L’ombra di Euridice. Poesia, sogni, trasformazioni

Di Francesco Zicari, Alpes Italia srl, Roma – 2025

Copertina del libro L'ombra di Euridice

Nel suo libro L’ombra di Euridice, Francesco Zicari affronta un’impresa ardita e direi necessaria: restituire dignità poetica al linguaggio della terapia, là dove sogno e poesia si incontrano, si sovrappongono e si fecondano a vicenda. Il libro prende le mosse da un’idea tanto antica quanto dimenticata: l’anima lascia tracce nelle cose del mondo, tracce che non si rivelano mai direttamente, ma si offrono attraverso simboli, sogni, visioni.

L’autore, con la sensibilità dello psicologo e l’orecchio del poeta, segue queste tracce come un rabdomante dell’invisibile, cercando di coglierne il ritmo, la voce, la «presenza assente». In questo senso, L’ombra di Euridice è un libro che abita la soglia: quella zona di penombra in cui l’inconscio si manifesta nel mondo sensibile, lasciando la sua impronta, i suoi segni e riverberi. L’autore ci guida in questa ricerca evocando l’immagine di Euridice e del suo ritorno impossibile dal regno dei morti: l’anima perduta che, tuttavia, continua a risuonare nel canto di Orfeo.

Nelle parole dell’autore: «Ogni Orfeo che vive in questo mondo ne sente la presenza, ma non può guardarla con gli occhi del mondo di superficie, perché altrimenti la perderebbe. Per non perdere Euridice occorre accettare la sua alterità, la sua inafferrabilità; occorre riconoscere la sua natura oscura e averne rispetto».

Secondo Zicari, ogni sogno porta in sé la possibilità di essere tradotto in poesia, perché entrambi, sogno e poesia, attingono alla stessa sorgente: l’inconscio. Sono vie di accesso al mondo infero che, pur emergendo alla superficie della coscienza, non perdono mai il contatto con la loro origine. Da questa intuizione nasce una delle sezioni più originali del volume, in cui l’autore racconta e rielabora alcuni dei propri sogni, trasfigurandoli in versi. I sogni diventano così materia viva per il lavoro analitico, lampi che illuminano il fondale oscuro della psiche. Il risultato non è solo un arricchimento culturale/estetico, ma è anche consapevolezza: la poesia diventa un atto di analisi, una via di accesso all’inconscio altrettanto efficace e forse più rispettosa dell’interpretazione. Nella sua scrittura si intrecciano riflessione analitica e visione poetica, come se l’autore cercasse di restituire alla parola la sua capacità di esprimere l’indicibile.

Lungo il cammino, Zicari dialoga con le voci di Jung, Hillman, Bion, ma anche con grandi poeti – Borges, Rilke, Ungaretti, Whitman, Pessoa… – che, come lui, hanno saputo restare ai confini tra il visibile e l’invisibile. Si confronta inoltre con la tradizione psicoanalitica nelle figure di Freud, Matte Blanco, Jung e Hillman, di cui raccoglie l’eredità immaginale e simbolica.

Bion sognava di scrivere un «compendio di poesie per psicoanalisti», e Zicari prende sul serio quel desiderio, immaginando un linguaggio poetico che accompagni e integri il lavoro terapeutico, un linguaggio capace di dire ciò che, nella relazione analitica, resta indicibile. In questo orizzonte, la poesia non è semplice piacere estetico o evasione, ma anche strumento di conoscenza, un modo di ascoltare «la voce dell’anima che chiede aiuto» senza tradirne la complessità. Come ricorda Hillman, «l’anima ama le immagini», e Zicari si affida a esse per dare corpo all’ombra, per rendere dicibile ciò che resta nell’Ade della coscienza.

Particolarmente sorprendente è la sezione in cui l’autore, con audacia concettuale e ironia sottile, si misura con il DSM-5, il manuale diagnostico della psichiatria moderna. Qui Zicari scrive una poesia per ciascuna categoria diagnostica, trasformando l’astrazione clinica in esperienza emotiva e simbolica. Dietro ogni «disturbo» egli scorge un frammento del nostro dolore più profondo e della nostra ricerca di senso, in un atto di restituzione poetica: ciò che la diagnosi irrigidisce, la poesia scioglie e rimette la sofferenza nel flusso della vita.

L’intento non è dissacrare la scienza, ma restituire umanità e profondità a ciò che la classificazione tende a irrigidire. La depressione, l’ansia, la mania, la follia stessa non sono più solo disturbi da catalogare, ma volti della sofferenza che dalle profondità chiedono di essere riconosciuti attraverso il linguaggio poetico. Zicari sembra dirci che dietro ogni diagnosi si cela un grido dell’anima, espresso in un linguaggio antico, colmo di poesia.

In un tempo in cui il linguaggio della psiche sembra ridotto a linguaggio tecnico, Francesco Zicari ci invita ad ascoltare l’anima là dove essa ci parla davvero: nei sogni, nella poesia, nell’ombra che accompagna ogni gesto di conoscenza. Ci ricorda che esiste ancora una «scienza della penombra», un sapere poetico capace di abitare la soglia.

L’ombra di Euridice è un libro che non si lascia facilmente classificare – come del resto non si lasciano classificare i sogni –: un’opera che è insieme saggio, diario onirico, raccolta poetica e meditazione analitica, e che sa restituire al lettore il senso profondo del legame tra parola, immagine e ispirazione. Un’opera che chiede di essere letta non solo con la mente, ma con tutto noi stessi: una discesa nel mondo infero del linguaggio, per scoprire che l’ombra non è il contrario della luce, ma la sua più fertile possibilità.

In fondo, è lì che comincia il lavoro analitico: nella penombra viva dove «il mondo di sotto» continua a respirare dentro di noi.

Virginia Salles