La morte che uccide la morte

La morte che uccide la morte

Ai confini dell’ego, tra oriente e occidente

(Estratto)
Virginia Salles, Roma

“Quando, affrancato dal corpo, nel libero etere ascendi, sei come un dio immortale, per sempre sfuggito alla morte”
(Empedocle)
“Che la morte non mi faccia impazzire ancora; ah!  nessuno sa quanto terribile è la pazzia dei morti.                                                                           
Morti. Morti – cioè – quelli che ancora dormono”.
(Guimarães Rosa)

Il prezzo della libertà

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Secondo le tradizioni esoteriche l’anima umana, per poter esprimersi in quanto personalità individuale e cosciente, è stata dotata di “un involucro-veicolo” che ne centralizza l’azione e, limitandola, le impedisce di perdersi. Servita e limitata quindi dagli organi di senso, può mettersi in rapporto con l’universo che la circonda soltanto attraverso questi stessi organi. Il corpo è questo involucro-veicolo fatto a misura dell’ambiente materiale nel quale l’anima deve vivere. Secondo Eliphas Levi (pseudonimo di Alphonse Louis Costant, grande studioso di “magia”), il corpo “limitando l’azione dell’anima, la concentra e la rende possibile. In effetti l’anima senza corpo sarebbe ovunque, ma così poco ovunque, che non potrebbe agire in nessun luogo; sarebbe perduta nell’infinito, assorbita e come annientata in Dio”1. Steiner fu il curatore delle opere di Goethe, e fu fortemente influenzato dal suo pensiero e della relazione dell’Uomo con la Natura, descritta da Goethe come qualcosa che va molto al di là del dualismo kantiano. Pensiero questo che, in un certo senso, si avvicina molto alla tradizione esoterica. La Natura nella visione goethiana permea tutto, compreso lo spirito e l’immaginazione umana. Così la verità non esiste come qualcosa di indipendente e oggettivo, ma si svela nell’atto stesso della cognizione – come affermano, oggi, gli studiosi di fisica moderna, tra i quali David Bohm2, la cui vita fu molto influenzata dal rapporto intimo e duraturo che ebbe con il grande insegnante spirituale Krishnmurti. Quindi lo spirito umano, secondo Goethe, non impone il suo ordine alla Natura come pensava Kant, ma, al contrario, è lo stesso spirito della Natura che produce il proprio ordine attraverso l’uomo – il suo organo di auto-rivelazione. La Natura quindi dal punto di vista di Goethe non è distinta dallo spirito ma è lo spirito in sé: i suoi processi respirano lo spirito e la forza dello stesso Dio. Una Natura inseparabile non solo dall’uomo ma anche da Dio. Goethe univa così poesia, anima, pensiero e scienza in un’analisi della Natura che rifletteva una religiosità carica di “participation mystique”, una religiosità decisamente immanente e sensuale.

sensuale

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La “sindrome del paradiso perduto” nasce da un miraggio, da un inganno fondamentale: dall’illusione della separatezza che fa si che percepiamo noi stessi separati dal resto del mondo. La nostra epoca ha portato fino alle ultime conseguenze questa separazione tra l’ego razionale e l’unità primordiale tra Spirito e Natura intravista da Goethe ed è caratterizzata soprattutto da questa perdita, dalla perdita della “participation mystique”. Ciò significa che nella misura in cui “sentiamo il nostro io, il mondo diventa “sdivinizzato” e che riusciamo a comprendere soltanto la natura inanimata. L’Arte nel mondo greco aveva come scopo proprio quello di risanare questa frattura tra la nostra anima imprigionata e il perduto mondo degli dei e ridare vita a ciò che era morto per la coscienza abituale. Una specie di processo risanatore, un rituale per ritornare sani: era la Tragedia. Se chiediamo a qualcuno di indicarci dove si trova la natura o ad un credente dove si trova Dio, tutti punteranno il dito verso qualcosa fuori, fuori dalla porta, dalla finestra, o dalla città, non importa, fuori di se stessi. Questo gesto esprime l’illusione, la percezione di base che in filosofia viene chiamata dualità e che segna la nascita dell’attuale stato di coscienza. Ma segna anche l’inizio, secondo alcuni, di tutta la sofferenza umana, e persino del suicidio dell’umanità. Questa obiettività, condizione primaria del metodo scientifico, esasperata, arriva persino all’eliminazione del soggetto stesso come sottolinea Edgar Morin. Oggi la meccanica quantistica e i nuovi sentieri della fisica moderna ogni giorno di più sottolineano questo equivoco fondamentale: la separazione tra l’uomo e l’universo è artificiale.

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Cosa non ha ancora raggiunto l’uomo, o cosa ha perduto? Per Steiner non si può comprendere la vita che pulsa con un pensare frammentato, con un pensare parziale. Ciò significa che con il pensare frammentato della coscienza individuale, con il pensare spiritualmente morto, possiamo comprendere soltanto ciò che è morto – la natura così come oggi ci si presenta sarebbe stata sentita dall’uomo dell’alba come il cadavere della natura. La forza del nostro pensiero deriva quindi dal cadavere dell’elemento animico-spirituale. Secondo quanto esprime Steiner nella sua “filosofia della libertà” – soltanto “il pensare morto” può portare l’uomo alla libertà – ciò significa che soltanto da allora, soltanto da quando è presente il pensiero e quindi la morte, possiamo essere liberi. Ma, continua ancora il padre dell’antroposofia: possiamo procedere al di là dello stato di sonno-morte abituale e ridare vita alla nostra anima non nata attraverso l’inspirazione e il pensare immaginativo: possiamo ritornare vivi con l’immaginazione. Goethe nel Faust fa dire ad una veggente: “Amo chi aspira all’impossibile” Trovo sorprendente che una visione così ampia e feconda sulla natura umana come quella di Steiner, non venga tenuta nella dovuta considerazione nell’ambito psicologico ufficiale, là dove si trovano i semi di molte successive elaborazioni di importanti concetti psicologici, come, ad esempio, quello di Anima-Animus o il processo di individuazione di Jung.

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Richard Tarnas3 descrive queste “gloriose” tappe dello sviluppo della coscienza occidentale dall’antichità fino ai nostri giorni e analizza le attuali drammatiche conseguenze dell’“impermeabilità” del nostro confine egoico e della predilezione esasperata, tipicamente occidentale, per la “separatezza”. Il paradigma della scienza che avalla questa visione del mondo affonda le sue radici nel modello newtoniano-cartesiano, oggi considerato anacronistico. Secondo Tarnas, la nostra coscienza egoica è oggi testimone del proprio tramonto e sembra aspirare ora, più che mai, al superamento dei suoi stessi limiti. Il desiderio più profondo sepolto nell’inconscio dell’uomo moderno è quindi quello di superare questa frattura e di riconciliarsi col mondo perduto degli dei (il femminile interiore, la via dell’infinito…). Riconciliazione questa che, secondo Tarnas, è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale dell’Occidente.

Lo scopo supremo del mito dell’eroe: la via dell’infinito

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Il passaggio al patriarcato, come ogni salto evolutivo, ha portato alla nascita di nuovi valori e il vecchio ordinamento che fu trasceso, nel quale vigeva la supremazia dell’inconscio – il matriarcato – è diventato ora negativo: la madre ha assunto il carattere del Drago o della Madre terribile (che in seguito si è trasformato: dalla Madre terribile – allo zio materno – al vecchio re – al padre personale). Questa stretta correlazione tra la coscienza e il maschile raggiunge il suo culmine con lo sviluppo della Scienza, un tipico prodotto della separatezza in veste di spirito maschile. Considerando il nostro “passaggio obbligato” attraverso di essa e senza voler sottovalutare le grandi conquiste della mente scientifica, dobbiamo riflettere sulla sua esasperata unilateralità, oggi non più funzionale alla nostra evoluzione. Qualsiasi cosa viene toccata dalla Scienza, è immediatamente espropriata del suo carattere originario e del suo collegamento con il resto del mondo, un tempo caricato e vitalizzato dalle innumerevoli proiezioni provenienti dell’inconscio.

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…questo adattamento esclusivamente alla realtà esterna, al mondo, non è più adeguato alle esigenze degli sviluppi successivi e più recenti. La coscienza moderna ha constatato che nell’inconscio stesso esistono degli elementi costituenti della realtà come dominanti della nostra esperienza, come idee o come archetipi. Dunque la coscienza deve rivolgersi all’interno4. Rivolgersi all’interno significa per la coscienza maschile “affondare”, significa ritornare alla Madre, al Grembo, all’Abisso e… all’Inferno – parole queste che possono essere equiparate al femminile e all’inconscio – rivolgersi all’interno significa aprirsi e offrire spazio ad una nuova coscienza emergente rappresentata mitologicamente dall’eroe. Il Drago nemico è la potenza oscura della Grande Madre divoratrice, l’elemento uroborico, la cavità uterina. E’ lo stadio psichicamente superato che vuole riassorbirlo e contro il quale l’eroe dovrà combattere (o soccombere) per affermare la propria libertà.

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La tradizione greca con il linguaggio simbolico del mito ci descrive il rapporto psicologico tra l’io e la realtà transpersonale che gli si manifesta e le varie tappe dello sviluppo della coscienza che lascia la sua scia di “vincitori” e “vittime”. Ci racconta la storia di Psiche, che, superando numerose prove, diviene l’immortale compagna di Eros o di Giasone che, aiutato da Medea, si è impossessato del vello d’oro, ma ci racconta anche di molti altri che hanno “fallito” in questa impresa o che hanno avuto un successo parziale: Icaro, che si avvicinò troppo al sole, gli si sciolsero le ali e precipitò; Orfeo perse Euridice e fu dilaniato dalle baccanti; Edipo diventò cieco e Prometeo fu incatenato ad una rupe. Nel suo combattimento vittorioso contro il Drago l’eroe afferma la sua origine divina nell’adempimento della condizione originaria e basilare del suo ingresso nella battaglia, condizione che è espressa mitologicamente nella formula “io e il padre siamo uno”. La personalità, attraverso queste esperienze, scopre di non essere più identica all’io, nel senso di aver psicologicamente superato il carattere di transitorietà proprio della coscienza egoica e di conseguenza, dato che già la conosce, non teme più la morte.

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Soffrire le ali

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Le nostre emozioni “personali” definite e circoscritte alle vicissitudini della nostra vita sono generalmente legate a qualcosa di conosciuto e comprensibile. La emozioni corrispondenti di natura transpersonale come la Paura o i Sensi di Colpa, per esempio, possiedono un’intensità che trascende ciò che possiamo sperimentare durante lo stato di coscienza ordinario e affondano le radici in una dimensione arcaica dell’evoluzione dell’umanità: la nascita della coscienza con la sua illusione di “separatezza”. Il Senso di Colpa transpersonale va molto al di là delle vicende del romanzo familiare, viene rappresentato nei miti come “colpa primordiale” o “peccato originale” e riguarda il “misfatto” della separazione dei genitori del mondo (la “separatezza o dualità”), o come direbbe Steiner, l’abbandono del “mondo dello spirito” che viene vissuto come solitudine e isolamento. La Paura transpersonale, che può raggiungere intensità a volte paralizzante, è la paura del ritorno alla condizione iniziale di indifferenziazione definita “la morte dell’ego”, è la paura di essere inghiottiti, di dissolversi nell’inconscio. Morte questa che è contemporaneamente anche l’esperienza trasformativa per eccellenza, esperienza di rinascita ad una nuova vita. Nelle parole di San Giovanni:

In verità, in verità vi dico,
se un uomo non nasce di nuovo
non può vedere il regno di Dio.
(Giovanni, 3: 3)

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I riti o misteri iniziatici erano destinati a produrre tale morte e il conseguente rinnovamento ed erano molto diffusi nell’antichità, come per esempio la morte e resurrezione di Osiride, Mitra, Tammuz, Adone, Attis e dei vari animali che li rappresentano (tori, capre, maiali, uccelli e pesci). Negli antichi misteri greci la parola “Ditirambo”, come veniva chiamato appunto l’ucciso e resuscitato Dioniso, aveva il significato di “essere della doppia porta”, colui che è sopravvissuto al “terribile miracolo” della doppia nascita. Nella nostra tradizione religiosa questa morte viene rappresentata dalla crocifissione e resurrezione di Cristo e dal battesimo che viene ancora oggi celebrato nel suo significato simbolico di “tuffo nella morte”5 e rinascita come figlio di Dio. È proprio nel momento di “passaggio attraverso la morte”, momento in cui l’antica identità si infrange, che c’è la possibilità di un’intima trasformazione. La libertà di una coscienza più vasta e la sua estasi esigono che l’individualità separata sia dissolta. La più radicale e più drastica di tutte le morti, la Morte che uccide la morte, e che ci ricongiunge al paradiso perduto va ben oltre le morti “minori” di aspetti parziali della nostra personalità che accompagnano il nostro percorso evolutivo e rappresenta un vero e proprio spartiacque tra la psicologia occidentale e i grandi sistemi psicologici orientali. La “morte dell’ego” scuote tutti i punti di riferimento, sottrae la terra sotto i piedi e fa apparire all’orizzonte “il mondo degli dei”.

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Nel buddismo tibetano, il Buddha della meditazione appare sotto due aspetti: uno di pace e uno di collera. Se siamo fortemente attaccati al nostro io e al nostro piccolo mondo temporale con le sue gioie e i suoi dolori e la vita del corpo ci sembra essere l’unica possibile, ci si presenterà l’aspetto terrificante e collerico della divinità. Terrore questo che ci fa venire in mente “la paura religiosa”, il mysterium tremendum descritto da Rudolf Otto o l’ammonimento biblico: “è cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente”. Ma nel momento in cui il nostro “io” cederà e si lascerà andare, questo stesso Buddha apparirà come portatore dell’estasi. Affermano gli orientali: “Quando l’angelo della Morte si avvicina, è terribile. Quando ti raggiunge è l’estasi”.

Samadhi, l’apoteosi dell’amore

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C’è un’emozione associata all’arte che va ben oltre la bellezza e l’armonia, e viene spesso descritta come qualcosa di sconvolgente, come un’emozione troppo forte perché il nostro normale stato di coscienza possa contenerla, ne sono esempi alcune manifestazioni della forza prodigiosa della natura come una distesa di mare infinito o un tramonto tinto di rosso. Questa emozione viene di solito definita “sublime”. Ma possiamo fare anche esperienza del mostruoso e del terribile vivendoli come sublimi. Sublimi sono anche alcune esperienze al limite della sopportazione umana, come per esempio catastrofi, terremoti, bombardamenti o violenti episodi bellici che a volte vengono descritte dai sopravvissuti come esperienze di tale intensità emotiva da essere vissute non solo come inumane e terribili, ma anche in una certa misura, appunto, come sublimi. Secondo il grande studioso di mitologia, Joseph Campbell, il Mostruoso e il Sublime sono in stretta relazione. Un’apparizione o presenza “orribile” trascende qualsiasi giudizio morale o estetico e fa esplodere tutti i nostri canoni prestabiliti di bellezza, armonia o comportamento etico. Nelle nostre religioni Dio equivale al “puro bene”. “No, no!” sostiene Campbell “Dio è orrifico!…”6

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Se cerchiamo di liquidarla, questa esperienza, affermando che “è falsa” ci accorgiamo che tutto ciò non può essere falso… piuttosto sarebbe falso tutto il resto, come affermano gli iniziati. La prova della verità che rimane è il ricordo e la vivezza dell’emozione che sono così schiaccianti da apparire più reali e più importanti di qualsiasi altra esperienza e da indurre lo stesso senso di certezza di chi si desti da un incubo sentendo intensamente i piedi ben piantati sulla terra. Questo stato di intenso piacere, gioia, di estasi amorosa, nel linguaggio dei mistici viene definito Samadhi, nome sanscrito che etimologicamente significa “unione con Dio”. San Paolo lo descrisse come l’unione dell’io e del “non io”, di soggetto e oggetto, nell’alchimia viene rappresentata come “nozze sacre” e appare come elemento di congiunzione anche nel linguaggio simbolico dei Rosa-Croce e in tutti i simboli sacri. Chi la vive, questa esperienza, si sente costretto a domandarsi appassionatamente, forse per la prima volta nella vita: “cos’è la verità?” Nel samadhi la verità emerge attraverso la rinuncia a tutte le forme, e l’accesso diretto al solo Significato. Questa particolare apparizione di solito viene definita Dio. E’ impossibile spiegare ciò che accade in quanto siamo abituati a usare i termini di una filosofia duale e egocentrica per spiegare i particolari di una esperienza il cui elemento principale è la congiunzione degli opposti e l’eliminazione dell’ego, quindi solo l’esperienza può metterci in grado di comprendere. Solo vivendolo possiamo finalmente capire il processo attraverso il quale si incomincia con il mandare via i pensieri durante la meditazione e si arriva fino alla distruzione del senso dell’individualità e possiamo confermare per la prima volta ciò che persino i maestri del linguaggio non sono in grado di descrivere, e che in precedenza sapevamo soltanto: che possiamo incontrare la nostra vera essenza (il Sé) solo dopo che ci siamo del tutto cancellati. L’esperienza dell’Eterno, come sostengono gli iniziati, è semplicemente l’esperienze di ciò che siamo e qualsiasi cosa sia l’Eternità, è qui e ora. In ambito mistico-spirituale l’elaborazione dell’esperienza di “immersione nelle acque scure del mare cosmico”, descritta da Neumann, avviene sul terreno del dogma o del simbolismo della religione di appartenenza e la “rinascita” acquisisce così il significato di una conversione o di una “rivelazione”. Molti mistici parlano di un’identità che si espande ben oltre i confini del loro corpo e che abbraccia l’intero cosmo e lo stato di estasi che accompagna questa espansione della coscienza, il samadhi, viene descritto come un’unione d’amore con l’essenza delle cose.

Per Richard Bucke, psichiatra e studioso del potenziale evolutivo di questi stati non ordinari di coscienza, così come per Boehme, mistico, l’illuminazione ed il rapimento estatico consentono una consapevolezza di se stessi e una comprensione intellettuale di diversa qualità, e un senso di relazione d’amore con una pura presenza viva. Questo nuovo tipo di conoscenza viene definito da Bucke “coscienza cosmica”7. Possiamo dire che questo tipo di esperienza è una delle fonti principali della creatività e del pensiero e nasce dall’impulso a esprimere e comunicare l’ineffabile che essa contiene. Wilber descrive tutto ciò con le seguenti parole: “È come se si svegliasse da un lungo sogno confuso per scoprire ciò che sapeva sin dall’inizio: egli, il sé separato non esiste e il suo vero sé, il Tutto, non è mai nato e mai morirà”8.

Iniziazione

Immaginiamo una goccia d’acqua dolce rinchiusa in una pellicola e gettata in mare. Finché la pellicola non sarà spezzata, la goccia conserverà la propria natura ma se la pellicola si rompe, dove si troverà la nostra goccia d’acqua nell’immensità del mare? Una leggenda buddista ci racconta la storia di una “bambola di sale” che voleva capire cosa fosse il mare. Il mare allora la invita a toccarlo e sciogliendole le dita le spiega che ha offerto qualcosa per iniziare a capire. La bambola decide di continuare ad immergersi nel mare e nella misura in cui avanzava si sentiva sempre più impoverita di una parte di sé, ma aveva sempre di più la sensazione di capire meglio. Soltanto quando l’ultima onda inghiottì ciò che restava di lei, nell’istante in cui scompariva, dissolta nell’onda che la travolgeva, comprese finalmente cosa fosse il mare. – Sono io! – esclamò, e questo fu il suo ultimo sussurro. Queste sono tipiche descrizioni introduttive all’approccio psicologico orientale: per il pensiero orientale ogni elemento di un individuo è sterile e privo di significato, fino a quando non si realizza nella sua controparte, la Totalità (il macrocosmo-mare). Per la visione esoterica separare se stesso dagli altri significa distruggersi ed il modo per espandere se stesso e realizzare la completezza consiste nel dissolvimento dell’io, nella trascendenza del senso di separazione dal resto del mondo.

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Quando lavoriamo con gli stati non ordinari di coscienza (stati olotropici), dobbiamo aggiungere alla cartografia dell’inconscio tratta dalla visione psicologica tradizionale un’ulteriore dimensione della psiche definita con il termine “transpersonale” che significa letteralmente ciò che va oltre, che trascende il biografico, il personale. Negli stati di coscienza olotropici possiamo fare esperienza di eventi o situazioni che la nostra civiltà con la sua visione cartesiana e materialistica del mondo non considera “reali”, possiamo, per esempio, viaggiare in mondi mitologici o fiabeschi, incontrare divinità, demoni, esseri mitologici, etc. Possiamo anche vivere episodi provenienti della vita dei nostri antenati o identificarci con entità archetipiche o con qualsiasi aspetto della natura sia esso umano, animale, vegetale etc. Il processo morte-rinascita così come viene vissuto nelle sedute di psicoterapia esperienziale implica molto di più che il semplice rivivere la nascita biologica: è un momento di transizione estremamente drammatico attraverso il quale si può attingere ad una diversa “qualità” di energia psichica e dell’esperienza soggettiva. Durante gli stati olotropici la coscienza individuale può raggiungere la sua massima espressione, trascendere ogni barriera e identificarsi con la Coscienza Cosmica o Mente Universale così come viene descritta nella letteratura spirituale. Le esperienze che emergono durante questi stati non ordinari di coscienza appartengono allo stesso “continuum” delle esperienze biografiche e perinatali e quindi scaturiscono dalle profondità della psiche individuale, ma allo stesso tempo sembrano provenire direttamente da fonti di informazione al di là della normale mediazione dei sensi e dell’esperienza biografica. Tutto ciò conferma l’ipotesi junghiana secondo la quale, al di là dell’inconscio individuale freudiano, possiamo contattare e attingere al patrimonio culturale dell’umanità intera contenuto nell’inconscio collettivo. Le nuove ricerche sulla coscienza e la psicoterapia esperienziale hanno gettato nuova luce sui temi della spiritualità e delle religioni ed hanno restituito alla psiche umana la sua “dimensione cosmica”. La spiritualità e la “numinosità” sembrano essere una proprietà intrinseca della dinamica profonda della psiche così come descritto da Jung. Ogni volta che il processo di autoesplorazione esperienziale raggiunge il livello transpersonale della psiche ciò porta al risveglio della spiritualità e segna l’inizio di un percorso “mistico”.

Estinzione di massa, la morte di tutti noi

Di quando in quando il nostro pianeta attraversa un’inevitabile evento catastrofico: la morte collettiva degli esseri viventi. Fino a circa duecento anni fa gli uomini non avevamo la minima idea che questo fosse mai accaduto o potesse accadere ancora. Non c’è mai stata , in nessun precedente periodo della storia umana, la consapevolezza della possibilità di un’estinzione di massa. Nell’anno 2007 il Museo di Storia Naturale degli Stati Uniti d’America fece un sondaggio tra i biologi, i quali venivano chiamati a rispondere alla seguente domanda: “Ci troviamo in un processo di un’estinzione di massa?”. Il settanta per cento rispose di sì9. Un’estinzione di massa è quindi la definizione di quello che sta accadendo nel nostro pianeta. Le cifre sono le seguenti: circa venticinquemila specie si estinguono ogni anno. Nel caso in cui gli esseri umani non esistessero o si comportassero diversamente in relazione alla Natura, una sola specie si estinguerebbe ogni cinque anni. Questo significa che abbiamo velocizzato il tasso d’estinzione in progressione esponenziale, qualcosa come da cento a mille volte. Ho appena sentito al telegiornale che sono stati riscontrati episodi di cannibalismo tra orsi polari dovuto alla scarsità di cibo, siamo bombardati quotidianamente da questo genere di notizie.

Stiamo assistendo quindi ad una catastrofe lenta ma inesorabile come quella che portò via i dinosauri circa sessantacinque milioni d’anni fa. La differenza, questa volta, è che siamo noi i responsabili di questo evento. Ci risulta però difficile sentire e comprendere ciò che sta accadendo perché questa è una consapevolezza che riguarda l’intero pianeta e richiede “una visione d’insieme” mentre i nostri sensi sono stati abituati e si sono sviluppati per trattare e interagire con le cose a portata di occhio e di mano e non è facile percepire tutto ciò che riguarda la totalità. Le promesse allettanti, implicite nello sviluppo scientifico e tecnologico esplosivo del ventesimo secolo, hanno portato l’uomo moderno ad allontanarsi sempre di più da questa “visione d’insieme” – dall’antico Dio, lo possiamo dire – a bandirlo dalla propria vita insieme alla dimensione trascendente dell’esistenza, ed a sostituirla con il mondo tangibile, misurabile, materiale proposto dalla visione scientifica. Oggi ci comportiamo davvero come onde che si sono dimenticate di essere il mare. Se dal punto di vista esteriore le immense conquiste del secolo scorso hanno migliorato vistosamente la qualità della vita, per quanto riguarda la visione d’Insieme, la ricerca interiore e del Significato dell’esistenza è come se ci fossimo arenati: questo sviluppo esponenziale non è stato accompagnato da un’adeguata “consapevolezza” ed evoluzione etica che andasse di pari passo con tali grandi conquiste. La scienza si è rivelata limitata e deludente rispetto alle aspettative di “un mondo migliore”, di un’evoluzione umanistica, di una trasformazione qualitativa della umanità. Mai nella storia delle conquiste tecnologiche gli uomini hanno tratto tanti vantaggi dai progressi della scienza come nei giorni nostri, così come mai sono stati tanto diffidenti nei suoi confronti. Di conseguenza, il Dio abbandonato in favore dei promettenti traguardi dell’era illuminista è ritornato, vendicativo, dal buio profondo delle nostre anime pretendendo ciò che non gli fu spontaneamente offerto, sotto forma di “malattie”, come sostiene James Hillman. O di “pulsione mistica” come afferma Stanislav Grof.

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Siamo incatenati all’effimero, ci racconta il mito, l’aquila ci erode e “soffriamo le ali”, come direbbe Guimarães Rosa, ma riusciamo appena a intuire il volo. La difficile battaglia che siamo chiamati a combattere avrà luogo, questa volta, nelle profondità del nostro mondo interiore – dello spazio profondo – o dell’universo emergente in noi, come direbbe Swimme. Nei miti il padre divino dell’eroe interviene in suo aiuto nelle situazioni decisive come quella che sta avvenendo ora: una guerra archetipica tra divinità. Ed è proprio là dove soggetto e oggetto si uccidono a vicenda, che l’eroe, come Parsifal, conquista la sua lancia e prosegue nella ricerca della radice segreta di sé stesso. Il conflitto che si ripete e che permea ogni trasformazione è ciò che l’adepto dei Misteri sperimenta personalmente nel corso dell’Iniziazione ed è anche il messaggio racchiuso nel simbolo di Cristo: “essere crocifisso e risorgere”. Ogni vittoria è una morte. Morte che può trasformarsi nella stessa vita e far sì che ciascuno di noi possa generare di nuovo se stesso da se stesso e colmare l’invalicabile abisso tra l’uomo e Dio.


Note

1 Neumann Erich, Storia delle origini della coscienza, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1978

2 Ibidem, pag. 298

3 Pleroma è il Nulla e allo stesso tempo la pienezza originaria, un luogo atemporale ed adimensionale preesistente ad ogni cosa, la dove non esistono più né il pensiero né lo stesso Essere. Nella visione gnostica il mondo materiale è separato dalla sfera divina (il Pleroma). Questa divisione tra il mondo dove l’uomo si trova “imprigionato” ed un Dio superiore ed occulto diede origine al “peccato originale”.

4 Guimaràes Rosa, J. (1969), Paramo, in Estas estorias, Editora Nova Fronteira, Rio de Janeiro (traduzione dell’autrice).

5 Originariamente il battesimo, così come era praticato dagli Esseni, consisteva nell’immersione forzata del battezzando nell’acqua che lo portava vicino alla morte per soffocamento.

6 Campbell, Joseph, Il potere del mito, TEA, Milano, 1998, pag. 269.

7 Brian Swimme è matematico e cosmologo americano specialista delle dinamiche evolutive dell’universo e fondatore del Centro per la Storia dell’Universo presso il California Institute of Integral Studies.

8 McGuire, W., Hull, R. F. C., a cura di, Jung parla. Interviste e incontri, Adelphi, Milano, 2002, p. 446.

9 Ibidem, p. 446.

L’arte della psicoterapia

L’arte della psicoterapia

Lo spazio terapeutico come luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima

(Estratto)

 

“Il fine dell’arte inferiore è piacere, il fine dell’arte media è elevare, il fine dell’arte superiore è rendere liberi”.

 

In fondo, la religione è una forma rudimentale del sentimento della bellezza. Tutta l’arte non è altro che un rituale religioso”.

(Fernando Pessoa)

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L’arte che rende liberi

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Fernando Pessoa, il grande poeta portoghese, che potrebbe essere definito un vero e proprio alchimista dell’anima, demiurgo, mago della parola, attraversò un travagliato percorso di ricerca interiore e di auto-esplorazione-espressione dal quale scaturirono i famosi eteronimi: Alberto Caieiro, Riccardo Reis, Alvaro de Campos e Bernardo Soares – personaggi che appartenevano all’avanguardia culturale portoghese e che si muovevano disinvolti in questi ambienti come se fossero personaggi viventi dai contorni definiti, ognuno corredato di una propria biografia e riconoscibile per l’inconfondibile stile letterario. Pessoa definisce l’arte: “l’auto espressione che lotta per essere assoluta”. Frase questa che potrebbe essere riproposta in relazione al percorso esistenziale di un analizzando e lo svilupparsi della “sua arte”, e di arte in questo caso possiamo proprio parlare: l’arte di decodificare l’indicibile attraverso la magia alchemica delle parole. Parole che ri-nascono dalle profondità dell’essere, vitalizzate di nuovo spirito, parole che portano caos, mettono scompiglio, ma che rendono palpabili, nell’aria impalpabile, l’essenza indelebile. L’arte di “sgombrare le sovrastrutture” per fare emergere l’anima, un’arte che Aldo Carotenuto paragonava alla “scultura”, un’opera da realizzare a “quattro mani”, o meglio a “due cuori”, tra il terapeuta e l’analizzando. E sottolinea ancora Pessoa: “La finalità ultima dell’arte non è piacere, la finalità ultima dell’arte è elevare”.

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L’artista russo Kandinskij, creatore della pittura astratta, esprime nelle sue opere lo strettissimo legame che riesce a intravedere tra l’opera d’arte e la dimensione spirituale. L’arte, per questo suo autorevole rappresentante, “oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”. Il colore, per Kandinskj, può avere due possibili effetti sullo spettatore: un effetto fisico, superficiale, basato sulla percezione sensoriale e un effetto psichico dovuto alla vibrazione spirituale attraverso cui il colore raggiunge l’anima: il colore “ha un odore, un sapore, un suono”. Il rosso, per esempio, esprime dolore, ma non tanto per un’associazione di idee (il colore del sangue), quanto per le sue intrinseche caratteristiche, per il suo “suono interiore”. Kandinskij per spiegare l’effetto del colore sull’anima utilizza una metafora musicale: il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto, l’anima è un pianoforte di infinite corde. La composizione di un quadro, secondo l’artista russo, non deve rispondere ad esigenze puramente estetiche ed esteriori, piuttosto deve essere coerente con una profonda necessità interiore, che l’autore chiama onestà. Il bello non è quindi ciò che risponde a canoni estetici ordinari e prestabiliti. Il bello è ciò che risponde a ciò che l’artista sente e vive come una necessità interiore.

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Necessità interiore che in fondo all’anima appartiene a tutti noi in quanto, secondo Carotenuto, siamo tutti potenzialmente “artisti”. Ed è proprio attraverso la sofferenza che ci costringe a porci domande alle quali non possiamo rispondere se non ponendoci altre domande, che siamo in un certo senso “chiamati” all’auto-espressione ed all’evoluzione. Chiamati da “qualcosa” che sembra aver luogo altrove, fuori di noi, qualcosa che “feconda la nostra anima” e ci rende appunto “creativi”. Per Carotenuto come per Meister Eckhart creare significa dedicarsi alla dimensione sacra dell’esistenza: “la creatività è una scintilla del divino che dimora nella nostra interiorità”. (Carotenuto, 1991). Una scintilla che dimora in quel luogo di alterità, quell’aldilà dentro di noi che Rudolf Otto definisce “numinoso”, un luogo più reale della realtà stessa, un luogo futuro, presente nel presente, che usiamo chiamare sacro. Tutta l’arte in questo senso diviene arte-sacra, così come sacro è anche il temenos, lo spazio della terapia. Dinanzi ad un’opera d’arte o all’ingresso di un luogo sacro, come per esempio un santuario in uso da secoli, molte persone fanno un’esperienza soggettiva comune: provano sentimenti di pace interiore e armonia quasi palpabili, rispetto reverenziale, timori e tremori come se l’aria che si respira in questi luoghi fosse stata impregnata oltre che della bellezza artistica, anche da tutte le proiezioni, emozioni, intenzioni, preghiere e significati che sono stati riversati da generazioni di visitatori che ne hanno calpestato il suolo, contemplato la bellezza, e “respirato” l’atmosfera.

Il terremoto dell’Arte.

Ma ciò che incanta allo stesso tempo sconvolge e scuote l’anima nelle fondamenta, spiazza. Difficilmente si osserva un capolavoro rimanendo gli stessi di sempre, distaccati e indifferenti. Qualcosa accade: inquietudine, panico, terrore, oppure sentimenti di unità, di espansione di sé, che favoriscono l’accesso ad una sorgente interiore di forza vitale. Nel bene o nel male, qualcosa accade. Ma questo potere evocativo delle opere d’arte o del luogo “sacro” può rivelarsi, a volte, drammaticamente dirompente e destrutturante della personalità. E anche pericoloso. L’esperienza estetica può fare “ammalare” di una malattia tra le più nobili: “la sindrome di Stendhal” come l’ha definita Graziella Magherini (1989) nel suo omonimo libro riferendosi al famoso scrittore affetto da questo tipo di sconvolgimento psicologico dinanzi alla potenza dell’arte. Nel suo libro la Magherini racconta la sua esperienza di psichiatra a Firenze, città d’arte per eccellenza, con turisti stranieri in preda a scompensi psichici scatenati dalla contemplazione di luoghi e opere appunto di “eccessiva bellezza”:

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Nella misura in cui ci identifichiamo con il nostro “io” separato, il mondo rimane “sdivinizzato” ed è attraverso l’opera d’arte che ci viene presentato l’elemento spirituale esistente dietro le cose del mondo. L’arte diventa così una specie di “processo risanatore” attraverso il quale viene offerta allo spirito invisibile la possibilità di rendersi visibile, di manifestarsi nella forma sensibile e di sottrarsi quindi alla sua esistenza d’Ombra: si percepisce attraverso i sensi, ma proprio come se nei sensi fluisse lo spirito. L’esperienza estetica urge quindi in quanto necessità vitale: come mezzo per rientrare in contatto con la totalità perduta, una sorta di antidoto all’alienazione contro il quale l’uomo moderno erige barriere e oppone rigide resistenze.

L’arte e la sua crudeltà

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Se estraiamo il senso di tutte le opere artistiche, ne ricaviamo quello che per Robert Musil è una smentita interminabile-incompleta, ma esemplificativa e fondata sull’esperienza di tutte le norme, le regole e i principi vigenti sui quali posa la società che ama tale arte. L’arte, per Musil, “trafigge con il suo mistero da parte a parte il senso del mondo, attaccato a migliaia di parole triviali, e ne fa un pallone che se ne vola via. Se questo, com’è costume, si chiama bellezza allora la bellezza dovrebbe essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica!”1 Anche per il filosofo francese Jean-Luc Nancy, considerato assieme a Jacques Derrida il maggiore esponente del “decostruzionismo”, la grande arte provoca, sconvolge e ribalta il senso del mondo. L’arte contemporanea stravolge completamente l’usuale senso della bellezza: smonta la frase, la forma stessa, disorganizza la sintassi ed esprime così, oltre i confini della parola, il proprio dissenso in tutta la sua carica anarchica e provocatoria, dissenso che è anche critica e sfida ai miti, ai linguaggi, ai valori, all’eccessivo intellettualismo e consumismo della nostra moderna società. Rappresentanti della Pop Art, come Andy Warhol e Roy Lichtenstein per esempio, hanno espresso la loro critica alla società dei consumi: degli hamburgers, delle auto, dei fumetti, della TV, attraverso la “raccolta” delle immagini e degli oggetti prelevati della vita quotidiana e la trasformazione degli stessi in opere d’arte, l’introduzione e l’uso nella loro produzione di strumenti e mezzi non tradizionali.

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L’utero e l’arte

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Qualcosa di indicibile e non rappresentabile, qualcosa che doveva rimanere celato alla nostra consapevolezza, emerge dagli abissi più profondi dal nostro essere e dalle nostre viscere e si manifesta nella coscienza in tutta la sua potenza trasformatrice. Secondo Kazuo Ono, il grande maestro di buto, il luogo di origine della vera arte è il ventre materno. Lì, immerso nel liquido amniotico, l’embrione si muove in un mondo senza confini, un mondo illimitato, oceanico, un mondo che, secondo Ono, “non è alla portata dei viventi”. L’emozione e la gioia che scaturiscono dalla contemplazione della Bellezza ci riconducono ad una dimensione estatica di espansione e perdita dei confini, a quella dimensione del piacere, unione e fascinazione dell’originaria fusione con la Madre-Natura che affonda le radici nella esperienza prenatale. Questo sentimento di completezza che appartiene ai territori sconfinati della esperienza intra-uterina trae la sua origine in quel passato remoto mai del tutto cancellato: quando eravamo Tutto e non c’era mancanza dalla quale potesse nascere un qualsiasi desiderio. L’esperienza estetica offre un spazio intermedio nel quale ritualizzare la nostra fame di completezza, la nostalgia di quel luogo dell’anima pervaso di Piacere, Bellezza e Armonia, l’estasi paradisiaca: la fusione con il corpo materno. Quando durante una profonda auto esplorazione esperienziale, attivata per esempio attraverso la respirazione olotropica, si raggiungono quei territori dell’inconscio profondo che Stanislav Grof definisce “prima matrice perinatale di base” (“l’universo amniotico”) che ha la sua base biologica nella fusione originale del feto con l’organismo materno durante l’esistenza intrauterina, emergono emozioni e sensazioni fisiche di estrema intensità: qualcosa come “trovarsi sotto l’acqua”, fluttuare nel mare o in regioni senza limiti fino all’identificazione con l’oceano intero, con galassie, spazi interstellari o addirittura con tutto il cosmo. Tutte queste sensazioni vengono accompagnate da immagini simboliche e archetipiche cariche di “numinosità” come per esempio visioni paradisiache della natura nel suo massimo splendore, bellezza, armonia: acque limpide e cristalline, cieli azzurri, foreste vergini, pietre preziose, oro, argento o immagini di paradisi delle varie culture. La massima espressione della qualità sacra e spirituale di questa matrice è l’esperienza di unione mistica o unità cosmica caratterizzata dalla trascendenza del tempo e dello spazio, dal sentimento di profonda riverenza verso tutta la “creazione” e da forti sentimenti estatici. Questo tipo di estasi è definito “Oceanico o Apollineo”2.

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Il temenos analitico, luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima

Nei nostri sogni l’inconscio viene spesso rappresentato come un territorio straniero e il nostro rivoluzionario percorso interiore passa attraverso l’esplorazione di questa “zona oltre il confine” dentro di noi, sia nei suoi aspetti paradisiaci che in quelli infernali. Luogo interiore dal quale emergono i nostri fantasmi che finiscono per popolare lo spazio del setting analitico, spazio “intermedio” di incantamento e di sensibilizzazione estetica, contenitore ottimale delle proiezioni di tutto ciò che si trova “oltre il confine” dentro di noi. Prerogativa dell’opera d’arte così come di ogni terapia del profondo in quanto “spazio uterino”, base delle esperienze emotive, è quella di rendere significativi, traducendoli in simboli, quegli aspetti della vita interiore mai sufficientemente pensabili, esprimibili né rappresentabili: il setting come un scenario d’arte quindi, tela bianca e tavolozza di colori, vuoto palcoscenico dove dipingere i nostri fantasmi e inscenare un dramma archetipico. L’anima di un luogo può essere scoperta proprio come l’anima di una persona e descritta dall’interno, così come la percepiamo. Riusciamo a sentirla, per esempio, nei siti archeologici, nelle antiche dimore o quando siamo immersi in un scenario d’arte, nei luoghi sacri: in quei magici pioviscoli di luce che filtrano dalla finestra socchiusa, nei suoni provenienti da non so dove… che colmano lo spazio di “presenze invisibili”, in quegli attimi di sospensione in cui riusciamo a scorgere, nello scricchiolio del pavimento in legno, il passo felpato dei vecchi fantasmi che camminano in punta di piedi per non disturbarci… Lo scrittore Henry James usa l’espressione genius loci (spirito o anima del luogo) per definire questa “pregnanza di spirito” che racchiude in sé l’essenza dell’ambiente: un distillato di tutti i significati che quell’atmosfera ci suggerisce con i suoi odori, suoni e colori, i suoi spazi aperti o chiusi, i suoi giochi mutevoli di ombre e luci. L’Anima di un luogo è inestricabilmente fusa con noi e impone trasparenza e autenticità. Come la bellezza di un’opera d’arte – bellezza che per Schiller rimane sempre qualcosa di indefinibile e “porta la testimonianza sensibile di ciò che, al di là dell’umana comprensione, è fondamentale” – anche un luogo ci può incantare, accendere l’animo ed emanare suggestioni che annebbiano i sensi e ci portano altrove… Ciò che nell’aria si diffonde e riempi i nostri cuori e polmoni è l’essenza stessa dell’ambiente che, volatile, feconda l’anima e aleggia tutt’intorno sotto forma di sottili informazioni tra i nostri sensi e le persone, gli spazi, gli oggetti, l’aria che si respira. Qualcosa che sembra andare molto al di là dei soli simbolismi o significati reconditi.

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Nei luoghi sacri le preghiere e gli atti di devozione restano registrati nell’ambiente così come lo spazio della terapia rimane impregnato dell’anima, del calore e della verità di tutta la storia passata, presente e futura dell’analizzando. Nel setting tutto l’ambiente è caratterizzato da una densità cosi potente che ogni gesto, i silenzi, o il semplice suono della voce sono amplificati e resi così carichi di genius che ci catturano e arrivano diritto ai nostri sensi e ci ricordano alcuni particolari scenari d’arte come, appunto, il teatro di Grotowski o di Beckett, la “danza delle tenebre” (il buto) o le “installazioni” di una Biennale.

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Pensiamo, per esempio ad una esperienza soggettiva comune: il sentimento di rispetto reverenziale, di devozione e pace chiaramente palpabile che alcune persone provano entrando nei luoghi antichi, come santuari o scavi archeologici. Luoghi questi, sacri o profani che siano, che esercitano sulla psiche dei visitatori fenomeni particolari, molte volte riportati e descritti nella letteratura spirituale di ogni epoca ma spesso considerati come folklore popolare o suggestioni. Ervin Laszlo, eminente studioso di fisica moderna, teoria dei sistemi e teoria generale dell’evoluzione, nel suo bellissimo libro “Risacralizzare il cosmo” mette in relazione questi eventi con i più moderni sviluppi teorici della fisica, in particolare con “il formalismo olografico quantico associato al campo A”. Secondo Laszlo tutti questi elementi – il santuario, le persone che entrano e escono, l’altare e la struttura stessa del luogo – emettono “un’aura sotto forma di informazioni olografiche che vengono assorbite reciprocamente”. Quindi probabilmente, secoli di reverenza, preghiere e devozione profondamente sentite dai fedeli vengono assorbiti nel tempo nella struttura stessa del luogo, che li rimette a sua volta nello spazio circostante. Lo spazio è quindi “condizionato” dalle folle e dei sentimenti di chi lo ha frequentato. Studi recenti (William Tiller, Stanford) offrono una descrizione, da un punto di vista “sperimentale”, del “condizionamento” di un spazio: stando a questi studiosi ciò significa che determinate proprietà di un oggetto materiale possono essere modificate tramite un “pensiero coerente focalizzato”, come avviene nella meditazione. Questo condizionamento suggerisce una relazione (risonanza interna) tra “chi ha originato l’intenzione” e “l’oggetto fisico”, come nell’esempio precedente del santuario.

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Infatti più l’opera d’arte è famosa, conosciuta da tutti, più assorbe per generazioni le proiezioni dei nostri desideri, aspirazioni, esaltazioni, divenendo simboli viventi e contenitori delle divinità che dall’inconscio collettivo tendono ad emergere e chiedono di essere accolte. Dinanzi all’incanto e alla bellezza di un luogo o di un’opera tramandataci da secoli, non possiamo esimerci dal prendere contatto con l’altra realtà soggiacente alla nostra realtà ordinaria, di ascoltare le sue richieste, e aprire la porta alle sue divinità, ai suoi simboli e archetipi. L’inconscio collettivo è “inquinato” dalle vicende traumatiche della storia umana nello stesso modo in cui l’inconscio individuale è inquinato dai traumi della nostra infanzia e adolescenza. Possiamo dire che a seguito dell’emergere della potenza archetipica, straripante dalle opere d’arte, viene riattivata la memoria animica-spirituale dell’umanità. Il percorso evolutivo (e terapeutico) individuale, nel contatto con l’opera d’arte, trascende quindi la sfera personale facendoci partecipi della evoluzione collettiva e della “cura del campo di coscienza della specie” (Christopher Bache).

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L’artista austriaco Hundertwasser, impegnato in una crociata per conquistare la felicità attraverso la bellezza e il potere dell’arte in opposizione al funzionalismo tecnologico globalizzante, propone una visione dell’essere umano e della società assolutamente originali. Autore del “Manifesto sull’ammuffimento contro il razionalismo in architettura”, del 1958, Hundertwasser viene chiamato “il pittore delle cinque pelli” per la sua esplorazione e descrizione delle cinque pelli dell’uomo a partire della prima pelle: la membrana che delimita la nudità dell’uomo e racchiude l’io, attraverso la seconda: i vestiti; la terza: la casa dell’uomo; la quarta: l’ambiente e l’identità sociale, fino alla quinta: l’ambiente globale, l’ecologia e l’umanità. Per Hillman, come per Hundertwasser, un luogo che non ha i suoi traumi, i suoi umori, i suoi momenti mistici, le sue inquietudini e afflizioni è privo di autenticità e di vita interiore, è falso, proprio come lo può essere un essere umano. L’anima per Hillman non è qualcosa che si possa spiegare ma “piuttosto essa stessa è il principio e la chiave di ogni spiegazione” e si possono attribuire ad un luogo che perde la propria anima – la sua essenza urbana o paesaggistica, il distillato di tutto quanto nel luogo è significativo – la stessa sofferenza e le stesse cause di quando, in una persona, l’anima è perduta.

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Stendhal descrive nel suo diario del viaggio in Italia un suo improvviso e misterioso malessere che accade al suo ingresso nella Basilica di Santa Croce, malessere questo che ha inspirato alla Magherini il nome della famosa sindrome: terrore, panico e vertigini che lo hanno costretto ad uscire all’aperto e iniziare la lettura dei versi dei Sepolcri del Foscolo, lettura che risultò in quel momento rassicurante e terapeutica. Proprio come dall’atmosfera carica di emozioni, pensieri e fantasmi aleggianti nella stanza della terapia, emergono le esperienze di immaginazione attiva di Mario, così l’intensità dello scenario artistico della basilica di Santa Croce fa tornare nel teatro della mente di Stendhal un elemento estraneo, rimosso ma probabilmente, da sempre, profondamente familiare. Lo possiamo chiamare un déjà-vu carico di angoscia, sepolto sotto strati e strati di corazze difensive, che doveva rimanere lì nascosto per sempre e che invece all’improvviso si manifesta alla coscienza. La bellezza e la sacralità di un luogo riescono a entrare in risonanza e contenere proprio quelli aspetti più estremi e conflittuali del nostro mondo interiore, vere e proprie isole o interi arcipelaghi che galleggiano alla deriva nel mare dell’inconscio, lontani dalla terra ferma della nostra coscienza.

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Psicologicamente il tempo dell’arte e il tempo della Terapia è il tempo necessario all’ego limitato per disperdersi nell’aria ed espandersi all’infinito, è il tempo in cui cadono le maschere menzognere e si attenuano le caratteristiche strettamente personali ed emerge alla luce una nuova consapevolezza di sé stessi e del mondo in un processo evolutivo-creativo senza fine verso una sempre più compiuta realizzazione della propria umanità.

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Nella cultura giapponese lo stato di trance non è considerato uno stato di “unità con il divino”, quanto un mezzo per “elevarsi”, un stato attraverso il quale l’uomo impara ad essere “semplicemente se stesso” e allo stesso tempo “privo di sé”, il che lo porta ad agire in modo “univoco e infallibile”. In termini transpersonali questo significa agire al di la dei propri confini egoici, in funzione della totalità. Questo stato di verginità psicologica, che nella tradizione religiosa significa “agire secondo il volere di Dio”, è un azione “pura”, se per purezza intendiamo ciò che non è contaminato dal desiderio personale. All’interno del temenos analitico, terapeuta e analizzando s’immergono “nella via dell’acqua che scorre”, in quello stato di armonia con se stessi e con l’ambiente che secondo la pratica zen porta “all’azione perfetta”. All’interno del setting, le parole pronunziate e le azioni compiute sono tutt’uno con il luogo, che diventa per il terapeuta e l’analizzando il mondo intero. E proprio come alcuni artisti che sostengono di non essere stati “loro stessi” creatori dell’opera, ma solamente “un tramite” della Creazione, è viva anche nel terapeuta la sensazione di non aver fatto proprio nulla, e che non ci sia davvero nulla che si debba fare. Senza alcuna intenzione o sforzo, dinanzi ad una porta aperta verso l’infinito, le cose semplicemente… accadono.

Virginia Salles

L’eclisse. Frammenti di un percorso terapeutico

L’eclisse. Frammenti di un percorso terapeutico

(Estratto)

 

 

…sembrava che anche gli oggetti materiali fossero fatti di amore, anzi che tutto il mondo fosse una esplosione di amore. Vedevo amore, udivo amore e toccavo amore. Per me non esisteva altro che amore…

(Sri Govinda, La Coscienza Cosmica )

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Secondo la psicologia di Reich, Lowen e Gaiarsa, ad ogni emozione corrisponde una preparazione organica (muscolare, cardiaca, respiratoria), atta ad estrinsecarla, che prevede un’azione del corpo nella realtà. Ad ogni rimozione corrisponde quindi un “imprigionamento” del gesto o dell’azione non manifesti che lasciano il posto ad una serie di contrazioni muscolari e restrizione respiratoria. Queste tensioni formano ciò che Reich definisce “le corazze muscolari del carattere” che trattengono e impediscono il libero fluire delle emozioni, l’autoespressione, la spontaneità, e provocano un’insufficiente irrorazione sanguinea in quelle parti o organi del corpo interessati. Queste “rigidità caratteriali” stanno all’origine di molti disturbi psichici e di malattie psicosomatiche. L’attivazione dell’inconscio, che avviene durante questo tipo esperienze di auto esplorazione profonda, provoca il risvegliarsi della memoria corporea e delle esperienze ad essa associate, molto spesso non accessibili al linguaggio verbale. Queste reazioni fisiche che vengono attivate durante la seduta olotropica possiedono una struttura psicosomatica molto complessa e affondano le loro radici non solo nell’inconscio personale, ma anche archetipico o transpersonale. Alcune volte rappresentano le tensioni e i dolori della vita quotidiana del respiratore in modo amplificato; altre volte invece appaiono collegate ad antichi vissuti o traumi appartenenti a stadi precedenti della sua vita. Altre volte ancora comunicano, attraverso il linguaggio del corpo e le emozioni o immagini ad esso associate, un messaggio importante per quella persona: una profonda comprensione di qualche evento significativo della sua vita o di temi filosofici o esistenziali di più ampio respiro, universali, che in quel determinato momento diventano attuali e richiedono maggiore chiarezza. La tensione fisica può essere “sciolta” in due modi diversi: il primo, attraverso la catarsi e l’abreazione, così come furono descritte da Freud e Breuer: l’energia viene liberata attraverso il pianto, movimenti, spasimi e tremori, urla e persino il vomito. Il secondo modo offre una diversa comprensione e rappresenta un nuovo sviluppo della psicoterapia: le tensioni che affiorano vengono “consumate” attraverso “contrazioni muscolari transitorie di varia durata”, liberando così l’organismo in modo piuttosto sorprendente e, direi, molto efficace. A queste intense manifestazioni psicofisiche fa seguito un profondo rilassamento.

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L’approccio psicologico transpersonale, che affonda le sue radici nel modello umanistico, focalizza l’attenzione in modo particolare sulla fragilità e sull’insignificanza dell’esistenza umana derivate dalla separazione dell’io dal “Sé”, il centro spirituale interiore che trascende l’individuo. Quando siamo identificati con il nostro io biografico, la vita ci appare terribilmente arida e vuota, priva di significato e di contatto con i valori e principi universali. Il sintomo diventa allora la risposta naturale al fallimento del progetto esistenziale incentrato sull’ego, sulla “separatezza”. In questo contesto il processo evolutivo richiede di varcare i ristretti confini della logica egocentrica e di abbandonare le modalità difensive dell’io a favore di una crescente apertura verso il mondo interiore e la dimensione sacra dell’esistenza. Procedendo verso una più profonda consapevolezza di se stessi e del proprio sentire si arriva a un momento cruciale: la resa – senza la quale, senza che ci sia il dono integrale di se stessi, non può aver luogo la trasformazione. In questo momento ciò che muore è quella parte di noi che s’identifica con i confini della nostra pelle, quella parte separata dal resto dell’universo che agisce come se fosse la protagonista assoluta nella scena della vita. Ciò che muore è la percezione di noi stessi come “entità separate”, lasciando spazio e apertura a tutto ciò che fino a quel momento è stato altro da noi. È soltanto dopo aver abbandonato l’ego con le sue identificazioni, ruoli e le sue vecchie sicurezze, che possiamo aprirci a questa nuova consapevolezza ed entrare in contatto con la “vita che fluisce dentro di noi” in tutta la sua potenza propulsiva e creatrice. Questo è il momento fondamentale del processo di morte e rinascita descritto da Grof.

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Le esperienze olotropiche non richiedono mai un’ulteriore analisi o interpretazione, in quanto la profondità di questi vissuti è tale che qualsiasi interpretazione risulterebbe riduttiva e limitante del fluire stesso del processo psicologico. Qualche volta può essere di aiuto l’amplificazione di tradizione junghiana, come per esempio il racconto di temi mitologici analoghi o evocativi. L’effetto di questa esperienza fu per Giacomo quello della rivelazione, fu un’esperienza che lo segnò profondamente e fu foriera di una vera e propria trasformazione nella sua vita.

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Nel programma dei dodici passi utilizzato dagli Alcolisti Anonimi, il terzo passo – “abbiamo deciso di rimettere la nostra volontà e la nostra vita nelle mani di Dio, cosi come noi lo intendiamo”- riguarda il venir meno del controllo da parte dell’io e l’abbandono, la resa incondizionata ad un Potere Superiore. Questo passo apre le porte al “Sé profondo”, al “Potere Superiore”, a “Dio, cosi come noi lo intendiamo”. Questa espressione “Dio, così come noi lo intendiamo”, utilizzata nel programma dei dodici passi, sottolinea l’unicità di ogni esperienza del divino, l’importanza dell’esperienza che ciascun essere umano ha del Sé profondo.

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Questa tecnica terapeutica proposta da Grof, così come altri metodi esperienziali utilizzati in ambito transpersonale, nasce dalla sempre crescente esigenza di una più ampia integrazione teorica e di un maggiore eclettismo tecnico nell’attuale panorama degli studi in ambito psicologico. Pionieri in questo campo sono stati i lavori di ricercatori appassionati, da C. G. Jung a Abraham Maslow, da John Perry a Stanislav Grof, da Roberto Assaggioli a Ken Wilber, e altri. Lo scopo principale di questi metodi rivoluzionari è quello di “spingere in avanti” l’evoluzione individuale e collettiva e di accrescere l’efficacia terapeutica guardando oltre i confini delle singole teorie e dell’approccio psicoterapeutico tradizionale considerato riduttivo, in quanto non mette in discussione l’unilateralità della nostra attuale visione della psiche e gli stessi confini egoici. Nella nostra cultura non esistono strutture ufficiali che possono offrire la possibilità di squarciare il velo di Maya descritto dagli indù, di andare al di là delle apparenze e vivere profonde esperienze emotive. Attraverso questi vissuti possiamo trascendere la realtà ordinaria, compensare così l’unilateralità tipica del mondo in cui viviamo e accedere alle sfere transpersonali, alla dimensione più profonda della psiche che da sempre ha rappresentato l’unica fonte di significato esistenziale e di verità per tutta l’umanità. Nella cura delle diverse forme di dipendenza è indispensabile offrire alla persona sofferente la possibilità di vivere esperienze che attivino e nutrano il cuore e favoriscano l’accesso alle profondità del proprio mondo interiore. Senza questa possibilità di trascendenza ogni approccio terapeutico risulta riduttivo e inadeguato. La vera trasformazione tramite lo “spiritus contra spiritum” non può avvenire se non viene soddisfatto questo impulso al superamento dei confini egoici, la profonda sete dell’anima che soggiace a questo tipo di sofferenza, che possiamo ben definire spirituale. Non possiamo soddisfare questa esigenza attraverso lo studio della teologia, l’apprendimento di dogmi, la preghiera o la pratica di un credo religioso. È necessario un percorso interiore, una esperienza, l’immersione nelle profondità dell’anima alla ricerca di un contatto diretto con il Mysterium tremendum, la forza spirituale in ognuno di noi.

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L’uomo biodegradabile

La trascendenza dei confini abituali dell’ego, l’esperienza di una dimensione “altra” da ciò che lui riconosceva come “se stesso” che ristabilisse il contatto con la fonte di significato dell’esistenza: era forse questo l’elemento mancante nella vita di Giacomo che lo allontanava da se stesso, imprigionava il suo cuore, e aveva sconvolto così drasticamente la sua esistenza? Oggi mi sento di rispondere proprio di sì. Ma non solo. Un altro elemento determinante è stata la funzione di rispecchiamento svolta dalla relazione terapeutica. Quando manca interiormente il “centro di gravità permanente” (Battiato), la percezione di se stessi è quella di un’immagine frammentata, proprio come l’immagine che appare dinanzi ad un “specchio infranto”. È questo il vissuto soggettivo tipico di chi va incontro alle varie forme di dipendenza da alcol, droga o altro. La funzione di “rispecchiamento” all’interno della relazione terapeutica, l’essere “guardati in fondo all’anima”, “visti” in profondità, “riflessi” e “riconosciuti” da un occhio attento ed empatico, possono rappresentare un’esperienza profondamente risanatrice. L’attenzione e l’interesse vivi di un’altra persona agiscono dentro di noi come il sole a primavera, riscaldano e accendono la vita interiore. Là dove c’è vera attenzione verso l’altro può esserci reale scambio di influenze e trasmissione di conoscenza, la vita inizia a germogliare e sorgono le prime “variazioni” in una reciproca danza della creazione: possiamo immergerci fiduciosi nel letto del fiume della vita e arrenderci alla trasformazione. Solo allora le cose iniziano ad accadere…e quando si raggiunge l’apice della reciproca influenza, iniziamo a percepire che io e l’altro, io e l’universo siamo creazione continua, che non esistono cose, esistono solo processi, avvenimenti.

Durante il mio training formativo in respirazione olotropica mi accadde un’esperienza particolare: ero la “sitter” (assistente) di un ragazzo di circa trent’anni che mi chiese di guardarlo fisso nel volto con molta attenzione per tutto il tempo dell’esperienza. L’ho fatto con impegno anche se, nelle tre ore di durata della sessione olotropica, qualche volta, distratta dai rumori della sala o dall’esperienza di altri respiratori, ho leggermente distolto lo sguardo dal suo volto. Ma ogni volta che questo accadeva il ragazzo, che nella penombra della sala portava sugli occhi una benda nera, si accorgeva della mia distrazione e dava segni visibili di sofferenza e di abbandono. Ritornavo subito alla posizione di totale concentrazione del mio sguardo sul suo volto e lui si riprendeva. In quei momenti il suo volto, dietro la benda, sembrava illuminarsi e continuò ad essere raggiante ancora dopo l’esperienza. Durante la condivisione descrisse il suo vissuto emotivo riguardo a quell’“essere guardato con attenzione” come una delle esperienze più gratificanti della sua vita, qualcosa che aveva sempre, nel suo intimo, ardentemente desiderato. Questo è un esempio di “richiesta” di un’esperienza relazionale “correttiva” che accade durante l’esperienza olotropica, quando si ritorna nel luogo dell’assenza, ad un vissuto precedente di deprivazione, spesso legato all’infanzia. A volte la richiesta può essere di un semplice contatto della mano, di una carezza o di un lungo abbraccio.

Le esperienze di trascendenza dei confini spazio-temporali vissute durante gli stati olotropici portano alla disindentificazione con il corpo, acquisizione indispensabile e tappa fondamentale di ogni percorso spirituale. Questa nuova percezione di se stessi, che in realtà è un superamento del “limite”, trascina con sé un profondo senso di libertà e la consapevolezza (emotiva, non razionale) di un se stesso non più dentro ai confini della propria pelle, non più “separato”, un se stesso che va oltre i ruoli abituali e abbraccia la totalità dell’esistenza. Un se stesso, forse per la prima volta “intero” e allo stesso tempo, paradossalmente, “oltre i confini”. Questo tipo di esperienza produce in chi la vive un effetto di “rivelazione”, è spesso carica di “numinosità” e di sacralità, ed è, credo, uno dei momenti più trasformativi del percorso interiore. Una volta elaborata e integrata nella personalità totale, essa rimane uno di quei momenti rispetto al quale possiamo davvero affermare di “non essere più gli stessi”, o di essere “inspiegabilmente nuovi”. La “verità” che scaturisce da questa nuova consapevolezza è profondamente “ecologica”, tale da poter parlare della nascita di un nuovo modo di essere “umani”: un essere umano che possiamo definire “biodegradabile”. L’esperienza della trascendenza dei confini spazio/temporali è portatrice di consapevolezza e di significato e rende la persona maggiormente in grado di armonizzarsi con la natura e con i propri simili e di assumersi il proprio compito esistenziale in quanto, una volta “scioltasi”, trasceso i confini, la persona sa e sente di appartenere alla Totalità. Non solo allora lo “Spiritus contra spiritum” junghiano contro la devastazione dell’alcol, ma “lo spiritus” contro l’alienazione, il vuoto, la frammentazione e la “separatezza”, la perdita di senso e di valori, l’indifferenza. Lo spiritus contro una natura sempre più devastata e un mondo che sta andando a pezzi. Un antidoto risanatore per Giacomo sicuramente, ma forse per tutti noi in questo particolare momento del nostro travagliato percorso individuale e collettivo, dell’avventura interiore che chiamiamo evoluzione.

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza. L’inconscio visto da Jung e Grof

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza.
L’inconscio visto da Jung e Grof

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 potenzialita

Le “emergenze spirituali”

Nel nostro mondo attuale che predilige gli aspetti razionali della psiche, gli stati non ordinari di coscienza vengono spesso guardati con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. In altri tempi o contesti culturali diversi dal nostro (oriente, sciamanesimo, misteri greci etc.) questi stati venivano invece considerati una benedizione divina, un dono degli dèi ed erano e sono tuttora attivamente ricercati con l’utilizzo di vari mezzi di autoesplorazione profonda: “le tecnologie del sacro”. La Psicologia Transpersonale li ripropone in veste moderna, all’interno di una prospettiva psicoterapeutica e di evoluzione della coscienza. Immaginiamo ora di essere improvvisamente catapultati in un altro mondo e di vivere esperienze assolutamente insolite rispetto al nostro modo abituale di percepire e di sentire la realtà, di avere per esempio visioni di demoni, divinità, personaggi mitologici, arcobaleni, comete, o anche visioni di una luce abbagliante di splendore e bellezza sovrannaturali, di trovarci in luoghi lontani e sconosciuti o in altri periodi storici, di sentire correnti di energia che attraversano il corpo, oppure di morire, sparire nel nulla e unirci in un amplesso con l’intero universo, di provare panico, paura di non ritornare più in questo mondo. Una situazione simile ci fa venire subito in mente una diagnosi di tipo psichiatrico. Eppure, stando agli studi effettuati da Abraham Maslow, John Perry, Stanislav Grof etc., negli ultimi decenni sempre più numerose sono le persone che hanno vissuto e vivono esperienze così insolite, persone che, invece di cadere irrimediabilmente nella follia, emergono da questi stati straordinari “transformate” rispetto a prima, nel senso di aver acquisito una maggiore consapevolezza, benessere psicofisico e un diverso modo di relazionarsi con se stessi e con gli altri.

In alcuni casi questo tipo di esperienza segna l’inizio di un vero e proprio percorso spirituale simile a quello descritto dalle varie tradizioni religiose di tutto il mondo. Grof ha definito questi stati mentali “emergenze spirituali”, sottolineando cosi il loro doppio aspetto di “pericolo” e “opportunità”. Nel 1980, per venire incontro al bisogno crescente di riconoscimento, sostegno e informazione a chi attraversa questo tipo di crisi evolutiva, Grof ha creato insieme a sua moglie Cristina lo “Spiritual Emergenze Network” (S.E.N.), una rete internazionale di sostegno in alternativa al sistema psichiatrico tradizionale. In questi ultimi 20 anni il S.E.N. ha compiuto grandi passi nell’affermazione del concetto di emergenza spirituale nell’arena della salute e della malattia mentale e ha promosso l’idea che possa esistere un intenso processo di trasformazione psicologica che, pur presentando aspetti drammatici, non è patologico. Grof considera queste esperienze, durante le quali vengono attivati i livelli più profondi dell’inconscio, uno sforzo radicale della psiche per guarire se stessa, una tendenza verso una situazione di maggiore equilibrio e armonia, verso uno stato di coscienza più completo.

Queste esperienze di trasformazione non avvengono sempre e necessariamente in modo cosi drammatico e improvviso. Gli psicologi transpersonali, riconoscendo l’enorme importanza evolutiva di questo tipo di esperienza, sia dal punto di vista individuale che collettivo, e nel tentativo di agevolare il moto evolutivo della natura umana, hanno approfondito lo studio delle diverse modalità che l’uomo, da sempre, ha utilizzato per provocare questi stati particolari di coscienza, intuendone il potenziale terapeutico: il suono dei tamburi, i vari tipi di danze tribali, il vorticare dei Dervisci, l’assunzione di piante allucinogene come il peyote e la sua “esperienza di morte e incontro con esseri di luce” (secondo quanto descrive Castaneda), l’ayahuasca, la “liana dei morti”, che provoca una trance di tipo medianico (molto utilizzata dagli indios e attualmente in tutto il Brasile e altre regioni del Sud America, all’interno dell’imponente cerimonia religiosa del “Santo Daime”), le varie tecniche respiratorie (come quelle descritte per esempio nel pranayama, l’antichissima arte-scienza indiana della respirazione) e la più moderna sostanza scoperta da Hoffman, oggi fuori legge: l’LSD.

La storia

Jung è stato il primo psicologo a teorizzare che nell’inconscio esiste una porta d’accesso ad una coscienza più ampia e universale, una via verso il trascendente. Grof, con il suo percorso, la sua “avventura di autoconoscenza”, come lui stesso la definisce, ha aperto questa porta verso la dimensione transpersonale, allargando la cartografia dell’inconscio verso quelle sfere della psiche definite da Ken Wilber “sottili e causali”. All’origine della ricerca di Grof sugli stati non ordinari di coscienza c’è una sostanza, oggi bandita della legge, che fu allora utilizzata sia nella ricerca che in ambito terapeutico: ho sentito da Grof stesso il racconto del suo primo incontro con quella “scatolina bianca” speditagli dai laboratori Sandoz di Basilea con la misteriosa scritta: LSD-25, la nuova sostanza sperimentale dotata di proprietà psicoattive scoperta dal chimico Albert Hoffman. Questo incontro ha avuto per Grof, che nel 1956 fu uno dei primi soggetti sperimentali, conseguenze profonde sulla sua vita personale e professionale. Grof, che in alcuni suoi libri descrive dettagliatamente le sue esperienze con l’LSD, si accorse molto presto che i suoi vissuti erano molto simili a quelli che conosceva dalla lettura dei grandi testi mistici di tutto il mondo. All’epoca Grof attribuì tutto quanto agli effetti della droga. Oggi lui sostiene che la possibilità di un’esperienza mistica sia un diritto naturale di tutti gli esseri umani.

Successivamente gli fu affidata la responsabilità di una ricerca clinica che esplorava il potenziale terapeutico della psicoterapia a base di LSD. Durante queste sedute molte esperienze iniziali contenevano materiale biografico, “legittimo e desiderabile oggetto di esplorazione”. Procedendo nelle sedute tutti i soggetti passavano prima o poi a vivere esperienze che andavano oltre il materiale biografico. Nella misura in cui si approfondiva l’esplorazione dell’inconscio, il soggetto in terapia psicolitica tendeva a spostarsi da uno stadio “freudiano”, in cui vengono “confermate sperimentalmente” le tesi della psicoanalisi classica, ad uno stadio che potrebbe essere definito rankiano-reichiano-esistenziale e successivamente ad uno stadio “junghiano”, per via dell’attivazione del livello archetipico della psiche. A questo punto emergeva una potente sequenza di morte e rinascita psicologica, molte volte accompagnata da intense emozioni: sentimenti statici di unità con la natura, il cosmo, gli esseri umani, visioni di divinità o demoni, esperienze di regni mitologici oppure ricordi di situazioni o esperienze di luoghi lontani o di altri periodi storici. Grof sostiene che sarebbe arbitrario e molto artificioso considerare i ricordi dell’infanzia come normali e accettabili ed attribuire invece alle esperienze che ad essi seguivano un carattere patologico. Da questi vissuti scaturiva una grande quantità di emozioni e sensazioni che, se lasciate seguire il loro corso naturale, risultavano fortemente terapeutiche ed erano il più delle volte accompagnate da importanti insights sul significato dell’esperienza. Secondo Grof molti stati che la psichiatria ufficiale considera bizzarri ed incomprensibili sono manifestazioni della tendenza naturale della psiche umana a rivivere i propri traumi per guarire se stessa e raggiungere una condizione di maggiore equilibrio. Grof tentò di tracciare una mappa dei territori esperienziali che venivano allo scoperto attraverso l’azione catalizzatrice dell’LSD. Dedicò molto tempo a questo lavoro tenendo una dettagliata documentazione delle sue ricerche psichedeliche, credeva di creare una nuova cartografia della psiche umana. Quando ebbe completato la sua mappa della coscienza si accorse di aver riscoperto quello che Aldous Huxley aveva chiamato “la filosofia perenne”, la sintesi e l’essenza delle concezioni dell’universo delle grandi scuole iniziatiche di tutto il mondo emersa più volte in differenti luoghi e periodi storici (i diversi tipi di yoga, il buddhismo, il sufismo, il taoismo, la kabbalah, il misticismo cristiano etc.). Le osservazioni di Grof degli stati non ordinari di coscienza lo portavano sempre di più alla consapevolezza che le moderne concezioni psicologiche, compresa la sua stessa formazione medico-psichiatrica e psicoanalitica, “grattavano in superficie la psiche umana” e scopri ben presto che il suo lavoro con questi stati di coscienza avrebbe messo in serio pericolo la sua reputazione scientifica. Durante il primo decennio Grof svolse isolatamente le proprie ricerche censurando attentamente ogni comunicazione resa in ambito professionale, parlando apertamente delle proprie scoperte soltanto ad una ristretta cerchia di amici. La situazione cambiò nel 1967 quando Grof, trasferitosi negli Stati Uniti, fece la conoscenza di molti colleghi ricercatori della coscienza, antropologi, tanatologi, parapsicologi che erano arrivati con le proprie ricerche ad una concezione della psiche molto vicina o complementare alla sua. Incontro particolarmente fecondo fu quello con Abraham Maslow, che aveva condotto un’estesa ricerca sugli stati mistici spontanei o esperienze di vetta, raggiungendo conclusioni simili alle sue. Da questo incontro nacque l’idea di fondare una nuova disciplina capace di combinare la scienza con la spiritualità e studiare i vari livelli o stati di coscienza. A questo nuovo movimento fu dato il nome di “psicologia transpersonale”. Nei suoi quarant’anni di studio approfondito della psiche umana, attraverso l’osservazione degli stati non ordinari di coscienza in se stesso e negli altri, Grof arrivò ad alcune conclusioni radicali. “Oggi” sostiene Grof “credo che la coscienza e la psiche umana siano molto di più di un prodotto accidentale dei processi fisiologici del cervello; esse sono il riflesso dell’intelligenza cosmica che permea l’intera creazione. Non siamo solo delle macchine biologiche e degli animali altamente sviluppati; siamo anche campi di una coscienza senza limiti che trascende lo spazio ed il tempo. In tale contesto la spiritualità è una dimensione imprescindibile dell’esistenza”1.

L’LSD, una volta sfuggito al controllo terapeutico, rivelò la sua pericolosità. L’assunzione da parte di soggetti non preparati a questo tipo di esperienza può risultare infatti destrutturante per la personalità. L’LSD fu messo fuori legge e Grof, approfondendo i suoi studi sugli stati non ordinari di coscienza, a sostegno del diritto di ogni essere umano di evolvere verso uno stato di maggiore completezza, sviluppò la “Holotropic Breathwork”, la respirazione olotropica, un potente metodo di respirazione che, associato alla musica evocativa ed al lavoro sul corpo, può indurre, in un contesto sicuro, un intero spettro di esperienze risanatrici, comparabili a quelle prodotte con l’utilizzo di piante allucinogene o l’LSD, con l’evidente vantaggio della non assunzione di alcuna sostanza estranea all’organismo. La differenza fondamentale è che negli stati non ordinari di coscienza che vengono attivati con mezzi naturali quali la respirazione e la musica, la psiche umana sembra attingere a un “qualcosa” che possiede un’attività terapeutica spontanea. Questo “qualcosa” viene chiamato da Grof il “guaritore interno”e, come un “radar interiore”, è in grado di selezionare il materiale inconscio che in quel determinato momento risulta terapeutico e può essere elaborato dal “respiratore”. Molto diverso quindi dall’assunzione di sostanze come l’LSD che possono provocare esperienze psicologicamente devastanti, in quanto il soggetto può non essere in grado di elaborarle ed integrarle.

La respirazione

Le nostre più antiche tradizioni spirituali da sempre hanno utilizzato svariati mezzi attraverso i quali l’essere umano trascendeva la propria identità individuale e trovava una sua collocazione in una dimensione più ampia, al di la del tempo e dello spazio, soddisfacendo cosi quell’insaziabile bisogno di spiritualità cosi intrinseco alla natura umana. In tutte queste antiche tradizioni i partecipanti conoscevano il significato di questo oltrepassare i confini dell’esistenza quotidiana ed esplorare realtà molto al di là della coscienza ordinaria e ciò avveniva durante i riti di possessione, nella pratica delle svariate tecniche dell’estasi utilizzate nello sciamanesimo, nei sacri misteri di morte e rinascita praticati nell’antica Grecia e in Asia Minore: i misteri eleusini, i riti dionisiaci, i misteri di Attis e di Adone etc.

La respirazione, il “soffio vitale”, è stata utilizzata da tempi immemorabili quale potente mezzo di accesso al mondo interiore. Attraverso la respirazione si possono indurre stati non ordinari di coscienza e catalizzare intensi vissuti che risultano terapeutici e tali da provocare profondi cambiamenti. Le modalità respiratorie che vengono utilizzate a questo scopo variano dall’interferenza drastica sulla respirazione, fino ai raffinati esercizi utilizzati dalle diverse tradizioni spirituali come il pranayama, per esempio. Il battesimo, nella sua forma originale, consisteva nell’immergere forzatamente il battezzando nell’acqua fino a portarlo alle soglie della morte per soffocamento. Trasformazioni profonde della coscienza possono essere provocate dall’iperventilazione come dalla ritenzione prolungata della respirazione. Pratiche sofisticate di questo tipo possono essere riscontrate anche nella meditazione taoista, nel Kundalini yoga, nel Siddha yoga, nelle pratiche Sufi etc. J.A. Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista junghiano-reichiano, contraddicendo l’affermazione della psicoanalisi classica secondo la quale la prima fase dello sviluppo è orale, sostiene che il primo momento dello sviluppo e della formazione dell’io è respiratorio, in quanto “respirare” è la prima cosa che il neonato fa: “il movimento respiratorio inizia con la nascita, è dato con la coscienza del mondo e si costituisce quale prima forma di coscienza di sé”2. La psicologia junghiana, focalizzando l’attenzione sugli eventi dal punto di vista “puramente psicologico”, sembra trascurare l’importanza del corpo e degli aspetti fisici che sono così intrinsecamente legati al mondo emotivo e che sono stati cosi fortemente rivendicati da Reich. Ai traumi fisici, così come ai processi fisiologici, non viene attribuita la dovuta importanza, sia per quanto riguarda lo sviluppo psicologico dell’individuo, sia nella genesi delle varie forme di psicopatologia, proprio come se il corpo e la psiche fossero due cose ben distinte.

Attraverso la respirazione, durante l’esperienza olotropica, possiamo aprire le porte del mondo interiore e confrontarci con ciò che è stato rimosso nel corso della nostra vita, liberare l’energia impegnata nella rimozione e favorire così lo sbriciolarsi della diga che ci separa della nostra “sorgente”. Molte di queste esperienze rimosse appartengono ad una fase dello sviluppo in cui non esisteva ancora il linguaggio verbale e risultano perciò inaccessibili ad una forma di terapia che ha come mezzo di espressione la parola. Il livello perinatale dell’inconscio, il territorio esperienziale legato agli eventi traumatici della nascita biologica, contiene anch’esso vissuti drammatici, emozioni ed energia “congelate” che non raggiungono la coscienza e che, una volta elaborate, favoriscono l’accesso alle profondità dell’inconscio. Anche i traumi fisici, al pari di quelli psichici, rimangono conservati nella memoria del corpo, codificati “nella nostra carne”, muscoli, organi e tessuti. L’attivazione dell’inconscio che avviene durante una profonda autoesplorazione esperienziale provoca il risvegliarsi della memoria corporea e di queste profonde esperienze non accessibili al linguaggio verbale.

L’esperienza

Secondo Grof l’evoluzione della coscienza deve varcare i confini dell’ego e la respirazione è uno dei mezzi più potenti per far sì che ciò avvenga. La mia esperienza di integrazione della psicoterapia verbale di tipo analitico, con le sedute di gruppo di autoesplorazione esperienziale che utilizza soprattutto la respirazione come via d’accesso all’inconscio, mi porta ad alcune importanti riflessioni sui limiti e i tempi della terapia che utilizza soltanto il mezzo verbale: penso di poter affermare che questo tipo di esperienza faccia da catalizzatore ed acceleratore del percorso analitico in quanto riesce a sciogliere dei “nodi” ed agevolare il percorso terapeutico. Uso dire ai futuri respiratori quando propongo questo tipo di esperienza: “È come se per un po’ lasciassimo la macchina (la terapia analitica-verbale) e salissimo su un aereo, o ancora meglio su un’astronave. Dopo di che si ritorna in macchina per fare il resoconto di questo viaggio aerospaziale”. Durante l’esperienza olotropica i vari livelli di esperienza attivati: biografico, perinatale, transpersonale, si manifestano in molti casi relazionati con un tema comune di base, per esempio il rifiuto, il conflitto, la solitudine, la sfida etc., definiti COEX da Grof o “sistemi di esperienza condensata”: un raggruppamento di vissuti, ricordi, sensazioni, appartenenti a diversi periodi della vita della persona, compreso quello intrauterino, che sono accumunati da una stessa tonalità emotiva o sensazione fisica, come se tutto quanto girasse intorno ad un unico grande tema archetipico. Il concetto di sistemi COEX come “principi ordinatori generali della psiche umana” ricorda in un certo senso l’idea di Jung sui “complessi psicologici”.

Il ruolo del terapeuta è quello di appoggiare il processo esperienziale con piena fiducia nel suo potenziale di guarigione senza influenzarlo o manipolarlo e di sostenerlo anche quando non viene compreso immediatamente. Spesso accade che gli “insights” corrispondenti emergano dopo l’esperienza o nelle sedute successive. In alcuni casi la risoluzione del conflitto o del “sintomo” avviene a livello biografico, oppure in relazione con il materiale perinatale o con diversi temi transpersonali. La violenza e drammaticità di alcune esperienze può suscitare nel terapeuta l’impulso a controllarle o scoraggiare la piena espressione. Sostenere la varietà e intensità delle esperienze richiede dal terapeuta un’autentica fiducia nel processo e una personale dimestichezza con gli stati non ordinari di coscienza. Trascriverò più avanti le testimonianze di alcuni “respiratori” che hanno fatto l’esperienza olotropica, molti dei quali erano contemporaneamente in terapia verbale di tipo analitico (junghiano). I gruppi sono formati da 8 a 12 persone e la durata dell’esperienza è di una giornata e mezza. Il materiale presentato è stato scritto di proprio pugno dai respiratori stessi e lasciato intatto. In alcuni casi, per un problema di spazio, ho tralasciato alcuni brani meno significativi. L’età corrisponde a quella reale e i nomi naturalmente sono stati sostituiti. Le persone a cui ho rivolto questa richiesta hanno accettato molto volentieri di descrivere la propria esperienza e colgo qui l’occasione per ringraziarli per la preziosa collaborazione.

Le esperienze che avvengono negli stati non ordinari di coscienza attivati durante la respirazione olotropica esprimono diversi “livelli” dell’inconscio che si sovrappongono e si confondono. Le manifestazioni fisiche variano dal caldo al freddo, correnti di energia che attraversano il corpo, dolori o “tetanie” in diverse parti del corpo che possono arrivare alla paralisi temporanea degli arti, del volto, di tutto il corpo. Durante il processo olotropico emergono intense emozioni che vengono espresse il più delle volte insieme a immagini di avvenimenti, persone o situazioni che le hanno suscitate. Questi vissuti vengono associati spesso a ricordi di avvenimenti infantili e biografici ma a volte riguardano immagini, avvenimenti o situazioni che sembrano estranee alla vita personale del respirante, ma che sono portatrici di un significato profondo per quella persona in quel determinato momento. Le esperienze definite “perinatali” (“intorno alla nascita”) sono state ampiamente descritte da Grof. In questi casi non soltanto si “rivive” la nascita biologica, ma viene attivato anche il livello “archetipico” della psiche con importanti risvolti psicologici, filosofici e spirituali. Le esperienze transpersonali, di difficile descrizione, verranno trattate in seguito.

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Le esperienze perinatali

Quando durante una profonda autoesplorazione esperienziale si va oltre il livello biografico dell’inconscio, oltre i ricordi infantili e si raggiunge il momento della nascita, emergono emozioni e sensazioni fisiche di grande intensità, associate ad immagini archetipiche cariche di “numinosità”. Il motivo per cui emergono insieme sfugge alla logica ordinaria e potrebbero essere meglio descritti nei termini di una “logica esperienziale” che non si basa su una somiglianza formale ma sulla constatazione che le sensazioni fisiche e quelle emotive appartengono al medesimo vissuto. Secondo l’opinione della medicina ufficiale, durante la nascita il neonato non è ancora cosciente in quanto la sua corteccia cerebrale non è ancora del tutto mielinizzata, il che significa che i neuroni cerebrali non sono interamente avvolti dalla guaina protettiva di una sostanza chiamata “mielina”. Quindi, secondo questa opinione, la nascita non viene registrata nella memoria ed è quindi un’esperienza del tutto irrilevante. Questa ipotesi è in forte contraddizione con le osservazioni di Grof ma anche con un ampia letteratura a riguardo che descrive l’enorme sensibilità del feto durante il periodo prenatale. E’ noto che la capacità di memorizzazione è presente in forme di organismo che non sono dotate di corteccia cerebrale e persino in alcuni organismi monocellulari. Secondo Grof una così assurda contraddizione logica all’interno del pensiero scientifico potrebbe essere un’ulteriore conferma della forte repressione emotiva a cui è soggetto il ricordo della nascita nella nostra cultura. Le teorie più moderne basate su profonde autoesplorazione esperienziali sostengono la tesi secondo la quale il ricordo della nascita è registrato nella nostra memoria fino al livello cellulare ed incide profondamente sul nostro sviluppo psicologico.

La gamma dei vissuti e immagini che vengono attivate durante l’esperienza perinatale non è limitata solamente agli elementi fisici e psicologici legati alla nascita biologica; a questo punto del processo, viene attivato il livello archetipico della psiche e il confronto esperienziale con la nascita e con la morte assume una dimensione “universale” e provoca un’apertura verso nuovi orizzonti esistenziali. L’intima connessione esperienziale tra nascita e morte nelle profondità dell’inconscio riflette il fatto che la nascita è un evento potenzialmente mortale, il passaggio nel canale del parto è un passaggio “realmente” rischioso che può effettivamente provocare la morte, come avveniva spesso in tempi lontani ma potrebbe accadere anche adesso. Portiamo quindi dentro di noi, in quanto esseri umani, serbato nell’inconscio collettivo, questo ricordo ancestrale di tanti nascituri morti in battaglia contro il corpo materno per venire alla luce. La nascita è quindi un evento pericoloso e “doppiamente” mortale che pone un fine drastico alla vita paradisiaca all’interno del liquido amniotico: il feto “muore” in quanto organismo acquatico che vive in simbiosi con la madre, per nascere in una nuova forma di vita “separata” dal corpo materno e che respira l’ossigeno dell’area.

Grof suddivise le esperienze perinatali in quattro diverse categorie esperienziali che denominò “matrici perinatali di base”, ognuna associata ad uno stadio clinico del parto: Prima matrice perinatale di base o “l’universo amniotico”. Questa matrice è relazionata all’esistenza del feto all’interno del grembo materno. Quando vengono rivissute queste memorie prenatali la sensazione dominante è quella della mancanza di limiti, un sentimento oceanico di unione con il tutto, lo spazio, le galassie, il cosmo intero che può culminare in un’estasi paradisiaca che viene denominata estasi oceanica o apollinea. La natura acquatica del feto può esprimersi con immagini o sensazioni di galleggiare in un liquido, nel mare, laghi o nell’identificazione con l’oceano stesso. Emergono anche immagini della natura nel suo massimo splendore, generosità, accoglienza, e di regni celesti e paradisiaci descritti dalle varie culture (“grembo buono”). Quando vengono rivissuti episodi di disturbi intrauterini provocati da cambiamenti tossici nel corpo materno (“cattivo grembo”) questo vissuto si trasforma in terribili e minacciose sensazioni di un pericolo vitale imminente, di avvelenamento o in spaventose visioni archetipiche di entità demoniache. Se si rivive una minaccia o tentativo di aborto, questo vissuto raggiunge la dimensione di un pericolo universale con visioni di immagini apocalittiche della fine del mondo. In questi momenti si sovrappongono e si confondono eventi del nostro parto biologico e archetipi dell’inconscio collettivo.

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Seconda matrice perinatale di base: “sottomissione cosmica senza via di uscita” o “l’inferno”. Quando, durante l’autoesplorazione, viene attivato il momento in cui iniziano le contrazioni uterine ma la cervice non si è ancora dilatata si prova un’ansia crescente, un sentimento di solitudine, impotenza, disperazione e perdita di qualsiasi speranza, che può rasentare la paranoia. Sentiamo di essere risucchiati in un gigantesco vortice, spirale o di essere divorati da un mostro gigante come una balena, una piovra, una tarantola, un mostro di dimensioni archetipiche come un leviatano, un drago etc. Il tema mitologico ricorrente è la discesa nel mondo sotterraneo, nel regno dei morti o nell’inferno. In questi momenti ci possiamo identificare con uomini, animali e persino esseri mitologici, vittime di torture e prigionie, in situazioni dolorose e prive di speranza che ricordano quella del feto stretto e soffocato nel canale del parto. Questa sofferenza può raggiungere dimensioni archetipiche, come per esempio l’identificazione con Cristo sulla croce o con i peccatori nell’inferno o con altri personaggi mitologici vittime di sofferenze estreme come Sisifo mentre dall’Ade spinge il macigno su per la montagna, Tantalo, Prometeo etc. La filosofia esistenzialista con la sua visione di un mondo assurdo e privo di significato, un “mondo di cartapesta”, sembra essere la più adeguata descrizione di questa matrice. Nella letteratura mistica questo vissuto di immensa sofferenza viene descritto come la “buia notte dell’anima”, un doloroso momento che è anche fecondo e trasformatore, portatore di “illuminazione” e di libertà.

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Terza matrice perinatale di base o “lotta di morte e rinascita”. Questa matrice è relazionata con il passaggio graduale del nascituro nel canale del parto quando la cervice si apre, dopo che sono iniziate le contrazioni uterine

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Le persone che vivono queste esperienze spesso partecipano contemporaneamente nel ruolo della vittima, dell’aggressore e dell’osservatore. In questo momento viene meno il sentimento di impotenza, tipico di quella situazione “senza via d’uscita” descritta precedentemente, in quanto adesso siamo attivamente coinvolti in una violenta battaglia e proviamo la sensazione che la sofferenza abbia una direzione, un fine preciso, un significato. Nella terminologia religiosa possiamo pensare ad un purgatorio, più che un inferno.

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Durante il momento di transizione tra la terza e la quarta matrice perinatale, i vissuti emotivi diventano meno violenti e angosciosi e sono accompagnati da immagini di figure archetipiche di divinità, eroi, semidei che rappresentano la morte e la rinascita come Cristo, Dioniso, Attis, Adone etc. E’ molto comune, in questo momento di transizione, l’esperienza dell’incontro con il fuoco (pirocatarsi) che ha come simbolo la leggendaria fenice, l’uccello che nella mitologia araba muore consumato delle fiamme e risorge dalle cenere.

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Quarta matrice perinatale di base o “l’esperienza di morte e rinascita”. Questa matrice è relazionata all’ultimo stadio del parto, è il completamento del difficile passaggio del nascituro attraverso il corpo materno, la liberazione finale del neonato che viene alla luce e il taglio del cordone ombelicale. Questo stadio è accompagnato da vissuti e sensazioni concrete legati alla memoria di eventi specifici come l’anestesia, la pressione del forcipe, manovre ostetriche etc. Durante il processo della nascita il nascituro è completamente immobilizzato nello stretto canale del parto, impossibilitato a reagire o esprimere le intense emozioni provate in quel momento, perciò questo evento traumatico non viene completamente espresso ne psicologicamente assimilato. E’ come se fossimo nati biologicamente ma emotivamente non ci fossimo mai veramente riavuti da questa esperienza traumatica. Durante la riattivazione di questo momento della nascita nello stato di coscienza olotropico, avviene il completamento e l’elaborazione di questo trauma originario e la liberazione dell’energia imprigionata in queste profondità dell’inconscio. L’attivazione della dimensione archetipica dell’inconscio che accompagna questo momento dell’esperienza perinatale fa di questo evento qualcosa che va molto al di là della sola riattivazione del trauma biologico originario, è un’esperienza archetipica di morte e rinascita psicologica in tutto il suo significato psicologico, filosofico e spirituale.

Il momento più drammatico di questa matrice perinatale, viene definito “la morte dell’ego” e viene descritto come un terribile vissuto di morte e di perdita di tutti i punti di riferimento, accompagnato da un misto di agonia e estasi, al quale sopraggiunge un senso di straordinaria liberazione, redenzione, salvezza e un flusso di emozione positive, un sentimento di amore profondo, incondizionato verso la vita, gli esseri umani e tutta la creazione. Questo tipo di estasi, che viene definita dionisiaca o vulcanica, possiede un grande potenziale di guarigione e trasformazione. In realtà quello che viene vissuto come un’esperienza spaventosa, una catastrofe di proporzione universale è la morte del nostro falso ego, che fino a quel momento percepivamo come il nostro vero io. Non riusciamo a vedere quel che c’è al di là di quel che conosciamo di noi stessi o persino se vi sia “qualcosa” dall’altra parte.

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Le esperienze perinatali rappresentano, secondo la psicologia di Grof, qualcosa come “un passaggio” (un “portale”) che si apre sul quarto tipo di esperienza che riguarda la dimensione più profonda della psiche e vengono chiamate “esperienze transpersonali”, anche se a volte l’accesso a questi territori dell’inconscio può avvenire senza il confronto con il livello perinatale.

Le esperienze transpersonali

L’aspetto che accomuna i vari tipi di esperienze transpersonali è la percezione che la persona ha che la propria coscienza si sia dilatata oltre i confini abituali dell’ego trascendendo quei limiti spazio-temporali che negli stati ordinari di coscienza riducono la nostra percezione della realtà. Questo tipo di esperienza, molto difficile da descrivere, lascia in chi la vive un sentimento di comunione con la vita in senso ampio. Molte volte importanti insight di tipo esistenziale che riguardano il significato profondo della vita, un accrescimento del sentimento “religioso” di appartenenza ad una totalità più ampia e universale ed un autentico senso di libertà.

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Quando lavoriamo con gli stati di coscienza olotropici, la dimensione della psiche che dobbiamo aggiungere alla cartografia dell’inconscio cosi come viene interpretata dalle scuole di pensiero tradizionali è quella che definiamo con il termine “transpersonale” che significa letteralmente ciò che va oltre, che trascende il biografico, il personale. Negli stati di coscienza olotropici possiamo fare esperienza di eventi o situazioni che la nostra civiltà con la sua visione materialistica del mondo non considera “reali”, come per esempio viaggi in mondi mitologici o fiabeschi, visioni o identificazione con entità archetipiche, divinità o demoni. Possiamo vivere episodi provenienti della vita dei nostri antenati o identificarci con qualsiasi aspetto della natura sia esso umano, animale, vegetale etc. Nella sua massima espressione la coscienza individuale può trascendere ogni barriera e identificarsi con la Coscienza Cosmica o Mente Universale così come viene descritta nella letteratura spirituale. Tutto ciò emerge nello stesso “continuum” delle esperienze biografiche e perinatali e quindi scaturisce dalle profondità della psiche individuale ma allo stesso tempo sembra provenire direttamente da fonti di informazione al di là della normale mediazione dei sensi e dell’esperienza biografica confermando l’ipotesi junghiana secondo la quale, al di là dell’inconscio individuale freudiano, possiamo contattare e attingere al patrimonio culturale dell’umanità intera contenuto nell’inconscio collettivo. Gli studi di Grof e le sue osservazioni sugli stati di coscienza olotropici ci aiutano a vedere con maggiore chiarezza e semplicità il filo conduttore che unisce e integra in una visione più ampia i conflitti, le controversie e le apparenti incompatibilità esistenti all’interno della nostra visione occidentale della psiche fondata su concezioni filosofiche inconciliabili a priori, come per esempio il comportamentismo e la psicanalisi, la bioenergetica, la psicologia di Freud e dei suoi “traditori”: Otto Rank, Wilhelm Reich, Alfred Adler, Carl Gustav Jung etc.

La visione della psiche proposta dalla psicologia transpersonale, in particolare la cartografia dell’inconscio di Grof e lo “spettro della coscienza” di Ken Wilber, rappresentano allo stesso tempo sia una rottura che una continuità con tutto il pensiero psicologico che la precede. Possiamo parlare di rottura con il passato in quanto la psicologia transpersonale affonda le sue radici nel moderno paradigma della scienza (post teoria della relatività) che è in un certo senso inconciliabile con il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano sul quale si fonda tutta la psicologia occidentale.3 La continuità con il passato può essere riscontrata nell’ampio supporto teorico e nella rielaborazione e integrazione a un livello più complesso di tutto il pensiero psicologico precedente che trascende l’aspetto settario delle diverse scuole di pensiero. Wilber studia la psiche nel suo aspetto “pluridimensionale” e, come Grof, propone un modello generale di sviluppo della coscienza umana che è una sintesi e un’interpretazione delle grandi tradizione spirituali, filosofiche e psicologiche, sia orientali che occidentali. Da questo punto di vista le insanabili controversie tra le differenti “scuole di pensiero” in campo psicologico significano semplicemente che sono state focalizzate e studiate diverse “lunghezze d’onda” dello spettro della coscienza secondo la concezione di Wilber o che sono stati esplorati diversi territori esperienziali secondo il lessico groffiano.

Nel suo libro “Oltre il cervello”, Grof ci offre un studio approfondito della correlazione tra i nuovi sviluppi della scienza, la fisica quantica-relativistica, la teoria dei sistemi, il pensiero olonomico etc. e la visione della psiche che emerge dalle sue osservazioni sugli stati non ordinari di coscienza. Inoltre compie anche un’importante passo verso un’integrazione dei differenti indirizzi psicologici occidentali, dando ad ognuno di essi una collocazione all’interno della “cartografia dell’inconscio” che emerge da questi dati esperienziali. Partendo da Freud, la cui psicologia viene “confermata” sperimentalmente quando l’esplorazione dell’inconscio non supera il livello biografico divenendo inutile per comprendere gli sviluppi ulteriori, Grof sottolinea l’importanza del contributo dei “dissidenti” e “traditori” della psicanalisi e di tutte le scuole di pensiero che ad essi sono seguite.

Gli studi di Grof ridimensionano l’importanza dei traumi infantili individuati da Freud come cause patogene primarie, considerandoli soltanto una delle condizioni per cui si manifestano i contenuti e le energie dei livelli più profondi della psiche che secondo questa prospettiva, ha una struttura dinamica pluridimensionale. La psicologia di Freud non riconosce l’enorme importanza dei traumi fisici come incidenti, operazioni, esperienze di soffocamento, ferite, malattie che durante l’autoesplorazione profonda emergono come elemento determinante nella genesi di vari disturbi psichici e psicosomatici. L’inserimento del livello perinatale nella cartografia dell’inconscio con la sua enorme carica energetica e la sua carica di violenza e sessualità, illumina di una luce nuova molti aspetti della psicopatologia sessuale ai quali la psicoanalisi non è riuscita a fornire un’adeguata spiegazione, come i casi di suicidi e assassinio violenti, automutilazioni, feticismo, sadomasochismo, scatologia sessuale, così come alcuni aspetti auto distruttivi e auto punitivi legati ad un super-io sadico e crudele. La visione transpersonale chiarisce alcuni di questi aspetti collocandoli in una prospettiva diversa, senza invalidare nel suo insieme la visione freudiana della psiche. Quando i soggetti durante l’autoesplorazione esperienziale superano la fase “freudiana”, nelle sedute emerge un profondo confronto con la nascita e con la morte. Il confronto con la morte e in particolare la “crisi di significato” che ne consegue, consentano un’interpretazione secondo la filosofia e la psicoterapia esistenziale, tra le quali merita particolare attenzione la terapia della Gestalt sviluppata da Fritz Perls, che utilizza una tecnica di integrazione personale basata sul principio che in natura tutto è “gestalt”, tutto è unificato e coerente. Questa impostazione olistica, applicata al processo di ripercezione e risperimentazione di conflitti e traumi del passato nel momento presente, porta al completamento delle gestalt non finite in passato ed a una maggiore consapevolezza di tutti i processi fisici e emotivi. La terapia esperienziale di Arthur Janov, chiamata “terapia primaria”, che si basa sull’emissione da parte del paziente di grida inarticolate e primordiali, porta all’espressione attraverso queste grida di diversi traumi, “strati di dolore primitivo”, originati in periodi diversi dell’infanzia. Janov descrive anche il profondo dolore radicato nel ricordo e nella riattivazione attraverso le grida del trauma della nascita.

Il superamento delle rigidità fisiche legate alla rimozione e la scarica di energia sessuale che avvengono durante gli stati olotropici rendono molto utile l’approccio della psicologia reichiana. Reich era consapevole dell’enorme carica energetica contenuta nei sintomi nevrotici e dei limiti di una terapia basata su mezzi puramente verbali, perciò, allo scopo di eliminare i blocchi e liberare l’energia compressa dalla rimozione, utilizzava tecniche respiratorie, il contatto fisico diretto e svariate manipolazioni corporee, il che favoriva un maggior abbandono da parte del paziente ai movimenti spontanei e involontari del corpo, il superamento delle rigidità fisiche e lo scioglimento delle “corazze muscolari del carattere”. Il più importante dei metodi terapeutici neo-reichiani è la bioenergetica sviluppata da A. Lowen, che impiega i processi energetici del corpo, il suo linguaggio e i suoi movimenti per influenzare il funzionamento mentale.

Quando si approfondisce l’esplorazione dell’inconscio, una volta superato il livello biografico, la potente sequenza esperienziale di morte e rinascita psicologica che emerge viene associata alle manifestazioni fisiche e psichiche tipiche della nascita biologica. Freud ipotizzò che il trauma della nascita potesse essere la sorgente e il fulcro di ogni angoscia futura, ma non sviluppò questa intuizione e rifiutò successivamente la posizione estrema di Otto Rank che collegava ogni angoscia alla separazione dal grembo materno ed ogni conflitto al desiderio e alla paura di questo ritorno al “paradiso perduto”. Durante il processo olotropico, attraverso l’elaborazione e il completamento della “gestalt” perinatale, questo trauma e queste energie imprigionate nelle profondità della psiche vengono liberate e trasformate, favorendo l’accesso a quella dimensione più profonda della psiche che chiamiamo transpersonale. Le teorie di Rank focalizzate sulla perdita del grembo e sul dolore di questa separazione trascurano l’enorme sofferenza e stress fisico ed emotivo collegati al passaggio del nascituro attraverso il canale del parto durante la nascita biologica che emerge in modo inequivocabile durante la riattivazione dell’esperienza della nascita. Le intuizioni di Rank, ponendo come elemento centrale dell’angoscia umana il trauma della nascita, risultano molto utili alla comprensione di questa fase esperienziale, anche se il processo morte-rinascita ha implicazioni che vanno al di là della separazione dal grembo o del solo rivivere la nascita biologica. Ferenczi, anch’esso allievo di Freud, in un suo originale saggio intitolato “Thalassa” descrive l’intera evoluzione sessuale umana come l’impulso a ritornare alla forma di esistenza acquatica originale, come un tentativo di ritorno al liquido amniotico che rappresenta l’acqua dell’oceano “introiettata” nel grembo materno. Jung, indagando nelle profondità dell’animo umano, si imbatte in “qualcosa” che in una persona va oltre se stessa, in qualcosa che non appartiene più all’individuo in quanto tale ma al trans-individuale e che denominò “inconscio collettivo”. Secondo Jung, in quello che lui definì “processo di individuazione”, l’individuo trascende i confini dell’io e l’inconscio personale e attinge ad una dimensione più profonda di sé, relazionata con tutta l’umanità e con il cosmo intero. In un certo senso Jung rielaborò in chiave psicologica l’antica idea riproposta dal cristianesimo del “divino” dentro ogni uomo. Questa visione antica ma allo stesso tempo nuovissima della psiche umana fa di Jung un psicologo “moderno”, portatore di un pensiero psicologico rivoluzionario, precursore del movimento transpersonale. La psicologia junghiana con la sua nuova visione della psiche è quella che più si avvicina alla comprensione del profondo significato dell’esperienza di morte e rinascita che avviene durante la riattivazione del livello perinatale dell’inconscio, in tutta la sua valenza psicologica e spirituale. Con le sue intuizioni azzardate, come per esempio il legame tra materia e psiche (fenomeni “psicoidi”) e lo studio delle coincidenze straordinarie (“sincronicità”), i suoi concetti di inconscio collettivo e archetipi, la sua apertura verso la dimensione spirituale della psiche, fu la prima a mettere veramente in discussione i fondamenti filosofici della visione del mondo occidentale e auspicare una drastica revisione del vecchio paradigma della scienza dominato dalla visione del mondo newtoniana-cartesiana. Nell’ultimo periodo della sua vita Jung si interessò ai nuovi sviluppi della scienza, e stabilì un carteggio con Paoli, imminente fisico, nel tentativo di trovare nella fisica moderna un supporto teorico alla sua visione della psiche. Jung tuttavia sembra abbia trascurato la relazione di questa potente esperienza di morte e rinascita psicologica con la nascita biologica in tutta la sua fisicità e l’importanza di questo evento nei suoi aspetti fisico-corporei oltre che spirituali, ciò nonostante la sua “modernità” rende l’indirizzo teorico junghiano quello che più di ogni altro si avvicina alla visione groffiana della psiche e all’indirizzo transpersonale, al punto che Jung viene considerato “il primo psicologo transpersonale”.

Roberto Assagioli, autorevole esponente italiano della psicologia transpersonale, presenta una cartografia della personalità umana che ha alcune somiglianze con il modello junghiano della psiche, in quanto comprende anch’essa elementi collettivi e spirituali e propone una nuova tecnica di psicoterapia e autoesplorazione. La psicologia di Assagioli insieme a quella di Jung rimangono le uniche scuole di pensiero occidentale che offrono un’autentica comprensione dei processi implicati in una profonda autoesplorazione esperienziale. Abraham Maslow, uno dei massimi esponenti della psicologia umanistica, in un studio approfondito su soggetti che avevano esperimentato stati mistici spontanei che chiamò “esperienze di vetta”, sostenne la tesi che questi vissuti erano fenomeni sovrannaturali piuttosto che patologici così come venivano considerati fino a quel momento e che erano associati ad una sana e naturale tendenza umana verso l’autorealizzazione, tesi sostenuta da Grof nel suo concetto di “emergenze spirituali”. Le idee di Maslow influenzarono enormemente la visione olistica della psiche tipica della psicologia umanistica e contribuirono in seguito alla formazione della psicologia transpersonale.

La psicologia di Grof, con la sua cartografia dell’inconscio, ha portato nel campo della psicologia una visione ampia e integrata della psiche umana dove ogni precedente teoria ha una sua collocazione a differenti livelli di profondità ed è relazionata ad una particolare dimensione esperienziale senza che venga invalidato alcun approccio teorico o esperienza soggettiva. Questo nuovo approccio rappresenta una vera rivoluzione tanto attesa quanto necessaria, che potrebbe attenuare le antiche “scissioni” all’interno della psicologia contemporanea in diversi indirizzi teorici in quanto propone una visione unificata della psiche.

In confronto ai metodi psicoterapeutici tradizionali, ciò che caratterizza l’approccio transpersonale non è il contenuto ma il contesto. Il terapeuta transpersonale è consapevole della vastità del “territorio esperienziale” e delle potenzialità evolutive intrinseche alla natura umana ed è disposto ad accompagnare il cliente nel suo percorso interiore, ogni volta che è necessario, attraverso nuove e più ampie possibilità esistenziali. Durante le profonde autoesplorazione esperienziali osservate da Grof, quando vengono raggiunti i livelli perinatali e transpersonali dell’inconscio, c’è un risveglio della spiritualità e a volte queste esperienze segnano l’inizio di un percorso “mistico”; è a questo punto che la psicoterapia assume sempre di più un significato mitologico e diviene qualcosa di indistinguibile dalla ricerca filosofica e spirituale della nostra identità più profonda. In questi momenti ci accorgiamo che, “incapsulati dentro la nostra pelle” come direbbe Alan Watts, prima di espandere i nostri confini, abbiamo attinto ad un’altra dimensione dell’essere. Le tradizioni spirituali di tutto il mondo ci vengono in aiuto in quanto ci hanno lasciato delle mappe, vere e proprie cartografie dell’inconscio, degli stati mentali, di difficoltà e svariate vicissitudini, trabocchetti e pericoli che possiamo incontrare quando intraprendiamo questo difficile percorso. Il nucleo di questa attivazione interiore è l’archetipo del centro, definito “Sé” da Jung (“il guaritore interno” di Grof). Le esperienze transpersonali possono essere molte volte profetiche e portatrici di una comprensione più profonda rispetto alla nostra percezione ordinaria. La visione del mondo attuale che emerge da queste profonde autoesplorazione esperienziali è piuttosto drammatica: chi vive queste esperienze vede il mondo da un’altra prospettiva: vede un’umanità che ha perso la bussola, il contatto con la propria essenza, con la propria “umanità” e rischia la sua stessa sopravivenza ma vede anche un piccolo spiraglio, la possibilità di un cambiamento che può scaturire soltanto da una profonda trasformazione interiore. Durante questi stati di coscienza olotropici emergono preoccupazione ricorrenti riguardo a temi di attualità come la crisi globale, l’ecologia, le guerre etc., in persone che prima di allora non avevano o almeno non erano consapevoli di questo tipo di preoccupazione. La scienza, per esempio, in questi stati di coscienza viene percepita nei suoi aspetti “ombra”, nel senso che dopo aver tanto ridotto i nostri rischi e sofferenze adesso ci presenta “il rovescio della medaglia”: è diventata essa stessa, con la sua esasperata unilateralità, una grave minaccia alla nostra sopravivenza.

Jung esprimeva questa preoccupazione con la seguenti parole: “Viviamo in quello che i greci chiamavano Kairos, o momento certo per una ‘metamorfosi degli dèi’, dei principi e simboli fondamentali. Questa peculiarità del nostro tempo, che certamente non è una nostra scelta, è l’espressione dell’uomo inconscio dentro di noi che sta cambiando. Le generazioni future dovranno prendere in considerazione questa importante trasformazione, in modo che l’umanità non distrugga se stessa attraverso la sua propria tecnologia e scienza…la posta in gioco è alta e dipende molto dell’assetto psicologico dell’uomo moderno. Ma l’individuo lo sa che è lui il contrappeso della bilancia?”4.

Grof descrive il mondo attuale come “una situazione disperata” e parla di un’urgente necessità di cambiamento su scala collettiva, di una corsa contro il tempo che non ha precedenti nella storia della umanità e rivendica il diritto di ogni essere umano ad evolvere verso la propria completezza. E Richard Tarnas nel suo libro “The passion of the western mind” sostiene che “la passione più profonda dello spirito occidentale è quella di ri-legarsi all’essenza del suo stesso essere”. Tutto ciò fa riflettere e sembra esortare all’interiorità, all’introspezione, ad un percorso verso traguardi che non appartengono a questo mondo. Solo cosi, forse, rivolgendo lo sguardo verso il proprio mondo interiore, senza paura, affidandosi e arrendendosi a questo profondo buio, l’uomo potrà essere finalmente riconsegnato a se stesso.

Prefazione di Maria Fiorentino

Prefazione

di Maria Fiorentino

MONDI INVISIBILI – Frontiere della psicologia transpersonale

“Egli è rinchiuso in essa [nella coscienza] come in una prigione e la natura ha gettato via la chiave” (Nietzsche).

E’ un viaggio coinvolgente e fascinoso quello che Virginia Salles ci propone in questo libro, un viaggio attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un percorso in zone che la cultura scientifica fatica ad integrare, un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria, una traversata notturna attraverso le regioni del mito. L’attenzione agli stati non ordinari di coscienza non proviene solo dall’incontro con Stanislav Grof e dalla pratica con la Psicoterapia Transpersonale, ma c’è un humus, nelle origini dell’Autrice, che da sempre l’ha connessa con i mondi invisibili: i miti ed i mondi straordinari presenti nella cultura del Brasile, suo luogo natale e di prima formazione, quando da bambina accompagnava il padre, studioso di cultura afrobrasiliana, nelle sue indagini sul campo sui riti di possessione. Quell’esperienza fu il primo contatto con ciò che De Martino definirebbe un mondo magico e che le ha precocemente aperto una porta di accesso sulo straordinario.

I mondi non visibili sono quelli indagati da grandi studiosi contemporanei come Stanislav Grof, Abraham Maslow, John Perry, Ken Wilber che hanno partecipato alla fondazione della Psicologia Transpersonale negli Stati Uniti, quelli di un ricercatore come Josè Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista brasiliano ancora poco conosciuto in Italia, ma anche i mondi narrati nelle tradizioni millenarie di ricerca del sacro. Questo affaccio sulle esperienze non ordinarie di tutti i tempi viene messo in relazione con i contributi di C.G. Jung, in particolare del suo Libro Rosso, di Wilhelm Reich, Alexander Lowen, Massimo Assagioli, Bion e tanti altri, senza dimenticare le esperienze di grandi artisti, che hanno percepito la linea d’ombra che separa il visibile dall’invisibile e sono riusciti ad evocare ciò che è indicibile. Nel libro troviamo una rassegna degli antecedenti storici della Psicologia Transpersonale: nel corso della sua storia l’uomo ha creato molti sistemi per entrare in contatto con dimensioni trascendenti la realtà esterna. Ogni cultura ha dato vita a delle procedure per accedere al sacro, per veder balenare una scintilla di divino davanti ai propri occhi: dagli oracoli classici, agli stati indotti di trance, ai rituali misterici, alle cerimonie sciamaniche, alle varie forme di meditazione, ai riti collettivi. Un elemento presente in molte di queste tecniche del sacro è proprio la respirazione. In certe condizioni il respiro può rappresentare la porta di ingresso verso i mondi invisibili, lo strumento che permette di varcare la soglia e di tornare indietro. Questa reversibilità dell’esperienza ha rappresentato per l’uomo la possibilità del contatto con il divino in condizioni ritualizzate che permettono l’esperienza limite senza essere distrutti dalla potenza del numen.

Per noi moderni questo dio nascosto è il nostro Sé profondo. S. Agostino diceva ‘in interiore hominis habitat Deus’. Queste parole possono essere lette non solo in chiave religiosa, ma anche come una riflessione laica sul deus absconditus che si cela nell’essere umano. Partendo dall’analisi di queste antiche procedure Grof ha formulato la tecnica della Respirazione Olotropica (orientata verso la completezza), basandosi sull’assunto che è possibile modificare la coscienza attraverso la respirazione, svolta in condizioni particolari e in associazione alla musica ed a un lavoro sul corpo. Questa metodologia è divenuta il cardine della Psicoterapia Transpersonale. Le ricerche e le opere di Grof hanno ampliato sia il concetto di coscienza che quello di inconscio. La coscienza intesa come funzione psichica in grado di registrare l’ambiente circostante sembra prescindere da tutta una serie di presupposti neurofisiologici: nel corso della respirazione olotropica molti individui hanno rivissuto, ma anche ricostruito nei dettagli, le circostanze della propria nascita. Negli Stati Uniti Grof ha potuto verificare l’esattezza clinica di tali resoconti attraverso le cartelle cliniche degli ospedali in cui erano nate queste persone. Pensiamo anche a quelle esperienze che vengono classificate come N.D.E. (Near Death Experience) e che ora sono oggetto di studio della tanatologia. Anche in questi casi la coscienza sembra configurarsi come un fenomeno che prescinde dalla corporeità.

La Respirazione Olotropica ci mette in contatto con tutto un mondo di apparenti contraddizioni e di elementi bizzarri: il rivivere eventi del passato, spesso descritti con dettagli storicamente accertabili, l’identificazione con esseri viventi come piante o animali, la percezione di eventi al di là dello spazio/tempo. Queste esperienze, così difficili da comprendere e da collocare all’interno di una griglia conoscitiva, sono iscrivibili all’interno della struttura postulata dalla fisica dei quanti. La teoria dei quanti ha annullato molti dei cardini della scienza e della cultura occidentale. Grof sostiene che le ricerche e le evidenze cliniche riscontrate attraverso la respirazione olotropica non possono essere spiegate all’interno della fisica newtoniana. La fisica dei quanti però ci pone essa stessa di fronte a dilemmi e contraddizioni: “Gran parte del modo in cui la fisica quantistica descrive il mondo può sembrare, a prima vista, un nonsense…Tuttavia si può giocare solo a questo gioco. La vecchia meccanica di Newton e dei suoi seguaci non è in grado di dare una qualunque spiegazione degli atomi o di altri microsistemi.”

(Gilmore, Alice nel paese dei quanti). La coscienza – con tutte le straordinarie declinazioni che vedremo in questo libro e che possiamo leggere anche nei testi di Grof – sembra configurarsi come un sistema che partecipa di livelli differenti, eterogenei tra loro. Si tratta di un territorio ancora quasi del tutto inesplorato. Potremmo dire che anche la psiche è ricca di nonsense, proprio come la fisica dei quanti. Accettare queste contraddizioni è importante, come sostiene Jung: “Occorrono moltissimi punti di vista teorici per dare un quadro approssimativo della molteplicità della psiche.. Né la psiche né il mondo possono essere ingabbiati in una teoria. Le teorie non sono articoli di fede, ma tutt’al più strumenti di conoscenza e di terapia; altrimenti non servono a nulla”.

Le teorie di Jung sono il punto di riferimento più significativo per la Psicologia Transpersonale di Grof, ma rappresentano anche l’appartenenza professionale di Virginia Salles, formatasi in Italia come analista junghiana. Questo libro è una sintesi del lavoro svolto dall’Autrice in tanti anni con la Respirazione Olotropica e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della Psicologia del Profondo. Nel testo troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di Respirazione Olotropica. Le narrazioni, a volte incredibili a volte straordinarie – come quella del paziente che nel corso di una Respirazione vede immagini che lo portano a scoprire di essere stato adottato – ci mostrano come la tendenza fondamentale di questa procedura sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica. La figura del terapeuta nella respirazione olotropica appare molto diversa rispetto alla psicoterapia tradizionale, si tratta di un ruolo vicino a quello che Jung definisce ‘psicopompo’, colui che accompagna l’analizzando nel viaggio. Nella nostra cultura abbiamo un riferimento fondante per questo: nel percorso che Dante compie attraverso i mondi dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso il poeta Virgilio è lo psicopompo, la guida che accompagna, sostiene ma non interviene nel processo. Il vero terapeuta è il Sé dell’individuo, secondo Jung il Sé è l’elemento che conduce l’uomo verso il raggiungimento dell’unità nel processo di individuazione. L’Autrice ci mostra come in questi percorsi individuali si manifesti la tendenza della psiche verso l’autoguarigione, secondo quanto hanno sostenuto Jung e Grof, ed è proprio questo aspetto che guida il percorso della Psicoterapia Transpersonale. In questi resoconti clinici un elemento significativo è rappresentato dal fatto che la Respirazione Olotropica sia uno strumento terapeutico trasversale rispetto alla cultura ed al contesto sociale dell’analizzando. Colpiscono profondamente i casi di persone che non avrebbero mai potuto avere un vero accesso ad una psicoterapia classica: prostitute, portatori di dipendenze, outsider. Individui che non solo hanno potuto usufruire di una crescita personale, ma che hanno anche scoperto l’esigenza di spiritualità che si celava dietro i loro sintomi. La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita, possono riconoscere l’esigenza di un rapporto con la dimensione del sacro come esigenza della psiche, senza per questo dover appartenere ad uno schieramento di qualsivoglia tipo.

Non dobbiamo pensare che la Respirazione Olotropica implichi una perdita della coscienza, l’ego non si annulla completamente ma diviene, come scrive Virginia Salle, ‘spettatore del grande teatro che si svolge davanti ai suoi occhi chiusi’. L’io si trasforma, si dilata, può entrare e uscire dall’esperienza, può avere il vissuto di un corpo che ricorda e può riconnettersi con la propria materia. Alcuni aspetti di questo percorso sono indicibili, come per tutti i vissuti profondi c’è una zona di inesprimibile e l’augurio è che il lettore, dopo aver partecipato alla grande vicenda narrativa che si svolge in questo libro, possa provare la curiosità ed il desiderio di avvicinarsi ad un’esperienza così trasformativa come quella della Respirazione Olotropica.

“La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore.
Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.”

C. G. Jung.

 

I libri di V. Salles:

Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015).

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Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale ( Alpes Italia, 2013).

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Agua scura, edito da Di Renzo Editore, 2005

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I libri di Virginia Salles sono ora nuovamente disponibili su lafeltrinelli.it.

Ultimi Articoli:
Le radici profonde della violenza” , Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 26, Alpes Italia, Roma, 2018
Oltre la patologia dell’ego” , Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 25, Alpes Italia, Roma, 2017
Visionari alle radici della modernità” Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 24, Alpes Italia, Roma, 2017.


*L’immagine di copertina è di Gilberto Villela in arte GilVillelas, psicoanalista e artista radicato a Roma. E’ impegnato nella ricerca teorico-pratica sul processo creativo. Il link alla sua Galleria virtuale:https://www.premioceleste.it/artista-ita/idu:75842/

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Eventi

NUOVO calendario delle Conversazioni del Venerdì 2018-2019! (Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto)

Ogni mese, da Ottobre a Giugno, ci saranno 2 Conversazioni: presso la Libreria Punto Einaudi, Via Labicana 114 Roma (metro B Colosseo) e presso la Biblioteca Pier Paolo Pasolini, Viale Caduti per la Resistenza 410/A (zona Spinaceto).

L’INGRESSO ai nostri eventi è sempre GRATUITO e LIBERO fino esaurimento posti e per chi ne fa richiesta rilasceremo un attestato di partecipazione (NO ECM) alla fine di ogni conversazione.

OTTOBRE 2018

–> –> 12 Ottobre ore 20.45 presso Libreria Punto Einaudi: “Violenze” presenta Marco Monzani

19 Ottobre ore 17.00 presso Biblioteca P.P. Pasolini: “Musica come terapia: Rachmaninov e la depressione” presentano Massimo Fargnoli e Amato Luciano Fargnoli

NOVEMBRE 2018

9 Novembre ore 20.45 presso Libreria Punto Einaudi: “Il deserto di Arturo Paoli. Cento anni di viaggi per ‘amorizzare’ il mondo” presenta Antonio Dorella

16 Novembre ore 17.00 presso Biblioteca P.P. Pasolini: “Vivian Maier, psicologia di una fotografa” presenta Alessandro Uselli

DICEMBRE 2018

14 Dicembre ore 20.45 presso Libreria Punto Einaudi: “Una nuova lettura dell’astrologia” presenta Cecilia Sicuteri

14 Dicembre ore 17.00 presso Biblioteca P.P. Pasolini: “Sigmund Freud, psicoanalista e Lucian Freud pittore” presenta Anna Maria Meoni

GENNAIO 2019

11 Gennaio ore 20.45 presso Libreria Punto Einaudi: “Il mito di Ulisse nel viaggio della psicoterapia” presenta Francesco Frigione

18 Gennaio ore 17.00 presso Biblioteca P.P. Pasolini: “Amore e Psiche nell’ottica di Neumann” presenta Adele Boldrini

FEBBRAIO 2019

8 Febbraio ore 20.45 presso Libreria Punto Einaudi: “Eco, Narciso e la dipendenza amorosa” presenta Massimo Borgioni

15 Febbraio ore 17.00 presso Biblioteca P.P. Pasolini: “Cinema, tennis e psicologia” presenta Antonio Dorella

MARZO 2019

8 Marzo ore 20.45 presso Libreria Punto Einaudi: “Il corpo nelle coscienze non ordinarie”, presentano Luca Sarcinelli e Benedetta Rinaldi

15 Marzo ore 17.00 presso Biblioteca P.P. Pasolini: “Sul cinema di Sorrentino”,presenta Francesco Frigione

APRILE 2019

12 Aprile ore 20.45 presso Libreria Punto Einaudi: “Malesseri generazionali e arte contemporanea”, presenta Alessandro Uselli

19 Aprile ore 17.00 presso Biblioteca P.P. Pasolini: “Storie d’amore. Una poesia per raccontare” presenta Marina Malizia

MAGGIO 2019

10 Maggio ore 20.45 presso Libreria Punto Einaudi: “Fernando Pessoa, l’io profondo e gli altri io” presenta Virginia Salles

17 Maggio ore 17.00 presso Biblioteca P.P. Pasolini: “Il viaggio dell’eroe: il Drago, la Principessa e il Tesoro” presenta Virginia Salles

GIUGNO 2019

14 Giugno ore 20.45 presso Libreria Punto Einaudi: “Tra presenza e assenza”, presenta Amato Luciano Fargnoli

21 Giugno ore 17.00 presso Biblioteca P.P. Pasolini: “Il lato oscuro di Psiche” presentano Luca Sarcinelli e Benedetta Rinaldi

PAUSA ESTIVA… ci rivediamo a OTTOBRE!


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Emergenza spirituale

Emergenza spirituale

Virginia Salles, Roma

(Estratto)

“Visioni di demoni, divinità, esseri mitologici. Esperienze di altri periodi storici e di luoghi lontani. Correnti di energia che attraversano il corpo accompagnate da tremori e spasimi. Visioni di luci abbaglianti di splendore e bellezza sovrannaturali, arcobaleni, comete… Perdersi nel nulla e unirsi in un amplesso con l’intero universo. Panico, paura di impazzire o di morire”.

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Una persona che vive fenomeni mentali e fisici di tale intensità verrebbe, nella nostra cultura, immediatamente diagnosticata come psicotica. Eppure, stando agli studi e ricerche effettuati da Stanislav Grof e altri esponenti della psicologia transpersonale, negli ultimi decenni un numero sempre crescente di persone ha vissuto esperienze così insolite e, invece di cadere irrimediabilmente nella follia, emerge da questi stati mentali straordinari “rinato” rispetto a prima: rinato nel senso di aver acquisito una maggiore consapevolezza, un maggior benessere psicofisico, un diverso modo di relazionarsi con il mondo e con gli altri. In alcuni casi questo tipo di esperienza segna l’inizio di un vero e proprio percorso spirituale simile a quello descritto dalle tradizioni religiose di tutto il mondo.

La psichiatria tradizionale non fa nessuna distinzione tra psicosi e misticismo. Anche se negli ultimi anni i “disordini psichici legati ad una crisi spirituale” iniziano ad essere ufficialmente riconosciuti. Risulta comunque sempre molto difficile fare collimare i sintomi dei pazienti con le categorie diagnostiche ufficiali. Quindi gli stati non ordinari di coscienza vengono ancora oggi, nella maggior parte dei casi, trattati come se fossero malattie mentali.

Quando una persona attraversa una di queste “crisi evolutive”, l’utilizzo di misure repressive come quelle tradizionali, l’uso indiscriminato di psicofarmaci o le definizioni in termini di “patologia”, compromettono gravemente il potenziale evolutivo di questo processo autonomo di auto guarigione psichica. In contrasto con quanto accade nelle situazioni, purtroppo molto rare, in cui la crisi evolutiva viene sostenuta, compresa e lasciata libera di seguire il suo corso naturale, e permettendo a chi la vive di attingere alle potenzialità evolutive intrinseche alla natura umana.

Grof ha definito “emergenze spirituali” questi stati di coscienza, sottolineando così il doppio aspetto insito nella stessa parola “crisi”, che nella lingua cinese significa “pericolo” e “opportunità”. Tramite l’esperienza derivante dai suoi 40 anni di ricerca e osservazione degli stati non ordinari di coscienza indotti con vari mezzi in se stesso e negli altri, Grof ritiene che l’attuale conoscenza della psiche umana sia superficiale e inadeguata a spiegare questi fenomeni.

Il primo psicologo transpersonale fu Jung che, indagando nelle profondità dell’animo umano, s’imbatté in “qualcosa” che in una persona va oltre se stessa, in “qualcosa” che non appartiene al singolo individuo ma al collettivo, al trascendente, al trans-personale. In un certo senso ha rielaborato in chiave psicologica l’antica idea del Divino dentro ogni uomo. Jung fu il primo psicologo che lanciò un ponte tra la psicologia occidentale e i livelli di coscienza proposti dai grandi sistemi psicologici orientali.

 

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Ma fu il lavoro pionieristico di Grof ad allargare la cartografia dell’inconscio e fornire elementi preziosi ai fini della diagnosi differenziale tra la psicopatologia e la collocazione della esperienza di stati non ordinari all’interno di una visione più ampia ed evolutiva della coscienza.

Alcuni stati che le categorie diagnostiche ufficiali considerano come manifestazioni di malattia mentale sono in realtà espressioni di un processo autonomo di trasformazione e di auto guarigione della psiche e del corpo e della tensione evolutiva verso uno stato di coscienza più elevato. L’esplorazione del potenziale terapeutico di tali stati e la conseguente sfida teorica che questa nuova visione propone sono il fulcro della psicologia transpersonale.

 

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Nel 1980 Grof, insieme a sua moglie Cristina, ha creato lo “Spiritual Emergenze Network” (S.E.N.) in risposta al bisogno crescente di riconoscimento, sostegno e informazione a chi attraversa un’emergenza spirituale, in alternativa al sistema psichiatrico tradizionale. Uno dei principali servizi offerti dal S.E.N. è l’addestramento di personale in grado di sostenere e comprendere esperienze emotive di grande intensità, di ascoltare e sostenere chi a questa struttura si rivolge e raccogliere materiale sempre nuovo e storie personali. Un elemento importante di questo nuovo approccio è la decisione circa il trattamento da effettuare in un determinato caso: l’utilizzo delle strategie della psicologia transpersonale o il trattamento medico convenzionale.. Viene richiesto un esame clinico accurato.

Un altro contributo rivoluzionario alla comprensione delle psicosi è il lavoro di John Weir Perry, pioniere specializzato nella psicoterapia di pazienti  psicotici. Perry vede in questo disturbo psicologico la lotta dello spirito umano per liberarsi dalla prigione delle strutture mentali convenzionali, una morte-rinascita dal punto di vista psicologico, da lui considerata una tappa importante dello sviluppo della coscienza umana sia dal punto di vista individuale che collettivo. Il nucleo di questa attivazione ed energia è l’archetipo del centro, definito “Sé” da Jung e rappresentato dalla quadratura del cerchio e dai mandala.

Perry fece anche passi da gigante nell’approccio terapeutico ai pazienti in preda ai primi episodi psicotici acuti. Essi vengono incoraggiati ad elaborare le loro esperienze emotive senza l’effetto mitigante degli psicofarmaci in un contesto nel quale viene abolita qualsiasi forma di “etichetta” o definizione in termini di psicopatologia. Un contesto emotivamente accogliente all’interno di intensi rapporti interpersonali, che favorisce il processo di risanamento psicologico.

Oggi un numero sempre crescente di persone è in grado di fare il resoconto della esperienza della follia che ha attraversato. La follia non significa necessariamente una caduta nel vuoto e nell’oscurità, ma può rappresentare un momento di svolta esistenziale, di liberazione e rinnovamento. Ma può anche trasformarsi nell’inizio dell’esclusione dal mondo, della schiavitù e della morte esistenziale.

 

Ken Wilber

Definizione di persona “noiosa”:
“È quella persona dal dubbio gusto che è più interessato a se stesso che a me”. (Ambrose Bierce)

Ken Wilber, filosofo dell’integrazione

A cura di Virginia Salles

Filosofo,biochimico e fisico, Ken Wilber ha studiato e praticato per oltre 15 anni lo zen buddhista ed è riconosciuto come un’autorità mondiale nello studio della “Philosophia Perennis” (sintesi delle conoscenze tramandateci dalle grandi tradizioni spirituali di tutti i tempi e luoghi che racchiude l’essenza immutabile che accumuna tutte le religioni). Wilber è un pioniere nel rivedere il tema della spiritualità da un punto di vista “obiettivo”, privo di identificazioni, da “essere umano”. Considerato da molti “il nuovo Albert Einstein della coscienza”, è impegnato dagli anni 70 nello studio di quell’indirizzo della psicologia umanistica che studia i molteplici livelli della coscienza, ovvero la dimensione transpersonale dell’uomo. Il suo primo libro “lo spettro della coscienza” (scritto all’età di 23 anni) fu uno dei primi a lanciare il movimento della psicologia transpersonale.

Wilber ha la rara capacità di esprimere concetti molto complessi e profondi con parole semplici, contrariamente a quanto avviene di solito. Anche se negli Stati Uniti vendono già i “cofanetti” delle sue “opere complete”, tributo generalmente riservato ai “grandi”, Wilber è quasi sconosciuto in Italia e solo pochi dei suoi numerosi libri sono tradotti in italiano. Nel suo libro Oltre i confini, il filosofo americano parla della sofferenza come “la prime delle grazie” e, in un certo senso, un momento di gioia, poiché propizio alla nascita di qualcosa di nuovo, generato dall’intuizione creativa. Quella di Wilber potrebbe essere definita una “psicologia dell’evoluzione”:

L’evoluzione ha già spinto avanti gli umani dalle amebe; perché mai dovremmo pensare che, dopo una simile impresa prodigiosa durata millenni, l’evoluzione si sia indebolita e scaricata? E se ripetesse il rapporto “dall’ameba all’uomo”, il risultato potrebbe soltanto essere Dio.”

Il contrasto con la gerontocrazia, come la definisce Gaiarsa – “Le vecchie leggi e i vecchi governanti arrivano già decrepiti ai vertici del potere politico! Viviamo per i vecchi, camminando all’indietro di spalle verso il futuro, venerando il passato. Crederò un po’ di più nell’umanità quando gli eroi guerrieri (c’è qualcuno che non lo sia stato?) saranno semplicemente dimenticati dalla storia come qualcosa di indecente e vergognoso. La maggior parte delle legislazioni sono anacronistiche già alla nascita. Dobbiamo trovare altri modi di aggregazione e orientamento collettivo”– il pensiero di Wilber è un pensiero che esprime la libera forza evolutiva in tutta la sua potenza trasformatrice. È un pensiero nuovo, ma allo stesso tempo profondamente ancorato nel passato, nelle culture pre-moderne e nella filosofia perenne.

Tra i suoi contributi più importanti: “Oltre i confini”, “L’occhio dello spirito”, “Una teoria del tutto”, “Psicologia integrale”, “Trasformazioni della coscienza”, “Una breve storia dell’universo”, “L’unione dell’anima con i sensi”, “Il progetto atman” (1° parte: l’evoluzione e le potenzialità della coscienza dalla nascita alla morte, 2° parte: l’involuzione, partendo dalla morte, il bardo, fino alla successiva rincarnazione: un libro azzardato in quanto Wilber ha anche una formazione “scientifica”), “Grazia e grinta”, etc….

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Il più personale e sofferto dei suoi libri, “Grazia e grinta” racconta i suoi cinque anni di matrimonio che si rivelò una battaglia estenuante contro il cancro, annunciato alla moglie all’indomani delle nozze. Wilber racconta in modo davvero molto sincero, direi anche “crudo”, la devastazione di questa lotta sia nella moglie malata sia in lui stesso, chiamato a diventare figura di supporto. Wilber si “denuda” senza reticenze in questo libro “umano”, fin troppo umano.

Tutta la sua opera è all’insegna dell’integrazione: integrazione dei domini della scienza e della religione, della psicologia occidentale e delle grandi tradizioni sapienziali orientali, integrazione tra corpo e spirito… e ci offre una chiave di lettura che rende possibile la riconciliazione tra questi opposti, in una forma accettabile per ambo le parti.

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Wilber è anche un acuto osservatore e studioso del mondo moderno: cosa ha veramente caratterizzato l’epoca moderna che non esisteva nelle culture pre-moderne? Che cos’è la modernità? La maggior parte delle risposte che vengono date a questa domanda ha una connotazione negativa: la modernità è vista come la morte di Dio (o della Dea), la perdita del senso della vita e dei valori, il terrore esistenziale, il livellamento delle distinzioni qualitative e la sostituzione della qualità con la quantità, il capitalismo, l’industrializzazione e il materialismo sfrenato e volgare. Tutto questo viene riassunto nella frase di Max Weber: “Il disincanto del mondo”. Vediamo d’altronde anche alcuni aspetti positivi della modernità: le democrazie liberali, gli ideali di ugualità, libertà e giustizia; la medicina, la fisica, la biologia e la chimica moderne; la fine della schiavitù (almeno di un certo tipo di schiavitù), il femminismo, i diritti umani…

Studiosi come Weber e Habermas affermano che ciò che definisce la modernità è qualcosa che viene chiamato: “la differenziazione delle sfere dei valori culturali”, il che significa la differenziazione dell’arte, dell’etica e della scienza. Le culture pre-moderne possedevano l’arte, l’etica e la scienza, ma queste tendevano ad essere indifferenziate, ed ognuna, in un certo senso, ostacolava il cammino dell’altra come, per esempio: Galileo non poteva guardare liberamente nel suo telescopio e divulgare i risultati perché l’arte, la morale e la scienza si fondevano e venivano controllate dalla Chiesa, ed era questa a decidere ciò che la scienza poteva o non poteva dire o fare.

Quindi mentre prima queste tre sfere (arte, etica e scienza) tendevano a fondersi, la modernità le ha differenziate, lasciando che ognuna seguisse il proprio corso, ritmo, strumenti, le proprie scoperte, senza intrusione da parte delle altre sfere.

Questa differenziazione, se da un lato ha permesso che ognuna facesse le proprie scoperte e quindi ha prodotto buoni risultati e progresso ( i meriti della modernità), dall’altra, queste stesse scoperte, per esempio quelle scientifiche, usate senza criterio (appunto “etico o artistico”), hanno provocato il lato nero della modernità, i suoi disastri: come l’imperialismo scientifico, le varie forme di dominazione mondiale, il “disincanto del mondo”.

Wilber nei suoi libri fa un’analisi approfondita di questo percorso, partendo dalla iniziale indifferenziazione fino alla successiva differenziazione tra le sfere dell’arte, dell’etica e della scienza con la conseguente “libertà di conoscere” che, esasperata, sfociò in quello che è oggi la drammatica scissione tra la scienza e la religione e l’impatto di questa guerra fredda filosofica sul destino dell’umanità.

La scienza ci fornisce i metodi per scoprire la verità del mondo in cui viviamo, mentre la religione (nel senso etimologico del termine) rimane ancora una forza creatrice di senso. Tutte due sono attualmente ancora considerate mutuamente escludentesi, con conseguenze devastanti per l’umanità.

In ogni grande religione ci sono due diversi aspetti: il primo è quello che possiamo definire mistico, o verticale (profondo), che tende alla trascendenza, a stabilire una relazione tra l’uomo e il mondo interiore, spirituale (i cui principi sono espressi nella “Filosofia Perenne”). Il secondo aspetto è quello che possiamo definire “orizzontale” (ristretto) che consiste in un complesso di dogmi e di regole di comportamento collettivo, sociale e morale, a volte molto rigidi. Mentre il primo aspetto, quello verticale, è quello essenziale e forma il nucleo immutabile, eterno di ogni religione, il secondo, orizzontale, è in un certo senso accidentale e mutevole sia nel tempo che nello spazio. La dimensione verticale che è quella che accumuna e che contribuisce a unire le diverse religioni, nel corso dei secoli è stata rilegata in secondo piano, rimossa, ignorata, mentre la seconda ha preso il sopravvento e messo sempre più in risalto le differenze e quindi accentuato i conflitti tra le varie religioni.

Questa divergenza esprime la lontananza dalla sorgente, dalla comune origine delle religioni, cioè il pensiero esoterico.

Cos’è il pensiero esoterico?

Esistono due grandi categorie del sapere che vengono chiamate: exoterica (orizzontale) che riguarda le forme “esteriori” di insegnamento, ed è alla portata di tutti; ed esoterica (verticale) che riguarda le forme interiori del sapere. È una forma di conoscenza generalmente “segreta”, cioè non rivolta a tutti, ma solo agli “iniziati”, in quanto di difficile comprensione, di enorme portata e a volte troppo sconvolgente. Mi vengono in mente le parole di Aldoux Huxley: “Conoscerai la verità ed essa ti renderà folle”.

Ma cosa c’è di tanto sconvolgente in queste verità esoteriche?

Le verità esoteriche riguardano la relazione che esiste tra l’anima umana e lo spirito divino. Ci sono tre grandi “segreti esoterici”:

Il primo segreto esoterico che è già di per sé sufficiente a suscitare irritazione in molti ambienti moderni è questo: tu hai un’anima.

Il secondo segreto esoterico: nella parte più profonda della tua anima, tu sei, al di là del tempo e dello spazio, una sola cosa con lo Spirito (“Tu sei Quello”).

Il terzo segreto: non dirlo a nessuno se non vuoi essere crocefisso. Wilber aggiunge: “o piuttosto dillo solo a chi è in grado di gestire questa conoscenza che è la più sacra delle verità”.

Le grandi tradizioni esoteriche – dallo yoga kundalini al budhismo mahayana, il Vedanta, il sufismo – hanno sviluppato numerose pratiche tendenti a promuovere l’evoluzione individuale fino a che l’io entri in contatto con lo spirito, o meglio si dissolva nello Spirito e sia così liberato dalla “separatezza” e dalla mortalità.

La psicologia di Wilber attualmente chiamata “Psicologia integrale” e la psicologia transpersonale fanno riferimento, nel loro nucleo centrale, ad un insieme di verità esoteriche il cui scopo è quello di integrare, appunto, le moderne tecniche psicoterapeutiche occidentali con le più antiche tecniche esoteriche delle grandi tradizioni sapienziali, fornendo un approccio terapeutico più ampio e completo che promuove la crescita ed evoluzione della coscienza sia individuale che collettiva.

Teilhard de Chardin, considerato tra i primi che abbiano messo insieme le “tessere del puzzle”, già a cavallo del secolo scorso, aveva tentato di conciliare scienza e fede rielaborando la teoria dell’evoluzione di Darwin in chiave psichica. Secondo il filosofo francese l’umanità attuale non rappresenta il culmine della scala evolutiva, ma deve prepararsi ad un ulteriore salto di consapevolezza, un salto spirituale verso un nuovo stadio evolutivo, uno stadio di comunione con il tutto. Il “Cristo Cosmico” nella visione di Teilhard può essere paragonabile, usando una metafora, ad una sorta di “nuova molecola del DNA” ancora da venire, nella quale la vita compie un salto qualitativo. In questo stadio futuro tutti gli esseri umani potranno sperimentare cosa vuol dire Amore, Gioia, Armonia e il sentimento di reciproca appartenenza: quel sentirsi all’unisono con se stessi e con gli altri: un solo corpo-anima.

P. D. Ouspensky, autorevole discepolo di Gurdjeff, in sintonia con Teilhard, molti anni dopo, sostiene che la coscienza attuale, presente nell’uomo contemporaneo, è soltanto una forma transitoria di un’altra coscienza superiore che si è manifestata nel corso dei secoli attraverso individui illuminati e che si può manifestare negli esseri umani in condizioni emotive particolari o dopo idonea preparazione e addestramento.

Nei suoi libri Wilber ci offre una sintesi e un’interpretazione delle grandi tradizioni spirituali, filosofiche e psicologiche sia orientali che occidentali e rielabora le concezioni classiche della psicologia all’interno di una visione più ampia, aggiungendo questi livelli di cui parlano Teilhard e Ouspensky, livelli che si trovano oltre il livello razionale, considerati da filosofi e saggi come l’apice dello sviluppo umano. L’evoluzione umana è vista come l’ascesa della coscienza dall’inconscio verso il conscio fino al super conscio. La coscienza può quindi essere studiata all’interno di ognuno di questi livelli o “lunghezze d’onda”.

La meta ultima dell’evoluzione umana è considerata da Wilber il superamento dei confini, la perdita del sentimento di un sé separato. È questo l’aspetto più affascinante dell’intero percorso evolutivo, al quale viene dedicata più attenzione: il senso di identità dell’individuo si espande ben oltre i limitati confini della sua mente e del suo corpo e abbraccia l’intero cosmo, e questi arriva a percepire, senza alcuna ombra di dubbio, che è fondamentalmente Uno con l’universo intero. Questo tipo di coscienza viene definito da Richard Bucke “coscienza cosmica”, i musulmani la chiamano “Identità suprema”, la psicologia transpersonale: “coscienza dell’unità”. Nelle parole di Wilber:

è come se si svegliasse da un lungo sogno confuso per scoprire ciò che sapeva sin dall’inizio: egli, il sé separato, non esiste e il suo vero sé, il Tutto, non è mai nato e mai morirà”.1

Il grande contributo di Wilber è lo studio della coscienza nel suo aspetto “pluridimensionale” e un modello dell’evoluzione umana chiamato “Dinamica a spirale” che integra le più influenti visioni del mondo sviluppate attraverso i tempi, da Buddha a Freud, alle più moderne teorie psicologiche.

Una psicologia veramente integrale, secondo Wilber, deve comprendere le forme di conoscenza interiore che hanno resistito al tempo, provenienti dalle fonti pre-moderne (la filosofia perenne), le conoscenze moderne e quelle post-moderne. Il fulcro della filosofia perenne consiste nella concezione secondo la quale la realtà consiste (è composta) di vari livelli di esistenza, livelli dell’essere e del conoscere (la grande catena dell’essere) che si dischiudono dalla materia al corpo, dal corpo alla mente, dalla mente all’anima, dall’anima allo spirito. Ogni dimensione più ampia trascende ed include le dimensioni minori. Quindi è una concezione di totalità dentro totalità, dentro totalità, infinitamente… dischiudendosi dalla polvere fino alla Divinità. In altre parole. “La grande catena dell’essere della Filosofia Perenne è in realtà un “Grande Nido (una spirale, groviglio) dell’Essere.

Rappresentanti della Filosofia Perenne come Plotino o Aurobindo propongono fino ad una decina di livelli di coscienza che vanno dai più semplici: materia, corpo, mente a quelli più elevati: anima, spirito…. Wilber offre una versione un po’ più sofisticata: materia, sensazioni, exocetto, impulso, immagine, simbolo, endocetto, concetto, regola, visione formale, visione-logica, visione, archetipo, senza forma, non duale. Secondo Wilber lo Spirito è pienamente trascendente e pienamente immanente. Le religioni patriarcali tendono ad enfatizzare l’aspetto trascendente mentre le religioni matriarcali, neo-pagane, tendono ad enfatizzare gli aspetti immanenti, o “di questo mondo”.

Il grande Nido è sostanzialmente un “campo morfogenetico” (Sheldrake) o spazio di sviluppo generale. Noi portiamo dentro di noi tutte le potenzialità per raggiungere questi livelli superiori di coscienza, presenti nelle nostra stessa costituzione (nell’organismo umano, nei campi morfogenetici, nei “solchi evolutivi”…).

I livelli inferiori: materia, corpo, mente si sono già pienamente sviluppati in grande scala nel mondo manifesto, ma le strutture superiori: psichica, sottile e causale non sono ancora consciamente manifeste su scala collettiva, rimangono ancora, nella maggior parte dei casi, come potenzialità del corpo-mente umano. In realtà coloro che si sono svegliati ai livelli superiori dell’anima e dello spirito: gli sciamani, gli yogi, i saggi e i santi sono sempre stati molto rari.

L’individuo medio passa gran parte del tempo nei livelli di coscienza pre-razionali e non trans-razionali. Gli stati non ordinari di coscienza sono quegli stati di coscienza appunto “non normali” che includono tutto: dagli stati indotti con droghe fino alle esperienze di picco e di pre-morte, gli stati olotropici e meditativi. Le esperienze di picco descritte da Maslow sono stati non ordinari temporanei (che Grof chiama emergenze spirituali) che possono occorrere in individui in qualsiasi stadio dello sviluppo. La persona può, improvvisamente, generalmente durante una crisi esistenziale, sperimentare, per un periodo limitato, qualsiasi degli stati naturali di percezione psichica: sottile, causale, non duale. Questi stati possono frequentemente tradursi in esperienze spirituali dirette (misticismo della natura, misticismo della divinità e misticismo senza forma). Sono esperienze temporanee, transitorie e il modo in cui questi stati vengono vissuti e interpretati dipendono dello stadio evolutivo della persona che vive l’esperienza e del contesto culturale in cui vive. Per che avvenga uno sviluppo superiore, questi stati temporanei devono diventare tracce permanenti della personalità. Gli stati meditativi, invece, provocano l’accesso a questi domini superiori in un modo ricercato, più lento e prolungato e rivelano quindi, in modo più stabile, i livelli superiori del grande nido dell’essere, livelli che poi, con la pratica, possono trasformarsi in realizzazioni definitive.

Tutte le principali “tappe” dello sviluppo della coscienza sono caratterizzate da una difficile battaglia di vita e morte, una morte ad ogni livello (disidentificazione e trascendenza rispetto a questo livello) che frequentemente può essere molto traumatica. L’unico motivo per cui l’io accetta la morte ad un livello è il fatto che la vita in quello superiore seguente inizia ad apparire ancora più seducente e più soddisfacente. L’io, che è la fonte centrale dell’identità, naviga in questo modo tra le onde e le correnti del grande Fiume della Vita. L’identità si espande e si approfondisce nella misura in cui l’io si espande dalle onde egocentriche a quelle socio centriche, a quelle mondo centriche a quelle teocentriche. O meglio: dalla materia all’ego, dall’ego a Dio. Ogni volta che il centro di gravità dell’io orbita intorno ad un nuovo livello di coscienza, acquisisce naturalmente una nuova e diversa prospettiva di vita.

Per quanto riguarda la “visione logica”: per più “olistico” che sia lo sviluppo su questo piano razionale, rimane ancora uno sviluppo della sfera mentale, anche se della sfera più elevata del dominio mentale. Il “centauro” è un termine utilizzato da Erikson per definire un’integrazione matura tra mente e corpo, nella quale la “mente umana” e il corpo animale costituiscono un’unità armoniosa. Questo, possiamo dire, è il più elevato dei domini personali, oltre il quale lo sviluppo procede verso le sfere transpersonali, post-post-convenzionali (psichico, sottile, causale e non duale). Tra i pionieri occidentali che hanno studiato questi domini superiori si trovano: Fichte, Schelling, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Jung, Heidegger, Henry James, Ralph Waldo Emerson, Rudolf Steiner, Aldoux Huxley, Erich Fromm, Roberto Assagioli, Stanislav Grof, William James, Abraham Maslow.

Adesso vediamo un esempio di spirale semplice ad otto livelli o onde di sviluppo, descritta da Wilber, e ispirata dal lavoro di Clare Graves che integra le dimensioni fisica, biologica, psicologica e spirituale della psiche umana: i sei primi livelli (meme) sono livelli di “sopravvivenza” (sussistenza), caratterizzati dal pensiero di primo ordine. Se l’evoluzione procede oltre, avviene un cambiamento rivoluzionario nella coscienza: l’emergenza dei “livelli dell’essere” e del pensiero di secondo ordine. Faccio una breve descrizione delle otto onde di sviluppo, ad ognuna delle quali viene attribuito un determinato “colore”:

1 – Beige: Arcaico-istintuale. Livello basico di sopravvivenza: il comportamento, l’istinto e le abitudini sono finalizzati soltanto alla sopravvivenza: cibo, acqua, calore, sesso e sicurezza. Attualmente questo livello evolutivo è rappresentato dallo 0,1% della popolazione adulta, con lo 0% di potere (questi sono naturalmente numeri approssimativi, per rendere la proporzione). Si trova nelle prime società umane, nei bambini appena nati, negli anziani senescenti, nei malati di Alzheimer, nelle masse affamate.

2 – Porpora: Magico-animista. Il pensiero è animista. Spiriti magici, buoni o cattivi determinano gli eventi. Sono gli spiriti degli antenati che tengono unita la tribù (10% della popolazione, 1% di potere). Si esprime nelle credenze nelle maledizioni, negli amuleti, nei giuramenti di sangue.

3 – Rosso: Dei del potere. Emerge la prima manifestazione di un “io” distinto dalla tribù: potente, impulsivo, egocentrico, eroico. I valori a questo livello sono il potere e la gloria che stanno alla base dei regni feudali. Il mondo è una giungla minacciosa popolata da predatori. È un mondo di conquistatori, di dominatori e di dominati. Un mondo che sfrutta pienamente l’io, senza pena o rimorsi (20% della popolazione, 5% di potere): negli eroi epici, nei personaggi “cattivi” dei film di James Bond, nei capi delle gangs, nelle stelle selvagge del rock, nel Signore delle Mosche.

4 – Azzurro: La regola del conformismo. La vita ha una direzione e un scopo, determinati da qualcun’altro o da un Ordine potente. Quest’Ordine, giusto e corretto, impone un codice di condotta basato su principi assoluti e invariabili, su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Le gerarchie sociali sono rigide e il controllo avviene per mezzo della colpa: la violazione del codice di condotta ha gravi conseguenze così come la fedeltà allo stesso porta ricompensa. È il livello base delle antiche nazioni, è fondamentalista e basato sull’obbedienza al regime. Esempi: America puritana, fondamentalismo islamico, i codici d’onore, gli scouts, il patriottismo, l’Inghilterra di Dickens (attualmente 40% della popolazione e 30% del potere).

5 – Arancione: La conquista scientifica, livello razionale. L’io a questo livello “sfugge” alla mentalità di “branco” dell’azzurro e cerca il senso e la “verità” in modo individuale. Scientifico nel senso tipico: ipotetico-deduttivo, sperimentale, obiettivo, meccanicista, operazionale. Il mondo è un meccanismo razionale, mosso da leggi naturali che devono essere apprese, controllate e manipolate per i propri scopi. Le leggi della scienza governano l’economia e gli eventi umani attraverso le alleanze di mercato e la manipolazione delle risorse del pianeta con strategie volte al guadagno. L’arancione si trova: nell’illuminismo, in Wall Street, nelle classi medie emergenti di tutto il mondo, nell’industria dei cosmetici, nella caccia ai trofei, nel colonialismo, nella guerra fredda, nell’industria della moda, nel materialismo in tutte le sue espressioni (30% della popolazione, 50% del potere).

6 – Verde: L’io sensibile, post-razionale. I sentimenti e la solidarietà sostituiscono la fredda razionalità: comunitario, umanista, esprime nella preoccupazione ecologica l’amore per la terra (gaia) e per la vita. Fortemente ugualitario, anti-gerarchico, favorevole alla diversità e al multiculturalismo. Il sistema di valori è pluralista e relativista (relativismo pluralista) e ha come principio basilare l’arricchimento del potenziale umano: lo spirito umano deve essere liberato dall’avidità, dal dogma e dalla divisione. Il pensiero è soggettivo, non lineare e l’io è permeabile, relazionale e gruppale. È presente maggiore calore umano, sensibilità e preoccupazione per il pianeta e tutti i suoi abitanti e molta importanza è data al dialogo e alle relazioni umane. Esempi: ecologia profonda, post-modernismo, psicologia umanista, teologia della liberazione, Greenpeace, diritti degli animali, eco-femminismo, post-colonialismo, il politicamente corretto, le questioni dei diritti umani, Foucault/ Derrida (10% della popolazione e 15% del potere).

Con la conclusione dell’onda verde, la coscienza umana è pronta per una vera e propria rivoluzione: un “salto quantico” verso il “pensiero di secondo ordine”. Clare Graves considera questo un salto qualitativo di estrema importanza, nel quale viene “attraversato un abisso di incredibile profondità e significato”. La nuova coscienza che emerge da questa metamorfosi viene definita “coscienza di secondo ordine” ed è capace di pensare in senso sia verticale che orizzontale e di riconoscere che ogni livello (ogni “meme” o “onda”), ogni onda ha un’importanza fondamentale per la salute di tutta la spirale. Ognuno dei precedenti livelli può essere attivato secondo le circostanze della vita. Rosso in situazioni di emergenza, verde nelle relazioni, l’arancio nelle ricerca di un lavoro etc….

In questa spirale esistono due onde (livelli) principali per il pensiero di secondo ordine, in altre spirali le onde della “coscienza di secondo ordine” possono essere molto più numerose e articolate. (Wilber predilige in particolare quattro livelli. Psichico, sottile, causale, non duale).

7 – Giallo: Integrativo. La vita è un caleidoscopio di gerarchie di sistemi e di forme naturali (olarchie). Sono prioritarie la flessibilità, la spontaneità e la funzionalità. L’egualitarismo è completato con gradi naturali di eccellenza là dove sia necessario. La conoscenza e la competenza sostituiscono l’incarico, il potere, lo status o il gruppo. L’ordine mondiale che prevale è il risultato dell’esistenza di livelli differenti di realtà (memes) e dei movimenti (in su e in giù) lungo la spirale. Un buon governo favorisce l’evoluzione attraverso livelli crescenti di complessità (1% della popolazione, 5% di potere).

8 – Turchese: Olistico. Unisce armoniosamente sentimento e conoscenza. Multipli livelli di consapevolezza interagiscono e si integrano in un unico sistema cosciente. L’ordine universale è “vivo” e consapevole il che significa che non è basato in regole esterne (azzurro) o in legami gruppali (verde). Una “grande unificazione” è possibile nella teoria e nella pratica. Da questa unificazione può emergere una nuova spiritualità, che, come una rete, avvolge l’intera esistenza. Il pensiero turchese percepisce multipli livelli di interazione e si espande lungo tutta la spirale: percepisce l’armonia, le forze mistiche e gli stati sottili, fluidi e diffusi che permeano qualsiasi organizzazione (0,1% della popolazione, 1% del potere).

Gli studiosi di questo campo devono affrontare l’enorme resistenza del pensiero di primo ordine e proseguono il loro studio in ambienti molto ostili. Alcuni studi sull’evoluzione che riguardano il pensiero di secondo ordine sono diventati anatema nella maggior parte delle università (dominate da una versione post-moderna del meme verde, con il suo pluralismo e il suo relativismo).

È comunque dalla grande riserva di meme verdi che emerge la coscienza di secondo ordine che è piuttosto rara ed è attualmente la punta di lancia dell’evoluzione umana collettiva. Secondo Wilber l’umanità è pronta per questo salto evolutivo. Il pensiero di secondo ordine viene descritto in teorie che vanno dalla noosfera di Teilhard de Chardin ad alcuni studi nel campo della psicologia transpersonale. Senza il pensiero di secondo ordine, sostiene Wilber, l’umanità è destinata a rimanere vittima di una “malattia auto-immunologica globale”, in cui i vari livelli (memi) sono ostili gli uni contro gli altri per ottenere la supremazia.

Dal punto di vista di questa traiettoria evolutiva, l’osservazione dello sviluppo umano acquisisce una nuova luce e possiamo comprendere che religioni come il Cristianesimo e l’Induismo e scuole psicologiche come la psicoanalisi o il cognitivismo, ci appaiono così diverse perché si occupano di un particolare “settore” o livello della spirale (o dello “spettro della coscienza”). Per questo motivo possiedono tutte una loro validità se applicate al livello di evoluzione corrispondente. Viste in questa ottica dovrebbero essere considerate complementari e non in contrapposizione. Ogni stadio dello sviluppo porta nuove capacità, ma allo stesso tempo anche rischi di nuovi disastri; quindi non solo nuove risorse e possibilità, ma anche nuovi problemi e nuove patologie.

È degno di nota il fatto che la maggior parte degli psicologi limita la propria ricerca alla sola dimensione ritenuta da loro stessi più importante. Mentre accettano “criticamente” quelle scuole che si riferiscono ad un livello inferiore2 dello spettro, negano l’esistenza o ignorano completamente le teorie corrispondenti a tutti i livelli superiori al proprio livello evolutivo di riferimento.

L’Alto è stato negato, il Basso ignorato ed infine ci è stato chiesto di restare nel mezzo, paralizzati”.3

Lungo tutto questo percorso evolutivo uomini e donne integrano gradualmente le voci femminile e maschile in se stessi, fondendo così giustizia e compassione. Quello che Wilber definisce come “l’abbraccio integrale” è il punto culminante dell’evoluzione: uno stato di armonia universale.

Un aspetto molto importante è che ogni onda dello sviluppo comporta una diminuzione del narcisismo e un incremento della coscienza o della capacità di integrare molte e diverse prospettive in modo più ampio e più profondo. Ad ogni stadio successivo si acquisisce una sempre maggiore sensibilità e capacità di provare vera compassione (e sollecitudine) in relazione agli altri.

La traiettoria completa dello sviluppo umano può essere vista quindi come il progressivo declino dell’egocentrismo.

 


Note

1 Wilber, K., Oltre i confini, Cittadella editrice, Assisi, 1995, p.176.

2 Per “inferiore” mi riferisco al livello inferiore dell’evoluzione della coscienza, in senso contrario al linguaggio usato da Wilber dove “inferiori” sono ritenuti i livelli più profondi.

3 Lo spettro della coscienza, Edizioni Crisalide, Latina, 1993, p.9.