desideri che generalmente vengono divisi in tre gruppi. Il primo corrisponde ai desideri animali: nutrirsi, riprodursi, avere una casa. Il secondo ai desideri umani: denaro, rispetto, conoscenza. Il terzo gruppo di desideri riguarda ciò che viene definito il “punto nel cuore”, sono i desideri dell’Anima intesa come elemento che unisce e armonizza l’insieme, e sempre dall’Anima nasce l’ultimo e il più grande di tutti i desideri: quell’anelito verso l’Unione, la Totalità, la cui soddisfazione viene descritta come una corrente infinita di Piacere, gioia e beatitudine.

Secondo Daniel Goleman, autore di Intelligenza Emotiva[17], l’elemento determinante per lo sviluppo di un atteggiamento culturale rispettoso dell’ambiente è la dignità e il rispetto del mondo emotivo. Per l’autore statunitense la cura per l’ambiente va molto al di là di qualsiasi ideologia: è il nostro prossimo gradino evolutivo. Goleman parla di “intelligenza ecologica”, da sviluppare come specie, non più come singoli individui: una consapevolezza da raggiungere “insieme”, indispensabile per affrontare questo momento particolare della storia umana. Una vera e propria sfida nella quale, più che mai, la carta vincente non può che essere il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza della nostra profonda, irriducibile interconnessione.

Non è sufficiente l’enorme quantità di informazioni alle quali possiamo attingere quotidianamente sul web o sui giornali per diventare persone/cittadini/consumatori consapevoli ed “ecosostenibili”. Occorre, oltre alla visione dell’Insieme, un radicale cambiamento emotivo/cognitivo a livello collettivo; che ci permetta di reagire all’inquinamento dell’aria, del cibo o dell’informazione con la stessa risposta istintiva al pericolo che da millenni abbiamo messo in atto all’avvicinarsi di un feroce predatore.

ABSTRACT

La natura nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato: è lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

Risultati immagini per ecologia 

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”.

 


[1] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 22.

[2] Ibidem, p. 19.

[3] Ibidem, p. 24.

[4] Ibidem, p. 23.

[5] Ibidem, p. 21.

[6] Thoreau, H.D., Walden, BUR grandi classici bur, Milano, 2015, p. 201.

[7] Ibidem, p. 156.

[8] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 132.

[9] Jung, C.G. Opere 6, Bollati Boringhieri, Torino, p. 468.

[10]Von Franz, M.L., Il mito di JungBollati Boringhieri, Torino, p. 245.

[11] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 21.

[12] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi Edizioni, Milano, 1977, parte 5, p. 4 [Tratto dalla conferenza per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, tenuta il 9 gennaio 1970 sotto gli auspici dell’Institute of General Semantics].

[13] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 23.

[14] Oreskes N., Conway E., Il crollo della civiltà occidentale, Piano B Edizioni, Prato, 2015.

[15] Naess, A., EcosofiaEcologia, società e stili di vita, RED edizioni, Milano, 1994.

[17] Goleman, D., Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano,1996.

Mondi invisibili

mondi-invisibili

Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale ( Alpes Italia, 2013).

Un viaggio attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria che la cultura scientifica fatica ad integrare. Il libro è una sintesi del lavoro svolto dall’autrice e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della psicologia del profondo. Qui troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di respirazione olotropica. Le narrazioni, a volte incredibili a volte straordinarie, ci mostrano come la tendenza fondamentale di questa procedura sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica. Colpiscono profondamente i casi che non avrebbero mai potuto avere un vero accesso ad una psicoterapia classica: prostitute, portatori di dipendenze, outsider. La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita, possono riconoscere l’esigenza psicologica di un rapporto con la dimensione del sacro.

Spazi oltre il confine

spazio-oltre-i-confini

Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015).

Virginia Salles, divulgatrice della psicologia transpersonale in Italia, condivide con il lettore la sua ricerca e il materiale raccolto sul campo, nella pratica della psicoterapia a indirizzo junghiano e transpersonale. L’autrice attinge dai sogni, dall’immaginazione, dagli stati non ordinari di coscienza, dalle fiabe, miti, riti ancestrali, con uno sguardo attento all’esperienza millenaria della Cabalà. La terapia è intesa sia come superamento del sintomo, sia come un vero atto creativo: l’espressione della nostra realtà interiore per attingere a una più autentica umanità e a una visione dell’esistenza più ampia e più completa. È attraverso l’angoscia, lo stupore, la disperazione e dal riconoscimento di sé, attuata con la sofferenza, che nasce il nostro più prezioso bagaglio di conoscenza. Sofferenza di cui molte volte saremo grati, alla vita o al destino, per averla sperimentata. La sofferenza di cui ci parla la Salles è tra le più enigmatiche e affascinanti che si conoscano. Esperienze come quelle vissute da molte persone ci costringono a guardare verso gli abissi interiori, a scrutare l’infinito e a rimanere vis à vis con qualcosa che solo ora su rivela.

Recensione a Spazio oltre il confine di Gilberto Villela

Oltre il confine del setting tradizionale

Di Gilberto Villela, Roma

spazio-oltre i confini

Il libro di Virginia Salles è molto stimolante e offre svariati spunti di riflessione. I capitoli sono articoli scritti in momenti diversi e ognuno è orientato più specificamente verso un determinato aspetto della psicologia del profondo e transpersonale. I capitoli hanno una propria autonomia e possono essere letti indipendentemente, o seguendo un qualsiasi ordine scelto. Hanno una struttura a rete. Mentre si prosegue la lettura si osserva che ogni capitolo è intimamente interconnesso agli altri.

Nonostante la varietà dei temi trattati e la diversità dei piani, il libro ha un comune denominatore, cioè la nozione di confine, o più precisamente del superamento dei confini già indicato dal titolo. La lettura diventa particolarmente interessante nell’avvertire la vivace passione e eleganza con cui l’autrice si muove, integrando con abile coerenza la sua esperienza umana e professionale. Nel farlo, esprime coraggiosamente il proprio pensiero, in continuo dialogo con la voce di svariati autori, che come lei osarono “cantare fuori dal coro”. Nonostante la loro diversità, questi autori hanno in comune la libertà di pensiero, la curiosità, il coraggio e il senso dell’avventura, l’esplorare nuove regioni della mente e della realtà e, last but not least, uno spiccato entusiasmo e passione per la vita.

Il confine è a mio vedere il filo rosso che attraversa tutto il libro percorrendo regioni di frontiera dove si osserva la tipica tensione e conflitto tra l’insofferenza dei confini vissuti come gabbia e il vitale bisogno o desiderio del superamento di questi confini. Sarebbe possibile commentare ogni capitolo del libro tenendo in mente come nucleo tematico questo campo di forze.

Nella psicoanalisi freudiana il setting è un elemento basico e a tal punto centrale da essere spesso trattato come un sinonimo del proprio metodo psicoanalitico. Il setting definisce un contesto clinico ed è delimitato da precisi confini. Lungo la storia della psicoanalisi, una grande parte della letteratura tecnica e teorica ha messo a fuoco la questione del setting. I problemi e le difficoltà della gestione del setting e del suo adeguamento alla realtà clinica del paziente hanno generato negli anni una vera e propria battaglia sulla tecnica con una visibile impronta ideologica[1].

Nel considerare il “setting olotropico” è necessaria un’attenta valutazione delle capacità di una determinata persona di mettersi in contatto con “l’ignoto” o con traumi sepolti. Si deve inoltre poter contare su un setting adatto e un terapeuta rassicurante e fiducioso, che abbia molto tatto e un grande rispetto del timing. E non solo, è anche molto importante che il terapeuta abbia lui stesso intrapreso una avventura “oltre il confine”. La mia esperienza con Virginia, nelle varie dimensioni della nostra conoscenza, ma anche da quello che posso percepire come lettore dei suoi scritti, mi permette di dire che lei possiede queste qualità.

Commenterò il setting terapeutico della respirazione olotropica prendendo in considerazione i primi due capitoli del libro, “L’angelo dell’angolo della casa rotonda” e “SOS Emergenze spirituali”, nei quali Virginia parla prevalentemente della sua esperienza clinica con questo tipo di terapia esperienziale. Il mio interesse nel commentare questo aspetto clinico è collegato al fatto di trovarmi in una particolare posizione che mi consente una doppia visuale, sia a partire dalla mia esperienza come psicoterapeuta sia da quella vissuta come “respiratore”, dato che ho partecipato a diversi gruppi di respirazione olotropica.

Ritengo che il setting transpersonale adoperato da Virginia sia un elemento fondamentale e che offra un importante sostegno al buon andamento dei processi terapeutici presenti nel suo lavoro. È un setting particolare e diverso da quelli tradizionali di ispirazione freudiana o junghiana. Forse in questo senso dovrei utilizzare l’espressione “setting” tra virgolette. Il sorprendente cambiamento di Elma, nel passare dalla condizione di una “paziente psichiatrica” alla conquista della capacità di sognare e intraprendere un percorso di autonomia (descritto nel capitolo “SOS Emergenza spirituale”), come viene raccontato da Virginia, ci dà un’idea delle potenzialità che questo tipo di lavoro può far emergere.

Nel mettere a fuoco il “setting olotropico” elencherò di seguito, un po’ schematicamente, alcuni elementi che lo caratterizzano. Con questa descrizione penso di poter chiarire non solo la sua peculiarità, ma anche il perché lo ritengo adatto all’esperienza di esplorazione degli spazi oltre il confine.

Il processo terapeutico (tipico) è composto da due tempi: un primo tempo, di preparazione, ha inizio con una psicoterapia individuale in un setting junghiano. L’attenzione si concentra maggiormente sull’analisi dei sogni. L’analista inoltre favorisce lo sviluppo dell’Io e stimola la curiosità del paziente verso una ricerca personale e il suo movimento verso una maggior autonomia. In un secondo tempo si può accedere ad un altro setting di gruppo: la respirazione olotropica.

Nei casi in cui il paziente è desideroso e ritenuto preparato ad andare oltre il confine del setting iniziale (junghiano) può proseguire il suo percorso facendo esperienza di questo nuovo “setting”, più adatto e contenitivo per una esperienza più radicale e profonda: i gruppi di respirazione olotropica (tecnica inspirata al lavoro di Stanislav Grof).

Il “setting” olotropico offre il necessario sostegno e rappresenta un cambiamento importante, date alcune delle caratteristiche che lo contraddistinguono. Nel gruppo di respirazione: si passa dal setting individuale al “setting” di gruppo; si passa dal lettino alla posizione sdraiata per terra; si passa dalla comunicazione prevalentemente orale e visuale all’esperienza di respirazione profonda, che favorisce e stimola l’introspezione e il contatto interno profondo: la percezione delle sensazioni corporali, del flusso di immagini e di emozioni. Tutto questo viene facilitato dall’uso di bende che occludono la visione, in un ambientale accogliente, accompagnato da un continuo flusso di musiche evocative. Nel gruppo si passa inoltre dalla posizione di asimmetria analista-paziente a una posizione di parità e reciprocità con il sitter (assistente): una presenza silenziosa e rispettosa, che rimane a fianco del “respiratore” potendo essere d’aiuto quando sollecitato. Virginia osserva il movimento dei “respiratori” e interviene solo quando sente che sia necessario. Il “respiratore” in un secondo tempo diventa, a sua volta, il sitter del suo precedente sitter. Tale inversione delle posizioni mi sembra arricchire l’esperienza che può essere vissuta dai due fronti.

Inoltre, nei gruppi avviene una notevole dilatazione del tempo che passa dai 50/60 minuti della seduta alle 5/6 ore di esperienza nel gruppo. Una tale dilatazione del tempo inspira un senso di atemporalità, uno stato di “flusso” che favorisce l’immersione nei nuclei creativi. Considerando la lunga durata di ogni gruppo e la profondità dei possibili “viaggi”, sono utili per l’organizzazione dell’esperienza i momenti iniziali di riscaldamento e il racconto dei sogni, ben come il lento percorso verso il termine. La realizzazione della mandala e la successiva condivisione dell’esperienza con i membri del gruppo aiuta a elaborare e a “finire” l’esperienza anche se l’esperienza interiore continuerà a evolversi nel tempo…

 

Roma 15 maggio 2015

[1] Freud e i suoi più fedeli discepoli, in accordo con i precetti tecnici di Freud, hanno sempre difeso la necessità di una rigorosa manutenzione del setting mentre d’altro canto svariati psicoanalisti, a cominciare da Ferenczi, avvertirono molto frequentemente l’esigenza di adoperare una tecnica più malleabile e un setting più flessibile nel lavoro con alcuni tipi di pazienti, generalmente quelli più disturbati. Una delle obiezioni ai cambiamenti del setting era che tali cambiamenti (l’allungamento delle sedute, la diminuzione dell’asimmetria analista-paziente, l’accettazione di espressioni non verbali, dei sintomi, ecc.) favoriva l’attivazione incontrollata della patologia, degli acting out e di tutta una serie di sintomi “disturbanti”, infine una regressione contraria al buon andamento dell’analisi classica. Winnicott e Balint (il principale seguace di Ferenczi) sono stati praticamente gli unici a valorizzare la regressione nella sua valenza positiva, ritenendola intrinsecamente necessaria e terapeutica (Franz Alexander con la tecnica dell’Esperienza emozionale correttiva è stato criticato dall’ortodossia e allontanato dal campo della psicoanalisi ufficiale). Balint e Winnicott hanno contribuito enormemente all’aumento della sensibilità clinica nei confronti delle nuove tipologie di pazienti. Cioè, coloro che esulavano dalla tipologia più marcatamente nevrotica, e pertanto non riuscivano a inquadrarsi o a beneficiare di un’analisi entro i confini del setting classico. Lavorando nell’ambito degli stati regressivi, Winnicott ha diretto la sua attenzione clinica al processo regressivo verso la dipendenza assoluta, mentre Balint ha distinto due tipi di regressione: la regressione benigna (o per il riconoscimento) e la regressione maligna (o per la gratificazione). Non c’è spazio qui per descrivere le caratteristiche dei loro setting. C’è da rilevare soltanto che, anche se loro hanno contribuito ad allargare e ad affinare il setting rendendo la situazione clinica più malleabile e facilitante, il fatto di seguire comunque alcuni aspetti del setting tradizionale non permetteva loro di offrire lo spazio e il di tempo necessari ad una regressione ottimale. C’è anche il fatto che la flessibilità del setting in una analisi intensiva come la loro (da tre a cinque sedute settimanali) favoriva l’attivazione di un processo di regressione verso la dipendenza totale del paziente, comportando rischi e problemi considerevoli, nel caso in cui non fosse fatta una accurata selezione dei pazienti.

 

 

Introduzione dell’autore a Spazi oltre i confini

Introduzione dell’autore a Spazi oltre i confini. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà

 

Ci sono più cose in cielo e in terra,
Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.

Amleto,  atto I, scena V

 

Siamo abituati a definire le nostre profonde esperienze soggettive secondo le idee religiose e filosofiche della nostra cultura di appartenenza, ma dietro a tutte le differenti interpretazioni si cela un’identità di fondo, una Philosophia perennis; espressione attribuita al filosofo tedesco Leibniz per definire quel sapere collettivo che nasce dall’esperienza di ciò che da sempre l’uomo ha definito “sacro”: il mondo invisibile descritto dai mistici, iniziati e ricercatori spirituali. Questo sapere eterno è stato immortalato nella grande letteratura, nei simboli universali e nei testi religiosi, nei miti e nei riti tramandateci dai primordi della storia umana fino ai nostri giorni.

Chi attraversa questi profondi travagli interiori, vere e proprie metamorfosi dell’anima definite di solito “crisi o emergenze spirituali”, diviene “naturalmente” consapevole, per esperienza appunto, che l’uomo è un essere in evoluzione e che la sua “mente” è in realtà un campo sconfinato che trascende il cervello che, a sua volta, appartiene a qualcosa di molto più ampio, solitamente definito “Mente Universale”. Queste esperienze associate alle più profonde dimensioni dell’Essere – da sempre considerate in ambito filosofico/esistenziale come esperienze altamente creative e “curative” – generalmente non vengono contemplate né valorizzate all’interno dei tradizionali percorsi di formazione in psicoterapia.

Mi sembra sempre più evidente che il modello scientifico, sul quale si basano la Psicologia convenzionale con il suo principio di causalità e una visione frammentata della realtà, risulti ristretto e limitato dinanzi ai grandi cambiamenti culturali ed all’evoluzione della scienza nelle ultime decadi. Limitato rispetto alla crescente domanda sul significato delle nostre esistenze, alle grandi incongruenze economico/sociali/istituzionali ed ai disagi psicologici di questo nuovo millennio ai quali, in qualità di psicoterapeuti, siamo chiamati a “porre rimedio”.

Negli ultimi tempi ho potuto osservare alcuni segnali che indicano l’inizio di una radicale trasformazione culturale soprattutto nell’epistemologia, anche in ambito accademico, ambito che finora era rimasto impermeabile a qualsiasi nuova visione o modello di realtà emergente. Credo di poter affermare che ci troviamo nel mezzo di una trasformazione non solo scientifica, ma di una vera e propria rivoluzione che travolge i principi stessi che si trovano alla base della nostra visione condivisa dell’uomo e dell’universo. A questa rivoluzione viene dato il nome di “cambiamento di paradigma”.

Il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano con la sua visione logica, se da un lato ha favorito i grandi progressi dalla scienza e della tecnologia che tutti conosciamo, dall’altro si è rivelato parziale e riduttivo ed ha portato alla frammentazione della conoscenza con le attuali conseguenze disastrose per la stessa sopravvivenza dell’umanità. Le difficoltà che riscontriamo nel nostro attuale approccio alla conoscenza, tanto nel campo della scienza che in quello della religione, nascono dal fatto che i seguaci dell’una e dell’altra tendenza si trovano dinanzi alle porte di un regno non più accessibile ai nostri sensi, un regno intangibile, immateriale. Porte che possono essere aperte non solo nella direzione di una nuova visione dell’universo in cui viviamo ma della nostra stessa posizione in seno ad esso e, forse, mi auguro, di un nuovo stadio evolutivo dell’umanità. Porte dinanzi alle quali esitiamo a passare oltre e di cui, a volte, neghiamo persino l’esistenza. Abbiamo potenzialità latenti, non ancora realizzate: mistici, filosofi e pensatori di tutti i tempi e oggi anche molti scienziati ci descrivono una dimensione nascosta dell’esitanza traboccante di Vita e di possibilità, una dimensione sottile dotata di sfumature di significato, di leggi e di fenomeni propri che sfuggono ancora alla nostra osservazione e consapevolezza.

La Psicologia Transpersonale nasce come risposta ai limiti e all’inconsistenza dell’attuale paradigma culturale di riferimento e come un tentativo di integrare le nuove conoscenze emerse negli ultimi decenni. Nasce del bisogno di inserire questi nuovi contributi e insights nel corpo principale delle discipline sociali e comportamentali, della psicologia del profondo e della salute mentale, introducendo la “coscienza” come principio fondamentale, una volta che la comprensione attraverso la sola “ragione” si è rivelata insufficiente a offrire supporto e inadeguata come punto di riferimento alle sempre più nuove e sconvolgenti scoperte in tutti i campi del sapere.

Sia le nuove frontiere della macrofisica quantistica che della microbiologia così come la Psicologia Transpersonale ci indicano una nuova “realtà” e invitano ad un ampliamento della nostra consapevolezza che esige un’altra “logica” ed una diversa interpretazione della nostra presenza nell’universo: una generale assimilazione di quel tipo di conoscenza che finora è appartenuta a mistici, sciamani, ricercatori spirituali. I nostri sensi, le nostre orecchie sono assordate dal frastuono della moderna civiltà, eppure a volte riusciamo a percepire quei flebili suoni, luci e sfumature di colori, a ricordarci l’esistenza di qualcosa di essenziale, invisibile agli occhi.

Questo libro è una raccolta di articoli scritti negli ultimi anni della mia ricerca ed esperienza clinica in questo campo così complesso ma allo stesso tempo affascinante che è la psicoterapia ad indirizzo analitico e transpersonale. Articoli corredati di casi clinici, che hanno come tema principale la trascendenza dai nostri abituali confini, definiti “egoici”. Contributo che naturalmente non vuole offrire risposte ma più che altro stimolare la nostra capacità di porci domande e di saper attendere che emerga dal profondo dell’anima un diverso punto di osservazione e soprattutto un nuovo modo di sentire: di sentire gli altri, noi stessi, il fluire della Vita e la nostra stessa posizione dinanzi alla singolarità ed alla grandezza dell’esistenza umana.

                                                                                            Virginia Salles

Cos’è la psicoterapia?

Cos’è la psicoterapia?

Svolgo questa professione da molti anni e se devo definire, con poche parole, il contenuto ed il significato di quel che faccio quotidianamente, mi viene da dire che semplicemente ascolto e danzo. Una danza di vibrazioni. E così, un po’ alla volta, anche l’altro inizia a danzare. Chi danza e vibra insieme all’altro naviga in direzione della vita e può cavalcare le onde e le tempeste là fuori… fuori dalla prigione.

psico1

La sofferenza psichica è un dono che ci obbliga a porci quelle famose domande fondamentali. Non è detto che verranno trovate le risposte, ma il solo percorso di ricerca porta con sé la tensione, lo sgomento, lo smarrimento, la perdita degli abituali punti di riferimento, tutti elementi indispensabili alla trasformazione. A volte porta persino un piccolo miracolo: “ritrovare se stessi”, ma un se stessi che non avevamo mai immaginato potesse esistere. Proprio come un drago che si trasforma in principessa o un ranocchio in un principe.

psico2

Cos’è la psicoterapia?

Cos’è la psicoterapia?

Svolgo questa professione da molti anni e se devo definire, con poche parole, il contenuto ed il significato di quel che faccio quotidianamente, mi viene da dire che semplicemente ascolto e danzo. Una danza di vibrazioni. E così, un po’ alla volta, anche l’altro inizia a danzare. Chi danza e vibra insieme all’altro naviga in direzione della vita e può cavalcare le onde e le tempeste là fuori… fuori dalla prigione.

La sofferenza psichica è un dono che ci obbliga a porci quelle famose domande fondamentali. Non è detto che verranno trovate le risposte, ma il solo percorso di ricerca porta con sé la tensione, lo sgomento, lo smarrimento, la perdita degli abituali punti di riferimento, tutti elementi indispensabili alla trasformazione. A volte porta persino un piccolo miracolo: “ritrovare se stessi”, ma un se stessi che non avevamo mai immaginato potesse esistere. Proprio come un drago che si trasforma in principessa o un ranocchio in un principe.

Abstract

ABSTRACT

          Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale

 Da tempi immemorabili l’uomo ha dato vita a differenti procedure per trascendere la realtà quotidiana, accedere alla dimensione sacra dell’esistenza e veder balenare una scintilla di divino dinanzi ai propri occhi: dagli oracoli classici, agli stati indotti di trance, ai rituali misterici, alle cerimonie sciamaniche, alle varie forme di meditazione, ai  riti collettivi.  La storia umana, dagli albori della coscienza ad oggi, è la storia di questo rapporto tra l’uomo e la  molteplicità dei  mondi invisibili.

Nel nostro mondo attuale che predilige gli aspetti razionali della psiche, questa ricerca di ciò che non è percepito dai nostri cinque sensi attraverso stati non ordinari di coscienza, viene spesso guardata con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fa emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. In altri tempi o contesti culturali diversi dal nostro questi stati venivano invece considerati una benedizione divina, un dono degli dei ed erano – e sono tuttora – attivamente ricercati con l’utilizzo di vari mezzi di autoesplorazione profonda: “le tecnologie del sacro”. La Psicologia Transpersonale li ripropone in veste moderna, all’interno di una prospettiva psicoterapeutica e di evoluzione della coscienza.

Tutto questo indica che il nostro attuale stato di coscienza non è ancora sufficientemente dispiegato, nel senso che non ha ancora sviluppato tutte le sue potenzialità. Dalla teoria e dalla clinica della Psicologia Transpersonale sono emersi risultati straordinariamente ricchi e fecondi, nel senso di un ampliamento della cartografia dell’inconscio e di una drastica revisione dello stesso concetto di coscienza.

Virginia Salles in “Mondi invisibili, frontiere della psicologia transpersonale” ci accompagna in un viaggio coinvolgente e fascinoso attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un percorso in zone che la cultura scientifica fatica ad integrare: una traversata notturna  attraverso le regioni del mito in un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria.

I mondi invisibili sono quelli indagati da grandi studiosi contemporanei come Stanislav Grof, Abraham Maslow, fondatori della Psicologia Transpersonale negli Stati Uniti, da un ricercatore come  Josè Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista brasiliano ancora poco conosciuto in Italia,  ma anche i mondi narrati nelle tradizioni millenarie di ricerca del sacro. Questo affaccio sulle esperienze non ordinarie di tutti i tempi viene messo in relazione con i contributi di C.G. Jung,  di Wilhelm Reich, John Perry, Ken Wilber, Alexander Lowen, Massimo Assagioli, Bion e tanti altri, senza dimenticare le esperienze di grandi artisti, che hanno percepito la linea d’ombra che separa il visibile dall’invisibile e sono riusciti ad evocare ciò che è indicibile.

Le teorie di Jung, in particolare il suo “libro Rosso”, sono un punto di partenza per la Psicologia Transpersonale, ma rappresentano anche l’appartenenza professionale di Virginia Salles, formatasi in Italia come analista junghiana. Questo libro è una sintesi del lavoro svolto dall’Autrice e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della Psicologia del Profondo.

Un elemento presente in molti di questi mezzi per raggiungere le profondità dell’anima  è  la respirazione, vero e proprio  ponte tra il visibile e l’invisibile, che da sempre  è stata utilizzata come mezzo di autoesplorazione e per indurre profondi cambiamenti nella coscienza: le stesse espressioni che utilizziamo per definire l’aria, l’atmosfera, o la “respirazione” sono usate per descrivere concetti religiosi. Per esempio, in alcune lingue antiche come il greco o il latino le parole aria, vento, soffio, sono le stesse che esprimono idee come Vita, Spirito, Dio.

In certe condizioni il respiro può rappresentare la porta di ingresso verso i mondi invisibili, lo strumento che permette di varcare la soglia e di tornare indietro. Questa reversibilità dell’esperienza ha rappresentato per l’uomo la possibilità del contatto con il divino in condizioni ritualizzate, che permettono l’accesso all’altra dimensione dell’esistenza senza essere distrutti dalla potenza del numen.  Per noi moderni questo dio nascosto è il nostro Sé profondo.

Nel testo troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di Respirazione Olotropica. Le narrazioni,  a volte incredibili a volte straordinarie ci mostrano come la  tendenza fondamentale di questa procedura  sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica.  La tecnica terapeutica proposta da Grof,  esposta nei casi

presentati dalla Salles, così come altri metodi utilizzati in ambito transpersonale, sono  un vero e proprio viaggio nel Sé: un passaggio attraverso lo Stargate e l’accesso ad una dimensione altra rispetto alla nostra coscienza ordinaria. Una rielaborazione in chiave moderna di antichi mezzi di autoesplorazione esperienziale proposti dalle nostre tradizioni spirituali che hanno come scopo il raggiungimento dello stesso obiettivo: aprire un varco o meglio costruire un ponte tra la nostra identità personale ed il Sé profondo. La percezione che la persona ha, in questi momenti, è che la propria coscienza sa dilatata oltre i confini abituali dell’ego trascendendo i limiti spazio-temporali e aprendosi a dimensioni esistenziali fino a quel momento impensabili. Un intero mondo di elementi bizzarri e di apparenti contraddizioni emerge come  da dietro uno sfondo prima impercettibile: eventi del passato personale così come elementi di carattere più universali appartenenti all’inconscio collettivo che vengono spesso descritti con dettagli storicamente accertabili, luci abbaglianti, personaggi  mitologici, demoni e divinità. Possiamo identificarci con archetipi o con altri esseri viventi come piante o animali, o percepire eventi al di là del tempo e dello spazio.

Queste esperienze, così difficili da comprendere e da collocare all’interno di una griglia conoscitiva,  sono iscrivibili all’interno della struttura postulata dalla fisica dei quanti, teoria che ha annullato molti dei cardini della scienza e della cultura occidentale. Grof sostiene che le ricerche e le evidenze cliniche riscontrate attraverso la respirazione olotropica non possono essere spiegate all’interno della fisica newtoniana. La fisica dei quanti però ci pone essa stessa di fronte a dilemmi e contraddizioni: “Gran parte del modo in cui la fisica quantistica descrive il mondo può sembrare, a prima vista, un nonsense…Tuttavia si può giocare solo a questo gioco. La vecchia meccanica di Newton e dei suoi seguaci non è in grado di dare una qualunque spiegazione degli atomi o di altri microsistemi.” (Gilmore, Alice nel paese dei quanti). La coscienza – con tutte le straordinarie declinazioni che vedremo in questo libro e che possiamo leggere anche nei testi di Grof – sembra configurarsi come un sistema che partecipa di  livelli differenti, eterogenei tra loro. Si tratta di un territorio ancora quasi del tutto inesplorato. Potremmo affermare che anche la psiche è ricca di nonsense, proprio come la fisica dei quanti.

Nella storia della psicologia la componente della dimensione soggettiva ha sempre scatenato ondate di critiche ed ora ancora di più la Psicologia Transpersonale, portatrice di mondi invisibili. La storia della psicologia del profondo è strettamente collegata con l’altra dimensione: dal fluido universale invisibile di Mesmer al concetto di “inconscio” di Freud, il quale – dal momento che postulò un luogo, un topos, (l’inconscio appunto)  dove si svolgevano, in modo invisibile, i processi psichici –  partecipò alla scoperta rivoluzionaria dei “mondi invisibili”. Fu questo, e non la sessualità, la vera causa dell’ostracismo della classe accademica nei confronti della psicoanalisi. I mondi invisibili turbavano la cultura positivista dell’epoca e turbano tutt’ora la nostra coscienza collettiva basata su un paradigma culturale ormai superato. La Psicologia Transpersonale affonda le sue radici nella più moderna visione della scienza (post teoria della relatività) che è in un certo senso inconciliabile con il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano sul quale si fonda tutta la psicologia occidentale.

 

 

 

 

 

 

Ciò che caratterizza l’approccio terapeutico transpersonale non è il contenuto ma il contesto in cui si opera. Indipendentemente da quale sia il livello dello “spettro della coscienza” (Wilber), o il “territorio esperienziale” (Grof) sul quale si sta focalizzando il processo terapeutico, il terapeuta transpersonale è consapevole di tutte le possibilità esistenziali ed è disposto a seguire  l’analizzando (nell’ambito della Psicologia Transpersonale la parola “paziente” non è utilizzata)  sul suo percorso attraverso nuove e più ampie dimensioni esperienziali ogni volta che se ne presenti l’occasione. La figura del terapeuta transpersonale assume allora un significato diverso rispetto allo psicoterapeuta tradizionale, un ruolo più vicino a quello che Jung definisce ‘psicopompo’, colui che accompagna l’analizzando nel viaggio interiore. Nella nostra cultura abbiamo un riferimento fondante per questo: nel percorso che Dante compie attraverso i mondi dell’Inferno, del  Purgatorio e del Paradiso, nel quale il poeta Virgilio è lo psicopompo, la guida che accompagna, sostiene ma non interviene nel processo. Il vero terapeuta è il Sé dell’individuo, secondo Jung  l’elemento propulsivo del processo di individuazione. L’Autrice ci mostra come in questi percorsi individuali si manifesti la tendenza della psiche verso l’autoguarigione, come descritto da Jung e Grof,  ed è proprio  questo aspetto che guida il percorso della Psicoterapia Transpersonale.

Colpiscono profondamente i casi di persone che non avrebbero mai potuto avere un vero  accesso ad una psicoterapia classica: prostitute,  portatori di dipendenze, outsider. Individui che non solo hanno potuto usufruire di una crescita personale, ma che hanno anche scoperto l’esigenza di spiritualità che si celava dietro i loro sintomi.

La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita,  possono riconoscere l’esigenza di un rapporto con la dimensione del  sacro come esigenza della psiche, senza per questo dover appartenere ad uno schieramento di qualsivoglia tipo.

 

 

 

Il LIBRO ROSSO DI C. G. JUNG

Il LIBRO ROSSO DI C. G. JUNG

di Virginia Salles, Roma

 

Fuggi da quanto ha già forma agli aperti reami delle forme possibili .

(Goethe)

 

Viviamo in un mondo  secolare. Per adattarsi a questo mondo il bambino abdica alla sua estasi..

(Mallarmè)

libro

Il coraggio

………………………………

Il vero atto di coraggio, l’unico che ci viene richiesto in quanto partecipanti al grande miracolo della Vita, è il coraggio di affrontare l’Ignoto, di affrontare ciò che di più incomprensibile e sconvolgente possiamo incontrare sulla nostra via. Quelle esperienze definite da Platone come “la pazzia divina”, esperienze visionarie che riguardano il mondo dello spirito o della morte o della “vita vera” e che avvengono “ad occhi chiusi” – ossia nei recessi più oscuri del nostro mondo interiore – sono state talmente escluse dalla nostra vita e dai nostri interessi quotidiani che i nostri sensi atti ad accoglierle ed a comprenderle si sono atrofizzati. Così come la nostra capacità di “percepire” la presenza della Divinità. La maggior parte delle persone non sperimenta mai ciò che viene definito “la presenza di Dio”, sostiene Ronald Laing e nemmeno percepiscono “la Sua assenza”, ma solamente l’assenza di qualcosa di fondamentale, un grande e indefinito vuoto: “l’assenza della Sua Presenza”.

Scoprire in noi stessi qualcosa d’immenso, intimo e profondamente coinvolgente, qualcosa che ci collega a “tutto il resto del mondo” e che prima era totalmente sconosciuto, ci fa comprendere che gran parte della nostra angoscia esistenziale e dei nostri infiniti bisogni non sono nient’altro che un tentativo di lenire la sofferenza di questa “separazione”. C. G. Jung, con il coraggio degli indemoniati, discende in fondo all’ “Abisso”, ne esplora i contorni, i sentieri insidiosi, si aggira nei suoi meandri più segreti e ci consegna in quello che è la sua opera primaria, il Libro Rosso, le rivelazioni di un altro mondo, un mondo sostanzialmente diverso da tutto quanto siamo abituati a conoscere. Il Liber Novus segna l’inizio di una nuova era per la psicologia del profondo, non nel senso che rappresenti qualcosa di nuovo nell’orizzonte psicologico-letterario in quanto le tradizioni spirituali di ogni epoca abbondano di racconti di questo genere, così come i libri di psicologia transpersonale, di filosofia orientale e di antropologia, i racconti di esperienze sciamaniche etc… La “novità” è semplicemente il fato che sia stato Jung a scriverlo, con linguaggio potente. Jung – che non ha mai ufficialmente rinnegato il paradigma dominante della propria cultura di appartenenza e che non ha mai così spudoratamente varcato “la soglia” – fu, in realtà Il primo psicologo “transpersonale”, seguito da Erich Neumann, il primo che ha sfondato le barriere dell’inconscio personale freudiano e attinto all’altro inconscio che rappresenta tutt’ora una sfida al “mondo conosciuto”: la scoperta dell’America in psicologia.

………………………………………………..

Il Liber Novus e altri scritti di questo genere mettono in discussione le radici stesse della cultura di cui facciamo parte ed ogni cultura mette in atto i suoi “meccanismi di difesa” per confermare e mantenere la propria “cosmovisione”. “Libri rossi” che finiscono per risultare, in un certo senso, trasgressivi e “pericolosi” per un’incompatibilità essenziale – un rapporto davvero impossibile con una cultura che ha delegittimato ogni esperienza spirituale che non faccia parte della ortodossia ebraico-cristiana, così come ogni esperienza che non possa essere inquadrata dagli assiomi di base della scienza pre-quantistica. Se prendiamo in considerazione, per esempio, i paradigmi spirituali che ci sono stati trasmessi dalla classicità, dall’umanesimo e le nuove concezioni derivate della fisica moderna, vediamo che essi sono assolutamente in sintonia con quanto ha scritto Jung nel suo libro più controverso e con altri scritti ad esso affini. Jung – che ha attraversato, in prima persona l’esperienza e vissuto in bilico tra la psicopatologia e il mondo spirituale ed ha fatto di questa esperienza il fulcro della sua metapsicologia – che appartiene ai due mondi e ufficialmente non è mai andato in rotta di collisione con il paradigma dominante del suo tempo – attraverso il racconto della sua esperienza interiore, può fungere, in un certo senso, da elemento trainante, da elemento “di congiunzione”, tra una psicologia che ha fatto il suo tempo e una visione più ampia della psiche. Visione che accoglie ed unisce elementi tutt’ora appartenenti alla psicopatologia, alla “Scienza”, così come all’oscura e ambigua definizione di “mondo spirituale”.

La nascita di Dio nell’anima

“Taci e ascolta!…”1

Mentre Nietzsche con voce potente proclama la morte di Dio, Jung scava sempre più in fondo tra gli strati archeologici della psiche e s’imbatte in “qualcosa” che va oltre se stesso, in qualcosa che non gli appartiene più in quanto singolo individuo, ma che lo “trascende”. Jung si imbatte nello “spirito delle profondità” con i suoi misteriosi segreti, con il suo inferno e la sua estasi e si lascia trascinare dalle sue correnti mistiche, da terrori arcaici e da sconvolgenti e preziose scoperte. In bilico tra due mondi, tra la propria finitezza e l’immensità dell’Essere, Jung a poco a poco si abbandona a quelle esperienze animiche che lo condurranno sempre più su… verso il mondo spirituale. Tra le macerie di un se stesso che non riconosce più Jung scopre Dio, il Dio interiore, il Dio vivo, rinato nella sua anima.

lo scarabeo è la morte, che è necessaria per il rinnovamento; per questo brillava come brace dietro di lui un nuovo sole, il sole delle profondità, il sole enigmatico, il sole della notte…2

Il futuro autore del Libro Rosso ha visto, sentito, udito, vissuto…, ma ora deve rientrare nella collettività umana, rimettere i piedi sulla terra, affondare nel suolo le sue radici. Deve rivestirsi dei suoi panni-ruoli ed una volta riuscito a dare senso al suo travaglio esistenziale, dovrà elaborare la sua nuova, personale cosmogonia in un modo che sia accettabile per il mondo e che allo stesso tempo non tradisca quanto ha sperimentato, sentito… vissuto.

“Taci e ascolta! Tutte le profondità sono piene di pazzia!!!”3

Jung rientra nel mondo, ma non è più lo stesso, né potrà più fare finta di esserlo. E’ ben consapevole che tutto quanto ha conosciuto fino a questo momento è ora definitivamente, inesorabilmente cambiato. Per uscire dall’impasse ed elaborare la sua esperienza dell’”oltre” lo scopritore dell’inconscio archetipico attinge a piene mani alle tradizioni sapienziali d’oriente ed all’“altro pensiero” occidentale che, nel bene e nel male, fa ancora parte della nostra cultura – proprio come le numerose teste di un gigantesco Drago che, dopo la ghigliottina illuminista, continuano a riaffiorare: l’alchimia, l’astrologia, l’ermetismo, il zoroastrismo, la cabala, i miti egizi, il sufismo, il pensiero magico, i riti pagani etc. Studiosi di queste discipline esoterico-mistiche sostengono che tale sapere ha sempre agito a nostra insaputa e continua a farlo, sulla nostra storia individuale e collettiva.

La pazzia è una forma speciale di spirito che si adatta a tutte le teorie filosofiche, ma ancora di più alla vita di tutti i giorni.4

libro2

Nel Liber Novus Jung disegna, scrive, prega. Con linguaggio poetico, con linguaggio mistico, con la lucidità dell’intellettuale e con tutta la sua vena artistica nel disperato tentativo di cogliere fino in fondo e di elaborare il significato ultimo della propria esperienza. Quello che Jung non è riuscito a dire al mondo mentre era in vita, lo ha consegnato al suo libro segreto, il Libro Rosso, custodito sotto sette chiavi, tra bui e polverosi cassetti, ovvero, in versione moderna: nel caveau della banca svizzera in cui era conservato. Ciò che non è riuscito ad esprimere alla luce del sole ci viene consegnato ora, 70 anni dopo. Attraverso quello che – contrariamente a quanto afferma lo stesso autore – possiamo davvero definire un’opera d’arte, Jung descrive, a tinte forti, la sua esperienza del bene e del male attraverso una serie di immagini singolari, descrive una vera e propria battaglia tra il mondo della realtà e il mondo dello spirito che lo porta all’estremo delle sue forze. E’ intensa e travolgente l’impressione che producono sul lettore le potenti scene descritte da Jung con immagini così ricche e impregnate di un senso di verità e di un profondo sentire che agiscono sulla nostra anima con forza convincente. Nessuna forma di conoscenza puramente razionale e logica può reggere al confronto di una così potente forza immaginativa.

Dio è terrore amoroso. Gli antichi dicevano che era terribile cadere nelle mani del Dio vivo!5

 

Jung prosegue coraggiosamente con scrittura preziosa, con penna e inchiostro dai mille colori, e condivide con noi le sue riflessioni sul cristianesimo e sull’evoluzione spirituale dell’uomo, sul legame dell’individuo con la collettività dei vivi e con quella dei trapassati attraverso la descrizione del suo passaggio attraverso il regno dei morti. Ci descrive dettagliatamente la relazione esistente tra la sua anima e “lo spirito delle profondità”, “lo spirito divino”, relazione questa considerata tutt’ora uno dei principali “segreti” esoterici. Alla domanda: “Che cos’è il sacro? Goethe risponde: “è ciò che lega insieme molte anime”. Quando parliamo di discipline esoterico-mistiche parliamo di un insieme di mondi culturali dalle tradizioni multiple che si accomunano sotto alcuni aspetti. Nei giorni nostri queste discipline vengono sempre di più reciprocamente “contaminate” e arricchite da continui flussi migratori. Lo studio delle culture esoteriche mi appare oggi, nell’era della globalizzazione, particolarmente fecondo e attuale in quanto pone a confronto e integra gradualmente paradigmi culturali diversi.

La nostra visione culturalmente miope deriva dell’aver ristretto e circoscritto lo status di “religione” ai tre principali monoteismi, mentre nella storia dell’umanità possiamo trovare espressioni religiose molto più profonde e varie, ricche di un vasto patrimonio di simboli ancora vivi che richiamano l’uomo alla propria interiorità, alla consapevolezza di sé ed all’evoluzione spirituale. E’ proprio da questa profondità che emergono violente, come se spuntassero dalle “teste mozzate del drago” in nuove vesti e con forza sempre più rinnovata, le sconvolgenti e inspiegabili esperienze descritte nei “libri rossi”. Rossi come una spia di allarme.

L’esperienza psico-spirituale di Jung lo porta a rielaborare in chiave psicologica l’antica idea del Divino dentro ogni uomo ed a lanciare un ponte di accesso allo “spirito delle profondità”. Con un linguaggio tra il mistico ed il profetico, Jung disegna nei suoi mandala un mondo dimenticato che riemerge dalle tenebre e si pone dinanzi a lui e annuncia a tutti gli uomini il risveglio di quelle forze animiche attraverso le quali possiamo attingere alla fonte della saggezza eterna.

La nostra epoca sta cercando una nuova fonte di vita. Ne ho incontrata una ed ho bevuto della sua acqua ed aveva un gusto buono.6

In ogni grande religione, così come in ogni approccio “terapeutico”, possiamo riscontrare due diversi livelli di conoscenza: il primo è il livello trascendente, profondo (verticale) che fa riferimento all’esperienza soggettiva e tende a favorire e promuovere la relazione tra l’uomo e la sua dimensione interiore, tra l’uomo e gli altri uomini, tra l’uomo e l’Universo. Il secondo è l’aspetto “ristretto” (orizzontale) della religione, o della terapia, che consiste in un insieme di dogmi e di regole di comportamento collettivo, sociale e morale, a volte molto rigidi. Mentre il primo aspetto, quello interiore, è quello fondamentale e forma il nucleo autentico ed immutabile di ogni religione e di ogni autentico percorso esistenziale, il secondo, orizzontale, è in un certo senso relativo e mutevole sia nel tempo che nello spazio. La dimensione verticale è la dimensione dell’Unione, è quella che accomuna gli esseri umani tra loro e con il mondo intero e contribuisce ad armonizzare i popoli e attenuare le divergenze in ambito filosofico e religioso. A questa dimensione appartengono tutti quei “libri rossi” che descrivono esperienze del mondo “invisibile”, esperienze che riguardano la dimensione profonda dell’esistenza. Nel corso dei secoli questo aspetto essenziale dell’esperienza soggettiva e delle religioni è stato spesso “demonizzato” o quanto meno relegato in secondo piano ed ignorato, mentre l’aspetto dogmatico ha preso il sopravvento, allontanandoci dalla nostra “sorgente vitale”, ed esasperando sempre di più le differenze e i conflitti tra popoli e religioni.

Per chi ha visto il caos niente più è occulto, ma lui sa che il suolo trema e cosa significa questo tremore7

Il messaggio che Jung ci trasmette da questi mondi è che la “verità” risiede nelle potenzialità interiori dell’uomo e che solo lo sforzo individuale di perfezionamento, può favorire la ricerca interiore. Messaggio questo che appare incompatibile con la posizione istituzionale delle chiese cristiane in quanto rende legittima una pluralità di percorsi per raggiungere la “verità”, basate soprattutto sul coraggio, la fiducia e la ricerca di perfezionamento del singolo individuo. Da questa pluralità di vie e dal prezioso patrimonio delle nostre tradizioni sapienziali emerge l’idea di base che la consapevolezza è “l’unica realtà” e il fondamento dell’essere, in quanto “reale (vero) è tutto ciò che agisce”. Una filosofia opposta a quella dominante nel nostro mondo moderno, secondo la quale solo la materia è reale.

I morti attuano, e questo basta…8

Allo sviluppo di un’anima capace di scrivere il Libro Rosso occorre, come fondamento, tutta la saggezza “sommersa” del nostro tempo. Saggezza questa che agì prima di tutto nell’anima di Jung il quale, sulle orme di Goethe, ha rappresentato attraverso il suo dramma esistenziale, il dramma di ogni uomo. Di ogni uomo che abbia il coraggio di porsi dinanzi all’Anima e di combattere contro lo “spirito del suo tempo”. Il coraggio di percorrere l’unica via che gli è stata assegnata.

L’opposizione al mondo esige grandezza, ma l’io sente la sua piccolezza quasi ridicola9

………………………………………………

La metapsicologia che emerge dalle pagine del Liber Novus fa riferimento a quell’insieme di “verità” dimenticate, di profonde “verità” che girano intorno all’assioma centrale della conoscenza esoterica il quale afferma che nella parte più profonda della nostra anima, al di là del tempo e dello spazio, possiamo entrare in contatto con lo “spirito delle profondità” e persino “dissolverci” nello Spirito e così liberarci dalla “separatezza” e dalla “mortalità”. Questa affermazione, rivoluzionaria rispetto alla nostra cultura è la promessa di un nuovo inizio in quanto consegna nelle mani dell’uomo la chiave di comprensione di se stesso e la possibilità di attingere all’unica forma di conoscenza che lo rende libero.

Pazzia divina e psicopatologia

In India vengono chiamate “intossicate da Dio” quelle persone la cui energia psichica liberata durante le pratiche spirituali risulta troppo potente al punto di rischiare di perdere il contatto con la realtà. Nel contesto orientale la “crisi spirituale” scaturita da questo “eccesso” di energia viene contenuta ed elaborata attraverso adeguati riti e all’interno di un ricco patrimonio mitologico, assecondata e lasciata libera di seguire il suo corso naturale, permettendo a chi la vive di attingere alle potenzialità evolutive intrinseche alla natura umana.

Nella nostra cultura caratterizzata dal culto dell’io, la maggior parte delle pratiche orientali non sono applicabili in modo immediato in quanto non corrispondono all’atteggiamento psicologico occidentale centrato sulla personalità. Non esistono di conseguenza nel nostro contesto culturale strutture che ci sostengano durante il processo di trasformazione. Naturalmente molte persone che hanno intrapreso questo tipo di viaggio interiore non hanno più fatto ritorno, mentre Il processo completo di trasformazione contempla sì il distacco dal mondo “terreno”, ma implica anche il ritorno. Negli ultimi 150 anni alcuni personaggi che tutti conosciamo hanno naufragato in queste acque profonde come, per esempio, Van Gogh, Nietzsche, Holderlin, Rimbaud, Artaud, Strindberg, Munch, Schumann etc… Dal punto di vista della psicologia tradizionale una persona che vive fenomeni mentali e fisici come quelli descritti da Jung verrebbe immediatamente diagnosticata come psicotica e trattata con la somministrazione di farmaci atti a sopprimere i sintomi, anche quelli per i quali non è stata rinvenuta alcuna causa biologica. Quando una persona attraversa una di queste “crisi spirituali”, le definizioni in termini di “patologia”, l’uso indiscriminato di psicofarmaci e l’utilizzo delle misure repressive convenzionali compromettono gravemente il potenziale evolutivo di questo processo autonomo, considerato oggi da molti studiosi un processo evolutivo di auto guarigione psichica che tende verso uno stato di coscienza più elevato. Ancora oggi, in molti contesti tradizionali, questo stato di trasformazione psicospirituale – che in oriente viene chiamato appunto “intossicazione da Dio” e che è definito da Stanislav Grof con il termini “emergenza spirituale” – non viene tenuto nella dovuta considerazione e spesso patologizzato, ma negli ultimi anni i “disordini psichici legati ad una crisi spirituale” iniziano ad essere riconosciuti, anche se in ambito istituzionale non si fa ancora alcuna distinzione tra psicosi e misticismo.

………………………………………..

In Liber Novus Jung ci rende partecipi della sua “traversata notturna”, della lotta del suo spirito per liberarsi dalla prigione delle strutture mentali convenzionali – una tappa importante dello sviluppo della coscienza umana sia dal punto di vista individuale che collettivo. Il nucleo di questa attivazione energetica è l’archetipo del Centro, definito “Sé” da Jung e rappresentato nei suoi disegni di mandala. Disegni che offrono una ulteriore chiave di comprensione della genesi del suo modello di psicoterapia e confermano la sua posizione di precursore di una nuova psicologia che può ancora esercitare una vasta influenza sull’evoluzione della coscienza occidentale e sulla storia sociale e intellettuale di questo secolo, più di quanta abbiano già fatto i suoi scritti “canonici”.

…………………………………………

La vera libertà è interiore, è la libertà di sentire e di esplorare l’universo inespresso delle possibilità umane. In alcuni casi questa esplorazione catalizza quel particolare tipo di esperienza che priva l’individuo della parola convenzionale e, come sottolinea Jung, contemporaneamente rinnova la capacità di espressione. Esperienza “iniziatica” questa che segna l’inizio di una vera e propria discesa agli inferi e al dominio dei morti, un percorso simile a quello descritto dalle tradizioni religiose di tutto il mondo. Con un linguaggio che ricorda la letteratura mistico-filosofica, nel 1916 Jung scrisse in soli tre giorni “Sette sermoni ai morti”, un dialogo con i defunti come risposta all’invasione di casa sua da parte di una folla di spiriti avvertita da lui e dai suoi figli. La folla di spiriti sparì appena Jung iniziò a scrivere i Sermoni. Le seguenti parole corrispondono alle prime righe dei “Septem Sermones ad Mortuos”:

“Tutta la casa era come abitata da una folla di gente, come se fosse stipata di spiriti. Si affollavano fin sotto la porta, e si aveva la sensazione di poter respirare a fatica. Ero naturalmente tormentato dalla domanda: “Per amor di Dio, di che mai si tratta?” Allora in coro gridarono: “Torniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato ciò che cercavamo”10.

Attraverso i Sermoni Jung riallaccia, in un certo senso, i fili che partono dalla spiritualità originaria e conducono ad una conoscenza animico- spirituale presente e futura. La sua anima, volata via dalla terra dei morti fa il suo ingresso nel mondo e catalizza in lui un vero e proprio processo di “redenzione dei morti”. La voce dei morti è la voce che dall’Ignoto rivendica il Divenire. Durante il suo viaggio interiore, Jung sentiva di “obbedire a una volontà superiore”. Ci vorranno anni prima che Lo psichiatra di Bollingen riesca a riapropriarsi di se stesso, elaborare il Significato della sua esperienza dell’oltre e vincere la sfida:

Può sorgere qualcosa dallo spaventoso nulla11

Per un certo tratto del percorso – quello che è già stato percorso dalla maturazione spirituale di ciascun individuo – il cammino sembra agevole; ma nella misura in cui si avanza esso diviene sempre più difficile, in quanto è davvero arduo rivelarsi a se stessi ed un vero e proprio atto di coraggio trascendere il proprio « io » e restituirsi all’infinito. Soltanto un simile “azzardo” può condurre a quel consapevole «sentire», che possiamo anche definire “coscienza di esistere” o “coscienza Cosmica”: quel tipo di consapevolezza che ci permette di scorgere l’Unità dietro l’illusione del tempo e l’apparente molteplicità delle forme.

Recentemente satana mi ha causato una forte impressione, come se fosse la quint’essenza del personale12

Per un’evoluzione consapevole

In punta di piedi, Jung rientra nel mondo portando con sé il suo dono: il Libro Rosso. Ci vorranno altri 70 anni finché il mondo sia pronto ad accoglierlo. Studiosi di spiritualità contemporanea affermano che la nostra epoca segna la fine del “Kali Yuga”, un termine dell’Induismo che designa l’età più materialista e più oscura, caratterizzata dalla discordia e dell’ipocrisia. Il XXI secolo coinciderebbe con la fine di questo periodo. Per l’umanità è un momento di “crisi” nel doppio significato di questa parola nella lingua cinese: “pericolo” e “opportunità”. Il gesuita e maestro zen Ugo Lassalle13, conosciuto per la sua apertura alla filosofia orientale e i suoi sforzi tendenti all’integrazione del pensiero filosofico-religioso occidentale e orientale14 afferma come il ricco e prezioso patrimonio interiore dei miti, riti e simboli delle culture orientali sia, oggi, uno degli elementi fondamentali di una nuova consapevolezza che sta silenziosamente ma inesorabilmente emergendo nel mondo occidentale. Lassalle così sintetizza gli stati evolutivi della coscienza umana: la prima forma di coscienza fu quella arcaico-istintuale che caratterizzò il passaggio dall’animale all’uomo: da questo livello basico di sopravvivenza emerse un nuovo mondo. La coscienza arcaica fu seguita dalla coscienza magica con il suo pensiero animista: l’uomo viveva immerso nella natura, ma era ancora privo della coscienza di sé. In seguito, quando l’essere umano inizia a percepire il proprio “io” separato e successivamente acquisisce l’idea di reciprocità, accede alla coscienza mitica. La mitologia greca esprime con le sue immagini archetipiche proprio questo passaggio e descrive l’uomo alla ricerca dell’anima perduta e di quel senso di comunione con il tutto che aveva caratterizzato la coscienza arcaica e magica.

…………………………………………

L’anima esige la tua leggerezza, non il tuo sapere15

Gli stati di coscienza caratterizzati dagli aspetti sensoriali, istintivi ed emotivi dell’uomo furono seguiti quindi, secondo Lassalle, dall’attuale modello logico-razionale. Questo non vuol dire che questo modello di coscienza sia, oggi, ugualmente sviluppato in tutti, ma significa che nella maggior parte delle persone la coscienza di veglia si basa fondamentalmente sui processi logici. Il prossimo salto evolutivo, secondo Lassalle, va in direzione del superamento del pensiero razionale a favore di una coscienza fondata sui processi intuitivi. Siamo imprigionati all’interno di una logica tridimensionale e dobbiamo riappropriarci della quarta dimensione che è mistica, atemporale, caratterizzata dall’impulso alla trascendenza e dalla conoscenza del divino. Un terreno fertile ed ideale per un’ evoluzione consapevole: la coscienza globale. Amit Goswami, fisico teorico nucleare – particolarmente interessato alla applicazione delle nuove scoperte della scienza ai problemi psicofisici – è uno di quegli scienziati, sempre più numerosi, che negli ultimi anni si è addentrato nel campo della spiritualità nel tentativo di comprendere i risultati apparentemente incomprensibili dei suoi esperimenti.16

La vita di Goswami, come quella di Jung, fu profondamente segnata dal dilemma tra fede e scienza. Nei suoi libri egli sostiene che il paradigma materialista che ha dominato il pensiero scientifico e filosofico negli ultimi secoli può finalmente essere messo in discussione in quanto ciò che prima richiedeva un atto di fede può essere ora dimostrato attraverso le nuove conquiste della scienza. Nel tentativo di integrare svariati campi della conoscenza in un singolo paradigma unificato, lo scienziato indiano apre la strada ad una nuova cosmo-visione nella quale lo spirito ha la precedenza e mette in ginocchio il realismo materialista attualmente dominante.

Opere come quella di Jung, Lassalle, Goswami e molti altri gettano le basi per un rinnovamento della filosofia degli attuali paradigmi culturali, etici e spirituali della nostra epoca i cui principi giacciono già, spesso sopiti, nell’intimo di ognuno di noi. La lettura di queste opere catalizza il processo di ricerca interiore ed apre la via verso una coscienza più vasta e più completa. La trascendenza di tutto ciò che nel corso del tempo ci siamo abituati a chiamare “religione” sta alla base di questa successiva evoluzione. L’eredità culturale delle nostre tradizioni sapienziali non potrà più essere interpretata nei termini “dogmatici” e autoritari della “vita religiosa” tradizionale ma nel senso di un fattore spirituale di civiltà, elemento catalizzatore di conoscenza, di espressione artistica e di Bellezza, nel più ampio senso della parola.

……………………………………………..

 


Note

1 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 267, T. d. A.

2 Ibidem, p. 239.

3 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 267, T. d. A.

4 Ibidem, p. 298.

5 Ibidem, p. 281.

6 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 210, T. d. A.

7 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 299, T. d. A.

8 Ibidem, p. 298.

9 Ibidem, p. 368.

10 Ibidem, p. 264.

11 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 299, T. d. A.