Stanislav Grof tra psicologia del profondo e Cabalà

Stanislav Grof tra la psicologia del profondo e la Cabalà

La re-visione e il reincanto della psicologia

di Virginia Salles, Roma

 

Sono nata in Brasile. Quel che più  colpisce lo straniero che arriva da quelle parti è la percezione di una natura più forte dell’uomo, una natura che in un certo senso lo “sovrasta”. natura che si trova anche dentro di noi: il nostro mondo interiore, l’inconscio con i suoi archetipi. Nell’ambito del Candomblè (religione afro-brasiliana), le forze della natura sono divinità che durante gli stati di trance si impossessano degli elegun (gli iniziati), li “cavalcano” e comunicano così con i mortali, portano benedizione, grazia, insegnamenti, medicine per il dolore etc… Qui si tratta di una religione molto primitiva, in che senso intendiamo oggi la parola “religione”? Cosa significa “essere religioso”?

Generalmente consideriamo la persona religiosa come quella persona credente in Dio e che, come conseguenza della propria fede, sia anche una persona dotata di una coscienza etica. Questa definizione trascura però qualcosa di essenziale, la dimensione intrinseca del sentimento religioso: il fatto che questo non è fondato su un “concetto” (razionale) di Dio. Più che di religione quindi, come siamo abituati a intendere, sarebbe meglio parlare di “esperienza religiosa” e ciò che conta non sono le concezioni razionali che ne derivano, ma  l’esperienza umana che genera tali concezioni, in particolare nei suoi aspetti di catalizzatore di trasformazioni profonde dell’essere umano: un’esperienza di trascendenza che, tradotta in linguaggio psicologico, significa l’abbandono della prigionia dell’ego e dell’identificazione con il proprio corpo – di quel sentirsi incapsulato nella “tunica di pelle”, per usare il linguaggio cabalistico. Di solito questo tipo di esperienza “oltre i confini” viene definita “Dio”. Le differenti interpretazioni che vengono date di tipo filosofico o religioso riguardano solamente il contesto nel quale viene elaborata; nella loro essenza questi vissuti sono molto simili sia che contengano o non un concetto di Dio.

Questo tipo di esperienza viene descritta nella letteratura mistica cristiana, ebraica, musulmana e anche nel buddhismo zen. Al di fuori del contesto religioso fu descritta da studiosi come C. G. Jung (in particolare nel suo “libro rosso”), Stanislav Grof, Ken Wilber, Roberto Assagioli, Rudolf Steiner, Benedetto Spinoza, Erich Fromm etc…

Noi viviamo contemporaneamente in due dimensioni di comprensione e di conseguenza in due ordini di realtà. William James parla di un “velo leggerissimo” che separa il nostro normale stato di veglia da altre forme potenziali di coscienza. Secondo James, possiamo vivere un’intera vita senza nemmeno sospettarne l’esistenza, ma è sufficiente uno stimolo appropriato per svelare queste altre forme di realtà in tutta la loro vastità.

Giorgio Albertazzi, presente al convegno sulla comunicazione del C.S.P.L. nel 2005, raccontò il suo incontro con Jung che avvenne nella sua casa di Zurigo. Mentre passeggiavano insieme in giardino, Jung, fermatosi ad un certo punto dinanzi ad un muretto, gli disse: “quando cade il muro, non aver paura: guarda!”. Parole queste che, secondo l’attore fiorentino, lo hanno segnato per tutta la vita!

Quando questo “muro cade” o il velo si squarcia, ciò che percepiamo “al di là…”, sta all’origine delle grandi filosofie, delle religioni e di molte opere d’arte e da sempre ha rappresentato una fonte di nutrimento interiore e di significato per tutta l’umanità. L’uomo ha sempre cercato attraverso varie modalità di attingere a queste dimensioni al di là della realtà ordinaria, di attivare questo tipo di esperienza all’interno di contesti molto spesso considerati sacri.

Uno di questi mezzi è l’ayahuasca: una pianta “sacra” che si trova in Amazzonia il cui infuso viene ingerito dagli indios per indurre stati di trance. Chiamata anche “la liana dei morti” – in quanto provoca una trance di tipo medianico (l’ingresso nel regno dei morti) – viene ingerita all’interno di un contesto religioso: Il Santo Daime. Questa sostanza, ad un certo punto, sfuggì al contesto rituale e fu utilizzata da persone curiose che la volevano sperimentare. Emersero molti problemi legati al fatto che queste persone non erano pronte a vivere ed elaborare le esperienze che venivano attivate. Per fare fronte all’opinione pubblica che esigeva la proibizione dell’ayahuasca, lo Stato brasiliano ha finanziato un importante lavoro di ricerca sulla popolazione dell’Amazzonia che la utilizzavano  all’interno del contesto rituale. I risultati furono sorprendenti: queste popolazioni risultarono, rispetto alla media, meno aggressive, meno competitive, più creative e tendenti a stabilire relazioni interpersonali armoniche. Dinanzi a questi risultati l’attuale legge brasiliana a riguardo permette l’uso dell’ayahuasca, ma solamente all’interno del rito: il  Santo Daime.

Il contesto sacro funge da contenitore e dona significato all’esperienza, favorisce l’elaborazione dei vissuti e l’evoluzione della coscienza. Di seguito l’esperienza olotropica di “Giacomo”, 36 anni, dipendente da alcol e cocaina:

“La mia prima visione è stata di un organo umano insanguinato (cervello). Dopo appare l’immagine di un’eclisse solare (piena) che mi turbava e infastidiva…  Allora ho iniziato a imprecare e poi, vedendo che non spariva, ho iniziato a pregare. L’eclisse piena è passata ad una fase dove si vedeva soltanto uno spicchio di sole e a questo punto sono iniziate le “apparizioni”: Buddha, Maometto, la Madonna, il dio a forma di elefante e altri ancora…e sapevo che avrei dovuto continuare a pregare per fare evolvere le cose.

Ad un certo punto dalla mia pancia ho sentito una forza che saliva verso l’alto, opprimendomi i polmoni, l’ho lasciata salire ed ho sentito il bisogno di massaggiarla, il che ha provocato un grande benessere, che non so descrivere, in tutto il mio corpo e allora ho sentito che non dovevo pregare più perché io ero la Madonna, Buddha, Maometto e loro erano me, e non solo: io ero “Tutto”: Aria, Acqua, Terra, Cosmo, il Male, il Bene, la Gioia e il Dolore. E la cosa strana è che non c’era niente da capire, perché da qualche parte dentro di me già lo sapevo. C’è una legge semplice e naturale che è scritta dentro di noi. Così deve essere, così è stato e così sarà per sempre.

Ho cercato di descrivere a parole tutto quello che ho provato, ma è molto complicato, solo se un giorno riuscirete a provarlo, capirete che ho ragione perché tutto questo è dentro di voi, è dentro a tutto ciò che esiste e non c’è niente da capire, è tutto già scritto in qualche legge universale.”

L’ esperienza olotropica di Giacomo è stata elaborata all’interno della visione buddhista. Lui abbandonò qualsiasi tipo di dipendenza e abbracciò la fede buddhista, ma potrebbe essere elaborata all’interno di un’altra religione o di una visione laica del mondo che comprenda la dimensione spirituale dell’esistenza.

Molti studiosi dei più svariati campi del sapere (da Jung a Grof, Wilber, Laszlo, Goswami e alcuni cabalisti) stanno gettando le basi per un rinnovamento filosofico degli attuali paradigmi culturali ed etici. I principi fondamentali di questo rinnovamento epocale giacciono già, spesso sopiti, nell’intimo di ognuno di noi e si basano sulla trascendenza di tutto ciò che nel corso del tempo ci siamo abituati a chiamare “religione”: l’eredità culturale delle nostre tradizioni spirituali non potrà più essere interpretata nei termini autoritari dei dogmi religiosi tradizionali, ma nel senso di un fattore spirituale di civiltà, elemento catalizzatore di conoscenza, di espressione artistica e di Bellezza, nel senso più ampio della parola.

 

Qui si tratta di andare oltre la psicologia come la intendiamo, è come se la psicologia dovesse varcare il suo Rubicone. La re-visione e il reincanto della psicologia passa, attraverso Grof, verso qualcosa come la ricerca del “fondamento universale”, quel fattore spirituale che ci riporta a noi stessi e allo stesso tempo unisce e trascende le religioni. Penso che la Cabalà ci offra una visione del mondo che soddisfa queste attuali esigenze della psicologia. La lettura delle  opere cabalistiche catalizza il processo di ricerca interiore ed apre la via verso una coscienza più vasta e più completa.

Durante le esperienze iniziatiche appartenenti a differenti tipi di tradizioni spirituali, c’è un lasso di tempo che intercorre tra i vissuti iniziali di morte e distruzione del mondo  e il successivo rinnovamento: la rinascita. La persona “in travaglio spirituale” smarrisce in quel momento tutti i punti di riferimento e resta presa in una morsa. È un momento d’impasse nel quale “l’iniziando” non può più conformarsi al suo  vecchio modo di  essere-nel-mondo, che non gli appartiene più, ma non ha ancora trovato i nuovi valori né una visione del mondo che gli permetta di costruire un nuovo e più ampio progetto di vita: l’iniziando si trova a questo punto sulla soglia dell’iniziazione e nei contesti iniziatici tradizionali vengono  impartite precise istruzioni  per superare alcune “prove” che dovranno essere affrontate per giungere alla naturale vita dell’anima. Le prove generalmente sono tre: la prova del fuoco, la prova dell’acqua e la prova dell’aria.

L’esperienza vissuta da Maurizio, 44 anni, durante una seduta di respirazione olotropica

da lui intitolata “le poltrone della conoscenza” sembra in qualche modo relazionata con quanto descritto:

 

Sono in un luogo privo di riferimenti fisici, forse la cima di un monte, tra le nuvole, forse il monte Athos. Cammino nell’assoluta mancanza di particolari riconoscibili, in un luogo (o meglio un non luogo) fatto di luce bianca. Ad un certo punto vedo una sedia di granito, grande e massiccia. Un uomo anziano mi spiega da lontano (è a circa 10 metri da me e non si avvicina mai), che sono arrivato alle tre sedie della conoscenza. Io guardo meglio e vedo che più in là ci sono altre due sedie uguali, ben distanziate tra loro. L’uomo mi spiega che per arrivare alla conoscenza avrei dovuto sedermi su tutte e tre e che le sedie non sono uguali tra loro: la prima è la sedia dell’acqua, la seconda del fuoco, la terza la sedia della luce.

Senza indugio accetto di sedermi e comincio dalla prima sedia, quella dell’acqua. Affronto questa cosa nell’assoluta ignoranza di quello che mi sta per accadere. Nell’istante stesso in cui mi siedo mi trovo in un mondo subacqueo vastissimo e apparentemente senza confini (senza alcuna possibilità di trovare aria!). Mi spavento moltissimo e inizio a soffocare, subito capisco che morirò e che non posso fare niente per evitarlo. Ed infatti accade: muoio. Ma la morte dura un istante e subito mi accorgo che è come se avessi subito una trasformazione, ora posso respirare l’acqua. Mi prende un stato di euforia fortissimo e non riesco a trattenere le risa. Inizio a nuotare come un pesce e a respirare e mi muovo liberamente intorno abbandonando la sedia. Nel mio girare libero arrivo davanti alla sedia del fuoco. Questa mi intimorisce molto. Sia perché ho capito che mi aspetta una nuova morte sia perché mi prende una paura fortissima, paura di dover, con la morte, lasciare tutto quello che conosco, che amo, che mi sta intorno. Piango moltissimo e non riesco a prendere la decisione di sedermi. È come se questa volta sapessi che dovrò rinunciare a tutte le certezze che ho e la paura di questo mi attanaglia.

Decido di legarmi alla sedia perché dubito della mia forza, in questo momento sono molto debole e spaventato. Appena mi siedo appaiono degli anelli metallici che mi imprigionano i piedi e i polsi e, in un istante, il fuoco mi avvolge ed io sento il mio corpo fondere completamente. Ma anche questa volta la morte dura un istante e subito inizio a sentire di nuovo il mio corpo e mi meraviglio di poterlo toccare, mi tocco le mani, il viso, il petto e sono stupito di poterlo fare, un istante prima avevo sentito la mia carne sciogliersi. Ora non ho più paura di niente.

Guardo la terza sedia e le giro intorno. Più la guardo e più mi accorgo di non capire cosa sia e passo molto tempo a cercare di immaginare qualcosa, a cercare un indizio, anche solo un pensiero che mi renda tutto più chiaro…ma niente, continuo a non capire, è come se fosse una cosa che non si può capire. Non resta che sedermi sulla terza sedia.

Così mi siedo e… in un istante, con un lampo di luce sparisce tutto, io, la sedia, le mie domande, le risposte che cercavo, niente esiste più, ho la percezione del nulla più assoluto e questo non è bello né spaventoso, è NULLA. O forse tutto. E non serve più niente, e nulla viene dopo questo, forse proprio perché  è già TUTTO!

E’ molto pericoloso voler riportare questo tipo di esperienza al livello delle categorie di una coscienza ordinaria, chiuderla nei nostri schemi concettuali. Questo tipo di esperienza appartiene alla trascendenza e richiede urgentemente una revisione dei nostri concetti fondamentali, richiede un’altra visione del mondo!

Trascrivo di seguito un brano dell’esperienza olotropica di Giorgio scritta di suo pugno:

 Il corpo vibra lievemente; inizia il mio solito formicolio nelle mani e poi il vortice nero che mi trasporta in basso…giù, giù…sempre più in basso.

D’improvviso, mi trovo in uno spazio sconfinato, lungo un costolone di montagna con due enormi dirupi a destra ed a sinistra; il sentiero davanti a me è strettissimo ed ho paura di cadere, in fondo all’altro lato di questo stretto camminamento, vedo una sagoma femminile…non la riconosco subito, ma intuisco che è lei, il mio antico amore.

 Lei mi invita a raggiungerla con gesti ammiccanti; sorride, alza il vestito e mi mostra il suo corpo nudo, poi si ricompone. Inizio a camminare ma ho paura; allora provo a muovermi carponi con le ginocchia e le mani lungo il costolone di montagna ma non riesco ad avanzare…vado avanti e poi mi ritraggo. La paura è troppo forte, scivolo verso il dirupo di destra e poi verso quello di sinistra. Torno indietro e mi rialzo.

Mi accorgo che lungo le coste scoscese della montagna avanzano migliaia e migliaia di enormi insetti neri, sono minacciosi, vogliono impedirmi di arrivare a lei, vogliono forse mangiarmi o farmi cadere…ho paura, torno indietro. Forse corro.

All’inizio del percorso c’è una piccola piazzola di terra in piano ed io lì mi distendo per prendere fiato. Sono stanco, ma vorrei raggiungere lei ed abbracciarla.

Provo a rialzarmi e mi accorgo di non riuscire; per quanti sforzi faccia riesco ad alzare solo il busto, ma le mie gambe rimangono distese a terra e pesano, sono doloranti.

 Mi trovo ora di nuovo sul costolone della montagna, guardo davanti a me e lei non c’è più…non la rivedrò mai più. Eppure devo andare dall’altra parte…come fare? Ci sono! Ora provo a volare!! Comincio a muovere le braccia lentamente verso l’alto e verso il basso come se fossero ali. In effetti ho poca fiducia che ci riesca ma…ecco…ecco… VOLO!!!!!!!! Guardo verso il basso e vedo la montagna con lo stretto percorso, le chine ripide senza più insetti; vedo enormi distese di campi a perdita d’occhio: è un spettacolo bellissimo. Il giorno volge al termine e il sole sta tramontando, è quasi sera. Sono esausto, voglio riposare.

Sono di nuovo disteso e consapevole di essere nella stanza di Trastevere, sul materassino. Mi accorgo con stupore di fondermi con tutto ciò che mi circonda; tocco il lenzuolo e SONO il lenzuolo… SONO il cuscino… SONO il materassino… SONO il pavimento… SONO il muro… SONO la musica, l’aria… SONO IL MONDO.

Mi pervade una grande serenità, sorrido. Non avevo mai provato tanto… 

 

Questa è un’altra esperienza di Unione. Questi vissuti sono accompagnati da intense emozioni che influenzano profondamente il respiratore ed a volte trasformano definitivamente la sua visione del mondo.

San Giovanni della Croce ha descritto così il suo viaggio dopo aver attraversato la notte più nera: “Mio il sole, mia la luna, mie le stelle, mia la madre di Dio, mie tutte le creature”. Anche San Francesco d’Assisi descrive ogni elemento della Natura come intimamente suo: fratello sole, sorella Luna e le stelle, fratello vento, fratello fuoco, sorella madre Terra. Queste parole appartengono ad una categoria di esperienza che sfugge totalmente a qualsiasi interpretazione (psicoanalitica o altro), perché sono il frutto di un percorso evolutivo che va oltre la visione della psiche tradizionale, sono il frutto di un’esperienza mistica che non è altro che una visione più ampia e più profonda della realtà in cui viviamo.

Secondo Michel Laitman uno dei grandi problemi del nostro mondo attuale è che non riusciamo a percepire quanto siamo collegati e continuiamo a comportarci come se fossimo “separati”. Per Laitman la nostra attuale situazione globale è caratterizzata da un grande paradosso: da un lato la nostra profonda connessione ed interdipendenza tramite la globalizzazione, dall’altro una sempre maggiore alienazione degli uomini, gli uni nei confronti degli altri. Mentre ci siamo sempre più “globalizzati”, siamo diventati allo stesso tempo, sempre più narcisisti, ma in realtà noi “siamo tutti nella stessa barca” e nel sistema integrato della nostra attuale comunità globale, il nostro stesso destino dipende dal nostro comportamento e dalle nostre azioni verso gli altri.

Esperienze come quelle di Giorgio, Giacomo o Maurizio durante le r.o. possiedono un importante significato e, direi anche, “potenziale” ecologico, nel senso che ci riportano alla Natura e ci rendono consapevoli della nostra profonda connessione, ma sono anche esperienze portatrici di conoscenze  di tipo filosofico e religioso (nel senso descritto prima).

Da molti anni faccio gruppi di r.o. ed in tutto questo periodo ho riflettuto su come fare in modo che le esperienze vissute non rimanessero un semplice assaggio del mondo interiore o il cosi detto “turismo spirituale”, ma diventassero qualcosa come  l’inizio di un vero e proprio percorso di trasformazione interiore. Ma non sempre accade. Ho pensato ad una cornice di riferimento molto ampia che stimolasse ed allo stesso tempo favorisse un percorso di crescita interiore anche per chi non fosse disponibile a seguire un credo religioso. Una visione del mondo che fosse ampia e profonda ma non necessariamente “religiosa”.

Ho trovato per caso, in una libreria in Brasile, un libro di  Cabalà e da allora sono stata, come dire… rapita! Lo studio della Cabalà non è uno studio nel senso che siamo abituati a dare a questa parola, ma è qualcosa di prevalentemente emotivo, è un po’ come “essere innamorata”, ma che allo stesso tempo offre la cornice più ampia che abbia mai incontrato per comprendere, anche razionalmente, tutte quelle esperienze del mondo interiore così difficili di esprimere. Lo studio della Cabalà può contribuire enormemente ad un allargamento di prospettive, alla revisione ed al re-incanto della psicologia.

Le conoscenze cabalistiche sono tramandate da millenni “da bocca a bocca” a pochi iniziati, ma è solo recentemente la Cabalà si sta rivolgendo a tutto il mondo attraverso i più moderni e popolari mezzi di comunicazione. La ragione di questa “apertura” delle conoscenze cabalistiche è che siamo oggi sempre più consapevoli dei suoi principi fondamentali: la “globalizzazione”, l’unità e indivisibilità della Natura, la profonda connessione tra gli esseri umani.

Secondo quanto ci raccontano i cabalisti, all’origine dei tempi, Dio si è contratto, ha ristretto la sua esistenza fino a creare un punto vuoto, “oscurato” dalla Luce divina. Da questo punto di oscurità nacque tutto ciò che conosciamo come mondo: la materia, il tempo, lo spazio, l’universo infinito. Per occultare la Luce divina furono innalzati dieci veli: le dieci sefirot o livelli  dell’occultamento, al punto tale che non siamo più consapevoli delle nostre origini divine. A questo moto divino viene dato il nome di Tzimtzum, o “la contrazione”.

Adam Qadmon – una delle entità più elevate della cosmogonia cabalistica –  è l’Uomo Assoluto, l’uomo originario, dal quale veniamo e verso il quale tendiamo. Il percorso dell’intera umanità e di ognuno di noi verso la conquista della nostra natura originaria viene espresso  nella tradizione ebraica attraverso il racconto biblico della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto: l’archetipo della ricerca della libertà. Adam è l’umanità intera, siamo noi, è ogni essere umano custode del “seme segreto” e assetato di verità.

Nella visione della Cabalà, l’inconscio è ciò che è rimasto nascosto, è il “non compiuto”,  uno spazio sconfinato carico di energia e potenzialità che gravita intorno al  nucleo centrale della nostra personalità (il “Sé” di Jung). E’ il polo femminile dell’essere in senso archetipico e la nostra lontananza da questa nostra dimensione più autentica viene rappresentata nel mito di Adamo ed Eva come “la caduta”. In ambito cabalistico questo stato decaduto nel quale ci troviamo viene definito “la condizione d’esilio”,  una condizione di  abbandono di noi stessi. Il dramma umano è quello di aver, in un certo senso, accettato come “normalità” questa condizione di alienazione esistenziale. Prendere coscienza di questo stato di esilio significa metterci alla ricerca della via di ritorno per “riannodare i lacci” , o “costruire  ponti”, tra questo nucleo eterno e la nostra personale interiorità.

Il mito di Adamo ed Eva scacciati dal Giardino dell’Eden, l’archetipo dell’abbandono, si riferisce alla condizione di esilio nella quale, secondo la Cabalà, si dibatte e soffre  l’intera umanità. I cabalisti ci invitano ad un viaggio di ritorno e ci parlano di un “segreto” esistenziale molto importante: questo segreto è la “Via all’albero della vita”, la conoscenza del nostro mondo interiore, quell’altro lato di noi stessi che in psicologia chiamiamo “inconscio”, nei suoi vari livelli di profondità descritti dalla psicologia transpersonale e dalla Cabalà: personale (Freud), collettivo-archetipico (Jung), profondo-spirituale (transpersonale). L’Eden, il nostro paradiso perduto, non può che rappresentare un profondo stato di coscienza: la pienezza e l’armonia ritrovate nel contatto con il mondo divino in noi.

Lo studio della Cabalà è in realtà l’ascolto e l’osservazione approfondita della Natura e dei suoi segreti, alla ricerca delle tracce della memoria divina incise nelle cose del mondo: quei messaggi silenziosi rivolti a chi ha occhi per vedere, orecchie per ascoltare e cuore per sentire. Attraverso lo studio della Natura, i cabalisti cercano di rintracciare le leggi ontologiche, universali con cui Dio ha creato il mondo.

Il nome di Dio, nella Cabalà, è troppo potente per essere pronunciato (a parte nel Chassidismo). Quando i cabalisti parlano di D-O, o del Boré non si riferiscono al Dio così come siamo abituati ad intendere, ma alla Natura in un senso molto ampio. Infatti la parola Natura in ebraico ha lo stesso numero ghimatrico di uno dei 72 nomi di Dio e rappresentano, per un cabalista, la stessa cosa. “Le Leggi di Dio” e “i Comandamenti della Natura” quindi nella Cabalà si equivalgono.

Anche l’utero, come ogni aspetto della natura nella Cabalà, ha il suo segreto che è quello di essere un recipiente rovesciato, un recipiente molto importante che contiene la vita umana a la traghetta verso il mondo.  Nei recipienti che si trovano in natura di solito il fondo si trova in basso e l’apertura in alto, ma il recipiente “per eccellenza” in Natura è capovolto.  Riflettere su questo paradosso della creazione ci fa venire in mente l’opus contra naturam di cui parla Jung: la vita umana deve superare la sua stessa natura se vuole proseguire la sua evoluzione.

Esiste una recente teoria embriologica secondo la quale il seme, nel ventre materno, ha memoria cosmica: egli sa, ma il grido del neonato che è la sua prima espirazione, segnala la morte del feto e la nascita dell’uomo. Questo trauma respiratorio della nascita (che è anche morte),  spinge questa memoria nelle profondità dell’inconscio  – infatti il timore di lasciare andare l’espirazione “fino in fondo” e quindi “morire” sussiste, secondo Reich, in tutte le nevrosi.

L’utero viene considerato nella Cabalà, così come nel pensiero di Grof, un portale, una “doppia porta”: la porta della nascita fisica attraverso la quale il nascituro viene alla luce, ma anche la porta tramite la quale l’essere umano accede ai segreti più reconditi dell’esistenza, per poi ritornare indietro e portare avanti il proprio compito sulla terra: la porta della rinascita spirituale.  Una sorta di finestra aperta verso il nostro cielo interiore, dalla quale proviene l’energia vitale che accende la nostra consapevolezza e che può operare radicali cambiamenti in noi stessi e nelle nostre vite. Secondo la Annick de Souzenelle “la grandezza dei misteri dell’antico e nuovo testamento consiste essenzialmente nel fatto che l’uomo deve sposare la madre delle profondità, di cui ogni madre biologica è simbolo, prima di essere elevato verso il Padre”. Si tratta della via femminile alla consapevolezza, la via descritta da Grof (la via maschile è stata descritta, per esempio, da Wilber).

Secondo la Cabalà è nel  respiro e nel sangue che accade il più grande mistero divino-umano: è lì che Dio si innesca nell’uomo. Il pensiero di Grof sulla respirazione e sulla nascita rappresenta un importante Link tra la psicologia del profondo di Jung e i grandi misteri umani-divini descritti nella Cabalà. Il contributo di  Grof, il suo studio sistematico e approfondito di questo momento iniziale della vita di ogni essere umano, ci offre un importante ponte di collegamento tra visioni del mondo e della psiche umana finora inconciliabili. Anche secondo la Cabalà l’uomo deve ritornare seme: colui che si rifà  volontariamente e coscientemente seme (l’utilizzo della respirazione appartiene a questa via), colui che “sposa la madre e penetra nelle tenebre dell’inconscio”, rompe il sigillo della memoria e riscopre la conoscenza. Giunge così al centro di se stesso e della stessa Vita.

Per i Cabalisti L’opus contra naturam (di cui parla Jung), ciò che dobbiamo “capovolgere”, superare, della nostra stessa natura e che richiede un atto di volontà, riguarda il “desiderio di ricevere” che caratterizza l’essere umano, in opposizione al “desiderio di dare”, che ci connette gli uni con gli altri e con la totalità. Infatti  tutte le religioni del mondo e, la Cabalà in particolare, hanno come moto principale: “ama il tuo prossimo come te stesso”. Questa frase va oltre qualsiasi discorso religioso o etico, è una legge della Natura, ma soprattutto una legge di sopravvivenza. L’alienazione da questa legge universale che i cabalisti chiamano “la legge della dazione” ha generato la nostra attuale “malattia sociale” i cui effetti devastanti si trovano dinanzi ai nostri occhi: l’escalation di isolamento e distruttività a livello individuale e collettivo.

“L’intenzione di dare”, di soddisfare il desiderio di un’altra persona trascende il nostro abituale modo di percepire “il nostro spazio” ed il “nostro tempo” e ci trascina al di là della “separatezza” e di tutte le limitazioni esistenti nel nostro mondo ordinario. Mentre il piacere egoistico è limitato ai nostri confini personali e si esaurisce appena il desiderio viene  appagato, il “piacere di dare” può essere inesauribile in quanto è collegato alla moltitudine degli esseri umani. “Entrare nel mondo spirituale” per la Cabalà significa raggiungere proprio questo piacere senza limiti, qualcosa che va molto al di là dei nostri confini abituali. Trascrivo in seguito un brano tratto da un racconto di Roland Kubler basato sui principi cabalistici intitolato Il paradiso e l’inferno:

Un viandante si rivolse ad un saggio e gli chiese di spiegargli la differenza tra l’inferno e il paradiso. Il saggio lo condusse attraverso un sentiero tortuoso e pieno di sassi, completamente coperto di edera selvaggia e felci rigogliose fino all’ingresso di una grande grotta dove si trovavano migliaia di uomini. Il viandante rimase colpito dall’ascolto delle urla terrificanti e della visione di esseri umani che, con lunghi cucchiai in mano, si rotolavano per terra in preda alla fame e al dolore. Oppure si accalcavano attorno ad un grande pentolone che si trovava sul fuoco, al centro della caverna. Nel pentolone bollivano pietanze dal profumo invitante ed il viandante viene preso dai morsi della fame mentre, con gli occhi sbarrati e pieni di curiosità, osserva la scena.

Il saggio si teneva appoggiato alla parete rocciosa che delimitava un lato del sentiero e osservava attentamente il suo compagno. Finalmente quest’ultimo si volta verso di lui: “non capisco… perché quegli uomini urlano così tanto?” Mentre con brutale violenza, tra le urla, questi lottavano tra di loro per un posto vicino al pentolone. Una volta pieni, i cucchiai erano  però troppo lunghi o forse erano troppo corte le braccia, per portare alla bocca il cucchiaio. Nonostante si allungassero e riprovassero continuamente, nessuno riusciva a portare il cibo desiderato alla bocca, spalancata  per la fame.

Quando il viandante vide tutto questo, si spaventò. “E’ tremenda la sofferenza che sono costretti a patire questi uomini. E’ davvero l’inferno.” “Si” mormorò il saggio, che ora non sorrideva più, “e la cosa più tremenda è che questi uomini sanno perfettamente quello che fanno”. “Ma proseguono. Voglio farti vedere il paradiso”.

Il viandante fu ben contento di seguire il saggio. Lungo il sentiero che attraversava la montagna, udirono ancora per molto tempo i lamenti e le grida di dolore degli uomini affamati. Poi finalmente, lo stretto sentiero si allargò e si trovarono in una grande caverna del tutto identica alla precedente. Anche qui c’erano migliaia di uomini ed in mezzo alla caverna si trovava un pentolone. Al viandante sembrò che vi stessero cuocendo le stesse squisite pietanze e anche lì gli uomini portavano in mano gli stessi lunghi cucchiai, troppo lunghi per poter potarli in bocca.

Il saggio, che seduto su una grossa pietra vicino all’ingresso della caverna, guardava la scena e sembrava ne gioisse, disse voltandosi verso il viandante, “è come nella prima caverna: la pentola sul fuoco, la folla di uomini e i cucchiai troppo lunghi, ma con alcune differenze: gli uomini sono tranquilli e sembrano sazi, parlano tra di loro e regna la pace”. “Cosa è successo?” chiede il viandante. “Guarda!” Il saggio gli indica la pentola dalla quale chiunque può prendere indisturbato la sua porzione e la cosa più sorprendente era che, con il cucchiaio lungo l’uno nutriva l’altro: gli uomini avevano finalmente imparato a nutrirsi a vicenda. Ecco il segreto del paradiso!

La Cabalà, come già detto, è uno studio molto approfondito della Natura alla ricerca delle Leggi divine. Una Legge divina che riguarda gli esseri viventi è che ogni parte di un organismo (per esempio le cellule), deve svolgere “il proprio compito” in relazione alla totalità dell’insieme al quale appartiene. In Natura tutto ciò che vive, tranne gli esseri umani, si comporta come se avesse questo innato senso di appartenenza ad una totalità più ampia: nell’organismo sano le cellule  collaborano le une con le altre, sostenendosi reciprocamente. Se non obbedissero a questa legge naturale,  le cellule entrerebbero in conflitto e combatterebbero le une contro le altre, “ognuna per sé”. E’ questo squilibrio all’interno di un organismo vivente che da origine alla malattia cancerogena: le cellule cancerose combattono fra loro per prendere il massimo dell’ossigeno e degli elementi nutritivi per se stesse, provocando la propria distruzione insieme all’intero organismo che le ospita.

Agire in sintonia con la natura, al di là della nostra tendenza all’egoismo,  richiede la capacità di scegliere consapevolmente le nostre azioni. Il concetto di  libero arbitrio, per la Cabalà, significa proprio questa libertà implicita nella scelta di “dazione” e la consapevolezza l’accompagna. Questa libertà e consapevolezza trasformano l’essere umano al punto di rendere quello che inizialmente fu un “atto di volontà”, una scelta del tutto naturale, l’unica scelta autenticamente umana.

In realtà esistono circa una dozzina di Cabalà, purtroppo molto spesso in lotta tra loro per affermare la propria verità. Alcune mettono in risalto un determinato aspetto della tradizione cabalistica piuttosto che un altro, ma tutte sono estremamente ricche e profonde. Un buon criterio di scelta del cabalista di riferimento, a parte l’empatia immediata, potrebbe essere il fatto che “il maestro” non si consideri il detentore unico della verità, ma continui la sua ricerca interiore con rispetto ed apertura a tutte le altre forme di conoscenza e di percorsi spirituali. Il cabalista moderno e illuminato cerca di integrare  l’anima ebraica e l’anima universale ed è oggi alla ricerca di ciò che Crivelli definisce “la via universale alla consapevolezza”: la “supersimmetria della fisica delle religioni”. Questo concetto viene messo in relazione con la scoperta del bosone di Higgs.

Da sempre, tra i ricercatori spirituali, si parla dell’esistenza di una via universale. Cosa sia in realtà nessuno lo sa ancora definire, perché trascende qualsiasi percorso già conosciuto. Forse, sostiene Crivelli, si tratta della “quintessenza di tutti i cammini esistenti”, o forse  qualcosa di nuovo, che non si è ancora rivelato: più che una via, una specie di “traguardo messianico”. Per Crivelli né le antiche religioni, né l’occultismo, né il movimento new age ha ancora trovato  “la via universale”.

Ma qui si va molto oltre la psicologia così come la conosciamo. La posta in gioco è immensa: è ciò che i cabalisti chiamano “la rettificazione del peccato dell’albero della conoscenza” e  che in ambito transpersonale potrebbe essere definito come “la trascendenza dell’ego”, un’esperienza di Unione, con la U maiuscola.

Le vie dell’etica tradizionale, ci ricorda Crivelli, sono soltanto riuscite a contenere i danni “del peccato originale” – lo stadio della storia umana che viene espresso nel mito di  Adamo ed Eva. Attualmente le religioni del mondo con i loro dogmi e precetti non riescono nemmeno più in questa opera di contenimento, la decadenza etica del nostro mondo moderno è evidente – l’incremento esponenziale del narcisismo, la guerre, i disastri ecologici etc… sono la prova del fallimento dei nostri tentativi di cambiare la natura umana basati sull’etica e la morale tradizionali. Nel tentativo di arginare i danni, le nostre religioni agiscono proprio come “farmaci sui sintomi”, senza offrire un autentico percorso di consapevolezza ed evoluzione interiore dell’essere umano.

Oggi persino la medicina sta prendendo una nuova posizione dinanzi alla sfida ed alla necessità di una evoluzione spirituale, sempre più urgente. In Brasile questo è molto evidente. Oggi la medicina riconosce la condizione di “malattia dell’anima” così come sono ufficialmente riconosciute la possessione o gli stati di trance. I casi di persone che entrano in stato di trance durante contesti religiosi o sedute medianiche, cosi come quelle che vedono spiriti o persone morte, non vengono più considerate malattia.

Il codice internazionale delle malattie oggi riconosce l’influenza degli spiriti: sentire voci e vedere spiriti non è motivo per prendere medicinali “di fascia nera” per tutta la vita. Finalmente, almeno dalle notizie che mi arrivano dal Brasile, la mente materialista si sta aprendo ad una nuova visione del mondo. Non molto tempo fa l’idea di salute veniva stabilita secondo un criterio di benessere biologico, psicologico e sociale della persona e non veniva preso in considerazione la sofferenza dell’anima, il benessere spirituale. Oggi la salute viene definita come una stato di completo benessere dell’essere umano integrale: biologico, psicologico e spirituale.

Nella mia esperienza clinica un numero non indifferente di analizzandi diagnosticati come psicotici perché “sentono voci” o “vedono spiriti”, nella realtà sono  persone che stanno vivendo un travaglio spirituale e non malati mentali. Molti di loro possono superare la loro sofferenza, se vengono considerati dal punto di vista integrale e curati come tali, ma purtroppo ancora oggi le diagnosi psichiatriche, la prescrizione di farmaci il più delle volte inutili o dannosi con tutte le conseguenze nefaste, anche in questi casi, sono una pratica ricorrente.

Il Dott. Sergio de Oliveira è un medico psichiatra brasiliano, professore all’Università di Medicina di San Paolo, alla cattedra di medicina e spiritualità, oggi d’obbligo in Brasile, e ricercatore nel campo della psicobiofisica. Il suo lavoro unisce concetti di psicologia, fisica, biologia e spiritismo con particolare attenzione agli studi sulla ghiandola pineale, considerata da millenni “la sede dell’anima”. La ghiandola Pineale è una ghiandola endocrina che appartiene all’ipotalamo. Per i praticanti dello yoga la pineale è l’ajna chakra, o “terzo occhio”, collegata all’auto conoscenza. Gli egiziani la chiamavano “il sole nella testa”.

La sua funzione è ancora sconosciuta, la Souzenelle (nel suo libro Il simbolismo del corpo umano) sostiene che è sconosciuta perché ancora addormentata: l’umanità nel suo attuale stato di coscienza, non riconosce la propria  spiritualità. Secondo la Souzenelle la ghiandola pineale si rivela come il fulcro della visione delle grandi profondità dell’anima, quando l’uomo assume la sua “matrice di fuoco”. Quindi allo stato attuale, la pineale non è ancora sollecitata ad inviare il suo influsso al campo toracico. Durante un suo intervento all’Università, Oliveira ha affermato di aver ricevuto numerosi stimoli per  lo studio della ghiandola pineale. Uno di questi stimoli è stata una visione nella quale gli è apparso il professore Zerbini, rinomato medico brasiliano deceduto, che Oliveira aveva sostituito nei suoi ultimi impegni accademici. In questa visione Zerbini, stando a quanto racconta Oliveira, gli avrebbe suggerito insistentemente di studiare la ghiandola pineale.

Nel Talmud c’è una storia che ci aiuta a comprendere un importante concetto cabalistico: è la storia di quattro rabbini saggi e santi e di un giardino incantato, il più bello, ma allo stesso tempo anche il più pericoloso, un giardino nel quale chi entra non è mai sicuro se riuscirà ad uscire, né come lo farà. Nel racconto talmudico, il primo rabbino arrivò fino alla soglia del giardino e provò un tale stupore che cadde fulminato a terra prima ancora di entrare; il secondo rabbino invece provò una gioia immensa e si mise a ballare, un ballo così vorticoso che non riuscì più a fermarsi ed impazzì. Il terzo rabbino varcò la soglia del giardino, ma uscì all’istante rinnegando la propria fede e tutto ciò che aveva amato fino a quel momento: diviene il messaggero della devastazione. Il quarto rabbino fu il solo ad attraversare il giardino e a tollerare  lo splendore senza ridursi in cenere. Lui aveva un altro tipo di conoscenza, la conoscenza di ciò che non si può dire, “di quel soffio che si trova nello spazio tra le parole”. Crivelli vedi in questo racconto una metafora dei quattro livelli di comprensione presenti nelle scritture sacre: i primi tre sono rispettivamente i livelli letterali, simbolico e etico e il quarto è l’approccio della Cabalà: il livello di conoscenza segreto, mistico i cui strumenti vanno oltre il razionale.

Per la Cabalà siamo tutti  esiliati da questo giardino in attesa del momento propizio per fare ritorno. L’archetipo dell’Abbandono è il paradigma stesso della nascita umana e viene rappresentato nel mito come la cacciata dal Giardino dell’Eden, quel luogo incantato al quale per tutta la vita ci struggiamo di poter tornare. 

Stanislav Grof, attraverso lo studio di profonde esperienze di auto esplorazione interiore, fa un parallelo tra  questo profondo  sentimento  di abbandono che appartiene a tutti noi   e l’esperienza del nascituro bruscamente “cacciato via” dal suo paradiso amniotico, il ventre materno. Ventre materno che non poteva più contenerlo e che lo ha spinto drasticamente verso la porta d’ingresso del mondo attraverso un tunnel di dolore. Questo dolore, espresso dalle grida e dal pianto dei neonati, sembra risuonare per sempre nel profondo di ognuno di noi.

Oggi, il ritorno a questo Giardino segreto, la nostra fonte interiore sembra possibile e non appare più così pericolosa in quanto abbiamo gli strumenti necessari per elaborare e contenere la “illuminazione”. La psicologia transpersonale ci offre oggi gli strumenti necessari per l’elaborazione della “esperienza numinosa”, come la definiva Jung. Non solo la psicologia, ma anche la scienza moderna, nel campo della fisica in particolare, della biologia, cibernetica, della teoria dei sistemi etc… ha fatto passi da gigante e ci offre una visione del mondo capace di contenere e convalidare questo tipo di esperienza interiore e la conseguente apertura cognitiva.

Stando a quanto ci raccontano le nostre tradizioni spirituali, la nostra anima, prima ancora della nascita,  sceglie un’immagine mitica, qualcosa come un “schizzo divino”, un progetto di ciò che sarà la sua vita sulla terra. Ma la discesa nel mondo la fa dimenticare. Avere una potenzialità e non utilizzarla è molto più doloroso di non averla per niente e l’anima “in pena” non dimentica il suo progetto divino e aspira ardentemente a ritrovare se stessa. Ognuno di noi porta dentro di sé questo “codice dell’anima”, un segreto che Crivelli descrive come “la promessa che il seme fa alla parte più nobile di se stesso mentre ancora si trova agli inizi della vita”. Custodiamo questa immagine nel profondo di noi stessi come un’intuizione etica più o meno nitida, a seconda del nostro stadio evolutivo, in attesa di poter compiere il nostro progetto interiore: di poter estrinsecare nel mondo ciò che ognuno di noi profondamente “incarna”.

Più contatto abbiamo con questa nostra immagine interiore più la nostra esistenza acquisisce intensità, i nostri sentimenti ed emozioni si ravvivano e più la nostra vita, in un certo senso, “ci assomiglia” e diventa “degna di essere vissuta”.  Ad un certo livello di questo percorso possiamo persino riuscire a percepire l’eternità di ogni attimo presente. Questo viaggio di ritorno viene descritto dai cabalisti come “la risalita dell’Albero della Vita”. Nella misura in cui procediamo in questa ascesa riusciamo a ricordare i contorni del nostro “schizzo divino” e persino l’intero contenuto della nostra immagine originaria ed a riappropriarci della chiave del nostro destino.

La Cabalà ci descrive il mondo, così come si presenta ai nostri sensi, come un velo di apparenza che nasconde una ricca e complessa realtà che va oltre ogni immaginazione: movimenti, forze ed energie che interagiscono in una sorta di “danza della creazione” e fanno sì che si manifesti una realtà piuttosto che un’altra: pace, amore, nascita e morte, bellezza o conflitti…. così come tutte le possibilità intermedie degli accadimenti umani… La vera realtà emerge da questa rete a differenti gamme dalle infinite lunghezze d’onda, ma solo un’area molto ristretta di questa gamma tocca i nostri sensi immediati. E’ solo interrogando il mondo che ci circonda e aprendoci ad esso, amandolo, che esso si apre alla nostra conoscenza. Nella misura in cui l’uomo “sale il suo Albero” i suoi sensi si espandono su aree sempre più vaste della realtà e  allora, ci ricordano i cabalisti, anche il mondo divino può essere percepito.

Le scienze moderne mettono in luce il fatto fondamentale che l’energia è inseparabile dall’informazione. La parola informazione può essere intesa su due piani. 1- Il piano ordinario dove comprendiamo che un’informazione è una conoscenza acquisita. 2- Il piano più sottile, dove comprendiamo, per esperienza, che l’informazione ha una sua funzione interna di “formatore”.

Una conoscenza ci trasforma, ci scolpisce dall’interno, perché essa è energia. Scolpisce per la stessa ragione l’oggetto conosciuto. Attraverso questo stesso processo le energie attivate durante un’esperienza eccezionale – uno stato di coscienza non ordinario o un profondo rapporto erotico, per esempio – diventano conoscenza appunto perché l’energia trasforma e allo stesso tempo informa l’essere umano. La vera conoscenza, secondo la Souzenelle è “il parto di noi stessi a terre sempre più profonde, ognuna delle quali è fatta di una somma di energia informatrice”. Il “terrificante mostro marino”, “la notte nera dell’anima” o “il drago delle profondità dell’inconscio” – i guardiani della soglia delle nostre tradizioni spirituali – sono immagini detentrici di questa energia-informazione che trasforma e informa l’essere umano.

L’emozione della verità

Una delle cose che più colpiscono lo studioso principiante di Cabalà è che secondo questa antica saggezza la verità, così come la falsità, appartengono alla sfera emotiva: esiste un’emozione definita “verità” ed un’emozione definita “falsità”. Non esistono nella Cabalà tutti quei concetti logici-astratti per discriminare il vero dal falso a cui siamo abituali. Tutta l’attenzione, in questo caso, viene rivolta  a “come ci sentiamo” quando ci accostiamo all’uno o l’altro di questi opposti.  In particolare viene sottolineato la nostra “vibrazione interiore”: da come vibriamo interiormente, possiamo riconoscere l’appartenenza o meno di qualcosa alla nostra  essenza umana, alla nostra verità. Questo discernimento diventa sempre più chiaro nella misura in cui proseguiamo il nostro percorso di scoperta “di noi stessi” fino al punto di diventare molto sgradevole la presenza di qualcosa – parole, persone, situazioni – che non riconosciamo come veri.

La vera conoscenza è l’ascolto del canto della Natura,  è l’orecchio teso ad accogliere il suono primordiale, proprio come Stradivari, che si faceva tagliare il legno che usava per i suoi magnifici violini durante “la notte in cui gli alberi cantano”. Il riconoscimento dell’“emozione della verità” passa attraverso la nostra capacità di sentire, di  sorprenderci  e  meravigliarci di ciò che ci circonda. La  verità, vista in questo modo, è inscindibile dall’amore e, ci ricorda Crivelli, dev’essere, un’emozione altrettanto intensa quanto quella provata in momenti di intimità sessuale. Per la Cabalà “io conosco” vuole dire “io amo”. Infatti nella Bibbia per dire che un uomo ha avuto una relazione sessuale con una donna, si dice che “l’ha conosciuta”. Per i cabalisti la conoscenza non è una qualità intellettuale, ma qualcosa di puramente sperimentale, proprio come quella che l’uomo fa della donna in un rapporto sessuale, ma anche quella che ciascun uomo può fare di ogni elemento della creazione penetrando nelle profondità del suo mistero. Questa conoscenza è amore.

 

 

 

 

 

 

 

Abstract

ABSTRACT

          Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale

 Da tempi immemorabili l’uomo ha dato vita a differenti procedure per trascendere la realtà quotidiana, accedere alla dimensione sacra dell’esistenza e veder balenare una scintilla di divino dinanzi ai propri occhi: dagli oracoli classici, agli stati indotti di trance, ai rituali misterici, alle cerimonie sciamaniche, alle varie forme di meditazione, ai  riti collettivi.  La storia umana, dagli albori della coscienza ad oggi, è la storia di questo rapporto tra l’uomo e la  molteplicità dei  mondi invisibili.

Nel nostro mondo attuale che predilige gli aspetti razionali della psiche, questa ricerca di ciò che non è percepito dai nostri cinque sensi attraverso stati non ordinari di coscienza, viene spesso guardata con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fa emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. In altri tempi o contesti culturali diversi dal nostro questi stati venivano invece considerati una benedizione divina, un dono degli dei ed erano – e sono tuttora – attivamente ricercati con l’utilizzo di vari mezzi di autoesplorazione profonda: “le tecnologie del sacro”. La Psicologia Transpersonale li ripropone in veste moderna, all’interno di una prospettiva psicoterapeutica e di evoluzione della coscienza.

Tutto questo indica che il nostro attuale stato di coscienza non è ancora sufficientemente dispiegato, nel senso che non ha ancora sviluppato tutte le sue potenzialità. Dalla teoria e dalla clinica della Psicologia Transpersonale sono emersi risultati straordinariamente ricchi e fecondi, nel senso di un ampliamento della cartografia dell’inconscio e di una drastica revisione dello stesso concetto di coscienza.

Virginia Salles in “Mondi invisibili, frontiere della psicologia transpersonale” ci accompagna in un viaggio coinvolgente e fascinoso attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un percorso in zone che la cultura scientifica fatica ad integrare: una traversata notturna  attraverso le regioni del mito in un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria.

I mondi invisibili sono quelli indagati da grandi studiosi contemporanei come Stanislav Grof, Abraham Maslow, fondatori della Psicologia Transpersonale negli Stati Uniti, da un ricercatore come  Josè Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista brasiliano ancora poco conosciuto in Italia,  ma anche i mondi narrati nelle tradizioni millenarie di ricerca del sacro. Questo affaccio sulle esperienze non ordinarie di tutti i tempi viene messo in relazione con i contributi di C.G. Jung,  di Wilhelm Reich, John Perry, Ken Wilber, Alexander Lowen, Massimo Assagioli, Bion e tanti altri, senza dimenticare le esperienze di grandi artisti, che hanno percepito la linea d’ombra che separa il visibile dall’invisibile e sono riusciti ad evocare ciò che è indicibile.

Le teorie di Jung, in particolare il suo “libro Rosso”, sono un punto di partenza per la Psicologia Transpersonale, ma rappresentano anche l’appartenenza professionale di Virginia Salles, formatasi in Italia come analista junghiana. Questo libro è una sintesi del lavoro svolto dall’Autrice e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della Psicologia del Profondo.

Un elemento presente in molti di questi mezzi per raggiungere le profondità dell’anima  è  la respirazione, vero e proprio  ponte tra il visibile e l’invisibile, che da sempre  è stata utilizzata come mezzo di autoesplorazione e per indurre profondi cambiamenti nella coscienza: le stesse espressioni che utilizziamo per definire l’aria, l’atmosfera, o la “respirazione” sono usate per descrivere concetti religiosi. Per esempio, in alcune lingue antiche come il greco o il latino le parole aria, vento, soffio, sono le stesse che esprimono idee come Vita, Spirito, Dio.

In certe condizioni il respiro può rappresentare la porta di ingresso verso i mondi invisibili, lo strumento che permette di varcare la soglia e di tornare indietro. Questa reversibilità dell’esperienza ha rappresentato per l’uomo la possibilità del contatto con il divino in condizioni ritualizzate, che permettono l’accesso all’altra dimensione dell’esistenza senza essere distrutti dalla potenza del numen.  Per noi moderni questo dio nascosto è il nostro Sé profondo.

Nel testo troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di Respirazione Olotropica. Le narrazioni,  a volte incredibili a volte straordinarie ci mostrano come la  tendenza fondamentale di questa procedura  sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica.  La tecnica terapeutica proposta da Grof,  esposta nei casi

presentati dalla Salles, così come altri metodi utilizzati in ambito transpersonale, sono  un vero e proprio viaggio nel Sé: un passaggio attraverso lo Stargate e l’accesso ad una dimensione altra rispetto alla nostra coscienza ordinaria. Una rielaborazione in chiave moderna di antichi mezzi di autoesplorazione esperienziale proposti dalle nostre tradizioni spirituali che hanno come scopo il raggiungimento dello stesso obiettivo: aprire un varco o meglio costruire un ponte tra la nostra identità personale ed il Sé profondo. La percezione che la persona ha, in questi momenti, è che la propria coscienza sa dilatata oltre i confini abituali dell’ego trascendendo i limiti spazio-temporali e aprendosi a dimensioni esistenziali fino a quel momento impensabili. Un intero mondo di elementi bizzarri e di apparenti contraddizioni emerge come  da dietro uno sfondo prima impercettibile: eventi del passato personale così come elementi di carattere più universali appartenenti all’inconscio collettivo che vengono spesso descritti con dettagli storicamente accertabili, luci abbaglianti, personaggi  mitologici, demoni e divinità. Possiamo identificarci con archetipi o con altri esseri viventi come piante o animali, o percepire eventi al di là del tempo e dello spazio.

Queste esperienze, così difficili da comprendere e da collocare all’interno di una griglia conoscitiva,  sono iscrivibili all’interno della struttura postulata dalla fisica dei quanti, teoria che ha annullato molti dei cardini della scienza e della cultura occidentale. Grof sostiene che le ricerche e le evidenze cliniche riscontrate attraverso la respirazione olotropica non possono essere spiegate all’interno della fisica newtoniana. La fisica dei quanti però ci pone essa stessa di fronte a dilemmi e contraddizioni: “Gran parte del modo in cui la fisica quantistica descrive il mondo può sembrare, a prima vista, un nonsense…Tuttavia si può giocare solo a questo gioco. La vecchia meccanica di Newton e dei suoi seguaci non è in grado di dare una qualunque spiegazione degli atomi o di altri microsistemi.” (Gilmore, Alice nel paese dei quanti). La coscienza – con tutte le straordinarie declinazioni che vedremo in questo libro e che possiamo leggere anche nei testi di Grof – sembra configurarsi come un sistema che partecipa di  livelli differenti, eterogenei tra loro. Si tratta di un territorio ancora quasi del tutto inesplorato. Potremmo affermare che anche la psiche è ricca di nonsense, proprio come la fisica dei quanti.

Nella storia della psicologia la componente della dimensione soggettiva ha sempre scatenato ondate di critiche ed ora ancora di più la Psicologia Transpersonale, portatrice di mondi invisibili. La storia della psicologia del profondo è strettamente collegata con l’altra dimensione: dal fluido universale invisibile di Mesmer al concetto di “inconscio” di Freud, il quale – dal momento che postulò un luogo, un topos, (l’inconscio appunto)  dove si svolgevano, in modo invisibile, i processi psichici –  partecipò alla scoperta rivoluzionaria dei “mondi invisibili”. Fu questo, e non la sessualità, la vera causa dell’ostracismo della classe accademica nei confronti della psicoanalisi. I mondi invisibili turbavano la cultura positivista dell’epoca e turbano tutt’ora la nostra coscienza collettiva basata su un paradigma culturale ormai superato. La Psicologia Transpersonale affonda le sue radici nella più moderna visione della scienza (post teoria della relatività) che è in un certo senso inconciliabile con il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano sul quale si fonda tutta la psicologia occidentale.

 

 

 

 

 

 

Ciò che caratterizza l’approccio terapeutico transpersonale non è il contenuto ma il contesto in cui si opera. Indipendentemente da quale sia il livello dello “spettro della coscienza” (Wilber), o il “territorio esperienziale” (Grof) sul quale si sta focalizzando il processo terapeutico, il terapeuta transpersonale è consapevole di tutte le possibilità esistenziali ed è disposto a seguire  l’analizzando (nell’ambito della Psicologia Transpersonale la parola “paziente” non è utilizzata)  sul suo percorso attraverso nuove e più ampie dimensioni esperienziali ogni volta che se ne presenti l’occasione. La figura del terapeuta transpersonale assume allora un significato diverso rispetto allo psicoterapeuta tradizionale, un ruolo più vicino a quello che Jung definisce ‘psicopompo’, colui che accompagna l’analizzando nel viaggio interiore. Nella nostra cultura abbiamo un riferimento fondante per questo: nel percorso che Dante compie attraverso i mondi dell’Inferno, del  Purgatorio e del Paradiso, nel quale il poeta Virgilio è lo psicopompo, la guida che accompagna, sostiene ma non interviene nel processo. Il vero terapeuta è il Sé dell’individuo, secondo Jung  l’elemento propulsivo del processo di individuazione. L’Autrice ci mostra come in questi percorsi individuali si manifesti la tendenza della psiche verso l’autoguarigione, come descritto da Jung e Grof,  ed è proprio  questo aspetto che guida il percorso della Psicoterapia Transpersonale.

Colpiscono profondamente i casi di persone che non avrebbero mai potuto avere un vero  accesso ad una psicoterapia classica: prostitute,  portatori di dipendenze, outsider. Individui che non solo hanno potuto usufruire di una crescita personale, ma che hanno anche scoperto l’esigenza di spiritualità che si celava dietro i loro sintomi.

La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita,  possono riconoscere l’esigenza di un rapporto con la dimensione del  sacro come esigenza della psiche, senza per questo dover appartenere ad uno schieramento di qualsivoglia tipo.

 

 

 

Mondi invisibili recensione

Recensione di Luisa de Paola

Virginia Salles, Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale

Alpes Italia, Roma 2013, pp. 216.

Intenso, ricco, avvolgente: Mondi invisibili si legge d’un fiato ma ti penetra dentro e sedimenta tracce nel tempo. Invita, dopo una prima lettura vorticosa e appassionata, a tornarci su con un ritmo meno veemente e più meditativo, a soffermarsi sulle testimonianze palpitanti e vive che offre in ogni capitolo, a riflettere sui principali snodi teorici che emergono dalla sua fitta e sapiente trama, ad assimilarne in profondità il messaggio di trasformazione e rinascita al di fuori delle barriere egoiche che limitano le nostre capacità vitali congiuntamente alle nostre più intime potenzialità. E’ così, attraverso più di una lettura, che l’incontro con il saggio-testimonianza di Virginia Salles, psicoterapeuta specializzata in respirazione olotropica, diventa una vera e propria esperienza terapeutica, un percorso che ciascuno può far proprio appoggiandosi alla forza “invisibile” eppur vivissima e quasi tangibile delle pagine scritte.

Colpisce la straordinaria ricchezza di riferimenti culturali che fa capolino dalla trama compatta e avvincente della scrittura. Tra le righe troviamo infatti sofisticate concezioni del mondo e teorie complesse di psicologi, filosofi, scienziati, maitres-a-penser di diverso orientamento e di diversa formazione che, colte nel proprio centro nevralgico ed assimilate in profondità, ci vengono restituite nel loro spirito essenziale, con uno stile agile e snello e al contempo ardente ed appassionato, tanto estraneo a contorsioni intellettualistiche e fregi pedanteschi quanto denso, d’intime risonanze e calde vibrazioni.

Con semplicità e al tempo stesso con impeto travolgente, il lettore viene portato per mano come un iniziando tra i recessi della psiche più reconditi e abissali, laddove la nascita s’incontra con la morte, e il sogno pervade anche la veglia. Da un capitolo all’altro, ci troviamo a percorrere un vertiginoso itinerario lungo le vie dell’anima in compagnia di Jung e di Goethe, di Wilber e Lowen, ma anche di tanti altri compagni di viaggio con nomi e volti ignoti che, come noi, stanno intraprendendo un cammino di esplorazione e di ricerca orientato agli strati più sottili e profondi dell’esistenza. Dalla propria esperienza professionale, infatti, l’autrice ha tratto brani di esperienza vissuta che se da una parte sembrano vivere ciascuno di vita propria, dall’altra, invece, s’intrecciano a perfezione con analisi, riflessioni, segmenti meditativi, per comporre un movimento unico, un mosaico vivente di testimonianze e di sguardi, di percorsi teorici ed esperenziali nell’intricata e complessa geografia della psiche.

Il retroterra di quest’affascinante viaggio nell’anima è quanto mai vasto e complesso. Virginia Salles, che è nata a Bahia, in Brasile, cresciuta a contatto con i riti del Candomblé e del sincretismo afrobrasiliano, e si è formata alla scuola dello psichiatra ceco Stanislav Grof, attinge a una straordinaria varietà di fonti per delineare un orizzonte teorico e culturale che è al contempo uno spazio vitale in cui il lettore può muovere liberamente il suo pensiero e le sue emozioni. Oltrepassando i confini delle psicologie più tradizionali, l’autrice si rivolge sia alle matrici sapienziali delle antiche religioni e filosofie, sia ai pionieri di una nuova scienza che, coerentemente con le scoperte di Einstien e della fisica quantistica, stanno procedendo, seppur per una via diversa da quella dei mistici, verso quello stesso superamento del dualismo soggetto-oggetto che è anche il traguardo di ogni percorso mistico-iniziatico e, più in generale, di ogni percorso di ricerca autenticamente vissuto. Ma quella tra soggetto ed oggetto è soltanto una delle molteplici dicotomie che Mondi invisibili ci spinge a superare. Guidandoci in un intrepido percorso sui sentieri pionieristici della psicologia transpersonale, ed offrendoci, contestualmente, gli strumenti per raggiungere una percezione più profonda ed interiorizzata della realtà, il libro ci porta infatti a riconsiderare tutta una serie di opposizioni che condizionano in modo spesso castrante la nostra visione del mondo e della natura umana. Dei tanti dualismi che affliggono l’attuale cultura dominante, Virginia Salles ne prende in considerazione soprattutto uno: quello tra mente e corpo. Eredità persistente della mentalità cartesiana, la scissione tra uomo materiale, impastato di carne e sangue, d’istinti e di pulsioni, e uomo spirituale, sublimato in pure idealità disincarnate, è all’origine di profondi e diffusi disagi esistenziali, così come di storture e pregiudizi che inquinano la realtà sociale e che l’autrice testimonia con toccanti resoconti di alcune delle sue esperienze cliniche., in particolare nei capitoli “La tigre e il vento – la magia del corpo in terapia” e “Mercanti di corpi, dissipatori d’anima”. Qui la sofferenza dell’altro vissuta sulla propria pelle si trasforma in una molla che fa saltare gli ingranaggi della medicina e della psicoanalisi ortodosse, entrambe ancora legate al presupposto delle due sostanze, res cogitans e res extensa, per far accedere la psicologia a una teoria e una prassi terapeutica al servizio dell’uomo nella sua interezza e nella sua totalità. Ed ecco quindi che, in quest’ottica, il corpo nella sua fremente vitalità acquista pieno diritto di cittadinanza sulla scena del setting, di cui diviene anzi protagonista attraverso il processo fisico e spirituale della respirazione imponendo una vera e propria rivoluzione nella prassi terapeutica. Una rivoluzione che tuttavia non rompe del tutto la continuità del movimento psicoanalitico. Come leggiamo infatti a più riprese nel libro, se Freud non considera affatto il corpo né il processo della respirazione, e neppure Jung si spinge oltre una generica rivendicazione dell’unità tra corpo e anima, è però dai due grandi padri fondatori della psicoanalisi che parte Reich per restituire alla corporeità un ruolo primario nell’ambito della cura psicologica, e da Reich prendono a propria volta le mosse Lowen, Grof e Gaiarsa, con i quali il processo della respirazione assurge a cardine e fulcro della terapia.

L’attenzione rivolta al respiro segna una duplice svolta: da un lato permette di coinvolgere l’uomo intero inteso comune unità psicocorporea; dall’altro spinge questa stessa unità psicocorporea oltre i propri confini abituali, reintegrandolo in un’unità organica più ampia che la trascende in virtù di quel processo d’interscambio vitale da cui dipende e che è, appunto, la respirazione stessa. Attraverso la respirazione olotropica, la psicologia può quindi andare al di là dei presupposti individualistici e dell’assetto personalistico in cui si radicano, per esempio, la psicoanalisi freudiana e la psicologia dell’io, per aprirsi a un orizzonte transpersonale e transdisiplinare che, attingendo a fonti antiche, torna ad affacciarsi alle dimensioni della spiritualità e del sacro con sguardo aperto, rinnovato, al passo con i tempi e aggiornato alle più recenti scoperte scientifiche.

Un libro coraggioso, che, come annuncia anche il sottotitolo, sfida le frontiere della psicologia incentrata sul soggetto individuale per puntare audacemente verso un nuovo paradigma della psiche, un paradigma in grado di riconciliare l’uomo con la natura, il corpo con l’anima, la scienza con la vita.

Ignazio Licata

licataIgnazio Licata

La logica aperta della mente

Codice edizioni, Torino, 2008

In una intervista a Stanislav Grof il 29 novembre 2006, ad una mia domanda circa il futuro della psicologia, Grof risponde ricordandomi i nuovi sviluppi della fisica moderna e il ruolo trainante e di supporto teorico che questo campo della conoscenza offre ai nuovi orizzonti della psicologia transpersonale e all’atteso cambiamento di prospettive del nuovo paradigma emergente.

La psicologia e psichiatria accademica attualmente offrono un modello della psiche molto limitato, spiega Grof, “…il cervello vieni visto come un hardware di un computer, il cui software è la biografia postnatale, e credono che non ci sia niente oltre questo. La psicologia transpersonale ha ampliato molto questo modello includendo, ovviamente, sia il periodo biografico, sia i periodi prenatale e perinatale ed ha quindi fatto esplodere il modello della psiche nella sfera transpersonale”. Se le esperienze che emergono durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con l’LSD o la respirazione olotropica – esperienze considerate dalla psicologia e psichiatria tradizionale come originate da una patologia, esperienze di archetipi, di identificazione con altri esseri viventi, altri popoli o con l’intera umanità, animali, piante, esperienze di altre culture, di altre vite etc – fossero studiate sistematicamente, condurrebbero, aggiunge Grof, “ ad una rivoluzione paragonabile a quella che avvenne nel campo della fisica nelle prime due decadi del ventesimo secolo, quando si passò dalla fisica newtoniana alla fisica relativistica e quindi alla fisica quantistica. È straordinario ciò che furono capaci di fare i fisici, cioè cambiare il modo di pensare. Analogamente, con tutte le prove prodottesi nel tempo, anche la psicologia potrebbe fare lo stesso percorso. Ciò che voglio dire è che le prove sono già lì e se le persone che le osservano avessero una mente sufficientemente aperta, la rivoluzione avverrebbe in modo automatico”.

Mentre la maggior resistenza alla nuova visione della psiche che emerge dalle esperienze transpersonali provengono dagli ambienti accademici che in generale si chiudono a tutte le nuove scoperte, sottolinea Grof, il suo lavoro fu accolto con grande entusiasmo negli ambienti scientifici d’avanguardia. Le prime risposte positive arrivarono da fisici quanto-relativisti: Fritjof Capra, Fred Wolf, Saul Paul Siraq, Nick Herbert, Amit Goswami. La visione olotropica di Grof è stata salutata con entusiasmo anche da teorici come Karl Pribram (modello olografico del cervello), David Bohm (la teoria dell’olomovimento), Ilya Prigogine (la teoria delle strutture dissipative), Rupert Sheldrake (il concetto dei campi morfogenetici) e Ervin Laszlo (la psi-campo) e molti altri. E ancora la teoria dei sistemi, la tanatologia, la parapsicologia. I grandi teorici di queste nuove frontiere della scienza condividono con Grof la consapevolezza del fatto che la vecchia filosofia materialistico-monista e l’immagine dell’universo cartesiano-newtoniana, che dominano la scienza accademica, sono state superate e appaiono oggi fuori luogo e drammaticamente anacronistiche.

In questo scenario di emergenza, di urgenza di cambiamento nell’assetto teorico tendente a unire le nuove scoperte della scienza, le implicazioni filosofiche della fisica quanto-relativista, e le sempre più profonde esplorazioni della psiche attivate dalle nuove tecniche di autoesplorazione della psicologia transpersonale emerge l’ultimo libro di Ignazio Licata intitolato “La logica aperta della mente” pubblicato da Codice edizioni, Torino, 2008.

Come afferma l’autore in questo libro complesso ma dal linguaggio lucido e chiaro, ricco di spunti di riflessione “La cognizione non è la rappresentazione del mondo, ma un processo di generazione di mondi connesso alla complessità dell’accoppiamento strutturale tra un organismo e l’ambiente… e “l’io”, messo costantemente in discussione dalla psicologia transpersonale, viene definito dall’autore come un “continuo processo di accoppiamento con il mondo, un flusso tra interno e esterno veicolato dal nostro essere organismi…”. Licata paragona la mente a un “evento musicale”, “un gioco di rimandi molteplici e di circolarità, diffuso tra il corpo e il mondo in cui siamo allo stesso tempo interpreti, esecutori e ascoltatori” (p. 231).

Ed è sempre attraverso la musica che l’autore abbandona il rigore della scienza e della logica (“una logica aperta… appunto”) e offre al lettore uno squarcio della sua soggettività consegnando la descrizione di un suo personale, intimo momento di “accensione dei qualia” (tradotto in linguaggio transpersonale significa il momento in cui l’io viene trasceso): “Ebbe in quell’occasione (durante l’ascolto della sonata III di Beethoven) la rara sensazione di essere tutt’uno con la musica, di averne penetrato i segreti profondi e di potermi muovere agilmente nel complesso gioco di rimandi e connessioni, fino a comprendere la necessità di ogni singola nota…e da allora il mio rapporto con la musica ha acquistato delle connotazioni di familiarità ed intimità che non mi hanno più lasciato e si sono trasformate in una nuova e più ampia consapevolezza dell’ascolto e di me stesso…” (p. 232)

Ogni evento emotivamente significativo della nostra esistenza provoca un cambiamento profondo nell’essenza di ciò che siamo e ripropone a sua volta nuove sfide e ulteriori travagli in una spirale infinita che non raggiunge mai una sua completezza definitiva. E ogni nuova consapevolezza emerge da un contesto dal quale non si può prescindere e che a sua volta è situato in un altro contesto e questo si trova ancora dentro alla sua realtà come i pesci nell’acqua… così all’infinito”. “Noi siamo immersi nel mondo e non possiamo osservare ogni aspetto di esso. Siamo processi che descrivono processi, ed ogni descrizione è una forma di interazione”. (p. 257)

Anche nell’ambito della fisica quindi con la sua logica e le sue equazioni, la conoscenza del mondo non può dissociarsi del vissuto emotivo e della conoscenza di se stessi, dell’immersione nella profondità dell’essere. I teorici dello sviluppo oggi confermano che non esiste un mondo precostituito in attesa che tutti lo scoprano (il mito del dato). Questo fu il lascito dello strutturalismo (e del post-strutturalismo) e l’elemento centrale a tutta la rivoluzione costruttivista nell’epistemologia. Mondi fenomenologi distinti, Mondi reali, iniziano ad esistere ad ogni nuovo livello di sviluppo della coscienza e della esperienza soggettiva, sostiene Ken Wilber, e si svelano attraverso le strutture cognitive responsabili della percezione e insieme della co-creazione di questi mondi. La biologia post-moderna afferma anch’essa che l’organismo biologico svela e crea continuamente nuovi mondi invece di semplicemente percepire un mondo già dato. Ci sono cose nel “mondo invisibile”, siano esse Dio, le fate, Pollicino o il Nirvana, che esistono soltanto in determinati “indirizzi cosmici”, a determinati livelli della nostra evoluzione individuale o collettiva.

Scrive ancora Ignazio Licata: “Il problema dei qualia, il nucleo forte e irriducibilmente soggettivo della coscienza, risiede in questa capacità di essere ascoltatori dei nostri stessi atti cognitivi e di ricevere dall’ascolto un feed-back che modifica continuamente la nostra apertura logica” (p. 231).

Per capire il mondo, l’uomo moderno non può più esimersi di aprire le porte della propria limitata percezione sensoriale di inserire nei propri calcoli anche se stesso, le sue emozioni, le sue abissali profondità. Parola di fisico.

Diego Pignatelli

risveglioIl risveglio dell’intelligenza, Verso una nuova psicologia dell’Essere.
Le Filosofie Orientali alla volta delle Nuove Teorie Transpersonali.

Montedit, Milano, 2007

I buddisti ci offrono le immagini di mandala multicolori, i sufisti la kabah mistica, la pietra nera sacrale, i taoisti immagini di draghi che volano… “volano sopra i paradossi…”. Noi moderni abbiamo trovato altre definizioni: “la danza delle particelle subatomiche”, materia e antimateria, principio di indeterminazione, l’ordine “implicato” di Bohm. “L’urgenza del sacro è una verità mistica per un cercatore di verità”, scrive Diego Pignatelli. Da quando il radioso olimpo degli dei greci, sostituito dal simbolismo monoteista Giudaico-Cristiano, si è trasformato in verbo e regole condivise, l’uomo identificatosi con l’ordine convenzionale, si è negato il proprio bisogno primario e il diritto fondamentale: quello della trascendenza. Ma nella nostra cultura non importa, scrive ancora Pignatelli, se il verbo è vivo o morto, quel che conta è che sia istituzionalmente accettato. Ma se all’individuo non è permesso di prendere contatto con realtà soggiacenti alla sua realtà consensuale oggettiva, il sacro bussa alla porta e chiede di uscire dai santuari… e l’uomo moderno non può più esimersi dall’accogliere e richiamare le sue divinità, i suoi simboli e archetipi. Ognuno dei quali offre la sua nota “al suono primordiale dell’arpa celeste, simbolo vivente di un cosmo popolato da dei, di un olimpo alchemico e boreale”.

La vita si manifesta ovunque dinanzi ai nostri occhi pieni di meraviglia, nell’incessante accendersi pullulante di energia, nel pulsare dei ritmi vibranti, nella misteriosa danza delle particelle elementari intorno al fuoco primordiale. I mistici danno un nome a questa energia: la chiamano “la danza di Shiva”. Venerato e temuto, Shiva è il divino manifestatosi sotto forma di energia cosmica. Nei suoi multipli aspetti presiede i due mondi, visibile e invisibile. La danza di Shiva e il suono del suo tamburo sono il filo conduttore del libro di Diego Pignatelli, fresco di stampa, intitolato “Il risveglio dell’intelligenza, Verso una nuova psicologia dell’Essere. Le Filosofie Orientali alla volta delle Nuove Teorie Transpersonali”. Quello che Pignatelli ci offre è un appuntamento con l’invisibile, un tuffo nell’eclettico mondo dei più recenti (e antichi) sviluppi della conoscenza seguendo una moderna autostrada spirituale che gira a 360 gradi, avvolgendo ogni aspetto della consapevolezza, da Krishnamurti a Chuang Tzu, da Allan Watts e Henrich Zimmer a Stanislav Grof, da Ken Wilber a David Bowm.

Parole vive che suscitano nel lettore una risposta altrettanto vitale, capaci di aprirci a una più profonda comprensione di ciò che solitamente sembra incomprensibile. Un’interpretazione personalissima e originale del “risveglio” della coscienza che riflette non solo un’ampia cultura sull’argomento ma anche una certa sensibilità “poetica” che trasuda dell’esperienza soggettiva del suo autore. Un libro importante nell’attuale, scarso, panorama degli scritti transpersonali in lingua italiana.

“La cultura post-moderna, sommersa dal caos del tempo sta facendo esplodere il mondo in un’era apocalittica che non ha pari nel tempo…”

E la scienza, risvegliatasi da un lungo letargo, sembra ora scorgere nel caleidoscopio dell’universo, il riflesso di un’unica realtà invisibile al mondo manifesto. Realtà che David Bohm ipotizzò come un ordine implicito (celato) di un livello più profondo, la cui dimensione non ci è data sapere… ordine soggiacente all’ordine esplicito (svelato), individuato come la realtà oggettiva. Ordine “implicato” questo che si definisce come una realtà molto vicina ai Mondi Paralleli, descritti dai mistici di ogni tempo che rivelarono attraverso i Veda la matrice filosofica di un universo dove tutto è interconnesso e dove tutto è possibile. Una dimensione cosmica nella quale il sacro è un luogo accessibile.

… Sacro come un reliquiario, come una decifrazione devanagari sanscrita, sacro come il Gange. Sacro come Nandi, il toro di Shiva, sacro come la dea Kali dalle iinnumerevoli braccia, custode del tempo…”

Una scienza che apre le porte quindi della nostra limitata percezione sensoriale, sfida il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano e affina nuove teorie in una visione del Cosmo post-post-moderno. Una scienza cha spalanca la porta sacra che potrebbe condurci alle soglie della liberazione.

“… una lotta tra i figli della notte e i figli della luce che nuotano nei fondali dell’abisso cosmico, la dove le acque sono creazione e resurrezione, assorbimento e catarsi, visione e esaltazione…”

Per Pignatelli il gioco divino, incomprensibile agli umani, attraverso il quale Dio si nasconde da se stesso per poi rivelarsi illuminandosi di sacro, può sembrare una parabola cosmica, ma è proprio Questo il segreto che racchiude il nostro universo, nella sua ultima sfida, nella sua ultima esasperazione, la storia umana.

Il LIBRO ROSSO DI C. G. JUNG

Il LIBRO ROSSO DI C. G. JUNG

di Virginia Salles, Roma

 

Fuggi da quanto ha già forma agli aperti reami delle forme possibili .

(Goethe)

 

Viviamo in un mondo  secolare. Per adattarsi a questo mondo il bambino abdica alla sua estasi..

(Mallarmè)

libro

Il coraggio

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Il vero atto di coraggio, l’unico che ci viene richiesto in quanto partecipanti al grande miracolo della Vita, è il coraggio di affrontare l’Ignoto, di affrontare ciò che di più incomprensibile e sconvolgente possiamo incontrare sulla nostra via. Quelle esperienze definite da Platone come “la pazzia divina”, esperienze visionarie che riguardano il mondo dello spirito o della morte o della “vita vera” e che avvengono “ad occhi chiusi” – ossia nei recessi più oscuri del nostro mondo interiore – sono state talmente escluse dalla nostra vita e dai nostri interessi quotidiani che i nostri sensi atti ad accoglierle ed a comprenderle si sono atrofizzati. Così come la nostra capacità di “percepire” la presenza della Divinità. La maggior parte delle persone non sperimenta mai ciò che viene definito “la presenza di Dio”, sostiene Ronald Laing e nemmeno percepiscono “la Sua assenza”, ma solamente l’assenza di qualcosa di fondamentale, un grande e indefinito vuoto: “l’assenza della Sua Presenza”.

Scoprire in noi stessi qualcosa d’immenso, intimo e profondamente coinvolgente, qualcosa che ci collega a “tutto il resto del mondo” e che prima era totalmente sconosciuto, ci fa comprendere che gran parte della nostra angoscia esistenziale e dei nostri infiniti bisogni non sono nient’altro che un tentativo di lenire la sofferenza di questa “separazione”. C. G. Jung, con il coraggio degli indemoniati, discende in fondo all’ “Abisso”, ne esplora i contorni, i sentieri insidiosi, si aggira nei suoi meandri più segreti e ci consegna in quello che è la sua opera primaria, il Libro Rosso, le rivelazioni di un altro mondo, un mondo sostanzialmente diverso da tutto quanto siamo abituati a conoscere. Il Liber Novus segna l’inizio di una nuova era per la psicologia del profondo, non nel senso che rappresenti qualcosa di nuovo nell’orizzonte psicologico-letterario in quanto le tradizioni spirituali di ogni epoca abbondano di racconti di questo genere, così come i libri di psicologia transpersonale, di filosofia orientale e di antropologia, i racconti di esperienze sciamaniche etc… La “novità” è semplicemente il fato che sia stato Jung a scriverlo, con linguaggio potente. Jung – che non ha mai ufficialmente rinnegato il paradigma dominante della propria cultura di appartenenza e che non ha mai così spudoratamente varcato “la soglia” – fu, in realtà Il primo psicologo “transpersonale”, seguito da Erich Neumann, il primo che ha sfondato le barriere dell’inconscio personale freudiano e attinto all’altro inconscio che rappresenta tutt’ora una sfida al “mondo conosciuto”: la scoperta dell’America in psicologia.

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Il Liber Novus e altri scritti di questo genere mettono in discussione le radici stesse della cultura di cui facciamo parte ed ogni cultura mette in atto i suoi “meccanismi di difesa” per confermare e mantenere la propria “cosmovisione”. “Libri rossi” che finiscono per risultare, in un certo senso, trasgressivi e “pericolosi” per un’incompatibilità essenziale – un rapporto davvero impossibile con una cultura che ha delegittimato ogni esperienza spirituale che non faccia parte della ortodossia ebraico-cristiana, così come ogni esperienza che non possa essere inquadrata dagli assiomi di base della scienza pre-quantistica. Se prendiamo in considerazione, per esempio, i paradigmi spirituali che ci sono stati trasmessi dalla classicità, dall’umanesimo e le nuove concezioni derivate della fisica moderna, vediamo che essi sono assolutamente in sintonia con quanto ha scritto Jung nel suo libro più controverso e con altri scritti ad esso affini. Jung – che ha attraversato, in prima persona l’esperienza e vissuto in bilico tra la psicopatologia e il mondo spirituale ed ha fatto di questa esperienza il fulcro della sua metapsicologia – che appartiene ai due mondi e ufficialmente non è mai andato in rotta di collisione con il paradigma dominante del suo tempo – attraverso il racconto della sua esperienza interiore, può fungere, in un certo senso, da elemento trainante, da elemento “di congiunzione”, tra una psicologia che ha fatto il suo tempo e una visione più ampia della psiche. Visione che accoglie ed unisce elementi tutt’ora appartenenti alla psicopatologia, alla “Scienza”, così come all’oscura e ambigua definizione di “mondo spirituale”.

La nascita di Dio nell’anima

“Taci e ascolta!…”1

Mentre Nietzsche con voce potente proclama la morte di Dio, Jung scava sempre più in fondo tra gli strati archeologici della psiche e s’imbatte in “qualcosa” che va oltre se stesso, in qualcosa che non gli appartiene più in quanto singolo individuo, ma che lo “trascende”. Jung si imbatte nello “spirito delle profondità” con i suoi misteriosi segreti, con il suo inferno e la sua estasi e si lascia trascinare dalle sue correnti mistiche, da terrori arcaici e da sconvolgenti e preziose scoperte. In bilico tra due mondi, tra la propria finitezza e l’immensità dell’Essere, Jung a poco a poco si abbandona a quelle esperienze animiche che lo condurranno sempre più su… verso il mondo spirituale. Tra le macerie di un se stesso che non riconosce più Jung scopre Dio, il Dio interiore, il Dio vivo, rinato nella sua anima.

lo scarabeo è la morte, che è necessaria per il rinnovamento; per questo brillava come brace dietro di lui un nuovo sole, il sole delle profondità, il sole enigmatico, il sole della notte…2

Il futuro autore del Libro Rosso ha visto, sentito, udito, vissuto…, ma ora deve rientrare nella collettività umana, rimettere i piedi sulla terra, affondare nel suolo le sue radici. Deve rivestirsi dei suoi panni-ruoli ed una volta riuscito a dare senso al suo travaglio esistenziale, dovrà elaborare la sua nuova, personale cosmogonia in un modo che sia accettabile per il mondo e che allo stesso tempo non tradisca quanto ha sperimentato, sentito… vissuto.

“Taci e ascolta! Tutte le profondità sono piene di pazzia!!!”3

Jung rientra nel mondo, ma non è più lo stesso, né potrà più fare finta di esserlo. E’ ben consapevole che tutto quanto ha conosciuto fino a questo momento è ora definitivamente, inesorabilmente cambiato. Per uscire dall’impasse ed elaborare la sua esperienza dell’”oltre” lo scopritore dell’inconscio archetipico attinge a piene mani alle tradizioni sapienziali d’oriente ed all’“altro pensiero” occidentale che, nel bene e nel male, fa ancora parte della nostra cultura – proprio come le numerose teste di un gigantesco Drago che, dopo la ghigliottina illuminista, continuano a riaffiorare: l’alchimia, l’astrologia, l’ermetismo, il zoroastrismo, la cabala, i miti egizi, il sufismo, il pensiero magico, i riti pagani etc. Studiosi di queste discipline esoterico-mistiche sostengono che tale sapere ha sempre agito a nostra insaputa e continua a farlo, sulla nostra storia individuale e collettiva.

La pazzia è una forma speciale di spirito che si adatta a tutte le teorie filosofiche, ma ancora di più alla vita di tutti i giorni.4

libro2

Nel Liber Novus Jung disegna, scrive, prega. Con linguaggio poetico, con linguaggio mistico, con la lucidità dell’intellettuale e con tutta la sua vena artistica nel disperato tentativo di cogliere fino in fondo e di elaborare il significato ultimo della propria esperienza. Quello che Jung non è riuscito a dire al mondo mentre era in vita, lo ha consegnato al suo libro segreto, il Libro Rosso, custodito sotto sette chiavi, tra bui e polverosi cassetti, ovvero, in versione moderna: nel caveau della banca svizzera in cui era conservato. Ciò che non è riuscito ad esprimere alla luce del sole ci viene consegnato ora, 70 anni dopo. Attraverso quello che – contrariamente a quanto afferma lo stesso autore – possiamo davvero definire un’opera d’arte, Jung descrive, a tinte forti, la sua esperienza del bene e del male attraverso una serie di immagini singolari, descrive una vera e propria battaglia tra il mondo della realtà e il mondo dello spirito che lo porta all’estremo delle sue forze. E’ intensa e travolgente l’impressione che producono sul lettore le potenti scene descritte da Jung con immagini così ricche e impregnate di un senso di verità e di un profondo sentire che agiscono sulla nostra anima con forza convincente. Nessuna forma di conoscenza puramente razionale e logica può reggere al confronto di una così potente forza immaginativa.

Dio è terrore amoroso. Gli antichi dicevano che era terribile cadere nelle mani del Dio vivo!5

 

Jung prosegue coraggiosamente con scrittura preziosa, con penna e inchiostro dai mille colori, e condivide con noi le sue riflessioni sul cristianesimo e sull’evoluzione spirituale dell’uomo, sul legame dell’individuo con la collettività dei vivi e con quella dei trapassati attraverso la descrizione del suo passaggio attraverso il regno dei morti. Ci descrive dettagliatamente la relazione esistente tra la sua anima e “lo spirito delle profondità”, “lo spirito divino”, relazione questa considerata tutt’ora uno dei principali “segreti” esoterici. Alla domanda: “Che cos’è il sacro? Goethe risponde: “è ciò che lega insieme molte anime”. Quando parliamo di discipline esoterico-mistiche parliamo di un insieme di mondi culturali dalle tradizioni multiple che si accomunano sotto alcuni aspetti. Nei giorni nostri queste discipline vengono sempre di più reciprocamente “contaminate” e arricchite da continui flussi migratori. Lo studio delle culture esoteriche mi appare oggi, nell’era della globalizzazione, particolarmente fecondo e attuale in quanto pone a confronto e integra gradualmente paradigmi culturali diversi.

La nostra visione culturalmente miope deriva dell’aver ristretto e circoscritto lo status di “religione” ai tre principali monoteismi, mentre nella storia dell’umanità possiamo trovare espressioni religiose molto più profonde e varie, ricche di un vasto patrimonio di simboli ancora vivi che richiamano l’uomo alla propria interiorità, alla consapevolezza di sé ed all’evoluzione spirituale. E’ proprio da questa profondità che emergono violente, come se spuntassero dalle “teste mozzate del drago” in nuove vesti e con forza sempre più rinnovata, le sconvolgenti e inspiegabili esperienze descritte nei “libri rossi”. Rossi come una spia di allarme.

L’esperienza psico-spirituale di Jung lo porta a rielaborare in chiave psicologica l’antica idea del Divino dentro ogni uomo ed a lanciare un ponte di accesso allo “spirito delle profondità”. Con un linguaggio tra il mistico ed il profetico, Jung disegna nei suoi mandala un mondo dimenticato che riemerge dalle tenebre e si pone dinanzi a lui e annuncia a tutti gli uomini il risveglio di quelle forze animiche attraverso le quali possiamo attingere alla fonte della saggezza eterna.

La nostra epoca sta cercando una nuova fonte di vita. Ne ho incontrata una ed ho bevuto della sua acqua ed aveva un gusto buono.6

In ogni grande religione, così come in ogni approccio “terapeutico”, possiamo riscontrare due diversi livelli di conoscenza: il primo è il livello trascendente, profondo (verticale) che fa riferimento all’esperienza soggettiva e tende a favorire e promuovere la relazione tra l’uomo e la sua dimensione interiore, tra l’uomo e gli altri uomini, tra l’uomo e l’Universo. Il secondo è l’aspetto “ristretto” (orizzontale) della religione, o della terapia, che consiste in un insieme di dogmi e di regole di comportamento collettivo, sociale e morale, a volte molto rigidi. Mentre il primo aspetto, quello interiore, è quello fondamentale e forma il nucleo autentico ed immutabile di ogni religione e di ogni autentico percorso esistenziale, il secondo, orizzontale, è in un certo senso relativo e mutevole sia nel tempo che nello spazio. La dimensione verticale è la dimensione dell’Unione, è quella che accomuna gli esseri umani tra loro e con il mondo intero e contribuisce ad armonizzare i popoli e attenuare le divergenze in ambito filosofico e religioso. A questa dimensione appartengono tutti quei “libri rossi” che descrivono esperienze del mondo “invisibile”, esperienze che riguardano la dimensione profonda dell’esistenza. Nel corso dei secoli questo aspetto essenziale dell’esperienza soggettiva e delle religioni è stato spesso “demonizzato” o quanto meno relegato in secondo piano ed ignorato, mentre l’aspetto dogmatico ha preso il sopravvento, allontanandoci dalla nostra “sorgente vitale”, ed esasperando sempre di più le differenze e i conflitti tra popoli e religioni.

Per chi ha visto il caos niente più è occulto, ma lui sa che il suolo trema e cosa significa questo tremore7

Il messaggio che Jung ci trasmette da questi mondi è che la “verità” risiede nelle potenzialità interiori dell’uomo e che solo lo sforzo individuale di perfezionamento, può favorire la ricerca interiore. Messaggio questo che appare incompatibile con la posizione istituzionale delle chiese cristiane in quanto rende legittima una pluralità di percorsi per raggiungere la “verità”, basate soprattutto sul coraggio, la fiducia e la ricerca di perfezionamento del singolo individuo. Da questa pluralità di vie e dal prezioso patrimonio delle nostre tradizioni sapienziali emerge l’idea di base che la consapevolezza è “l’unica realtà” e il fondamento dell’essere, in quanto “reale (vero) è tutto ciò che agisce”. Una filosofia opposta a quella dominante nel nostro mondo moderno, secondo la quale solo la materia è reale.

I morti attuano, e questo basta…8

Allo sviluppo di un’anima capace di scrivere il Libro Rosso occorre, come fondamento, tutta la saggezza “sommersa” del nostro tempo. Saggezza questa che agì prima di tutto nell’anima di Jung il quale, sulle orme di Goethe, ha rappresentato attraverso il suo dramma esistenziale, il dramma di ogni uomo. Di ogni uomo che abbia il coraggio di porsi dinanzi all’Anima e di combattere contro lo “spirito del suo tempo”. Il coraggio di percorrere l’unica via che gli è stata assegnata.

L’opposizione al mondo esige grandezza, ma l’io sente la sua piccolezza quasi ridicola9

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La metapsicologia che emerge dalle pagine del Liber Novus fa riferimento a quell’insieme di “verità” dimenticate, di profonde “verità” che girano intorno all’assioma centrale della conoscenza esoterica il quale afferma che nella parte più profonda della nostra anima, al di là del tempo e dello spazio, possiamo entrare in contatto con lo “spirito delle profondità” e persino “dissolverci” nello Spirito e così liberarci dalla “separatezza” e dalla “mortalità”. Questa affermazione, rivoluzionaria rispetto alla nostra cultura è la promessa di un nuovo inizio in quanto consegna nelle mani dell’uomo la chiave di comprensione di se stesso e la possibilità di attingere all’unica forma di conoscenza che lo rende libero.

Pazzia divina e psicopatologia

In India vengono chiamate “intossicate da Dio” quelle persone la cui energia psichica liberata durante le pratiche spirituali risulta troppo potente al punto di rischiare di perdere il contatto con la realtà. Nel contesto orientale la “crisi spirituale” scaturita da questo “eccesso” di energia viene contenuta ed elaborata attraverso adeguati riti e all’interno di un ricco patrimonio mitologico, assecondata e lasciata libera di seguire il suo corso naturale, permettendo a chi la vive di attingere alle potenzialità evolutive intrinseche alla natura umana.

Nella nostra cultura caratterizzata dal culto dell’io, la maggior parte delle pratiche orientali non sono applicabili in modo immediato in quanto non corrispondono all’atteggiamento psicologico occidentale centrato sulla personalità. Non esistono di conseguenza nel nostro contesto culturale strutture che ci sostengano durante il processo di trasformazione. Naturalmente molte persone che hanno intrapreso questo tipo di viaggio interiore non hanno più fatto ritorno, mentre Il processo completo di trasformazione contempla sì il distacco dal mondo “terreno”, ma implica anche il ritorno. Negli ultimi 150 anni alcuni personaggi che tutti conosciamo hanno naufragato in queste acque profonde come, per esempio, Van Gogh, Nietzsche, Holderlin, Rimbaud, Artaud, Strindberg, Munch, Schumann etc… Dal punto di vista della psicologia tradizionale una persona che vive fenomeni mentali e fisici come quelli descritti da Jung verrebbe immediatamente diagnosticata come psicotica e trattata con la somministrazione di farmaci atti a sopprimere i sintomi, anche quelli per i quali non è stata rinvenuta alcuna causa biologica. Quando una persona attraversa una di queste “crisi spirituali”, le definizioni in termini di “patologia”, l’uso indiscriminato di psicofarmaci e l’utilizzo delle misure repressive convenzionali compromettono gravemente il potenziale evolutivo di questo processo autonomo, considerato oggi da molti studiosi un processo evolutivo di auto guarigione psichica che tende verso uno stato di coscienza più elevato. Ancora oggi, in molti contesti tradizionali, questo stato di trasformazione psicospirituale – che in oriente viene chiamato appunto “intossicazione da Dio” e che è definito da Stanislav Grof con il termini “emergenza spirituale” – non viene tenuto nella dovuta considerazione e spesso patologizzato, ma negli ultimi anni i “disordini psichici legati ad una crisi spirituale” iniziano ad essere riconosciuti, anche se in ambito istituzionale non si fa ancora alcuna distinzione tra psicosi e misticismo.

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In Liber Novus Jung ci rende partecipi della sua “traversata notturna”, della lotta del suo spirito per liberarsi dalla prigione delle strutture mentali convenzionali – una tappa importante dello sviluppo della coscienza umana sia dal punto di vista individuale che collettivo. Il nucleo di questa attivazione energetica è l’archetipo del Centro, definito “Sé” da Jung e rappresentato nei suoi disegni di mandala. Disegni che offrono una ulteriore chiave di comprensione della genesi del suo modello di psicoterapia e confermano la sua posizione di precursore di una nuova psicologia che può ancora esercitare una vasta influenza sull’evoluzione della coscienza occidentale e sulla storia sociale e intellettuale di questo secolo, più di quanta abbiano già fatto i suoi scritti “canonici”.

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La vera libertà è interiore, è la libertà di sentire e di esplorare l’universo inespresso delle possibilità umane. In alcuni casi questa esplorazione catalizza quel particolare tipo di esperienza che priva l’individuo della parola convenzionale e, come sottolinea Jung, contemporaneamente rinnova la capacità di espressione. Esperienza “iniziatica” questa che segna l’inizio di una vera e propria discesa agli inferi e al dominio dei morti, un percorso simile a quello descritto dalle tradizioni religiose di tutto il mondo. Con un linguaggio che ricorda la letteratura mistico-filosofica, nel 1916 Jung scrisse in soli tre giorni “Sette sermoni ai morti”, un dialogo con i defunti come risposta all’invasione di casa sua da parte di una folla di spiriti avvertita da lui e dai suoi figli. La folla di spiriti sparì appena Jung iniziò a scrivere i Sermoni. Le seguenti parole corrispondono alle prime righe dei “Septem Sermones ad Mortuos”:

“Tutta la casa era come abitata da una folla di gente, come se fosse stipata di spiriti. Si affollavano fin sotto la porta, e si aveva la sensazione di poter respirare a fatica. Ero naturalmente tormentato dalla domanda: “Per amor di Dio, di che mai si tratta?” Allora in coro gridarono: “Torniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato ciò che cercavamo”10.

Attraverso i Sermoni Jung riallaccia, in un certo senso, i fili che partono dalla spiritualità originaria e conducono ad una conoscenza animico- spirituale presente e futura. La sua anima, volata via dalla terra dei morti fa il suo ingresso nel mondo e catalizza in lui un vero e proprio processo di “redenzione dei morti”. La voce dei morti è la voce che dall’Ignoto rivendica il Divenire. Durante il suo viaggio interiore, Jung sentiva di “obbedire a una volontà superiore”. Ci vorranno anni prima che Lo psichiatra di Bollingen riesca a riapropriarsi di se stesso, elaborare il Significato della sua esperienza dell’oltre e vincere la sfida:

Può sorgere qualcosa dallo spaventoso nulla11

Per un certo tratto del percorso – quello che è già stato percorso dalla maturazione spirituale di ciascun individuo – il cammino sembra agevole; ma nella misura in cui si avanza esso diviene sempre più difficile, in quanto è davvero arduo rivelarsi a se stessi ed un vero e proprio atto di coraggio trascendere il proprio « io » e restituirsi all’infinito. Soltanto un simile “azzardo” può condurre a quel consapevole «sentire», che possiamo anche definire “coscienza di esistere” o “coscienza Cosmica”: quel tipo di consapevolezza che ci permette di scorgere l’Unità dietro l’illusione del tempo e l’apparente molteplicità delle forme.

Recentemente satana mi ha causato una forte impressione, come se fosse la quint’essenza del personale12

Per un’evoluzione consapevole

In punta di piedi, Jung rientra nel mondo portando con sé il suo dono: il Libro Rosso. Ci vorranno altri 70 anni finché il mondo sia pronto ad accoglierlo. Studiosi di spiritualità contemporanea affermano che la nostra epoca segna la fine del “Kali Yuga”, un termine dell’Induismo che designa l’età più materialista e più oscura, caratterizzata dalla discordia e dell’ipocrisia. Il XXI secolo coinciderebbe con la fine di questo periodo. Per l’umanità è un momento di “crisi” nel doppio significato di questa parola nella lingua cinese: “pericolo” e “opportunità”. Il gesuita e maestro zen Ugo Lassalle13, conosciuto per la sua apertura alla filosofia orientale e i suoi sforzi tendenti all’integrazione del pensiero filosofico-religioso occidentale e orientale14 afferma come il ricco e prezioso patrimonio interiore dei miti, riti e simboli delle culture orientali sia, oggi, uno degli elementi fondamentali di una nuova consapevolezza che sta silenziosamente ma inesorabilmente emergendo nel mondo occidentale. Lassalle così sintetizza gli stati evolutivi della coscienza umana: la prima forma di coscienza fu quella arcaico-istintuale che caratterizzò il passaggio dall’animale all’uomo: da questo livello basico di sopravvivenza emerse un nuovo mondo. La coscienza arcaica fu seguita dalla coscienza magica con il suo pensiero animista: l’uomo viveva immerso nella natura, ma era ancora privo della coscienza di sé. In seguito, quando l’essere umano inizia a percepire il proprio “io” separato e successivamente acquisisce l’idea di reciprocità, accede alla coscienza mitica. La mitologia greca esprime con le sue immagini archetipiche proprio questo passaggio e descrive l’uomo alla ricerca dell’anima perduta e di quel senso di comunione con il tutto che aveva caratterizzato la coscienza arcaica e magica.

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L’anima esige la tua leggerezza, non il tuo sapere15

Gli stati di coscienza caratterizzati dagli aspetti sensoriali, istintivi ed emotivi dell’uomo furono seguiti quindi, secondo Lassalle, dall’attuale modello logico-razionale. Questo non vuol dire che questo modello di coscienza sia, oggi, ugualmente sviluppato in tutti, ma significa che nella maggior parte delle persone la coscienza di veglia si basa fondamentalmente sui processi logici. Il prossimo salto evolutivo, secondo Lassalle, va in direzione del superamento del pensiero razionale a favore di una coscienza fondata sui processi intuitivi. Siamo imprigionati all’interno di una logica tridimensionale e dobbiamo riappropriarci della quarta dimensione che è mistica, atemporale, caratterizzata dall’impulso alla trascendenza e dalla conoscenza del divino. Un terreno fertile ed ideale per un’ evoluzione consapevole: la coscienza globale. Amit Goswami, fisico teorico nucleare – particolarmente interessato alla applicazione delle nuove scoperte della scienza ai problemi psicofisici – è uno di quegli scienziati, sempre più numerosi, che negli ultimi anni si è addentrato nel campo della spiritualità nel tentativo di comprendere i risultati apparentemente incomprensibili dei suoi esperimenti.16

La vita di Goswami, come quella di Jung, fu profondamente segnata dal dilemma tra fede e scienza. Nei suoi libri egli sostiene che il paradigma materialista che ha dominato il pensiero scientifico e filosofico negli ultimi secoli può finalmente essere messo in discussione in quanto ciò che prima richiedeva un atto di fede può essere ora dimostrato attraverso le nuove conquiste della scienza. Nel tentativo di integrare svariati campi della conoscenza in un singolo paradigma unificato, lo scienziato indiano apre la strada ad una nuova cosmo-visione nella quale lo spirito ha la precedenza e mette in ginocchio il realismo materialista attualmente dominante.

Opere come quella di Jung, Lassalle, Goswami e molti altri gettano le basi per un rinnovamento della filosofia degli attuali paradigmi culturali, etici e spirituali della nostra epoca i cui principi giacciono già, spesso sopiti, nell’intimo di ognuno di noi. La lettura di queste opere catalizza il processo di ricerca interiore ed apre la via verso una coscienza più vasta e più completa. La trascendenza di tutto ciò che nel corso del tempo ci siamo abituati a chiamare “religione” sta alla base di questa successiva evoluzione. L’eredità culturale delle nostre tradizioni sapienziali non potrà più essere interpretata nei termini “dogmatici” e autoritari della “vita religiosa” tradizionale ma nel senso di un fattore spirituale di civiltà, elemento catalizzatore di conoscenza, di espressione artistica e di Bellezza, nel più ampio senso della parola.

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Note

1 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 267, T. d. A.

2 Ibidem, p. 239.

3 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 267, T. d. A.

4 Ibidem, p. 298.

5 Ibidem, p. 281.

6 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 210, T. d. A.

7 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 299, T. d. A.

8 Ibidem, p. 298.

9 Ibidem, p. 368.

10 Ibidem, p. 264.

11 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 299, T. d. A.

Ken Wilber, filosofo dell’integrazione

Ken Wilber, filosofo dell’integrazione

(Estratto)
Virginia Salles, Roma

 

Definizione della persona “noiosa”:
“E’ quella persona dal dubbio gusto che è più interessato a se stesso che a me”.
(Ambrose Bierce)

 

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Filosofo, biochimico e fisico, Ken Wilber ha studiato e praticato per oltre 15 anni lo zen buddhista ed è riconosciuto come un’autorità mondiale nello studio della “Philosophia Perennis” (sintesi delle conoscenze tramandateci dalle grandi tradizioni spirituali di tutti i tempi e luoghi che racchiude l’essenza immutabile che accumuna tutte le religioni). Wilber è un pioniere nel rivedere il tema della spiritualità da un punto di vista “obiettivo”, privo di identificazioni, da “essere umano”. Considerato da molti “il nuovo Albert Einstein della coscienza”, è impegnato dagli anni 70 nello studio di quell’indirizzo della psicologia umanistica che studia i molteplici livelli della coscienza, ovvero la dimensione transpersonale dell’uomo. Il suo primo libro “lo spettro della coscienza” (scritto all’età di 23 anni) fu uno dei primi a lanciare il movimento della psicologia transpersonale.
Wilber ha la rara capacità di esprimere concetti molto complessi e profondi con parole semplici, contrariamente a quanto avviene di solito. Anche se negli Stati Uniti vendono già i “cofanetti” delle sue “opere complete”, tributo generalmente riservato ai “grandi”, Wilber è quasi sconosciuto in Italia e solo pochi dei suoi numerosi libri sono tradotti in italiano. Nel suo libro Oltre i confini, il filosofo americano parla della sofferenza come “la prime delle grazie” e, in un certo senso, un momento di gioia, poiché propizio alla nascita di qualcosa di nuovo, generato dall’intuizione creativa. Quella di Wilber potrebbe essere definita una “psicologia dell’evoluzione”:
“l’evoluzione ha già spinto avanti gli umani dalle amebe; perché mai dovremmo pensare che, dopo una simile impresa prodigiosa durata millenni, l’evoluzione si sia indebolita e scaricata? E se ripetesse il rapporto “dall’ameba all’uomo”, il risultato potrebbe soltanto essere Dio.”
Il contrasto con la gerontocrazia, come la definisce Gaiarsa – “le vecchie leggi e i vecchi governanti arrivano già decrepiti ai vertici del potere politico! Viviamo per i vecchi, camminando all’indietro di spalle verso il futuro, venerando il passato. Crederò un po’ di più nell’umanità quando gli eroi guerrieri (c’è qualcuno che non lo sia stato?) saranno semplicemente dimenticati dalla storia come qualcosa di indecente e vergognoso. La maggior parte delle legislazioni sono anacronistiche già alla nascita. Dobbiamo trovare altri modi di aggregazione e orientamento collettivo”– il pensiero di Wilber è un pensiero che esprime la libera forza evolutiva in tutta la sua potenza trasformatrice. E’ un pensiero nuovo, ma allo stesso tempo profondamente ancorato nel passato, nelle culture pre-moderne e nella filosofia perenne.

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Tra i suoi contributi più importanti: “Oltre i confini”, “L’occhio dello spirito”, “Una teoria del tutto”, “Psicologia integrale”, “Trasformazioni della coscienza”, “Una breve storia dell’universo”, “L’unione dell’anima con i sensi”, “Il progetto atman” (1° parte: l’evoluzione e le potenzialità della coscienza dalla nascita alla morte, 2° parte: l’involuzione, partendo dalla morte, il bardo, fino alla successiva rincarnazione: un libro azzardato in quanto Wilber ha anche una formazione  “scientifica”) “Grazia e grinta”, etc….
Il più personale e sofferto dei suoi libri, “Grazia e grinta” racconta i suoi cinque anni di matrimonio che si rivelò una battaglia estenuante contro il cancro, annunciato alla moglie all’indomani delle nozze. Wilber racconta in modo davvero molto sincero, direi anche “crudo”, la devastazione di questa lotta sia nella moglie malata sia in lui stesso, chiamato a diventare figura di supporto. Wilber si “denuda” senza reticenze in questo libro “umano”, fin troppo umano.

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Tutta la sua opera è all’insegna dell’integrazione: integrazione dei domini della scienza e della religione, della psicologia occidentale e delle grandi tradizioni sapienziali orientali, integrazione tra corpo e spirito… e ci offre una chiave di lettura che rende possibile la riconciliazione tra questi opposti, in una forma accettabile per ambo le parti.
Wilber è anche un acuto osservatore e studioso del mondo moderno: cosa ha veramente caratterizzato l’epoca moderna che non esisteva nelle culture pre-moderne? Che cos’è la modernità? La maggior parte delle risposte che vengono date a questa domanda ha una connotazione negativa: la modernità è vista come la morte di Dio (o della Dea), la perdita del senso della vita e dei valori, il terrore esistenziale, il livellamento delle distinzioni qualitative e la sostituzione della qualità con la quantità, il capitalismo, l’industrializzazione e il materialismo sfrenato e volgare. Tutto questo viene riassunto nella frase di Max Weber: “Il disincanto del mondo”. Vediamo d’altronde anche alcuni aspetti positivi della modernità: le democrazie liberali, gli ideali di ugualità, libertà e giustizia; la medicina, la fisica, la biologia e la chimica moderne; la fine della schiavitù (almeno di un certo tipo di schiavitù), il femminismo, i diritti umani…
Studiosi come Weber e Habermas affermano che ciò che definisce la modernità è qualcosa che viene chiamato: “la differenziazione delle sfere dei valori culturali”, il che significa la differenziazione dell’arte, dell’etica e della scienza. Le culture pre-moderne possedevano l’arte, l’etica e la scienza, ma queste tendevano ad essere indifferenziate, ed ognuna, in un certo senso, ostacolava il cammino dell’altra come, per esempio: Galileo non poteva guardare liberamente nel suo telescopio e divulgare i risultati perché l’arte, la morale e la scienza  si fondevano e venivano controllate dalla Chiesa, ed era questa a decidere ciò che la scienza poteva o non poteva dire o fare.
Quindi mentre prima queste tre sfere (arte, etica e scienza) tendevano a fondersi, la modernità le ha differenziate, lasciando che ognuna seguisse il proprio corso, ritmo, strumenti, le  proprie scoperte, senza intrusione da parte delle altre sfere.
Questa differenziazione, se da un lato ha permesso che ognuna facesse le proprie scoperte e quindi ha prodotto buoni risultati e progresso ( i meriti della modernità), dall’altra, queste stesse scoperte, per esempio quelle scientifiche, usate senza criterio (appunto “etico o artistico”), hanno provocato il lato nero della modernità, i suoi disastri: come l’imperialismo scientifico, le varie forme di dominazione mondiale, il “disincanto del mondo”.
Wilber nei suoi libri fa un’analisi approfondita di questo percorso, partendo dalla iniziale indifferenziazione fino alla successiva differenziazione tra le sfere dell’arte, dell’etica e della scienza con la conseguente “libertà di conoscere” che, esasperata, sfociò in quello che è oggi la drammatica scissione tra  la scienza e la religione e l’impatto di questa guerra fredda filosofica sul destino dell’umanità.
La scienza ci fornisce i metodi per scoprire la verità del mondo in cui viviamo, mentre la religione (nel senso etimologico del termine) rimane ancora una forza creatrice di senso. Tutte due sono attualmente ancora considerate mutuamente escludentesi, con conseguenze devastanti per l’umanità.
In ogni grande religione ci sono due diversi aspetti: il primo è quello che possiamo definire mistico, o verticale (profondo), che tende alla trascendenza, a stabilire una relazione tra l’uomo e il mondo interiore, spirituale (i cui principi sono espressi nella “Filosofia Perenne”). Il secondo aspetto è quello che possiamo definire “orizzontale” (ristretto) che consiste in un complesso di dogmi e di regole di comportamento collettivo, sociale e morale, a volte molto rigidi. Mentre il primo aspetto, quello verticale, è quello essenziale e forma il nucleo immutabile, eterno di ogni religione, il secondo, orizzontale, è in un certo senso accidentale e mutevole sia nel tempo che nello spazio. La dimensione verticale che è quella che accumuna e che contribuisce a unire le diverse religioni, nel corso dei secoli è stata  rilegata in secondo piano, rimossa, ignorata, mentre la seconda ha preso il sopravvento e messo sempre più in risalto le differenze e quindi accentuato i conflitti tra le varie religioni.
Questa divergenza esprime la lontananza dalla sorgente, dalla comune origine delle religioni, cioè il pensiero esoterico.
Cos’è il pensiero esoterico?
Esistono due grandi categorie del sapere che vengono chiamate: exoterica (orizzontale) che riguarda le forme “esteriori” di insegnamento, ed è alla portata di tutti; ed esoterica (verticale) che riguarda le forme interiori del sapere. E’ una forma di conoscenza generalmente “segreta”, cioè non  rivolta a tutti, ma solo agli “iniziati”, in quanto di difficile comprensione, di enorme portata e a volte troppo sconvolgente. Mi vengono in mente le parole di Aldoux Huxley: “Conoscerai la verità ed essa ti renderà folle”.
Ma cosa c’è di tanto sconvolgente in queste verità esoteriche?
Le verità esoteriche riguardano la relazione che esiste tra l’anima umana e lo spirito divino. Ci sono tre grandi “segreti esoterici”:
il primo segreto esoterico che è già di per sé sufficiente a suscitare irritazione in molti ambienti moderni è questo: tu hai un’anima.
Il secondo segreto esoterico: nella parte più profonda della tua anima, tu sei, al di là del tempo e dello spazio, una sola cosa con lo Spirito. (“Tu sei Quello”).
Il terzo segreto: non dirlo a nessuno se non vuoi essere crocefisso. Wilber aggiunge: “o piuttosto dillo solo a chi è in grado di gestire questa conoscenza che è la più sacra delle verità”.
Le grandi tradizioni esoteriche – dallo yoga kundalini al budhismo mahayana, il Vedanta, il sufismo – hanno sviluppato numerose pratiche tendenti a promuovere l’evoluzione individuale fino a che l’io entri in contatto con lo spirito, o meglio si  dissolva nello Spirito e sia così liberato dalla “separatezza” e dalla mortalità.
La psicologia di Wilber attualmente chiamata “Psicologia integrale” e la psicologia transpersonale fanno riferimento, nel loro nucleo centrale, ad un insieme di verità esoteriche il cui scopo è quello di integrare, appunto, le moderne tecniche psicoterapeutiche occidentali con le più antiche tecniche esoteriche delle grandi tradizioni sapienziali, fornendo un approccio terapeutico più ampio e completo che promuove la crescita ed evoluzione della coscienza sia individuale che collettiva.
Teilhard de Chardin, considerato tra i primi che abbiano messo insieme le “tessere del puzzle”, già a cavallo del secolo scorso, aveva tentato di conciliare scienza e fede rielaborando la teoria dell’evoluzione di Darwin in chiave psichica. Secondo il filosofo francese l’umanità attuale non rappresenta il culmine della scala evolutiva, ma deve prepararsi ad un ulteriore salto di consapevolezza, un salto spirituale verso un nuovo stadio evolutivo, uno stadio di comunione con il tutto. Il “Cristo Cosmico” nella visione di Teilhard può essere paragonabile, usando una metafora, ad una sorta di “nuova molecola del DNA” ancora da venire, nella quale la vita compie un salto qualitativo. In questo stadio futuro tutti gli esseri umani potranno sperimentare cosa vuol dire Amore, Gioia, Armonia e il sentimento di reciproca appartenenza: quel sentirsi all’unisono con se stessi e con gli altri: un solo corpo-anima.
P. D. Ouspensky, autorevole discepolo di Gurdjeff, in sintonia con Teilhard, molti anni dopo, sostiene che la coscienza attuale, presente nell’uomo contemporaneo, è soltanto una forma transitoria di un’altra coscienza superiore che si è manifestata nel corso dei secoli attraverso individui illuminati e che si può manifestare negli esseri umani in condizioni emotive particolari o dopo idonea preparazione e addestramento.
Nei suoi libri Wilber ci offre una sintesi e un’interpretazione delle grandi tradizioni spirituali, filosofiche e psicologiche sia orientali che occidentali e rielabora le concezioni classiche della psicologia all’interno di una visione più ampia, aggiungendo questi livelli di cui parlano Teilhard e Ouspensky, livelli che si trovano oltre il livello razionale, considerati da filosofi e saggi come l’apice dello sviluppo umano. L’evoluzione umana è vista come l’ascesa della coscienza dall’inconscio verso il conscio fino al super conscio. La coscienza può quindi essere studiata all’interno di ognuno di questi livelli o “lunghezze d’onda”.
La meta ultima dell’evoluzione umana è considerata da Wilber il superamento dei confini, la perdita del sentimento di un sé separato. E’ questo l’aspetto più affascinante dell’intero percorso evolutivo, al quale viene dedicata più attenzione: il senso di identità dell’individuo si espande ben oltre i limitati confini della sua mente e del suo corpo e abbraccia l’intero cosmo, e questi arriva a percepire, senza alcuna ombra di dubbio, che è fondamentalmente Uno con l’universo intero. Questo tipo di coscienza viene definito da Richard Bucke “coscienza  cosmica”, i musulmani la chiamano “Identità suprema”, la psicologia transpersonale: “coscienza dell’unità”. Nelle parole di Wilber:
“È come se si svegliasse da un lungo sogno confuso per scoprire ciò che sapeva sin dall’inizio: egli, il sé separato, non esiste e il suo vero sé, il Tutto, non è mai nato e mai morirà” .
Il grande contributo di Wilber è lo studio della coscienza nel suo aspetto “pluridimensionale” e un modello dell’evoluzione umana chiamato “Dinamica a spirale” che integra le più influenti visioni del mondo sviluppate attraverso i tempi, da Buddha a Freud, alle più moderne teorie psicologiche.
Una psicologia veramente integrale, secondo Wilber, deve comprendere le forme di conoscenza interiore che hanno resistito al tempo, provenienti dalle fonti pre-moderne (la filosofia perenne), le conoscenze moderne e quelle post-moderne. Il fulcro della filosofia  perenne consiste nella concezione secondo la quale la realtà consiste (è composta) di vari livelli di esistenza, livelli dell’essere e del conoscere (la grande catena dell’essere) che si dischiudono dalla materia al corpo, dal corpo alla mente, dalla mente all’anima, dall’anima allo spirito. Ogni dimensione più ampia trascende ed include le dimensioni minori. Quindi è una concezione di totalità dentro totalità, dentro  totalità, infinitamente… dischiudendosi dalla polvere fino alla Divinità. In altre parole. “La grande catena dell’essere della Filosofia Perenne è in realtà un “Grande Nido (una aspirale, groviglio) dell’Essere.
Rappresentanti della Filosofia Perenne come Plotino o Aurobindo propongono fino ad una decina di livelli di coscienza che vanno dai più semplici: materia, corpo, mente a quelli più elevati:  anima, spirito…. Wilber offre una versione un po’ più sofisticata: materia, sensazioni, exocetto, impulso, immagine, simbolo, endocetto, concetto, regola, visione formale, visione-logica, visione, archetipo, senza forma, non duale. Secondo Wilber lo Spirito è pienamente trascendente e pienamente immanente. Le religioni patriarcali tendono ad enfatizzare l’aspetto trascendente mentre le religioni matriarcali, neo-pagane, tendono ad enfatizzare gli aspetti immanenti, o “di questo mondo”.
Il grande Nido è sostanzialmente un “campo morfogenetico” (Sheldrake) o spazio di sviluppo generale. Noi portiamo dentro di noi tutte le potenzialità per raggiungere questi livelli superiori di coscienza, presenti nelle nostra stessa costituzione (nell’organismo umano, nei campi morfogenetici, nei “solchi evolutivi”…).
I livelli inferiori: materia, corpo, mente si sono già pienamente sviluppati in grande scala nel mondo manifesto, ma le strutture superiori: psichica, sottile e causale non sono ancora  consciamente manifeste su scala collettiva, rimangono ancora, nella maggior parte dei casi, come potenzialità del corpo-mente umano. In realtà coloro che si sono svegliati ai livelli superiori dell’anima e dello spirito: gli sciamani, gli yogi, i saggi e i santi sono sempre stati molto rari.
L’individuo medio passa gran parte del tempo nei livelli di coscienza pre-razionali e non trans-razionali. Gli stati non ordinari di coscienza sono quegli stati di coscienza appunto “non normali”  che includono tutto:  dagli stati indotti con droghe fino alle esperienze di picco e di pre-morte, gli stati olotropici e meditativi. Le esperienze di picco descritte da Maslow sono stati non ordinari temporanei (che Grof chiama emergenze spirituali) che possono occorrere in individui in qualsiasi stadio dello sviluppo. La persona può, improvvisamente, generalmente durante una crisi esistenziale, sperimentare, per un periodo limitato, qualsiasi degli stati naturali di percezione psichica: sottile, causale, non duale. Questi stati possono frequentemente tradursi in esperienze spirituali dirette (misticismo della natura, misticismo della divinità e misticismo senza forma). Sono esperienze temporanee, transitorie e il modo in cui questi stati vengono vissuti e interpretati dipendono dello stadio evolutivo della persona che vive l’esperienza e del contesto culturale in cui vive. Per che avvenga uno sviluppo superiore, questi stati temporanei devono diventare tracce permanenti della personalità. Gli stati meditativi, invece, provocano l’accesso a questi domini superiori in un modo ricercato, più lento e prolungato e rivelano quindi, in modo più stabile, i livelli superiori del grande nido dell’essere, livelli che poi, con la pratica, possono trasformarsi in realizzazioni definitive.
Tutte le principali “tappe” dello sviluppo della coscienza sono caratterizzate da una difficile battaglia di vita e morte, una morte ad ogni livello (disidentificazione e trascendenza rispetto a questo livello) che frequentemente può essere molto traumatica. L’unico motivo per cui l’io accetta la morte ad un livello è il fatto che la vita in quello superiore seguente inizia ad apparire ancora più seducente e più soddisfacente. L’io, che è  la fonte centrale dell’identità, naviga in questo modo tra le onde e le correnti del grande Fiume della Vita. L’identità si espande e si approfondisce nella misura in cui l’io si espande dalle onde egocentriche a quelle socio centriche, a quelle mondo centriche a quelle teocentriche. O meglio: dalla materia all’ego, dall’ego a Dio. Ogni volta che il centro di gravità dell’io orbita intorno ad un nuovo livello di coscienza, acquisisce naturalmente una nuova e diversa prospettiva di vita.
Per quanto riguarda la “visione logica”: per più “olistico” che sia lo sviluppo su questo piano razionale, rimane ancora uno sviluppo della sfera mentale, anche se della sfera più elevata del dominio mentale. Il “centauro” è un termine utilizzato da Erikson per definire un’integrazione matura tra mente e corpo, nella quale la “mente umana” e il corpo animale costituiscono un’unità armoniosa. Questo, possiamo dire, è il più elevato dei domini personali, oltre il quale lo sviluppo procede verso le sfere transpersonali, post-post-convenzionali (psichico, sottile, causale e non duale). Tra i pionieri occidentali che hanno studiato questi domini superiori si trovano: Fichte, Schelling, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Jung, Heidegger, Henry James, Ralph Waldo Emerson, Rudolf Steiner, Aldoux Huxley, Erich Fromm, Roberto Assagioli, Stanislav Grof, William James, Abraham Maslow.
Adesso vediamo un esempio di spirale semplice ad otto livelli o onde di sviluppo, descritta da Wilber, e ispirata dal lavoro di Clare Graves che integra le dimensioni fisica, biologica, psicologica e spirituale della psiche umana: i sei primi livelli (meme) sono livelli di “sopravvivenza” (sussistenza), caratterizzati dal pensiero di primo ordine. Se l’evoluzione procede oltre, avviene un cambiamento rivoluzionario nella coscienza: l’emergenza dei “livelli dell’essere” e del pensiero di secondo ordine. Faccio una breve descrizione delle otto onde di sviluppo, ad ognuna delle quali viene attribuito un determinato “colore”:
1-Beige: Arcaico- istintuale. Livello basico di sopravvivenza: il comportamento, l’istinto e le abitudini sono finalizzati soltanto alla sopravvivenza: cibo, acqua, calore, sesso e sicurezza. Attualmente questo livello evolutivo è rappresentato dallo 0,1% della popolazione adulta, con lo 0% di potere (questi sono naturalmente numeri approssimativi, per rendere la proporzione).
Si trova nelle prime società umane, nei bambini appena nati, negli anziani senescenti, nei malati di Alzheimer, nelle masse affamate.
2-Porpora: Magico-animista. Il pensiero è animista. Spiriti magici, buoni o cattivi determinano gli eventi. Sono gli spiriti degli antenati che tengono unita la tribù (10% della popolazione, 1% di potere). Si esprime nelle credenze nelle maledizioni, negli amuleti, nei giuramenti di sangue.
3-Rosso: Dei del potere. Emerge la prima manifestazione di un “io” distinto dalla tribù: potente, impulsivo, egocentrico, eroico. I valori a questo livello sono il potere e la gloria che stanno alla base dei regni feudali. Il mondo è una giungla minacciosa popolata da predatori. E’ un mondo di conquistatori, di dominatori e di dominati. Un mondo che sfrutta pienamente l’io, senza pena o rimorsi (20% della popolazione, 5% di potere): negli eroi epici, nei personaggi “cattivi” dei film di James Bond, nei capi delle gangs, nelle stelle selvagge del rock, nel Signore delle Mosche.
4-Azzurro: La regola del conformismo. La vita ha una direzione e un scopo, determinati da qualcun’altro o da un Ordine potente. Quest’Ordine, giusto e corretto, impone un codice di condotta basato su principi assoluti e invariabili, su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Le gerarchie sociali sono rigide e il controllo avviene per mezzo della colpa: la violazione del codice di condotta ha gravi conseguenze così come la fedeltà allo stesso porta ricompensa. E’ il livello base delle antiche nazioni, è fondamentalista e basato sull’obbedienza al regime. Esempi: America puritana, fondamentalismo islamico, i codici d’onore,  gli scouts, il patriottismo, L’Inghilterra di Dickens (attualmente 40% della popolazione e 30% del potere).
5-Arancione: la conquista scientifica, livello razionale. L’io a questo livello “sfugge” alla mentalità di “branco” dell’azzurro e cerca il senso e la “verità” in modo individuale. Scientifico nel senso tipico: ipotetico-deduttivo, sperimentale, obiettivo, meccanicista, operazionale. Il mondo  è un meccanismo razionale, mosso da leggi naturali che devono essere apprese, controllate e manipolate per i propri scopi. Le leggi della scienza governano l’economia e gli eventi umani attraverso le alleanze di mercato e la manipolazione delle risorse del pianeta con strategie volte al guadagno. L’arancione si trova: nell’illuminismo, in Wall Street, nelle classi medie emergenti di tutto il mondo, nell’industria dei cosmetici, nella caccia ai trofei, nel colonialismo, nella guerra fredda, nell’industria della moda, nel materialismo in tutte le sue espressioni (30% della popolazione, 50% del potere).
6-Verde: l’io sensibile, post-razionale. I sentimenti e la solidarietà sostituiscono la fredda razionalità: comunitario, umanista, esprime nella preoccupazione ecologica l’amore per la terra (gaia) e per la vita. Fortemente ugualitario, anti-gerarchico, favorevole alla diversità e al multiculturalismo. Il sistema di valori è pluralista e relativista (relativismo pluralista) e ha  come principio basilare l’arricchimento del potenziale umano: lo spirito umano deve essere liberato dall’avidità, dal dogma e dalla divisione. Il pensiero è soggettivo, non lineare e l’io è permeabile, relazionale e gruppale. E’ presente maggiore calore umano, sensibilità e preoccupazione per il pianeta e tutti i suoi abitanti e molta importanza è data al dialogo e alle relazioni umane. Esempi: ecologia profonda, post-modernismo, psicologia umanista, teologia della liberazione, Greenpeace, diritti degli animali, eco-femminismo, post-colonialismo, il politicamente corretto, le questioni dei diritti umani, Foucault/ Derrida (10% della popolazione e 15% del potere).
Con la conclusione dell’onda verde, la coscienza umana è pronta per una vera e propria rivoluzione: un “salto quantico” verso il “pensiero di secondo ordine”. Clare Graves considera questo un salto qualitativo di estrema importanza, nel quale viene “attraversato un abisso di incredibile profondità e significato”. La nuova coscienza che emerge da questa metamorfosi viene definita “coscienza di secondo ordine” ed è capace di pensare in senso sia verticale che orizzontale e di riconoscere che ogni livello (ogni “meme” o “onda”), ogni onda ha un’importanza fondamentale per la salute di tutta la spirale. Ognuno dei precedenti livelli può essere attivato secondo le circostanze della vita. Rosso in situazioni di emergenza, verde nelle relazioni, l’arancio nelle ricerca di un lavoro etc….
In questa spirale esistono due onde (livelli) principali per il pensiero di secondo ordine, in altre spirali le onde della “coscienza di secondo ordine” possono essere molto più numerose e articolate. (Wilber predilige in particolare quattro livelli. Psichico, sottile, causale, non duale).
7-Giallo: Integrativo. La vita è un caleidoscopio di gerarchie di sistemi e di forme naturali (olarchie). Sono prioritarie la flessibilità, la spontaneità e la funzionalità. L’egualitarismo è completato con gradi naturali di eccellenza là dove sia necessario. La conoscenza e la competenza sostituiscono l’incarico, il potere, lo status o il gruppo. L’ordine mondiale che prevale è il risultato dell’esistenza di livelli differenti di realtà (memes) e dei movimenti (in su e in giù) lungo la spirale. Un buon governo favorisce l’evoluzione attraverso livelli crescenti di complessità (1% della popolazione, 5% di potere).
8-Turchese: olistico. Unisce armoniosamente sentimento e conoscenza. Multipli livelli di consapevolezza interagiscono e si integrano in un unico sistema cosciente. L’ordine universale è “vivo” e consapevole il che significa che non è basato in regole esterne (azzurro) o in legami gruppali (verde). Una “grande unificazione” è possibile  nella teoria e nella pratica. Da questa unificazione può emergere una nuova spiritualità, che, come una rete, avvolge l’intera esistenza. Il pensiero turchese percepisce multipli livelli di interazione e si espande lungo tutta la spirale: percepisce l’armonia, le forze mistiche e  gli stati sottili, fluidi e diffusi che permeano qualsiasi organizzazione (0,1% della popolazione, 1% del potere).
Gli studiosi di questo campo devono affrontare l’enorme resistenza del pensiero di primo ordine e proseguono i loro studio in ambienti  molto ostili. Alcuni studi sull’evoluzione che riguardano il pensiero di secondo ordine sono diventati anatema nella maggior parte delle università (dominate da una versione post-moderna del meme verde, con il suo pluralismo e il suo relativismo).
E’ comunque dalla grande riserva di meme verdi che emerge la coscienza di secondo ordine che è piuttosto rara ed è attualmente la punta di lancia dell’evoluzione umana collettiva. Secondo Wilber l’umanità è pronta per questo salto evolutivo. Il pensiero di secondo ordine viene descritto in teorie che vanno dalla noosfera di Teilhard de Chardin ad alcuni studi nel campo della psicologia transpersonale. Senza il pensiero di secondo ordine, sostiene Wilber, l’umanità è destinata a rimanere vittima di una “malattia auto-immunologica globale”, in cui i vari livelli (memi) sono ostili gli uni contro gli altri per ottenere la supremazia.
Dal punto di vista di questa traiettoria evolutiva, l’osservazione dello sviluppo umano acquisisce una nuova luce e possiamo comprendere che religioni come il Cristianesimo e l’Induismo e scuole psicologiche come la psicoanalisi o il cognitivismo, ci appaiono così diverse perché si occupano di un particolare “settore” o livello della spirale (o dello “spettro della coscienza”). Per questo motivo possiedono tutte una loro validità se applicate al livello di evoluzione corrispondente. Viste in questa ottica dovrebbero essere considerate complementari e non in contrapposizione. Ogni stadio dello sviluppo porta nuove capacità, ma allo stesso tempo anche rischi di nuovi disastri; quindi non solo nuove risorse e possibilità, ma anche nuovi problemi e nuove patologie.
È degno di nota il fatto che la maggior parte degli psicologi limita la propria ricerca alla sola dimensione ritenuta da loro stessi più importante. Mentre accettano “criticamente” quelle scuole che si riferiscono ad un livello inferiore dello spettro, negano l’esistenza o ignorano completamente le teorie corrispondenti a tutti i livelli superiori al proprio livello evolutivo di riferimento.
“L’Alto è stato negato, il Basso ignorato ed infine ci è stato chiesto di restare nel mezzo, paralizzati” .
Lungo tutto questo percorso evolutivo uomini e donne integrano gradualmente le voci femminile e maschile in se stessi, fondendo così giustizia e compassione. Quello che Wilber definisce come “l’abbraccio integrale” è il punto culminante dell’evoluzione: uno stato di armonia universale.
Un aspetto molto importante è che ogni onda dello sviluppo comporta una diminuzione del narcisismo e un incremento della coscienza o della capacità di integrare molte e diverse prospettive in modo più ampio e più profondo. Ad ogni stadio successivo si acquisisce una sempre maggiore sensibilità e capacità di provare vera compassione (e sollecitudine) in relazione agli altri.

La traiettoria completa dello sviluppo umano può essere vista quindi come il progressivo declino  dell’egocentrismo.

La morte che uccide la morte

La morte che uccide la morte

Ai confini dell’ego, tra oriente e occidente

(Estratto)
Virginia Salles, Roma

“Quando, affrancato dal corpo, nel libero etere ascendi, sei come un dio immortale, per sempre sfuggito alla morte”
(Empedocle)
“Che la morte non mi faccia impazzire ancora; ah!  nessuno sa quanto terribile è la pazzia dei morti.                                                                           
Morti. Morti – cioè – quelli che ancora dormono”.
(Guimarães Rosa)

Il prezzo della libertà

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Secondo le tradizioni esoteriche l’anima umana, per poter esprimersi in quanto personalità individuale e cosciente, è stata dotata di “un involucro-veicolo” che ne centralizza l’azione e, limitandola, le impedisce di perdersi. Servita e limitata quindi dagli organi di senso, può mettersi in rapporto con l’universo che la circonda soltanto attraverso questi stessi organi. Il corpo è questo involucro-veicolo fatto a misura dell’ambiente materiale nel quale l’anima deve vivere. Secondo Eliphas Levi (pseudonimo di Alphonse Louis Costant, grande studioso di “magia”), il corpo “limitando l’azione dell’anima, la concentra e la rende possibile. In effetti l’anima senza corpo sarebbe ovunque, ma così poco ovunque, che non potrebbe agire in nessun luogo; sarebbe perduta nell’infinito, assorbita e come annientata in Dio”1. Steiner fu il curatore delle opere di Goethe, e fu fortemente influenzato dal suo pensiero e della relazione dell’Uomo con la Natura, descritta da Goethe come qualcosa che va molto al di là del dualismo kantiano. Pensiero questo che, in un certo senso, si avvicina molto alla tradizione esoterica. La Natura nella visione goethiana permea tutto, compreso lo spirito e l’immaginazione umana. Così la verità non esiste come qualcosa di indipendente e oggettivo, ma si svela nell’atto stesso della cognizione – come affermano, oggi, gli studiosi di fisica moderna, tra i quali David Bohm2, la cui vita fu molto influenzata dal rapporto intimo e duraturo che ebbe con il grande insegnante spirituale Krishnmurti. Quindi lo spirito umano, secondo Goethe, non impone il suo ordine alla Natura come pensava Kant, ma, al contrario, è lo stesso spirito della Natura che produce il proprio ordine attraverso l’uomo – il suo organo di auto-rivelazione. La Natura quindi dal punto di vista di Goethe non è distinta dallo spirito ma è lo spirito in sé: i suoi processi respirano lo spirito e la forza dello stesso Dio. Una Natura inseparabile non solo dall’uomo ma anche da Dio. Goethe univa così poesia, anima, pensiero e scienza in un’analisi della Natura che rifletteva una religiosità carica di “participation mystique”, una religiosità decisamente immanente e sensuale.

sensuale

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La “sindrome del paradiso perduto” nasce da un miraggio, da un inganno fondamentale: dall’illusione della separatezza che fa si che percepiamo noi stessi separati dal resto del mondo. La nostra epoca ha portato fino alle ultime conseguenze questa separazione tra l’ego razionale e l’unità primordiale tra Spirito e Natura intravista da Goethe ed è caratterizzata soprattutto da questa perdita, dalla perdita della “participation mystique”. Ciò significa che nella misura in cui “sentiamo il nostro io, il mondo diventa “sdivinizzato” e che riusciamo a comprendere soltanto la natura inanimata. L’Arte nel mondo greco aveva come scopo proprio quello di risanare questa frattura tra la nostra anima imprigionata e il perduto mondo degli dei e ridare vita a ciò che era morto per la coscienza abituale. Una specie di processo risanatore, un rituale per ritornare sani: era la Tragedia. Se chiediamo a qualcuno di indicarci dove si trova la natura o ad un credente dove si trova Dio, tutti punteranno il dito verso qualcosa fuori, fuori dalla porta, dalla finestra, o dalla città, non importa, fuori di se stessi. Questo gesto esprime l’illusione, la percezione di base che in filosofia viene chiamata dualità e che segna la nascita dell’attuale stato di coscienza. Ma segna anche l’inizio, secondo alcuni, di tutta la sofferenza umana, e persino del suicidio dell’umanità. Questa obiettività, condizione primaria del metodo scientifico, esasperata, arriva persino all’eliminazione del soggetto stesso come sottolinea Edgar Morin. Oggi la meccanica quantistica e i nuovi sentieri della fisica moderna ogni giorno di più sottolineano questo equivoco fondamentale: la separazione tra l’uomo e l’universo è artificiale.

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Cosa non ha ancora raggiunto l’uomo, o cosa ha perduto? Per Steiner non si può comprendere la vita che pulsa con un pensare frammentato, con un pensare parziale. Ciò significa che con il pensare frammentato della coscienza individuale, con il pensare spiritualmente morto, possiamo comprendere soltanto ciò che è morto – la natura così come oggi ci si presenta sarebbe stata sentita dall’uomo dell’alba come il cadavere della natura. La forza del nostro pensiero deriva quindi dal cadavere dell’elemento animico-spirituale. Secondo quanto esprime Steiner nella sua “filosofia della libertà” – soltanto “il pensare morto” può portare l’uomo alla libertà – ciò significa che soltanto da allora, soltanto da quando è presente il pensiero e quindi la morte, possiamo essere liberi. Ma, continua ancora il padre dell’antroposofia: possiamo procedere al di là dello stato di sonno-morte abituale e ridare vita alla nostra anima non nata attraverso l’inspirazione e il pensare immaginativo: possiamo ritornare vivi con l’immaginazione. Goethe nel Faust fa dire ad una veggente: “Amo chi aspira all’impossibile” Trovo sorprendente che una visione così ampia e feconda sulla natura umana come quella di Steiner, non venga tenuta nella dovuta considerazione nell’ambito psicologico ufficiale, là dove si trovano i semi di molte successive elaborazioni di importanti concetti psicologici, come, ad esempio, quello di Anima-Animus o il processo di individuazione di Jung.

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Richard Tarnas3 descrive queste “gloriose” tappe dello sviluppo della coscienza occidentale dall’antichità fino ai nostri giorni e analizza le attuali drammatiche conseguenze dell’“impermeabilità” del nostro confine egoico e della predilezione esasperata, tipicamente occidentale, per la “separatezza”. Il paradigma della scienza che avalla questa visione del mondo affonda le sue radici nel modello newtoniano-cartesiano, oggi considerato anacronistico. Secondo Tarnas, la nostra coscienza egoica è oggi testimone del proprio tramonto e sembra aspirare ora, più che mai, al superamento dei suoi stessi limiti. Il desiderio più profondo sepolto nell’inconscio dell’uomo moderno è quindi quello di superare questa frattura e di riconciliarsi col mondo perduto degli dei (il femminile interiore, la via dell’infinito…). Riconciliazione questa che, secondo Tarnas, è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale dell’Occidente.

Lo scopo supremo del mito dell’eroe: la via dell’infinito

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Il passaggio al patriarcato, come ogni salto evolutivo, ha portato alla nascita di nuovi valori e il vecchio ordinamento che fu trasceso, nel quale vigeva la supremazia dell’inconscio – il matriarcato – è diventato ora negativo: la madre ha assunto il carattere del Drago o della Madre terribile (che in seguito si è trasformato: dalla Madre terribile – allo zio materno – al vecchio re – al padre personale). Questa stretta correlazione tra la coscienza e il maschile raggiunge il suo culmine con lo sviluppo della Scienza, un tipico prodotto della separatezza in veste di spirito maschile. Considerando il nostro “passaggio obbligato” attraverso di essa e senza voler sottovalutare le grandi conquiste della mente scientifica, dobbiamo riflettere sulla sua esasperata unilateralità, oggi non più funzionale alla nostra evoluzione. Qualsiasi cosa viene toccata dalla Scienza, è immediatamente espropriata del suo carattere originario e del suo collegamento con il resto del mondo, un tempo caricato e vitalizzato dalle innumerevoli proiezioni provenienti dell’inconscio.

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…questo adattamento esclusivamente alla realtà esterna, al mondo, non è più adeguato alle esigenze degli sviluppi successivi e più recenti. La coscienza moderna ha constatato che nell’inconscio stesso esistono degli elementi costituenti della realtà come dominanti della nostra esperienza, come idee o come archetipi. Dunque la coscienza deve rivolgersi all’interno4. Rivolgersi all’interno significa per la coscienza maschile “affondare”, significa ritornare alla Madre, al Grembo, all’Abisso e… all’Inferno – parole queste che possono essere equiparate al femminile e all’inconscio – rivolgersi all’interno significa aprirsi e offrire spazio ad una nuova coscienza emergente rappresentata mitologicamente dall’eroe. Il Drago nemico è la potenza oscura della Grande Madre divoratrice, l’elemento uroborico, la cavità uterina. E’ lo stadio psichicamente superato che vuole riassorbirlo e contro il quale l’eroe dovrà combattere (o soccombere) per affermare la propria libertà.

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La tradizione greca con il linguaggio simbolico del mito ci descrive il rapporto psicologico tra l’io e la realtà transpersonale che gli si manifesta e le varie tappe dello sviluppo della coscienza che lascia la sua scia di “vincitori” e “vittime”. Ci racconta la storia di Psiche, che, superando numerose prove, diviene l’immortale compagna di Eros o di Giasone che, aiutato da Medea, si è impossessato del vello d’oro, ma ci racconta anche di molti altri che hanno “fallito” in questa impresa o che hanno avuto un successo parziale: Icaro, che si avvicinò troppo al sole, gli si sciolsero le ali e precipitò; Orfeo perse Euridice e fu dilaniato dalle baccanti; Edipo diventò cieco e Prometeo fu incatenato ad una rupe. Nel suo combattimento vittorioso contro il Drago l’eroe afferma la sua origine divina nell’adempimento della condizione originaria e basilare del suo ingresso nella battaglia, condizione che è espressa mitologicamente nella formula “io e il padre siamo uno”. La personalità, attraverso queste esperienze, scopre di non essere più identica all’io, nel senso di aver psicologicamente superato il carattere di transitorietà proprio della coscienza egoica e di conseguenza, dato che già la conosce, non teme più la morte.

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Soffrire le ali

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Le nostre emozioni “personali” definite e circoscritte alle vicissitudini della nostra vita sono generalmente legate a qualcosa di conosciuto e comprensibile. La emozioni corrispondenti di natura transpersonale come la Paura o i Sensi di Colpa, per esempio, possiedono un’intensità che trascende ciò che possiamo sperimentare durante lo stato di coscienza ordinario e affondano le radici in una dimensione arcaica dell’evoluzione dell’umanità: la nascita della coscienza con la sua illusione di “separatezza”. Il Senso di Colpa transpersonale va molto al di là delle vicende del romanzo familiare, viene rappresentato nei miti come “colpa primordiale” o “peccato originale” e riguarda il “misfatto” della separazione dei genitori del mondo (la “separatezza o dualità”), o come direbbe Steiner, l’abbandono del “mondo dello spirito” che viene vissuto come solitudine e isolamento. La Paura transpersonale, che può raggiungere intensità a volte paralizzante, è la paura del ritorno alla condizione iniziale di indifferenziazione definita “la morte dell’ego”, è la paura di essere inghiottiti, di dissolversi nell’inconscio. Morte questa che è contemporaneamente anche l’esperienza trasformativa per eccellenza, esperienza di rinascita ad una nuova vita. Nelle parole di San Giovanni:

In verità, in verità vi dico,
se un uomo non nasce di nuovo
non può vedere il regno di Dio.
(Giovanni, 3: 3)

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I riti o misteri iniziatici erano destinati a produrre tale morte e il conseguente rinnovamento ed erano molto diffusi nell’antichità, come per esempio la morte e resurrezione di Osiride, Mitra, Tammuz, Adone, Attis e dei vari animali che li rappresentano (tori, capre, maiali, uccelli e pesci). Negli antichi misteri greci la parola “Ditirambo”, come veniva chiamato appunto l’ucciso e resuscitato Dioniso, aveva il significato di “essere della doppia porta”, colui che è sopravvissuto al “terribile miracolo” della doppia nascita. Nella nostra tradizione religiosa questa morte viene rappresentata dalla crocifissione e resurrezione di Cristo e dal battesimo che viene ancora oggi celebrato nel suo significato simbolico di “tuffo nella morte”5 e rinascita come figlio di Dio. È proprio nel momento di “passaggio attraverso la morte”, momento in cui l’antica identità si infrange, che c’è la possibilità di un’intima trasformazione. La libertà di una coscienza più vasta e la sua estasi esigono che l’individualità separata sia dissolta. La più radicale e più drastica di tutte le morti, la Morte che uccide la morte, e che ci ricongiunge al paradiso perduto va ben oltre le morti “minori” di aspetti parziali della nostra personalità che accompagnano il nostro percorso evolutivo e rappresenta un vero e proprio spartiacque tra la psicologia occidentale e i grandi sistemi psicologici orientali. La “morte dell’ego” scuote tutti i punti di riferimento, sottrae la terra sotto i piedi e fa apparire all’orizzonte “il mondo degli dei”.

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Nel buddismo tibetano, il Buddha della meditazione appare sotto due aspetti: uno di pace e uno di collera. Se siamo fortemente attaccati al nostro io e al nostro piccolo mondo temporale con le sue gioie e i suoi dolori e la vita del corpo ci sembra essere l’unica possibile, ci si presenterà l’aspetto terrificante e collerico della divinità. Terrore questo che ci fa venire in mente “la paura religiosa”, il mysterium tremendum descritto da Rudolf Otto o l’ammonimento biblico: “è cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente”. Ma nel momento in cui il nostro “io” cederà e si lascerà andare, questo stesso Buddha apparirà come portatore dell’estasi. Affermano gli orientali: “Quando l’angelo della Morte si avvicina, è terribile. Quando ti raggiunge è l’estasi”.

Samadhi, l’apoteosi dell’amore

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C’è un’emozione associata all’arte che va ben oltre la bellezza e l’armonia, e viene spesso descritta come qualcosa di sconvolgente, come un’emozione troppo forte perché il nostro normale stato di coscienza possa contenerla, ne sono esempi alcune manifestazioni della forza prodigiosa della natura come una distesa di mare infinito o un tramonto tinto di rosso. Questa emozione viene di solito definita “sublime”. Ma possiamo fare anche esperienza del mostruoso e del terribile vivendoli come sublimi. Sublimi sono anche alcune esperienze al limite della sopportazione umana, come per esempio catastrofi, terremoti, bombardamenti o violenti episodi bellici che a volte vengono descritte dai sopravvissuti come esperienze di tale intensità emotiva da essere vissute non solo come inumane e terribili, ma anche in una certa misura, appunto, come sublimi. Secondo il grande studioso di mitologia, Joseph Campbell, il Mostruoso e il Sublime sono in stretta relazione. Un’apparizione o presenza “orribile” trascende qualsiasi giudizio morale o estetico e fa esplodere tutti i nostri canoni prestabiliti di bellezza, armonia o comportamento etico. Nelle nostre religioni Dio equivale al “puro bene”. “No, no!” sostiene Campbell “Dio è orrifico!…”6

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Se cerchiamo di liquidarla, questa esperienza, affermando che “è falsa” ci accorgiamo che tutto ciò non può essere falso… piuttosto sarebbe falso tutto il resto, come affermano gli iniziati. La prova della verità che rimane è il ricordo e la vivezza dell’emozione che sono così schiaccianti da apparire più reali e più importanti di qualsiasi altra esperienza e da indurre lo stesso senso di certezza di chi si desti da un incubo sentendo intensamente i piedi ben piantati sulla terra. Questo stato di intenso piacere, gioia, di estasi amorosa, nel linguaggio dei mistici viene definito Samadhi, nome sanscrito che etimologicamente significa “unione con Dio”. San Paolo lo descrisse come l’unione dell’io e del “non io”, di soggetto e oggetto, nell’alchimia viene rappresentata come “nozze sacre” e appare come elemento di congiunzione anche nel linguaggio simbolico dei Rosa-Croce e in tutti i simboli sacri. Chi la vive, questa esperienza, si sente costretto a domandarsi appassionatamente, forse per la prima volta nella vita: “cos’è la verità?” Nel samadhi la verità emerge attraverso la rinuncia a tutte le forme, e l’accesso diretto al solo Significato. Questa particolare apparizione di solito viene definita Dio. E’ impossibile spiegare ciò che accade in quanto siamo abituati a usare i termini di una filosofia duale e egocentrica per spiegare i particolari di una esperienza il cui elemento principale è la congiunzione degli opposti e l’eliminazione dell’ego, quindi solo l’esperienza può metterci in grado di comprendere. Solo vivendolo possiamo finalmente capire il processo attraverso il quale si incomincia con il mandare via i pensieri durante la meditazione e si arriva fino alla distruzione del senso dell’individualità e possiamo confermare per la prima volta ciò che persino i maestri del linguaggio non sono in grado di descrivere, e che in precedenza sapevamo soltanto: che possiamo incontrare la nostra vera essenza (il Sé) solo dopo che ci siamo del tutto cancellati. L’esperienza dell’Eterno, come sostengono gli iniziati, è semplicemente l’esperienze di ciò che siamo e qualsiasi cosa sia l’Eternità, è qui e ora. In ambito mistico-spirituale l’elaborazione dell’esperienza di “immersione nelle acque scure del mare cosmico”, descritta da Neumann, avviene sul terreno del dogma o del simbolismo della religione di appartenenza e la “rinascita” acquisisce così il significato di una conversione o di una “rivelazione”. Molti mistici parlano di un’identità che si espande ben oltre i confini del loro corpo e che abbraccia l’intero cosmo e lo stato di estasi che accompagna questa espansione della coscienza, il samadhi, viene descritto come un’unione d’amore con l’essenza delle cose.

Per Richard Bucke, psichiatra e studioso del potenziale evolutivo di questi stati non ordinari di coscienza, così come per Boehme, mistico, l’illuminazione ed il rapimento estatico consentono una consapevolezza di se stessi e una comprensione intellettuale di diversa qualità, e un senso di relazione d’amore con una pura presenza viva. Questo nuovo tipo di conoscenza viene definito da Bucke “coscienza cosmica”7. Possiamo dire che questo tipo di esperienza è una delle fonti principali della creatività e del pensiero e nasce dall’impulso a esprimere e comunicare l’ineffabile che essa contiene. Wilber descrive tutto ciò con le seguenti parole: “È come se si svegliasse da un lungo sogno confuso per scoprire ciò che sapeva sin dall’inizio: egli, il sé separato non esiste e il suo vero sé, il Tutto, non è mai nato e mai morirà”8.

Iniziazione

Immaginiamo una goccia d’acqua dolce rinchiusa in una pellicola e gettata in mare. Finché la pellicola non sarà spezzata, la goccia conserverà la propria natura ma se la pellicola si rompe, dove si troverà la nostra goccia d’acqua nell’immensità del mare? Una leggenda buddista ci racconta la storia di una “bambola di sale” che voleva capire cosa fosse il mare. Il mare allora la invita a toccarlo e sciogliendole le dita le spiega che ha offerto qualcosa per iniziare a capire. La bambola decide di continuare ad immergersi nel mare e nella misura in cui avanzava si sentiva sempre più impoverita di una parte di sé, ma aveva sempre di più la sensazione di capire meglio. Soltanto quando l’ultima onda inghiottì ciò che restava di lei, nell’istante in cui scompariva, dissolta nell’onda che la travolgeva, comprese finalmente cosa fosse il mare. – Sono io! – esclamò, e questo fu il suo ultimo sussurro. Queste sono tipiche descrizioni introduttive all’approccio psicologico orientale: per il pensiero orientale ogni elemento di un individuo è sterile e privo di significato, fino a quando non si realizza nella sua controparte, la Totalità (il macrocosmo-mare). Per la visione esoterica separare se stesso dagli altri significa distruggersi ed il modo per espandere se stesso e realizzare la completezza consiste nel dissolvimento dell’io, nella trascendenza del senso di separazione dal resto del mondo.

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Quando lavoriamo con gli stati non ordinari di coscienza (stati olotropici), dobbiamo aggiungere alla cartografia dell’inconscio tratta dalla visione psicologica tradizionale un’ulteriore dimensione della psiche definita con il termine “transpersonale” che significa letteralmente ciò che va oltre, che trascende il biografico, il personale. Negli stati di coscienza olotropici possiamo fare esperienza di eventi o situazioni che la nostra civiltà con la sua visione cartesiana e materialistica del mondo non considera “reali”, possiamo, per esempio, viaggiare in mondi mitologici o fiabeschi, incontrare divinità, demoni, esseri mitologici, etc. Possiamo anche vivere episodi provenienti della vita dei nostri antenati o identificarci con entità archetipiche o con qualsiasi aspetto della natura sia esso umano, animale, vegetale etc. Il processo morte-rinascita così come viene vissuto nelle sedute di psicoterapia esperienziale implica molto di più che il semplice rivivere la nascita biologica: è un momento di transizione estremamente drammatico attraverso il quale si può attingere ad una diversa “qualità” di energia psichica e dell’esperienza soggettiva. Durante gli stati olotropici la coscienza individuale può raggiungere la sua massima espressione, trascendere ogni barriera e identificarsi con la Coscienza Cosmica o Mente Universale così come viene descritta nella letteratura spirituale. Le esperienze che emergono durante questi stati non ordinari di coscienza appartengono allo stesso “continuum” delle esperienze biografiche e perinatali e quindi scaturiscono dalle profondità della psiche individuale, ma allo stesso tempo sembrano provenire direttamente da fonti di informazione al di là della normale mediazione dei sensi e dell’esperienza biografica. Tutto ciò conferma l’ipotesi junghiana secondo la quale, al di là dell’inconscio individuale freudiano, possiamo contattare e attingere al patrimonio culturale dell’umanità intera contenuto nell’inconscio collettivo. Le nuove ricerche sulla coscienza e la psicoterapia esperienziale hanno gettato nuova luce sui temi della spiritualità e delle religioni ed hanno restituito alla psiche umana la sua “dimensione cosmica”. La spiritualità e la “numinosità” sembrano essere una proprietà intrinseca della dinamica profonda della psiche così come descritto da Jung. Ogni volta che il processo di autoesplorazione esperienziale raggiunge il livello transpersonale della psiche ciò porta al risveglio della spiritualità e segna l’inizio di un percorso “mistico”.

Estinzione di massa, la morte di tutti noi

Di quando in quando il nostro pianeta attraversa un’inevitabile evento catastrofico: la morte collettiva degli esseri viventi. Fino a circa duecento anni fa gli uomini non avevamo la minima idea che questo fosse mai accaduto o potesse accadere ancora. Non c’è mai stata , in nessun precedente periodo della storia umana, la consapevolezza della possibilità di un’estinzione di massa. Nell’anno 2007 il Museo di Storia Naturale degli Stati Uniti d’America fece un sondaggio tra i biologi, i quali venivano chiamati a rispondere alla seguente domanda: “Ci troviamo in un processo di un’estinzione di massa?”. Il settanta per cento rispose di sì9. Un’estinzione di massa è quindi la definizione di quello che sta accadendo nel nostro pianeta. Le cifre sono le seguenti: circa venticinquemila specie si estinguono ogni anno. Nel caso in cui gli esseri umani non esistessero o si comportassero diversamente in relazione alla Natura, una sola specie si estinguerebbe ogni cinque anni. Questo significa che abbiamo velocizzato il tasso d’estinzione in progressione esponenziale, qualcosa come da cento a mille volte. Ho appena sentito al telegiornale che sono stati riscontrati episodi di cannibalismo tra orsi polari dovuto alla scarsità di cibo, siamo bombardati quotidianamente da questo genere di notizie.

Stiamo assistendo quindi ad una catastrofe lenta ma inesorabile come quella che portò via i dinosauri circa sessantacinque milioni d’anni fa. La differenza, questa volta, è che siamo noi i responsabili di questo evento. Ci risulta però difficile sentire e comprendere ciò che sta accadendo perché questa è una consapevolezza che riguarda l’intero pianeta e richiede “una visione d’insieme” mentre i nostri sensi sono stati abituati e si sono sviluppati per trattare e interagire con le cose a portata di occhio e di mano e non è facile percepire tutto ciò che riguarda la totalità. Le promesse allettanti, implicite nello sviluppo scientifico e tecnologico esplosivo del ventesimo secolo, hanno portato l’uomo moderno ad allontanarsi sempre di più da questa “visione d’insieme” – dall’antico Dio, lo possiamo dire – a bandirlo dalla propria vita insieme alla dimensione trascendente dell’esistenza, ed a sostituirla con il mondo tangibile, misurabile, materiale proposto dalla visione scientifica. Oggi ci comportiamo davvero come onde che si sono dimenticate di essere il mare. Se dal punto di vista esteriore le immense conquiste del secolo scorso hanno migliorato vistosamente la qualità della vita, per quanto riguarda la visione d’Insieme, la ricerca interiore e del Significato dell’esistenza è come se ci fossimo arenati: questo sviluppo esponenziale non è stato accompagnato da un’adeguata “consapevolezza” ed evoluzione etica che andasse di pari passo con tali grandi conquiste. La scienza si è rivelata limitata e deludente rispetto alle aspettative di “un mondo migliore”, di un’evoluzione umanistica, di una trasformazione qualitativa della umanità. Mai nella storia delle conquiste tecnologiche gli uomini hanno tratto tanti vantaggi dai progressi della scienza come nei giorni nostri, così come mai sono stati tanto diffidenti nei suoi confronti. Di conseguenza, il Dio abbandonato in favore dei promettenti traguardi dell’era illuminista è ritornato, vendicativo, dal buio profondo delle nostre anime pretendendo ciò che non gli fu spontaneamente offerto, sotto forma di “malattie”, come sostiene James Hillman. O di “pulsione mistica” come afferma Stanislav Grof.

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Siamo incatenati all’effimero, ci racconta il mito, l’aquila ci erode e “soffriamo le ali”, come direbbe Guimarães Rosa, ma riusciamo appena a intuire il volo. La difficile battaglia che siamo chiamati a combattere avrà luogo, questa volta, nelle profondità del nostro mondo interiore – dello spazio profondo – o dell’universo emergente in noi, come direbbe Swimme. Nei miti il padre divino dell’eroe interviene in suo aiuto nelle situazioni decisive come quella che sta avvenendo ora: una guerra archetipica tra divinità. Ed è proprio là dove soggetto e oggetto si uccidono a vicenda, che l’eroe, come Parsifal, conquista la sua lancia e prosegue nella ricerca della radice segreta di sé stesso. Il conflitto che si ripete e che permea ogni trasformazione è ciò che l’adepto dei Misteri sperimenta personalmente nel corso dell’Iniziazione ed è anche il messaggio racchiuso nel simbolo di Cristo: “essere crocifisso e risorgere”. Ogni vittoria è una morte. Morte che può trasformarsi nella stessa vita e far sì che ciascuno di noi possa generare di nuovo se stesso da se stesso e colmare l’invalicabile abisso tra l’uomo e Dio.


Note

1 Neumann Erich, Storia delle origini della coscienza, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1978

2 Ibidem, pag. 298

3 Pleroma è il Nulla e allo stesso tempo la pienezza originaria, un luogo atemporale ed adimensionale preesistente ad ogni cosa, la dove non esistono più né il pensiero né lo stesso Essere. Nella visione gnostica il mondo materiale è separato dalla sfera divina (il Pleroma). Questa divisione tra il mondo dove l’uomo si trova “imprigionato” ed un Dio superiore ed occulto diede origine al “peccato originale”.

4 Guimaràes Rosa, J. (1969), Paramo, in Estas estorias, Editora Nova Fronteira, Rio de Janeiro (traduzione dell’autrice).

5 Originariamente il battesimo, così come era praticato dagli Esseni, consisteva nell’immersione forzata del battezzando nell’acqua che lo portava vicino alla morte per soffocamento.

6 Campbell, Joseph, Il potere del mito, TEA, Milano, 1998, pag. 269.

7 Brian Swimme è matematico e cosmologo americano specialista delle dinamiche evolutive dell’universo e fondatore del Centro per la Storia dell’Universo presso il California Institute of Integral Studies.

8 McGuire, W., Hull, R. F. C., a cura di, Jung parla. Interviste e incontri, Adelphi, Milano, 2002, p. 446.

9 Ibidem, p. 446.

L’arte della psicoterapia

L’arte della psicoterapia

Lo spazio terapeutico come luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima

(Estratto)

 

“Il fine dell’arte inferiore è piacere, il fine dell’arte media è elevare, il fine dell’arte superiore è rendere liberi”.

 

In fondo, la religione è una forma rudimentale del sentimento della bellezza. Tutta l’arte non è altro che un rituale religioso”.

(Fernando Pessoa)

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L’arte che rende liberi

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Fernando Pessoa, il grande poeta portoghese, che potrebbe essere definito un vero e proprio alchimista dell’anima, demiurgo, mago della parola, attraversò un travagliato percorso di ricerca interiore e di auto-esplorazione-espressione dal quale scaturirono i famosi eteronimi: Alberto Caieiro, Riccardo Reis, Alvaro de Campos e Bernardo Soares – personaggi che appartenevano all’avanguardia culturale portoghese e che si muovevano disinvolti in questi ambienti come se fossero personaggi viventi dai contorni definiti, ognuno corredato di una propria biografia e riconoscibile per l’inconfondibile stile letterario. Pessoa definisce l’arte: “l’auto espressione che lotta per essere assoluta”. Frase questa che potrebbe essere riproposta in relazione al percorso esistenziale di un analizzando e lo svilupparsi della “sua arte”, e di arte in questo caso possiamo proprio parlare: l’arte di decodificare l’indicibile attraverso la magia alchemica delle parole. Parole che ri-nascono dalle profondità dell’essere, vitalizzate di nuovo spirito, parole che portano caos, mettono scompiglio, ma che rendono palpabili, nell’aria impalpabile, l’essenza indelebile. L’arte di “sgombrare le sovrastrutture” per fare emergere l’anima, un’arte che Aldo Carotenuto paragonava alla “scultura”, un’opera da realizzare a “quattro mani”, o meglio a “due cuori”, tra il terapeuta e l’analizzando. E sottolinea ancora Pessoa: “La finalità ultima dell’arte non è piacere, la finalità ultima dell’arte è elevare”.

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L’artista russo Kandinskij, creatore della pittura astratta, esprime nelle sue opere lo strettissimo legame che riesce a intravedere tra l’opera d’arte e la dimensione spirituale. L’arte, per questo suo autorevole rappresentante, “oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”. Il colore, per Kandinskj, può avere due possibili effetti sullo spettatore: un effetto fisico, superficiale, basato sulla percezione sensoriale e un effetto psichico dovuto alla vibrazione spirituale attraverso cui il colore raggiunge l’anima: il colore “ha un odore, un sapore, un suono”. Il rosso, per esempio, esprime dolore, ma non tanto per un’associazione di idee (il colore del sangue), quanto per le sue intrinseche caratteristiche, per il suo “suono interiore”. Kandinskij per spiegare l’effetto del colore sull’anima utilizza una metafora musicale: il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto, l’anima è un pianoforte di infinite corde. La composizione di un quadro, secondo l’artista russo, non deve rispondere ad esigenze puramente estetiche ed esteriori, piuttosto deve essere coerente con una profonda necessità interiore, che l’autore chiama onestà. Il bello non è quindi ciò che risponde a canoni estetici ordinari e prestabiliti. Il bello è ciò che risponde a ciò che l’artista sente e vive come una necessità interiore.

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Necessità interiore che in fondo all’anima appartiene a tutti noi in quanto, secondo Carotenuto, siamo tutti potenzialmente “artisti”. Ed è proprio attraverso la sofferenza che ci costringe a porci domande alle quali non possiamo rispondere se non ponendoci altre domande, che siamo in un certo senso “chiamati” all’auto-espressione ed all’evoluzione. Chiamati da “qualcosa” che sembra aver luogo altrove, fuori di noi, qualcosa che “feconda la nostra anima” e ci rende appunto “creativi”. Per Carotenuto come per Meister Eckhart creare significa dedicarsi alla dimensione sacra dell’esistenza: “la creatività è una scintilla del divino che dimora nella nostra interiorità”. (Carotenuto, 1991). Una scintilla che dimora in quel luogo di alterità, quell’aldilà dentro di noi che Rudolf Otto definisce “numinoso”, un luogo più reale della realtà stessa, un luogo futuro, presente nel presente, che usiamo chiamare sacro. Tutta l’arte in questo senso diviene arte-sacra, così come sacro è anche il temenos, lo spazio della terapia. Dinanzi ad un’opera d’arte o all’ingresso di un luogo sacro, come per esempio un santuario in uso da secoli, molte persone fanno un’esperienza soggettiva comune: provano sentimenti di pace interiore e armonia quasi palpabili, rispetto reverenziale, timori e tremori come se l’aria che si respira in questi luoghi fosse stata impregnata oltre che della bellezza artistica, anche da tutte le proiezioni, emozioni, intenzioni, preghiere e significati che sono stati riversati da generazioni di visitatori che ne hanno calpestato il suolo, contemplato la bellezza, e “respirato” l’atmosfera.

Il terremoto dell’Arte.

Ma ciò che incanta allo stesso tempo sconvolge e scuote l’anima nelle fondamenta, spiazza. Difficilmente si osserva un capolavoro rimanendo gli stessi di sempre, distaccati e indifferenti. Qualcosa accade: inquietudine, panico, terrore, oppure sentimenti di unità, di espansione di sé, che favoriscono l’accesso ad una sorgente interiore di forza vitale. Nel bene o nel male, qualcosa accade. Ma questo potere evocativo delle opere d’arte o del luogo “sacro” può rivelarsi, a volte, drammaticamente dirompente e destrutturante della personalità. E anche pericoloso. L’esperienza estetica può fare “ammalare” di una malattia tra le più nobili: “la sindrome di Stendhal” come l’ha definita Graziella Magherini (1989) nel suo omonimo libro riferendosi al famoso scrittore affetto da questo tipo di sconvolgimento psicologico dinanzi alla potenza dell’arte. Nel suo libro la Magherini racconta la sua esperienza di psichiatra a Firenze, città d’arte per eccellenza, con turisti stranieri in preda a scompensi psichici scatenati dalla contemplazione di luoghi e opere appunto di “eccessiva bellezza”:

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Nella misura in cui ci identifichiamo con il nostro “io” separato, il mondo rimane “sdivinizzato” ed è attraverso l’opera d’arte che ci viene presentato l’elemento spirituale esistente dietro le cose del mondo. L’arte diventa così una specie di “processo risanatore” attraverso il quale viene offerta allo spirito invisibile la possibilità di rendersi visibile, di manifestarsi nella forma sensibile e di sottrarsi quindi alla sua esistenza d’Ombra: si percepisce attraverso i sensi, ma proprio come se nei sensi fluisse lo spirito. L’esperienza estetica urge quindi in quanto necessità vitale: come mezzo per rientrare in contatto con la totalità perduta, una sorta di antidoto all’alienazione contro il quale l’uomo moderno erige barriere e oppone rigide resistenze.

L’arte e la sua crudeltà

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Se estraiamo il senso di tutte le opere artistiche, ne ricaviamo quello che per Robert Musil è una smentita interminabile-incompleta, ma esemplificativa e fondata sull’esperienza di tutte le norme, le regole e i principi vigenti sui quali posa la società che ama tale arte. L’arte, per Musil, “trafigge con il suo mistero da parte a parte il senso del mondo, attaccato a migliaia di parole triviali, e ne fa un pallone che se ne vola via. Se questo, com’è costume, si chiama bellezza allora la bellezza dovrebbe essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica!”1 Anche per il filosofo francese Jean-Luc Nancy, considerato assieme a Jacques Derrida il maggiore esponente del “decostruzionismo”, la grande arte provoca, sconvolge e ribalta il senso del mondo. L’arte contemporanea stravolge completamente l’usuale senso della bellezza: smonta la frase, la forma stessa, disorganizza la sintassi ed esprime così, oltre i confini della parola, il proprio dissenso in tutta la sua carica anarchica e provocatoria, dissenso che è anche critica e sfida ai miti, ai linguaggi, ai valori, all’eccessivo intellettualismo e consumismo della nostra moderna società. Rappresentanti della Pop Art, come Andy Warhol e Roy Lichtenstein per esempio, hanno espresso la loro critica alla società dei consumi: degli hamburgers, delle auto, dei fumetti, della TV, attraverso la “raccolta” delle immagini e degli oggetti prelevati della vita quotidiana e la trasformazione degli stessi in opere d’arte, l’introduzione e l’uso nella loro produzione di strumenti e mezzi non tradizionali.

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L’utero e l’arte

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Qualcosa di indicibile e non rappresentabile, qualcosa che doveva rimanere celato alla nostra consapevolezza, emerge dagli abissi più profondi dal nostro essere e dalle nostre viscere e si manifesta nella coscienza in tutta la sua potenza trasformatrice. Secondo Kazuo Ono, il grande maestro di buto, il luogo di origine della vera arte è il ventre materno. Lì, immerso nel liquido amniotico, l’embrione si muove in un mondo senza confini, un mondo illimitato, oceanico, un mondo che, secondo Ono, “non è alla portata dei viventi”. L’emozione e la gioia che scaturiscono dalla contemplazione della Bellezza ci riconducono ad una dimensione estatica di espansione e perdita dei confini, a quella dimensione del piacere, unione e fascinazione dell’originaria fusione con la Madre-Natura che affonda le radici nella esperienza prenatale. Questo sentimento di completezza che appartiene ai territori sconfinati della esperienza intra-uterina trae la sua origine in quel passato remoto mai del tutto cancellato: quando eravamo Tutto e non c’era mancanza dalla quale potesse nascere un qualsiasi desiderio. L’esperienza estetica offre un spazio intermedio nel quale ritualizzare la nostra fame di completezza, la nostalgia di quel luogo dell’anima pervaso di Piacere, Bellezza e Armonia, l’estasi paradisiaca: la fusione con il corpo materno. Quando durante una profonda auto esplorazione esperienziale, attivata per esempio attraverso la respirazione olotropica, si raggiungono quei territori dell’inconscio profondo che Stanislav Grof definisce “prima matrice perinatale di base” (“l’universo amniotico”) che ha la sua base biologica nella fusione originale del feto con l’organismo materno durante l’esistenza intrauterina, emergono emozioni e sensazioni fisiche di estrema intensità: qualcosa come “trovarsi sotto l’acqua”, fluttuare nel mare o in regioni senza limiti fino all’identificazione con l’oceano intero, con galassie, spazi interstellari o addirittura con tutto il cosmo. Tutte queste sensazioni vengono accompagnate da immagini simboliche e archetipiche cariche di “numinosità” come per esempio visioni paradisiache della natura nel suo massimo splendore, bellezza, armonia: acque limpide e cristalline, cieli azzurri, foreste vergini, pietre preziose, oro, argento o immagini di paradisi delle varie culture. La massima espressione della qualità sacra e spirituale di questa matrice è l’esperienza di unione mistica o unità cosmica caratterizzata dalla trascendenza del tempo e dello spazio, dal sentimento di profonda riverenza verso tutta la “creazione” e da forti sentimenti estatici. Questo tipo di estasi è definito “Oceanico o Apollineo”2.

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Il temenos analitico, luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima

Nei nostri sogni l’inconscio viene spesso rappresentato come un territorio straniero e il nostro rivoluzionario percorso interiore passa attraverso l’esplorazione di questa “zona oltre il confine” dentro di noi, sia nei suoi aspetti paradisiaci che in quelli infernali. Luogo interiore dal quale emergono i nostri fantasmi che finiscono per popolare lo spazio del setting analitico, spazio “intermedio” di incantamento e di sensibilizzazione estetica, contenitore ottimale delle proiezioni di tutto ciò che si trova “oltre il confine” dentro di noi. Prerogativa dell’opera d’arte così come di ogni terapia del profondo in quanto “spazio uterino”, base delle esperienze emotive, è quella di rendere significativi, traducendoli in simboli, quegli aspetti della vita interiore mai sufficientemente pensabili, esprimibili né rappresentabili: il setting come un scenario d’arte quindi, tela bianca e tavolozza di colori, vuoto palcoscenico dove dipingere i nostri fantasmi e inscenare un dramma archetipico. L’anima di un luogo può essere scoperta proprio come l’anima di una persona e descritta dall’interno, così come la percepiamo. Riusciamo a sentirla, per esempio, nei siti archeologici, nelle antiche dimore o quando siamo immersi in un scenario d’arte, nei luoghi sacri: in quei magici pioviscoli di luce che filtrano dalla finestra socchiusa, nei suoni provenienti da non so dove… che colmano lo spazio di “presenze invisibili”, in quegli attimi di sospensione in cui riusciamo a scorgere, nello scricchiolio del pavimento in legno, il passo felpato dei vecchi fantasmi che camminano in punta di piedi per non disturbarci… Lo scrittore Henry James usa l’espressione genius loci (spirito o anima del luogo) per definire questa “pregnanza di spirito” che racchiude in sé l’essenza dell’ambiente: un distillato di tutti i significati che quell’atmosfera ci suggerisce con i suoi odori, suoni e colori, i suoi spazi aperti o chiusi, i suoi giochi mutevoli di ombre e luci. L’Anima di un luogo è inestricabilmente fusa con noi e impone trasparenza e autenticità. Come la bellezza di un’opera d’arte – bellezza che per Schiller rimane sempre qualcosa di indefinibile e “porta la testimonianza sensibile di ciò che, al di là dell’umana comprensione, è fondamentale” – anche un luogo ci può incantare, accendere l’animo ed emanare suggestioni che annebbiano i sensi e ci portano altrove… Ciò che nell’aria si diffonde e riempi i nostri cuori e polmoni è l’essenza stessa dell’ambiente che, volatile, feconda l’anima e aleggia tutt’intorno sotto forma di sottili informazioni tra i nostri sensi e le persone, gli spazi, gli oggetti, l’aria che si respira. Qualcosa che sembra andare molto al di là dei soli simbolismi o significati reconditi.

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Nei luoghi sacri le preghiere e gli atti di devozione restano registrati nell’ambiente così come lo spazio della terapia rimane impregnato dell’anima, del calore e della verità di tutta la storia passata, presente e futura dell’analizzando. Nel setting tutto l’ambiente è caratterizzato da una densità cosi potente che ogni gesto, i silenzi, o il semplice suono della voce sono amplificati e resi così carichi di genius che ci catturano e arrivano diritto ai nostri sensi e ci ricordano alcuni particolari scenari d’arte come, appunto, il teatro di Grotowski o di Beckett, la “danza delle tenebre” (il buto) o le “installazioni” di una Biennale.

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Pensiamo, per esempio ad una esperienza soggettiva comune: il sentimento di rispetto reverenziale, di devozione e pace chiaramente palpabile che alcune persone provano entrando nei luoghi antichi, come santuari o scavi archeologici. Luoghi questi, sacri o profani che siano, che esercitano sulla psiche dei visitatori fenomeni particolari, molte volte riportati e descritti nella letteratura spirituale di ogni epoca ma spesso considerati come folklore popolare o suggestioni. Ervin Laszlo, eminente studioso di fisica moderna, teoria dei sistemi e teoria generale dell’evoluzione, nel suo bellissimo libro “Risacralizzare il cosmo” mette in relazione questi eventi con i più moderni sviluppi teorici della fisica, in particolare con “il formalismo olografico quantico associato al campo A”. Secondo Laszlo tutti questi elementi – il santuario, le persone che entrano e escono, l’altare e la struttura stessa del luogo – emettono “un’aura sotto forma di informazioni olografiche che vengono assorbite reciprocamente”. Quindi probabilmente, secoli di reverenza, preghiere e devozione profondamente sentite dai fedeli vengono assorbiti nel tempo nella struttura stessa del luogo, che li rimette a sua volta nello spazio circostante. Lo spazio è quindi “condizionato” dalle folle e dei sentimenti di chi lo ha frequentato. Studi recenti (William Tiller, Stanford) offrono una descrizione, da un punto di vista “sperimentale”, del “condizionamento” di un spazio: stando a questi studiosi ciò significa che determinate proprietà di un oggetto materiale possono essere modificate tramite un “pensiero coerente focalizzato”, come avviene nella meditazione. Questo condizionamento suggerisce una relazione (risonanza interna) tra “chi ha originato l’intenzione” e “l’oggetto fisico”, come nell’esempio precedente del santuario.

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Infatti più l’opera d’arte è famosa, conosciuta da tutti, più assorbe per generazioni le proiezioni dei nostri desideri, aspirazioni, esaltazioni, divenendo simboli viventi e contenitori delle divinità che dall’inconscio collettivo tendono ad emergere e chiedono di essere accolte. Dinanzi all’incanto e alla bellezza di un luogo o di un’opera tramandataci da secoli, non possiamo esimerci dal prendere contatto con l’altra realtà soggiacente alla nostra realtà ordinaria, di ascoltare le sue richieste, e aprire la porta alle sue divinità, ai suoi simboli e archetipi. L’inconscio collettivo è “inquinato” dalle vicende traumatiche della storia umana nello stesso modo in cui l’inconscio individuale è inquinato dai traumi della nostra infanzia e adolescenza. Possiamo dire che a seguito dell’emergere della potenza archetipica, straripante dalle opere d’arte, viene riattivata la memoria animica-spirituale dell’umanità. Il percorso evolutivo (e terapeutico) individuale, nel contatto con l’opera d’arte, trascende quindi la sfera personale facendoci partecipi della evoluzione collettiva e della “cura del campo di coscienza della specie” (Christopher Bache).

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L’artista austriaco Hundertwasser, impegnato in una crociata per conquistare la felicità attraverso la bellezza e il potere dell’arte in opposizione al funzionalismo tecnologico globalizzante, propone una visione dell’essere umano e della società assolutamente originali. Autore del “Manifesto sull’ammuffimento contro il razionalismo in architettura”, del 1958, Hundertwasser viene chiamato “il pittore delle cinque pelli” per la sua esplorazione e descrizione delle cinque pelli dell’uomo a partire della prima pelle: la membrana che delimita la nudità dell’uomo e racchiude l’io, attraverso la seconda: i vestiti; la terza: la casa dell’uomo; la quarta: l’ambiente e l’identità sociale, fino alla quinta: l’ambiente globale, l’ecologia e l’umanità. Per Hillman, come per Hundertwasser, un luogo che non ha i suoi traumi, i suoi umori, i suoi momenti mistici, le sue inquietudini e afflizioni è privo di autenticità e di vita interiore, è falso, proprio come lo può essere un essere umano. L’anima per Hillman non è qualcosa che si possa spiegare ma “piuttosto essa stessa è il principio e la chiave di ogni spiegazione” e si possono attribuire ad un luogo che perde la propria anima – la sua essenza urbana o paesaggistica, il distillato di tutto quanto nel luogo è significativo – la stessa sofferenza e le stesse cause di quando, in una persona, l’anima è perduta.

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Stendhal descrive nel suo diario del viaggio in Italia un suo improvviso e misterioso malessere che accade al suo ingresso nella Basilica di Santa Croce, malessere questo che ha inspirato alla Magherini il nome della famosa sindrome: terrore, panico e vertigini che lo hanno costretto ad uscire all’aperto e iniziare la lettura dei versi dei Sepolcri del Foscolo, lettura che risultò in quel momento rassicurante e terapeutica. Proprio come dall’atmosfera carica di emozioni, pensieri e fantasmi aleggianti nella stanza della terapia, emergono le esperienze di immaginazione attiva di Mario, così l’intensità dello scenario artistico della basilica di Santa Croce fa tornare nel teatro della mente di Stendhal un elemento estraneo, rimosso ma probabilmente, da sempre, profondamente familiare. Lo possiamo chiamare un déjà-vu carico di angoscia, sepolto sotto strati e strati di corazze difensive, che doveva rimanere lì nascosto per sempre e che invece all’improvviso si manifesta alla coscienza. La bellezza e la sacralità di un luogo riescono a entrare in risonanza e contenere proprio quelli aspetti più estremi e conflittuali del nostro mondo interiore, vere e proprie isole o interi arcipelaghi che galleggiano alla deriva nel mare dell’inconscio, lontani dalla terra ferma della nostra coscienza.

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Psicologicamente il tempo dell’arte e il tempo della Terapia è il tempo necessario all’ego limitato per disperdersi nell’aria ed espandersi all’infinito, è il tempo in cui cadono le maschere menzognere e si attenuano le caratteristiche strettamente personali ed emerge alla luce una nuova consapevolezza di sé stessi e del mondo in un processo evolutivo-creativo senza fine verso una sempre più compiuta realizzazione della propria umanità.

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Nella cultura giapponese lo stato di trance non è considerato uno stato di “unità con il divino”, quanto un mezzo per “elevarsi”, un stato attraverso il quale l’uomo impara ad essere “semplicemente se stesso” e allo stesso tempo “privo di sé”, il che lo porta ad agire in modo “univoco e infallibile”. In termini transpersonali questo significa agire al di la dei propri confini egoici, in funzione della totalità. Questo stato di verginità psicologica, che nella tradizione religiosa significa “agire secondo il volere di Dio”, è un azione “pura”, se per purezza intendiamo ciò che non è contaminato dal desiderio personale. All’interno del temenos analitico, terapeuta e analizzando s’immergono “nella via dell’acqua che scorre”, in quello stato di armonia con se stessi e con l’ambiente che secondo la pratica zen porta “all’azione perfetta”. All’interno del setting, le parole pronunziate e le azioni compiute sono tutt’uno con il luogo, che diventa per il terapeuta e l’analizzando il mondo intero. E proprio come alcuni artisti che sostengono di non essere stati “loro stessi” creatori dell’opera, ma solamente “un tramite” della Creazione, è viva anche nel terapeuta la sensazione di non aver fatto proprio nulla, e che non ci sia davvero nulla che si debba fare. Senza alcuna intenzione o sforzo, dinanzi ad una porta aperta verso l’infinito, le cose semplicemente… accadono.

Virginia Salles

L’eclisse. Frammenti di un percorso terapeutico

L’eclisse. Frammenti di un percorso terapeutico

(Estratto)

 

 

…sembrava che anche gli oggetti materiali fossero fatti di amore, anzi che tutto il mondo fosse una esplosione di amore. Vedevo amore, udivo amore e toccavo amore. Per me non esisteva altro che amore…

(Sri Govinda, La Coscienza Cosmica )

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Secondo la psicologia di Reich, Lowen e Gaiarsa, ad ogni emozione corrisponde una preparazione organica (muscolare, cardiaca, respiratoria), atta ad estrinsecarla, che prevede un’azione del corpo nella realtà. Ad ogni rimozione corrisponde quindi un “imprigionamento” del gesto o dell’azione non manifesti che lasciano il posto ad una serie di contrazioni muscolari e restrizione respiratoria. Queste tensioni formano ciò che Reich definisce “le corazze muscolari del carattere” che trattengono e impediscono il libero fluire delle emozioni, l’autoespressione, la spontaneità, e provocano un’insufficiente irrorazione sanguinea in quelle parti o organi del corpo interessati. Queste “rigidità caratteriali” stanno all’origine di molti disturbi psichici e di malattie psicosomatiche. L’attivazione dell’inconscio, che avviene durante questo tipo esperienze di auto esplorazione profonda, provoca il risvegliarsi della memoria corporea e delle esperienze ad essa associate, molto spesso non accessibili al linguaggio verbale. Queste reazioni fisiche che vengono attivate durante la seduta olotropica possiedono una struttura psicosomatica molto complessa e affondano le loro radici non solo nell’inconscio personale, ma anche archetipico o transpersonale. Alcune volte rappresentano le tensioni e i dolori della vita quotidiana del respiratore in modo amplificato; altre volte invece appaiono collegate ad antichi vissuti o traumi appartenenti a stadi precedenti della sua vita. Altre volte ancora comunicano, attraverso il linguaggio del corpo e le emozioni o immagini ad esso associate, un messaggio importante per quella persona: una profonda comprensione di qualche evento significativo della sua vita o di temi filosofici o esistenziali di più ampio respiro, universali, che in quel determinato momento diventano attuali e richiedono maggiore chiarezza. La tensione fisica può essere “sciolta” in due modi diversi: il primo, attraverso la catarsi e l’abreazione, così come furono descritte da Freud e Breuer: l’energia viene liberata attraverso il pianto, movimenti, spasimi e tremori, urla e persino il vomito. Il secondo modo offre una diversa comprensione e rappresenta un nuovo sviluppo della psicoterapia: le tensioni che affiorano vengono “consumate” attraverso “contrazioni muscolari transitorie di varia durata”, liberando così l’organismo in modo piuttosto sorprendente e, direi, molto efficace. A queste intense manifestazioni psicofisiche fa seguito un profondo rilassamento.

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L’approccio psicologico transpersonale, che affonda le sue radici nel modello umanistico, focalizza l’attenzione in modo particolare sulla fragilità e sull’insignificanza dell’esistenza umana derivate dalla separazione dell’io dal “Sé”, il centro spirituale interiore che trascende l’individuo. Quando siamo identificati con il nostro io biografico, la vita ci appare terribilmente arida e vuota, priva di significato e di contatto con i valori e principi universali. Il sintomo diventa allora la risposta naturale al fallimento del progetto esistenziale incentrato sull’ego, sulla “separatezza”. In questo contesto il processo evolutivo richiede di varcare i ristretti confini della logica egocentrica e di abbandonare le modalità difensive dell’io a favore di una crescente apertura verso il mondo interiore e la dimensione sacra dell’esistenza. Procedendo verso una più profonda consapevolezza di se stessi e del proprio sentire si arriva a un momento cruciale: la resa – senza la quale, senza che ci sia il dono integrale di se stessi, non può aver luogo la trasformazione. In questo momento ciò che muore è quella parte di noi che s’identifica con i confini della nostra pelle, quella parte separata dal resto dell’universo che agisce come se fosse la protagonista assoluta nella scena della vita. Ciò che muore è la percezione di noi stessi come “entità separate”, lasciando spazio e apertura a tutto ciò che fino a quel momento è stato altro da noi. È soltanto dopo aver abbandonato l’ego con le sue identificazioni, ruoli e le sue vecchie sicurezze, che possiamo aprirci a questa nuova consapevolezza ed entrare in contatto con la “vita che fluisce dentro di noi” in tutta la sua potenza propulsiva e creatrice. Questo è il momento fondamentale del processo di morte e rinascita descritto da Grof.

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Le esperienze olotropiche non richiedono mai un’ulteriore analisi o interpretazione, in quanto la profondità di questi vissuti è tale che qualsiasi interpretazione risulterebbe riduttiva e limitante del fluire stesso del processo psicologico. Qualche volta può essere di aiuto l’amplificazione di tradizione junghiana, come per esempio il racconto di temi mitologici analoghi o evocativi. L’effetto di questa esperienza fu per Giacomo quello della rivelazione, fu un’esperienza che lo segnò profondamente e fu foriera di una vera e propria trasformazione nella sua vita.

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Nel programma dei dodici passi utilizzato dagli Alcolisti Anonimi, il terzo passo – “abbiamo deciso di rimettere la nostra volontà e la nostra vita nelle mani di Dio, cosi come noi lo intendiamo”- riguarda il venir meno del controllo da parte dell’io e l’abbandono, la resa incondizionata ad un Potere Superiore. Questo passo apre le porte al “Sé profondo”, al “Potere Superiore”, a “Dio, cosi come noi lo intendiamo”. Questa espressione “Dio, così come noi lo intendiamo”, utilizzata nel programma dei dodici passi, sottolinea l’unicità di ogni esperienza del divino, l’importanza dell’esperienza che ciascun essere umano ha del Sé profondo.

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Questa tecnica terapeutica proposta da Grof, così come altri metodi esperienziali utilizzati in ambito transpersonale, nasce dalla sempre crescente esigenza di una più ampia integrazione teorica e di un maggiore eclettismo tecnico nell’attuale panorama degli studi in ambito psicologico. Pionieri in questo campo sono stati i lavori di ricercatori appassionati, da C. G. Jung a Abraham Maslow, da John Perry a Stanislav Grof, da Roberto Assaggioli a Ken Wilber, e altri. Lo scopo principale di questi metodi rivoluzionari è quello di “spingere in avanti” l’evoluzione individuale e collettiva e di accrescere l’efficacia terapeutica guardando oltre i confini delle singole teorie e dell’approccio psicoterapeutico tradizionale considerato riduttivo, in quanto non mette in discussione l’unilateralità della nostra attuale visione della psiche e gli stessi confini egoici. Nella nostra cultura non esistono strutture ufficiali che possono offrire la possibilità di squarciare il velo di Maya descritto dagli indù, di andare al di là delle apparenze e vivere profonde esperienze emotive. Attraverso questi vissuti possiamo trascendere la realtà ordinaria, compensare così l’unilateralità tipica del mondo in cui viviamo e accedere alle sfere transpersonali, alla dimensione più profonda della psiche che da sempre ha rappresentato l’unica fonte di significato esistenziale e di verità per tutta l’umanità. Nella cura delle diverse forme di dipendenza è indispensabile offrire alla persona sofferente la possibilità di vivere esperienze che attivino e nutrano il cuore e favoriscano l’accesso alle profondità del proprio mondo interiore. Senza questa possibilità di trascendenza ogni approccio terapeutico risulta riduttivo e inadeguato. La vera trasformazione tramite lo “spiritus contra spiritum” non può avvenire se non viene soddisfatto questo impulso al superamento dei confini egoici, la profonda sete dell’anima che soggiace a questo tipo di sofferenza, che possiamo ben definire spirituale. Non possiamo soddisfare questa esigenza attraverso lo studio della teologia, l’apprendimento di dogmi, la preghiera o la pratica di un credo religioso. È necessario un percorso interiore, una esperienza, l’immersione nelle profondità dell’anima alla ricerca di un contatto diretto con il Mysterium tremendum, la forza spirituale in ognuno di noi.

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L’uomo biodegradabile

La trascendenza dei confini abituali dell’ego, l’esperienza di una dimensione “altra” da ciò che lui riconosceva come “se stesso” che ristabilisse il contatto con la fonte di significato dell’esistenza: era forse questo l’elemento mancante nella vita di Giacomo che lo allontanava da se stesso, imprigionava il suo cuore, e aveva sconvolto così drasticamente la sua esistenza? Oggi mi sento di rispondere proprio di sì. Ma non solo. Un altro elemento determinante è stata la funzione di rispecchiamento svolta dalla relazione terapeutica. Quando manca interiormente il “centro di gravità permanente” (Battiato), la percezione di se stessi è quella di un’immagine frammentata, proprio come l’immagine che appare dinanzi ad un “specchio infranto”. È questo il vissuto soggettivo tipico di chi va incontro alle varie forme di dipendenza da alcol, droga o altro. La funzione di “rispecchiamento” all’interno della relazione terapeutica, l’essere “guardati in fondo all’anima”, “visti” in profondità, “riflessi” e “riconosciuti” da un occhio attento ed empatico, possono rappresentare un’esperienza profondamente risanatrice. L’attenzione e l’interesse vivi di un’altra persona agiscono dentro di noi come il sole a primavera, riscaldano e accendono la vita interiore. Là dove c’è vera attenzione verso l’altro può esserci reale scambio di influenze e trasmissione di conoscenza, la vita inizia a germogliare e sorgono le prime “variazioni” in una reciproca danza della creazione: possiamo immergerci fiduciosi nel letto del fiume della vita e arrenderci alla trasformazione. Solo allora le cose iniziano ad accadere…e quando si raggiunge l’apice della reciproca influenza, iniziamo a percepire che io e l’altro, io e l’universo siamo creazione continua, che non esistono cose, esistono solo processi, avvenimenti.

Durante il mio training formativo in respirazione olotropica mi accadde un’esperienza particolare: ero la “sitter” (assistente) di un ragazzo di circa trent’anni che mi chiese di guardarlo fisso nel volto con molta attenzione per tutto il tempo dell’esperienza. L’ho fatto con impegno anche se, nelle tre ore di durata della sessione olotropica, qualche volta, distratta dai rumori della sala o dall’esperienza di altri respiratori, ho leggermente distolto lo sguardo dal suo volto. Ma ogni volta che questo accadeva il ragazzo, che nella penombra della sala portava sugli occhi una benda nera, si accorgeva della mia distrazione e dava segni visibili di sofferenza e di abbandono. Ritornavo subito alla posizione di totale concentrazione del mio sguardo sul suo volto e lui si riprendeva. In quei momenti il suo volto, dietro la benda, sembrava illuminarsi e continuò ad essere raggiante ancora dopo l’esperienza. Durante la condivisione descrisse il suo vissuto emotivo riguardo a quell’“essere guardato con attenzione” come una delle esperienze più gratificanti della sua vita, qualcosa che aveva sempre, nel suo intimo, ardentemente desiderato. Questo è un esempio di “richiesta” di un’esperienza relazionale “correttiva” che accade durante l’esperienza olotropica, quando si ritorna nel luogo dell’assenza, ad un vissuto precedente di deprivazione, spesso legato all’infanzia. A volte la richiesta può essere di un semplice contatto della mano, di una carezza o di un lungo abbraccio.

Le esperienze di trascendenza dei confini spazio-temporali vissute durante gli stati olotropici portano alla disindentificazione con il corpo, acquisizione indispensabile e tappa fondamentale di ogni percorso spirituale. Questa nuova percezione di se stessi, che in realtà è un superamento del “limite”, trascina con sé un profondo senso di libertà e la consapevolezza (emotiva, non razionale) di un se stesso non più dentro ai confini della propria pelle, non più “separato”, un se stesso che va oltre i ruoli abituali e abbraccia la totalità dell’esistenza. Un se stesso, forse per la prima volta “intero” e allo stesso tempo, paradossalmente, “oltre i confini”. Questo tipo di esperienza produce in chi la vive un effetto di “rivelazione”, è spesso carica di “numinosità” e di sacralità, ed è, credo, uno dei momenti più trasformativi del percorso interiore. Una volta elaborata e integrata nella personalità totale, essa rimane uno di quei momenti rispetto al quale possiamo davvero affermare di “non essere più gli stessi”, o di essere “inspiegabilmente nuovi”. La “verità” che scaturisce da questa nuova consapevolezza è profondamente “ecologica”, tale da poter parlare della nascita di un nuovo modo di essere “umani”: un essere umano che possiamo definire “biodegradabile”. L’esperienza della trascendenza dei confini spazio/temporali è portatrice di consapevolezza e di significato e rende la persona maggiormente in grado di armonizzarsi con la natura e con i propri simili e di assumersi il proprio compito esistenziale in quanto, una volta “scioltasi”, trasceso i confini, la persona sa e sente di appartenere alla Totalità. Non solo allora lo “Spiritus contra spiritum” junghiano contro la devastazione dell’alcol, ma “lo spiritus” contro l’alienazione, il vuoto, la frammentazione e la “separatezza”, la perdita di senso e di valori, l’indifferenza. Lo spiritus contro una natura sempre più devastata e un mondo che sta andando a pezzi. Un antidoto risanatore per Giacomo sicuramente, ma forse per tutti noi in questo particolare momento del nostro travagliato percorso individuale e collettivo, dell’avventura interiore che chiamiamo evoluzione.