Oltre la patologia dell’ego

 

                                      Di Virginia Salles, Roma

 

 

Prigionieri del passaggio

Incatenato all’infinito, intrappolato nella nave  dalla quale non poteva evadere, un tempo, il folle veniva abbandonato ai flutti del mare, alle sue correnti impetuose. Per Michel Foucoult[1] “l’invasato” è l’eterno passeggero, “il prigioniero del Passaggio”: prigioniero nella più vasta e libera di tutte le vie.

E’ vecchia quanto il mondo l’alleanza dell’acqua con la follia, a ricordarci il profondo anelito alla vita e alla libertà di chi si immerge con coraggio in questo mondo interiore/acquatico, a volte senza neanche saper nuotare. “Prigionieri del  passaggio” finché non riescono ad arrivare a destinazione in questo grande viaggio che, in un certo senso, è un viaggio verso la morte. Morte delle vecchie certezze e dei rigidi confini.

 Mi viene in mente Roberto[2], 35 anni, “prigioniero della soglia”, che non sapeva spiegare la sua esperienza, temeva di essere boicottato nel suo percorso interiore, temeva di essere considerato pazzo o quanto meno “strambo”, ma allo stesso tempo sentiva l’impellente necessità di continuare a esplorare, a cercare. Abbandonare l’esperienza significava per lui, nonostante tutto, perdere qualcosa di estremamente importante.

 Prudente, Roberto ha imparato presto a tacere le sue esperienze, sapeva di correre un grande rischio: “solo ai Maestri”, affermava, “ai guru, agli uomini santi, era concesso di abbandonare temporaneamente il loro corpo fisico, e allora perché proprio  lui?” Aveva imparato a gestire la sua estasi così come i pensieri che emergevano, idee che prima non gli erano mai passate per la testa; aveva imparato a sostenere il  terrore della soglia, ma anche la profonda tristezza che subentrava ogni volta che sentiva di perdere “il contatto con l’oltre”, ogni volta che sentiva  di essere stato tagliato fuori dalla vita ed escluso dall’inesauribile fonte di significato.

L’esperienza di Roberto non mi ha colto del tutto impreparata, conoscevo questi eventi definiti chiaroveggenza viaggiante, proiezione astrale, o, con il termine più scientifico di “esperienza al di fuori del corpo”: O.O.B.E (dall’inglese out-of-body-experience). Fu descritta,  da Robert A. Monroe, scrittore statunitense e uomo d’affari di successo, nel suo libro I miei viaggi fuori del corpo, da William Buhlman e da tanti altri viaggiatori dell’ignoto.

Anche Anna, 48 anni, passeggera inizialmente spaventata, aveva inseguito fino in fondo “il fantasma del marito deceduto” che la visitava ogni notte facendo la sua apparizione  nel capezzale del letto. Lo aveva inseguito fino ad accompagnarlo in un viaggio nel mondo dei morti. Superata la temuta Soglia, una volta colto il significato del viaggio, Anna  è  riuscita a dare un senso all’esperienza attraverso studi esoterici e corsi di approfondimento sul tema dell’accompagnamento dei  morenti nell’aldilà, attualmente una delle sue attività.

Roberto, professionista affermato in campo tecnologico, è diventato un abile esploratore di mondi invisibili, esperto di “viaggi fuori del corpo”, ha scritto alcuni libri divulgativi, libri filosofici, dal profondo contenuto spirituale

Chiara, 42 anni, sente voci che le bisbigliano cose “significative” per lei, ma a volte incomprensibili. Prigioniera della soglia, la giovane donna ha paura di ascoltarle, non sa dove la possono portare. Le immagini la incalzano, le voci la stordiscono, voci che sembrano provenire da un altro mondo, un mondo oscuro e minaccioso. C’era indubbiamente qualcosa nel suo stato psichico che mi  ricordava la follia, ma c’era anche qualcos’altro che la negava allo stesso tempo, così come negava qualsiasi altra categoria diagnostica tradizionale. Stato psichico questo che la  costrinse a volgere lo sguardo in direzione dei suoi abissi interiori, a scrutare l’infinito attraverso il dolore di ogni  lacerazione; a rimanere faccia a faccia con qualcosa di  se stessa che finalmente vedeva e che prima non conosceva, qualcosa che finalmente si rivelava.

Santa Teresa D’Avila ha conosciuto l’Amore, quello universale, “con la A maiuscola”, ma prima ha dovuto attraversare l’inferno: un cunicolo lungo, stretto e buio; ha dovuto conoscere l’agonia del corpo: attraversare il tunnel tutta rattrappita, con le pareti che le si stringevano addosso; ma soprattutto l’agonia dell’anima in questo luogo desolato senza speranza e senza apparente via d’uscita. , questo vissuto, lo avrebbe definito: “Terza Matrice Perinatale”[3]

All’apice di questo tipo di esperienze, accade molte volte che i rigidi confini tra il “passeggero della soglia” ed il resto del mondo  svaniscano e la persona venga inondata da un sentimento di completezza e di appartenenza a qualcosa di più ampio e universale che non aveva mai conosciuto prima e che spesso viene definito come “un’apertura del cuore”. E’ una esperienza di Unione, accompagnata da intense emozioni e da un sentimento di Amore diffuso, universale, che influenza profondamente e a volte trasforma definitivamente la vita della persona e la propria  visione del mondo.

“Taci e ascolta!”

La principale caratteristica del culto del Candomblè (religione afro-brasiliana) è la  possessione da parte delle divinità (orixàs) che rappresentano le forze della Natura in noi. Divinità, che durante i riti si impossessano del credente servendosi di lui come strumento di comunicazione con i mortali: elargiscono benedizioni, consigli,  grazie, insegnamenti, medicine per il dolore etc.

Tristezza immotivata, paure irrazionali, visioni, allucinazioni, sintomi che ricordano le nostre nevrosi, psicosi o schizofrenie, sono tra le “malattie” che segnano la “chiamata” alla possessione. Ricercatori  nell’ambito delle “malattie mentali” hanno riscontrato durante i periodi di “silenzio dei tamburi” –  quando i riti di possessione venivano repressi dalle forze dell’ordine – un notevole incremento delle malattia definite “di interesse psichiatrico”.

Con un linguaggio che ricorda la letteratura mistico-filosofica, il più famoso e autorevole esploratore  dell’inconscio, C. G. Jung, scrisse nel 1916,  in soli tre giorni, Sette sermoni ai morti, un vero e proprio dialogo con i defunti, come risposta ad un’invasione di casa sua da parte di una folla di spiriti, avvertita da lui e dai suoi figli. La folla di spiriti si dileguò appena Jung iniziò a scrivere i Sermoni. Le seguenti parole corrispondono alle prime righe dei Septem Sermones ad Mortuos:

“Tutta la casa era come abitata da una folla di gente, come se fosse stipata di spiriti. Si affollavano fin sotto la porta, e si aveva la sensazione di poter respirare a fatica. Ero naturalmente tormentato dalla domanda: “Per amor di Dio, di che mai si tratta?” Allora in coro gridarono: “Torniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato ciò che cercavamo”[4].

E’ lo stesso Jung ad affermare nel suo Libro Rosso:

“La nostra epoca sta cercando una nuova fonte di vita. Ne ho incontrata una ed ho bevuto della sua acqua ed aveva un gusto buono”.[5]

E ancora: “Taci e ascolta! Tutte le profondità sono piene di pazzia!!!”[6]

, fondatore insieme ad Abraham Maslow della  descrisse dettagliatamente le sue esperienze di un mondo sconvolgente e affascinante, fino a quel momento a lui totalmente ignoto. Esperienze attivate con l’utilizzo dell’LSD (in quell’epoca una sostanza legalmente permessa) e successivamente attraverso tecniche respiratorie, facendo un parallelo tra i propri vissuti e le esperienze descritte da millenni nella letteratura spirituale. 

La vera libertà è interiore, è la libertà di sentire e di esplorare l’universo inespresso delle nostre potenzialità. Questo tipo di percorso interiore catalizza un particolare tipo di esperienza che priva l’individuo della “parola convenzionale” ma, come sottolinea Jung, contemporaneamente rinnova la sua capacità di espressione. Una esperienza “iniziatica” che segna appunto l’inizio di una vera e propria discesa agli inferi e nel regno dei morti, un percorso simile a quello descritto dalle tradizioni religiose di tutto il mondo: visioni di esseri spirituali, Angeli e Demoni, esperienze di morte e di incontro con esseri di luce o personaggi mitologici; esperienze di luoghi e tempi lontani; esplosioni di energia, tremori e spasimi. Visioni e suoni di splendida bellezza… Morte e Rinascita. Panico, paura di impazzire e di non fare ritorno in questo mondo  – un caos vivo descritto dai mistici di tutti i tempi come “la notte oscura dell’anima”.

 Nella pratica clinica è proprio questa l’occasione per iniziare l’assunzione di massicce dosi di psicofarmaci  ed  interrompere drasticamente questo flusso di voci/immagini ed, in alcuni casi produrre persino una condizione di apparente “normalità”. Tutto ciò comporta il progressivo allontanamento del “passeggero” dalla possibilità di “proseguire il viaggio” ed attingere alla  propria sorgente di vita interiore, la sua unica, vera, possibilità di salvezza.

 

Intossicati da Dio

Quando la coscienza si espande, le percezioni  si moltiplicano indefinitamente, ma anche la forza di integrazione che proviene dal Centro della personalità, (il , direbbe Jung)  deve crescere in proporzione per contenere ed elaborare tutto il materiale inconscio, le potenti emozioni. Se questo non accade, si perde la bussola e si viene risucchiati in quell’abisso che chiamiamo follia. Il grande musicista tedesco Robert Shumann nell’ultimo periodo della sua vita fu “invaso” da allucinazioni visive e sonore: sentiva ogni rumore trasformarsi in una splendida sinfonia celestiale: ma anziché godere per tutto questo splendore, ne era profondamente sconvolto. Vedeva Angeli che gli portavano ispirazioni divine, angeli che alla luce del sole si tramutavano in demoni e bestie feroci che lo minacciavano. Altri fattori hanno contribuito alla sua pazzia, ma più di ogni altra cosa la sua esasperata sensibilità e l’impossibilità di elaborare tanta ispirazione divina.

“Intossicate da Dio” si dice in India, riferendosi a quelle persone la cui energia psichica, liberata durante le pratiche spirituali, è troppo potente al punto che rischiano di “cadere nell’abisso” e di perdere, come Shumann, il contatto con la realtà. Nel contesto orientale la crisi spirituale viene contenuta ed elaborata all’interno di un ricco patrimonio mitologico e attraverso adeguati riti, viene assecondata e lasciata libera di seguire il suo corso naturale, permettendo a chi la vive di attingere alle proprie potenzialità evolutive e spirituali.

Durante queste esperienze, nei sogni dei passeggeri emergono potenti simboli di trasformazione appartenenti a differenti tradizioni: alchemiche, sciamaniche, orientali, ebraico-cristiane etc. Proprio come nelle esperienze descritte nella letteratura spirituale-mistica questi vissuti sono portatori di profonda conoscenza  di tipo filosofico-religioso che permettono, a chi le vive, di cogliere l’Unità di fondo che si cela dietro l’apparente molteplicità delle forme e l’illusione del tempo.

La maggior parte delle pratiche appartenenti a queste antiche tradizioni non sono applicabili in modo immediato alla nostra cultura  centrata sulla personalità, risulta  quindi difficile incontrare nel nostro contesto culturale strutture che ci sostengano durante il processo di trasformazione. Conosciamo le storie di molte persone che hanno intrapreso questo tipo di viaggio interiore e che non hanno più fatto ritorno: Il processo completo di trasformazione contempla sì il distacco dal mondo “terreno”, ma anche il ritorno. Negli ultimi 150 anni molti altri personaggi noti hanno naufragato in queste acque profonde come, per esempio, Van Gogh, Nietzsche, Holderlin, Rimbaud, Artaud, Strindberg, Munch e molti altri.

Esperienze così enigmatiche e sconvolgenti come quelle vissute da Michele, Anna, Chiara, Santa Teresa D’Avila, Jung, Shumann e tanti altri, vengono spesso guardate con sospetto, con una certa diffidenza e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. Il mondo interiore è vasto e, come afferma Foulcoult, “divora chi non è forte e preparato”[7], ma se la follia in qualche modo ci acceca, il folle al contrario, stranamente, ricorda ad ognuno di noi la propria verità.

Non molto tempo fa l’idea di salute veniva stabilita secondo criteri che non prendevano in considerazione la sofferenza dell’anima o il benessere spirituale. Oggi la più recente definizione di  salute prevede uno stato di completo benessere dell’essere umano integrale: biologico, psicologico e spirituale.

Sergio de Oliveira, psichiatra brasiliano, professore all’Università di Medicina di San Paolo alla cattedra di medicina e spiritualità  e ricercatore nel campo della psicobiofisica, unisce nel suo lavoro concetti di psicologia, fisica, biologia e spiritismo con particolare attenzione agli studi sulla ghiandola pineale, considerata da millenni “la sede dell’anima”. La ghiandola Pineale è una ghiandola endocrina che appartiene all’epitalamo, la cui funzione è ancora sconosciuta. Per i praticanti dello yoga la pineale è l’ajna chakra  o “terzo occhio”, collegata all’autoconoscenza. Gli egiziani la chiamavano “il sole nella testa”. Annick De Souzenelle nel suo libro Il simbolismo del corpo umano sostiene che è sconosciuta perché ancora addormentata: l’umanità nel suo attuale stato di coscienza, non riconosce la propria  spiritualità. Secondo la Souzenelle la ghiandola pineale si rivela come il fulcro della visione delle grandi profondità dell’anima, quando l’uomo assume la sua “matrice di fuoco”. Quindi, secondo la nota cabalista “la pineale non è ancora sollecitata ad inviare il suo influsso al campo toracico”.

Il fattore Ulisse

Le radici profonda di queste “malattie dell’anima” non vanno cercate in ambito clinico, tra i manuali di diagnosi tradizionali, ma nella sete esistenziale che appartiene ad ogni essere umano, una insoddisfazione di fondo, quel bisogno di avventurarsi nell’ignoto definito “fattore Ulisse”. La maggior parte delle persone vive costantemente un sentimento indefinito di “mancanza”: la rigida distinzione fra il proprio io e l’ambiente esterno. Qualcosa come “sentirsi separato” dal mondo, dagli altri, dalla vita. Liberarsi da questa sensazione è come guarire da un “malessere cronico” di cui non si sapeva neanche di essere portatori. Il grande paradosso è che, quando si supera questo stato di sofferenza esistenziale, agli occhi degli “altri” si sembra “malati” e si viene etichettati come tali, mentre nel profondo si ha la chiara consapevolezza di aver semplicemente iniziato ad esistere. Naturalmente l’euforia e il sentimento di completezza, a volte una vera e propria estasi, con il tempo si attenua, ma questo non è tanto importante quanto il fatto che scompare quella brama struggente verso l’Unione. Brama che solitamente si manifesta come smania di potere, dipendenza da sostanze, da relazioni o dalle solite rivendicazioni egoiche – un tentativo di compensare la cronica frustrazione di vivere in un circolo vizioso, come un criceto imprigionato nella ruota. Con il passare del tempo la nuova consapevolezza raggiunta e l’assenza definitiva della rigida separazione tra se stessi e il mondo entrano a far parte, definitivamente, della struttura stabile della personalità e della esperienza soggettiva della persona.

 

 Non solo corpo

Nella nostra società materialista siamo condizionati dall’idea che l’essere umano sia circoscritto e definito dai limiti del suo corpo, eppure la nostra tradizione cristiana affonda le sue radici nell’assioma fondamentale della “resurrezione di Cristo”, come a volerci ricordare l’esistenza di “qualcos’altro” in noi, oltre il tempo e lo spazio, qualcosa che possiede vita eterna.

Oggi, sotto l’impulso delle nuove scoperte in ambito interdisciplinare, in particolare nella fisica moderna, la medicina/psicologia sta iniziando a prendere una nuova posizione dinanzi alla sfida ed alla necessità del riconoscimento di qualcosa, in noi, che va molto al di là del corpo: le  “malattie dell’anima” così come le possessioni o stati di trance, i casi di persone che vedono spiriti o persone morte o entrano in stati non ordinari di coscienza durante contesti religiosi o sedute medianiche, non sono più motivo per prendere potenti medicinali per tutta la vita, ma motivo, forse, per iniziare un serio precorso di auto conoscenza. Molti di questi stati che le categorie diagnostiche ufficiali considerano come manifestazioni di malattia mentale sono in realtà espressioni di un processo autonomo di trasformazione e di auto “guarigione” della psiche e del corpo e della tensione evolutiva verso uno stato di coscienza più elevato. L’esplorazione del potenziale terapeutico di tali stati e la conseguente sfida teorica che questa nuova visione propone sono il fulcro della psicologia transpersonale.

Nella mia esperienza clinica, un numero significativo di analizzandi diagnosticati come psicotici perché “sentono voci” o “vedono spiriti”, nella realtà sono  persone che stanno vivendo un travaglio spirituale. Molti di loro possono superare la loro sofferenza, se vengono considerati dal punto di vista integrale e curati come tali, ma purtroppo ancora oggi le diagnosi psichiatriche, la prescrizione di farmaci il più delle volte inutili o dannosi, sono anche in questi casi una pratica ricorrente. Questi stati di coscienza rappresentano molto spesso un’apertura ad una più profonda dimensione esistenziale e sono considerati, dal punto di vista della Tradizione spirituale, una vera e propria “Benedizione”, un “bacio di Dio”.

Nella cultura psicologica tradizionale, questo tipo di esperienza non viene mai contemplato. Non abbiamo, in generale, gli strumenti per comprendere ed elaborare lo stupore, la meraviglia, ma anche lo struggimento e l’inevitabile sofferenza e perdita dei punti di riferimento di chi attraversa la soglia. Siamo culturalmente impreparati a vivere ciò che è la più recondita aspirazione di ogni essere umano. Secondo questo tipo  di esperienza “dell’oltre” è un diritto naturale di tutti gli esseri umani.

Se invece di sopprimere i sintomi, come accade spesso, iniziamo a prestare ascolto e attenzione a questa particolare forma di attività inconscia, se accogliamo la sofferenza e l’angoscia all’interno di una visione della psiche più ampia e complessa, alla persona che sta attraversando il travaglio esistenziale viene restituito un significato del tutto diverso che trasforma radicalmente la natura e la stessa fenomenologia della sua “malattia”. Per chi vive questa sofferenza psicologica è un sollievo sapere di trovarsi in uno  stato di coscienza “non ordinario” ma legittimo e che queste tempeste interiori non solo sono portatrici di significato, ma soprattutto tendono verso il superamento della sofferenza esistenziale e la riorganizzazione della vita psichica.

 

L’esperienza di Unione

Stando agli studi effettuati da Abraham Maslow, John Perry, Stanislav Grof, etc. attualmente sono sempre più numerose  le persone che hanno attraversato esperienze  così straordinarie e che, invece di rimanere “intrappolate nel passaggio”, emergono da questi stati  “trasformate” rispetto a prima, nel senso di aver acquisito benessere psicofisico, una più ampia consapevolezza, una maggior apertura verso gli altri. In alcuni casi si tratta di un vero e proprio percorso spirituale simile a quello descritto dalle varie tradizioni religiose di tutto il mondo. Grof li ha definiti “emergenze spirituali”, sottolineando cosi il loro doppio aspetto di “pericolo” e di “opportunità”.

John Weir Perry, pioniere nella psicoterapia di pazienti psicotici, vede in questo tipo di sofferenza psicologica la lotta dello spirito umano per liberarsi dalla prigione delle strutture mentali convenzionali, una morte-rinascita dal punto di vista psicologico, da lui considerata una tappa importante nello sviluppo della coscienza umana sia dal punto di vista individuale che collettivo. Il nucleo di questa attivazione ed energia è l’archetipo del Centro, definito “Sé da Jung che viene spesso rappresentato nei sogni con l’immagine di cerchi o dai mandala nella meditazione. Allo scopo di favorire il processo di risanamento psicologico, Perry incoraggia i suoi “pazienti” ad elaborare le loro esperienze in un contesto  emotivamente accogliente, all’interno di intensi rapporti interpersonali. Il termine “terapeuta” in questi casi viene usato nel senso tradizionale greco di “persona che assiste durante il processo di guarigione” e non prevede che si agisca in modo attivo sulla persona. Il ruolo del terapeuta quindi è quello di sostenere l’esperienza senza definirla o manipolarla e di offrire “consulenza esistenziale” per chiunque voglia imparare a crescere.

Per Ervin Laszlo  “Il Sé” rappresenta l’ulteriore fase dell’evoluzione umana: una fase che si manifesta già  occasionalmente in vari individui, ma che un giorno potrà diventare patrimonio di tutti. Naturalmente qui non si tratta di “evoluzione” nel senso darwiniano del termine, ma di quel concetto di evoluzione, definito da Laszlo come un processo di auto-organizzazione e auto-rinnovamento che si può osservare ad ogni livello dell’esistenza, dal sistema solare ad una ghianda, dallo sviluppo della società al percorso esistenziale di un individuo. Un processo spontaneo che va dal disordine verso l’Ordine e l’Armonia.

Amit Goswami, fisico teorico nucleare è  uno di quegli scienziati, sempre più numerosi, che negli ultimi anni, come Ervin Laszlo, si sono addentrati nel campo della spiritualità nel tentativo di comprendere i risultati apparentemente incomprensibili dei loro esperimenti. Ciò che emerge da questi studi è una visione psicologica che va oltre la psicologia, così come la conosciamo, è come se in un certo senso dovessimo varcare il nostro “Rubicone”. E’ molto pericoloso ed involutivo voler riportare  esperienze di tali profondità al livello delle categorie della coscienza ordinaria, banalizzarle o chiuderle nei nostri schemi concettuali. Questo tipo di esperienza appartiene ad un territorio della psiche che va oltre le categorie e le diagnosi abituali e richiede urgentemente un ampliamento ed una revisione dei nostri concetti fondamentali. Richiede un’altra visione del mondo! La posta in gioco è immensa: è ciò che i cabalisti chiamano “la rettificazione del peccato dell’albero della conoscenza” e  che in ambito transpersonale potrebbe essere definito come il superamento dell’ego separato, una profonda esperienza evolutiva, un’esperienza squisitamente umana di superamento dei confini dell’ego e di Unione.

 

                                      

 

                        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Foucault, M. Storia della follia nell’ètà classica, Milano, p. 19

[2] Il nome è naturalmente di fantasia, l’età è reale

[3] Grof, S. Psicologia del futuro, Red edizioni, 2001

[4] Jung, C. G., O Livro Vermelho, Editora Vozes, Ltda, Petropolis, 2010, p.297, T.d.A.

[5] Ibidem, p. 210

[6] Ibidem, p.267

 

[7] Foucault, M. Storia della follia nell’ètà classica, Milano, p. 93