Sirene, che passione!

Di Virginia Salles, Roma

Un richiamo dall’Abisso

Da quando l’uomo ha “abbandonato il paradiso”, figure mostruose (e sublimi) ci richiamano ad esso. Le chiamiamo “chimere”: creature fantastiche formate con parti del corpo di animali diversi. Simbolo di ciò che è ibrido e ambiguo, questi leggendari esseri, che catturavano l’immaginazione di antichi popoli, forse più che spaventarci ci indicano una direzione; possiamo anche dire, una necessità della nostra specie: ci invitano a una sorta di capitolazione, ad arrenderci a essere parte della natura e non qualcosa di diverso, staccato da essa.

PARADISO PERDUTO - Jose Manuel Escarcega - Flickr

“Paradiso perduto” (foto di Jose Manuel Escarcega)

Queste creature polimorfe, vistosamente “fuori luogo” nel nostro contesto familiare/umano, incarnano la nostra profonda ambivalenza verso questa “chiamata” e ci rimandano a quella tensione tra il mondo luminoso della Ragione e le tenebre profonde che ci abitano. Sono immagini che oltrepassano le barriere tra il terreno e il divino, tra il finito e l’infinito e rappresentano il superamento dei limiti umani al quale aspiriamo ogni volta che contempliamo un’opera d’arte, attingiamo ai sogni, ai miti, alla spiritualità. Le sirene, in particolare, sono immagini potenti che ci richiamano dalle profondità e agiscono come simboli di aspirazione spirituale e di trasformazione: ci invitano a riflettere sulla nostra condizione di esseri incompleti e sull’importanza di affrontare le nostre ombre per raggiungere una forma più elevata di integrazione.

Ci rapportiamo alla Vita molto spesso in modo conflittuale e finiamo per considerare la natura “fuori” come qualcosa di inerte che possiamo sfruttare a nostro piacimento e quella “dentro” (il mondo interiore) come misteriosa, da tenere “sotto controllo”. Ci alieniamo così sempre di più dai nostri stessi processi vitali e dal nostro sentire; nello stesso tempo la natura “fuori” si trasforma in un paesaggio sterile, privo di vita e di significato, popolato da forme estranee con le quali non riusciamo a entrare veramente in contatto.

Vaso greco in forma di sirena - Walters 482020 - PICRYL

Griechisch – Vase in Form einer Sirene – Walters 482020 – PICRYL Public Domain-Suche

In molte tradizioni mitologiche le sirene sono associate a temi di viaggio e di avventura. L’uomo che incontra la sirena nel suo cammino è chiamato a esplorare il proprio mondo interiore, un viaggio fondamentale per l’evoluzione personale che implica il riconoscimento delle proprie ombre — gli aspetti rimossi o ignorati di se stessi — e l’accettazione della complessità della condizione umana. Attraversare questo terreno ombroso è un passo cruciale nel processo di individuazione.

In termini junghiani, la sirena può essere vista come un archetipo dell’Anima, una manifestazione del principio femminile in un contesto di mascolinità, ma anche come rappresentazione di una connessione possibile tra il conscio e l’inconscio, tra uomo e natura. Oltre al suo ruolo di simbolo animico, la sirena incarna qualità come la bellezza, la sensualità e la creatività, ma anche l’irrazionalità e il caos nel suo aspetto creatore e distruttore. È un potente simbolo di potere femminile che stimola la riflessione sulle dinamiche di genere e sulle aspettative culturali riguardo alla femminilità. Donne affascinanti con corpi di pesce, le sirene non solo alludono alla dimensione acquatica, interiore, ma sfidano le categorie di bello e brutto, umano e bestiale, reale e irreale, un dilemma esistenziale che ci appartiene da sempre. Guardiane di segreti inesplorati, evocano sentimenti di meraviglia e timore, di attrazione e repulsione. Irresistibili, possono condurre chi capita di incontrarle alla rovina o alla rinascita.

Nel mito biblico il peccato originale segna l’allontanamento dell’uomo dall’innocenza, e le sirene, in quanto “doppie”, evocano questa separazione. Il loro canto dolce e seducente è un richiamo verso l’ignoto, verso l’Eden perduto, un eco di quella armonia primordiale che pulsa ancora dentro di noi: un richiamo ad una riconciliazione con l’origine.

Lo strano e l’inquietante

Mark Fisher, scrittore e critico culturale inglese, nel suo libro The Weird and the Eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, sostiene che la forma artistica più appropriata per esprimere “lo strano e l’inquietante” è il montaggio — la combinazione di due o più elementi che non appartengono allo stesso luogo. Mi viene in mente il temuto urlo di Lilith (la prima e pericolosa donna creata nella tradizione cabalistica), il canto della sirena o il ruggito di un leone in città, qualcosa che non dovrebbe esistere o trovarsi in quel luogo, in quel momento: un verso sconosciuto, sconvolgente, sovrannaturale.

La sensazione che proviamo dinanzi a qualcosa di così strano e inquietante ci suggerisce una domanda: se le cose non sono così come crediamo che siano, che cosa siamo noi allora? Una domanda che si dissolve nel buio e ci conduce al cuore delle cose che ancora non esistono. Pensiamo, per esempio, ai racconti di H. P. Lovecraft, ai romanzi di Philip K. Dick o ai film di David Lynch, Stanley Kubrick e Christopher Nolan. Le arti di tutti i tempi esprimono in qualche modo questa attrazione per ciò che sta al di là della percezione, della conoscenza e dell’esperienza comune: quando il reale si apre all’ignoto, a nuove possibilità d’esistenza, all’incubo e all’incanto.

Le sirene, per via del loro canto melodioso, esercitano sugli uomini un mortale incantesimo, ammaliano i naviganti e provocano naufragi. La loro isola mortifera è disseminata di cadaveri in putrefazione. Ulisse ha ascoltato i consigli di Circe e si è fatto legare all’albero della nave per poterle ascoltare senza correre il rischio di esserne distrutto. Riesce così a cavarsela e rimanere indenne. Come definire un suono così perturbante?

Ciò che affascina e incanta, ricorda Edmund Burke (1957), allo stesso tempo sconvolge, scuote l’anima fino alle fondamenta. È come se qualcuno fosse riuscito improvvisamente a “metterci a nudo” senza il nostro consenso: qualcosa di non detto e non rappresentabile, ma profondamente familiare, qualcosa che avrebbe dovuto restare nascosto alla nostra coscienza emerge dagli abissi più profondi e si manifesta alla coscienza in tutta la sua potenza trasformativa. Molto spesso sono gli artisti, con le loro opere, a guidarci lungo questo percorso vertiginoso, a volte pericoloso, alla radice delle nostre passioni più inconfessabili.

Illustrazione artistica di sirene

Il canto della Sirena, in quanto proveniente dal profondo Femminile, è allo stesso tempo perturbante e “sublime”. Mentre il Bello è ciò che ha forma, ordine e misura, il concetto di Sublime, come afferma Burke, è associato al Bello, ma allo stesso tempo gli si oppone: il Sublime è disordine, eccesso e pericolo. Agisce in modo simile al terrore e minaccia la nostra integrità. Il Sublime è “l’orrore che affascina” ed è rappresentato dagli artisti attraverso la forza emotiva delle loro opere, le ombre notturne, attraverso i sogni che si trasformano in incubi.

In un percorso psicologico lo strano/inquietante e il conosciuto camminano insieme, nel senso che l’analista riesce a far avvicinare l’analizzando ai suoi contenuti, offrendo la possibilità di esprimerli e, allo stesso tempo, osservarli in condizione di sicurezza. Ciò può generare ansia e angoscia, attivare resistenze ma anche rafforzare il legame terapeutico che offre un punto di riferimento stabile.

Il perturbante

Per sopravvivere in questo mondo, spesso mettiamo a tacere i nostri sentimenti, ma questo ritiro produce una grave mutilazione dell’umano e della vita stessa nei suoi aspetti più autentici: la fantasia, il sogno, il desiderio, l’amore… una rimozione che, come sappiamo, ha un costo molto alto per il nostro equilibrio e può portare a gravi scissioni all’interno della psiche. Negli stati psicotici, per esempio, viene meno la possibilità di contenere e dare forma a ciò che vediamo. Quando nei film di fantascienza il regista vuole mostrare una scena paurosa e destabilizzante usa musiche incalzanti e luci violente, psichedeliche — possiamo immaginare lo sguardo paralizzante della Medusa o la moglie di Lot pietrificata nel voltarsi indietro. Così come i cadaveri sparsi sull’isola delle sirene e l’Ulisse legato dinanzi a loro. Sfidare il pericolo e andare a vedere è un’operazione contro Natura che genera angoscia. Il problema che si pone è quello di avvicinarsi per guardare, conoscere e rimanere integri senza farsi catturare!

Dobbiamo ricordare però che queste figure così perturbanti, come le chimere e le sirene in particolare, con la loro duplice natura di seduttrici e distruttrici, sono anche strumenti di liberazione che ci spingono a superare i limiti imposti dalla nostra condizione umana e a riscoprire una dimensione più profonda dell’esistenza. Sono simboli dell’eterno richiamo all’origine, alla purezza dell’Eden, ma anche della trasformazione che avviene nel cuore dell’esperienza umana, necessaria per attingere ad una nuova consapevolezza. La loro ambiguità, tra la bellezza sublime e la mostruosità, riflette la natura stessa dell’individuo in cammino: un essere che deve attraversare il rischio, la tentazione e il dolore per emergere rinnovato.

Le sirene raffigurano la percezione che molti uomini hanno delle donne come perturbanti e pericolose in quanto esse rappresentano il mondo emotivo, la forza della Natura, dei sentimenti, la libertà: una proiezione delle paure e delle aspirazioni maschili in relazione alla donna. La donna/sirena, come la follia, affascina l’uomo da sempre per la sua profondità — un abisso che toglie il fiato e fa venire le vertigini — per la sua sensualità, per le sue imprevedibili possibilità. Nell’iconografia medievale le sirene apparivano come ammaliatrici, grazie al loro bel corpo femminile (nonostante la coda di pesce), al loro canto ed arte seduttoria, ma allo stesso tempo false, tentatrici ed ingannevoli, pronte ad uccidere dopo aver incantato. Lussuriose per la morale cristiana, nel paganesimo che affonda le radici nella notte dei tempi la sirena rappresenta la dea Madre, colei che crea e protegge, nutre e cura, ma può anche distruggere. Iara o Mae-d’Agua (“Madre dell’acqua”) è, nella mitologia Guaranì, una affascinante sirena che vive nel Rio delle Amazzoni brasiliano.

Pensiamo al corpo della donna/sirena: è imprevedibile, “profondo”; la sua sessualità è interiore, nascosta, misteriosa. Come generatore di vita il corpo femminile si avvicina pericolosamente al Mistero più grande: quello della vita e della morte; sfugge quindi alla comprensione maschile, fa paura e si trasforma così in un bersaglio di pericolose proiezioni, come nel campo di battaglia di un conflitto antico quanto il mondo.

Il mito

Come ci racconta un mito di Bahia, la dea Iemanjà che vive in fondo al mare canta e con la sua voce sensuale ammalia e richiama tutti gli uomini verso le acque profonde. Iemanjà è rappresentata come una donna con la coda di pesce. Iemanjà è una sirena:

«È dolce morire nel mare…» ripete instancabilmente Jorge Amado nel suo bellissimo libro Mar Morto. È dolce morire nel mare perché nelle sue acque scure, nel mare profondo c’è lei: Iemanjà, la madre e amante di tutti gli uomini.

…dal mare profondo, dal buio della sua tana, emana un dolce richiamo, un richiamo forte e silenzioso, un canto profumato di mistero e d’amore che arriva alle orecchie di tutti. E tutti la desiderano e la temono: madre dei seni che piangono, madre guerriera, madre amante, colei che conosce tutti i più nascosti desideri… ma severa e implacabile è la legge del mare: per amarla, per conoscere il suo volto, i suoi segreti, sentire il suo profumo è necessario morire… Solo il più coraggioso, l’eroe, il guerriero notturno, colui che non teme di guardare il volto della donna amata, che non sfugge alla sfida o al pericolo: la notte dell’amore. Solo colui che soccombe alla potenza del mare può conoscere i segreti dell’amore. Solo lui viaggia nelle terre senza fine, assapora il latte proibito, conosce tutti i segreti del mondo…

Secondo il mito di Bahia, non ci sono scorciatoie né imbrogli: solo la “morte” può spalancare le porte del viaggio infinito, verso l’ambita meta che tutti si struggono di raggiungere. Il mito di Iemanjà ci racconta di un’avventura interiore e sono molte le peripezie e le insidie di questo percorso: una regressione psichica “nelle acque scure del mare primordiale”. Le religioni ammoniscono e la mitologia ci descrive, con il suo linguaggio poetico, i mille pericoli che l’eroe (l’io cosciente) dovrà affrontare per evitare di soccombere, di rimanere intrappolato nel caos originario, nella dimensione arcaica della psiche.

Statua molo sud San Benedetto del Tronto

Statua molo sud San Benedetto del Tronto – Wikimedia Commons

Immergersi nel nostro mondo interiore non è cosa facile: le nostre emozioni appartengono a quella parte de noi mai completamente conoscibile, l’ignoto spaventoso che ci abita. Il mito di Iemanjà, come quello di tanti altri eroi “vincitori”, ci parla di quanto la natura (o la psiche) premi generosamente i “coraggiosi” che riescono a varcare la soglia: “viaggiano nelle terre senza fine e conoscono tutti i segreti del mondo”. Una morte iniziatica, quindi, un passaggio verso il “senza limiti” che non pone termine naturale all’esistenza, ma la trasforma profondamente, momento culmine di una tappa dello sviluppo psicologico.

Nel contesto iniziatico, l’incontro con Iemanjà/Sirena può rappresentare un’esperienza profondamente trasformativa. Dopo aver affrontato e integrato le proprie ombre, l’eroe emerge rinnovato, con una maggiore comprensione di sé e del proprio progetto esistenziale. Questo processo di rinascita è spesso accompagnato da un profondo sentimento di connessione con gli altri e di appartenenza a Qualcosa di molto più ampio.

Il ritorno degli dei

Nel Medioevo la divinità greca Pan, che rappresenta la forza della natura in noi, iniziò ad acquisire sembianze sinistre e demoniache con le sue corna e i suoi piedi caprini. Iniziò allora un processo di demonizzazione della natura umana e del mondo femminile che fu progressivamente sempre più “imbrigliato” dentro di noi.

Ogni psicologo sa che tutto ciò che viene rimosso ritorna a galla con maggiore forza e la storia della modernità potrebbe iniziare proprio da questo ritorno del rimosso o “degli dei”, come direbbe James Hillman, in questo caso l’emersione degli archetipi della Grande Madre e dell’Anima mundi nei nostri sogni, nei desideri, nell’immaginazione.

“La donna, nel linguaggio pittorico della mitologia, rappresenta la totalità di ciò che può essere conosciuto. L’eroe è colui che arriva a conoscerla”, afferma Joseph Campbell.

Quando parlo di mondo femminile non mi riferisco all’identità di genere o biologica, ma al “principio femminile” che ha un significato molto più ampio, un significato archetipico: Anima, Mistero, Natura, profondità, corpo, mondo interiore. Nelle viscere della Terra, così come nella Donna, è racchiusa l'”intenzione” del seme ed è nella donna che la natura umana esprime il proprio progetto e indica la via che conduce oltre se stessa. Il mistero della nascita, mistero tutto al femminile, sfugge alle regole della Ragione e al nostro bisogno di dominio sulle emozioni. “La verità è femmina”: lo diceva Nietzsche, ma la verità fa paura: per accedervi i nostri uomini/eroi devono combattere battaglie, sconfiggere draghi, salvare principesse, come ci descrive Campbell nel suo libro L’eroe dei mille volti.

L’uccisione della Madre

Secondo Jung, il rifiuto sistematico dell’aspetto femminile in noi stessi scompensa la vita psichica non solo a livello individuale, ma anche collettivo e ci fa ammalare. Quel femminile che lui stesso affrontò durante la sua drammatica immersione in quella dimensione interiore profonda descritta nel Libro Rosso, che più tardi chiamò “inconscio collettivo”.

La lotta contro il Drago e la simbolica uccisione della Madre divoratrice sono fasi di questa profonda trasformazione interiore nel percorso dell’Eroe o dell’Eroina: l’io eroico trova la forza di affrontare lo strapotere dell’inconscio e lotta contro le forze regressive che tentano di impedirne la nascita come individuo. Il Drago agisce nell’Ombra e rappresenta uno degli ostacoli più insidiosi per l’Eroe/eroina nel suo percorso verso la propria autorealizzazione. Draghi possono essere la dipendenza psicologica o materiale dalla famiglia di origine o i condizionamenti sociali, ma la sfida più grande, il Drago più potente da sconfiggere, è la Grande Madre divoratrice, l’Utero che richiama indietro il suo nascituro. Il fine ultimo di questo combattimento è la liberazione della propria Anima/Animus (o della/o fanciulla/o prigioniera/o) dal potere del Drago, ossia il ritiro dell’energia psichica imprigionata all’interno del nucleo familiare: la separazione dell’immagine della Donna/Uomo amata/o da quella genitoriale; è poter esperire dentro di sé il principio archetipico di quella Madre e di quel Padre che vivono dentro di sé, ancora prima della madre e del padre personali. È l’incontro tra il Maschile e il Femminile interiori.

Erich Neumann attribuisce grande importanza a questa esperienza e ai fattori transpersonali nello sviluppo dell’individuo e, pur riconoscendo l’importanza delle dinamiche familiari e dei traumi psichici avuti nell’infanzia, considera imprescindibili nell’evoluzione umana quegli elementi che trascendono la psiche personale e affondano le radici nell’inconscio collettivo. Neumann utilizza l’espressione simbolica “incesto uroborico” per definire questa tendenza dell’io e della coscienza a dissolversi, questo desiderio di morte, che ha un carattere profondamente amoroso ed erotico. Questa pulsione primordiale della natura umana si manifesta attraverso l’attivazione dell’archetipo della Grande Madre (Uroborus materno), della “madre della morte e della vita”, la cui dimensione transpersonale non può essere in alcun modo riducibile a una madre personale. Su questo archetipo della Grande Madre Neumann fa un’analisi ampia e profonda, accompagnata da un vasto materiale tratto da molte culture e diversi periodi storici, arricchito da interessanti illustrazioni.

Così l’attivazione dell’incesto e del desiderio per la madre viene considerata, da un punto di vista più ampio, come il desiderio di una rigenerazione psichica attraverso un’immersione nell’utero, nelle “acque primordiali” della madre archetipica: cioè la rinascita.

La grande Prova

Jung sostiene che “l’esperienza dell’inconscio ci isola, cosa che molti non possono sopportare, sebbene essere soli con il Sé sia l’esperienza umana più alta e decisiva…”, e ci ammonisce ancora: “dobbiamo essere soli per fare esperienza di ciò che ci potrà sorreggere, quando non saremo più in grado di sorreggerci da soli. Soltanto questo vissuto ci può dare una base indistruttibile”.

In questo travagliato percorso il nostro eroe solitario ha il suo drago da combattere, la sua principessa da salvare, i guardiani della soglia, un Tesoro di cui impossessarsi, ma l’esito conclusivo della sua capacità eroica si riassume nell’incontro con l’Anima, la dea, la sirena incarnata in ogni donna e nella conquista dell’Amore: la vita pienamente vissuta e goduta come un frammento di eternità.

Se pensiamo al film Matrix, al mito della caverna di Platone o ad altre metafore della nostra limitata, a volte falsa, percezione del mondo, in un modo o nell’altro ciò che viene impedito è la possibilità di accesso a qualcosa di essenziale, per mezzo del quale l’uomo esprime se stesso, la propria Anima, qualcosa attraverso cui l’uomo vive. L’Eroe è dunque colui che parte alla ricerca di questo “qualcosa di essenziale”, parte per scoprire la verità, è colui che accetta l’avventura e il rischio e che riesce a trovare “il tesoro”: l’elisir che vitalizza e porta nuova consapevolezza alla comunità.

Jung aveva profetizzato un cambiamento epocale della psiche contemporanea: una coniunctio oppositorum tra il principio maschile/razionale dominante e quello femminile/emotivo/animico che si sarebbe rafforzato sempre di più, affermandosi nella nostra cultura. Ogni donna (e ogni uomo) che sia in armonia con la propria essenza femminile-animica sono propulsori di importanti cambiamenti nella società, a volte di vere e proprie rivoluzioni. Come ci ricordano le favole analizzate da Marie-Louise von Franz, la donna che è in sintonia con la propria natura fa germogliare il mondo intorno a sé: è catalizzatrice di sentimenti, emozioni, creatività, evoluzione. Mentre la donna che ha tradito la propria natura femminile produce intorno a sé l’effetto di un vento di morte che inaridisce il mondo intero. La voce femminile è la voce dell’Anima, di tutto ciò che sta dalla parte della vita, che la protegge e la incoraggia; maligno è ciò che la opprime, la trattiene e la soffoca. Nell’ottica femminile la coscienza è il richiamo verso noi stessi, per diventare ciò che potenzialmente siamo e partecipare adeguatamente al mondo in cui viviamo.

La sirena rappresenta ancora oggi, nel nostro mondo attuale e nella nostra immaginazione, un richiamo dal profondo, l’elemento distruttivo e trasformativo per eccellenza, un simbolo complesso e straordinario. Essa incarna il viaggio dell’individuo verso le profondità dell’Anima e l’integrazione delle proprie polarità. Attraverso il confronto con la figura della sirena, siamo chiamati a riflettere sulle nostre relazioni con il desiderio, con il pericolo e con la femminilità.

Abstract

Da quando l’uomo ha “abbandonato il paradiso”, figure mostruose (e sublimi) ci richiamano ad esso. Le chiamiamo “chimere”: creature fantastiche formate con parti del corpo di animali diversi. Simbolo di ciò che è ibrido e ambiguo, questi leggendari esseri, che catturavano l’immaginazione di antichi popoli, forse più che spaventarci ci indicano una direzione; possiamo anche dire, una necessità della nostra specie: ci invitano a una sorta di capitolazione, ad arrenderci a essere parte della natura e non qualcosa di diverso, staccato da essa. Sono immagini che oltrepassano le barriere tra il terreno e il divino, tra il finito e l’infinito e rappresentano il superamento dei limiti umani al quale aspiriamo ogni volta che contempliamo un’opera d’arte, attingiamo ai sogni, ai miti, alla spiritualità.

Parole chiave

Sirene, Ulisse, C.G. Jung, processo di individuazione, chimere, Edmund Burke, Mark Fisher, Jorge Amado, Erich Neumann, La Grande Madre, rinascita

Autore

Virginia Salles ha studiato psicologia alla Sapienza, a Roma, dove vive e lavora. Psicoterapeuta individuale e di gruppo, di formazione junghiana e transpersonale (G. T. T., training internazionale con Stanislav Grof). È autrice dei libri Agua scura edito da Di Renzo Editore, 2005; Mondi invisibili. Frontiere della edito da Alpes Italia srl, 2013; Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, e la Cabalà (Alpes Italia, 2015) e di numerosi articoli sulla psicologia analitica e transpersonale (sito web: www.virginiasalles.it).