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La voce del silenzio

La voce del silenzio

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

“Ogni parola pronunciata nel silenzio si amplifica all’infinito, echeggia nel profondo, diventa pregna di responsabilità e di significati…. E quand’anche riesca a strappare fuori di sé un sussurro, non può darsi spiegazioni del perché esso non stravolga il mondo intero come ha stravolto la sua anima”

(Aldo Carotenuto)

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Ascoltare la voce interiore, quel “qualcosa che ci urla dentro”, e proviene da un luogo intimo e ombroso dentro di noi esige il passaggio obbligato attraverso la solitudine, verso ciò che ci rende unici, la nostra individualità. Questa voce interiore che chiede il diritto di esistere e cerca instancabilmente di farsi sentire in mezzo al frastuono di un coro che sembra ripetere sempre le solite cose, a volte può essere tiranna, pretendere la rinuncia al mondo così come eravamo abituati a vederlo…in cambio di un’assoluta libertà.

Il sacrificio, che ogni collettività esige dai suoi partecipanti, è tanto più arduo quanto più prorompente è la propria individualità. Inevitabile dunque è la solitudine di chi non può esimersi dall’intraprendere questo percorso travagliato, spesso doloroso di ascolto e ricerca di se stessi, descritto da filosofi e poeti come ciò che più di ogni altra cosa ci rende “umani”. Questo travaglio interiore non sfuggì mai all’attenzione di Aldo Carotenuto, che ne fece argomento di numerosi scritti a volte carichi di riferimenti autobiografici. Così si esprime in un scritto personale e molto sincero intitolato “Io, come mi amo”: “Se io non dialogassi continuamente con qualcosa che mi urla dentro, che preme per uscire, che fa male e che chiede il diritto di esistere, non avrei alcuna possibilità di entrare in contatto con altre persone, le quali hanno anche loro, in modo più o meno diverso, un’analoga esigenza psicologica…”

 

“Qualcosa che ci urla dentro”, che vuole farsi sentire può essere “qualcosa” che, una volta ascoltato, ci porta completamente fuori dei sentieri battuti, fuori di noi stessi così come eravamo abituati a percepirci, qualcosa come lo “specchio di Alice” che rimanda all’infinito la nostra immagine che non appare più così rassicurante come un tempo. La perdita dei soliti punti di riferimento comporta una più ampia visione del mondo e, se da una parte ci permette un allargamento dei confini abituali e quindi una maggiore libertà di scelte esistenziali, dal punto di vista degli altri, ci fa apparire meno prevedibili e rassicuranti. Carotenuto nei suoi libri ci offre, tra le righe, il filo conduttore del “suo viaggio”, del travagliato percorso di ascolto della sua voce interiore e il conseguente allontanamento dai “soliti riferimenti abituali”, la sua ricerca solitaria di un se stesso ogni volta ancora da superare.

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Ed è soltanto quando è solo, lontano della moltitudine di occhi che lo guardano carichi di aspettative e definizioni, che il bambino (e successivamente l’adolescente o l’adulto) può veramente scoprire dentro di sé una vita personale, i propri desideri, le proprie emozioni. L’alternativa patologica è una vita falsa, che obbedisce instancabilmente alla “voce del Coro”, ripetendola come un’eco, una vita che non gli appartiene, costruita su reazioni agli stimoli esterni, accompagnata da un sentimento di assoluta inutilità. Carotenuto oppone a questa condizione estrema e mortale di colui che ha “sette pelli”, quella del “senza pelle” (come sembra percepisse se stesso).

L’eternamente bambino, l’artista, è colui che meglio di chiunque altro riesce a contattare la propria intima verità, ad afferrare così il significato profondo delle cose del mondo e ad esprimerlo nell’opera d’arte, che rappresenta ciò che da sempre l’uomo ha definito “bello”.

“Ogni grande libro spira questo amore per i destini dei singoli individui che non si adattano alle forme che la collettività vuol loro imporre. Ciò porta a risoluzioni che non si lasciano risolvere, e di costoro si può soltanto riprodurre la vita. Estrai il senso di tutte le opere poetiche e ne ricaverai una smentita interminabile- incompleta ma esemplificativa e fondata sull’esperienza- di tutte le norme, le regole e i principi vigenti sui quali posa la società che ama tali poesie! Per di più una poesia col suo mistero trafigge da parte a parte il senso del mondo, attaccato a migliaia di parole triviali, e ne fa un pallone che se ne vola via. Se questo, com’è costume, si chiama bellezza allora la bellezza dovrebbe essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica!” (Robert Musil, “L’Uomo senza qualità”)

Ogni evoluzione, così come ogni rivoluzione, nasce nel petto ed aspira ad una bellezza che stravolge il senso comune e porta con sé perdite irreparabili, travagliati vissuti di morti e rinascite con i loro dolori, solitudine e nostalgia.

“Questa sofferenza mi spingeva ad estraniarmi dai miei coetanei: ho imparato, da bambino a conoscere la solitudine, che mi accompagna tutt’ora … Spesso mi accorgo di intuire, di sapere certe cose, ma quando cerco di parlarne non vengo capito…Questa purtroppo è un’esperienza che bisogna imparare ad accettare. In un primo tempo può far male, può essere estremamente conturbante, poi si capisce che essa è strettamente legata alla capacità di vedere lontano, “dietro gli angoli”…Parlando con le persone, mi accorgo di frequente che esse non sono riuscite a guardare tanto oltre.”

La solitudine che accompagna spesso colui che riesce a guardare oltre, a vedere “dietro gli angoli”, come direbbe Carotenuto, è popolata da fantasmi, i fantasmi dell’infanzia o chissà… forse ancora più indietro nel percorso evolutivo. Fantasmi di una solitudine che viene spesso compensata da un’immaginazione feconda e fertile, che può ricreare, nel vuoto di un’assenza, un mondo intero, a volte senza alcuna considerazione per ciò che è reale e ciò che non lo è. Fantasmi questi che possono essere l’incarnazione felice di un passato rapporto fusionale, un “utero buono”o una “madre accogliente”, o in caso contrario, assumere le sembianze desertiche e distruttive del suo spettro più terrificante.

“Nel nostro campo siamo propensi a credere che non è importante…se il persecutore esiste veramente o se, invece, è un persecutore interno. Gli effetti sono gli stessi, le ferite sono ugualmente profonde. Ci si trova in un stato di tale vulnerabilità che qualunque input viene amplificato fino alla soglia del dolore: è come vivere senza pelle, terra viva sotto i colpi del sole e della pioggia. Ecco perché, per contro, si strutturano tali e tante difese che penetrare in quel silenzio diventa impresa ardua…”.

“Vivere senza pelle, terra viva sotto i colpi del sole e della pioggia…” è una immagine che colpisce e fa pensare al paradosso tra l’essere soli e questo “estremo sentire”. Un sentire che non può esimersi, a volte, della scelta di una solitudine radicale. Un sentire che rispetta se stesso al punto di isolarsi dal mondo in cui si vive è un sentire che porta con sé il dramma e il dolore dell’incomunicabilità, dramma questo al quale, sostiene Carotenuto, la persona creativa cerca di rispondere con la sua opera. Nei suoi scritti, l’autore sottolinea l’elemento terapeutico e trasformativo di una solitudine molte volte ricercata e l’attività creativa che molto spesso da essa scaturisce. .

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“Ogni artista, si sa, è costretto a una duplice solitudine: quella di cui necessita per raccogliersi sulle proprie immagini interiori e quella, spesso determinata proprio della natura della sua estrosità, del non essere compreso. …Senza contare il fatto che tale prossimità dell’altro non può che accentuare la distanza che da esso ci separa: il rimedio alla solitudine diventa un’ulteriore solitudine…”

La conquista della coscienza e dei confini dell’ego, la nostra “coscienza del limite”, porta con sé la “perdita del paradiso”, la percezione di una frattura insanabile tra me e l’altro, tra il mio desiderio ed l’oggetto che lo può placare. Porteremo sempre in fondo al nostro cuore la nostalgia di una completa fusione e comunicazione con l’altro, di quel nutrimento magico che, una volta incontrato, potrebbe placare per sempre la nostra sete.

Il “qualcosa che ci urla dentro” di cui parla Carotenuto può essere letto ancora più profondamente come una disperata richiesta d’amore, quell’amore che è stato il tema dominante di molti suoi libri. La richiesta di un amore sconfinato, la nostalgia di “un qualcosa” che sia più desiderabile del mondo stesso con le sue illusioni. Dalla struggente solitudine, e dal vuoto interiore, nasce quel sentimento di aver subito una perdita irreparabile, sentimento che appartiene ad ognuno di noi e che cerchiamo con ogni mezzo di poter colmare. Così come la speranza che un’unione idilliaca avvenuta in un passato lontano e perduto possa compiersi ancora una volta in una rapporto d’amore eccezionale o nello stato mistico.

Il dramma al quale Carotenuto cerca di rispondere “traducendo dal silenzio” la sua vastissima opera è un “dramma d’Amore” che appartiene ad ogni essere umano, il dramma “dell’incompletezza”, del tradimento della propria totalità e della struggente nostalgia di un felice rapporto “d’Amore totale”. È questo dramma che lo ha portato a “sostare nel luogo dell’assenza”, a dialogare con la “voce del silenzio” che sta alla base della sua personale opera di scrittore, così come il suo amore per i destini dei singoli individui che non si adattano alle forme sterili e sempre più strette richieste della collettività e sono costretti ad addentrarsi nel mondo interiore, nel tentativo di sfiorare per un solo attimo quella forza misteriosa e “viva” che pulsa dentro di sé.

Ed è ancora Musil a parlarci di mistero, il “mistero dell’insieme” che si cela dietro una vita, un’individualità:

“…infatti anche la bellezza di una persona non consiste in qualcosa di singolo e di dimostrabile, ma in quel magico insieme che si giova persino delle singole bruttezze; e allo stesso modo, la bontà e l’amore, la dignità e la grandezza di una persona sono quasi indipendenti dalle sue azioni, e sono esse in grado di nobilitare tutto ciò che essa fa. Il perché è un mistero, ma nella vita l’insieme ha la precedenza sui particolari…proprio questa presenza di una forza, che supera ciascuna della singole manifestazioni, è il segreto su cui posa tutto ciò che vi è di grande nella vita…”

Carotenuto ci ha lasciato, a testimonianza della sua personale ricerca interiore, la sua opera, nella quale possiamo rintracciare il filo conduttore del suo percorso esistenziale e lo svilupparsi della “sua arte”, e di arte in un certo senso possiamo parlare: un’arte paragonabile alla “scultura” come lui amava definire il lavoro degli analisti, quell’arte di “sgombrare le sovrastrutture” per far emergere l’anima, quell’arte di tradurre un silenzio che reclama amore, l’amore che unifica e trasforma, l’arte di esprimere tutta la sofferenza e tutta la speranza in una magica alchimia di parole. Parole vive, che nascono dall’anima e mettono anche scompiglio ma lasciano sulla carta il segno indelebile: “Ciò porta a risoluzioni che non si lasciano risolvere”, scrive Musil, “e di costoro si può soltanto riprodurre la vita”. Ma anche rievocare i fantasmi, ricercare il senso, assaporare la bellezza.

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