E’ dolce morire nel mare…

     E’ dolce morire nel mare…

  Di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 

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Il Mito

È dolce morire nel mare …” ripete instancabilmente Jorge Amado nel suo bellissimo libro “Mar Morto”. È dolce morire nel mare perché nelle sue acque scure, nel mare profondo c’è Lei: Iemanjà, la madre e amante di tutti gli uomini.
…Dal mare profondo dal buio della sua tana, emana un dolce richiamo, un richiamo forte e silenzioso, un canto profumato di mistero e d’amore che arriva alle orecchie di tutti. E tutti la desiderano e la temono: madre dei seni che piangono, madre guerriera, madre amante, colei che conosce tutti i più nascosti desideri…
…Ma severa e implacabile è la legge del mare: per amarla, per conoscere il suo volto, i suoi segreti, sentire il suo profumo è necessario morire…
…Solo il più coraggioso, l’eroe, il guerriero notturno, colui che non teme di guardare il volto della donna amata, che non sfugge la sfida o il pericolo: la notte dell’amore. Solo colui che soccombe alla potenza del mare può conoscere i segreti dell’amore. Solo lui viaggia nelle terre senza fine, assapora il latte proibito, conosce tutti i segreti del mondo…
E’ così che, secondo Amado e il popolo di Bahia, solo la morte può spalancare le porte del viaggio infinito, verso l’ambita meta che tutti si struggono di raggiungere. Non ci sono scorciatoie ne imbrogli: chi teme “la morte”, non otterrà mai l’ambito premio.
Il mito di Iemanjà ci racconta di una avventura interiore e sono molte le peripezie e le insidie di questo percorso, di questa regressione psichica “nelle acque scure del mare primordiale”. Le religioni ammoniscono e la mitologia ci racconta con il suo linguaggio poetico i mille pericoli che l’eroe (l’io cosciente) dovrà affrontare per evitare di soccombere, di rimanere intrappolato nel caos originario, nella dimensione arcaica della psiche.
La mitologia greca, per esempio, ci racconta di eroi vincitori: Psiche, diviene l’immortale compagna di Eros, Giasone aiutato da Medea si è impossessato del vello d’oro, Teseo, Ulisse, Perseo, etc… ma ci raccontano anche di molti altri che hanno fallito in questa impresa: Icaro, per essersi troppo avvicinato al sole, sciolse le ali e precipitò; Orfeo perse Euridice e fu dilaniato dalle braccanti. Altri hanno avuto un successo parziale: Edipo è rimasto cieco e Prometeo rimase incatenato ad una rupe. Piccoli o grandi eroi, metafore dello sviluppo della coscienza umana che lascia la sua scia di vincitori e vittime.
Il mito di Iemanjà come quello di tanti altri eroi “riusciti” ci parla di quanto la natura (o la psiche) premi generosamente i “coraggiosi” che riescono a varcare la soglia: “viaggiamo nelle terre senza fine e conoscono tutti i segreti dl mondo”. Una morte iniziatica quindi, un passaggio verso il “senza limiti” che non pone termine naturale all’esistenza ma la trasforma profondamente, momento culmine di una tappa dello sviluppo psicologico.
Di questo progressivo “addentrarsi nella morte” ci parla lo scrittore brasiliano Guimaraes Rosa la cui scrittura viene considerata “un’alchimia letteraria” : “Ogni creatura è uno scarabocchio destinato a subire ritocchi senza fine, fino all’ora della liberazione dell’arcano, al di là del Lete, il fiume della memoria. Però ogni grande passo avanti nella crescita dello spirito esige la caduta dell’intero essere, l’addentrarsi in immensi pericoli, un morire in mezzo alle tenebre. Ma quello che viene dopo è “il Rinato”, un uomo più reale e nuovo . E ancora: “un morto ha sempre paura. Ha paura di morire ancora nell’infinito Niente”…”Debbo tramutarmi. Soffro le ali…”
“Soffrire le ali”, soffrire l’orrore di vedersi (anniertare, nullificare) disintegrare e nel dolore scoprire, o riuscire appena ad intravedere dinanzi a sé il volo infinito.

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È questo tipo di crisi spirituale che porta l’uomo alla paura religiosa, a quel sentimento di terrore dinanzi al “misterium tremendum” descritto da Rudolf Otto e ci fa venire in mente l’ammonimento biblico “E’ cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente”.
Mi viene in mente la leggenda buddista della “bambola do sale” che doveva capire cosa fosse il mare. A questa domanda il mare la invita a toccarlo e sciogliendole le dita le spiega che ha offerto qualcosa per iniziare a capire. La bambola decide di continuare e più avanzava più si sentiva impoverita di una parte di sé e più aveva la sensazione di capire meglio. Ma soltanto quando l’ultima onda inghiotti ciò che restava di lei, nell’istante in cui scompariva, perduta nell’onda che la travolgeva comprese finalmente cosa fosse il mare. – Sono io! – esclamò, e questo fu il suo ultimo sussurro.
È proprio in questo momento di passaggio quando l’antica identità si infrange che c’è la possibilità di un’intima trasmutazione. L’estasi e la libertà di una coscienza più vasta esigono che l’individualità separata sia dissolta. È la morte dell’ego, come viene definita nel linguaggio psicologico, una morte che “uccide la morte”, più drastica e più terribile di tutte le morti “minori”, di aspetti parziali della nostra personalità che accompagnano il nostro percorso evolutivo. È la stessa morte che studiosi come Jung e E. Neumann hanno magistralmente descritto e di cui parla il mito di Bahia, gli antichi misteri greci, le religioni, lo sciamanesimo e i riti iniziatici delle varie culture. Questi riti erano destinati a produrre tale morte e il conseguente rinnovamento. Ne è un esempio rappresentativo tratto dai misteri greci la seconda nascita iniziatica di Dioniso. La stessa parola “Ditirambo”, come viene chiamato l’ucciso e resuscitato Dioniso aveva il significato di “essere della doppia porta”, colui che è sopravvissuto al “terribile miracolo” della doppia nascita.
Nell’antiguità i miti e riti di rinascita erano molto difusi, come per esempio la morte e resurrezione di Tammuz, Adone, Mitra, Attis, Osiride e dei vari animali che li rappresentano ( capre e pecore, tori, porci, pesci e uccelli) o più recentemente il battesimo nel suo significato simbolico di “tuffo nella morte” e rinascita come figlio di Dio, la crocifissione e resurrezione di Cristo.
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Nella complessa dinamica del processo morte-rinascita così come viene descritta da Grof l’elemento centrale sembra essere il rivivere il trauma della nascita biologica. Il suo significato per la psicologia e la fu descritto da Otto Rank nel suo libro Il trauma della nascita (1924). Ma fu Grof con la sua ampia teoria e la sua tecnica psicoterapeutica esperienziale a mettere “lenti da ingrandimento” sulla profonda e complessa esperienza della nascita nei suoi aspetti fisici psichici e spirituali.

Grof distingue per scopi didattici quattro livelli distinti o sfere della psiche umana e le esperienze corrispondenti: 1) Barriera sensoriale; 2) Inconscio individuale; 3) Livello della nascita e della morte; 4) Sfera traspersonale. Le esperienze di tutte queste categorie possono essere osservate durante le sedute di olotropica (dal greco “holos” = totalità e “trepo” = volgo in direzione di), una potente tecnica di esperenziale che impiega la (come via d’accesso privilegiata all’inconscio) musica e lavoro sul corpo.

Questa tecnica ha aperto a un numero sempre più grande di persone la possibilità di un confronto con i livelli più profondi della psiche. Chi fa esperienza di questa particolare forma di terapia rimane colpito dalla intensità delle manifestazioni fisiche ed emotive che emergono durante il processo.

 

 

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