Io e la blatta

                                        Io e la blatta

                                Mutazioni secondo Clarice Lispector

 

                                                                                          

       La nostalgia non è del Dio che ci manca, è la nostalgia di noi stessi che non siamo a sufficienza; sentiamo la mancanza della nostra grandezza impossibile

Clarice Lispector

 

 

In una intervista a Clarice Lispector, celebre scrittrice brasiliana, alla domanda sul perché i suoi libri vengono considerati così difficili da leggere e comprendere, Clarice ammette di non saper rispondere e racconta di un professore che le ha scritto indignato dicendole che i suoi scritti erano incomprensibili, ermetici, mentre, allo stesso tempo, una ragazza di 17 anni le ha confidato che gli stessi libri sono i suoi compagni inseparabili che tiene sopra il suo comodino.

Qual è allora il mistero? Come scrive Clarice? Per capire vorrei soffermarmi sul suo libro che preferisco, un libro piuttosto originale, come d’altronde lo è tutta la sua opera, considerato un capolavoro: “La passione secondo G.H.”, pubblicato nel 1964.

G.H. é una donna di estrazione sociale borghese che vive a Rio de Janeiro, della quale conosciamo solamente le iniziali, incise sulle sue valigie. Donna dai valori convenzionali, stanca di una vita sempre uguale, G.H. è sola nel suo elegante appartamento, seduta a tavola a fare colazione. La trama è apparentemente banale: la donna decide di compiere un’attività per lei insolita: pulire la camera della colf,   andata via,  e che lei credeva terribilmente sporca. Veniamo così trasportati all’interno della camera della ex colf, Janair, una donna di colore di cui la sua “padrona” fa fatica a ricordarne il volto e già all’ingresso ci si accorge che sporca, la camera, non lo era affatto. Appena entrata nella stanza – uno spazio angusto, bianco, quasi vuoto, che stona completamente dal resto della casa dall’arredamento ricercato, G.H. sente una profonda inquietudine e un grande vuoto interiore. Abituata ad avere sempre il controllo delle situazioni, si sente persa in quello spazio trascurato che sembra non appartenere alla sua dimora. Partendo da questo fatto quotidiano apparentemente senza importanza, tutta l’attenzione si riversa nel mondo interiore del personaggio: la donna si sente soffocare in quella piccola stanza “così piccola, così in alto, che sembra un minareto” e rimane scioccata quando scopre, dipinto dalla colf sulla parete con il carboncino, i contorni “di un uomo nudo, di una donna nuda e di un cane che era più nudo di un cane”. Rimane scioccata soprattutto dal realismo della pittura e dall’odio che essa esprime. Sconvolta, decide di lavare la stanza da cima a fondo: “la pulirà per sei giorni e nel settimo riposerà”, ma succede qualcosa di inaspettato: mentre apre la porta del guardaroba ha una sorpresa sgradevole che assume un significato cruciale nello sviluppo della storia, qualcosa che nella sua apparente banalità acquisisce una potenza tale da provocare una mutazione profonda nel personaggio: una blatta.

 

 

L’io e l’insetto

Gli insetti vengono percepiti dalla maggior parte di noi come qualcosa di oscuro, indifferenziato, che si muove nell’ombra. Quasi invisibili, riescono a penetrare negli angoli più nascosti delle nostre case, aggirare le nostre difese ed infilarsi nella nostra intimità. L’aspetto inquietante di tale invasione non è tanto una minaccia reale, quanto l’elemento simbolico di infrazione del nostro spazio sacro rappresentato dalla casa: la nostra identità, il nostro corpo, la nostra essenza più intima. Le blatte in particolare sembrano aggirare tutti gli ostacoli, infiltrarsi negli angoli più remoti e sono in grado di resistere ai veleni più potenti. In alcuni casi, da questo punto di vista, vengono accomunati agli insetti anche altri animali sgradevoli come topi e lucertole. Mi ricordo una piece/monologo di Giorgio Gaber intitolata “Il grigio” nella quale il protagonista, rifugiatosi in campagna per sfuggire al caos cittadino, inizia a sentire strani rumori e si rende conto di condividere la casa con un topo che non gli darà tregua: attraverso tormenti, inquietudine e molta rabbia, il protagonista sarà ben presto costretto ad uno spaventoso incontro con la sua “Ombra” attraverso il corpo peloso di quel piccolo animale che non si lascia catturare, che lo esaspera e lo spinge al limite di ciò che riconosce come se stesso.

Nei quadri di Salvador Dalí le immagini di api, formiche e altri insetti sono cariche di significati profondi e rappresentano i tormenti legati al mondo infero, all’immersione nel mondo dei sogni: “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana, un attimo prima del risveglio” ne è un esempio.

              Sogno causato dal volo di un’ape intorno ad una melagrana, un attimo prima del risveglio di Salvador Dalì

Nella metamorfosi di Kafka, Gregorio Samsa si sveglia trasformato in un insetto di dimensioni umane. La descrizione dettagliata dello scarafaggio sembra ricalcare la forma della blatta: molte zampe, le mandibole prominenti e la capacità di appiattirsi rappresentano, in Kafka, oltre alla totale estraneità, la parte più disgustosa e immonda dell’umanità.

Quando l’insetto viene percepito come minaccia, pericolo, quando suscita paura, schifo, a volte persino un terrore che va molto al di là della sua reale pericolosità, la causa è da ricercarsi nelle analogie a cui essi rimandano, nella dimensione del simbolo che si inserisce fra la realtà e la nostra immaginazione. Ma ritorniamo alla nostra blatta.

 

Dentro la stanza

Angosciata G.H. tenta di fare qualcosa, ma non trova sollievo alla sua afflizione; la vista della blatta[1]  che esce dallo sportello dell’armadio le fa sentire improvvisamente il peso della sua profonda solitudine. Ripresasi dallo spavento, ella, chiudendo la porta dell’armadio, la schiaccia facendo fuoriuscire dal suo interno una sostanza bianca-giallogna disgustosa.

Questo evento sembra avere una corrispondenza sottile con lo stato interiore della donna e agisce come catalizzatore di una profonda riflessione su se stessa, sulla sua “umanità: una sorta di miccia che esplodendo la spinge verso quella soglia della psiche che si spalanca su abissi insondabili. Quell’incontro non è semplicemente l’incontro con una blatta: è una misteriosa “chiamata” verso nuovi orizzonti e l’inizio di un flusso di coscienza che permea tutto il libro, vera e propria autoanalisi esistenziale che conduce la protagonista ad un momento cruciale nel quale si rende conto di aver abbandonato tutta la sua autenticità nella costruzione della “maschera” che ha fatto di lei la donna che è oggi.

“A quel tempo io non mi sarei mai immaginata di dovermi un giorno confrontare con questo silenzio. Con la disintegrazione del silenzio…. Il resto era il modo in cui a poco a poco io mi ero trasformata nella persona che porta il mio nome. E ho finito con l’essere il mio nome. Basta vedere sulla pelle delle mie valigie le iniziali G.H., ed eccomi. Anche dagli altri io null’altro esigevo al di là della prima copertura delle iniziali dei nomi…”[2]

 G.H. deve sciogliere l’enigma, vuole capire chi è lei e chi è l’altro ed innalzarsi verso la purezza e l’autenticità delle cose immutabili. Inizia così quella spasmodica e dolorosa ricerca della verità su se stessa, attraverso la quale intravediamo i contorni di un dramma umano universale. Verità di cui tutti abbiamo bisogno per vivere, ma che non possiamo riceverla né acquistarla preconfezionata. Dobbiamo produrla da soli nel nostro intimo, perderla per ritrovarla continuamente, in una ricerca senza fine.

“Rimango talmente spaventata quando mi accorgo di aver perduto per ore e ore la mia formazione umana… So che dovrò fare attenzione a non usare clandestinamente una nuova terza gamba che in me rinasce facile come erbaccia, e per non definire quella gamba protettrice ‘una verità’”.[3]

In un crescendo sempre più angosciante che sfocia nella fatidica morte della blatta, l’autrice rivela al lettore il travaglio interiore del personaggio: una donna di successo, che non conosce la propria identità e che la cerca disperatamente in quello spazio angusto e sconosciuto della propria casa.

C’è sempre un momento nella vita di ognuno di noi nel quale il quotidiano fluire dell’esistenza viene incrinato da un evento molto spesso insignificante, qualcosa di apparentemente esterno, ma che in realtà è determinato da un complesso disegno interiore e che spezza un equilibrio precario e si apre verso nuove possibilità esistenziali, vere e proprie epifanie impensabili fino a quel momento. Questo è un tema ricorrente negli scritti di Clarice, direi il suo marchio di riconoscimento: è proprio dal quotidiano, mantenuto attraverso rigide organizzazioni e regole che vediamo i suoi personaggi, soprattutto donne, venire trascinati al di là del tempo, chiamati alla riflessione sulla loro condizione esistenziale e all’incontro con qualcosa di molto più grande.

“Una persona dall’anima già formata” è ciò che Clarice si augura, all’inizio dell’opera, siano i suoi possibili lettori: “Quelle persone sanno come l’avvicinamento ad ogni cosa avvenga per gradi e con sofferenza – e passando talvolta attraverso l’opposto di ciò che è la meta. Quelle persone, e solo loro, capiranno passo per passo che questo libro non toglie nulla a nessuno. A me, per esempio, il personaggio di G.H. ha dato a poco a poco una gioia difficile, eppure il suo nome è gioia”[4]. Comprendo il senso della richiesta di Clarice in quanto leggere questo libro è stato per me come tuffarmi nei meandri oscuri e inaspettati del mio sentire e dell’assurdità dell’esistenza umana. Secondo alcune interpretazioni le iniziali G.H stanno per “Genere Umano”, in portoghese “Genero Humano”. Così il titolo potrebbe essere: “La passione secondo il Genere Umano”.

Straniera senza identità

Clarice è la terzogenita di una famiglia di origine ebraica che ha subito persecuzione durante la guerra civile Russa tra il 1918 e 1921. É nata a Chechelnyk mentre Pinkouss e Mania Lispector, i suoi genitori, insieme ai fratelli, percorrevano i villaggi della Ucraina prima della emigrazione. Sono arrivati in Brasile quando Chaya aveva due anni e, per decisione del padre, tutti (ad eccezione della sorella) hanno cambiato nome e Chaya è passata a chiamarsi Clarice.

É significativo questo cambiamento di nome all’ingresso in una nuova terra straniera. Il nome con il quale veniamo chiamati e che abita dentro di noi può influenzare profondamente la nostra personalità. Da tempi immemorabili al nome viene attribuito un potere magico. Gli antichi dicevano: “I nomi sono gli uomini”. Secondo la Cabbalà i nomi non sono attribuiti alle cose per pura convenzione, ma hanno un rapporto profondo e misterioso con le cose stesse. Nei riti di iniziazione si cambia nome per segnalare la nascita di un nuovo essere umano così come ai malati spesso si usava dare un nuovo nome per guarirli in quanto col nuovo nome essi ricevono anche una nuova essenza.

Introversa, solitaria, attratta e spaventata dal mondo delle relazioni, Clarice, nei panni di G.H, ci appare come una straniera nella sua stessa casa, smarrita in un labirinto di specchi alla ricerca di un’inaccessibile se stessa e tra le pieghe di quest’opera misteriosa, a tratti ermetica, ci offre la chiave per comprendere molto del dolore che appartiene a tutti noi.

 

Contesto biblico

“Andare verso il sonno somiglia tanto a come ora devo andare verso la mia libertà. Consegnarmi a ciò che non capisco sarà come mettermi in riva al nulla”[5]

La Passione di cui parla Clarice potrebbe essere vista come un processo/sofferenza attraversato dal personaggio/autrice per “purificarsi” e raggiungere uno “stato di grazia” (una allusione alla sofferenza della Passione di Cristo): un tuffo nelle profondità di sé stessa trascinando con sé il lettore attonito. Sofferenza che in ultima analisi potrebbe essere vista come la mancanza di partecipazione al flusso della vita, di quel sentimento di appartenenza a qualcosa di più grande. Jung considerava essenziale per gli esseri umani la consapevolezza che vi sia “una dimensione più profonda del reale”. Così scrive in Psicologia e Religione: “Ho curato molte centinaia di malati di mente. Tra quelli d’età superiore ai 35 anni, non ce n’è stato neppure uno il cui problema, in ultima analisi, non fosse quello di scoprire un senso religioso nella vita”[6]

 Entriamo quindi nell’ambito delle cose sacre, della rivelazione di qualcosa di più “Alto”, incomprensibile agli occhi comuni. Mentre G.H. riflette sui confini della sua umanità, vengono seminati nel testo, in un’atmosfera mistica, vari richiami a luoghi sacri, come la stanza/minareto così come simboli e citazioni bibliche che rivelano, mediante un linguaggio allusivo, ciò che sta accadendo. Le parole non sono mai sufficienti ad esprimere l’indicibile che aleggia tra le righe e tutt’intorno, in sospensione. I dubbi, le lacerazioni e l’angoscia opprimente di G.H. delineano i margini di un percorso nel quale la speranza e il richiamo alla trasformazione la rendono nostra amica e compagna di viaggio.

“Provação”[7] significa che la vita mi sta mettendo alla prova. Ma prova significa anche che la sto assaggiando. E provare può trasformarsi in una sete sempre più inestinguibile”[8].

 Jung ci parla (e ci ammonisce) di quell’anelito pericoloso ad inabissarsi in noi stessi, ad annegare nella propria sorgente: quel viaggio segreto descritto nel Libro Rosso nel quale alcuni di noi si possono riconoscere. Dal punto di vista psicologico Dio rappresenta l’alterità all’ennesima potenza ed il rapporto con Lui non sarebbe altro che una relazione con la sorgente del nostro sentire che è allo stesso tempo la temibile potenza dell’inconscio. Carotenuto nel suo libro ‘La chiamata del daimon’ immagina Kafka nei panni di un detective dell’assurdo il cui compito sarebbe quello di “smascherare Dio, mettendolo di fronte al crimine da Lui commesso: aver gettato l’essere umano in un universo senza senso. Nella sua ricerca egli segue le piccole tracce lasciate dalla divinità”[9].  Lo stesso compito possiamo assegnare alla Lispector, attraverso le pagine di questo libro.

 

 

 

La morte della blatta

Il punto culminante di tutto il testo, il momento più disperato arriva subito dopo la morte dell’insetto: quando dall’interno della blatta schiacciata fuoriesce quella sostanza bianca/giallogna ributtante. G.H è presa dall’orrore e dal disgusto che questa visione le suscita, ma sente di doverla affrontare. Presa da una violenta nausea, sente forte tutta l’angoscia che sembra preannunciare l’epifania. In un disperato tentativo di riappropriarsi dei suoi istinti primitivi e “tutta scossa dal vomito violento” la donna si accinge ad affrontare quell’abisso dell’anima nel quale bisogna calarsi perché la propria esistenza si apra alla trasformazione: l’esperienza di provare il sapore dell’insetto, un vero e proprio stravolgimento del suo mondo di prima, un mondo alienato e sterilizzato.

“Soltanto all’idea, ho chiuso gli occhi con la forza di chi stringe i denti e tanto li ho stretti che per poco non mi sono spezzati in bocca. Le mie viscere dicevano di no, la mia pasta rifiutava la pasta della blatta”[10].

Le atmosfere enigmatiche, spesso indecifrabili create dell’autrice ci ricordano le sofferenze espresse attraverso i sogni e i disegni da molti analizzandi che si rivolgono alla terapia nella speranza di accedere a quello spiraglio di vita, appena intravisto nella loro disperata ricerca di un significato alle loro esistenze.

In seguito, alcuni disegni di Michele[11], un uomo di 38 anni, talentuoso disegnatore di video giochi che si sente “perso nel labirinto”, smarrito rispetto al reale scopo della sua esistenza. L’insetto nella testa (fig. 1) sta a rappresentare l’elemento estraneo e disturbante che lo richiama ad un percorso di conoscenza e trasformazione, alla coscienza della sua “cecità” (fig. 2) e all’incontro con i propri demoni (fig. 3):

fig. 1

 

 

 

fig. 2:

 

fig 3:

Ogni opera, ci ricorda Aldo Carotenuto, è sempre, per chi scrive, una sorta di testimonianza del proprio dolore che si cerca di affrontare attraverso la pagina scritta o qualsiasi altra espressione creativa. Le figure kafkiane, come quelle della Lispector, dalle forme bizzarre, sembrano sospese tra cielo e terra ad un passo dall’abisso: Il dolore, la paura, l’amore congelato, delimitano i confini delle loro anime inquiete, scalpitanti e ci propongono il mistero psicologico dell’identità insieme alla fantasia riparatrice della propria trasformazione attraverso la liberazione di sentimenti ed emozioni. Come se il demone potesse essere in questo modo sconfitto e addomesticato.

“…io stavo essendo, io stavo essendo me stessa. Avevo smesso di sudare ed ero di nuovo completamente asciutta. Ho cercato di riflettere sul mio disgusto. Perché mai io dovrei aver disgusto della pasta che usciva della blatta? Non avevo forse bevuto del bianco latte che è liquida pasta materna? E all’atto di bere la cosa di cui era fatta mia madre, non l’avevo forse chiamata, senza nome, amore?”[12]

La chiave di lettura rimane il mondo interiore della scrittrice – un’artista per molti versi identificabile con i suoi personaggi – e la sua sofferenza. Sofferenza che travalica i confini personali e si apre ad una dimensione universale: Il viaggio come discesa nei propri abissi interiori, dal quale emerge tutta l’incertezza e l’inquietudine di una donna tormentata da domande sulla propria identità, spinta da una oscura “chiamata” verso una sempre maggiore profondità, in cui la ricerca della verità si confonde con quella dell’amore in un eterno cercare.

É la vecchia storia di un’anima ferita, costretta dalla sofferenza a costruirsi una maschera/corazza. Inaccessibilità che la allontana dalla vita che fluisce dentro e fuori di sé e che viene avvertita come una colpa. La colpa di aver tradito la Vita stessa, la quale, come le divinità irate dell’antichità, finisce per condannare chi non ha saputo offrirle la dovuta espressione. Secondo Kafka noi siamo peccatori non solo per aver assaggiato il frutto dell’albero della scienza, ma anche per non aver ancora assaggiato quello dell’albero della Vita[13].

G.H è sola in quello spazio estraneo dentro la propria casa, nel quale può dare forma alle infinite possibilità di esistenza, ammesse o escluse dal vivere quotidiano. Lì dentro, nel silenzio del mondo, l’orecchio teso ad ascoltare la propria voce interiore, la donna può finalmente riprendere il viaggio che la riporta alla sua vera dimora.

Dal momento in cui ci riconosciamo artefici delle nostre scelte e del nostro destino, la vecchia colpa assume tutt’altro significato e solo allora possiamo affrontare in maniera adulta la dimensione della legge e della trasgressione. In questo caso sia la colpa che il bisogno di espiazione non riguardano più una autorità esterna, più o meno interiorizzata, ma si delineano unicamente come tradimento di se stessi.

“Soltanto così avrei avuto ciò che d’un tratto mi è sembrato essere l’antipeccato: mangiare la pasta della blatta è l’antipeccato, il peccato assassino di me stessa.

L’antipeccato. Ma a quale prezzo.

Al prezzo di attraversare una sensazione di morte.

Mi sono alzata e sono avanzata di un passo con la determinazione non di una suicida ma di un’assassina di me stessa”.[14]

Quando la donna mangia le interiora della blatta, compie un atto di estremo coraggio che viene vissuto come un suicidio: l’abbandono della sua “maschera” civilizzata ed un tuffo coraggioso fuori dell’umano: demolirsi per ricostruirsi di nuovo.

“Oh, Dio, io mi sentivo battezzata dal mondo. Mi ero messa in bocca la materia di una blatta, e avevo infine realizzato l’atto infimo”[15]

La protagonista non agisce, ma viene agita, proprio come accade nel sogno e nell’atto di “vedere” la blatta, schiacciarla e mangiarla, trova la vera ragione del suo essere nel mondo. Il gesto assurdo si trasforma in superamento del limite, morte e rinascita di una nuova se stessa. Si trasforma in Rivelazione.

“Essere è essere oltre l’umano. Essere uomo non è un successo, essere uomo è stata una costrizione. L’ignoto ci attende, eppure io sento che quell’ignoto è una totalizzazione e sarà la vera umanizzazione cui aspiriamo. Parlo della morte? No, della vita. Non è uno stato di felicità, è uno stato di contatto”.[16]

“Contatto” significa la capacità di sentire, di farsi penetrare, di entrare in relazione non solo con il mondo, con gli altri, ma anche con se stessi. Solamente dopo questo momento è che la protagonista sente di appartenere al mondo e allo stesso tempo a qualcosa di più alto e d’ora in poi le parole non sono più sufficienti a descrivere i fatti.

“Non so come dare forma a ciò che mi è successo. E senza dare una forma, niente esiste”.[17]

Clarice considera che le troppe interpretazioni siano l’inganno che ci mantiene nell’oscurità e impedisce la consapevolezza di chi siamo veramente. Il suo ricco e complesso mondo interiore può essere pienamente vissuto, ma non descritto. L’autrice scrive per immagini perché le parole non vengono da lei percepite come un mezzo, ma come un limite all’accesso alla verità che non può essere colta razionalmente. Le metafore, i simboli e le parabole sono le forme della scrittura che meglio riescono ad avvicinarsi a ciò che sperimentiamo in questi momenti decisivi della nostra vita per coglierne un riflesso di realtà.

Il richiamo a diventare ciò che siamo (Jung direbbe “il processo di individuazione”) è il richiamo più forte che proviene dal profondo che ci è dato sentire e quanto più esso è intenso, maggiore sarà la nostra “colpa” nel caso di mancato ascolto. L’unica vera colpa, così straordinariamente espressa dalla Lispector, il peccato mortale che mai possiamo perdonare a noi stessi è l’auto tradimento, è non aver assecondato la chiamata a seguire l’unico destino nel quale ci possiamo riconoscere. L’unico che può rispondere alla domanda. “Chi sono io?”

Possiamo pensare che sia proprio l’inconscio desiderio di trasformazione a sollecitare l’inizio del percorso, quel momento inaspettato in cui si incrina il fluire quotidiano dell’esistenza ed emerge qualcosa di “perturbante”, a volte persino catastrofico. Affrontarlo significa imparare a convivere con ciò che esiste di più profondo e umano dentro di noi.

 

 

[1] Le blatte che vivono in Brasile hanno una dimensione due o tre volte più grande di quelle che vediamo in Italia.

[2] Lispector C., La passione secondo G.H., Feltrinelli Editore, Milano, 2020, pag. 21

[3] Lispector C., La passione secondo G.H., Feltrinelli Editore, Milano, 2020, pag. 13

 

[4] Ibidem, pag. 10

[5] Lispector C., La passione secondo G.H., Feltrinelli Editore, Milano, 2020, pag. 16

 

[6] C.G. Jung, Psicologia e Religione, Bollati Boringhieri Opere (Vol.11), Torino, 2000, pag 112.

 

[7] Ho lasciato la parola nella lingua originale che significa “l’atto di provare”, T.d.a.

[8] Lispector, C., A paixão segundo G. H., Rocco, Rio de Janeiro, 1998, T.d.a.

[9] Carotenuto, A.,La Chiamata del Daimon, Bompiani, Milano, 1989, pag.51

 

[10] Lispector C., La passione secondo G.H., Feltrinelli Editore, Milano, 2020, pag. 130

 

[11] Naturalmente il nome non è quello reale

[12] Ibidem, pag. 131

[13] Kafka, F., Diari. Versione integrali, Gli Adelphi, Milano, 206

[14] Lispector C., La passione secondo G.H., Feltrinelli Editore, Milano, 2020, pag. 131

 

[15] Lispector C., La passione secondo G.H., Feltrinelli Editore, Milano, 2020, pag. 142

 

[16] Ibidem, pag 131

[17] Ibidem, pag. 12