Menu
Categories
 
Giochi di luci e ombre nel Libro Rosso di C. G. Jung, di Maria Grazia Monaco

Giochi di luci e ombre nel “Libro Rosso”

MARIA GRAZIA MONACO

 

Solo dopo la notte più buia si farà giorno.

Coprite dunque i lumi e restate in silenzio,

affinché la notte divenga buia e silente.

Il sole sorge senza il nostro aiuto. 

Solo chi conosce l’errore più nero sa che cos’è la luce.

 

Così scrive in una delle pagine del Libro Rosso, il testo segreto in cui racconta sogni e visioni della sua sofferta autoanalisi costellandoli con splendide miniature. Egli è un pensatore profondo e al tempo stesso un poeta visionario, un Giano bifronte che si divide tra mondo visibile e mondo invisibile. Di giorno è uno psichiatra e psicologo analitico di successo impegnato nel lavoro e nella famiglia; di notte, in solitudine, si sprofonda nelle ombre dell’inconscio, travolto dallo sconvolgimento radicale che avviene nella sua esistenza. L’anima lo cattura, disorienta le certezze del suo Io, lo invita ad accogliere lo “spirito del profondo” e a distaccarsi dallo “spirito di questo tempo”. Per esprimere questo travaglio interiore nel capitolo Il primo giorno, dice: “Dovrà essere ridotto il raggio della vita esteriore. […] Tace il frastuono del giorno secolare, e all’interno divampa il fuoco che scalda”. 

L’anima ritrovata, travolge le sicurezze del suo Io e lo invita a vivere una vita diversa. Dalla sua intima lacerazione scaturisce il tema degli opposti che, percorrendo tutto il Libro Rosso, diviene l’incandescente fornace in cui si forgia la dynamis, la forza tenebrosa dell’inconscio che si trasmuta alchemicamente in coscienza. Solo la consapevolezza delle dinamiche dei contrari, nonché il gioco delle luci e delle ombre in ogni proiezione della nostra esistenza può renderci individui differenziati che decidono di percorrere la “via che ha da venire”, non più prede degli idoli dello spirito del tempo, né delle strutture collettive.

A tale proposito, nell’invocazione all’anima, uno dei brani più rilevanti del Libro, si legge: “Giunge al luogo dell’anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori. Se non la trova, viene sopraffatto dall’orrore del vuoto. E, agitando più volte il suo flagello, l’angoscia lo spronerà ad una ricerca disperata e a una cieca brama delle cose vacue di questo mondo. […] saggio è nutrire l’anima, per non allevarvi draghi e diavoli in cuore”.

La citazione accenna alla drammaticità che accompagna la ricerca e la rinascita dell’anima. A tal proposito in un brano del Libro Jung osserva:“Alla fine ho scoperto che in ogni cosa volevo me stesso, senza però cercarmi. Perciò ho voluto cercarmi non più fuori di me, ma dentro di me”, che conferma il famoso motto del santuario antico di Delfi “Conosci te stesso”, al centro della ricerca di Socrate e di Platone. Nessuno cambia diventando una cosa che non è. Si cambia portando alla luce le istanze oscure inespresse, diventando insomma la persona che si è già alla prima radice, ma che non aveva avuto modo di manifestarsi. 

Luce e Ombra, considerati opposti, sono metafore del bene e del male, del positivo e negativo, del giorno e della notte. L’Ombra è quella parte della psiche dell’uomo inconciliabile con il tipo di vita che egli sceglie di vivere coscientemente; se essa non viene vissuta, diventa infelice e crea disagi psichici.

La coscienza è la luce, la lanterna della notte. L’Ombra è quel che si oppone alla luce. Solo nelle tenebre più assolute non c’è ombra. L’Ombra si manifesta soltanto in presenza della Luce, poiché un corpo immerso nel buio non ha parti specifiche. La luce che consente di illuminare la psiche, inevitabilmente, prima o poi, ci mette di fronte anche alla nostra Ombra. Luce e Ombra, dunque sono opposti ma si riconoscono e interagiscono tra loro come due vasi comunicanti, in un continuo gioco di incontri e separazioni dolorosi, che si risolvono tramite un’unica forza sintetizzatrice: il Sé, che si presenta come terzo elemento e fa sì che si tratti di triade e non di dualità irrisolvibile di contrari irrelati. Qualcosa di analogo accade anche tra elementi naturali. Ad esempio se uniamo farina ed acqua, non si amalgamano. L’acqua diventa biancastra e la farina rimane separata. Ma se si aggiunge un po’ di lievito, forza energetica comune, l’impasto risulta compatto e diventa pasta lievitata, pronta per fare il pane. Come ulteriore rimando si potrebbe dire, con il Giordano, che la matematica funziona sulla carta, nel ragionamento astratto, ma non nella vita, che i nostri teoremi non portano a niente; che i risultati sono legati più al caso che alle regole. Nella prassi la matematica non funziona: la metà di due, di noi due, non è uno, ma è niente.

   Nella visione junghiana quale emerge nel Libro Rosso, segnata dallo gnosticismo psicologicamente ripensato, i contrari trovano ideale sintesi solo nel “pleroma”, o “pienezza”, propria della sfera puramente divina, che sussume e supera in sé le tenebre della materia e del male e la luce spirituale tendente al bene. Jung così si esprime:  “Nell’infinito, pieno e vuoto hanno lo stesso valore. Il nulla è vuoto e pieno.[…] Noi al nulla diamo il nome di pleroma, […] il principio e la fine del creato”.

Come ci ricorda F.Guastella nel suo studio sul Libro rosso, difatti, il pleroma, che si potrebbe associare all’àpeiron, rappresenta “quel luogo infinto dove gli opposti, pieno-vuoto, vivo-morto, bene-male, ombra-luce, si annullano e il nulla è vuoto e pieno, non ha qualità perché le possiede tutte. Le coppie oppositive sono le sue proprietà che in esso non esistono perché si annullano. Dato che noi siamo il pleroma stesso, abbiamo in noi anche tutte queste proprietà”. 

In tutta l’Opera, pertanto, il filo unitario sotteso è la ricerca dell’integrazione tra opposti, le cui immagini acquistano spesso una valenza archetipica o mitica. Le loro caratteristiche contrarie, celesti o ctonie, per Jung sono entrambe necessarie poiché la loro tensione ci mette di fronte alla possibilità di comprendere che esistono realtà altre rispetto al nostro punto vista. Accettare l’Altro in noi comporta una deflazione dell’Io e delle sue certezze, nonché la creazione di una zona liminare nella quale ogni nostro atteggiamento e il suo contrario corrispondente nell’Altro, si dovranno fronteggiare. Ferdinando Testa, nel suo ultimo lavoro sul Libro Rosso, spiega: ”Amare la propria Ombra, non vuol dire identificarsi con essa e diventarne schiavo, ma avere un confronto serrato in cui la coscienza, dialoghi, senza restarne prigioniera fino ad esserne inflazionata”. 

Studioso di mitologia e di storia delle religioni, oltre che psichiatra e psicologo analitico, Jung conosce la potente forza catartica della tragedia greca. Il Libro Rosso diventa perciò un teatro in cui si esibiscono personaggi immaginari dai nomi mitologici o biblici, figure dalla spiccata personalità, che appaiono come reali. L’Io non è più solo di fronte alla sofferenza che lo travolge, ma mette in moto altre risorse ed energie, che potranno consentirgli di risollevarsi. Egli  mangia l’ombra, come dice Jung, cioè libera energie per una crescita che non conosce traguardi definitivi. Le personificazioni junghiane sono figure spesso duplici, allegorie  di qualità opposte, indicative di passaggi di trasformazione, di riappropriazione di sé stessi. Perciò Jung ammonisce sé stesso, dicendo: “La via della vita è trasformazione non esclusione”. E ancora: “Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero”. L’interezza dunque è la condizione necessaria per non restare vittime dei conflitti presenti nell’animo.

 

Luci e Ombre delle “personificazioni”

Nell’incontro con Izdubar, l’Io con la sua visione scientifica del mondo, ‘avvelena’ e paralizza il gigante che si illudeva di trovare l’immortalità in Occidente, ed invece cade trafitto dalle parole del suo interlocutore, che uccide l’essere primordiale col suo preteso sapere scientifico. Lo pseudosapiente “moderno” è il verme dell’Ombra. Da qui deriva l’enantiodromia, la “fuga nell’opposto”, al centro di queste pagine del “Libro Secondo” che vedono l’Io dibattersi tra desiderio e pensiero, cuore e testa, sentimento e ragione, eros e logos. Con le sue parole avvelenate il “sapiente” occidentale trafigge il gigante, che rimane paralizzato e sta per morire. La sua salvezza può avvenire solo ricorrendo all’ immaginazione. Izdubar, per guarire, dovrà essere ridotto ad un piccolo uovo da covare. Nel racconto è chiaro il simbolismo alchemico: per trasformarsi e rinascere, l’inconscio sofferente deve prima passare da una fase di “ombra-nigredo”, per poi superarla. Si riconosce pure in queste pagine la simbologia del Cristo che, facendosi uomo perituro, rinunzia alla sua origine divina e alla sua onnipotenza per morire e rinascere. Izdubar a un certo punto aveva dovuto incontrare la scienza d’Occidente, ma questa aveva spento la sua ingenua fantasia e la spiritualità; il suo sentimento risultava compresso, frustrato in una realtà estranea. Ma tramite la genialità immaginaria, la riduzione del gigante divino a mito, da parte dell’uomo di scienza occidentale,c’è stato comunque un compromesso che ha consentito un confronto, un travaso di energie, dall’uno all’altro, grazie alla fiamma che alta divampa la via di mezzo, che corre luminosa tra l’umano e il divino.

   E’ nel capitolo VII del Libro Primo che Jung si scontra con l’Ombra dell’eroe germanico Sigfrido che lo uccide. Aveva avuto una visione terrificante: la testa insanguinata di Sigfrido, trascinata dalla corrente. La morte dell’eroe, comporta una grande crisi, ma l’assassino consente l’emersione dello spirito del profondo, gravido di ferro e di fuoco. L’autore dovette uccidere l’eroe guerriero in sé stesso per creare spazio nell’anima all’umiltà e alla debolezza.

L’atto eroico consiste dunque nella capacità di sacrificare l’ideale di uomo forte e vincente, la  funzione “egoica” che si pretende superiore, al fine di fare emergere la funzione inferiore. A tal proposito, si legge: “Se in voi verrà ucciso l’eroe, allora sorgerà per voi lo spirito del profondo, che risplende da un luogo remoto e ancora ignoto”. 

Nel capitolo Il castello nel bosco l’Io, vive poi un’avventura romantica. Come nella fiabe, la fanciulla prigioniera del padre nel castello spera che il visitatore sia un principe azzurro di cui innamorarsi e che la porti via con sé. É qui che Jung  parla di Animus e di Anima, osservando: “L’essere umano è sia maschile che femminile, non è soltanto uomo o soltanto donna”. La questione dell’Anima in Jung è approfondita dalla sua allieva Marie Luise Von Franz, la quale ne Il mondo dei sogni,offre di tale archetipo la seguente definizione:  Anima è la componente inconscia femminile della personalità dell’uomo. Nei sogni è rappresentata con immagini di donne che variano dalla prostituta alla seduttrice, alla guida spirituale. L’anima è il principio dell’eros, quindi il suo sviluppo nell’uomo si riflette nel modo di rapportarsi alle donne[…]Jung chiama Anima l’archetipo della vita stessa.

  Ciò, trova riscontro nel Libro Rosso, in cui Jung spiega che l’uomo per divenire un essere umano completo deve accogliere il femminile che c’è in lui senza seguire ciecamente il piacere; il suo compito è di capire la donna in quanto entrambi condividono la stessa realtà psichica. L’incontro con la fanciulla del castello, ma anche con Salomè, ci rende consapevoli che la comprensione nasce insieme alla compassione per l’altro (animus o Anima) che vive in noi stessi. Quando ciò non accade, il maschile nella donna e il femminile nell’uomo rappresentano un male che genera schiavitù. In altre parole il maschile e il femminile, se non sono assunti come parte imprescindibile dell’interiorità, restano estranei e l’eros spirituale resta irrisolto.

Ma tra tutte le personificazioni, quella centrale, che meglio incarna l’unione degli opposti, il Sé, in termini psicologici, è Filemone, spirito guida, di Jung. Comprenderlo vuol dire fare propria una visione più ampia dell’esistenza che accoglie l’equilibrio tra opposti fino ad aprirsi al divino. Così, il mago, si rivolge all’Io: ”Ho visto un nuovo Dio, un fanciullo che tiene in mano i demoni. Il dio tiene in suo potere i principi separati, li unisce. Il dio viene generato dall’unione dei principi in me. Lui è la loro unione”. Filemone, anfitrione degli dei, ospitando nella sua casa Giove e Mercurio nelle loro spoglie mortali e offrendogli il cibo della sua mensa, accoglie il ‘divino’, nutre gli dei e nutre la sua immagine di numinoso. Le parole di Filemone, con il loro andamento serpentino, attivano un sapere superiore, antico e intimo, connesso sia con la materia(le corna taurine), sia con lo spirito (le ali); un magico tramite tra dimensioni opposte, ctonie e spirituali. L’Io, che sta abbandonando le sue rassicuranti certezze, lo ascolta, come se fosse un maestro in carne ed ossa, e fa tesoro di quelle parole ermetiche, fatte di simboli ed enigmi. Grazie al mago, si fa strada nella coscienza dell’Io anche il non senso, l’incomprensibile che lo guida verso una nuova, più ampia visione di Sé, in cui dalla Luce scaturisce l’Ombra e dall’Ombra la Luce.. tutto è Uno. Arrivare alla totalità vuol dire accogliere senza discriminare, come si fa per un figlio.

 

Il Sé, sintesi di Ombre e Luci

 

Jung nel 1921, in Tipi psicologici, definisce il Sé come “l’unità e la totalità della personalità nella sua parte conscia e in quella inconscia. […] sul terreno empirico il Sé appare come un gioco di luce e di ombra, quantunque concettualmente esso venga inteso come un tutto organico e quindi come un’unità nella quale gli opposti trovano la loro sintesi”

Ma il principio del Sé si fa decisivo e pienamente maturo dal 1928, quando Jung, invitato dall’amico sinologo Richard Wilhelm a prefare il testo taoista “Il segreto del fiore d’oro”, scopre l’alchimia come via psicospirituale all’Uno e interrompe la stesura del Libro Rosso per approfondirne lo studio.  A tal proposito va ricordato che il tema dell’unione degli opposti è centrale in tutta la letteratura alchemica. L’opus, con i suoi tre caratteristici stadi di trasformazione psichica, Nigredo, Albedo e Rubedo, eleva progressivamente da uno stato di “incoscienza” a uno stato di coscienza, in cui l’alchimista diventa finalmente consapevole di se stesso individuando il Sé. Questo processo venne definito da Jung di “individuazione”. Tutto ha inizio dal caos e dalle tenebre, in cui i diversi elementi sono in opposizione. Lo scopo è giungere all’unione degli opposti e quindi alla scoperta del Sé, che simboleggia l’unità della psiche. L’idea dell’unione, della totalità, è data dal vaso alchemico, crogiolo in cui le sostanze incontrandosi subiscono un processo di trasformazione. 

Gli opposti inizialmente inconciliabili finalmente si riuniscono e pur continuando ad avere caratteristiche opposte come l’ombra e luce, il giorno e la notte, il sole e la luna, adesso sono parte di una totalità più ampia e quindi collaborativi. Nella psiche umana, come nella fornace alchemica, vige una sorta di principio dei vasi comunicanti, anche tra il più basso e il più alto.La spinta interiore che innalza e unisce la mente nell’uno è la dynamis, la scintilla che scaturisce dal più profondo in noi umani, la nostra “natura naturans” che spinge verso il divino, cioè ad elevarsi al Sé. Come Jung nota nel 1944 in Psicologia e alchimia: “Il Sé non è soltanto il punto centrale, ma anche l’estensione che comprende la coscienza e l’inconscio; è il centro di questa totalità, come l’Io è il centro della coscienza”.

Questo è un traguardo molto ambizioso, di elevata maturità e spiritualizzazione. Solo lì l’Anima, si fa “di più” Beatrice, verso l’individuazione o Sé; Senza questo tesoro di creavità aperto all’infinito, al trascendente, l’Anima no potrebbe giungere alla percezione del vinino. Resteremmo incatenati alla nostra Ombra, ai nostri istinti e al nostro vissuto, come i fratelli delle altre specie animali. Di fatto, il Sé, che adesso trova un posto nella psiche, non è però del tutto separabile dalla melma che si deposita nel fondo. O, come avrebbe detto Nietzsche nel Così parlò Zaratustra anticipando Jung: “In verità l’anima è un sudicio fiume; bisogna essere un mare per essere attraversati da un sudicio fiume senza diventare impuri”. Idea che trova conferma in questo pensiero di Franco Livorsi: Il male è una dimensione imprescindibile, anche se parziale, dell`Essere, dell`eterno, del vivente, della psiche: termini per Jung strettamente correlati se non addirittura intercambiabili come in una sorta di “gioco” degli specchi, che comunque avviene nella psiche stessa. Il male-[ombra]per Jung va circoscritto, neutralizzato, possibilmente strumentalizzato, e prima di tutto placato (rabbonito, dall’educazione nella psiche e della psiche), ma è insopprimibile, come una sorta di voragine o buco nero nella psiche, in Dio

Il mare è il Sé, ma bisogna che il fiume umano vi arrivi per raggiungere il divino. E’ questa fusione di anima e spirito che richiama all’alchimistica connessione hillmaniana tra sale e zolfo. Ed è una connessione di fondamentale importanza per il ritorno dell’uomo occidentale al Sé, a quel processo di individuazione che porti a vivere una vita illuminata nell’interiorità concreta. Il Sé realizza quella dimensione di coincidentia oppositorum che è stata resa possibile dall’elevarsi dell’Anima, anello di congiunzione tra l’Io e il Sé, potenza di elevazione e spiritualizzazione progressiva, come Beatrice in Dante.

 Il Sé per Jung è un qualcosa per noi non conoscibile, che non possiamo definire perché supera la nostra capacità di comprensione. La coscienza è troppo angusta e unilaterale per poter contenere l’universo del Sé che parimenti potrebbe essere definito come “Dio in noi”. La nuova prospettiva voluta da Jung si rappresenta come Mysterium coniunctionis, ovvero la congiunzione simbolica e l’integrazione tra le opposte polarità psichiche. Perciò Jung osserva: “Due cose sono ancora da scoprire: la prima  è l’abisso infinito che separa gli uomini tra loro; la seconda è il ponte che potrebbe collegare due esseri umani”. 

Trascendere gli opposti non significa annullare le differenze, ma cogliere nel loro incontro la fonte sorgiva, il tertium che consente l’unione.

 Jung, esploratore del profondo a “confronto” con la propria Anima, nel Libro Rosso propone la realizzazione del divino in ogni uomo. A livello individuale, la profezia è un appello a recuperare la voce del profondo che si fa potente per essere riconosciuta. La vocazione di ogni uomo è scoprire in sé stesso qualcosa d’immenso, intimo e insieme numinoso, qualcosa che ci collega a “tutto il resto dell’universo. Questo pensiero, centrale in Jung, è ribadito sia  nei suoi Ricordi, che nel Libro Rosso: 

La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade ugualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima.

Tu sei un’immagine del mondo infinito, in te dimora ogni ultimo segreto del nascere e del morire. Se non possedessi già tutto questo, come potresti riconoscerlo?

Note

  1. Jung C.G., ll Libro Rosso. Liber novus (1913/1928, con poscritto del 1959, ma postumo 2009), Bollati Boringhieri, Torino, 2010, p.317.
  2. ivi, p. 280.
  3. ivi, p. 232.
  4. ivi, p. 255.
  5. Giordano P., La solitudine dei numeri primi, Mondadori, Milano, 2008.
  6. Jung C.G., Il Libro rosso , op. cit. p. 6  pp. 346-7.
  7. Guastella F., Viaggio intorno al Libro Rosso, Bonanno, Acireale-Roma, 2018, p. 313-314.
  8. Testa F. (a cura di) , Il mago Filemone e la devozione per le immagini,  in I Volti del Libro Rosso, Iod, 2018, p.19.
  9. Jung C.G., Il Libro Rosso, cit., p.251.
  10.  ivi, p.254.
  11. Ivi, p.281.
  12. Ivi, p 239.
  13. Jung C.G., Il Libro Rosso, cit., p.240.
  14. ivi,p.263.
  15. Von Franz M.L., Il Mondo dei sogni. Il simbolismo onirico nella psicologia junghiana (1988), Intervista a cura di F. Boa, RED, Como,1980.
  16. Jung C.G., Il Libro Rosso, cit., p.255.
  17. Jung C.G., Tipi psicologici (1921), Boringhieri, Torino, 1968, pp. 467-468.
  18. Jung C.G., Psicologia e alchimia, (1944), Bollati Boringhieri, Torino, 2006, P.45.
  19.  Nietzesche F.W., Così parlò Zaratustra, Mondadori, 2009, Milano, p.8. 
  20. Livorsi F., La rivoluzione culturale junghiana: il cristianesimo nella psiche. In Città futura on line, novembre, 2007.
  21.  Jung C.G., Mysterium coniunctionis (1971, postumo), in “Opere”, a cura di L. Aurigemma, vol. XIV/1 e XIV/2, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.
  22. Jung C.G., Il Libro Rosso, cit. p. 289.
  23.  Jung C.G., Ricordi, sogni, riflessioni, (1961), Raccolti da Jaffè A., BUR, Milano, 2006, p.394. 
  24.  Jung C.G., Il Libro Rosso, cit. p.230.
*