La morte che uccide la morte

La morte che uccide la morte

Ai confini dell’ego, tra oriente e occidente

(Estratto)
Virginia Salles, Roma

“Quando, affrancato dal corpo, nel libero etere ascendi, sei come un dio immortale, per sempre sfuggito alla morte”
(Empedocle)
“Che la morte non mi faccia impazzire ancora; ah!  nessuno sa quanto terribile è la pazzia dei morti.                                                                           
Morti. Morti – cioè – quelli che ancora dormono”.
(Guimarães Rosa)

Il prezzo della libertà

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Secondo le tradizioni esoteriche l’anima umana, per poter esprimersi in quanto personalità individuale e cosciente, è stata dotata di “un involucro-veicolo” che ne centralizza l’azione e, limitandola, le impedisce di perdersi. Servita e limitata quindi dagli organi di senso, può mettersi in rapporto con l’universo che la circonda soltanto attraverso questi stessi organi. Il corpo è questo involucro-veicolo fatto a misura dell’ambiente materiale nel quale l’anima deve vivere. Secondo Eliphas Levi (pseudonimo di Alphonse Louis Costant, grande studioso di “magia”), il corpo “limitando l’azione dell’anima, la concentra e la rende possibile. In effetti l’anima senza corpo sarebbe ovunque, ma così poco ovunque, che non potrebbe agire in nessun luogo; sarebbe perduta nell’infinito, assorbita e come annientata in Dio”1. Steiner fu il curatore delle opere di Goethe, e fu fortemente influenzato dal suo pensiero e della relazione dell’Uomo con la Natura, descritta da Goethe come qualcosa che va molto al di là del dualismo kantiano. Pensiero questo che, in un certo senso, si avvicina molto alla tradizione esoterica. La Natura nella visione goethiana permea tutto, compreso lo spirito e l’immaginazione umana. Così la verità non esiste come qualcosa di indipendente e oggettivo, ma si svela nell’atto stesso della cognizione – come affermano, oggi, gli studiosi di fisica moderna, tra i quali David Bohm2, la cui vita fu molto influenzata dal rapporto intimo e duraturo che ebbe con il grande insegnante spirituale Krishnmurti. Quindi lo spirito umano, secondo Goethe, non impone il suo ordine alla Natura come pensava Kant, ma, al contrario, è lo stesso spirito della Natura che produce il proprio ordine attraverso l’uomo – il suo organo di auto-rivelazione. La Natura quindi dal punto di vista di Goethe non è distinta dallo spirito ma è lo spirito in sé: i suoi processi respirano lo spirito e la forza dello stesso Dio. Una Natura inseparabile non solo dall’uomo ma anche da Dio. Goethe univa così poesia, anima, pensiero e scienza in un’analisi della Natura che rifletteva una religiosità carica di “participation mystique”, una religiosità decisamente immanente e sensuale.

sensuale

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La “sindrome del paradiso perduto” nasce da un miraggio, da un inganno fondamentale: dall’illusione della separatezza che fa si che percepiamo noi stessi separati dal resto del mondo. La nostra epoca ha portato fino alle ultime conseguenze questa separazione tra l’ego razionale e l’unità primordiale tra Spirito e Natura intravista da Goethe ed è caratterizzata soprattutto da questa perdita, dalla perdita della “participation mystique”. Ciò significa che nella misura in cui “sentiamo il nostro io, il mondo diventa “sdivinizzato” e che riusciamo a comprendere soltanto la natura inanimata. L’Arte nel mondo greco aveva come scopo proprio quello di risanare questa frattura tra la nostra anima imprigionata e il perduto mondo degli dei e ridare vita a ciò che era morto per la coscienza abituale. Una specie di processo risanatore, un rituale per ritornare sani: era la Tragedia. Se chiediamo a qualcuno di indicarci dove si trova la natura o ad un credente dove si trova Dio, tutti punteranno il dito verso qualcosa fuori, fuori dalla porta, dalla finestra, o dalla città, non importa, fuori di se stessi. Questo gesto esprime l’illusione, la percezione di base che in filosofia viene chiamata dualità e che segna la nascita dell’attuale stato di coscienza. Ma segna anche l’inizio, secondo alcuni, di tutta la sofferenza umana, e persino del suicidio dell’umanità. Questa obiettività, condizione primaria del metodo scientifico, esasperata, arriva persino all’eliminazione del soggetto stesso come sottolinea Edgar Morin. Oggi la meccanica quantistica e i nuovi sentieri della fisica moderna ogni giorno di più sottolineano questo equivoco fondamentale: la separazione tra l’uomo e l’universo è artificiale.

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Cosa non ha ancora raggiunto l’uomo, o cosa ha perduto? Per Steiner non si può comprendere la vita che pulsa con un pensare frammentato, con un pensare parziale. Ciò significa che con il pensare frammentato della coscienza individuale, con il pensare spiritualmente morto, possiamo comprendere soltanto ciò che è morto – la natura così come oggi ci si presenta sarebbe stata sentita dall’uomo dell’alba come il cadavere della natura. La forza del nostro pensiero deriva quindi dal cadavere dell’elemento animico-spirituale. Secondo quanto esprime Steiner nella sua “filosofia della libertà” – soltanto “il pensare morto” può portare l’uomo alla libertà – ciò significa che soltanto da allora, soltanto da quando è presente il pensiero e quindi la morte, possiamo essere liberi. Ma, continua ancora il padre dell’antroposofia: possiamo procedere al di là dello stato di sonno-morte abituale e ridare vita alla nostra anima non nata attraverso l’inspirazione e il pensare immaginativo: possiamo ritornare vivi con l’immaginazione. Goethe nel Faust fa dire ad una veggente: “Amo chi aspira all’impossibile” Trovo sorprendente che una visione così ampia e feconda sulla natura umana come quella di Steiner, non venga tenuta nella dovuta considerazione nell’ambito psicologico ufficiale, là dove si trovano i semi di molte successive elaborazioni di importanti concetti psicologici, come, ad esempio, quello di Anima-Animus o il processo di individuazione di Jung.

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Richard Tarnas3 descrive queste “gloriose” tappe dello sviluppo della coscienza occidentale dall’antichità fino ai nostri giorni e analizza le attuali drammatiche conseguenze dell’“impermeabilità” del nostro confine egoico e della predilezione esasperata, tipicamente occidentale, per la “separatezza”. Il paradigma della scienza che avalla questa visione del mondo affonda le sue radici nel modello newtoniano-cartesiano, oggi considerato anacronistico. Secondo Tarnas, la nostra coscienza egoica è oggi testimone del proprio tramonto e sembra aspirare ora, più che mai, al superamento dei suoi stessi limiti. Il desiderio più profondo sepolto nell’inconscio dell’uomo moderno è quindi quello di superare questa frattura e di riconciliarsi col mondo perduto degli dei (il femminile interiore, la via dell’infinito…). Riconciliazione questa che, secondo Tarnas, è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale dell’Occidente.

Lo scopo supremo del mito dell’eroe: la via dell’infinito

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Il passaggio al patriarcato, come ogni salto evolutivo, ha portato alla nascita di nuovi valori e il vecchio ordinamento che fu trasceso, nel quale vigeva la supremazia dell’inconscio – il matriarcato – è diventato ora negativo: la madre ha assunto il carattere del Drago o della Madre terribile (che in seguito si è trasformato: dalla Madre terribile – allo zio materno – al vecchio re – al padre personale). Questa stretta correlazione tra la coscienza e il maschile raggiunge il suo culmine con lo sviluppo della Scienza, un tipico prodotto della separatezza in veste di spirito maschile. Considerando il nostro “passaggio obbligato” attraverso di essa e senza voler sottovalutare le grandi conquiste della mente scientifica, dobbiamo riflettere sulla sua esasperata unilateralità, oggi non più funzionale alla nostra evoluzione. Qualsiasi cosa viene toccata dalla Scienza, è immediatamente espropriata del suo carattere originario e del suo collegamento con il resto del mondo, un tempo caricato e vitalizzato dalle innumerevoli proiezioni provenienti dell’inconscio.

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…questo adattamento esclusivamente alla realtà esterna, al mondo, non è più adeguato alle esigenze degli sviluppi successivi e più recenti. La coscienza moderna ha constatato che nell’inconscio stesso esistono degli elementi costituenti della realtà come dominanti della nostra esperienza, come idee o come archetipi. Dunque la coscienza deve rivolgersi all’interno4. Rivolgersi all’interno significa per la coscienza maschile “affondare”, significa ritornare alla Madre, al Grembo, all’Abisso e… all’Inferno – parole queste che possono essere equiparate al femminile e all’inconscio – rivolgersi all’interno significa aprirsi e offrire spazio ad una nuova coscienza emergente rappresentata mitologicamente dall’eroe. Il Drago nemico è la potenza oscura della Grande Madre divoratrice, l’elemento uroborico, la cavità uterina. E’ lo stadio psichicamente superato che vuole riassorbirlo e contro il quale l’eroe dovrà combattere (o soccombere) per affermare la propria libertà.

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La tradizione greca con il linguaggio simbolico del mito ci descrive il rapporto psicologico tra l’io e la realtà transpersonale che gli si manifesta e le varie tappe dello sviluppo della coscienza che lascia la sua scia di “vincitori” e “vittime”. Ci racconta la storia di Psiche, che, superando numerose prove, diviene l’immortale compagna di Eros o di Giasone che, aiutato da Medea, si è impossessato del vello d’oro, ma ci racconta anche di molti altri che hanno “fallito” in questa impresa o che hanno avuto un successo parziale: Icaro, che si avvicinò troppo al sole, gli si sciolsero le ali e precipitò; Orfeo perse Euridice e fu dilaniato dalle baccanti; Edipo diventò cieco e Prometeo fu incatenato ad una rupe. Nel suo combattimento vittorioso contro il Drago l’eroe afferma la sua origine divina nell’adempimento della condizione originaria e basilare del suo ingresso nella battaglia, condizione che è espressa mitologicamente nella formula “io e il padre siamo uno”. La personalità, attraverso queste esperienze, scopre di non essere più identica all’io, nel senso di aver psicologicamente superato il carattere di transitorietà proprio della coscienza egoica e di conseguenza, dato che già la conosce, non teme più la morte.

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Soffrire le ali

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Le nostre emozioni “personali” definite e circoscritte alle vicissitudini della nostra vita sono generalmente legate a qualcosa di conosciuto e comprensibile. La emozioni corrispondenti di natura transpersonale come la Paura o i Sensi di Colpa, per esempio, possiedono un’intensità che trascende ciò che possiamo sperimentare durante lo stato di coscienza ordinario e affondano le radici in una dimensione arcaica dell’evoluzione dell’umanità: la nascita della coscienza con la sua illusione di “separatezza”. Il Senso di Colpa transpersonale va molto al di là delle vicende del romanzo familiare, viene rappresentato nei miti come “colpa primordiale” o “peccato originale” e riguarda il “misfatto” della separazione dei genitori del mondo (la “separatezza o dualità”), o come direbbe Steiner, l’abbandono del “mondo dello spirito” che viene vissuto come solitudine e isolamento. La Paura transpersonale, che può raggiungere intensità a volte paralizzante, è la paura del ritorno alla condizione iniziale di indifferenziazione definita “la morte dell’ego”, è la paura di essere inghiottiti, di dissolversi nell’inconscio. Morte questa che è contemporaneamente anche l’esperienza trasformativa per eccellenza, esperienza di rinascita ad una nuova vita. Nelle parole di San Giovanni:

In verità, in verità vi dico,
se un uomo non nasce di nuovo
non può vedere il regno di Dio.
(Giovanni, 3: 3)

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I riti o misteri iniziatici erano destinati a produrre tale morte e il conseguente rinnovamento ed erano molto diffusi nell’antichità, come per esempio la morte e resurrezione di Osiride, Mitra, Tammuz, Adone, Attis e dei vari animali che li rappresentano (tori, capre, maiali, uccelli e pesci). Negli antichi misteri greci la parola “Ditirambo”, come veniva chiamato appunto l’ucciso e resuscitato Dioniso, aveva il significato di “essere della doppia porta”, colui che è sopravvissuto al “terribile miracolo” della doppia nascita. Nella nostra tradizione religiosa questa morte viene rappresentata dalla crocifissione e resurrezione di Cristo e dal battesimo che viene ancora oggi celebrato nel suo significato simbolico di “tuffo nella morte”5 e rinascita come figlio di Dio. È proprio nel momento di “passaggio attraverso la morte”, momento in cui l’antica identità si infrange, che c’è la possibilità di un’intima trasformazione. La libertà di una coscienza più vasta e la sua estasi esigono che l’individualità separata sia dissolta. La più radicale e più drastica di tutte le morti, la Morte che uccide la morte, e che ci ricongiunge al paradiso perduto va ben oltre le morti “minori” di aspetti parziali della nostra personalità che accompagnano il nostro percorso evolutivo e rappresenta un vero e proprio spartiacque tra la psicologia occidentale e i grandi sistemi psicologici orientali. La “morte dell’ego” scuote tutti i punti di riferimento, sottrae la terra sotto i piedi e fa apparire all’orizzonte “il mondo degli dei”.

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Nel buddismo tibetano, il Buddha della meditazione appare sotto due aspetti: uno di pace e uno di collera. Se siamo fortemente attaccati al nostro io e al nostro piccolo mondo temporale con le sue gioie e i suoi dolori e la vita del corpo ci sembra essere l’unica possibile, ci si presenterà l’aspetto terrificante e collerico della divinità. Terrore questo che ci fa venire in mente “la paura religiosa”, il mysterium tremendum descritto da Rudolf Otto o l’ammonimento biblico: “è cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente”. Ma nel momento in cui il nostro “io” cederà e si lascerà andare, questo stesso Buddha apparirà come portatore dell’estasi. Affermano gli orientali: “Quando l’angelo della Morte si avvicina, è terribile. Quando ti raggiunge è l’estasi”.

Samadhi, l’apoteosi dell’amore

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C’è un’emozione associata all’arte che va ben oltre la bellezza e l’armonia, e viene spesso descritta come qualcosa di sconvolgente, come un’emozione troppo forte perché il nostro normale stato di coscienza possa contenerla, ne sono esempi alcune manifestazioni della forza prodigiosa della natura come una distesa di mare infinito o un tramonto tinto di rosso. Questa emozione viene di solito definita “sublime”. Ma possiamo fare anche esperienza del mostruoso e del terribile vivendoli come sublimi. Sublimi sono anche alcune esperienze al limite della sopportazione umana, come per esempio catastrofi, terremoti, bombardamenti o violenti episodi bellici che a volte vengono descritte dai sopravvissuti come esperienze di tale intensità emotiva da essere vissute non solo come inumane e terribili, ma anche in una certa misura, appunto, come sublimi. Secondo il grande studioso di mitologia, Joseph Campbell, il Mostruoso e il Sublime sono in stretta relazione. Un’apparizione o presenza “orribile” trascende qualsiasi giudizio morale o estetico e fa esplodere tutti i nostri canoni prestabiliti di bellezza, armonia o comportamento etico. Nelle nostre religioni Dio equivale al “puro bene”. “No, no!” sostiene Campbell “Dio è orrifico!…”6

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Se cerchiamo di liquidarla, questa esperienza, affermando che “è falsa” ci accorgiamo che tutto ciò non può essere falso… piuttosto sarebbe falso tutto il resto, come affermano gli iniziati. La prova della verità che rimane è il ricordo e la vivezza dell’emozione che sono così schiaccianti da apparire più reali e più importanti di qualsiasi altra esperienza e da indurre lo stesso senso di certezza di chi si desti da un incubo sentendo intensamente i piedi ben piantati sulla terra. Questo stato di intenso piacere, gioia, di estasi amorosa, nel linguaggio dei mistici viene definito Samadhi, nome sanscrito che etimologicamente significa “unione con Dio”. San Paolo lo descrisse come l’unione dell’io e del “non io”, di soggetto e oggetto, nell’alchimia viene rappresentata come “nozze sacre” e appare come elemento di congiunzione anche nel linguaggio simbolico dei Rosa-Croce e in tutti i simboli sacri. Chi la vive, questa esperienza, si sente costretto a domandarsi appassionatamente, forse per la prima volta nella vita: “cos’è la verità?” Nel samadhi la verità emerge attraverso la rinuncia a tutte le forme, e l’accesso diretto al solo Significato. Questa particolare apparizione di solito viene definita Dio. E’ impossibile spiegare ciò che accade in quanto siamo abituati a usare i termini di una filosofia duale e egocentrica per spiegare i particolari di una esperienza il cui elemento principale è la congiunzione degli opposti e l’eliminazione dell’ego, quindi solo l’esperienza può metterci in grado di comprendere. Solo vivendolo possiamo finalmente capire il processo attraverso il quale si incomincia con il mandare via i pensieri durante la meditazione e si arriva fino alla distruzione del senso dell’individualità e possiamo confermare per la prima volta ciò che persino i maestri del linguaggio non sono in grado di descrivere, e che in precedenza sapevamo soltanto: che possiamo incontrare la nostra vera essenza (il Sé) solo dopo che ci siamo del tutto cancellati. L’esperienza dell’Eterno, come sostengono gli iniziati, è semplicemente l’esperienze di ciò che siamo e qualsiasi cosa sia l’Eternità, è qui e ora. In ambito mistico-spirituale l’elaborazione dell’esperienza di “immersione nelle acque scure del mare cosmico”, descritta da Neumann, avviene sul terreno del dogma o del simbolismo della religione di appartenenza e la “rinascita” acquisisce così il significato di una conversione o di una “rivelazione”. Molti mistici parlano di un’identità che si espande ben oltre i confini del loro corpo e che abbraccia l’intero cosmo e lo stato di estasi che accompagna questa espansione della coscienza, il samadhi, viene descritto come un’unione d’amore con l’essenza delle cose.

Per Richard Bucke, psichiatra e studioso del potenziale evolutivo di questi stati non ordinari di coscienza, così come per Boehme, mistico, l’illuminazione ed il rapimento estatico consentono una consapevolezza di se stessi e una comprensione intellettuale di diversa qualità, e un senso di relazione d’amore con una pura presenza viva. Questo nuovo tipo di conoscenza viene definito da Bucke “coscienza cosmica”7. Possiamo dire che questo tipo di esperienza è una delle fonti principali della creatività e del pensiero e nasce dall’impulso a esprimere e comunicare l’ineffabile che essa contiene. Wilber descrive tutto ciò con le seguenti parole: “È come se si svegliasse da un lungo sogno confuso per scoprire ciò che sapeva sin dall’inizio: egli, il sé separato non esiste e il suo vero sé, il Tutto, non è mai nato e mai morirà”8.

Iniziazione

Immaginiamo una goccia d’acqua dolce rinchiusa in una pellicola e gettata in mare. Finché la pellicola non sarà spezzata, la goccia conserverà la propria natura ma se la pellicola si rompe, dove si troverà la nostra goccia d’acqua nell’immensità del mare? Una leggenda buddista ci racconta la storia di una “bambola di sale” che voleva capire cosa fosse il mare. Il mare allora la invita a toccarlo e sciogliendole le dita le spiega che ha offerto qualcosa per iniziare a capire. La bambola decide di continuare ad immergersi nel mare e nella misura in cui avanzava si sentiva sempre più impoverita di una parte di sé, ma aveva sempre di più la sensazione di capire meglio. Soltanto quando l’ultima onda inghiottì ciò che restava di lei, nell’istante in cui scompariva, dissolta nell’onda che la travolgeva, comprese finalmente cosa fosse il mare. – Sono io! – esclamò, e questo fu il suo ultimo sussurro. Queste sono tipiche descrizioni introduttive all’approccio psicologico orientale: per il pensiero orientale ogni elemento di un individuo è sterile e privo di significato, fino a quando non si realizza nella sua controparte, la Totalità (il macrocosmo-mare). Per la visione esoterica separare se stesso dagli altri significa distruggersi ed il modo per espandere se stesso e realizzare la completezza consiste nel dissolvimento dell’io, nella trascendenza del senso di separazione dal resto del mondo.

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Quando lavoriamo con gli stati non ordinari di coscienza (stati olotropici), dobbiamo aggiungere alla cartografia dell’inconscio tratta dalla visione psicologica tradizionale un’ulteriore dimensione della psiche definita con il termine “transpersonale” che significa letteralmente ciò che va oltre, che trascende il biografico, il personale. Negli stati di coscienza olotropici possiamo fare esperienza di eventi o situazioni che la nostra civiltà con la sua visione cartesiana e materialistica del mondo non considera “reali”, possiamo, per esempio, viaggiare in mondi mitologici o fiabeschi, incontrare divinità, demoni, esseri mitologici, etc. Possiamo anche vivere episodi provenienti della vita dei nostri antenati o identificarci con entità archetipiche o con qualsiasi aspetto della natura sia esso umano, animale, vegetale etc. Il processo morte-rinascita così come viene vissuto nelle sedute di esperienziale implica molto di più che il semplice rivivere la nascita biologica: è un momento di transizione estremamente drammatico attraverso il quale si può attingere ad una diversa “qualità” di energia psichica e dell’esperienza soggettiva. Durante gli stati olotropici la coscienza individuale può raggiungere la sua massima espressione, trascendere ogni barriera e identificarsi con la Coscienza Cosmica o Mente Universale così come viene descritta nella letteratura spirituale. Le esperienze che emergono durante questi stati non ordinari di coscienza appartengono allo stesso “continuum” delle esperienze biografiche e perinatali e quindi scaturiscono dalle profondità della psiche individuale, ma allo stesso tempo sembrano provenire direttamente da fonti di informazione al di là della normale mediazione dei sensi e dell’esperienza biografica. Tutto ciò conferma l’ipotesi junghiana secondo la quale, al di là dell’inconscio individuale freudiano, possiamo contattare e attingere al patrimonio culturale dell’umanità intera contenuto nell’inconscio collettivo. Le nuove ricerche sulla coscienza e la esperienziale hanno gettato nuova luce sui temi della spiritualità e delle religioni ed hanno restituito alla psiche umana la sua “dimensione cosmica”. La spiritualità e la “numinosità” sembrano essere una proprietà intrinseca della dinamica profonda della psiche così come descritto da Jung. Ogni volta che il processo di autoesplorazione esperienziale raggiunge il livello transpersonale della psiche ciò porta al risveglio della spiritualità e segna l’inizio di un percorso “mistico”.

Estinzione di massa, la morte di tutti noi

Di quando in quando il nostro pianeta attraversa un’inevitabile evento catastrofico: la morte collettiva degli esseri viventi. Fino a circa duecento anni fa gli uomini non avevamo la minima idea che questo fosse mai accaduto o potesse accadere ancora. Non c’è mai stata , in nessun precedente periodo della storia umana, la consapevolezza della possibilità di un’estinzione di massa. Nell’anno 2007 il Museo di Storia Naturale degli Stati Uniti d’America fece un sondaggio tra i biologi, i quali venivano chiamati a rispondere alla seguente domanda: “Ci troviamo in un processo di un’estinzione di massa?”. Il settanta per cento rispose di sì9. Un’estinzione di massa è quindi la definizione di quello che sta accadendo nel nostro pianeta. Le cifre sono le seguenti: circa venticinquemila specie si estinguono ogni anno. Nel caso in cui gli esseri umani non esistessero o si comportassero diversamente in relazione alla Natura, una sola specie si estinguerebbe ogni cinque anni. Questo significa che abbiamo velocizzato il tasso d’estinzione in progressione esponenziale, qualcosa come da cento a mille volte. Ho appena sentito al telegiornale che sono stati riscontrati episodi di cannibalismo tra orsi polari dovuto alla scarsità di cibo, siamo bombardati quotidianamente da questo genere di notizie.

Stiamo assistendo quindi ad una catastrofe lenta ma inesorabile come quella che portò via i dinosauri circa sessantacinque milioni d’anni fa. La differenza, questa volta, è che siamo noi i responsabili di questo evento. Ci risulta però difficile sentire e comprendere ciò che sta accadendo perché questa è una consapevolezza che riguarda l’intero pianeta e richiede “una visione d’insieme” mentre i nostri sensi sono stati abituati e si sono sviluppati per trattare e interagire con le cose a portata di occhio e di mano e non è facile percepire tutto ciò che riguarda la totalità. Le promesse allettanti, implicite nello sviluppo scientifico e tecnologico esplosivo del ventesimo secolo, hanno portato l’uomo moderno ad allontanarsi sempre di più da questa “visione d’insieme” – dall’antico Dio, lo possiamo dire – a bandirlo dalla propria vita insieme alla dimensione trascendente dell’esistenza, ed a sostituirla con il mondo tangibile, misurabile, materiale proposto dalla visione scientifica. Oggi ci comportiamo davvero come onde che si sono dimenticate di essere il mare. Se dal punto di vista esteriore le immense conquiste del secolo scorso hanno migliorato vistosamente la qualità della vita, per quanto riguarda la visione d’Insieme, la ricerca interiore e del Significato dell’esistenza è come se ci fossimo arenati: questo sviluppo esponenziale non è stato accompagnato da un’adeguata “consapevolezza” ed evoluzione etica che andasse di pari passo con tali grandi conquiste. La scienza si è rivelata limitata e deludente rispetto alle aspettative di “un mondo migliore”, di un’evoluzione umanistica, di una trasformazione qualitativa della umanità. Mai nella storia delle conquiste tecnologiche gli uomini hanno tratto tanti vantaggi dai progressi della scienza come nei giorni nostri, così come mai sono stati tanto diffidenti nei suoi confronti. Di conseguenza, il Dio abbandonato in favore dei promettenti traguardi dell’era illuminista è ritornato, vendicativo, dal buio profondo delle nostre anime pretendendo ciò che non gli fu spontaneamente offerto, sotto forma di “malattie”, come sostiene James Hillman. O di “pulsione mistica” come afferma .

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Siamo incatenati all’effimero, ci racconta il mito, l’aquila ci erode e “soffriamo le ali”, come direbbe Guimarães Rosa, ma riusciamo appena a intuire il volo. La difficile battaglia che siamo chiamati a combattere avrà luogo, questa volta, nelle profondità del nostro mondo interiore – dello spazio profondo – o dell’universo emergente in noi, come direbbe Swimme. Nei miti il padre divino dell’eroe interviene in suo aiuto nelle situazioni decisive come quella che sta avvenendo ora: una guerra archetipica tra divinità. Ed è proprio là dove soggetto e oggetto si uccidono a vicenda, che l’eroe, come Parsifal, conquista la sua lancia e prosegue nella ricerca della radice segreta di sé stesso. Il conflitto che si ripete e che permea ogni trasformazione è ciò che l’adepto dei Misteri sperimenta personalmente nel corso dell’Iniziazione ed è anche il messaggio racchiuso nel simbolo di Cristo: “essere crocifisso e risorgere”. Ogni vittoria è una morte. Morte che può trasformarsi nella stessa vita e far sì che ciascuno di noi possa generare di nuovo se stesso da se stesso e colmare l’invalicabile abisso tra l’uomo e Dio.


Note

1 Neumann Erich, Storia delle origini della coscienza, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1978

2 Ibidem, pag. 298

3 Pleroma è il Nulla e allo stesso tempo la pienezza originaria, un luogo atemporale ed adimensionale preesistente ad ogni cosa, la dove non esistono più né il pensiero né lo stesso Essere. Nella visione gnostica il mondo materiale è separato dalla sfera divina (il Pleroma). Questa divisione tra il mondo dove l’uomo si trova “imprigionato” ed un Dio superiore ed occulto diede origine al “peccato originale”.

4 Guimaràes Rosa, J. (1969), Paramo, in Estas estorias, Editora Nova Fronteira, Rio de Janeiro (traduzione dell’autrice).

5 Originariamente il battesimo, così come era praticato dagli Esseni, consisteva nell’immersione forzata del battezzando nell’acqua che lo portava vicino alla morte per soffocamento.

6 Campbell, Joseph, Il potere del mito, TEA, Milano, 1998, pag. 269.

7 Brian Swimme è matematico e cosmologo americano specialista delle dinamiche evolutive dell’universo e fondatore del Centro per la Storia dell’Universo presso il California Institute of Integral Studies.

8 McGuire, W., Hull, R. F. C., a cura di, Jung parla. Interviste e incontri, Adelphi, Milano, 2002, p. 446.

9 Ibidem, p. 446.