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“Il Cedro” laboratorio dell’individuazione

Angela Bartalotta

nell’ambito “Le domeniche al Cedro”

Domenica 27 ottobre ore 18

Invita alla presentazione del libro di Vittorio Pavoncello

Il serpente nel Big Bang

ne parleranno con l’autore e con il pubblico

Anna Maria Meoni psichiatra

Virginia Salles psicoterapeuta

Massimo Napoli leggerà alcuni brani del libro

Il serpente nel Big Bang” (Mimesis Edizioni 2013) offre l’ opportunità per approfondire e dibattere alcuni dei temi che costituiscono un libro pieno di spunti e riflessioni sulla contemporaneità e sul futuro (le staminali, le sacre scritture, la morte dell’universo, l’immortalità dell’uomo..).

Come erano i serpenti prima che la punizione divina si abbattesse su di loro trasformandoli geneticamente in esseri striscianti? La costola di Adamo da cui nacque Eva era il prototipo di una cellula staminale? Sono alcune delle domande cui “Il serpente nel Big Bang” cerca di rispondere. Fuori da ogni teoria creazionista il testo mette in luce alcuni difficili rapporti e percorsi di pensiero fra Scienza e Fede. A ricercare le cause della vita ma anche le cause di una delle domande che da sempre assilla gli uomini di polvere: perché la morte? Il concetto d’immortalità da ritrovare e perseguire come una nuova energia per rivoluzionare i poteri che della morte abusano per edificarci sistemi di pensiero, di fede e di coercizione. Uomini di polvere o uomini di particelle?

 

Domenica 27 ottobre ore 18

“Il Cedro” laboratorio dell’individuazione

vicolo del Cedro 5 (Trastevere)

 

 
 
 
LA NUOVA PSICOLOGIA
frontiere della via transpersonale
di Stanislav e Christina Grof
e con Elisabetta Corberi, Virginia Salles, Paolo Crimaldi, Maura Gancitano e Andrea Colamedici
 
Fondatore della Psicologia Transpersonale, ideatore insieme a Christina Grof della Respirazione Olotropica (un particolare tipo di respirazione che, con l’aiuto della musica e di alcune semplici tecniche di lavoro sul corpo, riesce ad attivare i diversi livelli dell’inconscio e a mobilitare le energie rimaste bloccate, ripristinando il naturale equilibrio psico-fisico dell’individuo), autore di oltre 150 articoli e 20 libri tradotti in più di 15 lingue, Stanislav Grof è uno degli psichiatri e ricercatori di confine più conosciuti al mondo.
Nel seminario di sette ore che condurrà con Christina Grof, verrà mostrata l’eredità di mezzo secolo di Ricerca sulla Coscienza: come guarire dalle dipendenze, abbandonare gli attaccamenti, superare i disturbi emotivi e psicosomatici, ridisegnare la mappa della psiche umana, riconsiderando il ruolo della spiritualità nella vita.
Accompagneranno il viaggio nel transpersonale le psicoterapeute e facilitatrici di Respirazione Olotropica Elisabetta Corberi e Virginia Salles, il noto astrologo Paolo Crimaldi, Maura Gancitano, scrittrice, e Andrea Colamedici, filosofo.
 
 
PROGRAMMA

9,30 APERTURA LAVORI

9,45 Elisabetta Corberi 

La Respirazione Olotropica nelle patologie ansiose

10,30 Christina Grof

Sete di Totalità: Attaccamento, Dipendenza e il Cammino Spirituale

13,30 pausa

14,30 Virginia Salles

Stanislav Grof tra la Psicologia del Profondo e la Cabalà

15,15 Paolo Crimaldi

L’incontro di Astrologia e Psicologia per una visione olistica della personalità

16,00  Maura Gancitano e Andrea Colamedici

Futuro Ancestrale: verso una Vita Olotropica

16,45 pausa

17,00 Stanislav Grof

Revisione della Psicologia: L’eredità di mezzo secolo di Ricerca sulla Coscienza

21,00 CHIUSURA LAVORI

 

Info su www.nuovapsicologia.com

 

 

 

Le radici profonde della violenza

 

                Le radici profonde della violenza 

                            

    Cerco di colpire la punta del naso del mio avversario perché cerco di ficcargli l’osso nel cervello. 
               Mike Tyson

 

Ci sono state occasioni nelle quali l’aggressione fisica non è stata così grave quanto l’oppressione psicologica sofferta dalla popolazione nera durante l’apartheid. È una tortura psicologica impossibile da descrivere a parole. 

                                                                                                                   Nelson Mandela    

Se pensiamo alla violenza, ci vengono in mente le cruenti scene di sangue riportate quotidianamente dai media, ma qualcosa di più sottile ed ugualmente pericoloso emerge  quasi sottovoce nel silenzio ovattato del setting terapeutico. Qualcosa che sta nell’aria che si respira, un’atmosfera più che un singolo episodio, inserita in una “trama” che si costruisce nel tempo. C’è un termine in inglese che descrive molto bene questa atmosfera tossica: gaslighting, che deriva da un’opera teatrale del 1938, Angel Street, di Patrick Emilton, successivamente trasformata in un film: Gas light (in Italia Angoscia) con Ingrid Bergman, regia di Georg Cukor. Un dramma psicologico basato su un insano rapporto coniugale: la donna viene spinta alla pazzia dal marito, il quale, attraverso un gioco manipolatorio di accensione delle lampade a gas (gas light, appunto) o spostando gli oggetti e contemporaneamente negando ciò che sta avvenendo, porta la moglie a dubitare delle proprie percezioni fino a impazzire.

La violenza in questo caso è sottile, quasi invisibile,  ma continua nel tempo, per mezzo di piccoli episodi  irriconoscibili come tali. Il marito, presentandosi  come vittima delle strane percezioni della moglie, attraverso distorsioni nella comunicazione, le invia messaggi contrastanti, insinuandole dubbio e confusione dagli effetti devastanti. La donna, complice inconsapevole del marito/aggressore e incapace di riconoscere la violenza stessa, raggiunge lo stato limite dell’incapacità di intendere e di volere. 

Siamo abituati a pensare che sia molto più grave quella forma di violenza che lascia un segno visibile sul corpo mentre, in realtà, le conseguenze a lungo termine della  violenza psicologica – esercitata attraverso maltrattamenti, comunicazioni perverse, accuse ingiustificate, minacce, istigazione  al suicidio, isolamento (il deserto che l’aggressore crea intorno alla vittima), manie di controllo, insulti, svalutazione, derisione, stalking, gelosia immotivata – sono ugualmente distruttive. In famiglia, per esempio, l’ostilità mascherata, l’invadenza dei genitori nei confronti dei figli,  la seduzione, la manipolazione etc…  si ritrovano nelle storie di molti adolescenti disadattati ed autori di reati gravi.

Nelle relazioni tra adulti l’aggressività è generalmente finalizzata alla preservazione di chi la mette in atto (l’aggressore) e dei suoi confini: una reazione al fatto che l’altro, la vittima, diventa l’oggetto delle proprie  proiezioni. Quando per esempio il partner o altro membro della famiglia diventa ricettacolo della proiezione dell’Ombra – di tutte le caratteristiche che la persona non riconosce o non riesce ad accettare di se stessa – questo finisce per diventare “la ferita”, un’immagine speculare in negativo o un ostacolo che si frappone tra la persona e  i suoi obiettivi personali. A volte, l’incarnazione del Male stesso. In questo caso non c’è vera intenzione di nuocere o di umiliare l’altro, semplicemente la comunicazione viene viziata da scopi diversi dalla comunicazione stessa e  l’altro cessa di esistere. Comunicazioni perverse dunque, ovvero la negazione della comunicazione. Esempi di comunicazioni perverse si trovano nei libri di Kafka: Il processo, Il castello, La metamorfosi, storie emblematiche di un discorso mancato, viziato, là dove le domande non ricevono mai risposte che non siano deformate, né trovano un orecchio disponibile ad ascoltarle. Dinanzi a questa non comunicazione ci si sente isolati e spiazzati. Invisibili. La comunicazione autentica, al contrario, non isola le persone, ma genera nutrimento emotivo, conferma il nostro sentire e l’esperienza che abbiamo del mondo e  dell’Altro.

Negare qualcosa che sta avvenendo è un comportamento tipico del gaslighter  che induce  la vittima, attraverso un lento processo di avvelenamento psichico, a mettere in dubbio le sue percezioni, il suo stesso sentire ed a dissociarsi da se stessa. Nel linguaggio tecnico definiamo “doppio legame” questa forma perversa e dolorosa di relazione descritta da Gregory Bateson per la prima volta nel famoso saggio Verso una teoria della schizofrenia. Nel doppio legame la persona, proprio come nel film gas light è presa in una situazione in cui l’altra persona che partecipa alla relazione, con la quale ha un coinvolgimento emotivo, comunica due ordini di messaggi in cui uno nega l’altro (solitamente il messaggio verbale è in contraddizione con quello non verbale: mimica facciale, tono della voce, postura, comportamenti, etc…). Questa modalità comunicativa, vera e propria violenza psicologica, tende a disconfermare il mondo interiore dell’altro, la sua stessa esistenza ed a provocare di conseguenza una profonda scissione interiore.

Il sogno di Alice, una donna di 45 anni è emblematico di una situazione nella quale la verità viene negata: la sognatrice è bambina e va con il padre in macchina in un negozio a comprare caramelle, ma poi vede che non comprava caramelle, ma trucchi da donna.

Mistificazione e disconferma sono ingredienti indispensabili nella violenza psicologica. Mistificare in senso attivo significa confondere, mascherare quello che sta succedendo mentre nella disconferma viene negata la stessa esistenza dell’altro, attraverso la negazione della sua realtà interiore: sensazioni, sentimenti, percezioni. Ciò che viene implicitamente comunicato è “tu non esisti”.

Nel caso di Alice, la violenza della comunicazione distorta tra padre e figlia tende a coprire un altro tipo di violenza di natura sessuale, in una sorta di aspirale crescente di violenza su violenza.

Dinanzi al paradosso, alla contraddizione tra ciò che si percepisce e si sente e ciò che viene affermato verbalmente, il bambino impara a negare i suoi sentimenti e sensazioni, tutto il suo sentire ed a reagire solamente agli stimoli che provengono dal mondo esterno. I rapporti che si fondano su questo tipo di comunicazione negata non possono modificarsi nel tempo, rimangono stagnanti fino a fare smarrire completamente, a chi li subisce, la via di accesso al proprio mondo interiore. A questo punto la vittima può “funzionare” soltanto indossando una maschera.

Si trova a passeggio in un quartiere con tante casette uguali, tutti vanno a visitare la loro famiglia di origine (famiglia, stando all’associazione della sognatrice =  emozioni non espresse = segreti). Si trova in un fienile con un uomo e c’è un grande oblò rotondo da dove entrano i raggi di sole. Lei è appesa ad una corda e cerca di saltare fuori dall’oblò verso il sole, ma non riesce e nei tentativi cade per terra.

 Si trova nella casa dove viveva da bambina, sa che nella casa ci sono stanze murate e lei abbatte i muri con un martello e trova un baule con i maglioni che indossava quando aveva 13 anni. Trova nidi di vespa, una vespa le morde il dito anulare, là dove c’è la fede nuziale. Prova dolore e per staccare la vespa deve togliere la fede.

Mentre commentava un episodio di violenza su una bambina di cui è venuta a conoscenza e che l’ha molto sconvolta, Alice ha una reazione esagerata: chiude gli occhi e si rannicchia tutta… poi emette un urlo e dice che non è giusto, non è giusto che una bambina di 4 anni subisca tutto questo… lo dice tra urli e singhiozzi e descrive una scena nella quale c’è un uomo vestito da prete, con il colletto bianco, ma non vede il suo volto.

Sogna la terra che si apre ed emergono reperti archeologici.

Nei casi di violenza sessuale all’interno di contesti religiosi come una chiesa, per esempio, che ha come principio fondamentale la negazione del corpo e della sessualità, l’ambivalenza raggiunge livelli insostenibili per la psiche del bambino/a e le conseguenze sono devastanti: l’immobilità, la scissione, l’identificazione con la maschera, la perdita della vita interiore, l’alienazione.

E’ emblematico il caso di Vittorio 38 anni, che è stato iniziato alla omosessualità all’interno di un oratorio che frequentava insieme alla sua ragazza, dove aiutava il sacerdote nelle funzioni religiose. Oggi, gay dichiarato, non riesce a stabilire vere e proprie relazioni affettive  che vadano oltre rapporti puramente fisici e occasionali. Allo stesso tempo, devoto alla sua chiesa e ben inserito negli ambienti religiosi – verso i quali si sente debitore per avergli dato la possibilità di studiare e raggiungere i vertici della carriera nella quale si trova ora – non riesce a guardare con la dovuta obiettività e senso critico la terribile violenza subita all’interno di questi stessi ambienti da parte dei suoi “benefattori”.

Sogno ricorrente di Vittorio è la vista dell’acqua che sembra pulita, ma lui sa che non lo è. E non si immerge.

Si trova in un Hotel e ha un rapporto sessuale fine a se stesso. Un mostro maschile lo prende per le gambe e lo immobilizza.

Un giorno il marito di Alice (che lei descrive come anaffettivo) le dà uno schiaffo senza alcun motivo… lei rimane annichilita nel sentire, dopo, la sua voce dolce: “mi dai il bacio della buona notte?”

Sogna un cadavere che galleggia in una piscina a casa sua.

Solamente attraverso un profondo e doloroso percorso interiore e la consapevolezza che ne consegue ci sentiamo autorizzati a vedere Il bambino imprigionato dentro di noi, ad ascoltare finalmente il suo urlo finora soffocato. Solo allora possiamo finalmente comprendere quell’estrema necessità di negare il dolore fino alla scelta distruttiva dell’autoimmolazione.

Alice mi dice di aver passato in rassega tutti gli uomini che frequentavano casa sua quando era bambina, ma non riesce a capacitarsi. Dice di sentire una grande inquietudine e improvvisamente tutto il corpo si irrigidisce e inizia a tremare forte, le fanno male le gambe, il petto, il torace, la gola, poi un tremore sempre più violento, inizia a piangere e a urlare: MAMMA, MAMMA!!!. A fine seduta era ancora scossa, va fuori in giardino, ha voglia di correre….

Difendersi significa corazzarsi, opporre resistenza, non lasciarsi scalfire. Mentre la controparte della difesa è l’amore, in quanto “lasciarsi penetrare”, aprire le porte, superare i confini, come la freccia che ci trafigge nel mito di Eros.

Dopo un lungo periodo di rigido controllo, là dove ogni cosa era vagliata dal filtro della razionalità prima di poter essere ritenuta degna di essere espressa, Alice inizia a decodificare i messaggi  dal suo mondo interiore, inizia a  riscoprire il valore di quello che sente, delle proprie emozioni e intuizioni, di ciò che il corpo saggiamente le comunica. Lo ascolta finalmente, quel corpo afflitto da una grave malattia e riesce così a cogliere tutto il significato di un mondo femminile negato, ferito di ferita mortale. Il cancro, secondo Thorwald Dethlefsen[1] è “amore pervertito”, amore non vissuto che in un certo senso precipita, all’ombra della coscienza, ad un livello più denso, materiale.  

Si trova in un paese medio orientale, imprigionata in uno spazio a forma diagonale con il soffitto molto alto. Vede il suo pube che si spacca in verticale ed esce tanto sangue e poi vede qualcosa come una spada di carne con la punta rotonda.

 

Spesso la capacità di dominarsi e di trattenersi è incoraggiata e considerata, in alcune famiglie come quella di Alice, una virtù. Le emozione non possono essere espresse, non  fluiscono. Condizione questa che si tramanda da generazioni. Ma le emozioni non vissute non si volatilizzano, rimangono dietro le porte chiuse nel nostro mondo interiore e in molti casi scendono, come descrive Dethlefsen, ad un livello meno sottile, si incarnano nel nostro corpo, nei muscoli, nei tessuti, nelle viscere. In un ambiente benevolo e protetto come il setting terapeutico,  la persona può finalmente permettersi di ascoltarle, di riconoscersi e di destreggiarsi fra i propri sentimenti ed emozioni, senza più paura. Tutto il mondo emotivo di Alice che una volta era demonizzato come qualcosa di proibito, oggi acquista valore all’insegna di una nuova consapevolezza,  del suo Sentire. Il corpo sa… è lui, più che la sua testa, connesso all’essere primordiale,  alla Mater-ia, è lui il custode della verità.

 Lei e il marito in macchina con una ranocchia (metamorfosi).

Cammina giù in discesa accanto ad una amica. La discesa si fa sempre più ripida e va a finire nel mare. E’ un mare verde, trasparente con la sabbia dorata. Fa un tuffo e si sente in pace.

Questi sono solo alcuni appunti, frammenti di un percorso terapeutico, nel quale il corpo, contenitore di segreti inviolabili, ha avuto un ruolo determinante in tutta la sua furia  ribelle.

Marcel Proust soffriva di asma. Sua madre, da quanto emerge dalle sue lettere, si preoccupava molto di lui, voleva decidere fin nei minimi particolari tutto quanto lo riguardava e voleva fare di lui il figlio di cui  aveva bisogno (asma=respiro soffocato= “chiedo ARRIIAA!!!”). Non mi sorprende che lui non riuscisse a liberarsi da tanto controllo e che solamente dopo la morte della madre riuscì a pubblicare le sue acute osservazioni critiche al mondo borghese, al quale lei apparteneva ed a descrivere l’universo dei suoi sentimenti ed emozioni più profonde.

Viola, 43 anni, vittima di violenza  fa il seguente sogno: sta visitando un sito archeologico, e deve seguire un percorso diverso, di solito vietato al pubblico. Ci sono altre persone, ma in particolare un uomo le vuole  fare seguire proprio questo percorso. Le spiegano che lungo le mura ci sono iscrizioni antiche e, siccome quello era un posto frequentato da bambini, ci sono soprattutto incisioni di giochi e scene di sesso. Percorre ancora qualche metro e si trova dinanzi una voragine… la paura del vuoto la lascia senza fiato.

La violenza fisica, in particolare quella sessuale è tra gli elementi più spinosi e delicati che emergono durante un percorso terapeutico, quelli più soggetti a muri di resistenza a volte insormontabili. I “segreti di famiglia”, guardiani dell’immagine di famiglia “per bene” , a volte persino “perfetta”, costruita dall’analizzando negli anni, sono duri da districare e alcune volte rappresentano una grande zavorra durante il percorso di autoconoscenza. Ma ogni coraggiosa presa di coscienza di questi segreti  scioglie  l’energia imprigionata nella rimozione, spalanca le porte di accesso al mondo interiore e trascina con se un sentimento indescrivibile di liberazione con conseguenze molto positive dal punto di vista esistenziale, creativo e relazionale.

 Si trova in un luogo sotterraneo, deve fare pipì e un uomo la accompagna al bagno, si tira giù le mutandine per mettersi sul W.C. L’uomo si avvicina, le mette una mano sulle spalle e le guarda morbosamente i genitali, che non sono da bambina, ma da adulta.

La presa di coscienza che ne consegue con tutto il suo dolore, favorisce la congiunzione di quelle parti di sé  finora scisse e inconciliabili: il corpo e l’anima.

Si trova ad una mostra d’arte e sulla locandina c’è uno slogan: “NON ESSERE PIU’ DUE PEZZI, TORNA UN PEZZO”. Sulla locandina è raffigurata anche la sagoma di una testa umana, fatta con lettere di un puzzle.

Mirella,  30 anni, vittima di violenza psicologica, sogna di essere andata a ballare ma invece che in una sala da ballo si trova in una casa di prostituzione.

Una donna sfregiata da un gruppo di uomini, ma li guarda bene e vede che non sono uomini ma burattini.

La profonda ferita esistenziale espressa in questo sogno con “lo sfregio sul viso” è un’immagine del doloroso sentimento di umiliazione e “nullificazione” subìto da molte donne vittime di violenza.

 

Le radici profonde della violenza sulle donne: una visione transpersonale

Quando parliamo di violenza, quella fisica in particolare, parliamo generalmente di violenza sulle donne. Culturalmente e storicamente la violenza  è associata a vittime femminili: un mondo sommerso e muto fino a non molto tempo fa, fatto di orrori domestici, denunciato dal movimento femminista ed assimilato dalla coscienza collettiva negli ultimi decenni. Ma perché è la donna il bersaglio privilegiato di tanto odio omicida e di tanta violenza?

Veniamo al mondo separandoci da un corpo femminile e questa esperienza archetipica di separazione,  la nascita appunto, rappresenta secondo alcuni studiosi, Otto Rank in primis, il trauma e il dolore più grande dell’essere umano.

Le antiche tradizioni spirituali considerano l’esperienza della nascita come l’abbandono della nostra “natura divina”, cioè del nostro essere infiniti e senza confini. “Separazione” che  viene definita come una  ferita esistenziale che va lentamente trasformandosi in un dolore indescrivibile, “il dolore senza nome”: una sete di infinito e lo struggente desiderio di qualcosa che non sappiamo ben definire.

Stanislav Grof nel suo studio approfondito sui vari stadi della nascita, parla di una lotta titanica intrapresa dal nascituro con il corpo materno, attraverso il canale del parto (Terza matrice perinatale) che accresce sempre di più il suo senso di delimitazione e di confinamento in una dimensione corporea e che ha come esito finale la nascita in quanto individualità separata e la formazione dei confini dell’ego: i confini tra sé e il mondo.

Le persone che sperimentano di nuovo questa lotta archetipica attraverso una profonda terapia esperienziale, parlano del dolore viscerale e diffuso che si prova nel prendere forma umana. Dicono di sentirsi tagliati fuori dalla loro vera natura e che in qualche modo la nascita li ha strappati via da quel senso di totale libertà e di unità e li ha intrappolati in un corpo individuale e materiale. Mentre attraversano il canale del parto si sentono sempre di più delimitati e confinati, come se questo passaggio fosse la porta che dal mondo sconfinato della spirito si apre alla dimensione personale/materiale. D’ora in poi la nuova condizione esistenziale di “separatezza” diventa una componente propria della natura umana.

 

La grande guerra

 La grande guerra interiore, descritta da Grof, quella combattuta dal nascituro contro un corpo femminile per venire alla luce come individuo “separato”, presenta risvolti  insidiosi. Se subiamo per esempio, violenza di qualsiasi tipo, sessuale, fisica o psicologica, questo senso di separatezza/isolamento si acuisce, diventa ancora più profondo e difficilmente eliminabile. La violenza qui  va intesa come un’invasione dell’integrità fisica, sessuale, emotiva, intellettuale o spirituale, una intrusione attraverso i confini che ci definiscono nella nostra unicità/identità.

La sequenza esperienziale denominata da Grof “Terza matrice perinatale” o “la lotta di morte e rinascita”, relativa all’attivazione del secondo stadio clinico del parto – quando la cervice si dilata e permette il passaggio graduale del nascituro attraverso il canale del parto – acquisisce importanza particolare nel nostro discorso per la sua stretta relazione con gli aspetti più violenti e distruttivi della natura umana che si annidano nelle profondità della psiche: la possibilità di una via di uscita che si presenta al nascituro con l’apertura della cervice, attiva in lui un’intensa lotta per svincolarsi dalla stretta mortale con attacchi aggressivi  nei confronti del corpo della madre che lo schiaccia, lo soffoca e lo espelle e dal quale vuole liberarsi, e da parte del corpo materno nei suoi confronti attraverso le contrazioni uterine. Questo violento combattimento tra i due corpi provoca nel nascituro dolori, forti pressioni, soffocamento.

L’atteggiamento psicologico e l’aggressività dell’uomo contemporaneo nei confronti della Donna, della  Natura (Madre) da “controllare” e nei confronti della Terra (Madre) come oggetto di sfruttamento e di dominio, secondo alcuni studiosi (Grof, R. Tarnas, C. Bache, etc…) potrebbe essere vista in questa ottica, come un’ulteriore espressione dell’attivazione di questo aspetto della esperienza della nascita, della “Terza matrice perinatale” a livello collettivo.

 Quando durante una profonda terapia esperienziale viene attivato questo stadio della nascita, emergono temi ricorrenti e scene caratterizzate da estrema violenza: massacri umani e animali, guerre e rivoluzioni cruente, esplosioni atomiche, lancio di granate e missili, città messe a ferro e fuoco, lotte sanguinose, stupro. Il dolore e la paura legati alla percezione di un pericolo vitale imminente da parte del nascituro, lo schiacciamento e l’angoscia del soffocamento sperimentati durante questo passaggio, generano un’enorme quantità di aggressività che non potendo essere espressa nella situazione di confinamento in cui si trova il nascituro, rimane imprigionata nell’organismo come in un serbatoio di energia distruttiva sia dal punto di vista fisico che psicologico. Tutto questo processo culmina in una sensazione di completo annichilimento, immediatamente accompagnata da un inimmaginabile sentimento di liberazione, di salvezza, che viene vissuto contemporaneamente come una nascita fisica e una rinascita spirituale, secondo quanto descritto da molti persone che rivivono l’esperienza della nascita. Questa fase della nascita viene definita da Grof  “Quarta matrice perinatale”.

Gli studi di Grof sulle dimensioni perinatali dell’inconscio hanno illuminato di una luce nuova la genesi dell’aggressività, rivelando le profonde radici di uno degli aspetti più  pericolosi della natura umana: l’aggressività “maligna” descritta da Erich Fromm, che raggiunge una portata tale da non poter essere paragonata a quella presente nel regno animale.  Queste scoperte   collocano il fulcro dell’aggressività umana ad una profondità che non era mai stata immaginata in precedenza e mettono in evidenza quanto tale aggressività sia connessa a dinamiche inconsce mai elaborate, tali da impedire l‘accesso alla nostra identità più profonda che, stando alle esperienze che emergono dalla pratica di profonde terapie esperienziali, non è di natura aggressiva.

Le matrici perinatali[2], potenziate da tutte le esperienze emotive importanti della nostra vita, formano un fulcro energetico che agisce dall’interno[3], influenzando la nostra percezione del mondo ed il nostro comportamento nella vita di tutti i giorni, dando origine alla formazione di vari disturbi emotivi, psicosomatici e psicosociali. Su scala collettiva le matrici perinatali colorano con la loro tonalità emotiva le religioni, l’arte, la mitologia, le filosofie e si manifestano attraverso varie forme di psicopatologia sociale e politica. Jung sosteneva che l’influenza esercitata dagli archetipi dell’inconscio collettivo, trascende il comportamento individuale e può determinare gli eventi della storia umana. È questo, ad esempio, il caso dell’emersione, nella psiche collettiva del popolo tedesco, del mito del Ragnarok che, secondo Jung, avrebbe condotto alla grande catastrofe distruttiva della seconda guerra mondiale.

Grof ha esaminato una grande varietà di vignette, caricature, barzellette, illustrazioni di giornali stampati in tempo di guerra, così come frasi usate nel gergo politico e, attingendo anche dal materiale raccolto da altri studiosi (Lloyd de Mause, Carol Cohn, Sam Keen),  ha riscontrato una sorprendente abbondanza di metafore ed immagini relative alla nascita biologica. Capi militari e politici di ogni epoca, nei discorsi alle popolazioni civili finalizzati a giustificare l’intervento bellico e nelle dichiarazioni di guerra, utilizzano termini descrittivi dell’angoscia perinatale: il nemico è colui che “toglie il fiato”, opprime, soffoca, strangola il popolo.

Dal materiale raccolto in tempi di guerra sulla raffigurazione del nemico, analizzato da Grof, emerge una prevalenza di immagini cariche di angoscia perinatale, relazionate con le contrazioni uterine durante il travaglio della nascita. Il nemico appare come una tarantola,  una piovra insidiosa,  il drago da uccidere, il serpente boa che comprime e  strangola.

Particolarmente significativo fu l’uso del linguaggio perinatale in occasione dell’esplosione della bomba atomica di Hiroshima. All’aeroplano che lanciò la bomba è stato dato il nome della madre del pilota: Enola Gay. La bomba atomica è stata nominata the little boy ed il messaggio concordato per comunicare la missione compiuta era “il bambino è nato”.

Nella guerra sostituiamo con bersagli esterni questi elementi rimossi dell’inconscio.  Prima che l’uomo vada in guerra, quindi, esiste la guerra dentro l’uomo. Una proiezione di una dimensione profonda della psiche che potrebbe essere affrontata ed integrata in un altro modo, ad esempio attraverso una profonda terapia esperienziale.

I temi dell’aggressività sessuale, il rifiuto e l’oppressione del femminile (il corpo della madre) e la scatologia che emerge in tempi di guerra (campi di concentramento, città assediate etc…), mostrano una profonda analogia con le immagini della terza/quarta matrice perinatale, così come tutte le espressioni di sfruttamento, dominio, violenza verso il femminile da parte del maschile ed in generale tutte le forme di manifestazione di potere e di supremazia egoica.

La guerra quindi, la più feroce e violenta che esiste dentro ogni uomo, è quella che egli ha combattuto contro il corpo femminile, il corpo materno, per venire alla luce, nascere in quanto individuo separato e stabilire i propri “confini”. Quando, durante un’auto esplorazione profonda, ci connettiamo con l’esperienza della nascita biologica, non solo entriamo in contatto con un concentrato inimmaginabile di ferocia brutale, ma attingiamo anche a quel serbatoio di analoghe esperienze dolorose appartenenti alla specie umana, che sono conservate nella memoria ancestrale dell’inconscio collettivo (la nascita archetipica). La lotta di ogni essere umano per separarsi dal corpo della madre e stabilire i propri confini con tutta la violenza e distruttività ad essa connessa rimane, secondo le teorie di  Grof, il fulcro energetico di ogni aggressività umana. Tale lotta, proiettata nel mondo esterno, ha come manifestazione estrema l’azione bellica.

Le  teorie di Grof  hanno focalizzato e individuato l’enorme accumulo di violenza e distruttività stivate nell’inconscio individuale, ma soprattutto collettivo della nostra specie e collocato le radici dell’aggressività umana ad una profondità mai prima immaginata dai teorici che hanno tentato di spiegare questo fenomeno.

L’attivazione del livello perinatale della psiche, che fa emergere nella sua intensità tutta la violenza e distruttività della storia umana, potrebbe essere in un certo senso associata a quella tendenza innata della psiche a rivivere e superare i propri traumi per guarire se stessa e raggiungere un maggiore equilibrio, sia sul piano ontogenetico che filogenetico.   

Jung aveva preannunziato un cambiamento epocale della psiche contemporanea: una metamorfosi degli dei o principi fondamentali: la coniunctio oppositorum tra il principio maschile dominante e quello femminile che viene sempre di più affermandosi nel mondo attuale. Trasformazione questa che secondo Richard Tarnas è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale e spirituale dell’occidente. Il desiderio più profondo della mente razionale  sarebbe quindi quello di superare questa grande frattura che affonda le sue radici nell’esperienza della nascita e di congiungersi col femminile interiore.

 

 

 

[1] T. Dethlefsen, R. Dahlke, Malattia e destino, Edizioni mediterranee, Roma, 1990

 

[2] Cfr. sull’argomento  l’ampia bibliografia di S. Grof

[3] Vedi concetto grofiano di COEX (Systems of Condensed Experience)

Oltre la patologia dell’ego

 

                                      Di Virginia Salles, Roma

 

 

Prigionieri del passaggio

Incatenato all’infinito, intrappolato nella nave  dalla quale non poteva evadere, un tempo, il folle veniva abbandonato ai flutti del mare, alle sue correnti impetuose. Per Michel Foucoult[1] “l’invasato” è l’eterno passeggero, “il prigioniero del Passaggio”: prigioniero nella più vasta e libera di tutte le vie.

E’ vecchia quanto il mondo l’alleanza dell’acqua con la follia, a ricordarci il profondo anelito alla vita e alla libertà di chi si immerge con coraggio in questo mondo interiore/acquatico, a volte senza neanche saper nuotare. “Prigionieri del  passaggio” finché non riescono ad arrivare a destinazione in questo grande viaggio che, in un certo senso, è un viaggio verso la morte. Morte delle vecchie certezze e dei rigidi confini.

 Mi viene in mente Roberto[2], 35 anni, “prigioniero della soglia”, che non sapeva spiegare la sua esperienza, temeva di essere boicottato nel suo percorso interiore, temeva di essere considerato pazzo o quanto meno “strambo”, ma allo stesso tempo sentiva l’impellente necessità di continuare a esplorare, a cercare. Abbandonare l’esperienza significava per lui, nonostante tutto, perdere qualcosa di estremamente importante.

 Prudente, Roberto ha imparato presto a tacere le sue esperienze, sapeva di correre un grande rischio: “solo ai Maestri”, affermava, “ai guru, agli uomini santi, era concesso di abbandonare temporaneamente il loro corpo fisico, e allora perché proprio  lui?” Aveva imparato a gestire la sua estasi così come i pensieri che emergevano, idee che prima non gli erano mai passate per la testa; aveva imparato a sostenere il  terrore della soglia, ma anche la profonda tristezza che subentrava ogni volta che sentiva di perdere “il contatto con l’oltre”, ogni volta che sentiva  di essere stato tagliato fuori dalla vita ed escluso dall’inesauribile fonte di significato.

L’esperienza di Roberto non mi ha colto del tutto impreparata, conoscevo questi eventi definiti chiaroveggenza viaggiante, proiezione astrale, o, con il termine più scientifico di “esperienza al di fuori del corpo”: O.O.B.E (dall’inglese out-of-body-experience). Fu descritta,  da Robert A. Monroe, scrittore statunitense e uomo d’affari di successo, nel suo libro I miei viaggi fuori del corpo, da William Buhlman e da tanti altri viaggiatori dell’ignoto.

Anche Anna, 48 anni, passeggera inizialmente spaventata, aveva inseguito fino in fondo “il fantasma del marito deceduto” che la visitava ogni notte facendo la sua apparizione  nel capezzale del letto. Lo aveva inseguito fino ad accompagnarlo in un viaggio nel mondo dei morti. Superata la temuta Soglia, una volta colto il significato del viaggio, Anna  è  riuscita a dare un senso all’esperienza attraverso studi esoterici e corsi di approfondimento sul tema dell’accompagnamento dei  morenti nell’aldilà, attualmente una delle sue attività.

Roberto, professionista affermato in campo tecnologico, è diventato un abile esploratore di mondi invisibili, esperto di “viaggi fuori del corpo”, ha scritto alcuni libri divulgativi, libri filosofici, dal profondo contenuto spirituale

Chiara, 42 anni, sente voci che le bisbigliano cose “significative” per lei, ma a volte incomprensibili. Prigioniera della soglia, la giovane donna ha paura di ascoltarle, non sa dove la possono portare. Le immagini la incalzano, le voci la stordiscono, voci che sembrano provenire da un altro mondo, un mondo oscuro e minaccioso. C’era indubbiamente qualcosa nel suo stato psichico che mi  ricordava la follia, ma c’era anche qualcos’altro che la negava allo stesso tempo, così come negava qualsiasi altra categoria diagnostica tradizionale. Stato psichico questo che la  costrinse a volgere lo sguardo in direzione dei suoi abissi interiori, a scrutare l’infinito attraverso il dolore di ogni  lacerazione; a rimanere faccia a faccia con qualcosa di  se stessa che finalmente vedeva e che prima non conosceva, qualcosa che finalmente si rivelava.

Santa Teresa D’Avila ha conosciuto l’Amore, quello universale, “con la A maiuscola”, ma prima ha dovuto attraversare l’inferno: un cunicolo lungo, stretto e buio; ha dovuto conoscere l’agonia del corpo: attraversare il tunnel tutta rattrappita, con le pareti che le si stringevano addosso; ma soprattutto l’agonia dell’anima in questo luogo desolato senza speranza e senza apparente via d’uscita. Stanislav Grof, questo vissuto, lo avrebbe definito: “Terza Matrice Perinatale”[3]

All’apice di questo tipo di esperienze, accade molte volte che i rigidi confini tra il “passeggero della soglia” ed il resto del mondo  svaniscano e la persona venga inondata da un sentimento di completezza e di appartenenza a qualcosa di più ampio e universale che non aveva mai conosciuto prima e che spesso viene definito come “un’apertura del cuore”. E’ una esperienza di Unione, accompagnata da intense emozioni e da un sentimento di Amore diffuso, universale, che influenza profondamente e a volte trasforma definitivamente la vita della persona e la propria  visione del mondo.

“Taci e ascolta!”

La principale caratteristica del culto del Candomblè (religione afro-brasiliana) è la  possessione da parte delle divinità (orixàs) che rappresentano le forze della Natura in noi. Divinità, che durante i riti si impossessano del credente servendosi di lui come strumento di comunicazione con i mortali: elargiscono benedizioni, consigli,  grazie, insegnamenti, medicine per il dolore etc.

Tristezza immotivata, paure irrazionali, visioni, allucinazioni, sintomi che ricordano le nostre nevrosi, psicosi o schizofrenie, sono tra le “malattie” che segnano la “chiamata” alla possessione. Ricercatori  nell’ambito delle “malattie mentali” hanno riscontrato durante i periodi di “silenzio dei tamburi” –  quando i riti di possessione venivano repressi dalle forze dell’ordine – un notevole incremento delle malattia definite “di interesse psichiatrico”.

Con un linguaggio che ricorda la letteratura mistico-filosofica, il più famoso e autorevole esploratore  dell’inconscio, C. G. Jung, scrisse nel 1916,  in soli tre giorni, Sette sermoni ai morti, un vero e proprio dialogo con i defunti, come risposta ad un’invasione di casa sua da parte di una folla di spiriti, avvertita da lui e dai suoi figli. La folla di spiriti si dileguò appena Jung iniziò a scrivere i Sermoni. Le seguenti parole corrispondono alle prime righe dei Septem Sermones ad Mortuos:

“Tutta la casa era come abitata da una folla di gente, come se fosse stipata di spiriti. Si affollavano fin sotto la porta, e si aveva la sensazione di poter respirare a fatica. Ero naturalmente tormentato dalla domanda: “Per amor di Dio, di che mai si tratta?” Allora in coro gridarono: “Torniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato ciò che cercavamo”[4].

E’ lo stesso Jung ad affermare nel suo Libro Rosso:

“La nostra epoca sta cercando una nuova fonte di vita. Ne ho incontrata una ed ho bevuto della sua acqua ed aveva un gusto buono”.[5]

E ancora: “Taci e ascolta! Tutte le profondità sono piene di pazzia!!!”[6]

Stanislav Grof, fondatore insieme ad Abraham Maslow della psicologia transpersonale  descrisse dettagliatamente le sue esperienze di un mondo sconvolgente e affascinante, fino a quel momento a lui totalmente ignoto. Esperienze attivate con l’utilizzo dell’LSD (in quell’epoca una sostanza legalmente permessa) e successivamente attraverso tecniche respiratorie, facendo un parallelo tra i propri vissuti e le esperienze descritte da millenni nella letteratura spirituale. 

La vera libertà è interiore, è la libertà di sentire e di esplorare l’universo inespresso delle nostre potenzialità. Questo tipo di percorso interiore catalizza un particolare tipo di esperienza che priva l’individuo della “parola convenzionale” ma, come sottolinea Jung, contemporaneamente rinnova la sua capacità di espressione. Una esperienza “iniziatica” che segna appunto l’inizio di una vera e propria discesa agli inferi e nel regno dei morti, un percorso simile a quello descritto dalle tradizioni religiose di tutto il mondo: visioni di esseri spirituali, Angeli e Demoni, esperienze di morte e di incontro con esseri di luce o personaggi mitologici; esperienze di luoghi e tempi lontani; esplosioni di energia, tremori e spasimi. Visioni e suoni di splendida bellezza… Morte e Rinascita. Panico, paura di impazzire e di non fare ritorno in questo mondo  – un caos vivo descritto dai mistici di tutti i tempi come “la notte oscura dell’anima”.

 Nella pratica clinica è proprio questa l’occasione per iniziare l’assunzione di massicce dosi di psicofarmaci  ed  interrompere drasticamente questo flusso di voci/immagini ed, in alcuni casi produrre persino una condizione di apparente “normalità”. Tutto ciò comporta il progressivo allontanamento del “passeggero” dalla possibilità di “proseguire il viaggio” ed attingere alla  propria sorgente di vita interiore, la sua unica, vera, possibilità di salvezza.

 

Intossicati da Dio

Quando la coscienza si espande, le percezioni  si moltiplicano indefinitamente, ma anche la forza di integrazione che proviene dal Centro della personalità, (il , direbbe Jung)  deve crescere in proporzione per contenere ed elaborare tutto il materiale inconscio, le potenti emozioni. Se questo non accade, si perde la bussola e si viene risucchiati in quell’abisso che chiamiamo follia. Il grande musicista tedesco Robert Shumann nell’ultimo periodo della sua vita fu “invaso” da allucinazioni visive e sonore: sentiva ogni rumore trasformarsi in una splendida sinfonia celestiale: ma anziché godere per tutto questo splendore, ne era profondamente sconvolto. Vedeva Angeli che gli portavano ispirazioni divine, angeli che alla luce del sole si tramutavano in demoni e bestie feroci che lo minacciavano. Altri fattori hanno contribuito alla sua pazzia, ma più di ogni altra cosa la sua esasperata sensibilità e l’impossibilità di elaborare tanta ispirazione divina.

“Intossicate da Dio” si dice in India, riferendosi a quelle persone la cui energia psichica, liberata durante le pratiche spirituali, è troppo potente al punto che rischiano di “cadere nell’abisso” e di perdere, come Shumann, il contatto con la realtà. Nel contesto orientale la crisi spirituale viene contenuta ed elaborata all’interno di un ricco patrimonio mitologico e attraverso adeguati riti, viene assecondata e lasciata libera di seguire il suo corso naturale, permettendo a chi la vive di attingere alle proprie potenzialità evolutive e spirituali.

Durante queste esperienze, nei sogni dei passeggeri emergono potenti simboli di trasformazione appartenenti a differenti tradizioni: alchemiche, sciamaniche, orientali, ebraico-cristiane etc. Proprio come nelle esperienze descritte nella letteratura spirituale-mistica questi vissuti sono portatori di profonda conoscenza  di tipo filosofico-religioso che permettono, a chi le vive, di cogliere l’Unità di fondo che si cela dietro l’apparente molteplicità delle forme e l’illusione del tempo.

La maggior parte delle pratiche appartenenti a queste antiche tradizioni non sono applicabili in modo immediato alla nostra cultura  centrata sulla personalità, risulta  quindi difficile incontrare nel nostro contesto culturale strutture che ci sostengano durante il processo di trasformazione. Conosciamo le storie di molte persone che hanno intrapreso questo tipo di viaggio interiore e che non hanno più fatto ritorno: Il processo completo di trasformazione contempla sì il distacco dal mondo “terreno”, ma anche il ritorno. Negli ultimi 150 anni molti altri personaggi noti hanno naufragato in queste acque profonde come, per esempio, Van Gogh, Nietzsche, Holderlin, Rimbaud, Artaud, Strindberg, Munch e molti altri.

Esperienze così enigmatiche e sconvolgenti come quelle vissute da Michele, Anna, Chiara, Santa Teresa D’Avila, Jung, Shumann e tanti altri, vengono spesso guardate con sospetto, con una certa diffidenza e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. Il mondo interiore è vasto e, come afferma Foulcoult, “divora chi non è forte e preparato”[7], ma se la follia in qualche modo ci acceca, il folle al contrario, stranamente, ricorda ad ognuno di noi la propria verità.

Non molto tempo fa l’idea di salute veniva stabilita secondo criteri che non prendevano in considerazione la sofferenza dell’anima o il benessere spirituale. Oggi la più recente definizione di  salute prevede uno stato di completo benessere dell’essere umano integrale: biologico, psicologico e spirituale.

Sergio de Oliveira, psichiatra brasiliano, professore all’Università di Medicina di San Paolo alla cattedra di medicina e spiritualità  e ricercatore nel campo della psicobiofisica, unisce nel suo lavoro concetti di psicologia, fisica, biologia e spiritismo con particolare attenzione agli studi sulla ghiandola pineale, considerata da millenni “la sede dell’anima”. La ghiandola Pineale è una ghiandola endocrina che appartiene all’epitalamo, la cui funzione è ancora sconosciuta. Per i praticanti dello yoga la pineale è l’ajna chakra  o “terzo occhio”, collegata all’autoconoscenza. Gli egiziani la chiamavano “il sole nella testa”. Annick De Souzenelle nel suo libro Il simbolismo del corpo umano sostiene che è sconosciuta perché ancora addormentata: l’umanità nel suo attuale stato di coscienza, non riconosce la propria  spiritualità. Secondo la Souzenelle la ghiandola pineale si rivela come il fulcro della visione delle grandi profondità dell’anima, quando l’uomo assume la sua “matrice di fuoco”. Quindi, secondo la nota cabalista “la pineale non è ancora sollecitata ad inviare il suo influsso al campo toracico”.

Il fattore Ulisse

Le radici profonda di queste “malattie dell’anima” non vanno cercate in ambito clinico, tra i manuali di diagnosi tradizionali, ma nella sete esistenziale che appartiene ad ogni essere umano, una insoddisfazione di fondo, quel bisogno di avventurarsi nell’ignoto definito “fattore Ulisse”. La maggior parte delle persone vive costantemente un sentimento indefinito di “mancanza”: la rigida distinzione fra il proprio io e l’ambiente esterno. Qualcosa come “sentirsi separato” dal mondo, dagli altri, dalla vita. Liberarsi da questa sensazione è come guarire da un “malessere cronico” di cui non si sapeva neanche di essere portatori. Il grande paradosso è che, quando si supera questo stato di sofferenza esistenziale, agli occhi degli “altri” si sembra “malati” e si viene etichettati come tali, mentre nel profondo si ha la chiara consapevolezza di aver semplicemente iniziato ad esistere. Naturalmente l’euforia e il sentimento di completezza, a volte una vera e propria estasi, con il tempo si attenua, ma questo non è tanto importante quanto il fatto che scompare quella brama struggente verso l’Unione. Brama che solitamente si manifesta come smania di potere, dipendenza da sostanze, da relazioni o dalle solite rivendicazioni egoiche – un tentativo di compensare la cronica frustrazione di vivere in un circolo vizioso, come un criceto imprigionato nella ruota. Con il passare del tempo la nuova consapevolezza raggiunta e l’assenza definitiva della rigida separazione tra se stessi e il mondo entrano a far parte, definitivamente, della struttura stabile della personalità e della esperienza soggettiva della persona.

 

 Non solo corpo

Nella nostra società materialista siamo condizionati dall’idea che l’essere umano sia circoscritto e definito dai limiti del suo corpo, eppure la nostra tradizione cristiana affonda le sue radici nell’assioma fondamentale della “resurrezione di Cristo”, come a volerci ricordare l’esistenza di “qualcos’altro” in noi, oltre il tempo e lo spazio, qualcosa che possiede vita eterna.

Oggi, sotto l’impulso delle nuove scoperte in ambito interdisciplinare, in particolare nella fisica moderna, la medicina/psicologia sta iniziando a prendere una nuova posizione dinanzi alla sfida ed alla necessità del riconoscimento di qualcosa, in noi, che va molto al di là del corpo: le  “malattie dell’anima” così come le possessioni o stati di trance, i casi di persone che vedono spiriti o persone morte o entrano in stati non ordinari di coscienza durante contesti religiosi o sedute medianiche, non sono più motivo per prendere potenti medicinali per tutta la vita, ma motivo, forse, per iniziare un serio precorso di auto conoscenza. Molti di questi stati che le categorie diagnostiche ufficiali considerano come manifestazioni di malattia mentale sono in realtà espressioni di un processo autonomo di trasformazione e di auto “guarigione” della psiche e del corpo e della tensione evolutiva verso uno stato di coscienza più elevato. L’esplorazione del potenziale terapeutico di tali stati e la conseguente sfida teorica che questa nuova visione propone sono il fulcro della psicologia transpersonale.

Nella mia esperienza clinica, un numero significativo di analizzandi diagnosticati come psicotici perché “sentono voci” o “vedono spiriti”, nella realtà sono  persone che stanno vivendo un travaglio spirituale. Molti di loro possono superare la loro sofferenza, se vengono considerati dal punto di vista integrale e curati come tali, ma purtroppo ancora oggi le diagnosi psichiatriche, la prescrizione di farmaci il più delle volte inutili o dannosi, sono anche in questi casi una pratica ricorrente. Questi stati di coscienza rappresentano molto spesso un’apertura ad una più profonda dimensione esistenziale e sono considerati, dal punto di vista della Tradizione spirituale, una vera e propria “Benedizione”, un “bacio di Dio”.

Nella cultura psicologica tradizionale, questo tipo di esperienza non viene mai contemplato. Non abbiamo, in generale, gli strumenti per comprendere ed elaborare lo stupore, la meraviglia, ma anche lo struggimento e l’inevitabile sofferenza e perdita dei punti di riferimento di chi attraversa la soglia. Siamo culturalmente impreparati a vivere ciò che è la più recondita aspirazione di ogni essere umano. Secondo Stanislav Grof questo tipo  di esperienza “dell’oltre” è un diritto naturale di tutti gli esseri umani.

Se invece di sopprimere i sintomi, come accade spesso, iniziamo a prestare ascolto e attenzione a questa particolare forma di attività inconscia, se accogliamo la sofferenza e l’angoscia all’interno di una visione della psiche più ampia e complessa, alla persona che sta attraversando il travaglio esistenziale viene restituito un significato del tutto diverso che trasforma radicalmente la natura e la stessa fenomenologia della sua “malattia”. Per chi vive questa sofferenza psicologica è un sollievo sapere di trovarsi in uno  stato di coscienza “non ordinario” ma legittimo e che queste tempeste interiori non solo sono portatrici di significato, ma soprattutto tendono verso il superamento della sofferenza esistenziale e la riorganizzazione della vita psichica.

 

L’esperienza di Unione

Stando agli studi effettuati da Abraham Maslow, John Perry, Stanislav Grof, etc. attualmente sono sempre più numerose  le persone che hanno attraversato esperienze  così straordinarie e che, invece di rimanere “intrappolate nel passaggio”, emergono da questi stati  “trasformate” rispetto a prima, nel senso di aver acquisito benessere psicofisico, una più ampia consapevolezza, una maggior apertura verso gli altri. In alcuni casi si tratta di un vero e proprio percorso spirituale simile a quello descritto dalle varie tradizioni religiose di tutto il mondo. Grof li ha definiti “emergenze spirituali”, sottolineando cosi il loro doppio aspetto di “pericolo” e di “opportunità”.

John Weir Perry, pioniere nella psicoterapia di pazienti psicotici, vede in questo tipo di sofferenza psicologica la lotta dello spirito umano per liberarsi dalla prigione delle strutture mentali convenzionali, una morte-rinascita dal punto di vista psicologico, da lui considerata una tappa importante nello sviluppo della coscienza umana sia dal punto di vista individuale che collettivo. Il nucleo di questa attivazione ed energia è l’archetipo del Centro, definito “Sé da Jung che viene spesso rappresentato nei sogni con l’immagine di cerchi o dai mandala nella meditazione. Allo scopo di favorire il processo di risanamento psicologico, Perry incoraggia i suoi “pazienti” ad elaborare le loro esperienze in un contesto  emotivamente accogliente, all’interno di intensi rapporti interpersonali. Il termine “terapeuta” in questi casi viene usato nel senso tradizionale greco di “persona che assiste durante il processo di guarigione” e non prevede che si agisca in modo attivo sulla persona. Il ruolo del terapeuta quindi è quello di sostenere l’esperienza senza definirla o manipolarla e di offrire “consulenza esistenziale” per chiunque voglia imparare a crescere.

Per Ervin Laszlo  “Il Sé” rappresenta l’ulteriore fase dell’evoluzione umana: una fase che si manifesta già  occasionalmente in vari individui, ma che un giorno potrà diventare patrimonio di tutti. Naturalmente qui non si tratta di “evoluzione” nel senso darwiniano del termine, ma di quel concetto di evoluzione, definito da Laszlo come un processo di auto-organizzazione e auto-rinnovamento che si può osservare ad ogni livello dell’esistenza, dal sistema solare ad una ghianda, dallo sviluppo della società al percorso esistenziale di un individuo. Un processo spontaneo che va dal disordine verso l’Ordine e l’Armonia.

Amit Goswami, fisico teorico nucleare è  uno di quegli scienziati, sempre più numerosi, che negli ultimi anni, come Ervin Laszlo, si sono addentrati nel campo della spiritualità nel tentativo di comprendere i risultati apparentemente incomprensibili dei loro esperimenti. Ciò che emerge da questi studi è una visione psicologica che va oltre la psicologia, così come la conosciamo, è come se in un certo senso dovessimo varcare il nostro “Rubicone”. E’ molto pericoloso ed involutivo voler riportare  esperienze di tali profondità al livello delle categorie della coscienza ordinaria, banalizzarle o chiuderle nei nostri schemi concettuali. Questo tipo di esperienza appartiene ad un territorio della psiche che va oltre le categorie e le diagnosi abituali e richiede urgentemente un ampliamento ed una revisione dei nostri concetti fondamentali. Richiede un’altra visione del mondo! La posta in gioco è immensa: è ciò che i cabalisti chiamano “la rettificazione del peccato dell’albero della conoscenza” e  che in ambito transpersonale potrebbe essere definito come il superamento dell’ego separato, una profonda esperienza evolutiva, un’esperienza squisitamente umana di superamento dei confini dell’ego e di Unione.

 

                                      

 

                        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Foucault, M. Storia della follia nell’ètà classica, Milano, p. 19

[2] Il nome è naturalmente di fantasia, l’età è reale

[3] Grof, S. Psicologia del futuro, Red edizioni, 2001

[4] Jung, C. G., O Livro Vermelho, Editora Vozes, Ltda, Petropolis, 2010, p.297, T.d.A.

[5] Ibidem, p. 210

[6] Ibidem, p.267

 

[7] Foucault, M. Storia della follia nell’ètà classica, Milano, p. 93

 

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.

(Hubert Reeves)

La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva.

(Albert Einstein) 

Nel grembo della Natura

Nell’America dalle pianure sconfinate, dalle lande solitarie, dai confini messicani fino all’Alaska, un ragazzo anticonformista rinuncia al confort di una vita borghese per immergersi nella natura selvaggia. Il libro di Jon Krakauer, diventato un classico della controcultura metropolitana, racconta la storia vera di Christopher McCandless, portata nel grande schermo nel 2007 con la regia di Sean Penn, dal titolo in inglese Into The Wild. 

Autentica celebrazione di quell’esasperato anelito alla libertà che in fondo all’anima appartiene a tutti noi, il film di Penn ci regala momenti di inquietudine, ma anche di pura meraviglia che ricordano alcuni brani scritti da Ralph Waldo Emerson (1836) nel suo famoso libro Natura: “La Natura non veste mai una mediocre apparenza. Né l’uomo più saggio può strapparle i suoi segreti”[1].

Per Emerson l’uomo è simile a Dio, ma un “dio decaduto” il cui unico scopo è quello di ritrovarsi, attraverso il recupero di un corretto rapporto con la natura e la consapevolezza della propria posizione in seno all’universo: un vero e proprio atto di fede il cui senso ultimo sfugge da qualsiasi retorica religiosa per accedere ad una dimensione altra, autenticamente umana nella quale inserire il proprio vissuto più intimo e personale.

Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo? Perché non dovremmo avere anche noi una poesia e una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione, e una religione a noi rivelata, piuttosto che la sua storia?”[2]

Il film di Penn esprime con i suoi forti contrasti la continua alternanza tra una Natura sublime e allo stesso tempo spietata ed il vuoto interiore del personaggio alla ricerca del senso perduto. Ci trascina attraverso boschi e praterie, foreste; tra lo stupore, la meraviglia e quel timore reverenziale verso qualcosa di ineluttabile dinanzi al quale proviamo un pugno allo stomaco.

“La natura non è sempre vestita con l’abito della festa, e la scena che ieri emanava profumi e luccicava come per l’allegra danza della ninfa, oggi è soffusa di malinconia”[3].

Per Emerson come per i cabalisti la Natura è spirito incarnato. La più grande beatitudine e il vero dono offerto dalla sua contemplazione è la consapevolezza di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione, tra l’uomo e gli animali, tra l’uomo e la Natura tutta. Eppure, Emerson ne è certo che il potere di produrre questa immensa gioia non appartiene alla Natura, ma all’uomo stesso, anzi all’armonia tra l’uno e l’altra.

“In piedi sulla nuda terra – con la testa inondata dall’aria gioiosa e sollevata verso lo spazio infinito – ogni egoismo meschino svanisce. Divento una pupilla trasparente, non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono una parte o una particella di Dio”[4].

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L’equilibrio per Emerson può essere raggiunto solamente quando si torna a guardare “Dio e la natura faccia a faccia”: nel reciproco riconoscimento, nella “corrispondenza”, nella fratellanza. Ed è proprio in questo spazio aperto dal dialogo tra uomo e natura che, ci ricorda lo scrittore americano, si colloca l’Arte.

“Ma se un uomo vuole davvero essere solo, che guardi alle stelle […] Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creta trasparente proprio allo scopo di dare all’uomo, attraverso i corpi celesti, la perpetua presenza del sublime”[5].

Il tema della fuga dal confort e dalla civiltàil coraggio di operare una scelta radicale come quella di abbandonare l’alienante quotidianità, ma soprattutto l’inseguimento di un qualcosa che ci riporti a noi stessi è il leitmotiv degli scritti di Henry David Thoreau (1817-1862), ecologista ante litteram e icona del pensiero ambientalista, il quale, insieme al suo amico Ralph Waldo Emerson,  è considerato il massimo esponente di quella corrente letteraria definita il “rinascimento americano”.

Nel suo famoso libro Walden ovvero Vita nei boschi (1854)Thoreau ‒ che ha fatto della solitudine e del contatto con la natura il suo personale percorso di autoscoperta ‒ descrive nei dettagli la sua avventura di riconciliazione con il mondo naturale, una vera e propria sfida alla sopravvivenza e allo stesso tempo un invito alla contemplazione. Il libro fu scritto nel 1845, a ventotto anni, durante il periodo vissuto in una capanna da lui stesso costruita sulle rive del lago Walden (vicino alla città di Concord, negli Stati Uniti) nella quale rimase per due anni e due mesi.

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Libro cult della consapevolezza ambientalista e caposaldo della controcultura americana,Walden è un manifesto contro l’inerzia etico-morale della società americana dell’epoca, esasperatamente materialista, e allo stesso tempo una dettagliata descrizione del ritorno dell’autore nel grembo della Natura. Thoreauchiamato a “marciare al suono di un tamburo diverso”, come Christopher McCandless, il protagonista del libro di Krakauer portato sul grande schermo da Penn, compie una scelta radicalmente opposta ai valori e ideali di una società nei confronti della quale si sentiva “alienato fra i suoi simili”.

Attraverso questa piena immersione nella natura il giovane autore americano cercava in un mondo sepolto il contatto profondo con se stesso, con le sue sensazioni ed emozioni. Ricerca questa che assume una dimensione universale in quanto lo rende artefice del proprio destino e consapevole della sua posizione in seno alla Natura.

“È una di quelle serate deliziose quando il corpo intero è un unico senso e inspira felicità da ogni poro. Vado e vengo nella Natura con una strana libertà e sono parte di essa. Mentre cammino lungo la pietrosa riva del lago, in maniche di camicia, malgrado ci sia un vento fresco, il cielo sia coperto ed io non veda nulla di particolare che attragga la mia attenzione, tutti gli elementi mi sono stranamente congeniali”[6].

Nella più profonda solitudine, con uno sguardo privo di scopi e di pregiudizi, attento a ogni cosa senza esclusione di nulla “il vagabondo di Walden” apre il suo cuore alla Natura, alla ricerca di quell’alfabeto segreto celato tra le pieghe degli elementi più insoliti e allo stesso tempo così familiari: guardando il lago ne sente la pace delle sue acque quiete; avvolto dalla nebbia gli sembra di scrutare la Luce che tutto illumina. Nella ripetizione infinita della forma esagonale dei fiocchi di neve, riconosce il disegno cosmico ed in un lampo la “terribile maestà” della Natura.

Anche Jung, come Thoreau, cercava nell’essenza di ogni cosa quella dimensione etica, estetica e metafisica, molto al di là della semplice percezione sensoriale“ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il focolare e la stufa, e a sera accendo le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente, e pompo l’acqua da un pozzo; spacco la legna, e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice: e quanto è difficile essere semplici. A Bollingen mi trovo nella mia più vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso. Sono, per così dire, ‘l’antichissimo figlio della madre’”; così racconta il teorico dell’inconscio archetipico/collettivo nella sua autobiografia.

Scrive Thoreau: “a meno che il ronzio di un moscerino non sia come la musica delle sfere, e la musica delle sfere come il ronzio di un moscerino, non sono nulla per me”[7].

Vivere in un bosco sostentato solo dal lavoro delle proprie braccia è stato un grande esperimento di decrescita ed insieme una testimonianza all’umanità. L’esperienza di Thoreau di immersione nella Natura, la sua insoddisfazione rispetto ai valori condivisi, il suo senso di rifiuto e di “soffocamento” è lo stesso che caratterizza oggi molte persone che cercano strade alternative e sono portate a fare proprie la cultura della decrescita: vivere all’insegna dell’autosufficienza e della resilienza, del “lavoro delle proprie braccia”, dalla rinuncia al consumo frivolo ed al profitto ad ogni costo, valorizzando al massimo il rapporto con gli altri e l’armonia con la natura. Molti movimenti ecologisti hanno tratto ispirazione dall’esperienza e dal pensiero di Thoreau.

La Torre di Babele

Il vento pianta il seme”, scrive Emerson; “il sole fa evaporare il mare; il vento soffia il vapore sul campo; il ghiaccio, dall’altra parte del pianeta, condensa la pioggia; la pioggia nutre le piante; le piante nutrono gli animali; e in questo modo la circolazione infinita della divina carità nutre l’uomo”[8].

Nello stesso modo in cui… quando si perfora il terreno per ricavare petrolio in Arabia Saudita, l’aria del Brasile viene inquinata. La niña (corrente fredda) nelle coste del Perù aumenta l’incidenza di uragani nel sud degli Stati Uniti e provoca siccità e incendi nel Texas. Quando immettiamo nel mercato italiano nuovi modelli di automobili, provochiamo altro inquinamento e i ghiacciai nel Polo Nord si sciolgono; e quando il ghiaccio nel Polo Nord si scioglie, il mare si innalza e N.Y. rischia di essere allagata. Tutte queste azioni sono collegate e si influenzano reciprocamente all’infinito mettendo in evidenza lo stretto legame che c’è fra l’uomo e la natura tutta, le interconnessioni e le forze che vi dimorano.

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. Per Platone “sapienza” significa la conoscenza dei “segreti” della Natura e nell’antichità coloro che possedevano questo tipo di conoscenza erano definiti “saggi”.

I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”. La fonte di tutta la sofferenza del mondo sarebbe quindi la conseguenza della nostra visione parziale, lontana appunto dalla “saggezza” in quanto visione totale, progetto integrale: una conseguenza del nostro stato di non integrazione con il resto della Natura. 

Risultati immagini per madre terraL’umanità oggi volge l’attenzione al mondo antico alla ricerca di nuove fonti di ispirazione e di nuove soluzioni all’emergenza globale. Ciò che oggi definiamo “la coscienza planetaria”, secondo le nostre tradizioni sapienziali, non è una caratteristica dell’essere umano evoluto, ma è in realtà ‒ come ci descrivono anche studiosi moderni come Gregory Bateson o Arne Naess ‒ la pura essenza della Natura. Siamo abituati a pensare alla coscienza umana attuale che è quella che noi percepiamo con i nostri cinque sensi, come “normale”; tutto il resto appartiene al regno “dell’immaginazione”. La nostra percezione arriva lì dove finisce la nostra pelle e le idee di una nostra appartenenza a qualcosa di molto più ampio, nel quale siamo tutt’Uno, ci appaiono come del tutto eccezionali. Se però approfondiamo la nostra ricerca e analizziamo la storia delle civiltà e le idee di altri tempi, possiamo osservare che è vero esattamente il contrario: il nostro pensiero frammentario e meccanicista sviluppato negli ultimi secoli con la sua visione riduttiva del mondo, visione che oggi dimostra le sue falle, non è la regola, ma l’eccezione!

Il filosofo Benedetto Spinoza cercava in tutte le manifestazioni della vita “la sostanza unica e la Cabalà afferma che solamente se ci mettiamo in armonia con la Natura, possiamo afferrare il “pensiero profondo” che si cela dietro di essa: cioè “il piano Generale”. La comprensione di questo piano ci renderebbe in grado di “partecipare” alla Grande Opera attraverso l’espressione creativa proprio come il “Grande Architetto” e sarebbe proprio questo lo scopo della Creazione.

Goethe riconosceva che i grandi artisti (e aggiungo, anche gli scienziati) creando le loro opere, seguivano, per impulso dell’anima, le stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. Le grandi opere d’arte (e le grandi idee) sarebbero quindi prodotte dagli uomini secondo leggi vere, naturali e ontologiche. Ogni arbitrio, ogni fantastica immaginazione, a questo punto crolla: qui si tratta di Necessità, “qui è Dio”, afferma Rudolf Steiner, che attraverso di noi procede il suo “Piano creativo”.

Ma tutto ciò non è possibile finché rimaniamo “separati”. Il primo gradino dello sviluppo verso ciò che viene definito “la separatezza” ebbe inizio quando l’uomo iniziò a modificare la natura per servirsene a proprio vantaggio, quando iniziò a volerla piegare ai propri desideri e si è quindi distaccato da essa. Alienandosi dalla Natura gli uomini si distanziarono sempre di più gli uni dagli altri. Questo momento è rappresentato simbolicamente nella tradizione biblica come “la costruzione della torre di Babele”. La Bibbia descrive “La caduta della Torre di Babele” come l’origine delle diverse lingue che separano gli uomini e li rendono incapaci di comunicare.

Le tre tappe della coscienza

L’osservazione e l’analisi degli aspetti soggettivi dell’essere umano insieme ad alcune considerazioni sulla natura della conoscenza sembrano indicare abbastanza distintamente tre tappe dello sviluppo della coscienza: un primo stadio in cui lo sciente, l’oggetto conosciuto e la conoscenza sono ancora indifferenziati. Anche se non lo possiamo osservare direttamente né circoscriverne i confini, possiamo riscontrare questa modalità conoscitiva nell’uomo primitivo e nei bambini molto piccoli, quando il soggetto non è ancora distinto dalla conoscenza e dalla percezione.

Il secondo stadio è quello in cui si trova attualmente la maggior parte dell’umanità e corrisponde ad una fase in cui si è stabilizzata la differenziazione tra sciente, conoscenza e conosciuto: la coscienza dell’io è diventata sempre più distinta e con essa la percezione di un “oggetto separato”. Alcune persone riescono a ricordare il momento in cui, per la prima volta, si sono percepite come “un io separato” e lo descrivono come qualcosa di spaventoso, come sentirsi improvvisamente “tagliati fuori dal mondo”. L’evoluzione successiva a questa “nascita dell’autocoscienza” ha scavato sempre di più la profonda, fatale spaccatura tra ciò che riconosciamo come noi stessi e il resto… “là fuori”. La letteratura esistenzialista descrive molto bene questo sentimento di solitudine, di essere lasciati soli dinanzi ad un mondo morto e privo di senso.

A questo punto della nostra evoluzione le cose del mondo acquisiscono importanza solamente nella misura in cui ci lusingano (il nostro io illusorio); l’autocoscienza diventa quasi una malattia e ci troviamo imprigionati in una sorta di trappola: il desiderio di possedere il mondo con i suoi allettanti oggetti diventa il motivo principale dell’esistenza. Dobbiamo ammettere però che questa ipertrofia dell’io con tutte le sue infinite necessità in ogni modo ha rappresentato un importante stimolo all’intelletto, a scapito però dello sviluppo armonioso della relazione tra noi e il mondo. Anzi, ha favorito un vero e proprio antagonismo tra gli uomini, così come tra intelletto/emozione, soggetto/oggetto, individuo/società e così via… Con l’emergere di queste profonde fratture nella vita interiore e nella società, si arriva al terzo stadio.

Quando la “separazione” è completa e ci addentriamo in una sfera di illusione e follia, ci troviamo prima o poi a confrontarci con la terribile paura e con tutto il dolore che accompagnano questa illusione. Solo allora, inaspettatamente, inizia a balenare in noi l’intuizione della libertà, di qualcosa di immenso che sembra trovarsi proprio dietro l’angolo: la terza forma di coscienza, definita coscienza cosmica o universale. Quando emerge questa coscienza/esperienza ‒ perché di “esperienza” si tratta, definita dalla psicologia del profondo come “l’esperienza del Sé” ‒ la sensazione è quella di dissolversi e di essere improvvisamente inondati da tutto ciò da cui prima eravamo “separati”, proprio come se fossimo finalmente una cosa sola: una riconciliazione che pone termine al lungo processo di differenziazione e lascia spazio all’integrazione: lo sciente, la conoscenza e la cosa conosciuta sono ancora una volta Uno. Scrive Jung: “Distinguo quindi tra l’Io e il Sé, in quanto l’Io è solo il soggetto della mia coscienza, mentre il Sé è il soggetto della mia psiche totale, quindi anche di quella inconscia. In questo senso il Sé sarebbe un’entità (ideale) che include l’io”[9]. Afferma ancora Marie Louise Von Franz: “Solo attraverso il Sé, quindi, l’uomo può essere in contatto con il prossimo senza secondi fini, laddove l’io emotivo è quasi sempre oscurato da ogni sorta di motivazioni egocentriche, consce o inconsce”[10].

Attraverso questa esperienza, stando alle descrizioni di chi la vive, si accede alla vera e unica “conoscenza reale”. Esperienza questa che è stata descritta per secoli in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche storiche. La vera conoscenza è perciò quella in cui soggetto e oggetto sono conosciuti come una cosa sola ed è naturalmente una forma di conoscenza diversa dal primo stadio nel quale soggetto e oggetto erano, anche in quel caso, una cosa sola, ma non essendosi mai differenziati non potranno mai essere conosciuti come unità. Questo terzo tipo di coscienza, porta con sé una particolare forma di illuminazione: l’oggetto e l’io sono percepiti congiuntamente non solo attraverso l’atto speciale della conoscenza che li unisce, ma profondamente, nella loro essenza.

È come se venisse “quadrato il cerchio”: l’aspetto esteriore della conoscenza (albero, sole, pietra, gli altri…) non è più unicamente esteriore, ma viene percepito insieme alle sue “qualità intrinseche nascoste”, come un simbolo dotato di vita propria. Tutto ciò che ci circonda non è più semplicemente visto con gli occhi e toccato con le mani, ma è sentito essenzialmente come una parte di sé. Questo vedere, toccare e sentire sollecita una risposta profonda, un’eco che risuona all’infinito. La conoscenza a questo punto, sostiene Jacob Boehme, si illumina e si arricchisce di nuove possibilità, abbandona la sua illusoria forma di pensiero e acquisisce una dimensione cosmica/universale.

Psiche e Natura

La natura, quindi, nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato, è Lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Gregory Bateson, psicologo eclettico, nel suo libro Verso un’ecologia della mente cerca di definire un concetto rivoluzionario: la mente ecologica. Esponendo la sua visione olistica del substrato materiale sottostante i processi mentali e che li mantiene in vita, lo psicologo britannico ci offre una visione più completa ed ecologica dell’essere umano e del suo funzionamento mentale, delineando un punto di contatto tra il nostro comportamento e la Natura.

Risultati immagini per Gregory Bateson Nei suoi ultimi anni di vita Bateson espone in un libro intitolato Mente e Natura, pubblicato nel 1979, pochi mesi prima della sua scomparsa, non solo la sua visione del rapporto Mente/Natura, ma soprattutto il filo conduttore che lo ha portato a concepirla. Attraverso collegamenti originali, esempi e un pensiero ardito, Bateson è riuscito nell’intento di definire e circoscrivere alcune caratteristiche della mente “ecologica” e dimostrare la trama sottile e l’inesorabile connessione tra Mente e Natura, tra pensiero ed evoluzione. È questa la sua idea più nuova e più audace, allo stesso tempo carica di ulteriori sviluppi: “Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l’ameba da una parte e lo schizofrenico dall’altra?”[11]

La convinzione originaria di Bateson è che ciò che intendiamo per conoscenza, il conoscere di ognuno di noi, sia “una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l’intera biosfera o ‘creazione’”[12]. Per Bateson nella storia umana “naturale” l’ontologia e l’epistemologia non possono essere separate, nel senso che le nostre convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che ci circonda determineranno il nostro modo di percepirlo e di conseguenza anche di agire nel mondo stesso; e “la risposta del mondo” a questo nostro modo di percepire e di agire determinerà a sua volta, in modo circolare, le nostre convinzioni sulla natura del mondo stesso.

Scrive Bateson: “Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con l’ascia, ogni colpo d’ascia è modificato o corretto secondo la forma dell’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo (cioè mentale) è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscoli-colpo-albero; ed è questo sistema totale che ha caratteristiche di mente immanente”[13].

Con queste parole Bateson sembra affermare che i processi mentali non appartengono solamente al soggetto umano: anche se la coscienza rimane una caratteristica unica della nostra specie, per lo psicologo anglosassone lo scenario naturale nel quale essa si interroga sulla propria identità non è più lo stesso: non più quello di un immaginario “architetto”, l’essere pensante protagonista della scena, come siamo abituati a credere, ma quello “ecosistemico” della “struttura che connette”.

“Pensare come una montagna”: il sé ecologico

La Terra sta attraversando una grave crisi ecologica, destinata a peggiorare: catastrofi climatiche, siccità, allagamenti, uragani sono sempre più frequenti in una escalation di emergenze ambientali. Di fronte a tutto questo un numero crescente di persone si rivolge alla scienza chiedendo le risposte che un tempo aveva promesso. Naomi Oreskes, docente di storia della scienza alla Harvard University, con una ricerca approfondita, dimostrò nel 2011 che, nonostante la diffusione di opinioni “negazioniste”, il clima si stava realmente riscaldando e che la responsabilità ricadeva sull’uomo. La studiosa americana ha cercato di individuare le ragioni per le quali noi occidentali, nonostante tutte le informazioni scientifiche accessibili, non affrontiamo in maniera appropriata la catastrofe ambientale imminente, una sorta di disastro annunciato.

Nel suo romanzo distopico Il crollo della civiltà occidentale[14], scritto insieme a Erik Conway e ambientato nel 2393, un giovane studioso cinese cerca di analizzare, trecento anni dopo, gli eventi catastrofici che portarono la nostra civiltà al collasso. Con uno stile originale tra finzione e saggio, il libro riesce a mostrare al lettore la direzione presa attualmente dalla nostra civiltà e il cataclisma ambientale che si sta preparando, se non interveniamo tempestivamente per fermare questo percorso autodistruttivo. 

Risultati immagini per uomo e natura Secondo Arne Naess, filosofo norvegese e fondatore dell’ecologia profonda, occorre “pensare come una montagna”, immergersi nel mondo, identificarsi con esso e non considerarlo con distacco[15]. Questo senso dell’io profondamente radicato nella relazione con la natura viene definito da Naess “sé ecologico”. Il pensiero di Naess è stato influenzato dal filosofo Benedetto Spinoza, dalle idee di Gandhi e in particolare dalla visione buddhista della realtà. Come principio ideologico e come comportamento rispettoso della Natura in senso ampio, “l’ecologia profonda” già apparteneva a molte culture native americane e sudamericane, allo sciamanesimo e alle filosofie orientali, ma fu Naess a definirlo per primo, in occidente, con gli adeguati i termini scientifici e filosofici.

Naess distingue fra “ecologia superficiale”, che prende in considerazione la “salvezza” della Natura, vista comunque in funzione della sua “utilità” e quindi come “risorsa al servizio dell’uomo”, e “ecologia profonda” che offre una visione molto più ampia e sostiene il valore e la dignità intrinseche del mondo naturale, indipendentemente dal suo beneficio per l’uomo. Per il fondatore dell’ecologia profonda gli uomini interferiscono eccessivamente con il mondo non umano e questa situazione va sempre di più degenerando. Tutto l’esistente è interconnesso e l’essere umano è visto da Naess come parte dell’insieme e non come “separato” dal mondo naturale. Il movimento dell’ecologia superficiale viene considerato da questo punto di vista come una battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse necessarie all’uomo, che non farà altro che “spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. Frase questa che mi appare in questo momento particolarmente profetica. L’approccio di superficie non mette in discussione la fede nella tecnologia e nell’attuale società industriale, nella crescita economica continua, nello sfruttamento delle risorse naturali. Per il filosofo norvegese l’ecologia di superficie non potrà mai modificare le relazioni dell’uomo con la Natura rimanendo all’interno della struttura della società attuale e del modello economico vigente.

 L’elemento determinante, ma trascurato, messo in risalto dal movimento dell’ecologia profonda, è l’empatia, l’identificazione e la solidarietà con la Vita, vista come “insieme”: i singoli organismi, la fauna, la flora, il mare, la Terra stessa. Tutto ciò viene “sentito”, soggettivamente, come “un’intuizione” ‒ che riconosce ad ogni essere vivente il diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa ‒ e non come un ragionamento puramente logico o filosofico.

Altro elemento caratteristico e decisivo dell’ecologia profonda è “lo spostamento della coscienza da centrata sull’umano a centrata sul pianeta nel quale viviamo” ed il riconoscimento del valore intrinseco e indiscutibile degli esseri viventi. Presupposto di questo nuovo equilibrio è la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: un pensiero rivoluzionario che afferma il diritto assoluto alla vita che non dipende dalla maggiore o minore somiglianza o “vicinanza” alla nostra specie. L’attuazione di questi principi comporterebbe modifiche, considerate troppo radicali per la società e per l’economia, alle strutture tecnologiche e ai principi ideologici.

Il punto nel cuore

Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

Lo Zohar, il Libro dello splendore, l’opera chiave della Cabbala, è stato scritto circa duemila anni fa da Rabbi Shimon Bar Yochai e già allora l’autore sosteneva che, alla fine del ventesimo secolo, “l’ego-ismo” (il nostro moderno narcisismo) dell’umanità avrebbe raggiunto i suoi massimi livelli. La Cabbala ci insegna che la Natura, sinonimo del “Creatore”, è unitaria e altruista, e soprattutto è basata sullo scambio.

Secondo lo Zohar l’antidoto contro l’egoismo e la soluzione per raggiungere l’armonia è la fusione con la Natura e la conseguente comprensione del “pensiero profondo” che si cela dietro ad essa. La Natura ci tiene costantemente sotto pressione ed in un certo senso ci spinge ad una scelta di evoluzione (di “dazione”, nel linguaggio cabalistico); colui che rimane impermeabile a questa chiamata e non partecipa a nessuno scambio va incontro alla morte, fisica o psichica che sia.

 L’attuale crisi globale considerata da questa ottica è in realtà una grande crisi dei desideri: ad ogni generazione i desideri diventano sempre più grandi, sempre più impellenti, sempre più assoluti e prima o poi ci costringeranno a fare i conti con i limiti di ciò che ci può offrire Madre Natura. Come Tantalo dinanzi al cibo, noi umani rimaniamo eternamente insoddisfatti; a questo proposito ci ricorda Schopenhauer: “contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci insoddisfatti, inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito; l’appagamento è breve e misurato con spilorceria”[16].

 Per proteggerci dalla consapevolezza e dalla correzione del nostro crescente egoismo, ci costruiamo trofei narcisistici e scudi di ogni genere, tecnologici e psicologici. L’evoluzione dei nostri desideri, secondo la Cabalà, definisce e delinea l’intera storia dell’umanità, desideri che generalmente vengono divisi in tre gruppi. Il primo corrisponde ai desideri animali: nutrirsi, riprodursi, avere una casa. Il secondo ai desideri umani: denaro, rispetto, conoscenza. Il terzo gruppo di desideri riguarda ciò che viene definito il “punto nel cuore”, sono i desideri dell’Anima intesa come elemento che unisce e armonizza l’insieme, e sempre dall’Anima nasce l’ultimo e il più grande di tutti i desideri: quell’anelito verso l’Unione, la Totalità, la cui soddisfazione viene descritta come una corrente infinita di Piacere, gioia e beatitudine.

Secondo Daniel Goleman, autore di Intelligenza Emotiva[17], l’elemento determinante per lo sviluppo di un atteggiamento culturale rispettoso dell’ambiente è la dignità e il rispetto del mondo emotivo. Per l’autore statunitense la cura per l’ambiente va molto al di là di qualsiasi ideologia: è il nostro prossimo gradino evolutivo. Goleman parla di “intelligenza ecologica”, da sviluppare come specie, non più come singoli individui: una consapevolezza da raggiungere “insieme”, indispensabile per affrontare questo momento particolare della storia umana. Una vera e propria sfida nella quale, più che mai, la carta vincente non può che essere il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza della nostra profonda, irriducibile interconnessione.

Non è sufficiente l’enorme quantità di informazioni alle quali possiamo attingere quotidianamente sul web o sui giornali per diventare persone/cittadini/consumatori consapevoli ed “ecosostenibili”. Occorre, oltre alla visione dell’Insieme, un radicale cambiamento emotivo/cognitivo a livello collettivo; che ci permetta di reagire all’inquinamento dell’aria, del cibo o dell’informazione con la stessa risposta istintiva al pericolo che da millenni abbiamo messo in atto all’avvicinarsi di un feroce predatore.

ABSTRACT

La natura nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato: è lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

Risultati immagini per ecologia 

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”.

 


[1] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 22.

[2] Ibidem, p. 19.

[3] Ibidem, p. 24.

[4] Ibidem, p. 23.

[5] Ibidem, p. 21.

[6] Thoreau, H.D., Walden, BUR grandi classici bur, Milano, 2015, p. 201.

[7] Ibidem, p. 156.

[8] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 132.

[9] Jung, C.G. Opere 6, Bollati Boringhieri, Torino, p. 468.

[10]Von Franz, M.L., Il mito di JungBollati Boringhieri, Torino, p. 245.

[11] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 21.

[12] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi Edizioni, Milano, 1977, parte 5, p. 4 [Tratto dalla conferenza per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, tenuta il 9 gennaio 1970 sotto gli auspici dell’Institute of General Semantics].

[13] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 23.

[14] Oreskes N., Conway E., Il crollo della civiltà occidentale, Piano B Edizioni, Prato, 2015.

[15] Naess, A., EcosofiaEcologia, società e stili di vita, RED edizioni, Milano, 1994.

[17] Goleman, D., Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano,1996.

Spazi oltre il confine

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Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015).

Virginia Salles, divulgatrice della psicologia transpersonale in Italia, condivide con il lettore la sua ricerca e il materiale raccolto sul campo, nella pratica della psicoterapia a indirizzo junghiano e transpersonale. L’autrice attinge dai sogni, dall’immaginazione, dagli stati non ordinari di coscienza, dalle fiabe, miti, riti ancestrali, con uno sguardo attento all’esperienza millenaria della Cabalà. La terapia è intesa sia come superamento del sintomo, sia come un vero atto creativo: l’espressione della nostra realtà interiore per attingere a una più autentica umanità e a una visione dell’esistenza più ampia e più completa. È attraverso l’angoscia, lo stupore, la disperazione e dal riconoscimento di sé, attuata con la sofferenza, che nasce il nostro più prezioso bagaglio di conoscenza. Sofferenza di cui molte volte saremo grati, alla vita o al destino, per averla sperimentata. La sofferenza di cui ci parla la Salles è tra le più enigmatiche e affascinanti che si conoscano. Esperienze come quelle vissute da molte persone ci costringono a guardare verso gli abissi interiori, a scrutare l’infinito e a rimanere vis à vis con qualcosa che solo ora su rivela.

Biografia

Virginia Salles
Virginia Salles, nata a Bahia (Brasile) ha studiato alla Sapienza, a Roma, dove vive e lavora. Di formazione junghiana e transpersonale, esercita la professione di psicoterapeuta individuale e di gruppo.
Ha fondato, insieme ad Aldo Carotenuto ed altri colleghi, il “Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto” e ha svolto, presso la Cattedra di Psicologia della Personalità e delle Differenze Individuali, Università La Sapienza (Roma), seminari sulle “Radici magiche della psicologia del profondo” (sui riti di possessione nelle religioni afrobrasiliane) e sulle “Potenzialità terapeutiche degli stati non ordinari di coscienza” (l’inconscio visto da C.G.Jung e da Stanislav Grof) dal 1990 al 2002.
Conduce a Roma gruppi di respirazione olotropica. Certificazione G.T.T.( Grof Transpersonal Training), training internazionale tenuto da Stanislav Grof.
É autrice dei libri “Agua scura”, edito da Di Renzo Editore, 2005, “Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale” ( Alpes Italia, 2013) e “Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà” (Alpes Italia, 2015) e di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale..

Svolge l’attività di psicoterapeuta a Roma presso gli studi:
di Via Vinicio Cortese 158 (Mostacciano)
Via Gasparre Gozzi 55, (scala B, primo piano , int. 5). A 50 mt. della fermata della metro San Paolo.


studio

Recensione a Spazio oltre il confine di Gilberto Villela

Oltre il confine del setting tradizionale

Di Gilberto Villela, Roma

spazio-oltre i confini

Il libro di Virginia Salles è molto stimolante e offre svariati spunti di riflessione. I capitoli sono articoli scritti in momenti diversi e ognuno è orientato più specificamente verso un determinato aspetto della psicologia del profondo e transpersonale. I capitoli hanno una propria autonomia e possono essere letti indipendentemente, o seguendo un qualsiasi ordine scelto. Hanno una struttura a rete. Mentre si prosegue la lettura si osserva che ogni capitolo è intimamente interconnesso agli altri.

Nonostante la varietà dei temi trattati e la diversità dei piani, il libro ha un comune denominatore, cioè la nozione di confine, o più precisamente del superamento dei confini già indicato dal titolo. La lettura diventa particolarmente interessante nell’avvertire la vivace passione e eleganza con cui l’autrice si muove, integrando con abile coerenza la sua esperienza umana e professionale. Nel farlo, esprime coraggiosamente il proprio pensiero, in continuo dialogo con la voce di svariati autori, che come lei osarono “cantare fuori dal coro”. Nonostante la loro diversità, questi autori hanno in comune la libertà di pensiero, la curiosità, il coraggio e il senso dell’avventura, l’esplorare nuove regioni della mente e della realtà e, last but not least, uno spiccato entusiasmo e passione per la vita.

Il confine è a mio vedere il filo rosso che attraversa tutto il libro percorrendo regioni di frontiera dove si osserva la tipica tensione e conflitto tra l’insofferenza dei confini vissuti come gabbia e il vitale bisogno o desiderio del superamento di questi confini. Sarebbe possibile commentare ogni capitolo del libro tenendo in mente come nucleo tematico questo campo di forze.

Nella psicoanalisi freudiana il setting è un elemento basico e a tal punto centrale da essere spesso trattato come un sinonimo del proprio metodo psicoanalitico. Il setting definisce un contesto clinico ed è delimitato da precisi confini. Lungo la storia della psicoanalisi, una grande parte della letteratura tecnica e teorica ha messo a fuoco la questione del setting. I problemi e le difficoltà della gestione del setting e del suo adeguamento alla realtà clinica del paziente hanno generato negli anni una vera e propria battaglia sulla tecnica con una visibile impronta ideologica[1].

Nel considerare il “setting olotropico” è necessaria un’attenta valutazione delle capacità di una determinata persona di mettersi in contatto con “l’ignoto” o con traumi sepolti. Si deve inoltre poter contare su un setting adatto e un terapeuta rassicurante e fiducioso, che abbia molto tatto e un grande rispetto del timing. E non solo, è anche molto importante che il terapeuta abbia lui stesso intrapreso una avventura “oltre il confine”. La mia esperienza con Virginia, nelle varie dimensioni della nostra conoscenza, ma anche da quello che posso percepire come lettore dei suoi scritti, mi permette di dire che lei possiede queste qualità.

Commenterò il setting terapeutico della respirazione olotropica prendendo in considerazione i primi due capitoli del libro, “L’angelo dell’angolo della casa rotonda” e “SOS Emergenze spirituali”, nei quali Virginia parla prevalentemente della sua esperienza clinica con questo tipo di terapia esperienziale. Il mio interesse nel commentare questo aspetto clinico è collegato al fatto di trovarmi in una particolare posizione che mi consente una doppia visuale, sia a partire dalla mia esperienza come psicoterapeuta sia da quella vissuta come “respiratore”, dato che ho partecipato a diversi gruppi di respirazione olotropica.

Ritengo che il setting transpersonale adoperato da Virginia sia un elemento fondamentale e che offra un importante sostegno al buon andamento dei processi terapeutici presenti nel suo lavoro. È un setting particolare e diverso da quelli tradizionali di ispirazione freudiana o junghiana. Forse in questo senso dovrei utilizzare l’espressione “setting” tra virgolette. Il sorprendente cambiamento di Elma, nel passare dalla condizione di una “paziente psichiatrica” alla conquista della capacità di sognare e intraprendere un percorso di autonomia (descritto nel capitolo “SOS Emergenza spirituale”), come viene raccontato da Virginia, ci dà un’idea delle potenzialità che questo tipo di lavoro può far emergere.

Nel mettere a fuoco il “setting olotropico” elencherò di seguito, un po’ schematicamente, alcuni elementi che lo caratterizzano. Con questa descrizione penso di poter chiarire non solo la sua peculiarità, ma anche il perché lo ritengo adatto all’esperienza di esplorazione degli spazi oltre il confine.

Il processo terapeutico (tipico) è composto da due tempi: un primo tempo, di preparazione, ha inizio con una psicoterapia individuale in un setting junghiano. L’attenzione si concentra maggiormente sull’analisi dei sogni. L’analista inoltre favorisce lo sviluppo dell’Io e stimola la curiosità del paziente verso una ricerca personale e il suo movimento verso una maggior autonomia. In un secondo tempo si può accedere ad un altro setting di gruppo: la respirazione olotropica.

Nei casi in cui il paziente è desideroso e ritenuto preparato ad andare oltre il confine del setting iniziale (junghiano) può proseguire il suo percorso facendo esperienza di questo nuovo “setting”, più adatto e contenitivo per una esperienza più radicale e profonda: i gruppi di respirazione olotropica (tecnica inspirata al lavoro di Stanislav Grof).

Il “setting” olotropico offre il necessario sostegno e rappresenta un cambiamento importante, date alcune delle caratteristiche che lo contraddistinguono. Nel gruppo di respirazione: si passa dal setting individuale al “setting” di gruppo; si passa dal lettino alla posizione sdraiata per terra; si passa dalla comunicazione prevalentemente orale e visuale all’esperienza di respirazione profonda, che favorisce e stimola l’introspezione e il contatto interno profondo: la percezione delle sensazioni corporali, del flusso di immagini e di emozioni. Tutto questo viene facilitato dall’uso di bende che occludono la visione, in un ambientale accogliente, accompagnato da un continuo flusso di musiche evocative. Nel gruppo si passa inoltre dalla posizione di asimmetria analista-paziente a una posizione di parità e reciprocità con il sitter (assistente): una presenza silenziosa e rispettosa, che rimane a fianco del “respiratore” potendo essere d’aiuto quando sollecitato. Virginia osserva il movimento dei “respiratori” e interviene solo quando sente che sia necessario. Il “respiratore” in un secondo tempo diventa, a sua volta, il sitter del suo precedente sitter. Tale inversione delle posizioni mi sembra arricchire l’esperienza che può essere vissuta dai due fronti.

Inoltre, nei gruppi avviene una notevole dilatazione del tempo che passa dai 50/60 minuti della seduta alle 5/6 ore di esperienza nel gruppo. Una tale dilatazione del tempo inspira un senso di atemporalità, uno stato di “flusso” che favorisce l’immersione nei nuclei creativi. Considerando la lunga durata di ogni gruppo e la profondità dei possibili “viaggi”, sono utili per l’organizzazione dell’esperienza i momenti iniziali di riscaldamento e il racconto dei sogni, ben come il lento percorso verso il termine. La realizzazione della mandala e la successiva condivisione dell’esperienza con i membri del gruppo aiuta a elaborare e a “finire” l’esperienza anche se l’esperienza interiore continuerà a evolversi nel tempo…

 

Roma 15 maggio 2015

[1] Freud e i suoi più fedeli discepoli, in accordo con i precetti tecnici di Freud, hanno sempre difeso la necessità di una rigorosa manutenzione del setting mentre d’altro canto svariati psicoanalisti, a cominciare da Ferenczi, avvertirono molto frequentemente l’esigenza di adoperare una tecnica più malleabile e un setting più flessibile nel lavoro con alcuni tipi di pazienti, generalmente quelli più disturbati. Una delle obiezioni ai cambiamenti del setting era che tali cambiamenti (l’allungamento delle sedute, la diminuzione dell’asimmetria analista-paziente, l’accettazione di espressioni non verbali, dei sintomi, ecc.) favoriva l’attivazione incontrollata della patologia, degli acting out e di tutta una serie di sintomi “disturbanti”, infine una regressione contraria al buon andamento dell’analisi classica. Winnicott e Balint (il principale seguace di Ferenczi) sono stati praticamente gli unici a valorizzare la regressione nella sua valenza positiva, ritenendola intrinsecamente necessaria e terapeutica (Franz Alexander con la tecnica dell’Esperienza emozionale correttiva è stato criticato dall’ortodossia e allontanato dal campo della psicoanalisi ufficiale). Balint e Winnicott hanno contribuito enormemente all’aumento della sensibilità clinica nei confronti delle nuove tipologie di pazienti. Cioè, coloro che esulavano dalla tipologia più marcatamente nevrotica, e pertanto non riuscivano a inquadrarsi o a beneficiare di un’analisi entro i confini del setting classico. Lavorando nell’ambito degli stati regressivi, Winnicott ha diretto la sua attenzione clinica al processo regressivo verso la dipendenza assoluta, mentre Balint ha distinto due tipi di regressione: la regressione benigna (o per il riconoscimento) e la regressione maligna (o per la gratificazione). Non c’è spazio qui per descrivere le caratteristiche dei loro setting. C’è da rilevare soltanto che, anche se loro hanno contribuito ad allargare e ad affinare il setting rendendo la situazione clinica più malleabile e facilitante, il fatto di seguire comunque alcuni aspetti del setting tradizionale non permetteva loro di offrire lo spazio e il di tempo necessari ad una regressione ottimale. C’è anche il fatto che la flessibilità del setting in una analisi intensiva come la loro (da tre a cinque sedute settimanali) favoriva l’attivazione di un processo di regressione verso la dipendenza totale del paziente, comportando rischi e problemi considerevoli, nel caso in cui non fosse fatta una accurata selezione dei pazienti.

 

 

INTERVISTA A LAERCIO FONSECA

 

 

Di Virginia Salles, Roma

 

fonseca

 

Fisico, astrofisico, specializzato in Cosmologia, Laercio Fonseca, nato a São Paulo nel 1955, è autore di circa 250 seminari in videoconferenz,e (anche su You Tube), numeroso libri e articoli su temi legati alle filosofie orientali, arti marziali, ufologia esoterica, fisica dei quanti e spiritualità.

Da più di 37 anni dirige l’Accademia WU SAN DJI TAO (scuola di training interiore e arti marziali) e lo Spazio Caminho da Luz. Attualmente il prof. Fonseca conduce seminari e gruppi di studio in varie città del Brasile e attraverso i suoi più recenti lavori sulla fisica quantistica e la spiritualità, promuove la costruzione di “ponti” tra questi due aspetti del sapere solo apparentemente inconsciliabili.

 

 

 

D: Laercio tu sei un scienziato, fisico, astrofisico, cosmologo, un uomo di immensa cultura ed allo stesso tempo un medium ed un veggente… un insieme di fattori estremamente fecondo. Quale di queste fonti di conoscenze ha maggiormente influenzato e determinato la tua attuale concezione dell’universo?

R: Certamente la visione spirituale e la realtà di altre dimensioni ha avuto un peso maggiore nella mia concezione dell’universo nella sua totalità.

 

D: Tu riggetti il termini “alieni” che è quello più usato in Italia e parla di “ufologia esoterica”, “psichica” e persino “medianica”, in contraposizione alla visione ufologica materialista più comune. Mi ricordo che Jung in una lettera al Sig. Harrison, direttoree della rivista New Republic, a proposito degli UFO scrive: “…il problema degli UFO è, come lei ha giustamente detto, molto affascinante e vi è un materiale schiacciante che punta sulla loro natura mitica o mitologica. E’ un dato di fatto che l’aspetto psicologico del fenomeno è così fondamentale, che quasi si deve rimpiangere il fatto che gli UFO sembrano essere reali, dopo tutto”. Quale è la differenza fondamentale tra queste due forme di interpretazione (esoterica e materialista) della presenza degli extra terrestri nel nostro pianeta?

R: Nella mia visione, gli UFO sono reali e la posizione junghiana è estremamente limitata rispetto a questo fenomeno. Nell’epoca di Jung non esistevano studi avanzati in questo campo, gli studi di quel periodo venivano realizzati in ambito militare attraverso operazioni segrete. Così Jung spiega i dati sugli UFO attraverso la sua teoria sull’inconscio collettivo, che per me è equivocata rispetto a questo fenomeno.

 

D: Tu dici che “nessuna anima è sciolta… in giro per il mondo…”, che tutto è diretto dall’alto e che esiste un piano cosmico, un “progetto pianetario” che tu descrivi nel tuo libro Progetto Terra. Quali sono i principi basilari di questa tua visione dell’universo e degli esseri che in questo universo vivono?

R: L’universo è un Cosmos, ossia qualcosa di totalmente organizzato e funzionale. Non è opera del caso, come sostiene la scienza evoluzionista darwiniana. Tutto ciò che esiste sulla Terra fu impiantato da intelligenze molto evolute che appartengono ad altre dimensioni della realtà. La stessa anima umana ha una struttura talmente organizzata che contradisce tutti i principi della termodinamica e delle leggi che consideriamo naturali.

 

D: Il tuo concetto di evoluzione umana presuppone l’esistenza di una coscienza anteriore alla materia e parte del principio, afermato anche dalle nostre tradizioni esoteriche, cha ci siamo dimenticati della nostra natura divina e che siamo chiamati a “ricordare”. Gli extra terrestri sono, secondo il tuo pensiero, al servizio di questo processo evolutivo di “ricordare” chi realmente siamo. Pensi che tutti gli ETs possono essere considerati così positivamente come paladini della nostra salvezza ed evoluzione?

R: La nostra presenza nella Terra non è una condanna e molto meno l’opera del caso. Il fatto di trovarci qui, all’interno di questo progetto organizzato fa parte del nostro ordine evolutivo e gli extra terrestri operano congiuntamente con gli spiriti dei piani astrali. Non esiste niente da essere “riparato” e l’essere umano non necessita di essere salvato da nessuno. La morte stessa pone l’essere umano in contatto con la sua vera essenza spirituale.

 

D: Tu parli dell’esistenza di una gerarchia spirituale e della continuità tra gli spiriti dell’Umbral (Ubratili) – descriti come quelli spiriti che si manifestano nei medium durante le sedute spiritiche – e gli spiriti che si trovano nei livelli spirituali più elevati. Ad un livello ancora più elevato si trova “Il comando del Progetto Terra”: spiriti altamente evoluti, responsabili del nostro destino e della nostra evoluzione. Questi spiriti si manifestano a noi come ETs. La nostra unica speranza è quella di abbandonare le tenebre dell’Umbral, di “evolvere”. Come accade questa evoluzione e quali sono le tappe fondamentali di questo progresso dello spirito umano?

R: Da un punto di vista più ampio, tutti noi siamo anime extra terrestri che sono arrivate in questo mondo per vivere un’esperienza necessaria alla propria coscienza. Tutto fa parte di un progetto ben elaborato dalle entità superiori. E’ appena una questione di tempo perchè tutti gli spiriti umbralini si risveglino alla propria vera essenza ed ad una realtà più grande.

 

D: Albert Eisntein ri-define la materia nella misura in cui considera le particelle materiali come “concentrazioni locali di campo”. Da questa prospettiva l’unica realtà che esiste nell’universo è il campo: Tutto è uno, come sempre affermato dalle nostre tradizioni filosofiche-spirituali. Quale è la portata di questa conoscenza, una volta assimilata a livello collettivo?

R: L’idea dell’unità di tutte le cose ha una piccola parte in questa teoria; ma non spiega tutto, ne tantomeno riesce ad teorizzare le forze nucleari. Nalle fisica tutto cammina ancora carponi, qui nel piano fisico sappiamo molto poco sulla natura di tutte le cose e dell’universo. Il mio tentativo di amplificare le idee ed unire le concezioni della scienza e della spiritualità è ancora un piccolo passo verso una visione del Tutto. Senza alcun dubbio queste idee, una volta assimilate provocherebbero un grande cambiamento di paradigma nella scienza.

 

D: “Lo spirito umano piange e la vita è vuota”. Nella tua analisi scientifica dei fenomeni paranormali e spirituali, descrivi la morte come un premio e come una liberazione del corpo-prigione. Cos’è la morte?

R: Solamente un ritorno alla nostra vera realtà.

 

 

D: Platone nel suo celebre mito ci descrive gli uomini come esseri incatenati dentro ad una caverna che vedono solamente ombre che riflettono sulle pareti della caverna il mondo fuori… e pensano che queste ombre siano la realtà. Dal mito di Platone al velo trasperente che ci impedisce di vedere oltre descritto da William James, dalla danza dell’illusione di Maya e il genio inganatore di Cartesio alla “trappola” di Reich, la ruota dei pensieri collettivi di Gaiarsa o la prigione dell’ego descritta dai psicologi transpersonali, tutti noi siamo prigionieri di qualcosa che non riusciamo a percepire né definire. Tu descrivi lo stato attuale di coscienza della maggior parte degli esseri umani come quello di “androidi” o “morti-vivi” – idea che ci ricorda i film Blade runner di Ridley Scott e Matrix di fratelli Wachowski. Giordano Bruno affermava che “arriverà il giorno nel quale l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi egli è realmente e a chi o a cosa ha ceduto le reddini della sua esistenza, ad una mente falsa, buggiarda che lo tiene schiavo”. Come uscire da questa condizione di cecità e scoprire chi siamo? Come trovare la Luce?

R: La via è quella di seguire i consigli dei grandi maestri dell’umanità, come Buddha, Krishna, Jesus, e molti altri che indicano il cammino di una realtà transcendente. Attraverso la pratica dello yoga, del tai chi, dei vari tipi di meditazione e molti altri studi voltati verso l’interiorità umana, possiamo riuscira ad aprire, ampliare la nostra mente verso la percezione di una realtà superiore, una realtà più grande.

 

Virginia Salles, nata a Bahia, Brasile ha studiato psicologia a Roma, dove vive e lavora. Psicoterapeuta individuale e di gruppo, di formazione junghiana è specializzata in psicologia transpersonale e respirazione olotropica con Stanislav Grof. E’ autrice dei libri Agua scura edito da Di Renzo Editore, 2005 e Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale edito da Alpes Italia srl, 2013 e di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale. (sito web: www.virginiasalles.it).

 

 

 

 

 

Introduzione dell’autore a Spazi oltre i confini

Introduzione dell’autore a Spazi oltre i confini. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà

 

Ci sono più cose in cielo e in terra,
Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.

Amleto,  atto I, scena V

 

Siamo abituati a definire le nostre profonde esperienze soggettive secondo le idee religiose e filosofiche della nostra cultura di appartenenza, ma dietro a tutte le differenti interpretazioni si cela un’identità di fondo, una Philosophia perennis; espressione attribuita al filosofo tedesco Leibniz per definire quel sapere collettivo che nasce dall’esperienza di ciò che da sempre l’uomo ha definito “sacro”: il mondo invisibile descritto dai mistici, iniziati e ricercatori spirituali. Questo sapere eterno è stato immortalato nella grande letteratura, nei simboli universali e nei testi religiosi, nei miti e nei riti tramandateci dai primordi della storia umana fino ai nostri giorni.

Chi attraversa questi profondi travagli interiori, vere e proprie metamorfosi dell’anima definite di solito “crisi o emergenze spirituali”, diviene “naturalmente” consapevole, per esperienza appunto, che l’uomo è un essere in evoluzione e che la sua “mente” è in realtà un campo sconfinato che trascende il cervello che, a sua volta, appartiene a qualcosa di molto più ampio, solitamente definito “Mente Universale”. Queste esperienze associate alle più profonde dimensioni dell’Essere – da sempre considerate in ambito filosofico/esistenziale come esperienze altamente creative e “curative” – generalmente non vengono contemplate né valorizzate all’interno dei tradizionali percorsi di formazione in psicoterapia.

Mi sembra sempre più evidente che il modello scientifico, sul quale si basano la Psicologia convenzionale con il suo principio di causalità e una visione frammentata della realtà, risulti ristretto e limitato dinanzi ai grandi cambiamenti culturali ed all’evoluzione della scienza nelle ultime decadi. Limitato rispetto alla crescente domanda sul significato delle nostre esistenze, alle grandi incongruenze economico/sociali/istituzionali ed ai disagi psicologici di questo nuovo millennio ai quali, in qualità di psicoterapeuti, siamo chiamati a “porre rimedio”.

Negli ultimi tempi ho potuto osservare alcuni segnali che indicano l’inizio di una radicale trasformazione culturale soprattutto nell’epistemologia, anche in ambito accademico, ambito che finora era rimasto impermeabile a qualsiasi nuova visione o modello di realtà emergente. Credo di poter affermare che ci troviamo nel mezzo di una trasformazione non solo scientifica, ma di una vera e propria rivoluzione che travolge i principi stessi che si trovano alla base della nostra visione condivisa dell’uomo e dell’universo. A questa rivoluzione viene dato il nome di “cambiamento di paradigma”.

Il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano con la sua visione logica, se da un lato ha favorito i grandi progressi dalla scienza e della tecnologia che tutti conosciamo, dall’altro si è rivelato parziale e riduttivo ed ha portato alla frammentazione della conoscenza con le attuali conseguenze disastrose per la stessa sopravvivenza dell’umanità. Le difficoltà che riscontriamo nel nostro attuale approccio alla conoscenza, tanto nel campo della scienza che in quello della religione, nascono dal fatto che i seguaci dell’una e dell’altra tendenza si trovano dinanzi alle porte di un regno non più accessibile ai nostri sensi, un regno intangibile, immateriale. Porte che possono essere aperte non solo nella direzione di una nuova visione dell’universo in cui viviamo ma della nostra stessa posizione in seno ad esso e, forse, mi auguro, di un nuovo stadio evolutivo dell’umanità. Porte dinanzi alle quali esitiamo a passare oltre e di cui, a volte, neghiamo persino l’esistenza. Abbiamo potenzialità latenti, non ancora realizzate: mistici, filosofi e pensatori di tutti i tempi e oggi anche molti scienziati ci descrivono una dimensione nascosta dell’esitanza traboccante di Vita e di possibilità, una dimensione sottile dotata di sfumature di significato, di leggi e di fenomeni propri che sfuggono ancora alla nostra osservazione e consapevolezza.

La Psicologia Transpersonale nasce come risposta ai limiti e all’inconsistenza dell’attuale paradigma culturale di riferimento e come un tentativo di integrare le nuove conoscenze emerse negli ultimi decenni. Nasce del bisogno di inserire questi nuovi contributi e insights nel corpo principale delle discipline sociali e comportamentali, della psicologia del profondo e della salute mentale, introducendo la “coscienza” come principio fondamentale, una volta che la comprensione attraverso la sola “ragione” si è rivelata insufficiente a offrire supporto e inadeguata come punto di riferimento alle sempre più nuove e sconvolgenti scoperte in tutti i campi del sapere.

Sia le nuove frontiere della macrofisica quantistica che della microbiologia così come la Psicologia Transpersonale ci indicano una nuova “realtà” e invitano ad un ampliamento della nostra consapevolezza che esige un’altra “logica” ed una diversa interpretazione della nostra presenza nell’universo: una generale assimilazione di quel tipo di conoscenza che finora è appartenuta a mistici, sciamani, ricercatori spirituali. I nostri sensi, le nostre orecchie sono assordate dal frastuono della moderna civiltà, eppure a volte riusciamo a percepire quei flebili suoni, luci e sfumature di colori, a ricordarci l’esistenza di qualcosa di essenziale, invisibile agli occhi.

Questo libro è una raccolta di articoli scritti negli ultimi anni della mia ricerca ed esperienza clinica in questo campo così complesso ma allo stesso tempo affascinante che è la psicoterapia ad indirizzo analitico e transpersonale. Articoli corredati di casi clinici, che hanno come tema principale la trascendenza dai nostri abituali confini, definiti “egoici”. Contributo che naturalmente non vuole offrire risposte ma più che altro stimolare la nostra capacità di porci domande e di saper attendere che emerga dal profondo dell’anima un diverso punto di osservazione e soprattutto un nuovo modo di sentire: di sentire gli altri, noi stessi, il fluire della Vita e la nostra stessa posizione dinanzi alla singolarità ed alla grandezza dell’esistenza umana.

                                                                                            Virginia Salles

Introduzione dell’autore a Mondi invisibili

Introduzione dell’autore a Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale.

 

Quando si vivono esperienze oltre la soglia che separa questa realtà, così come la conosciamo, da un mondo altro, ogni cosa ci appare illuminata di luce nuova, semplicemente così come è, come mai avevamo visto prima … e uno tsunami emotivo può travolgerci … sfumature di suoni e colori e il senso finale di tutto ciò che stiamo vivendo ci appaiono intraducibili in pensieri coerenti ed accettabili.

E’ molto difficile orientarsi, rimanere con i piedi ancorati alla terra e cogliere l’essenza e il significato di questo nuovo mondo trasfigurato. Una mia personale esperienza di passaggio al di là del velo che ci separa dall’altra realtà, vissuta all’età di 30 anni, ha radicalmente cambiato la mia visione del mondo e il modo di viverlo, rivelandosi, nel corso del tempo, come un autentico spartiacque della mia vita.

Oggi credo fermamente che questo passaggio al di là di ciò che percepiamo come questo mondo, sia l’unica via verso la libertà ed il vero scopo della nostra esistenza. Senza questa esperienza ed il lungo processo di elaborazione che ne è seguito, questo libro non sarebbe venuto alla luce.

Il mio successivo training formativo, l’incontro con il pensiero di C. G. Jung e di Stanislav Grof, di Ken Wilber, Rudolf Steiner e lo studio della Kabbalah sono stati molto importanti, ma non quanto il lavoro quotidiano con gli analizzandi al fine di aiutarmi in questa difficile impresa di equilibrista tra due mondi, lavoro che non può mai definirsi compiuto.

Nelle pagine che seguono il mio intento è di trasmettere pensieri, emozioni e momenti significativi di questo percorso così come li ho percepiti e vissuti e, soprattutto, condivisi con i miei analizzandi, in un certo senso co-autori di questo libro, augurandomi che possano arrivare al lettore ancora vivi come appena sgorgati dalla sorgente.

Sono stati loro, i miei compagni di viaggio, con la loro sofferenza e profonda saggezza, ad insegnarmi ad accettare la sfida di vivere ed agire in questo nostro difficile, a volte spietato mondo quotidiano e ad aiutarmi a scoprire la mia collocazione nella più autentica modalità esistenziale.
Sono loro i miei attuali maestri e fonte di ispirazione per tutto ciò che scrivo.
Ai miei analizzandi e ai partecipanti dei gruppi di respirazione olotropica la mia più sentita gratitudine.

 

                                                                                               Virginia Salles