Attraversare il tramonto

É ben misera cosa un vecchio, un mantello stracciato sopra uno stecco, a meno che l’anima non batta le mani e canti, e canti più forte per ogni brandello della sua veste mortale.
William B. Yeats

 

         I boomers

 

 Cresciuti in un’epoca di benessere materiale, i baby boomers[1] sono oggi identificati in ambito giornalistico/mediatico, con determinate caratteristiche, valori, usi e costumi dal punto di vista sociologico e considerati alla stregua di una categoria antropologica. Vengono descritti come molto nostalgici dello stile di vita degli anni ottanta/novanta, periodo in cui, secondo la loro narrazione, la relazione tra gli essere umani era più autentica e profonda. In realtà, stando ad alcuni studiosi, sembra che la generazione dei boomers si sia rivelata una generazione molto più centrata su se stessa di quella dei propri figli e nipoti: una generazione che rivendica, ancora oggi, una sorta di esclusiva sulla ribellione e sulla creatività, ma finita la ribellione, senza un’autentica rivoluzione interiore – l’unica capace di produrre effetti duraturi e di lasciare il segno – la fiamma della insurrezione finisce per spegnersi, lasciando dietro di sé solamente rimpianti e nostalgia.

 “Ogni nostalgia è una specie di vecchiaia” scrive João Guimarães Rosa. É già… la vecchiaia. Oggi i baby boomers sono chiamati ad affrontare uno dei momenti più difficili di questa grande traversata che è la vita: un po’ come trovarsi in un lungo corridoio senza porte, dove l’unica porta possibile, difficile da raggiungere e che molti non riescono a intravedere, è la porta della percezione. Solo attraverso un capovolgimento di prospettiva che prevede il distanziamento dai rassicuranti ruoli, dalle identificazioni e da tutto ciò che si credeva di essere fino a quel momento, il nostro attempato ribelle potrà vivere finalmente la libertà di essere e di stare nel mondo a “cuore aperto”, senza seconde intenzioni.  Un momento fatale di rottura con il passato nel quale potrà rivolgere uno sguardo nuovo sul mondo, esporsi all’incertezza e all’ignoto e iniziare un cammino di auto esplorazione e di trasformazione dal quale possa emergere un nuovo modo di sentire, più decentrato e veritiero.

 

 

Diventare trasparenti

Da giovani percepiamo le stagioni della vita come entità astratte e procediamo in un orizzonte infinito, indefinito, dinanzi a noi scorgiamo un ventaglio di possibilità, ma il tempo scorre implacabile e ci chiama a compiere le nostre scelte. Scelte che restringono sempre di più la gamma e le sfumature del possibile e segnano nettamente i confini del vivere. Improvvisamente, quando meno ci aspettiamo l’uomo o la donna che eravamo perdono consistenza, non ci sentiamo più “visti”, siamo diventati trasparenti. L’orizzonte si accorcia: la macchina nuova potrebbe essere l’ultima, l’ultimo cambiamento nella casa, l’ultima vacanza… e ci troviamo in prima linea dinanzi all’abisso. Il tempo sta per scadere, la partita sta per finire, molti giocatori hanno già lasciato il campo e non si sa chi sia il vincitore… ma come è potuto avvenire questo capovolgimento di prospettiva?

Iniziamo allora a porci degli interrogativi, prima di tutto su noi stessi, nella ricerca di nuove risposte all’apparente non senso di ciò che accade in quanto le risposte di un tempo non forniscono più alcun sollievo o rassicurazione. Cerchiamo, in una sorta di viaggio interiore, di ricomporre le fratture, sciogliere quei nodi, profondamente radicati, che erano rimasti lì incancreniti. Il vecchio è come un animale ruminante, che fa risalire in bocca il cibo per masticarlo ancora, deglutirlo e digerirlo definitivamente.

Ripensare la vita, fare bilanci sono attività abituali di chi attraversa il tramonto. È dalla paura di vivere che nascono i rimpianti e quando il ricordo nostalgico e dolente delle occasioni mancate supera di gran lunga i sogni ancora possibili, la vecchiaia ha un sapore amaro che può costringere a trasformare in meriti le molte privazioni autoinflitte e persino la codardia di vivere. Travestiti da moralisti, si finisce per diventare detentori intransigenti dell’ordine e della stabilità.

Non possiamo negare che questa sia una fase particolarmente problematica dell’esistenza, nella quale dobbiamo attraversare il declino e cercare un porto sicuro oltre l’incognita esistenziale. È una fase di patteggiamento con gli altri, con il nostro corpo, con il mondo intero, in vista dell’imminente trasformazione. Un momento di contrattazione del nostro nuovo ruolo nella comunità umana, un ruolo diverso da quello della vita adulta.

 

 

Quale ruolo?

 

Sentimenti di inadeguatezza, di inutilità, risentimenti e umiliazioni accompagnano questa trattativa. L’importante è ascoltarci e riuscire a guardare oltre le pieghe del quotidiano, fare della distanza consapevole dal mondo che ora ci appartiene una forza contrattuale tra noi ed il destino prossimo che stiamo ridisegnando.

Nel suo libro Le età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza[2]  Francesco Stoppa paragona la vecchiaia all’adolescenza in quanto momento di trasformazione, ci parla dell’arte di invecchiare e del “tocco umano” come della capacità di lasciare spazio all’imprevedibile evoluzione delle cose. Stoppa condanna la nostra società che “odia di più la vecchiaia della morte” e che con il suo insuperabile ribrezzo per gli anziani, svilisce le vicende umane e non favorisce il passaggio generazionale.

 James Hillman ne ‘La forza del carattere ‘(1999), afferma che “la considerazione per i vecchi dipende dalla vitalità di tradizioni che mantengono il legami con un altro mondo, invisibile, vuoi attraverso la religione, le usanze, la superstizione o il folklore, vuoi attraverso la popolarità del linguaggio poetico”[3]. La vecchiaia per Hillman non è una disgrazia né una condanna, ma una forma d’arte e la condizione naturale e necessaria affinché il carattere si manifesti nella sua pienezza.

Scogli da superare e possibili metamorfosi si presentano inesorabilmente lungo la via, ma possono venir considerate non solo ostacoli ma anche opportunità di espressione creativa e innovativa, momenti di illuminazione e di apertura a ciò che era impensabile prima di allora. Prigionieri dell’azione spesso da giovani non ci rendiamo contro di “essere nel mondo”, mentre lo spazio di sospensione in cui si trova l’anziano, uno spazio di libertà dalla logica dell’utilità e del consumo, permette una più profonda percezione di se stessi, dello spessore e della qualità della propria presenza. Un’occasione per accedere ad un piacere diverso che potrebbe essere definito come la gioia di far cadere i veli e riconoscersi, di cogliere fino in fondo l’incognita celata tra le gioie e i dolori nell’equazione della vita: ogni cosa incomincia improvvisamente a palpitare ed acquisisce un sapore diverso, forse quello di sempre, ma che il nostro palato non era in grado di riconoscere. Non dobbiamo più dimostrare niente a nessuno, possiamo finalmente accedere nudi alla realtà. “Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l’uomo sa per sempre chi è”, afferma il grande vecchio Jorge Luis Borges.

Nella trasformazione progressiva del corpo, della mente, del nostro ruolo nella comunità che accompagna l’età del tramonto, ci allontaniamo sempre di più dell’immagine di noi stessi che il mondo ci aveva rimandato attraverso uno specchio ormai opacizzato. La nostra conoscenza di sempre non ci offre più supporto, dobbiamo attingere ad un nuovo tipo di sapere. Paradossalmente la vita sembra scorrere più velocemente, ma “al rallentatore”. Ora possiamo osservare i dettagli, i frammenti, l’essenziale che prima sfuggiva alla nostra attenzione. Iniziamo a “perdere le foglie”, ma c’è in realtà qualcosa di voluttuoso in questa strana percezione autunnale del tempo che sembra indietreggiare in un flusso continuo, spinto da una forza invisibile che continua a scorrere…  e si allontana per sempre, fuori di noi.

 

 

La salvezza

 

             Pablo Neruda nella sua affascinante autobiografia Confesso che ho vissuto trascina il lettore all’interno della sua vita fino al punto di farlo sentirsene parte. Così esprime Neruda il suo insaziabile desiderio/voluttà di vivere.  “Sono onnivoro di sentimenti, di essere, di libri, di avvenimenti e di battaglie. Mi mangerei tutta la terra. Mi berrei tutto il mare”[4].

               Nel 2017 sono state pubblicate le 377 lettere che Giuseppe Ungaretti (1888-1970) scrisse alla sua amata Bruna Bianco[5], un fittissimo scambio epistolare che rivela la tardiva relazione del grande poeta tra infatuazione e amore carnale. L’incontro fatale avvenne nell’estate del 1966, in Brasile, dove Ungaretti si trovava per una serie di conferenze. Aveva 78 anni quando fu travolto dal fuoco della passione per Bruna (26 anni) dal quale divampò una nuova stagione creativa.

              “Mi stringo con le due mani il viso e l’accarezzo e nel mio viso rinasce il Tuo, nelle mie mani, la più cara cosa, la sola che amo su tutte, l’anima della mia anima, sei l’anima della mia anima, l’ultima forza che mi resta, l’ultima mia poesia, la vera, l’unica vera”[6]

               Molto spesso nel bilancio della propria vita le donne si domandano quanto hanno amato o sono state amate, mentre gli uomini sono più propensi a valutare la propria esistenza nei termini delle loro “conquiste”, nel senso di auto- affermazione nel mondo sociale e lavorativo. Oggi sono più numerosi che in passato gli uomini che scorgono la propria essenza nelle pieghe contradittorie delle relazioni e provano rimpianti per gli amori non vissuti. Curiosità, “differenziazione”[7], insieme al coraggio di assecondare fino in fondo i moti della propria anima e una buona dose di anticonformismo caratterizzano quelle persone che vivono una vecchiaia soddisfacente all’insegna dei sentimenti, dei ricordi, progetti e della pienezza degli amori vissuti. Ma forse non basta.

Philip Roth, il romanziere più famoso d’America, a 36 anni scosse un’intera generazione con il suo grido di libertà: Il lamento di Portnoy. Era il 1969. Anni più tardi, nei suoi ultimi romanzi L’animale morente (2001) e Everyman (2006), ha associato l’avanzare dell’età al “diventare sempre meno”, “all’attesa del nulla”, alle malattie, al decadimento fisico, alla solitudine. Il protagonista di Everyman si trova assalito da una serie di malanni, vive tra ospedali, analisi, interventi e convalescenze e si rende conto che “la vecchiaia non è una battaglia, la vecchiaia è un massacro”.

In Ginger e Fred (1986), amaro film di Federico Fellini, interpretato da Giulietta Masina e Marcello Mastroianni, i volti smarriti dei protagonisti in mezzo al grottesco carrozzone televisivo, esprimono, nell’inconfondibile stile felliniano, tutta la perplessità e malinconia per il tempo che avanza. Mastroianni, il nostro bellissimo Mastroianni, ci rattrista quando, accorgendosi di essere vecchio, prova vergogna nello spogliarsi davanti ad una donna.

 

 

La transcendenza

  

 

In pace nella parte più interna della propria casa, illuminata da una luce nuova che rivela l’essenziale e con l’orecchio teso ad ascoltare ciò che aleggia nell’intervallo tra le parole mentre il nemico invisibile si avvicina alla porta, l’età del tramonto si rivela come l’età della vita nella quale possiamo completare la narrazione. Non più della nostra biografia personale, ma delle contraddizioni, delle sfide e di quel qualcosa di misterioso che anima il nostro desiderio di continuare ad esistere. Nonostante l’assurdità della condizione umana, la vecchiaia è un momento cruciale attraverso il quale possiamo attingere al nucleo più interno di noi stessi, trasformare e dare forma condivisibile al dolore e alla passione di essere nel mondo. Il desiderio più profondo che abita nell’intimo di ognuno di noi è in realtà una caduta: la perdita di quel controllo che ci ha sempre impedito di essere fino all’estremo. La vita ci chiama e non possiamo esimerci dal compito finale di sentirla fino in fondo e di sollevarla oltre se stessa, compito che la vecchiaia rende possibile. E questo moto vitale usiamo chiamarlo “trascendenza”.

Scrive Jung: “Così l’età avanzata è una limitazione, una strettoia. Mi ha donato però tante cose: le piante, gli animali, il giorno e la notte e l’eterno nell’uomo. Quanto più se accentua l’incertezza in relazione a me stesso, più accresce il sentimento di familiarità con le cose. Sì, è come se questa stranezza che da tanto tempo mi separava dal mondo si fosse ora interiorizzata, rivelandomi una dimensione sconosciuta e inaspettata di me stesso”[8].

Secondo Jung è nella vecchiaia che incontriamo noi stessi attraverso i ricordi: le immagini del passato che sfilano dinanzi al nostro occhio interiore. Da un punto di vista psicologico, la vita nell’aldilà appare come una sequenza logica della vita psichica nella vecchiaia. É il primo passo che ci fa accedere a quel territorio inesplorato oltre la morte: “una preparazione ad un’esistenza nell’aldilà, nello stesso modo che, secondo Platone, la filosofia è una preparazione alla morte”[9]

Donna Isabel[10], una anziana signora di 80 anni, malata terminale, chiede di vedere uno psicologo per comprendere la sua vita. Dopo alcuni giorni nei quali ha rivisitato, viaggiando all’indietro, la sua intera vita, fa il seguente sogno: 

Suo marito, morto più di 20 anni prima, sta facendo la doccia e le chiede vestiti nuovi.

Il marito arriva vestito di nuovo, porta una valigia e le dice che è ora di andare via

Questo fu l’ultimo giorno che la vidi.

 

Segue il racconto dell’ultimo periodo della vita di Agata, una donna di 72 anni, gravemente malata, ma che non è a conoscenza della propria malattia.

Agata sogna:

 Apre i rubinetti e decide di allagare la casa. La casa è coperta d’acqua e lei cerca il costume per immergersi

Mi parla delle nuvole e mi dice di guardarle spesso ora e di identificarsi con la loro continua trasformazione

Deve attraversare il fiume.  Alcuni ragazzi di colore le tirano una fune per aiutarla nella traversata (sente tanta energia)

Grandi pulizie nel vecchio appartamento, l’acqua sgorga copiosamente, pulisce a fondo.

Un membro della sua famiglia mi chiama al telefono per avvisarmi del suo stato di salute, del quale lei rimane all’oscuro.

Deve fare una doccia di purificazione e vestire vestiti nuovi. É qualcosa di molto importante: un rituale

Brinda con la sorella, morta alcuni anni prima, brinda in allegria.

Vedi la croce e pensa a Dio come a un padre spietato che uccide il proprio figlio.

Insieme al marito morto lava la cantina della vecchia casa.

Mi dice di sentirsi in contatto con spiriti che la proteggono[11] e di notte vede le nuvole che si trasformano in cielo. Mi ripete “è bellissimo” e mi dice di sentirsi bene a guardarle: “è lo spirito dei morti buoni che vengono dall’oriente”. Mi dice che il marito la chiama e che vuole andare da lui.

Sogna il vangelo di Giovanni  (Apocalisse)

Sogna il sole, lo prende nelle sue mani, ma non si scotta. Mi dice che il sole è Dio e che le vuole bene. Vede gli angeli che la vengono a prendere.

Mi chiede come sto e mi dice che mi vuole bene.

Vado a farle visita a casa. È a letto, mi dice che ha capito che sta morendo e che si sente trascinata in alto dalle anime buone e che ha tanto bisogno di fiori.

La visita successiva le porto fiori bianchi. Mi dice che ieri è stata visitata da “loro”: ‘i terribili’ (tutti i suoi brutti ricordi) in particolare quello del medico di famiglia che la palpeggiava quando era molto piccola. Mi dice e ripete che ha tanto bisogno d’amore.

Muore qualche giorno dopo.

La malattia colpisce il corpo, lo assale, segue il decadimento, la morte, la disgregazione. Un evento crudele e destabilizzante per chiunque: spariamo, diventiamo nulla… dove vanno a finire gli affetti, i ricordi, i piaceri, l’amore? Questo è il punto di vista del corpo, ma l’anima ci racconta un’altra storia, una storia di nozze: ci racconta che si ricongiungerà con la metà che le manca e che realizzerà la sua completezza.

La proverbiale nostalgia dei vecchi non appartiene a questo mondo, è “nostalgia di casa”: è sete di infinito ed esprime l’urgenza dell’anima di ritornare nella sua dimora eterna. Esigenza che non può essere compresa con la nostra coscienza razionale. In alcuni contesti spirituali la morte viene celebrata come un evento festoso, vediamo dipinti su antichi sarcofagi fanciulle danzanti e scene conviviali e ancora oggi in molti paesi viene celebrata come una festa gioiosa. 

I cambiamenti radicali e le esperienze estreme della vita (morte e rinascita) ci conducono ad una graduale disidentificazione con il corpo, iniziamo a valutare l’importanza delle cose finite nella misura in cui percepiamo in esse l’immanenza dell’infinito e siamo portati a “credere” spontaneamente in “qualcos’altro”: l’elemento animico/vitale dell’esistenza, quel filo invisibile che ci lega al nostro più intimo sentire  ed è lo stesso che ci unisce agli altri, l’elemento incorruttibile che trascende la nostra “veste mortale”.

 

 

ABSTRACT:

Attraversare il tramonto

Da giovani percepiamo le stagioni della vita come entità astratte e procediamo in un orizzonte infinito, indefinito, dinanzi a noi scorgiamo un ventaglio di possibilità, ma il tempo scorre implacabile e ci chiama a compiere le nostre scelte. Scelte che restringono sempre di più la gamma e le sfumature del possibile e segnano nettamente i confini del vivere. Improvvisamente, quando meno ci aspettiamo l’uomo o la donna che eravamo perdono consistenza, non ci sentiamo più “visti”, siamo diventati trasparenti. L’orizzonte si accorcia: la macchina nuova potrebbe essere l’ultima, l’ultimo cambiamento nella casa, l’ultima vacanza… e ci troviamo in prima linea dinanzi all’abisso. Il tempo sta per scadere, la partita sta per finire, molti giocatori hanno già lasciato il campo e non si sa chi sia il vincitore… ma come è potuto avvenire questo capovolgimento di prospettiva?

 

ABSTRACT IN INGLESE:

Cross the sunset

When we are young, we perceive the seasons of life as abstract entities and we proceed in an infinite, indefinite horizon, in front of us we see a range of possibilities, but time passes implacably and calls us to make our choices. Choices that increasingly narrow the range and nuances of the possible and clearly mark the boundaries of living. Suddenly, when we least expect it, the man or woman we were loses consistency, we no longer feel “seen”, we have become transparent. The horizon shortens: the new car could be the last one, the last change in the house, the last vacation… and we find ourselves in the front line before the abyss. Time is running out, the game is about to end, many players have already left the field and we don’t know who the winner is… but how could this reversal of perspective happen?

 

 

 

PAROLE CHIAVE: invecchiare, l’età del tramonto, malattia, decadimento, morte, trasformazione, trascendenza, nostalgia, la vecchiaia, C. G. Jung

 

                                                         L’AUTORE

 

Virginia Salles, nata a Bahia, Brasile ha studiato psicologia alla Sapienza, Roma, dove vive e lavora. Psicoterapeuta individuale e di gruppo, di formazione junghiana è specializzata in e con . E’ autrice dei libri Agua scura edito da Di Renzo Editore, 2005; Mondi invisibili. Frontiere della edito da Alpes Italia srl, 2013; Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, e la Cabalà (Alpes Italia, 2015) e  di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale. (sito web: www.virginiasalles.it).

 

Virginia Salles, born in Bahia, Brazil, has study psychology in Rome, where she currently works and studies. An individual, and group, Jungian therapist, she has specialised in transpersonal psycholotherapy, and holotropic breathing with . Author of “Agua scura” published by Di Renzo Editore, 2005, “Mondi invisibili. Frontiere della ” published by Alpes Italia, 2013, and  “Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, e la Cabalà” published by Alpes Italia, 2015, and of numerous articles on anatiytical and transpersonal psychology. (web site: www.virginiasalles.it).

 

[1] Con il termine baby boomer vengono chiamati coloro che sono nati negli Stati Uniti o in Europa tra il 1946 e il 1964, periodo di grande incremento demografico e sviluppo economico

[2] F. Stoppa, Le età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza, Feltrinelli, Milano, 2021

[3] J. Hillman, La forza del carattere, Adelphi edizioni, Milano, 2000, pag. 51

 

[4] P. Neruda, Confesso che ho visuto, Arnoldo Mondadore Editore, Milano, 1977, pag. 97

[5] G. Ungaretti, Lettere a Bruna, Oscar Baobab Moderni, Mondadori, Milano, 2017

[6] Ibidem, pag 78

[7] Nel senso del processo di “individuazione” junghiano

[8] C. G. Jung, Memorias, sonhos, reflexões, Editora Nova fronteira, Rio de Janeiro, 1963, pag 310. T.d.a.

[9] Ibidem, pag. 277. T.d.a.

[10] Il nome è naturalmente di fantasia

[11] Agata (naturalmente non è questo il suo vero nome) è una donna colta, laureata, che ha svolto un lavoro di prestigio e non è devota ad alcun credo religioso.