L’Eden abbandonato

L’Eden abbandonato

di Virginia Salles, Roma

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Un cuore spezzato

La qualità più tipica dell’essere umano è la sua capacità di porsi domande, di squarciare il velo delle apparenze e cercare l’essenza della vita nelle cose nascoste. Secondo Freud quando l’uomo si domanda “che senso ha la vita?”, è già malato. Nobile malattia questa che nasce da una mancanza profonda, da un sentimento indefinito di abbandono ed eterna insoddisfazione e che definisce la nostra stessa  natura, la nostra umanità.

La storia  umana potrebbe (o dovrebbe) iniziare proprio da questa insoddisfazione, dalla scoperta che esiste una mancanza e quindi un desiderio per qualcosa che va oltre le nostre apparenti  necessità; un desiderio che va oltre la famiglia, la casa, i riconoscimenti, il successo, il denaro, la  sicurezza, che è molto di più di tutto questo e che non è stato ancora scoperto dal consumatore moderno  né dalla pubblicità. Un desiderio per qualcosa che riusciamo a scorgere solamente ad occhi chiusi, nei nostri sogni più arditi. Non conosciamo la radice della nostra insoddisfazione, ma la  scoperta della nostra mancanza più profonda va di pari passo con la scoperta della nostra inadeguatezza ed insufficienza, la cui consapevolezza implica una grave crisi esistenziale individuale e collettiva. Non sappiamo ben definire questo agognato “qualcosa” senza che ci venga in mente l’immagine di un Paradiso perduto, un Paradiso dal quale, nella notte dei tempi siamo stati “cacciati”.

Una frase cabalista afferma che non c’è recipiente più perfetto di un cuore spezzato. Le pene della vita ed il grido di dolore per ciò che è stato perduto, se accettate e comprese, diventano elementi propulsivi all’apertura nel nostro cuore, attraverso il quale può risplendere una nuova consapevolezza. E’ questo il senso del verso del Cantico dei cantici: “spia dalle fenditure”.

La stessa radice della parola “mito” (dal greco mitos) ci richiama ad “entrare nel Mistero” ed il più antico dei miti, il mito di Adamo scacciato dal Giardino dell’Eden, ci invita ad un viaggio di ritorno e cela un “segreto” esistenziale molto importante di cui ci parla Nadav Crivelli, cabalista brillante e aperto alle più svariate forme del sapere: questo segreto è la “Via all’albero della vita”, la conoscenza preziosa di ciò che in psicologia chiamiamo “inconscio”, nei suoi vari livelli di profondità: personale (Freud), collettivo-archetipico (Jung), profondo-spirituale (transpersonale). Nel linguaggio della Cabalà questi tre livelli di coscienza vengono definiti: la consapevolezza normale dell’individuo, l’inconscio e il super-conscio.

L’Eden, il giardino delle delizie, non può rappresentare che uno stato di coscienza, un’armonia ritrovata che anche in ambito transpersonale viene definito appunto “super-conscio”: una forma di conoscenza numinosa, la profonda consapevolezza di chi siamo unita alla visione dell’insieme al quale apparteniamo. Visione che è contemporaneamente un misto di comprensione ed emozione insieme ad un oceano di piacere: il piacere, dicono i cabalisti, di “ricevere la Luce” e conoscere quella parte di verità  che fino a quel momento non era stata ancora integrata nella coscienza limitata. E’ lì che si trova il seme della nostra crescita personale, le risposte alle nostre domande  fondamentali e la capacità di aiutare gli altri nella loro evoluzione: nel percorso “a ritroso” lungo l’Albero della vita.

Nella visione della Cabalà l’inconscio è il “non compiuto”,  uno spazio infinito, nascosto alla nostra consapevolezza ordinaria, carico di energia e potenzialità che gravita intorno al  nucleo centrale della nostra personalità (il “Sé” di Jung). E’ il polo femminile dell’essere nel suo significato archetipico e la nostra lontananza da questo nostro nucleo autentico viene rappresentato nel mito come “la caduta” e in ambito cabalistico viene definito “la condizione d’esilio” nella quale ci troviamo –  una condizione di  abbandono di noi stessi. Il nostro dramma è quello di aver definito “normalità” questa condizione di alienazione esistenziale.

Prendere coscienza di questo stato di esilio significa metterci alla ricerca della via di ritorno per “riannodare i lacci” , o “costruire  ponti”, tra questo nucleo eterno e la nostra personale interiorità. Questa “via di ritorno” di cui parlano tutte le nostre tradizioni spirituali e la Cabalà in particolare, è una doppia via, ci ricorda Crivelli: una via che sale e poi scende, una via che entra ed esce; infatti in ogni  percorso di ricerca interiore è di importanza fondamentale che ci sia sempre la possibilità del ritorno.

Jung, nei suoi libri, ci descrive questo “cammino verticale” che, come la corrente di un fiume, percorre a ritroso il nostro “cordone ombelicale” e lancia il suo grido d’allarme quando ci ricorda che molto più dei nostri “Templi di pietra” –  espressione di una religiosità ancora immatura e ormai privi di qualsiasi accesso alla dimensione trascendente dell’esistenza – l’uomo moderno ha un immenso bisogno  di simboli. Simboli capaci di unire ciò che è stato separato e di ristabilire la congiunzione tra la nostra parte fisica e quella spirituale. Simboli che uniscano la terra con il cielo e tutte le “cose” del nostro mondo con la loro radice archetipica. La psicologia junghiana, come la Cabalà, considera questa esperienza di abbeveraggio dal pozzo della vita il vero scopo della nostra esistenza.

 

 

Il   Pardes

 

I cabalisti ci descrivono un giardino segreto, il Pardes, “il giardino dei melograni” del Cantico dei Cantici: il più bello, ma anche il più pericoloso, un giardino nel quale chi entra non è mai sicuro di poterne uscire. Nel Talmud viene raccontata una storia che ci aiuta a comprendere, la storia di quattro rabbini saggi e santi: il primo di loro quando vide il giardino provò un tale stupore che cadde fulminato prima ancora di entrare; il secondo rabbino invece provò una gioia immensa e si mise a ballare, un ballo così vorticoso che non riuscì più a fermarsi ed impazzì. Il terzo rabbino varcò la soglia del giardino, ma uscì all’istante rinnegando la propria fede e tutto ciò che aveva amato fino a quel momento: diviene il messaggero della devastazione. Il quarto rabbino fu il solo ad attraversare il giardino e a tollerare  lo splendore senza ridursi in cenere. Lui aveva un altro tipo di conoscenza, la conoscenza di ciò che non si può dire, “di quel soffio che si trova nello spazio tra le parole”. Crivelli vedi in questo racconto una metafora dei quattro livelli di comprensione presenti nelle scritture sacre: i primi tre sono rispettivamente i livelli letterali, simbolico e etico e il quarto è l’approccio della Cabalà: il livello di conoscenza segreto, mistico i cui strumenti vanno oltre il razionale.

L’esilio da questo giardino significa per la Cabalà solamente un lungo intervallo… siamo tutti  esiliati in attesa del momento propizio per farvi ritorno. L’archetipo dell’Abbandono è il paradigma stesso della nascita umana e dell’esilio da questo giardino incantato, al quale per tutta la vita ci struggiamo di poter tornare. La di Grof,  attraverso lo studio  di profonde esperienze di auto esplorazione interiore, fa un parallelo tra  questo  sentimento  universale  di abbandono e l’esperienza del nascituro bruscamente “cacciato via” dal grembo materno, il suo paradiso amniotico, nel quale viveva in uno stato di perfetta armonia e  beatitudine. Grembo materno che gli era ormai troppo stretto e che lo ha spinto drasticamente verso la porta d’ingresso del mondo attraverso un percorso doloroso. Dolore che viene espresso dalle grida e dal pianto dei neonati, il cui eco sembra risuonare per sempre dentro di noi.

Oggi l’ingresso nel Giardino del Pardes è possibile, non è più così pericoloso perché abbiamo gli strumenti necessari a contenere la “folgorazione”. La psicologia ha fatto passi da gigante nello studio di questi stati di coscienza “speciali” e delle diverse modalità di elaborazione della “esperienza numinosa”, come la definiva Jung. Dall’altra parte la scienza moderna, nel campo della fisica in particolare, della biologia, della cibernetica, della teoria dei sistemi etc… ha elaborato una visione del mondo capace di contenere e convalidare questo tipo di esperienza emozionale e la conseguente apertura cognitiva.

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Dobbiamo comunque procedere con cautela, non si può dire che non ci sia nessun pericolo in questo giardino: il pericolo è direttamente proporzionale al nostro grado di “separatezza” (esilio). E’ un percorso inverso dalla separatezza, inverso dal percorso che facciamo per fare ingresso nel mondo: il passaggio da un stato di purezza originaria alla condizione di esistenza “separata”. L’abbandono del “paradiso amniotico” viene associato, in ambito religioso, all’idea di “peccato originale”.

 

 

 

Il recipiente rovesciato

 

Durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con la olotropica, può accadere di  rivivere questo momento doloroso che per alcuni studiosi (Otto Rank, per esempio) è il “Trauma dei traumi” dell’essere umano: la nascita. In questi casi lo stato intrauterino o “universo amniotico”  viene descritto come un momento di indescrivibile beatitudine, libertà ed espansione, un’esperienza del “senza limiti”, definita “estasi oceanica”. Stando a ciò che viene descritto da chi vive questo tipo di esperienza, il passaggio difficile e sofferto attraverso il canale del parto durante la nascita accresce sempre di più il senso del “limite” e di confinamento in una dimensione corporea fino al dolore estremo:  il “dolore della nascita”. Possiamo aver superato questo trauma dal punto di vista fisico ma non averlo mai realmente elaborato dal punto di vista psicologico.

Lo studio della cabbala è soprattutto lo studio della Natura e dei suoi segreti carichi di  messaggi silenziosi  rivolti a chi “ha occhi per vedere”, “orecchie per ascoltare”, “cuore per sentire” e che riesce a cogliere le tracce della memoria divina incisa nelle cose del mondo. Nella Cabalà, come ci racconta Crivelli, anche l’utero ha il suo segreto che è quello di essere un recipiente rovesciato, il recipiente che contiene qualcosa di molto prezioso: la vita umana.  Di solito in ogni recipiente naturale il fondo si trova in basso e l’apertura in alto. Il più importante di tutti i recipienti invece è capovolto. Riflettere su questo paradosso della creazione ci fa capire che la vita umana deve superare la sua stessa natura (opus contra naturam, direbbe Jung ), se vuole raggiungere la consapevolezza di sé e portare a compimento la propria missione nel mondo. L’utero viene considerato un portale, una “doppia porta”: la porta della nascita fisica attraverso la quale il nascituro viene alla luce, ma anche la porta tramite la quale l’essere umano accede ai segreti più riconditi dell’esistenza, per poi ritornare indietro e portare avanti il proprio compito sulla terra: la porta della rinascita spirituale. Una sorta di finestra aperta verso il nostro cielo interiore, dalla quale proviene il flusso vitale che accende la luce della consapevolezza e che può operare radicali cambiamenti nelle nostre vite.

La nascita rappresenta quindi uno “spartiacque” tra il mondo fisico-materiale (personale) e la dimensione spirituale (transpersonale) o ancora tra la psicologia tradizionale ed i grandi sistemi psicologici-spirituali. Lo studio sistematico e approfondito di questo momento iniziale della vita di ogni essere umano ci offre un importante ponte di collegamento tra visioni del mondo e della psiche umana finora inconciliabili.

Il momento iniziale dell’esistenza contiene in sé  il suo scopo finale, così come il seme della nostra individualità porta già in sé lo stesso Albero. La compiutezza di un essere umano non emerge quindi solamente alla fine del viaggio della vita, ma durante tutto il cammino e viene guidata dallo stesso seme che con il tempo si disvela: una sorta di DNA psichico-spirituale. La vita è la condizione naturale e necessaria affinché il seme/individualità di un essere umano si confermi e si compia. Questa idea del seme che contiene in sé l’intero Albero viene definito dalla scienza moderna “ologramma”.

 

 

 

Il pozzo della vita

 

 

Nel mondo ebraico, come in quello greco, il tempo ha due qualità: l’una è quella lineare e ordinaria, relativa alla nostra esistenza mondana, è il tempo cronologico dei greci, Krono: il tempo che fluisce dal passato, attraverso il presente verso il futuro. L’altra qualità si riferisce al tempo del mito che si verifica in ogni istante, è l’eterno presente connesso con quella parte unica  ed irripetibile di noi stessi che procede dal compiuto verso l’incompiuto. E’  il tempo interiore, simile al tempo definito Kairos dai greci, associato all’idea di cambiamento e di opportunità.

Prima ancora della nascita, nel tempo del mito, stando a quanto ci raccontano le nostre tradizioni spirituali, la nostra anima “sceglie” un’immagine mitica, qualcosa come un “schizzo divino” di ciò che poi sarà la sua vita sulla terra, ma l’ingresso nel mondo la fa dimenticare questa  affermazione della propria volontà di essere nel mondo. Avere una potenzialità e non utilizzarla è molto più doloroso di non averla per niente e l’anima soffre per questo oblio e aspira ardentemente a ritrovare se stessa, a esprimere la sua unicità.

Ognuno di noi si porta dentro questo segreto profondo, una sorta di “codice” della propria individualità, “la promessa che il seme fa alla parte più nobile di se stesso mentre ancora si trova agli inizi della vita”, ci ricorda Crivelli: portare a compimento la novità che ognuno di noi rappresenta, ciò che siamo venuti a fare o a dare al mondo con la nostra nascita. La custodiamo nel profondo di noi stessi come un’intuizione etica più o meno nitida, a seconda del nostro stadio evolutivo insieme a quelle nostre caratteristiche irripetibili: abilità, interessi, doti creative, qualcosa di esclusivamente nostro che non sempre siamo in grado di scoprire da soli.

Inizialmente questa aspirazione appare alla nostra coscienza come qualcosa di oscuro, nebuloso, come una forza sconosciuta che dall’intimo ci trascina verso l’ignoto, verso qualcosa che sentiamo di dover afferrare, abbracciare con tutto noi stessi e che allo stesso tempo temiamo per l’immensa forza trascinante. Questo qualcosa di oscuro che possiamo definire come la nostra inconscia identità o la nostra identità spirituale (i “talenti” dei Vangeli), ci chiede la propria realizzazione.

Abbandonarsi a questo richiamo col solo sentimento è considerato da Rudolf Steiner “un atto d’amore” e  “deve essere possibile” , sostiene il padre dell’antroposofia, all’uomo accettarlo, anche se ignoto, prima ancora di poterlo pensare. Questo richiamo dell’Eterno, al quale aspiriamo intensamente di congiungerci, descritto dai mistici di tutti i tempi, viene definito da  Goethe “l’Eterno femminile” e racchiude il senso profondo di tutta la tragedia del Faust.

Quando attingiamo a questa essenza segreta di noi stessi, al “pozzo della vita”, la nostra esistenza acquisisce una maggiore  intensità. Più contatto abbiamo con questa dimensione interiore più i sentimenti e le emozioni si ravvivano, diventano più chiari e intensi e più la vita diventa “degna di essere vissuta”. Ad un certo livello d’intensità possiamo persino riuscire a percepire l’eternità di ogni attimo presente. Durante questo viaggio di ritorno che i cabalisti descrivono come  la risalita dell’Albero della vita, riusciamo a ricordare i tratti del disegno prescelto e a volte anche l’intero contenuto della nostra immagine originaria ed a riappropriarci della chiave del nostro destino.

Attingere dal pozzo della vita è tutt’altro che un’impresa facile, in quanto  il nostro oceano interiore è custodito dai “guardiani della soglia”, che come cerberi minacciosi ci tengono alla larga dalla sorgente preziosa tanto desiderata. “Il pozzo” è la sorgente di tutta la conoscenza alla quale aspiriamo, il luogo dove sono contenute le istruzioni sul come raggiungere il divino dentro di noi. L’acqua che da esso sgorga è simbolo dell’amore e della più profonda esperienza di consapevolezza, gioia e pienezza emotiva, la sola cosa capace di soddisfare  completamente la nostra sete esistenziale. Secondo la Cabalà l’acqua e l’umido hanno la proprietà di “sciogliere” e di “unire”, di riallacciare due cose separate e rappresentano quindi  l’unica forma del sapere  che può  porre fine al nostro sentimento di abbandono e di esilio esistenziale.

 

 

 

 Malkhut

 

Possiamo tentare di comprendere le sefirot dell’Albero della Vita immaginandole come le radici archetipiche della realtà che emanano diverse intensità dell’energia divina. Questi dieci differenti aspetti del divino non rinchiudono ne limitano la complessità del mondo interiore ma ne esprimono contemporaneamente sia la molteplicità che l’assoluta unità, insieme alle infinite potenzialità umane. Ogni sefirot riceve la totalità della Luce “increata” (potenzialità creativa), ma la esprime secondo le caratteristiche che le sono proprie.

L’Albero della Vita viene percorso in salita, dal basso verso l’alto. Il primo gradino dei suoi dieci livelli, Malkhut (il Regno), chiamato anche la prima sefirot, è la creazione stessa, l’immanenza divina. E’ il mondo dell’azione fisica, il punto più basso della creazione che segna l’inizio del cammino di risalita.

Nelle parole di Crivelli: “Malkhut è il ricettore per eccellenza, il vuoto disponibile; il suo colore è il marrone, il colore della terra. In essa ha la sua radice il desiderio di ricevere, una delle due forze fondamentali che animano la creazione”.

Uno dei più importanti concetti della Cabalà, Malkhut è quindi “la stazione finale”, il luogo dove finisce la discesa della Luce nelle tenebre della materia che diede inizio al processo della creazione (la restrizione) e dove può avere inizio il percorso inverso di ritorno al divino. “Agli inizi Malkhut è solamente una sensazione di mancanza, di vuoto, di dipendenza e di passività. Può consistere in solitudine emotiva, o nel cuore spezzato da un amore non corrisposto, nella durezza della povertà o della malattia, nella vicinanza alla morte. È un senso d’oscurità, di sterilità…”. Nello Zohar c’è scritto: “Malkhut non ha nulla di proprio”.

In Malkhut, si trova il concentrato di tutti nostri desideri, dai più egoistici ai più nobili. Il  cammino di risalita dell’Albero della Vita ha inizio quando viene risvegliato in noi il desiderio per la verità e la sete di conoscenza, quando raggiungiamo un determinato livello di saturazione ed insoddisfazione di una vita “in orizzontale”, voltata all’esteriorità, e rivolgiamo finalmente il nostro sguardo verso l’alto. Quando iniziamo appunto a verticalizzare. E’ in questo momento che tutti gli essere umani sono chiamati a riconoscere la propria incompletezza e a trasformare se stessi: ad abbandonare i vecchi desideri e dirigerli verso uno scopo più nobile e degno.

La ricerca di un modo di vivere più appagante,  di  valori e di modelli di comportamento dai quali riusciamo appena ad intuire l’esistenza ci costringe a intraprendere un vero e proprio percorso interiore di uscita dall’oscurità di Malkut verso  i piani più elevati della coscienza, i “mondi spirituali”. Il primo passo da svolgere in Malkhut prima di iniziare la risalita è quindi la scoperta di essere “caduti”, la consapevolezza della nostra condizione di esilio e di abbandono di qualcosa di importanza  vitale. Questo cammino di redenzione può avvenire solamente attraverso lo sforzo e la determinazione di coloro che prendono in mano le redini del proprio destino e  che si sentono corresponsabili e parte attiva nell’opera della creazione.

Anche per Steiner la questione della redenzione è  nello stesso tempo anche la questione della libertà, in quanto per il padre dell’antroposofia ogni  vera redenzione consiste soprattutto nel fatto che il  nostro mondo interiore diventa sempre più forte  e acquisisce una sempre maggiore capacità di manifestarsi in tutti i settori della vita. Afferrare qualcosa “al buio” e affermarlo nel mondo attraverso la costruzione del nostro divenire significa, in un certo senso,  proseguire, in noi stessi, l’opera della creazione. Questo impulso dell’anima  non appartiene solo  ai grandi artisti, ma come sostiene Aldo Carotenuto,  può rendere ognuno di noi appunto “creativo”.

Ciò che Jung definisce processo di individuazione è, nel contempo, un processo di unificazione non solo con se stessi, ma con la Natura “nel suo complesso” compreso l’umanità di cui l’uomo è parte. Morire a noi stessi per divenire germoglio: “risuscitare” ad una coscienza totalmente nuova significa proprio questa unione, significa entrare nella dinamica del divenire, della totalità. E’ questa la “legge del seme”, affermarla è la più autentica esperienza della libertà. Le forze che sorreggono questo moto propulsivo dell’anima  corrispondono, in ambito individuale, alle stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. In questo caso ogni arbitrio, ogni scelta, desiderio o immaginazione in un certo senso perdono di significato e lasciano il posto a ciò che Steiner chiama Necessità. Ciò che rimane è Necessità,  è il Dio-Natura dei cabalisti.

 

 

 

 

L’emozione della verità

 

 

Una delle prime sorprese che ci colpiscono quando ci addentriamo nello studio della Cabalà è che secondo questa antica saggezza la verità, così come la falsità, appartengono alla sfera emotiva: esiste un’emozione che chiamiamo verità e un’emozione definita falsità. Non esistono nella Cabalà regole razionali-filosofiche per discriminare il vero dal falso, diversamente da tutti quei concetti ed astrazioni  a cui siamo abituati. Tutta l’attenzione in questo senso viene rivolta, più semplicemente, a “come ci sentiamo” quando ci accostiamo all’uno o l’altro di questi opposti. Si sottolinea in particolare la nostra “vibrazione interiore”: da come vibriamo interiormente, possiamo riconoscere l’appartenenza o meno di qualcosa alla nostra essenza umana, alla verità. Questa capacità di discernimento diventa sempre più forte e immediatamente riconoscibile nella misura in cui ci addentriamo nello studio “di noi stessi” attraverso la Cabalà fino al punto di diventare molto spiacevole la presenza di qualcosa – parole, persone, situazioni – che non riconosciamo come veri . Annick de Souzenelle distingue nettamente ciò che appartiene ontologicamente (“per natura”) all’essere umano dalla “tunica di pelle”, la seconda natura dell’uomo, aggiunta dopo l’esilio.

Stradivari, il famoso liutaio, amava tanto  la sua “materia prima” che si faceva tagliare il legno che usava per i suoi magnifici violini in una determinata notte dell’anno, “la notte in cui gli alberi cantano”. La vera conoscenza è l’ascolto di questo canto della Natura, è apertura incondizionata all’anima del mondo. Il riconoscimento dell’“emozione della verità” passa attraverso la nostra capacità di sentire, di  sorprenderci  e  meravigliarci di ciò che ci circonda. La  verità, vista in questo modo, è inscindibile dall’amore e, come sottolinea Crivelli, dev’essere, un’emozione altrettanto intensa quanto quella provata in un rapporto sessuale, compreso il “come ci si sente dopo l’atto, nel momento o nei giorni successivi”.

Profeta  è “colui che vede i cieli aperti” nel senso del vasto cielo interiore. Solamente nel profondo dalla  nostra interiorità/corpo, al di là delle nostre corazze difensive, possiamo percepire la vita che pulsa e vibra dentro il nostro petto, le emozioni più intense e nobili, l’animo dell’artista, l’intuizione, la profezia. E’ lì, in fondo al petto, che viene custodita in ognuno di noi l’immagine divina. Riconoscerla implica spogliarci dalla “tunica di pelle” e attingere alla nostra natura originaria.

Adam Qadmon – una delle entità più elevate della cosmogonia cabalistica – è l’Uomo assoluto, dal quale veniamo e verso il quale tendiamo e il racconto biblico  della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto è la storia dell’inizio di questo percorso dell’intera umanità e di ognuno di noi che cerca la propria libertà.

I problemi che la vita attualmente ci chiama ad affrontare ci obbligano a uscire dall’Egitto interiore e ad operare questa “verticalizzazione”, alla ricerca di quell’altro lato di noi stessi che  è stato abbandonato. La “tunica di pelle” di cui parla Souzenelle è la nostra impermeabilità a questa consapevolezza.  Spogliarsi da essa significa uscire dall’illusione che ci rende  sterile e andare verso la vita, percorrere un cammino di fecondità alla conquista della “veste di Luce”.

Il mondo divino non muore mai e i suoi archetipi (le sefirot dell’Albero della vita) attendono sempre di essere riscoperti ed onorati, nel silenzio del nostro raccoglimento, in tutto il loro splendore. A volte, nel tentativo di farsi sentire, ci trascinano ben oltre i confini di ciò che conosciamo come “noi stessi”, al di là di ogni bene e di ogni male. E’ lì che giace, vivo più che mai, l’Eterno Mistero. Comunque lo definiamo: il Pardes, il giardino dell’Eden o il nostro “femminile ombra”,  questo mistero che ci abita, nascosto nelle profondità del nostro mondo interiore, contiene il segreto del nostro unico Nome e della Vita che pulsa in noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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