India dei miracoli

India dei miracoli

 

La fontana non si è seccata, la fiamma non si è estinta, il fiume scorre ancora, la sorgente sgorga tutt’ora, la luce non si è spenta, ma tra di noi e tutto ciò vi è un velo, o piuttosto un muro di cemento dello spessore di decine di metri. Deus Absconditus. Oppure ci siamo nascosti noi.

(R. D. Laing)

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“Ci sono cento porte per entrare in India, ma nemmeno una per uscire…” è la frase con la quale inizia la descrizione di un programma di viaggio. In alcuni momenti del mio trascorso in India questa frase mi ritornò in mente come se in realtà ci fosse qualcosa in quei luoghi impregnati della memoria del mondo che mi trattenesse, qualcosa che impedisse il ritorno alla quotidianità delle cose solite, l’anonima camera dell’albergo o la conversazione con altri ospiti di passaggio. Mi trovavo sempre alle prese con qualche emozione dirompente che come un ruminante cercavo di elaborare, di digerire meglio. Ho cercato a volte, davvero con determinazione, la porta per uscire dall’India, senza riuscire a trovarla.

Ma forse è meglio mettere un po’ d’ordine nel vasto scantinato della mia recente memoria e partire da quando nell’autostrada, se così la possiamo definire, che va da Dehli a Haridiwar mi sentivo come un giocatore di roulette russa, con il fiato sospeso, la mia vita sul filo del rasoio ad ogni sorpasso. Immagini caotiche sfilavano dinanzi ai miei occhi mentre l’abilissimo autista, che definirei un artista del volante, con repentine e improbabili acrobazie, proprio come il numero 10 della squadra vincente di una partita di calcio riusciva a dribblare le macchine “avversarie” che, minacciose, schizzavano come proiettili ovunque. Si faceva strada tra camion carichi di merci, autobus in velocità, carri tirati da buoi, biciclette e risciò (che meritano un capitolo a parte), mucche che tranquillamente attraversavano la strada come se sapessero che “nessuno le tocca”, abusando della loro sacralità. Scimmie, cammelli, una folla a piedi sui bordi della strada, mezzi di trasporto di fortuna di ogni genere. 180 km in 10 ore, una strada a doppia pista dove ogni corsia è mano e contromano. Arrivare a destinazione senza spargimento di sangue mi sembrava una vera e propria benedizione di Shiva.

A distrarmi dai pericoli stradali in quei momenti è stata la visione della variegata folla umana che incrociava la strada in senso opposto, reduci stanchi di ritorno dalla festa di Shiva, vestiti soprattutto di arancione e adornati con fasce colorate e fiori. Le festività si stavano ultimando in quei giorni a Haridiwar, una delle sette città sacre dell’India, sulla riva di uno dei suoi sette fiumi sacri: il Gange. A Haridiwar si svolgerà la prossima famosissima ricorrenza del Kumbh Mela nel 2010, il più grande raduno di fedeli del mondo, in occasione della quale confluiranno in questa cittadina milioni di fedeli e pellegrini da ogni luogo.

Il fiume divino

Mi trovo dentro la macchina che rallenta a causa di un ingorgo stradale, apro il finestrino perché qualcuno fuori mi porge qualcosa, lo prendo: è un piattino con dentro una minestra calda dal forte odore speziato. Arrivano immediatamente altri piattini per gli altri occupanti della macchina. Chiedo a Virsì, l’abilissimo, giovane autista indiano, di fermarsi, provo tenerezza e gratitudine per questo atto di generosità e vedo una grande tenda allestita ai bordi della strada dove si sta svolgendo un banchetto sacro in nome di Shiva. La minestra non ha un aspetto invitante, mi sforzo di mangiarla, l’assaggio ma proprio non va giù…mi sento terribilmente mortificata e vedo dai loro volti che sono rimasti delusi. Chiedo agli altri occupanti della macchina di provare a mangiarla ma solo Virsì sembra gradire la pietanza. Balbetto qualche scusa in inglese ma non sapendo come riparare la grave mancanza, gli chiedo di accompagnarmi all’altare. Una piccola folla si raduna intorno a me e mi segue fino ad un piano rialzato dove è allestito un altare in onore di Shiva: un bell’uomo con i capelli lunghi circondato da oggetti dorati, incenso e fiori di tutti i colori. Mi tolgo le scarpe e mi inginocchio dinanzi a quella immagine sacra illuminata dalla luce soffusa di qualche candela e dagli ultimi raggi di sole. Quando mi alzo e scendo dall’altare vedo che la piccola folla è cresciuta a dismisura, portano tutti in mano un bouquet, un ramoscello o un unico fiore che, con mia sorpresa, erano destinati a me! Uno per uno, anche i bambini mi donano i loro fiori, alcuni erano fiori veri, altri di carta. Con grande emozione ritorno alla macchina portando tra le braccia un immenso bouquet multicolore. Proseguo il viaggio senza più paura, l’India è amichevole e mi ha accolto nel suo grembo.

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È qui a Haridward che il Gange, neonato alle pendici dell’Himalaia e fanciullo a Rishkesh, raggiunge la sua maturità. Dalla finestra posso sentire la forza della sua corrente che trascina con sé ogni cosa; stando alle antiche credenze, è il flusso del fiume che fa progredire le coscienze. Nei locali di Haridward, secondo l’usanza delle città sacre, vengono serviti soltanto pasti vegetariani e bibite analcoliche. Mi trovo in un albergo storico che si affaccia sul Gange. Qui le tradizioni locali vengono mantenute al di là degli interessi e profitti del business. Dalla finestra posso scrutare il formicolio di gente che arriva per la festa e rende omaggio al fiume divino.

Siamo in molti a offrire alla dea Ganga, dalla riva del fiume, una composizione floreale, una minuscola “imbarcazione” fatta di foglie di banana o noci di cocco colma di petali di fiori, all’interno della quale viene accesa una fiammella. Il fiume scorre impassibile, imperturbabile, scorre tenacemente tra petali di fiori e odore di morte, tra scorse di frutta, polvere e detriti, bottiglie di plastica trascinati dalla corrente. M’immergo anch’io fino alle caviglie; riesco a vivere ogni gesto con la solennità che gli compete e a condividere la loro devozione e fede, una fede assoluta nel Gange che è la divinità stessa in tutta la sua potenza vitale. La madre Ganga è una cosa sola con l’induismo e il suo spirito, lo spirito dell’India non può sopravvivere senza il fiume, che inizia tragicamente a mostrare, a chi ha occhi per vedere, la sua lenta, inesorabile agonia. Poggio delicatamente il dono sull’acqua insieme ad altri che compiono gli stessi gesti, lo seguo con lo sguardo mentre questo, in balia delle acque, viene trasportato dalla corrente, lo seguo fino all’ultimo sussulto, quando viene inghiottito dai flutti.

Ogni mattina, secondo le tradizioni millenarie, l’immagine della divinità viene “svegliata” da un sacerdote, contemplata, celebrata e nutrita. Vestita con panni nuovi tra fiori e incenso, fuochi sacri e gesti solenni. Partecipo anch’io e, insieme agli altri partecipanti, consegno i residui di questa celebrazione alle acque del Gange. Il segno rosso di Shiva sulla mia fronte e una zolletta di zucchero o un pezzo di banana inghiottito in un boccone stanno a rappresentare il contatto con la divinità e il suo ingresso dentro il mio corpo.

La sera, durante la cerimonia del Ganga aarti (cerimonia propiziatoria di accensione delle lampade), un brivido di emozione travolge persino lo spettatore più distaccato. Una folla di pellegrini si raduna ancora una volta sulle rive del Gange in una delle più imponenti e spettacolari manifestazioni di devozione religiosa cui io abbia mai partecipato, per onorare con la preghiera il divino fiume che non rappresenta, ma è la vita stessa nel suo flusso eterno e inesorabile. Vita che si manifesta ovunque in quel momento di sospensione tra il divino e il terreno, quando ogni cosa s’illumina di sacro. Alcuni si immergono completamente nelle acque del fiume, altri, una folla compita e emotivamente partecipe, attendono sulla riva in silenzio. Silenzio solenne, abluzioni o vere e proprie nuotate, l’acqua rimane un simbolo straordinariamente vivo, di forza ineguagliabile in altri luoghi.

Il rito ha inizio, mi trovo un po’ lontano per descrivere i gesti, si accende un grande fuoco e si recitano alcuni versi che suonano come orazioni. Si aprono allora contemporaneamente tutti i santuari. Non avrei mai potuto immaginare che fossero così tanti! Bellissimi, adornati di oro, fiori e le più svariate immagini di Shiva con i suoi diversi attributi: il tridente, il tamburo, gli animali, figure danzanti, la sua consorte Parvati e il suo toro Nandi. Anche Kahli, la Nera, la terrificante Kahli, comunemente rappresentata con la pelle nera grondante sangue con indosso una collana di teschi, viene riverita e onorata. Morte e Vita vengono celebrati insieme in un ritmo vibrante di musica e colori. Tutte le campane suonano all’unisono e ogni strumento offre la sua nota a quel ritmo crescente di euforia e preghiere fino all’apice di una vera e propria estasi sonora collettiva. Un momento magico, vera e propria epifania dell’invisibile che sovrasta qualsiasi realtà.

Lasciato alle spalle Haridwar in direzione delle montagne, prima dell’ingresso nel paese c’è una scritta: “Rishikesh, il cancello dei cieli. Da qui si fa ingresso nel regno degli Dei.” Vedo anche una grande varietà di ashram sparsi ovunque che espongono foto gigantesche di guru in estasi su immensi cartelloni colorati, inviti chiassosi alla meditazione e alla contemplazione con scritte multicolori a lettere cubitali. Le numerose insegne pubblicitarie eccessivamente appariscenti insieme all’affollamento di bancarelle e ambulanti del sacro che offrono a buon mercato i loro holy gadgets, mi suscitano inizialmente un “effetto spettacolo” e una certa diffidenza, un po’ come trovarmi ai confini tra Las Vegas e Medjugorje. Ma l’imponenza del fiume ancora bambino alle sue prime acque e l’intensità spirituale del luogo e dei personaggi che lo popolano riescono a dissolvere la nebbia dello scetticismo.

Pellegrini da tutte le parti dell’India e da terre lontane arrivano per festeggiare Shiva ed immergersi nelle acque del Gange. Rishikesh, che nel 1968 accolse anche i Beatles in visita all’ashram del guru Maharishi, continua ad essere ancora oggi un crocevia di popoli, culture e fedi, meta di occidentali che arrivano da ogni luogo alla ricerca di illuminazione spirituale. Una folla di fedeli si stringe intorno al fiume e offre allo sguardo meravigliato del visitatore un caleidoscopio umano dalle molteplice sfaccettature: asceti dai corpi cosparsi di cenere, dai capelli arruffati, dagli occhi sgranati e brillanti che scrutano l’infinito. Volti, gesti, suoni, odori. Una moltitudine di personaggi dagli abbigliamenti multicolori o coperti da un semplice panno bianco annodato intorno alla vita rivelano, ognuno, un aspetto di quella realtà invisibile che qui si manifesta in ogni cosa impregnandola di sacro. Un mondo nascosto tra le pieghe dell’Himalaia con le sue foreste lussureggianti, i suoi luoghi solitari, le sue grotte abitate da asceti e eremiti, mistici dai più svariati ordini spirituali e filosofici. Corpi provati da giorni e giorni di solitudine e digiuni, dalla rinuncia al mondo conosciuto in cambio dei Regni Celesti. La sola vista di ognuno di quei volti è un’esperienza e la loro infinita ricchezza espressiva basterebbe a rendere significativo un viaggio in questi luoghi remoti. In quelle montagne hanno vissuto e meditato molti sadhu e illuminati come Narada, Rama, Krishna, Pantanjali e il Buddha, il maestro Sri Mahadeva e il suo discepolo Sri Govinda.

Tra canti, balli, fumo, incensi e una festa di colori cammino in direzione di un grande ponte che attraversa il fiume e approda dall’altra parte. Non resisto al richiamo delle bancarelle e faccio una sosta per gli acquisti: tunica a maniche lunghe e pantaloni larghi alla moda locale. Penso di cambiarmi appena sarò di ritorno in albergo, con questo abbigliamento comodo ma castigato, con le braccia coperte mi sentirò più adeguata allo spirito del luogo, più “culturalmente corretta”. Proseguo la mia passeggiata oltre il ponte, guardo le scalinate che scendono nel fiume e vedo, tra i pellegrini che si immergono per le abluzioni, una donna spogliarsi dal suo sari e scoprirsi i voluminosi seni… esponendo le sue parti più intime all’aria! dinanzi alla folla indifferente e distratta che, completamente vestita, si immerge nel fiume. L’India con i suoi paradossi non finisce mai di stupirmi. Vedo da lontano una grande statua di Ganesh, il dio dalla testa di elefante tra le sponde del fiume. Vorrei avvicinarmi, ma mi sento veramente stanca, il sole sta iniziando la sua discesa e tra poco sarà buio.

 

Il Tempio D’oro

Fondata nel 1577 nel Punjab, da Ram Dass, il quarto guru sikh, Amritsar con il suo Tempio D’oro, il santuario più sacro della religione sikh, esprime in tutta la sua potenza il cuore pulsante, generoso e accogliente del sikhismo.

Una cupola tutta d’oro dalla forma di un fiore di loto rovesciato, simbolo della purezza a cui aspirano i sikh, riflette la luce del sole in infiniti raggi luminosi di differenti intensità e colori, secondo l’ora del giorno. Circondato da specchi d’acqua, il tetto luminoso, splendente di sole e oro (si dice che la cupola sia stata dorata con 750 kg d’oro puro), in questo luogo, molto al di là della sua bellezza, si respira un’atmosfera di genuina spiritualità e fratellanza che accade, a chi è fortunato, di sperimentare poche volte nella vita.

Togliersi gli scarpe, lavare i piedi e coprire la testa sono i rituali che permettono l’accesso al tempio. All’interno del quale quattro sacerdoti leggono senza sosta brani in punjabi (il testo sacro dei sikh), con voci gravi e melodiose che ricordano una ninna nanna, sui volti un misto di fierezza e umanità. La copia originale del Guru Granth Sahib di giorno è custodita e protetta da un panno sacro mentre alla sera, in una bellissima e suggestiva cerimonia, alla quale ho partecipato, il libro sacro viene riportato a casa e custodito nel Tempio, in un luogo sicuro: all’Akal Takhat.

La parola sikh significa “cercatori della luce” e la loro fratellanza è caratterizzata da cinque simboli oltre al caratteristico turbante e a un cognome comune “Singh”, che significa “Leone” (della fede). I cinque simboli, le “Cinque K” sono: Kés: La barba e i capelli mai tagliati, raccolti in un turbante, simboleggiano la santità. Kirpân: un piccolo pugnale annodato fra i capelli, una sciabola o una spada rappresentano il potere e la dignità. Kanghâ: un pettine in legno per curare i capelli secondo quanto prescritto dall’osservanza. Kaccha: la biancheria ampia che simboleggia la modestia. Karâ: un braccialetto di ferro o d’acciaio, il coraggio

Il sikhismo riconosce un solo Dio, ma questo non può prendere forma umana. Non c’è posto quindi per incarnazioni divine o avatara, così come non esiste alcuna tradizione ascetica o monastica che isoli dal mondo e consenta di porre fine ai cicli eterni di morte e rinascita. I sikh rifiutano il sistema di caste e la disparità fra uomo e donna. Nel pensiero di Nanak (1469-1539), fondatore del sikhismo, dinanzi a Dio non ci sono indù, cristiani o musulmani, né uomo o donna, ma soltanto carità, servizio e preghiera. Ogni cosa ha luogo in questo mondo, dove viene richiesto un severo codice di condotta morale. Voltati verso l’al di qua, il mondo terreno quindi, il loro pragmatismo si rivela nell’impegno sociale e, in particolare, nel “principio di condivisione del cibo”.

Nelle cucine del Tempio arde il fuoco delle immense fornace. Il calore è insopportabile, eppure ci sono tante persone, visitatori, fedeli, pellegrini venuti da ogni luogo che, l’uno accanto all’altro, formano una immensa catena umana, contagiosamente umana. Passano l’impasto di mano in mano, gli danno forma, lo infornano. Le stoviglie da insaponare e poi risciacquare passano anch’esse di mano in mano. La pentole gigantesche colme di minestra di cereali vengono mescolate a turno. Il refettorio, dove il pasto viene condiviso da centinaia di persone, è qualcosa di indescrivibile: tutti seduti per terra vengono serviti da volontari che possono a loro volta assumere indifferentemente anche la posizione di “commensali”. Ogni visitatore può scegliere la sua collocazione in quel gigantesco alveare umano: sedersi a tavola (anzi per terra) ed essere servito o invece offrire la sua mano d’opera nelle cucina o nel lavatoio. Non ho mai visto una simile manifestazione collettiva di solidarietà, appartenenza e armonia interpersonale. La vista di questa moltitudine di volti sereni, uniti in un rito collettivo di fede e amore, mi suscita una forte emozione e mi commuove. Qui, nel Tempio, vengono serviti ogni giorno (gratuitamente) 40 mila pasti. Tutto rigorosamente basato sulle elemosine e sul lavoro volontario di migliaia di fedeli provenienti da diversi luoghi, fedi, nazionalità.

 

Il Lago incantato

A Srinagar, capitale estiva del Kashmir, mi affaccio dalla terrazza di una houseboat, sul Lago di Dal. La vegetazione che copre quasi interamente il lago trasforma i raggi del sole proiettati sulla superficie in un ventaglio di luce dai riflessi iridescenti e multicolori. Le grandi distese d’acqua ricoperte di fior di loto, gigli d’acqua e ninfee e le montagne tutt’intorno, rendono il paesaggio surreale. Le shikara, le gondole del lago, iniziano ad arrivare fluttuando tra i canali e i giardini terrazzati, offrendoci le loro mercanzie: fiori del lago, artigianato in cuoio, scialli in pashmine. C’è anche la shikara del fotografo e quella del sarto. Ci sono botteghe di ogni tipo e un mercato galleggiante di frutta e verdure dove possiamo arrivare navigando con le shikare.

Gli scialli e le stoffe di lana pregiate si trovano nelle botteghe più fornite e vengono confezionate con la lana della Capra hircus, capre coperte da un velo finissimo che le protegge dal freddo intenso, tipiche delle regione himalaiane; più in alto pascolano le capre, più la qualità della lana è pregiata. Una volta confezionate, vengono chiamate lana pashmina o “cashmere”, morbidissime lane dai colori brillanti. Ma la più preziosa tra tutte le lane, ancora più preziosa della lana cashmere, è lo Shahtush, chiamato anche “la lana del Re”, con la quale si tesse il famosissimo ringshawl, uno scialle caldissimo, soffice e leggero che viene chiamato così, “scialle dell’anello”, perché con la sua dimensione di uno per due metri passa attraverso un anello nuziale, (faccio la prova ed è vero!). È la lana più rara e preziosa al mondo. La si ottiene dal “chiru”, uno stambecco che in inverno resiste a temperature inferiori ai quaranta gradi sotto zero, una specie protetta, in via di estinzione. Quelle che si trovano qui in commercio si dice che vengano confezionate con i ciuffi rimasti impigliati negli arbusti dopo il passaggio di un branco, raccolti dalle tribù nomadi. Lo shahtush viene tessuto nei suoi colori naturali, marrone o bianco, in varie tonalità. Più il colore è chiaro, più costosi e pregiati sono gli scialli che raggiungono, nelle boutique di tutta Europa, prezzi inimmaginabili. La lana bianca prodotta dal sottogola è pochissima ed è necessario raccogliere per dieci o quindici anni l’intera produzione di un animale per averne a sufficienza da tessere un solo scialle bianco. Questi Shahtush bianchi erano destinati ai re e agli imperatori moghul e alcuni venivano da questi utilizzati come regali ai regnanti stranieri o inviati come dono ai potenti d’ Europa. Si dice che sono talmente caldi da far schiudere un uovo di gallina soltanto avvolgendolo con questa lana (ma questa volta non ho fatto la prova!).

Qui nell’oasi tranquilla del Lago di Dal tra fiori di loto e ninfee, sulla veranda di una pittoresca houseboat, tra tappeti, boiserie intarsiate e giardini terrazzati, il movimento dell’acqua e il rumore delle shikare che scivolano sulla superficie del lago, sono un invito all’assopimento, al dolce far niente vacanziero. Ma non si può dormire tranquilli a Srinagar, “il paradiso in terra” degli inglesi e dei maraja. Questo magnifico lago è oggi tragicamente circondato da carri armati, fili spinati e trincee, da uomini in tutta mimetica e da un fornito arsenale di armamenti di guerra. Le cause di tutta questa intromissione bellica sono le controversie in merito allo status politico del Kashmir e le tesissime relazioni diplomatiche tra India e Pakistan che fanno di questo luogo una delle zone più inquietanti al mondo sotto il profilo politico. Le sommosse provocate dai separatisti kashmiri e dagli agitatori pakistani hanno provocato migliaia di vittime tra militari e popolazione civile. Stando alle descrizioni delle agenzie turistiche la situazione in Kashmir si sta lentamente normalizzando, ma non è questo esattamente quello che si presenta agli occhi del visitatore, anzi, sembra tutt’ora un luogo piuttosto imprevedibile e pericoloso. La presenza dell’esercito dappertutto è più che tangibile, è fastidiosa e molto invadente: inquietanti e minuziosi rituali di perquisizione e rovistamento tra le nostri borse, vestiti, tasche…mutande. Pattuglie militari e inospitali, posti di blocco circondati da fili spinati custodiscono gli invalicabili confini. Né le scarpe, né i pacchetti di sigarette sfuggono all’occhio attento di impassibili controllori. Persino nei templi aleggia l’inquietante sensazione di non essere al posto giusto e nemmeno nel momento opportuno. “Vaaaaattene!” mi sembra quasi di udire un coro di voci.

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Camminando nella città vecchia entro nella moschea di Shaha Hamden, un luogo di culto musulmano, religione predominante nel Kashmir, mi sento travolgere dalle grida di dolore di alcune donne velate che piangono disperatamente dinanzi ad un santuario. Dall’esterno si vede un corpo morto ricoperto da un telo. La loro disperazione mi fa subito pensare che il defunto sotto il telo sia un loro figlio, marito, padre, fratello, morto in chissà quali drammatiche circostanze… ma rimango allibita di fronte alla risposta della guida che spiega che lì giace le preziosa reliquia del venerato Pir Dastgir, la cui morte risale a molti secoli fa! Poco distante si trova la tomba del profeta Gesù, il nostro Gesù, che, secondo le fonti islamiche, non è morto nella crocifissione. Sopravissuto ad essa si recò in India, sposò una fanciulla kashmira e lì visse fino alla veneranda età di 85 anni!

La montagna sacra

Il Ladakh è accessibile via terra soltanto nei mesi estivi (da maggio a ottobre) mentre negli altri periodi dell’anno le montagne innevate isolano completamente la regione e le strade sono ricoperte di metri e metri di neve. Ciò che caratterizza questo antico regno è proprio questa inaccessibilità che, insieme alla sua secolare tradizione buddhista, lo distingue nettamente dal kashmir musulmano e del Jammu induista.

Per raggiungere questo luogo remoto che per secoli è rimasto isolato dal resto dell’India (la capitale del Ladakh, Leh, d’inverno è raggiungibile in aereo solo quando il cielo è sereno) dobbiamo attraversare le insidiose e spettacolari strade himalaiane. A picco sulle vallate, queste strade, le più alte del mondo, si affacciano a strapiombo, senza alcuna protezione, su vertiginosi abissi che provocano nel viaggiatore più spavaldo i brividi delle montagne russe e delle folli giostre di un Luna Park. L’inquietante presenza di militari lungo il percorso ci fa ricordare costantemente che ci troviamo sui confini instabili con il Pakistan e la Cina.

Dopo molti chilometri, con il fiato sospeso tra l’abisso e le nuvole, iniziamo a riconoscere i primi segni buddhisti: le stupe e le bandierine che diffondono le preghiere al vento fino a giungere ai templi e monasteri in architettura lamaista nascosti nei luoghi più remoti del Ladakh. Le stupe sono composte da cinque figure geometriche, l’una sopra l’altra: cubo, sfera, cono, calotta e la falce di luna che rappresentano i cinque buddha supremi, i cinque elementi del cosmo (terra, acqua, fuoco, aria, etere) e i cinque punti cardini del corpo umano (addome, ombelico, cuore, gola, cervello).

Gli occhi mi bruciano. Guardandomi allo specchio vedo il mio viso stravolto da tre notti di insonnia. Dai 3500 metri in poi ho perso totalmente il sonno, questo è un sintomo molto comune in chi non è abituato a queste altitudini. Gli altri sintomi, ben più gravi richiedono cure particolari e il ricovero ospedaliero, un problema di non facile soluzione da queste parti. A volte l’effetto dell’altitudine sulla pressione e circolazione sanguigna può risultare fatale.

A 5600 metri di altezza l’aria è rarefatta e sembra costringerci a camminare al rallentatore, i movimenti bruschi accelerano i battiti cardiaci e rendono faticoso il respiro. Il panorama che si offre allo sguardo estasiato dell’osservatore è mozzafiato e ci ricorda i desertici paesaggi lunari: passi e picchi innevati emergono tra le nuvole e ad un certo punto dell’ascesa vette e vallate acquisiscono colori insoliti che vanno dall’azzurrino al violaceo, dal lilla al bordeaux e al verde smeraldo, e brillano sotto la luce del sole.

La natura regna sovrana e fa emergere una profonda emozione, abituale in chi vive in paesi non ancora completamente civilizzati o civilizzabili: lo stupore e la meraviglia di trovarsi dinanzi ad una Natura più potente dell’uomo, di trovarsi al cospetto di una forza viva (non ancora addomesticata) così potente da incutere soggezione e timore reverenziale e risultare di molto superiore alla nostra capacità di contenimento e elaborazione. In luoghi così straordinari e maestosi la nostra abituale percezione del rapporto uomo-natura viene completamente stravolta, sovvertita. Per l’uomo moderno, non più abituato a confrontarsi con la forza primordiale, questa percezione può risultare estremamente conturbante.

Le strade curvilinee della montagna, le gigantesche statue di Buddha, le ruote e le bandierine che diffondono nell’aria la preghiera mi riportano lentamente alle consuetudini del mondo secolare. Nel monastero di Spituk, a Leh, alcuni monaci stanno ultimando un mandala fatto di polveri colorate. Osservo il loro movimenti, i gesti lentissimi e la partecipazione totale all’azione che stanno svolgendo. I mandala assolvono il compito di una cartina stradale durante il percorso meditativo che conduce alle profondità dell’essere, una vera e propria mappa con tutti gli ostacoli, i pericoli e trabocchetti a cui vanno incontro coloro che intraprendono il viaggio interiore. È indispensabile conoscere e saper interpretare correttamente i differenti simboli e i “codici d’accesso”, chiavi di apertura del cancello dei cieli. I mandala possono essere dipinti, costruiti in pietre o con chicchi di riso. Quelli non dipinti sono creati appositamente per essere distrutti durante alcune cerimonie al termine delle quali essi vengono dissolti con un rituale. Il significato di queste cerimonie rimanda a un punto cardine della filosofia buddhista: l’impermanenza di tutte le cose. Nel monastero Spituk ogni anno viene gettato nel fiume Indo un mandala dedicato alla pace del mondo.

I Gompa (luoghi di culto e insegnamento) e i monasteri del buddhismo tibetano dominano il panorama del Ladakh con i suoi suggestivi giardini, cortili e portali intagliati. Le numerose svastiche dipinte sui muri d’ingresso e negli affreschi dei Templi suscitano un certo sbigottimento, un po’ come trovare “i cavoli a merenda”, ma un monaco nel Gompa di Lamayuru mi spiega: “rappresentano l’indistruttibilità di ogni cosa”. Un altro monaco nel monastero di Archi aggiunge: “rappresentano la natura e l’armonia”. Enormi affreschi colorati, i tang-ka (pittura su stoffa) e un’atmosfera ovattata e solenne caratterizzano gli spazi interni di questi luoghi sacri, crocevia di culture e tradizioni religiose diverse che conservano con il Tibet un legame più profondo che con l’India delle pianure.

Il lamaismo qui si è allontanato dal carattere filosofico del buddhismo originario, divenendo una religione vera e propria divisa in numerose scuole, molto spesso in conflitto tra loro. Le due scuole principali sono quelle dei “berretti rossi” (predominante in Ladakh) e dei “berretti gialli” (che fa capo al Dalai Lama). Le numerose, a volte gigantesche statue di Buddha che si vedono ovunque, si differenziano tra loro per le posizioni delle mani e per gli oggetti che gli circondano: Amitabha, il buddha in meditazione tiene le mani sull’addome con la palme rivolte verso l’alto, Vairocana simboleggia l’insegnamento e tiene le mani all’altezza del cuore, Maitrwya, il Buddha che verrà, sta in posizione canonica (in piedi o seduto). Altre divinità sono dipinte in diversi colori (blu, verde o rosso) e portano, appese alla vita, cinture di teschi o teste mozzate. Le inquietanti figure, tra il divino e il demoniaco, a cui vanno incontro i praticanti del tantrismo nel loro percorso spirituale appaiono anch’esse spaventose. La Dea Tara, principale divinità femminile, raffigurata nei colori bianco e verde, appare circondata da altre divinità minori dell’aspetto più animalesco che umano che rappresentano i fenomeni della natura. Sono i residui di antiche tradizioni religiose delle civiltà agro-pastorali nelle quali il culto della natura era molto più importane del rispetto dei libri sacri. In queste tradizioni la divinità è femminile e predilige l’amore che trascende ogni cosa, comprese le proibizioni e i tabù, al contrario del Dio Padre che è sempre associato al rigore e alla disciplina del culto. Nel culto del divino femminile, come nel buddhismo, viene eliminata la distinzione tra il creatore e il creato: la Dea Madre è ovunque e tutto ciò che esiste è parte di essa. Non occorre decifrare il mistero della vita, bensì farne parte.

Nel buddhismo non viene riconosciuta una vera e propria divinità femminile, ma il suo principio fondante (come nel taoismo) è lo stesso della Dea Madre in quanto afferma che “tutto è una cosa sola”. La Via del buddhismo non è quindi la ricerca di qualcosa che si trova al di là del mondo come nell’induismo, né è il frutto di una disciplina ascetica e monastica (la legge dei Padri) che isola dalle cose terrene. Il Dio delle vette himalaiane non si trova in un’altro mondo contrapposto a questo e sospeso tra cieli infiniti, il mondo celeste è qui e ora, racchiuso nel cuore della materia. Immanente al mondo stesso, il divino richiede per risvegliarsi e svelarsi che impariamo a morire, un gesto estremo di partecipazione, coinvolgimento e resa incondizionata.

Ogni volta che dentro di noi si inasprisce la tensione tra la libertà di sentire e celebrare la vita e l’obbligo di obbedire, tra il Dio che controlla il mondo e la Dea che lo vivifica ed è parte di esso, emerge dalle profondità dell’animo umano l’archetipo del “Tutto”, l’impulso verso l’Unione e il superamento dei limiti esistenti tra le cose del creato. Un impulso trasformatore che esige la trascendenza dei nostri confini abituali e la creazione di un nuovo linguaggio, di nuovi segni, suoni e simboli.

Di parole possibili per nominare le cose impossibili.