Recensione di Luciano Fargnoli

mondiRecensione di Luciano Fargnoli

Virginia Salles, Mondi invisibili, Frontiere della psicologia transpersonale,

Alpes, Roma, 2013

Descrivere ciò che non è immediatamente visibile, che ‘colpisce’,  attiva e sfida la nostra abituale percezione, o il sistema di significati nel quale ci muoviamo, è certamente un’esperienza di fronte alla quale siamo chiamati a rispondere mettendo in campo tutte le nostre capacità di  superare gli ‘angusti limiti della ragione’. L’autrice, con il coraggio, proprio di chi le esperienze le vive innanzitutto sulla propria pelle, con quest’opera provoca non solo la nostra organizzazione del mondo, ovvero come ce lo rappresentiamo, ma ci mostra anche una via,  possibilità di accesso ad un mondo ‘altro’, toccando così quel tabu di una coscienza egemone che ritiene accettabile, o ‘vero’ solo ciò che riesce a comprendere e chiudere in un sistema di definizioni. Riflettiamo sul senso dell’etimo: ‘cum prehendo’, non vuol dire solo ‘prendo con me’, ma anche ‘faccio mio’, me ne impossesso,  annetto. Mette in discussione, in modo convincente ed efficace, perché corroborato dalla clinica, il primato di una ragione  che esclude, e nega ‘a priori’ ogni altra forma del percepire sensibile. Va subito detto che il tema, nell’oscurantismo di secoli andati, è stato spesso considerato di pertinenza della magia, della superstizione, di quella visione del mondo che cadeva sotto il termine ‘occultismo’, o nell’area di confine delle cosiddette ‘scienze occulte’, ma anche della corrente mistica dei contemplativi. Quando il filosofo E. Von Hartmann arriva, forte dei limiti imposti alla ragione dalla filosofia di Kant, ad ipotizzare un confine oltre il quale spingersi, proprio per comprendere ‘ciò che è ignoto alla coscienza’, e lo definisce ‘Inconscio’, apre alle scienze umane una possibilità di esplorazione che può e deve esser condotta con gli strumenti della consapevolezza. L’Io, che da qualche secolo grazie al cogito di Cartesiana memoria, viene indicato come il signore assoluto delle terre,  deve scendere a patti con qualcosa che è ‘altro da sé’, non più relegabile nel regno della fantasia, del sogno e dell’immaginazione, ma ‘luogo di esperienza possibile’. Una dimensione, dunque, non un luogo,  di difficile esplorazione, che per sua natura si presenta come l’”Altrove Assoluto” del quale l’autrice, indica una strada, una percorribilità, un processo, mediante il quale se ne può fare esperienza. Grande pregio di quest’opera è proprio mostrare la ‘percorribilità’ dei ‘mondi invisibili dando voce, così, ad una possibilità, nell’andare verso l’ignoto, di conoscenza diretta della ‘altera pars’ di chiunque volesse compiere questo viaggio.

Ad esempio, dobbiamo al coraggio di C. G. Jung, aver affrontato da solo, sperimentando sulla propria pelle, tutti i rischi di un viaggio così ‘pericoloso’. Il “Libro Rosso” è un resoconto preciso e puntuale del suo ‘viaggio interiore’ o se si preferisce, nel ‘mondo altro’, una nekuia, che gli ha consentito non solo  la scoperta di sé, ma anche la possibilità  di ’identificare ed applicare’ una serie di strumenti idonei al viaggio in quelle lande, in quell’Inconscio matrice/madre di un linguaggio criptico che da sempre ha sfidato l’uomo alla sua decodifica.

E la Salles parte proprio da qui, quando dice che “il vero atto di coraggio, l’unico che ci viene richiesto in quanto partecipanti al grande miracolo della Vita, è il coraggio di affrontare l’Ignoto, di affrontare ciò che di più incomprensibile e sconvolgente posiamo incontrare sulla nostra via” (p.1)  ricordandoci che “La storia umana degli ultimi secoli è seminata di libri rossi rimasti dentro ai cassetti, in attesa di tempi migliori, per timore della moderna inquisizione che incomincia con l’implacabile diagnosi fino alle varie tappe e i riti che segnano il percorso di esclusione dal contesto umano di chi è “uscito fuori” di testa (p. 9). Percorso che conduce il lettore ad una visione della psicologia che da interpersonale si trasforma in psicologia trans personale. Nella sua introduzione, ad esempio,    leggiamo, a proposito dell’esperienza mutuata dalla psicologia transpersonale, che ”ogni cosa ci appare illuminata di luce nuova, semplicemente così com’è, come mai avevamo visto prima … e uno ‘tsunami emotivo può travolgerci’ …sfumature di suoni e colori e il senso finale di tutto ciò che stiamo vivendo ci appaiono intraducibili in pensieri coerenti ed accettabili” (p.XI).  Una visione che, sia pure per un attimo, ci rimanda direttamente a W. Blake il quale sostiene che “quando le porte della percezione sono spalancate le cose ci appaiono come veramente sono: infinite”.  Aldous Huxley mutuerà da queste parole il titolo del suo libro più famoso, “Le Porte della Percezione” nel quale descrive accuratamente gli esperimenti fatti su di sé, con l’uso della mescalina, per soddisfare quel “bisogno di trascendere la personalità cosciente dell’Io…come inclinazione fondamentale dell’anima” (A.Huxley, Le porte della percezione, Ed. La grande bevuta, Ferrara, 1978, p.40). Ciò che ottiene in questa esperienza è un rallentamento nella percezione della durata del tempo, e la visione di “..ciò che Adamo aveva visto la mattina della sua creazione:il miracolo dell’esistenza nuda” (op.cit., p.8). Ma anche a Henry Michaux de “Lo spazio Interiore”, al suo ‘miserabile infinito’ sperimentato con la mescalina; all’uso del LSD, come religione della mente di Timothy Leary. E perfino a quel tentativo di descrizione e/o spiegazione  dell’esperienza ‘magica’ operato dall’antropologo  Carlos Castaneda nel  viaje con lo stregone Yaqui Don Juan, mediante l’utilizzo di sostanze psicoattive come la mescalina, la psilocibina (peyotl) e vari funghi allucinogeni. Un viaggio, condotto sempre con la presenza dello “stregone guida” che ha avuto il compito di “tradurre” in significati comprensibili le esperienze estreme che faceva Castaneda e ricondurlo così  agli stati ‘ordinari’ di coscienza.

Non ultima,  buona parte della cultura ‘psichedelica’ dei poeti della ‘beat generation’. Tutti, con scopi e risultati diversi, hanno sperimentato, e ci hanno trasmesso nelle loro opere, cosa vuol dire  ‘aprirsi alla percezione di un mondo altro’, con l’aiuto e l’uso di sostanze, sia naturali, che chimiche. Si tratta di esperienze di ‘morte e rinascita’, ovvero di percorsi di annientamento e/o dissolvimento (morte) dell’Io, di stati alterati di coscienza, di viaggi per tappe che prevedono una ‘discesa agli inferi’, e il conseguente ’incontro’ con tutte le figure dell’altro mondo, e la percezione  della morte psichica,  per  poi tornare ad una condizione di ‘normalità’, ma completamente trasformati.

Non sfugge a quest’esperienza anche lo stesso Grof, il quale però, dopo aver sperimentato su di sé l’LSD, ed avendone compreso il potenziale distruttivo, approfondisce le sue ricerche sugli stati non ordinari di coscienza poiché ritiene che “ogni essere umano abbia diritto ad evolvere verso uno stato di maggiore completezza” (p.30).  S. e C. Grof  dicono che “non si riferiscono ad entità fisiche, a eventi temporali o a localizzazioni geografiche, ma a realtà psichiche sperimentate allorché gli stati di coscienza sono alterati” (S.e C. Grof, Oltre la soglia, Red edizioni1988, p.83)   Trasforma, quindi, la sua esperienza iniziale di stati alterati di coscienza,  collegandola al bisogno profondo di spiritualità quando dice “Non siamo solo delle macchine biologiche e degli animali altamente sviluppati; siamo anche campi di coscienza senza limiti che trascende lo spazio ed i tempo. In tale contesto la spiritualità è una dimensione imprescindibile dell’esistenza” (p.30).  Sviluppa un modello di intervento psicologico su quelle che, in altra opera, definisce ‘emegenze spirituali’. Fin dall’antichità l’uomo ha sentito la necessità, il bisogno di trascendenza, rispetto al vincolo terreno di un corpo costretto a restare in una visione del mondo e delle cose circoscritta al volere di una ragione ‘imperatrice’. Il tema del ‘viaggio’ pone la questione del ‘dove’: è un viaggio ‘dentro’ di sé, quindi un viaggio psichico, si tratta di un andare in luoghi inesplorati della percezione, in una pericolosa, ma affascinante ‘terra di mezzo’ tra cielo e terra.  Un viaggio ‘narrabile’ al ritorno, in un linguaggio che sia non solo comprensibile, e pertanto accettabile, ma anche trasformativo.  Non è, quindi, un puro andare senza meta, stile ‘i vagabondi del dharma’, ma un ‘andare finalizzato’. La meta è duplice : innanzitutto la conoscenza, ma anche  la trasformazione di se stessi. L’esperienza di cui ci parla Virginia Salles non è  esclusivamente ‘psichedelica’, non libera tout court  le immagini interne di un soggetto, per pura contemplazione,   non è, quindi, riconducibile ad una filosofia ‘mistica’, ma fondamentalmente riporta un soggetto nell’alveo delle sperimentazioni ‘psicologicamente vivibili’. E’ un procedimento esperienziale, che, poiché modifica profondamente la percezione del mondo che ha l’Io del soggetto,  finisce per essere ‘curativo’. Ci segnala, così, la cruciale importanza nella relazione terapeutica tra esperienza di trasformazione e guarigione.

Questo tipo di approccio agli stati non ordinari di coscienza, così come li propone Stanislav Grof, avviene attraverso la respirazione olotropica. Dunque, il respiro. Virginia Salles ci ricorda che “La respirazione, il “soffio vitale”, è stata utilizzata da tempi immemorabili quale potente mezzo di accesso al mondo interiore”, che il suo fine  ultimo è sempre stato soddisfare “quell’insaziabile bisogno di spiritualità così intrinseco alla natura umana” e che, “attraverso la respirazione si possono indurre stati non ordinari di coscienza e catalizzare intensi vissuti che risultano terapeutici e tali da provocare profondi cambiamenti” (p.31).

La respirazione avviene secondo un ritmo costante,  primo indicatore di vita in un soggetto, ritmo che dice della relazione dentro-fuori,  è il respiro che ‘mette in moto’ il cuore, altro movimento sistole-diastole.. non bisogna dimenticare che in questa dinamica si realizza il rinnovamento delle cellule, a questo proposito cita un altro psichiatra e psicoanalista, J.A.Gaiarsa il quale ritiene che ..”il primo momento dello sviluppo e della formazione dell’io è respiratorio, in quanto “respirare” è la prima cosa che il neonato fa: “il movimento respiratorio inizia con la nascita, è dato con la coscienza del mondo e si costituisce quale prima forma di coscienza di sé”. (p.31)

 

Ritroviamo la respirazione ritmica mescolata a parole sacre (preghiera), anche nell’esicasmo e in alcune discipline dello Yoga del respiro,  è una pratica che non conduce soltanto a visioni mistiche, ma ad uno stato di autentico benessere collegato alla percezione del  momento intensamente spirituale che si sta vivendo. E’ da tenere presente che qui si parla del modo di agire di monaci i quali, attraverso un’ascesi corporale adeguata, hanno imparato a tenere sotto controllo le proprie ‘inclinazioni corporali’ e che, in seguito ai progressi già compiuti, sono passati dall’ascesi del corpo a quella dell’anima. Dice Virginia Salles (p.32) che secondo Grof “l’evoluzione della coscienza deve varcare i confini dell’ego e la respirazione è  uno dei mezzi più potenti perché ciò avvenga”. Riprende l’idea di un processo analitico  che si dipana e cresce come un’opera d’arte, restituendo all’analisi la dignità di ‘luogo sacro’ dove, come spazio uterino, che sta alla base delle esperienze emotive, è possibile “rendere significativi, traducendoli in simboli, quegli aspetti della vita interiore mai sufficientemente pensabili, esprimibili né rappresentabili” (p. 163). Così, nel temenos analitico si riproduce in modo esperienziale il dramma archetipico che sta alla base della sofferenza del paziente. Dunque, il controllo del respiro che pure produce stati alterati di coscienza, estasi, e trasformazioni, risulta particolarmente efficace per ottenere proprio quelle profonde ristrutturazioni delle esperienze vissute, che molti chiamano “guarigione”.

 

Amato Luciano Fargnoli

 

L’Eden abbandonato

L’Eden abbandonato

di Virginia Salles, Roma

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Un cuore spezzato

La qualità più tipica dell’essere umano è la sua capacità di porsi domande, di squarciare il velo delle apparenze e cercare l’essenza della vita nelle cose nascoste. Secondo Freud quando l’uomo si domanda “che senso ha la vita?”, è già malato. Nobile malattia questa che nasce da una mancanza profonda, da un sentimento indefinito di abbandono ed eterna insoddisfazione e che definisce la nostra stessa  natura, la nostra umanità.

La storia  umana potrebbe (o dovrebbe) iniziare proprio da questa insoddisfazione, dalla scoperta che esiste una mancanza e quindi un desiderio per qualcosa che va oltre le nostre apparenti  necessità; un desiderio che va oltre la famiglia, la casa, i riconoscimenti, il successo, il denaro, la  sicurezza, che è molto di più di tutto questo e che non è stato ancora scoperto dal consumatore moderno  né dalla pubblicità. Un desiderio per qualcosa che riusciamo a scorgere solamente ad occhi chiusi, nei nostri sogni più arditi. Non conosciamo la radice della nostra insoddisfazione, ma la  scoperta della nostra mancanza più profonda va di pari passo con la scoperta della nostra inadeguatezza ed insufficienza, la cui consapevolezza implica una grave crisi esistenziale individuale e collettiva. Non sappiamo ben definire questo agognato “qualcosa” senza che ci venga in mente l’immagine di un Paradiso perduto, un Paradiso dal quale, nella notte dei tempi siamo stati “cacciati”.

Una frase cabalista afferma che non c’è recipiente più perfetto di un cuore spezzato. Le pene della vita ed il grido di dolore per ciò che è stato perduto, se accettate e comprese, diventano elementi propulsivi all’apertura nel nostro cuore, attraverso il quale può risplendere una nuova consapevolezza. E’ questo il senso del verso del Cantico dei cantici: “spia dalle fenditure”.

La stessa radice della parola “mito” (dal greco mitos) ci richiama ad “entrare nel Mistero” ed il più antico dei miti, il mito di Adamo scacciato dal Giardino dell’Eden, ci invita ad un viaggio di ritorno e cela un “segreto” esistenziale molto importante di cui ci parla Nadav Crivelli, cabalista brillante e aperto alle più svariate forme del sapere: questo segreto è la “Via all’albero della vita”, la conoscenza preziosa di ciò che in psicologia chiamiamo “inconscio”, nei suoi vari livelli di profondità: personale (Freud), collettivo-archetipico (Jung), profondo-spirituale (transpersonale). Nel linguaggio della Cabalà questi tre livelli di coscienza vengono definiti: la consapevolezza normale dell’individuo, l’inconscio e il super-conscio.

L’Eden, il giardino delle delizie, non può rappresentare che uno stato di coscienza, un’armonia ritrovata che anche in ambito transpersonale viene definito appunto “super-conscio”: una forma di conoscenza numinosa, la profonda consapevolezza di chi siamo unita alla visione dell’insieme al quale apparteniamo. Visione che è contemporaneamente un misto di comprensione ed emozione insieme ad un oceano di piacere: il piacere, dicono i cabalisti, di “ricevere la Luce” e conoscere quella parte di verità  che fino a quel momento non era stata ancora integrata nella coscienza limitata. E’ lì che si trova il seme della nostra crescita personale, le risposte alle nostre domande  fondamentali e la capacità di aiutare gli altri nella loro evoluzione: nel percorso “a ritroso” lungo l’Albero della vita.

Nella visione della Cabalà l’inconscio è il “non compiuto”,  uno spazio infinito, nascosto alla nostra consapevolezza ordinaria, carico di energia e potenzialità che gravita intorno al  nucleo centrale della nostra personalità (il “Sé” di Jung). E’ il polo femminile dell’essere nel suo significato archetipico e la nostra lontananza da questo nostro nucleo autentico viene rappresentato nel mito come “la caduta” e in ambito cabalistico viene definito “la condizione d’esilio” nella quale ci troviamo –  una condizione di  abbandono di noi stessi. Il nostro dramma è quello di aver definito “normalità” questa condizione di alienazione esistenziale.

Prendere coscienza di questo stato di esilio significa metterci alla ricerca della via di ritorno per “riannodare i lacci” , o “costruire  ponti”, tra questo nucleo eterno e la nostra personale interiorità. Questa “via di ritorno” di cui parlano tutte le nostre tradizioni spirituali e la Cabalà in particolare, è una doppia via, ci ricorda Crivelli: una via che sale e poi scende, una via che entra ed esce; infatti in ogni  percorso di ricerca interiore è di importanza fondamentale che ci sia sempre la possibilità del ritorno.

Jung, nei suoi libri, ci descrive questo “cammino verticale” che, come la corrente di un fiume, percorre a ritroso il nostro “cordone ombelicale” e lancia il suo grido d’allarme quando ci ricorda che molto più dei nostri “Templi di pietra” –  espressione di una religiosità ancora immatura e ormai privi di qualsiasi accesso alla dimensione trascendente dell’esistenza – l’uomo moderno ha un immenso bisogno  di simboli. Simboli capaci di unire ciò che è stato separato e di ristabilire la congiunzione tra la nostra parte fisica e quella spirituale. Simboli che uniscano la terra con il cielo e tutte le “cose” del nostro mondo con la loro radice archetipica. La psicologia junghiana, come la Cabalà, considera questa esperienza di abbeveraggio dal pozzo della vita il vero scopo della nostra esistenza.

 

 

Il   Pardes

 

I cabalisti ci descrivono un giardino segreto, il Pardes, “il giardino dei melograni” del Cantico dei Cantici: il più bello, ma anche il più pericoloso, un giardino nel quale chi entra non è mai sicuro di poterne uscire. Nel Talmud viene raccontata una storia che ci aiuta a comprendere, la storia di quattro rabbini saggi e santi: il primo di loro quando vide il giardino provò un tale stupore che cadde fulminato prima ancora di entrare; il secondo rabbino invece provò una gioia immensa e si mise a ballare, un ballo così vorticoso che non riuscì più a fermarsi ed impazzì. Il terzo rabbino varcò la soglia del giardino, ma uscì all’istante rinnegando la propria fede e tutto ciò che aveva amato fino a quel momento: diviene il messaggero della devastazione. Il quarto rabbino fu il solo ad attraversare il giardino e a tollerare  lo splendore senza ridursi in cenere. Lui aveva un altro tipo di conoscenza, la conoscenza di ciò che non si può dire, “di quel soffio che si trova nello spazio tra le parole”. Crivelli vedi in questo racconto una metafora dei quattro livelli di comprensione presenti nelle scritture sacre: i primi tre sono rispettivamente i livelli letterali, simbolico e etico e il quarto è l’approccio della Cabalà: il livello di conoscenza segreto, mistico i cui strumenti vanno oltre il razionale.

L’esilio da questo giardino significa per la Cabalà solamente un lungo intervallo… siamo tutti  esiliati in attesa del momento propizio per farvi ritorno. L’archetipo dell’Abbandono è il paradigma stesso della nascita umana e dell’esilio da questo giardino incantato, al quale per tutta la vita ci struggiamo di poter tornare. La psicologia transpersonale di Grof,  attraverso lo studio  di profonde esperienze di auto esplorazione interiore, fa un parallelo tra  questo  sentimento  universale  di abbandono e l’esperienza del nascituro bruscamente “cacciato via” dal grembo materno, il suo paradiso amniotico, nel quale viveva in uno stato di perfetta armonia e  beatitudine. Grembo materno che gli era ormai troppo stretto e che lo ha spinto drasticamente verso la porta d’ingresso del mondo attraverso un percorso doloroso. Dolore che viene espresso dalle grida e dal pianto dei neonati, il cui eco sembra risuonare per sempre dentro di noi.

Oggi l’ingresso nel Giardino del Pardes è possibile, non è più così pericoloso perché abbiamo gli strumenti necessari a contenere la “folgorazione”. La psicologia ha fatto passi da gigante nello studio di questi stati di coscienza “speciali” e delle diverse modalità di elaborazione della “esperienza numinosa”, come la definiva Jung. Dall’altra parte la scienza moderna, nel campo della fisica in particolare, della biologia, della cibernetica, della teoria dei sistemi etc… ha elaborato una visione del mondo capace di contenere e convalidare questo tipo di esperienza emozionale e la conseguente apertura cognitiva.

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Dobbiamo comunque procedere con cautela, non si può dire che non ci sia nessun pericolo in questo giardino: il pericolo è direttamente proporzionale al nostro grado di “separatezza” (esilio). E’ un percorso inverso dalla separatezza, inverso dal percorso che facciamo per fare ingresso nel mondo: il passaggio da un stato di purezza originaria alla condizione di esistenza “separata”. L’abbandono del “paradiso amniotico” viene associato, in ambito religioso, all’idea di “peccato originale”.

 

 

 

Il recipiente rovesciato

 

Durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con la respirazione olotropica, può accadere di  rivivere questo momento doloroso che per alcuni studiosi (Otto Rank, per esempio) è il “Trauma dei traumi” dell’essere umano: la nascita. In questi casi lo stato intrauterino o “universo amniotico”  viene descritto come un momento di indescrivibile beatitudine, libertà ed espansione, un’esperienza del “senza limiti”, definita “estasi oceanica”. Stando a ciò che viene descritto da chi vive questo tipo di esperienza, il passaggio difficile e sofferto attraverso il canale del parto durante la nascita accresce sempre di più il senso del “limite” e di confinamento in una dimensione corporea fino al dolore estremo:  il “dolore della nascita”. Possiamo aver superato questo trauma dal punto di vista fisico ma non averlo mai realmente elaborato dal punto di vista psicologico.

Lo studio della cabbala è soprattutto lo studio della Natura e dei suoi segreti carichi di  messaggi silenziosi  rivolti a chi “ha occhi per vedere”, “orecchie per ascoltare”, “cuore per sentire” e che riesce a cogliere le tracce della memoria divina incisa nelle cose del mondo. Nella Cabalà, come ci racconta Crivelli, anche l’utero ha il suo segreto che è quello di essere un recipiente rovesciato, il recipiente che contiene qualcosa di molto prezioso: la vita umana.  Di solito in ogni recipiente naturale il fondo si trova in basso e l’apertura in alto. Il più importante di tutti i recipienti invece è capovolto. Riflettere su questo paradosso della creazione ci fa capire che la vita umana deve superare la sua stessa natura (opus contra naturam, direbbe Jung ), se vuole raggiungere la consapevolezza di sé e portare a compimento la propria missione nel mondo. L’utero viene considerato un portale, una “doppia porta”: la porta della nascita fisica attraverso la quale il nascituro viene alla luce, ma anche la porta tramite la quale l’essere umano accede ai segreti più riconditi dell’esistenza, per poi ritornare indietro e portare avanti il proprio compito sulla terra: la porta della rinascita spirituale. Una sorta di finestra aperta verso il nostro cielo interiore, dalla quale proviene il flusso vitale che accende la luce della consapevolezza e che può operare radicali cambiamenti nelle nostre vite.

La nascita rappresenta quindi uno “spartiacque” tra il mondo fisico-materiale (personale) e la dimensione spirituale (transpersonale) o ancora tra la psicologia tradizionale ed i grandi sistemi psicologici-spirituali. Lo studio sistematico e approfondito di questo momento iniziale della vita di ogni essere umano ci offre un importante ponte di collegamento tra visioni del mondo e della psiche umana finora inconciliabili.

Il momento iniziale dell’esistenza contiene in sé  il suo scopo finale, così come il seme della nostra individualità porta già in sé lo stesso Albero. La compiutezza di un essere umano non emerge quindi solamente alla fine del viaggio della vita, ma durante tutto il cammino e viene guidata dallo stesso seme che con il tempo si disvela: una sorta di DNA psichico-spirituale. La vita è la condizione naturale e necessaria affinché il seme/individualità di un essere umano si confermi e si compia. Questa idea del seme che contiene in sé l’intero Albero viene definito dalla scienza moderna “ologramma”.

 

 

 

Il pozzo della vita

 

 

Nel mondo ebraico, come in quello greco, il tempo ha due qualità: l’una è quella lineare e ordinaria, relativa alla nostra esistenza mondana, è il tempo cronologico dei greci, Krono: il tempo che fluisce dal passato, attraverso il presente verso il futuro. L’altra qualità si riferisce al tempo del mito che si verifica in ogni istante, è l’eterno presente connesso con quella parte unica  ed irripetibile di noi stessi che procede dal compiuto verso l’incompiuto. E’  il tempo interiore, simile al tempo definito Kairos dai greci, associato all’idea di cambiamento e di opportunità.

Prima ancora della nascita, nel tempo del mito, stando a quanto ci raccontano le nostre tradizioni spirituali, la nostra anima “sceglie” un’immagine mitica, qualcosa come un “schizzo divino” di ciò che poi sarà la sua vita sulla terra, ma l’ingresso nel mondo la fa dimenticare questa  affermazione della propria volontà di essere nel mondo. Avere una potenzialità e non utilizzarla è molto più doloroso di non averla per niente e l’anima soffre per questo oblio e aspira ardentemente a ritrovare se stessa, a esprimere la sua unicità.

Ognuno di noi si porta dentro questo segreto profondo, una sorta di “codice” della propria individualità, “la promessa che il seme fa alla parte più nobile di se stesso mentre ancora si trova agli inizi della vita”, ci ricorda Crivelli: portare a compimento la novità che ognuno di noi rappresenta, ciò che siamo venuti a fare o a dare al mondo con la nostra nascita. La custodiamo nel profondo di noi stessi come un’intuizione etica più o meno nitida, a seconda del nostro stadio evolutivo insieme a quelle nostre caratteristiche irripetibili: abilità, interessi, doti creative, qualcosa di esclusivamente nostro che non sempre siamo in grado di scoprire da soli.

Inizialmente questa aspirazione appare alla nostra coscienza come qualcosa di oscuro, nebuloso, come una forza sconosciuta che dall’intimo ci trascina verso l’ignoto, verso qualcosa che sentiamo di dover afferrare, abbracciare con tutto noi stessi e che allo stesso tempo temiamo per l’immensa forza trascinante. Questo qualcosa di oscuro che possiamo definire come la nostra inconscia identità o la nostra identità spirituale (i “talenti” dei Vangeli), ci chiede la propria realizzazione.

Abbandonarsi a questo richiamo col solo sentimento è considerato da Rudolf Steiner “un atto d’amore” e  “deve essere possibile” , sostiene il padre dell’antroposofia, all’uomo accettarlo, anche se ignoto, prima ancora di poterlo pensare. Questo richiamo dell’Eterno, al quale aspiriamo intensamente di congiungerci, descritto dai mistici di tutti i tempi, viene definito da  Goethe “l’Eterno femminile” e racchiude il senso profondo di tutta la tragedia del Faust.

Quando attingiamo a questa essenza segreta di noi stessi, al “pozzo della vita”, la nostra esistenza acquisisce una maggiore  intensità. Più contatto abbiamo con questa dimensione interiore più i sentimenti e le emozioni si ravvivano, diventano più chiari e intensi e più la vita diventa “degna di essere vissuta”. Ad un certo livello d’intensità possiamo persino riuscire a percepire l’eternità di ogni attimo presente. Durante questo viaggio di ritorno che i cabalisti descrivono come  la risalita dell’Albero della vita, riusciamo a ricordare i tratti del disegno prescelto e a volte anche l’intero contenuto della nostra immagine originaria ed a riappropriarci della chiave del nostro destino.

Attingere dal pozzo della vita è tutt’altro che un’impresa facile, in quanto  il nostro oceano interiore è custodito dai “guardiani della soglia”, che come cerberi minacciosi ci tengono alla larga dalla sorgente preziosa tanto desiderata. “Il pozzo” è la sorgente di tutta la conoscenza alla quale aspiriamo, il luogo dove sono contenute le istruzioni sul come raggiungere il divino dentro di noi. L’acqua che da esso sgorga è simbolo dell’amore e della più profonda esperienza di consapevolezza, gioia e pienezza emotiva, la sola cosa capace di soddisfare  completamente la nostra sete esistenziale. Secondo la Cabalà l’acqua e l’umido hanno la proprietà di “sciogliere” e di “unire”, di riallacciare due cose separate e rappresentano quindi  l’unica forma del sapere  che può  porre fine al nostro sentimento di abbandono e di esilio esistenziale.

 

 

 

 Malkhut

 

Possiamo tentare di comprendere le sefirot dell’Albero della Vita immaginandole come le radici archetipiche della realtà che emanano diverse intensità dell’energia divina. Questi dieci differenti aspetti del divino non rinchiudono ne limitano la complessità del mondo interiore ma ne esprimono contemporaneamente sia la molteplicità che l’assoluta unità, insieme alle infinite potenzialità umane. Ogni sefirot riceve la totalità della Luce “increata” (potenzialità creativa), ma la esprime secondo le caratteristiche che le sono proprie.

L’Albero della Vita viene percorso in salita, dal basso verso l’alto. Il primo gradino dei suoi dieci livelli, Malkhut (il Regno), chiamato anche la prima sefirot, è la creazione stessa, l’immanenza divina. E’ il mondo dell’azione fisica, il punto più basso della creazione che segna l’inizio del cammino di risalita.

Nelle parole di Crivelli: “Malkhut è il ricettore per eccellenza, il vuoto disponibile; il suo colore è il marrone, il colore della terra. In essa ha la sua radice il desiderio di ricevere, una delle due forze fondamentali che animano la creazione”.

Uno dei più importanti concetti della Cabalà, Malkhut è quindi “la stazione finale”, il luogo dove finisce la discesa della Luce nelle tenebre della materia che diede inizio al processo della creazione (la restrizione) e dove può avere inizio il percorso inverso di ritorno al divino. “Agli inizi Malkhut è solamente una sensazione di mancanza, di vuoto, di dipendenza e di passività. Può consistere in solitudine emotiva, o nel cuore spezzato da un amore non corrisposto, nella durezza della povertà o della malattia, nella vicinanza alla morte. È un senso d’oscurità, di sterilità…”. Nello Zohar c’è scritto: “Malkhut non ha nulla di proprio”.

In Malkhut, si trova il concentrato di tutti nostri desideri, dai più egoistici ai più nobili. Il  cammino di risalita dell’Albero della Vita ha inizio quando viene risvegliato in noi il desiderio per la verità e la sete di conoscenza, quando raggiungiamo un determinato livello di saturazione ed insoddisfazione di una vita “in orizzontale”, voltata all’esteriorità, e rivolgiamo finalmente il nostro sguardo verso l’alto. Quando iniziamo appunto a verticalizzare. E’ in questo momento che tutti gli essere umani sono chiamati a riconoscere la propria incompletezza e a trasformare se stessi: ad abbandonare i vecchi desideri e dirigerli verso uno scopo più nobile e degno.

La ricerca di un modo di vivere più appagante,  di  valori e di modelli di comportamento dai quali riusciamo appena ad intuire l’esistenza ci costringe a intraprendere un vero e proprio percorso interiore di uscita dall’oscurità di Malkut verso  i piani più elevati della coscienza, i “mondi spirituali”. Il primo passo da svolgere in Malkhut prima di iniziare la risalita è quindi la scoperta di essere “caduti”, la consapevolezza della nostra condizione di esilio e di abbandono di qualcosa di importanza  vitale. Questo cammino di redenzione può avvenire solamente attraverso lo sforzo e la determinazione di coloro che prendono in mano le redini del proprio destino e  che si sentono corresponsabili e parte attiva nell’opera della creazione.

Anche per Steiner la questione della redenzione è  nello stesso tempo anche la questione della libertà, in quanto per il padre dell’antroposofia ogni  vera redenzione consiste soprattutto nel fatto che il  nostro mondo interiore diventa sempre più forte  e acquisisce una sempre maggiore capacità di manifestarsi in tutti i settori della vita. Afferrare qualcosa “al buio” e affermarlo nel mondo attraverso la costruzione del nostro divenire significa, in un certo senso,  proseguire, in noi stessi, l’opera della creazione. Questo impulso dell’anima  non appartiene solo  ai grandi artisti, ma come sostiene Aldo Carotenuto,  può rendere ognuno di noi appunto “creativo”.

Ciò che Jung definisce processo di individuazione è, nel contempo, un processo di unificazione non solo con se stessi, ma con la Natura “nel suo complesso” compreso l’umanità di cui l’uomo è parte. Morire a noi stessi per divenire germoglio: “risuscitare” ad una coscienza totalmente nuova significa proprio questa unione, significa entrare nella dinamica del divenire, della totalità. E’ questa la “legge del seme”, affermarla è la più autentica esperienza della libertà. Le forze che sorreggono questo moto propulsivo dell’anima  corrispondono, in ambito individuale, alle stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. In questo caso ogni arbitrio, ogni scelta, desiderio o immaginazione in un certo senso perdono di significato e lasciano il posto a ciò che Steiner chiama Necessità. Ciò che rimane è Necessità,  è il Dio-Natura dei cabalisti.

 

 

 

 

L’emozione della verità

 

 

Una delle prime sorprese che ci colpiscono quando ci addentriamo nello studio della Cabalà è che secondo questa antica saggezza la verità, così come la falsità, appartengono alla sfera emotiva: esiste un’emozione che chiamiamo verità e un’emozione definita falsità. Non esistono nella Cabalà regole razionali-filosofiche per discriminare il vero dal falso, diversamente da tutti quei concetti ed astrazioni  a cui siamo abituati. Tutta l’attenzione in questo senso viene rivolta, più semplicemente, a “come ci sentiamo” quando ci accostiamo all’uno o l’altro di questi opposti. Si sottolinea in particolare la nostra “vibrazione interiore”: da come vibriamo interiormente, possiamo riconoscere l’appartenenza o meno di qualcosa alla nostra essenza umana, alla verità. Questa capacità di discernimento diventa sempre più forte e immediatamente riconoscibile nella misura in cui ci addentriamo nello studio “di noi stessi” attraverso la Cabalà fino al punto di diventare molto spiacevole la presenza di qualcosa – parole, persone, situazioni – che non riconosciamo come veri . Annick de Souzenelle distingue nettamente ciò che appartiene ontologicamente (“per natura”) all’essere umano dalla “tunica di pelle”, la seconda natura dell’uomo, aggiunta dopo l’esilio.

Stradivari, il famoso liutaio, amava tanto  la sua “materia prima” che si faceva tagliare il legno che usava per i suoi magnifici violini in una determinata notte dell’anno, “la notte in cui gli alberi cantano”. La vera conoscenza è l’ascolto di questo canto della Natura, è apertura incondizionata all’anima del mondo. Il riconoscimento dell’“emozione della verità” passa attraverso la nostra capacità di sentire, di  sorprenderci  e  meravigliarci di ciò che ci circonda. La  verità, vista in questo modo, è inscindibile dall’amore e, come sottolinea Crivelli, dev’essere, un’emozione altrettanto intensa quanto quella provata in un rapporto sessuale, compreso il “come ci si sente dopo l’atto, nel momento o nei giorni successivi”.

Profeta  è “colui che vede i cieli aperti” nel senso del vasto cielo interiore. Solamente nel profondo dalla  nostra interiorità/corpo, al di là delle nostre corazze difensive, possiamo percepire la vita che pulsa e vibra dentro il nostro petto, le emozioni più intense e nobili, l’animo dell’artista, l’intuizione, la profezia. E’ lì, in fondo al petto, che viene custodita in ognuno di noi l’immagine divina. Riconoscerla implica spogliarci dalla “tunica di pelle” e attingere alla nostra natura originaria.

Adam Qadmon – una delle entità più elevate della cosmogonia cabalistica – è l’Uomo assoluto, dal quale veniamo e verso il quale tendiamo e il racconto biblico  della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto è la storia dell’inizio di questo percorso dell’intera umanità e di ognuno di noi che cerca la propria libertà.

I problemi che la vita attualmente ci chiama ad affrontare ci obbligano a uscire dall’Egitto interiore e ad operare questa “verticalizzazione”, alla ricerca di quell’altro lato di noi stessi che  è stato abbandonato. La “tunica di pelle” di cui parla Souzenelle è la nostra impermeabilità a questa consapevolezza.  Spogliarsi da essa significa uscire dall’illusione che ci rende  sterile e andare verso la vita, percorrere un cammino di fecondità alla conquista della “veste di Luce”.

Il mondo divino non muore mai e i suoi archetipi (le sefirot dell’Albero della vita) attendono sempre di essere riscoperti ed onorati, nel silenzio del nostro raccoglimento, in tutto il loro splendore. A volte, nel tentativo di farsi sentire, ci trascinano ben oltre i confini di ciò che conosciamo come “noi stessi”, al di là di ogni bene e di ogni male. E’ lì che giace, vivo più che mai, l’Eterno Mistero. Comunque lo definiamo: il Pardes, il giardino dell’Eden o il nostro “femminile ombra”,  questo mistero che ci abita, nascosto nelle profondità del nostro mondo interiore, contiene il segreto del nostro unico Nome e della Vita che pulsa in noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stanislav Grof tra psicologia del profondo e Cabalà

Stanislav Grof tra la psicologia del profondo e la Cabalà

La re-visione e il reincanto della psicologia

di Virginia Salles, Roma

 

Sono nata in Brasile. Quel che più  colpisce lo straniero che arriva da quelle parti è la percezione di una natura più forte dell’uomo, una natura che in un certo senso lo “sovrasta”. natura che si trova anche dentro di noi: il nostro mondo interiore, l’inconscio con i suoi archetipi. Nell’ambito del Candomblè (religione afro-brasiliana), le forze della natura sono divinità che durante gli stati di trance si impossessano degli elegun (gli iniziati), li “cavalcano” e comunicano così con i mortali, portano benedizione, grazia, insegnamenti, medicine per il dolore etc… Qui si tratta di una religione molto primitiva, in che senso intendiamo oggi la parola “religione”? Cosa significa “essere religioso”?

Generalmente consideriamo la persona religiosa come quella persona credente in Dio e che, come conseguenza della propria fede, sia anche una persona dotata di una coscienza etica. Questa definizione trascura però qualcosa di essenziale, la dimensione intrinseca del sentimento religioso: il fatto che questo non è fondato su un “concetto” (razionale) di Dio. Più che di religione quindi, come siamo abituati a intendere, sarebbe meglio parlare di “esperienza religiosa” e ciò che conta non sono le concezioni razionali che ne derivano, ma  l’esperienza umana che genera tali concezioni, in particolare nei suoi aspetti di catalizzatore di trasformazioni profonde dell’essere umano: un’esperienza di trascendenza che, tradotta in linguaggio psicologico, significa l’abbandono della prigionia dell’ego e dell’identificazione con il proprio corpo – di quel sentirsi incapsulato nella “tunica di pelle”, per usare il linguaggio cabalistico. Di solito questo tipo di esperienza “oltre i confini” viene definita “Dio”. Le differenti interpretazioni che vengono date di tipo filosofico o religioso riguardano solamente il contesto nel quale viene elaborata; nella loro essenza questi vissuti sono molto simili sia che contengano o non un concetto di Dio.

Questo tipo di esperienza viene descritta nella letteratura mistica cristiana, ebraica, musulmana e anche nel buddhismo zen. Al di fuori del contesto religioso fu descritta da studiosi come C. G. Jung (in particolare nel suo “libro rosso”), Stanislav Grof, Ken Wilber, Roberto Assagioli, Rudolf Steiner, Benedetto Spinoza, Erich Fromm etc…

Noi viviamo contemporaneamente in due dimensioni di comprensione e di conseguenza in due ordini di realtà. William James parla di un “velo leggerissimo” che separa il nostro normale stato di veglia da altre forme potenziali di coscienza. Secondo James, possiamo vivere un’intera vita senza nemmeno sospettarne l’esistenza, ma è sufficiente uno stimolo appropriato per svelare queste altre forme di realtà in tutta la loro vastità.

Giorgio Albertazzi, presente al convegno sulla comunicazione del C.S.P.L. nel 2005, raccontò il suo incontro con Jung che avvenne nella sua casa di Zurigo. Mentre passeggiavano insieme in giardino, Jung, fermatosi ad un certo punto dinanzi ad un muretto, gli disse: “quando cade il muro, non aver paura: guarda!”. Parole queste che, secondo l’attore fiorentino, lo hanno segnato per tutta la vita!

Quando questo “muro cade” o il velo si squarcia, ciò che percepiamo “al di là…”, sta all’origine delle grandi filosofie, delle religioni e di molte opere d’arte e da sempre ha rappresentato una fonte di nutrimento interiore e di significato per tutta l’umanità. L’uomo ha sempre cercato attraverso varie modalità di attingere a queste dimensioni al di là della realtà ordinaria, di attivare questo tipo di esperienza all’interno di contesti molto spesso considerati sacri.

Uno di questi mezzi è l’ayahuasca: una pianta “sacra” che si trova in Amazzonia il cui infuso viene ingerito dagli indios per indurre stati di trance. Chiamata anche “la liana dei morti” – in quanto provoca una trance di tipo medianico (l’ingresso nel regno dei morti) – viene ingerita all’interno di un contesto religioso: Il Santo Daime. Questa sostanza, ad un certo punto, sfuggì al contesto rituale e fu utilizzata da persone curiose che la volevano sperimentare. Emersero molti problemi legati al fatto che queste persone non erano pronte a vivere ed elaborare le esperienze che venivano attivate. Per fare fronte all’opinione pubblica che esigeva la proibizione dell’ayahuasca, lo Stato brasiliano ha finanziato un importante lavoro di ricerca sulla popolazione dell’Amazzonia che la utilizzavano  all’interno del contesto rituale. I risultati furono sorprendenti: queste popolazioni risultarono, rispetto alla media, meno aggressive, meno competitive, più creative e tendenti a stabilire relazioni interpersonali armoniche. Dinanzi a questi risultati l’attuale legge brasiliana a riguardo permette l’uso dell’ayahuasca, ma solamente all’interno del rito: il  Santo Daime.

Il contesto sacro funge da contenitore e dona significato all’esperienza, favorisce l’elaborazione dei vissuti e l’evoluzione della coscienza. Di seguito l’esperienza olotropica di “Giacomo”, 36 anni, dipendente da alcol e cocaina:

“La mia prima visione è stata di un organo umano insanguinato (cervello). Dopo appare l’immagine di un’eclisse solare (piena) che mi turbava e infastidiva…  Allora ho iniziato a imprecare e poi, vedendo che non spariva, ho iniziato a pregare. L’eclisse piena è passata ad una fase dove si vedeva soltanto uno spicchio di sole e a questo punto sono iniziate le “apparizioni”: Buddha, Maometto, la Madonna, il dio a forma di elefante e altri ancora…e sapevo che avrei dovuto continuare a pregare per fare evolvere le cose.

Ad un certo punto dalla mia pancia ho sentito una forza che saliva verso l’alto, opprimendomi i polmoni, l’ho lasciata salire ed ho sentito il bisogno di massaggiarla, il che ha provocato un grande benessere, che non so descrivere, in tutto il mio corpo e allora ho sentito che non dovevo pregare più perché io ero la Madonna, Buddha, Maometto e loro erano me, e non solo: io ero “Tutto”: Aria, Acqua, Terra, Cosmo, il Male, il Bene, la Gioia e il Dolore. E la cosa strana è che non c’era niente da capire, perché da qualche parte dentro di me già lo sapevo. C’è una legge semplice e naturale che è scritta dentro di noi. Così deve essere, così è stato e così sarà per sempre.

Ho cercato di descrivere a parole tutto quello che ho provato, ma è molto complicato, solo se un giorno riuscirete a provarlo, capirete che ho ragione perché tutto questo è dentro di voi, è dentro a tutto ciò che esiste e non c’è niente da capire, è tutto già scritto in qualche legge universale.”

L’ esperienza olotropica di Giacomo è stata elaborata all’interno della visione buddhista. Lui abbandonò qualsiasi tipo di dipendenza e abbracciò la fede buddhista, ma potrebbe essere elaborata all’interno di un’altra religione o di una visione laica del mondo che comprenda la dimensione spirituale dell’esistenza.

Molti studiosi dei più svariati campi del sapere (da Jung a Grof, Wilber, Laszlo, Goswami e alcuni cabalisti) stanno gettando le basi per un rinnovamento filosofico degli attuali paradigmi culturali ed etici. I principi fondamentali di questo rinnovamento epocale giacciono già, spesso sopiti, nell’intimo di ognuno di noi e si basano sulla trascendenza di tutto ciò che nel corso del tempo ci siamo abituati a chiamare “religione”: l’eredità culturale delle nostre tradizioni spirituali non potrà più essere interpretata nei termini autoritari dei dogmi religiosi tradizionali, ma nel senso di un fattore spirituale di civiltà, elemento catalizzatore di conoscenza, di espressione artistica e di Bellezza, nel senso più ampio della parola.

 

Qui si tratta di andare oltre la psicologia come la intendiamo, è come se la psicologia dovesse varcare il suo Rubicone. La re-visione e il reincanto della psicologia passa, attraverso Grof, verso qualcosa come la ricerca del “fondamento universale”, quel fattore spirituale che ci riporta a noi stessi e allo stesso tempo unisce e trascende le religioni. Penso che la Cabalà ci offra una visione del mondo che soddisfa queste attuali esigenze della psicologia. La lettura delle  opere cabalistiche catalizza il processo di ricerca interiore ed apre la via verso una coscienza più vasta e più completa.

Durante le esperienze iniziatiche appartenenti a differenti tipi di tradizioni spirituali, c’è un lasso di tempo che intercorre tra i vissuti iniziali di morte e distruzione del mondo  e il successivo rinnovamento: la rinascita. La persona “in travaglio spirituale” smarrisce in quel momento tutti i punti di riferimento e resta presa in una morsa. È un momento d’impasse nel quale “l’iniziando” non può più conformarsi al suo  vecchio modo di  essere-nel-mondo, che non gli appartiene più, ma non ha ancora trovato i nuovi valori né una visione del mondo che gli permetta di costruire un nuovo e più ampio progetto di vita: l’iniziando si trova a questo punto sulla soglia dell’iniziazione e nei contesti iniziatici tradizionali vengono  impartite precise istruzioni  per superare alcune “prove” che dovranno essere affrontate per giungere alla naturale vita dell’anima. Le prove generalmente sono tre: la prova del fuoco, la prova dell’acqua e la prova dell’aria.

L’esperienza vissuta da Maurizio, 44 anni, durante una seduta di respirazione olotropica

da lui intitolata “le poltrone della conoscenza” sembra in qualche modo relazionata con quanto descritto:

 

Sono in un luogo privo di riferimenti fisici, forse la cima di un monte, tra le nuvole, forse il monte Athos. Cammino nell’assoluta mancanza di particolari riconoscibili, in un luogo (o meglio un non luogo) fatto di luce bianca. Ad un certo punto vedo una sedia di granito, grande e massiccia. Un uomo anziano mi spiega da lontano (è a circa 10 metri da me e non si avvicina mai), che sono arrivato alle tre sedie della conoscenza. Io guardo meglio e vedo che più in là ci sono altre due sedie uguali, ben distanziate tra loro. L’uomo mi spiega che per arrivare alla conoscenza avrei dovuto sedermi su tutte e tre e che le sedie non sono uguali tra loro: la prima è la sedia dell’acqua, la seconda del fuoco, la terza la sedia della luce.

Senza indugio accetto di sedermi e comincio dalla prima sedia, quella dell’acqua. Affronto questa cosa nell’assoluta ignoranza di quello che mi sta per accadere. Nell’istante stesso in cui mi siedo mi trovo in un mondo subacqueo vastissimo e apparentemente senza confini (senza alcuna possibilità di trovare aria!). Mi spavento moltissimo e inizio a soffocare, subito capisco che morirò e che non posso fare niente per evitarlo. Ed infatti accade: muoio. Ma la morte dura un istante e subito mi accorgo che è come se avessi subito una trasformazione, ora posso respirare l’acqua. Mi prende un stato di euforia fortissimo e non riesco a trattenere le risa. Inizio a nuotare come un pesce e a respirare e mi muovo liberamente intorno abbandonando la sedia. Nel mio girare libero arrivo davanti alla sedia del fuoco. Questa mi intimorisce molto. Sia perché ho capito che mi aspetta una nuova morte sia perché mi prende una paura fortissima, paura di dover, con la morte, lasciare tutto quello che conosco, che amo, che mi sta intorno. Piango moltissimo e non riesco a prendere la decisione di sedermi. È come se questa volta sapessi che dovrò rinunciare a tutte le certezze che ho e la paura di questo mi attanaglia.

Decido di legarmi alla sedia perché dubito della mia forza, in questo momento sono molto debole e spaventato. Appena mi siedo appaiono degli anelli metallici che mi imprigionano i piedi e i polsi e, in un istante, il fuoco mi avvolge ed io sento il mio corpo fondere completamente. Ma anche questa volta la morte dura un istante e subito inizio a sentire di nuovo il mio corpo e mi meraviglio di poterlo toccare, mi tocco le mani, il viso, il petto e sono stupito di poterlo fare, un istante prima avevo sentito la mia carne sciogliersi. Ora non ho più paura di niente.

Guardo la terza sedia e le giro intorno. Più la guardo e più mi accorgo di non capire cosa sia e passo molto tempo a cercare di immaginare qualcosa, a cercare un indizio, anche solo un pensiero che mi renda tutto più chiaro…ma niente, continuo a non capire, è come se fosse una cosa che non si può capire. Non resta che sedermi sulla terza sedia.

Così mi siedo e… in un istante, con un lampo di luce sparisce tutto, io, la sedia, le mie domande, le risposte che cercavo, niente esiste più, ho la percezione del nulla più assoluto e questo non è bello né spaventoso, è NULLA. O forse tutto. E non serve più niente, e nulla viene dopo questo, forse proprio perché  è già TUTTO!

E’ molto pericoloso voler riportare questo tipo di esperienza al livello delle categorie di una coscienza ordinaria, chiuderla nei nostri schemi concettuali. Questo tipo di esperienza appartiene alla trascendenza e richiede urgentemente una revisione dei nostri concetti fondamentali, richiede un’altra visione del mondo!

Trascrivo di seguito un brano dell’esperienza olotropica di Giorgio scritta di suo pugno:

 Il corpo vibra lievemente; inizia il mio solito formicolio nelle mani e poi il vortice nero che mi trasporta in basso…giù, giù…sempre più in basso.

D’improvviso, mi trovo in uno spazio sconfinato, lungo un costolone di montagna con due enormi dirupi a destra ed a sinistra; il sentiero davanti a me è strettissimo ed ho paura di cadere, in fondo all’altro lato di questo stretto camminamento, vedo una sagoma femminile…non la riconosco subito, ma intuisco che è lei, il mio antico amore.

 Lei mi invita a raggiungerla con gesti ammiccanti; sorride, alza il vestito e mi mostra il suo corpo nudo, poi si ricompone. Inizio a camminare ma ho paura; allora provo a muovermi carponi con le ginocchia e le mani lungo il costolone di montagna ma non riesco ad avanzare…vado avanti e poi mi ritraggo. La paura è troppo forte, scivolo verso il dirupo di destra e poi verso quello di sinistra. Torno indietro e mi rialzo.

Mi accorgo che lungo le coste scoscese della montagna avanzano migliaia e migliaia di enormi insetti neri, sono minacciosi, vogliono impedirmi di arrivare a lei, vogliono forse mangiarmi o farmi cadere…ho paura, torno indietro. Forse corro.

All’inizio del percorso c’è una piccola piazzola di terra in piano ed io lì mi distendo per prendere fiato. Sono stanco, ma vorrei raggiungere lei ed abbracciarla.

Provo a rialzarmi e mi accorgo di non riuscire; per quanti sforzi faccia riesco ad alzare solo il busto, ma le mie gambe rimangono distese a terra e pesano, sono doloranti.

 Mi trovo ora di nuovo sul costolone della montagna, guardo davanti a me e lei non c’è più…non la rivedrò mai più. Eppure devo andare dall’altra parte…come fare? Ci sono! Ora provo a volare!! Comincio a muovere le braccia lentamente verso l’alto e verso il basso come se fossero ali. In effetti ho poca fiducia che ci riesca ma…ecco…ecco… VOLO!!!!!!!! Guardo verso il basso e vedo la montagna con lo stretto percorso, le chine ripide senza più insetti; vedo enormi distese di campi a perdita d’occhio: è un spettacolo bellissimo. Il giorno volge al termine e il sole sta tramontando, è quasi sera. Sono esausto, voglio riposare.

Sono di nuovo disteso e consapevole di essere nella stanza di Trastevere, sul materassino. Mi accorgo con stupore di fondermi con tutto ciò che mi circonda; tocco il lenzuolo e SONO il lenzuolo… SONO il cuscino… SONO il materassino… SONO il pavimento… SONO il muro… SONO la musica, l’aria… SONO IL MONDO.

Mi pervade una grande serenità, sorrido. Non avevo mai provato tanto… 

 

Questa è un’altra esperienza di Unione. Questi vissuti sono accompagnati da intense emozioni che influenzano profondamente il respiratore ed a volte trasformano definitivamente la sua visione del mondo.

San Giovanni della Croce ha descritto così il suo viaggio dopo aver attraversato la notte più nera: “Mio il sole, mia la luna, mie le stelle, mia la madre di Dio, mie tutte le creature”. Anche San Francesco d’Assisi descrive ogni elemento della Natura come intimamente suo: fratello sole, sorella Luna e le stelle, fratello vento, fratello fuoco, sorella madre Terra. Queste parole appartengono ad una categoria di esperienza che sfugge totalmente a qualsiasi interpretazione (psicoanalitica o altro), perché sono il frutto di un percorso evolutivo che va oltre la visione della psiche tradizionale, sono il frutto di un’esperienza mistica che non è altro che una visione più ampia e più profonda della realtà in cui viviamo.

Secondo Michel Laitman uno dei grandi problemi del nostro mondo attuale è che non riusciamo a percepire quanto siamo collegati e continuiamo a comportarci come se fossimo “separati”. Per Laitman la nostra attuale situazione globale è caratterizzata da un grande paradosso: da un lato la nostra profonda connessione ed interdipendenza tramite la globalizzazione, dall’altro una sempre maggiore alienazione degli uomini, gli uni nei confronti degli altri. Mentre ci siamo sempre più “globalizzati”, siamo diventati allo stesso tempo, sempre più narcisisti, ma in realtà noi “siamo tutti nella stessa barca” e nel sistema integrato della nostra attuale comunità globale, il nostro stesso destino dipende dal nostro comportamento e dalle nostre azioni verso gli altri.

Esperienze come quelle di Giorgio, Giacomo o Maurizio durante le r.o. possiedono un importante significato e, direi anche, “potenziale” ecologico, nel senso che ci riportano alla Natura e ci rendono consapevoli della nostra profonda connessione, ma sono anche esperienze portatrici di conoscenze  di tipo filosofico e religioso (nel senso descritto prima).

Da molti anni faccio gruppi di r.o. ed in tutto questo periodo ho riflettuto su come fare in modo che le esperienze vissute non rimanessero un semplice assaggio del mondo interiore o il cosi detto “turismo spirituale”, ma diventassero qualcosa come  l’inizio di un vero e proprio percorso di trasformazione interiore. Ma non sempre accade. Ho pensato ad una cornice di riferimento molto ampia che stimolasse ed allo stesso tempo favorisse un percorso di crescita interiore anche per chi non fosse disponibile a seguire un credo religioso. Una visione del mondo che fosse ampia e profonda ma non necessariamente “religiosa”.

Ho trovato per caso, in una libreria in Brasile, un libro di  Cabalà e da allora sono stata, come dire… rapita! Lo studio della Cabalà non è uno studio nel senso che siamo abituati a dare a questa parola, ma è qualcosa di prevalentemente emotivo, è un po’ come “essere innamorata”, ma che allo stesso tempo offre la cornice più ampia che abbia mai incontrato per comprendere, anche razionalmente, tutte quelle esperienze del mondo interiore così difficili di esprimere. Lo studio della Cabalà può contribuire enormemente ad un allargamento di prospettive, alla revisione ed al re-incanto della psicologia.

Le conoscenze cabalistiche sono tramandate da millenni “da bocca a bocca” a pochi iniziati, ma è solo recentemente la Cabalà si sta rivolgendo a tutto il mondo attraverso i più moderni e popolari mezzi di comunicazione. La ragione di questa “apertura” delle conoscenze cabalistiche è che siamo oggi sempre più consapevoli dei suoi principi fondamentali: la “globalizzazione”, l’unità e indivisibilità della Natura, la profonda connessione tra gli esseri umani.

Secondo quanto ci raccontano i cabalisti, all’origine dei tempi, Dio si è contratto, ha ristretto la sua esistenza fino a creare un punto vuoto, “oscurato” dalla Luce divina. Da questo punto di oscurità nacque tutto ciò che conosciamo come mondo: la materia, il tempo, lo spazio, l’universo infinito. Per occultare la Luce divina furono innalzati dieci veli: le dieci sefirot o livelli  dell’occultamento, al punto tale che non siamo più consapevoli delle nostre origini divine. A questo moto divino viene dato il nome di Tzimtzum, o “la contrazione”.

Adam Qadmon – una delle entità più elevate della cosmogonia cabalistica –  è l’Uomo Assoluto, l’uomo originario, dal quale veniamo e verso il quale tendiamo. Il percorso dell’intera umanità e di ognuno di noi verso la conquista della nostra natura originaria viene espresso  nella tradizione ebraica attraverso il racconto biblico della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto: l’archetipo della ricerca della libertà. Adam è l’umanità intera, siamo noi, è ogni essere umano custode del “seme segreto” e assetato di verità.

Nella visione della Cabalà, l’inconscio è ciò che è rimasto nascosto, è il “non compiuto”,  uno spazio sconfinato carico di energia e potenzialità che gravita intorno al  nucleo centrale della nostra personalità (il “Sé” di Jung). E’ il polo femminile dell’essere in senso archetipico e la nostra lontananza da questa nostra dimensione più autentica viene rappresentata nel mito di Adamo ed Eva come “la caduta”. In ambito cabalistico questo stato decaduto nel quale ci troviamo viene definito “la condizione d’esilio”,  una condizione di  abbandono di noi stessi. Il dramma umano è quello di aver, in un certo senso, accettato come “normalità” questa condizione di alienazione esistenziale. Prendere coscienza di questo stato di esilio significa metterci alla ricerca della via di ritorno per “riannodare i lacci” , o “costruire  ponti”, tra questo nucleo eterno e la nostra personale interiorità.

Il mito di Adamo ed Eva scacciati dal Giardino dell’Eden, l’archetipo dell’abbandono, si riferisce alla condizione di esilio nella quale, secondo la Cabalà, si dibatte e soffre  l’intera umanità. I cabalisti ci invitano ad un viaggio di ritorno e ci parlano di un “segreto” esistenziale molto importante: questo segreto è la “Via all’albero della vita”, la conoscenza del nostro mondo interiore, quell’altro lato di noi stessi che in psicologia chiamiamo “inconscio”, nei suoi vari livelli di profondità descritti dalla psicologia transpersonale e dalla Cabalà: personale (Freud), collettivo-archetipico (Jung), profondo-spirituale (transpersonale). L’Eden, il nostro paradiso perduto, non può che rappresentare un profondo stato di coscienza: la pienezza e l’armonia ritrovate nel contatto con il mondo divino in noi.

Lo studio della Cabalà è in realtà l’ascolto e l’osservazione approfondita della Natura e dei suoi segreti, alla ricerca delle tracce della memoria divina incise nelle cose del mondo: quei messaggi silenziosi rivolti a chi ha occhi per vedere, orecchie per ascoltare e cuore per sentire. Attraverso lo studio della Natura, i cabalisti cercano di rintracciare le leggi ontologiche, universali con cui Dio ha creato il mondo.

Il nome di Dio, nella Cabalà, è troppo potente per essere pronunciato (a parte nel Chassidismo). Quando i cabalisti parlano di D-O, o del Boré non si riferiscono al Dio così come siamo abituati ad intendere, ma alla Natura in un senso molto ampio. Infatti la parola Natura in ebraico ha lo stesso numero ghimatrico di uno dei 72 nomi di Dio e rappresentano, per un cabalista, la stessa cosa. “Le Leggi di Dio” e “i Comandamenti della Natura” quindi nella Cabalà si equivalgono.

Anche l’utero, come ogni aspetto della natura nella Cabalà, ha il suo segreto che è quello di essere un recipiente rovesciato, un recipiente molto importante che contiene la vita umana a la traghetta verso il mondo.  Nei recipienti che si trovano in natura di solito il fondo si trova in basso e l’apertura in alto, ma il recipiente “per eccellenza” in Natura è capovolto.  Riflettere su questo paradosso della creazione ci fa venire in mente l’opus contra naturam di cui parla Jung: la vita umana deve superare la sua stessa natura se vuole proseguire la sua evoluzione.

Esiste una recente teoria embriologica secondo la quale il seme, nel ventre materno, ha memoria cosmica: egli sa, ma il grido del neonato che è la sua prima espirazione, segnala la morte del feto e la nascita dell’uomo. Questo trauma respiratorio della nascita (che è anche morte),  spinge questa memoria nelle profondità dell’inconscio  – infatti il timore di lasciare andare l’espirazione “fino in fondo” e quindi “morire” sussiste, secondo Reich, in tutte le nevrosi.

L’utero viene considerato nella Cabalà, così come nel pensiero di Grof, un portale, una “doppia porta”: la porta della nascita fisica attraverso la quale il nascituro viene alla luce, ma anche la porta tramite la quale l’essere umano accede ai segreti più reconditi dell’esistenza, per poi ritornare indietro e portare avanti il proprio compito sulla terra: la porta della rinascita spirituale.  Una sorta di finestra aperta verso il nostro cielo interiore, dalla quale proviene l’energia vitale che accende la nostra consapevolezza e che può operare radicali cambiamenti in noi stessi e nelle nostre vite. Secondo la Annick de Souzenelle “la grandezza dei misteri dell’antico e nuovo testamento consiste essenzialmente nel fatto che l’uomo deve sposare la madre delle profondità, di cui ogni madre biologica è simbolo, prima di essere elevato verso il Padre”. Si tratta della via femminile alla consapevolezza, la via descritta da Grof (la via maschile è stata descritta, per esempio, da Wilber).

Secondo la Cabalà è nel  respiro e nel sangue che accade il più grande mistero divino-umano: è lì che Dio si innesca nell’uomo. Il pensiero di Grof sulla respirazione e sulla nascita rappresenta un importante Link tra la psicologia del profondo di Jung e i grandi misteri umani-divini descritti nella Cabalà. Il contributo di  Grof, il suo studio sistematico e approfondito di questo momento iniziale della vita di ogni essere umano, ci offre un importante ponte di collegamento tra visioni del mondo e della psiche umana finora inconciliabili. Anche secondo la Cabalà l’uomo deve ritornare seme: colui che si rifà  volontariamente e coscientemente seme (l’utilizzo della respirazione appartiene a questa via), colui che “sposa la madre e penetra nelle tenebre dell’inconscio”, rompe il sigillo della memoria e riscopre la conoscenza. Giunge così al centro di se stesso e della stessa Vita.

Per i Cabalisti L’opus contra naturam (di cui parla Jung), ciò che dobbiamo “capovolgere”, superare, della nostra stessa natura e che richiede un atto di volontà, riguarda il “desiderio di ricevere” che caratterizza l’essere umano, in opposizione al “desiderio di dare”, che ci connette gli uni con gli altri e con la totalità. Infatti  tutte le religioni del mondo e, la Cabalà in particolare, hanno come moto principale: “ama il tuo prossimo come te stesso”. Questa frase va oltre qualsiasi discorso religioso o etico, è una legge della Natura, ma soprattutto una legge di sopravvivenza. L’alienazione da questa legge universale che i cabalisti chiamano “la legge della dazione” ha generato la nostra attuale “malattia sociale” i cui effetti devastanti si trovano dinanzi ai nostri occhi: l’escalation di isolamento e distruttività a livello individuale e collettivo.

“L’intenzione di dare”, di soddisfare il desiderio di un’altra persona trascende il nostro abituale modo di percepire “il nostro spazio” ed il “nostro tempo” e ci trascina al di là della “separatezza” e di tutte le limitazioni esistenti nel nostro mondo ordinario. Mentre il piacere egoistico è limitato ai nostri confini personali e si esaurisce appena il desiderio viene  appagato, il “piacere di dare” può essere inesauribile in quanto è collegato alla moltitudine degli esseri umani. “Entrare nel mondo spirituale” per la Cabalà significa raggiungere proprio questo piacere senza limiti, qualcosa che va molto al di là dei nostri confini abituali. Trascrivo in seguito un brano tratto da un racconto di Roland Kubler basato sui principi cabalistici intitolato Il paradiso e l’inferno:

Un viandante si rivolse ad un saggio e gli chiese di spiegargli la differenza tra l’inferno e il paradiso. Il saggio lo condusse attraverso un sentiero tortuoso e pieno di sassi, completamente coperto di edera selvaggia e felci rigogliose fino all’ingresso di una grande grotta dove si trovavano migliaia di uomini. Il viandante rimase colpito dall’ascolto delle urla terrificanti e della visione di esseri umani che, con lunghi cucchiai in mano, si rotolavano per terra in preda alla fame e al dolore. Oppure si accalcavano attorno ad un grande pentolone che si trovava sul fuoco, al centro della caverna. Nel pentolone bollivano pietanze dal profumo invitante ed il viandante viene preso dai morsi della fame mentre, con gli occhi sbarrati e pieni di curiosità, osserva la scena.

Il saggio si teneva appoggiato alla parete rocciosa che delimitava un lato del sentiero e osservava attentamente il suo compagno. Finalmente quest’ultimo si volta verso di lui: “non capisco… perché quegli uomini urlano così tanto?” Mentre con brutale violenza, tra le urla, questi lottavano tra di loro per un posto vicino al pentolone. Una volta pieni, i cucchiai erano  però troppo lunghi o forse erano troppo corte le braccia, per portare alla bocca il cucchiaio. Nonostante si allungassero e riprovassero continuamente, nessuno riusciva a portare il cibo desiderato alla bocca, spalancata  per la fame.

Quando il viandante vide tutto questo, si spaventò. “E’ tremenda la sofferenza che sono costretti a patire questi uomini. E’ davvero l’inferno.” “Si” mormorò il saggio, che ora non sorrideva più, “e la cosa più tremenda è che questi uomini sanno perfettamente quello che fanno”. “Ma proseguono. Voglio farti vedere il paradiso”.

Il viandante fu ben contento di seguire il saggio. Lungo il sentiero che attraversava la montagna, udirono ancora per molto tempo i lamenti e le grida di dolore degli uomini affamati. Poi finalmente, lo stretto sentiero si allargò e si trovarono in una grande caverna del tutto identica alla precedente. Anche qui c’erano migliaia di uomini ed in mezzo alla caverna si trovava un pentolone. Al viandante sembrò che vi stessero cuocendo le stesse squisite pietanze e anche lì gli uomini portavano in mano gli stessi lunghi cucchiai, troppo lunghi per poter potarli in bocca.

Il saggio, che seduto su una grossa pietra vicino all’ingresso della caverna, guardava la scena e sembrava ne gioisse, disse voltandosi verso il viandante, “è come nella prima caverna: la pentola sul fuoco, la folla di uomini e i cucchiai troppo lunghi, ma con alcune differenze: gli uomini sono tranquilli e sembrano sazi, parlano tra di loro e regna la pace”. “Cosa è successo?” chiede il viandante. “Guarda!” Il saggio gli indica la pentola dalla quale chiunque può prendere indisturbato la sua porzione e la cosa più sorprendente era che, con il cucchiaio lungo l’uno nutriva l’altro: gli uomini avevano finalmente imparato a nutrirsi a vicenda. Ecco il segreto del paradiso!

La Cabalà, come già detto, è uno studio molto approfondito della Natura alla ricerca delle Leggi divine. Una Legge divina che riguarda gli esseri viventi è che ogni parte di un organismo (per esempio le cellule), deve svolgere “il proprio compito” in relazione alla totalità dell’insieme al quale appartiene. In Natura tutto ciò che vive, tranne gli esseri umani, si comporta come se avesse questo innato senso di appartenenza ad una totalità più ampia: nell’organismo sano le cellule  collaborano le une con le altre, sostenendosi reciprocamente. Se non obbedissero a questa legge naturale,  le cellule entrerebbero in conflitto e combatterebbero le une contro le altre, “ognuna per sé”. E’ questo squilibrio all’interno di un organismo vivente che da origine alla malattia cancerogena: le cellule cancerose combattono fra loro per prendere il massimo dell’ossigeno e degli elementi nutritivi per se stesse, provocando la propria distruzione insieme all’intero organismo che le ospita.

Agire in sintonia con la natura, al di là della nostra tendenza all’egoismo,  richiede la capacità di scegliere consapevolmente le nostre azioni. Il concetto di  libero arbitrio, per la Cabalà, significa proprio questa libertà implicita nella scelta di “dazione” e la consapevolezza l’accompagna. Questa libertà e consapevolezza trasformano l’essere umano al punto di rendere quello che inizialmente fu un “atto di volontà”, una scelta del tutto naturale, l’unica scelta autenticamente umana.

In realtà esistono circa una dozzina di Cabalà, purtroppo molto spesso in lotta tra loro per affermare la propria verità. Alcune mettono in risalto un determinato aspetto della tradizione cabalistica piuttosto che un altro, ma tutte sono estremamente ricche e profonde. Un buon criterio di scelta del cabalista di riferimento, a parte l’empatia immediata, potrebbe essere il fatto che “il maestro” non si consideri il detentore unico della verità, ma continui la sua ricerca interiore con rispetto ed apertura a tutte le altre forme di conoscenza e di percorsi spirituali. Il cabalista moderno e illuminato cerca di integrare  l’anima ebraica e l’anima universale ed è oggi alla ricerca di ciò che Crivelli definisce “la via universale alla consapevolezza”: la “supersimmetria della fisica delle religioni”. Questo concetto viene messo in relazione con la scoperta del bosone di Higgs.

Da sempre, tra i ricercatori spirituali, si parla dell’esistenza di una via universale. Cosa sia in realtà nessuno lo sa ancora definire, perché trascende qualsiasi percorso già conosciuto. Forse, sostiene Crivelli, si tratta della “quintessenza di tutti i cammini esistenti”, o forse  qualcosa di nuovo, che non si è ancora rivelato: più che una via, una specie di “traguardo messianico”. Per Crivelli né le antiche religioni, né l’occultismo, né il movimento new age ha ancora trovato  “la via universale”.

Ma qui si va molto oltre la psicologia così come la conosciamo. La posta in gioco è immensa: è ciò che i cabalisti chiamano “la rettificazione del peccato dell’albero della conoscenza” e  che in ambito transpersonale potrebbe essere definito come “la trascendenza dell’ego”, un’esperienza di Unione, con la U maiuscola.

Le vie dell’etica tradizionale, ci ricorda Crivelli, sono soltanto riuscite a contenere i danni “del peccato originale” – lo stadio della storia umana che viene espresso nel mito di  Adamo ed Eva. Attualmente le religioni del mondo con i loro dogmi e precetti non riescono nemmeno più in questa opera di contenimento, la decadenza etica del nostro mondo moderno è evidente – l’incremento esponenziale del narcisismo, la guerre, i disastri ecologici etc… sono la prova del fallimento dei nostri tentativi di cambiare la natura umana basati sull’etica e la morale tradizionali. Nel tentativo di arginare i danni, le nostre religioni agiscono proprio come “farmaci sui sintomi”, senza offrire un autentico percorso di consapevolezza ed evoluzione interiore dell’essere umano.

Oggi persino la medicina sta prendendo una nuova posizione dinanzi alla sfida ed alla necessità di una evoluzione spirituale, sempre più urgente. In Brasile questo è molto evidente. Oggi la medicina riconosce la condizione di “malattia dell’anima” così come sono ufficialmente riconosciute la possessione o gli stati di trance. I casi di persone che entrano in stato di trance durante contesti religiosi o sedute medianiche, cosi come quelle che vedono spiriti o persone morte, non vengono più considerate malattia.

Il codice internazionale delle malattie oggi riconosce l’influenza degli spiriti: sentire voci e vedere spiriti non è motivo per prendere medicinali “di fascia nera” per tutta la vita. Finalmente, almeno dalle notizie che mi arrivano dal Brasile, la mente materialista si sta aprendo ad una nuova visione del mondo. Non molto tempo fa l’idea di salute veniva stabilita secondo un criterio di benessere biologico, psicologico e sociale della persona e non veniva preso in considerazione la sofferenza dell’anima, il benessere spirituale. Oggi la salute viene definita come una stato di completo benessere dell’essere umano integrale: biologico, psicologico e spirituale.

Nella mia esperienza clinica un numero non indifferente di analizzandi diagnosticati come psicotici perché “sentono voci” o “vedono spiriti”, nella realtà sono  persone che stanno vivendo un travaglio spirituale e non malati mentali. Molti di loro possono superare la loro sofferenza, se vengono considerati dal punto di vista integrale e curati come tali, ma purtroppo ancora oggi le diagnosi psichiatriche, la prescrizione di farmaci il più delle volte inutili o dannosi con tutte le conseguenze nefaste, anche in questi casi, sono una pratica ricorrente.

Il Dott. Sergio de Oliveira è un medico psichiatra brasiliano, professore all’Università di Medicina di San Paolo, alla cattedra di medicina e spiritualità, oggi d’obbligo in Brasile, e ricercatore nel campo della psicobiofisica. Il suo lavoro unisce concetti di psicologia, fisica, biologia e spiritismo con particolare attenzione agli studi sulla ghiandola pineale, considerata da millenni “la sede dell’anima”. La ghiandola Pineale è una ghiandola endocrina che appartiene all’ipotalamo. Per i praticanti dello yoga la pineale è l’ajna chakra, o “terzo occhio”, collegata all’auto conoscenza. Gli egiziani la chiamavano “il sole nella testa”.

La sua funzione è ancora sconosciuta, la Souzenelle (nel suo libro Il simbolismo del corpo umano) sostiene che è sconosciuta perché ancora addormentata: l’umanità nel suo attuale stato di coscienza, non riconosce la propria  spiritualità. Secondo la Souzenelle la ghiandola pineale si rivela come il fulcro della visione delle grandi profondità dell’anima, quando l’uomo assume la sua “matrice di fuoco”. Quindi allo stato attuale, la pineale non è ancora sollecitata ad inviare il suo influsso al campo toracico. Durante un suo intervento all’Università, Oliveira ha affermato di aver ricevuto numerosi stimoli per  lo studio della ghiandola pineale. Uno di questi stimoli è stata una visione nella quale gli è apparso il professore Zerbini, rinomato medico brasiliano deceduto, che Oliveira aveva sostituito nei suoi ultimi impegni accademici. In questa visione Zerbini, stando a quanto racconta Oliveira, gli avrebbe suggerito insistentemente di studiare la ghiandola pineale.

Nel Talmud c’è una storia che ci aiuta a comprendere un importante concetto cabalistico: è la storia di quattro rabbini saggi e santi e di un giardino incantato, il più bello, ma allo stesso tempo anche il più pericoloso, un giardino nel quale chi entra non è mai sicuro se riuscirà ad uscire, né come lo farà. Nel racconto talmudico, il primo rabbino arrivò fino alla soglia del giardino e provò un tale stupore che cadde fulminato a terra prima ancora di entrare; il secondo rabbino invece provò una gioia immensa e si mise a ballare, un ballo così vorticoso che non riuscì più a fermarsi ed impazzì. Il terzo rabbino varcò la soglia del giardino, ma uscì all’istante rinnegando la propria fede e tutto ciò che aveva amato fino a quel momento: diviene il messaggero della devastazione. Il quarto rabbino fu il solo ad attraversare il giardino e a tollerare  lo splendore senza ridursi in cenere. Lui aveva un altro tipo di conoscenza, la conoscenza di ciò che non si può dire, “di quel soffio che si trova nello spazio tra le parole”. Crivelli vedi in questo racconto una metafora dei quattro livelli di comprensione presenti nelle scritture sacre: i primi tre sono rispettivamente i livelli letterali, simbolico e etico e il quarto è l’approccio della Cabalà: il livello di conoscenza segreto, mistico i cui strumenti vanno oltre il razionale.

Per la Cabalà siamo tutti  esiliati da questo giardino in attesa del momento propizio per fare ritorno. L’archetipo dell’Abbandono è il paradigma stesso della nascita umana e viene rappresentato nel mito come la cacciata dal Giardino dell’Eden, quel luogo incantato al quale per tutta la vita ci struggiamo di poter tornare. 

Stanislav Grof, attraverso lo studio di profonde esperienze di auto esplorazione interiore, fa un parallelo tra  questo profondo  sentimento  di abbandono che appartiene a tutti noi   e l’esperienza del nascituro bruscamente “cacciato via” dal suo paradiso amniotico, il ventre materno. Ventre materno che non poteva più contenerlo e che lo ha spinto drasticamente verso la porta d’ingresso del mondo attraverso un tunnel di dolore. Questo dolore, espresso dalle grida e dal pianto dei neonati, sembra risuonare per sempre nel profondo di ognuno di noi.

Oggi, il ritorno a questo Giardino segreto, la nostra fonte interiore sembra possibile e non appare più così pericolosa in quanto abbiamo gli strumenti necessari per elaborare e contenere la “illuminazione”. La psicologia transpersonale ci offre oggi gli strumenti necessari per l’elaborazione della “esperienza numinosa”, come la definiva Jung. Non solo la psicologia, ma anche la scienza moderna, nel campo della fisica in particolare, della biologia, cibernetica, della teoria dei sistemi etc… ha fatto passi da gigante e ci offre una visione del mondo capace di contenere e convalidare questo tipo di esperienza interiore e la conseguente apertura cognitiva.

Stando a quanto ci raccontano le nostre tradizioni spirituali, la nostra anima, prima ancora della nascita,  sceglie un’immagine mitica, qualcosa come un “schizzo divino”, un progetto di ciò che sarà la sua vita sulla terra. Ma la discesa nel mondo la fa dimenticare. Avere una potenzialità e non utilizzarla è molto più doloroso di non averla per niente e l’anima “in pena” non dimentica il suo progetto divino e aspira ardentemente a ritrovare se stessa. Ognuno di noi porta dentro di sé questo “codice dell’anima”, un segreto che Crivelli descrive come “la promessa che il seme fa alla parte più nobile di se stesso mentre ancora si trova agli inizi della vita”. Custodiamo questa immagine nel profondo di noi stessi come un’intuizione etica più o meno nitida, a seconda del nostro stadio evolutivo, in attesa di poter compiere il nostro progetto interiore: di poter estrinsecare nel mondo ciò che ognuno di noi profondamente “incarna”.

Più contatto abbiamo con questa nostra immagine interiore più la nostra esistenza acquisisce intensità, i nostri sentimenti ed emozioni si ravvivano e più la nostra vita, in un certo senso, “ci assomiglia” e diventa “degna di essere vissuta”.  Ad un certo livello di questo percorso possiamo persino riuscire a percepire l’eternità di ogni attimo presente. Questo viaggio di ritorno viene descritto dai cabalisti come “la risalita dell’Albero della Vita”. Nella misura in cui procediamo in questa ascesa riusciamo a ricordare i contorni del nostro “schizzo divino” e persino l’intero contenuto della nostra immagine originaria ed a riappropriarci della chiave del nostro destino.

La Cabalà ci descrive il mondo, così come si presenta ai nostri sensi, come un velo di apparenza che nasconde una ricca e complessa realtà che va oltre ogni immaginazione: movimenti, forze ed energie che interagiscono in una sorta di “danza della creazione” e fanno sì che si manifesti una realtà piuttosto che un’altra: pace, amore, nascita e morte, bellezza o conflitti…. così come tutte le possibilità intermedie degli accadimenti umani… La vera realtà emerge da questa rete a differenti gamme dalle infinite lunghezze d’onda, ma solo un’area molto ristretta di questa gamma tocca i nostri sensi immediati. E’ solo interrogando il mondo che ci circonda e aprendoci ad esso, amandolo, che esso si apre alla nostra conoscenza. Nella misura in cui l’uomo “sale il suo Albero” i suoi sensi si espandono su aree sempre più vaste della realtà e  allora, ci ricordano i cabalisti, anche il mondo divino può essere percepito.

Le scienze moderne mettono in luce il fatto fondamentale che l’energia è inseparabile dall’informazione. La parola informazione può essere intesa su due piani. 1- Il piano ordinario dove comprendiamo che un’informazione è una conoscenza acquisita. 2- Il piano più sottile, dove comprendiamo, per esperienza, che l’informazione ha una sua funzione interna di “formatore”.

Una conoscenza ci trasforma, ci scolpisce dall’interno, perché essa è energia. Scolpisce per la stessa ragione l’oggetto conosciuto. Attraverso questo stesso processo le energie attivate durante un’esperienza eccezionale – uno stato di coscienza non ordinario o un profondo rapporto erotico, per esempio – diventano conoscenza appunto perché l’energia trasforma e allo stesso tempo informa l’essere umano. La vera conoscenza, secondo la Souzenelle è “il parto di noi stessi a terre sempre più profonde, ognuna delle quali è fatta di una somma di energia informatrice”. Il “terrificante mostro marino”, “la notte nera dell’anima” o “il drago delle profondità dell’inconscio” – i guardiani della soglia delle nostre tradizioni spirituali – sono immagini detentrici di questa energia-informazione che trasforma e informa l’essere umano.

L’emozione della verità

Una delle cose che più colpiscono lo studioso principiante di Cabalà è che secondo questa antica saggezza la verità, così come la falsità, appartengono alla sfera emotiva: esiste un’emozione definita “verità” ed un’emozione definita “falsità”. Non esistono nella Cabalà tutti quei concetti logici-astratti per discriminare il vero dal falso a cui siamo abituali. Tutta l’attenzione, in questo caso, viene rivolta  a “come ci sentiamo” quando ci accostiamo all’uno o l’altro di questi opposti.  In particolare viene sottolineato la nostra “vibrazione interiore”: da come vibriamo interiormente, possiamo riconoscere l’appartenenza o meno di qualcosa alla nostra  essenza umana, alla nostra verità. Questo discernimento diventa sempre più chiaro nella misura in cui proseguiamo il nostro percorso di scoperta “di noi stessi” fino al punto di diventare molto sgradevole la presenza di qualcosa – parole, persone, situazioni – che non riconosciamo come veri.

La vera conoscenza è l’ascolto del canto della Natura,  è l’orecchio teso ad accogliere il suono primordiale, proprio come Stradivari, che si faceva tagliare il legno che usava per i suoi magnifici violini durante “la notte in cui gli alberi cantano”. Il riconoscimento dell’“emozione della verità” passa attraverso la nostra capacità di sentire, di  sorprenderci  e  meravigliarci di ciò che ci circonda. La  verità, vista in questo modo, è inscindibile dall’amore e, ci ricorda Crivelli, dev’essere, un’emozione altrettanto intensa quanto quella provata in momenti di intimità sessuale. Per la Cabalà “io conosco” vuole dire “io amo”. Infatti nella Bibbia per dire che un uomo ha avuto una relazione sessuale con una donna, si dice che “l’ha conosciuta”. Per i cabalisti la conoscenza non è una qualità intellettuale, ma qualcosa di puramente sperimentale, proprio come quella che l’uomo fa della donna in un rapporto sessuale, ma anche quella che ciascun uomo può fare di ogni elemento della creazione penetrando nelle profondità del suo mistero. Questa conoscenza è amore.

 

 

 

 

 

 

 

Recensione di Bruno Pinsuti Berrino

RESPIRO E ANIMA

Respiro, aria : meccanismo e connubio obbligato per un corpo che vive.

Meccanismo che porta con sé una catena di conseguenze fisiche per tenere desti i sensi e permettere al cervello di acquisire informazioni, elaborare pensieri e programmare relazioni.

E poi ? Subentrano altre esigenze in cui predomina l’esplorazione del proprio mondo interiore; la constatazione per cui la realtà fisica ha subito trasformazioni e giace in attesa di essere rielaborata, corretta, adattata attraverso un processo di riflessione. Processo laborioso in quanto una resistenza o sorta di diaframma protegge ciò che è prodotto dal sensibile … dal non sensibile.

Una tecnica per aprire una breccia in quel diaframma è offerta dalla respirazione olotropica : il cambio di ritmo del respiro permette al cervello di variare, ampliare l’elaborazione dei contenuti antichi e recenti di cui è custode. Esperienze di respirazione che per brevi momenti lasciano trasparire visioni e intuizioni impalpabili che si possono valutare solo con gli occhi dell’anima.

L’anima : la mente a cui affluiscono questi lampi di coscienza e di conoscenza, è indotta in pratica a cercare una possibile alleanza di sostegno con questa entità che esula dai sensi e a cui da secoli molti affidano un compito di supervisione. Da un tale bisogno è partita e continua ancora la ricerca filosofica e spirituale per confermarla e procedere verso l’approdo al non effimero e all’infinito.

Purtroppo la soddisfazione di entrare concretamente in contatto con l’infinito, avverrà solo quando i sensi non daranno più materia per alimentare i desideri e il possesso delle cose fisiche. Rimarrà attivo solo il desiderio di partecipare al mondo vasto e misterioso del non sensibile.

Un grazie e un augurio di buon lavoro alla dott. Virginia Salles che, con lo studio e l’applicazione della respirazione olotropica, cerca di avvicinarsi e avvicinarci alla dimensione dell’infinito, migliorando i valori del mondo interiore, e di conseguenza anche la capacità di percepire possibili segnali dell’anima.

Bruno Pinsuti Berrino

Abstract

ABSTRACT

          Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale

 Da tempi immemorabili l’uomo ha dato vita a differenti procedure per trascendere la realtà quotidiana, accedere alla dimensione sacra dell’esistenza e veder balenare una scintilla di divino dinanzi ai propri occhi: dagli oracoli classici, agli stati indotti di trance, ai rituali misterici, alle cerimonie sciamaniche, alle varie forme di meditazione, ai  riti collettivi.  La storia umana, dagli albori della coscienza ad oggi, è la storia di questo rapporto tra l’uomo e la  molteplicità dei  mondi invisibili.

Nel nostro mondo attuale che predilige gli aspetti razionali della psiche, questa ricerca di ciò che non è percepito dai nostri cinque sensi attraverso stati non ordinari di coscienza, viene spesso guardata con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fa emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. In altri tempi o contesti culturali diversi dal nostro questi stati venivano invece considerati una benedizione divina, un dono degli dei ed erano – e sono tuttora – attivamente ricercati con l’utilizzo di vari mezzi di autoesplorazione profonda: “le tecnologie del sacro”. La Psicologia Transpersonale li ripropone in veste moderna, all’interno di una prospettiva psicoterapeutica e di evoluzione della coscienza.

Tutto questo indica che il nostro attuale stato di coscienza non è ancora sufficientemente dispiegato, nel senso che non ha ancora sviluppato tutte le sue potenzialità. Dalla teoria e dalla clinica della Psicologia Transpersonale sono emersi risultati straordinariamente ricchi e fecondi, nel senso di un ampliamento della cartografia dell’inconscio e di una drastica revisione dello stesso concetto di coscienza.

Virginia Salles in “Mondi invisibili, frontiere della psicologia transpersonale” ci accompagna in un viaggio coinvolgente e fascinoso attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un percorso in zone che la cultura scientifica fatica ad integrare: una traversata notturna  attraverso le regioni del mito in un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria.

I mondi invisibili sono quelli indagati da grandi studiosi contemporanei come Stanislav Grof, Abraham Maslow, fondatori della Psicologia Transpersonale negli Stati Uniti, da un ricercatore come  Josè Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista brasiliano ancora poco conosciuto in Italia,  ma anche i mondi narrati nelle tradizioni millenarie di ricerca del sacro. Questo affaccio sulle esperienze non ordinarie di tutti i tempi viene messo in relazione con i contributi di C.G. Jung,  di Wilhelm Reich, John Perry, Ken Wilber, Alexander Lowen, Massimo Assagioli, Bion e tanti altri, senza dimenticare le esperienze di grandi artisti, che hanno percepito la linea d’ombra che separa il visibile dall’invisibile e sono riusciti ad evocare ciò che è indicibile.

Le teorie di Jung, in particolare il suo “libro Rosso”, sono un punto di partenza per la Psicologia Transpersonale, ma rappresentano anche l’appartenenza professionale di Virginia Salles, formatasi in Italia come analista junghiana. Questo libro è una sintesi del lavoro svolto dall’Autrice e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della Psicologia del Profondo.

Un elemento presente in molti di questi mezzi per raggiungere le profondità dell’anima  è  la respirazione, vero e proprio  ponte tra il visibile e l’invisibile, che da sempre  è stata utilizzata come mezzo di autoesplorazione e per indurre profondi cambiamenti nella coscienza: le stesse espressioni che utilizziamo per definire l’aria, l’atmosfera, o la “respirazione” sono usate per descrivere concetti religiosi. Per esempio, in alcune lingue antiche come il greco o il latino le parole aria, vento, soffio, sono le stesse che esprimono idee come Vita, Spirito, Dio.

In certe condizioni il respiro può rappresentare la porta di ingresso verso i mondi invisibili, lo strumento che permette di varcare la soglia e di tornare indietro. Questa reversibilità dell’esperienza ha rappresentato per l’uomo la possibilità del contatto con il divino in condizioni ritualizzate, che permettono l’accesso all’altra dimensione dell’esistenza senza essere distrutti dalla potenza del numen.  Per noi moderni questo dio nascosto è il nostro Sé profondo.

Nel testo troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di Respirazione Olotropica. Le narrazioni,  a volte incredibili a volte straordinarie ci mostrano come la  tendenza fondamentale di questa procedura  sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica.  La tecnica terapeutica proposta da Grof,  esposta nei casi

presentati dalla Salles, così come altri metodi utilizzati in ambito transpersonale, sono  un vero e proprio viaggio nel Sé: un passaggio attraverso lo Stargate e l’accesso ad una dimensione altra rispetto alla nostra coscienza ordinaria. Una rielaborazione in chiave moderna di antichi mezzi di autoesplorazione esperienziale proposti dalle nostre tradizioni spirituali che hanno come scopo il raggiungimento dello stesso obiettivo: aprire un varco o meglio costruire un ponte tra la nostra identità personale ed il Sé profondo. La percezione che la persona ha, in questi momenti, è che la propria coscienza sa dilatata oltre i confini abituali dell’ego trascendendo i limiti spazio-temporali e aprendosi a dimensioni esistenziali fino a quel momento impensabili. Un intero mondo di elementi bizzarri e di apparenti contraddizioni emerge come  da dietro uno sfondo prima impercettibile: eventi del passato personale così come elementi di carattere più universali appartenenti all’inconscio collettivo che vengono spesso descritti con dettagli storicamente accertabili, luci abbaglianti, personaggi  mitologici, demoni e divinità. Possiamo identificarci con archetipi o con altri esseri viventi come piante o animali, o percepire eventi al di là del tempo e dello spazio.

Queste esperienze, così difficili da comprendere e da collocare all’interno di una griglia conoscitiva,  sono iscrivibili all’interno della struttura postulata dalla fisica dei quanti, teoria che ha annullato molti dei cardini della scienza e della cultura occidentale. Grof sostiene che le ricerche e le evidenze cliniche riscontrate attraverso la respirazione olotropica non possono essere spiegate all’interno della fisica newtoniana. La fisica dei quanti però ci pone essa stessa di fronte a dilemmi e contraddizioni: “Gran parte del modo in cui la fisica quantistica descrive il mondo può sembrare, a prima vista, un nonsense…Tuttavia si può giocare solo a questo gioco. La vecchia meccanica di Newton e dei suoi seguaci non è in grado di dare una qualunque spiegazione degli atomi o di altri microsistemi.” (Gilmore, Alice nel paese dei quanti). La coscienza – con tutte le straordinarie declinazioni che vedremo in questo libro e che possiamo leggere anche nei testi di Grof – sembra configurarsi come un sistema che partecipa di  livelli differenti, eterogenei tra loro. Si tratta di un territorio ancora quasi del tutto inesplorato. Potremmo affermare che anche la psiche è ricca di nonsense, proprio come la fisica dei quanti.

Nella storia della psicologia la componente della dimensione soggettiva ha sempre scatenato ondate di critiche ed ora ancora di più la Psicologia Transpersonale, portatrice di mondi invisibili. La storia della psicologia del profondo è strettamente collegata con l’altra dimensione: dal fluido universale invisibile di Mesmer al concetto di “inconscio” di Freud, il quale – dal momento che postulò un luogo, un topos, (l’inconscio appunto)  dove si svolgevano, in modo invisibile, i processi psichici –  partecipò alla scoperta rivoluzionaria dei “mondi invisibili”. Fu questo, e non la sessualità, la vera causa dell’ostracismo della classe accademica nei confronti della psicoanalisi. I mondi invisibili turbavano la cultura positivista dell’epoca e turbano tutt’ora la nostra coscienza collettiva basata su un paradigma culturale ormai superato. La Psicologia Transpersonale affonda le sue radici nella più moderna visione della scienza (post teoria della relatività) che è in un certo senso inconciliabile con il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano sul quale si fonda tutta la psicologia occidentale.

 

 

 

 

 

 

Ciò che caratterizza l’approccio terapeutico transpersonale non è il contenuto ma il contesto in cui si opera. Indipendentemente da quale sia il livello dello “spettro della coscienza” (Wilber), o il “territorio esperienziale” (Grof) sul quale si sta focalizzando il processo terapeutico, il terapeuta transpersonale è consapevole di tutte le possibilità esistenziali ed è disposto a seguire  l’analizzando (nell’ambito della Psicologia Transpersonale la parola “paziente” non è utilizzata)  sul suo percorso attraverso nuove e più ampie dimensioni esperienziali ogni volta che se ne presenti l’occasione. La figura del terapeuta transpersonale assume allora un significato diverso rispetto allo psicoterapeuta tradizionale, un ruolo più vicino a quello che Jung definisce ‘psicopompo’, colui che accompagna l’analizzando nel viaggio interiore. Nella nostra cultura abbiamo un riferimento fondante per questo: nel percorso che Dante compie attraverso i mondi dell’Inferno, del  Purgatorio e del Paradiso, nel quale il poeta Virgilio è lo psicopompo, la guida che accompagna, sostiene ma non interviene nel processo. Il vero terapeuta è il Sé dell’individuo, secondo Jung  l’elemento propulsivo del processo di individuazione. L’Autrice ci mostra come in questi percorsi individuali si manifesti la tendenza della psiche verso l’autoguarigione, come descritto da Jung e Grof,  ed è proprio  questo aspetto che guida il percorso della Psicoterapia Transpersonale.

Colpiscono profondamente i casi di persone che non avrebbero mai potuto avere un vero  accesso ad una psicoterapia classica: prostitute,  portatori di dipendenze, outsider. Individui che non solo hanno potuto usufruire di una crescita personale, ma che hanno anche scoperto l’esigenza di spiritualità che si celava dietro i loro sintomi.

La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita,  possono riconoscere l’esigenza di un rapporto con la dimensione del  sacro come esigenza della psiche, senza per questo dover appartenere ad uno schieramento di qualsivoglia tipo.

 

 

 

Mondi invisibili recensione

Recensione di Luisa de Paola

Virginia Salles, Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale

Alpes Italia, Roma 2013, pp. 216.

Intenso, ricco, avvolgente: Mondi invisibili si legge d’un fiato ma ti penetra dentro e sedimenta tracce nel tempo. Invita, dopo una prima lettura vorticosa e appassionata, a tornarci su con un ritmo meno veemente e più meditativo, a soffermarsi sulle testimonianze palpitanti e vive che offre in ogni capitolo, a riflettere sui principali snodi teorici che emergono dalla sua fitta e sapiente trama, ad assimilarne in profondità il messaggio di trasformazione e rinascita al di fuori delle barriere egoiche che limitano le nostre capacità vitali congiuntamente alle nostre più intime potenzialità. E’ così, attraverso più di una lettura, che l’incontro con il saggio-testimonianza di Virginia Salles, psicoterapeuta specializzata in respirazione olotropica, diventa una vera e propria esperienza terapeutica, un percorso che ciascuno può far proprio appoggiandosi alla forza “invisibile” eppur vivissima e quasi tangibile delle pagine scritte.

Colpisce la straordinaria ricchezza di riferimenti culturali che fa capolino dalla trama compatta e avvincente della scrittura. Tra le righe troviamo infatti sofisticate concezioni del mondo e teorie complesse di psicologi, filosofi, scienziati, maitres-a-penser di diverso orientamento e di diversa formazione che, colte nel proprio centro nevralgico ed assimilate in profondità, ci vengono restituite nel loro spirito essenziale, con uno stile agile e snello e al contempo ardente ed appassionato, tanto estraneo a contorsioni intellettualistiche e fregi pedanteschi quanto denso, d’intime risonanze e calde vibrazioni.

Con semplicità e al tempo stesso con impeto travolgente, il lettore viene portato per mano come un iniziando tra i recessi della psiche più reconditi e abissali, laddove la nascita s’incontra con la morte, e il sogno pervade anche la veglia. Da un capitolo all’altro, ci troviamo a percorrere un vertiginoso itinerario lungo le vie dell’anima in compagnia di Jung e di Goethe, di Wilber e Lowen, ma anche di tanti altri compagni di viaggio con nomi e volti ignoti che, come noi, stanno intraprendendo un cammino di esplorazione e di ricerca orientato agli strati più sottili e profondi dell’esistenza. Dalla propria esperienza professionale, infatti, l’autrice ha tratto brani di esperienza vissuta che se da una parte sembrano vivere ciascuno di vita propria, dall’altra, invece, s’intrecciano a perfezione con analisi, riflessioni, segmenti meditativi, per comporre un movimento unico, un mosaico vivente di testimonianze e di sguardi, di percorsi teorici ed esperenziali nell’intricata e complessa geografia della psiche.

Il retroterra di quest’affascinante viaggio nell’anima è quanto mai vasto e complesso. Virginia Salles, che è nata a Bahia, in Brasile, cresciuta a contatto con i riti del Candomblé e del sincretismo afrobrasiliano, e si è formata alla scuola dello psichiatra ceco Stanislav Grof, attinge a una straordinaria varietà di fonti per delineare un orizzonte teorico e culturale che è al contempo uno spazio vitale in cui il lettore può muovere liberamente il suo pensiero e le sue emozioni. Oltrepassando i confini delle psicologie più tradizionali, l’autrice si rivolge sia alle matrici sapienziali delle antiche religioni e filosofie, sia ai pionieri di una nuova scienza che, coerentemente con le scoperte di Einstien e della fisica quantistica, stanno procedendo, seppur per una via diversa da quella dei mistici, verso quello stesso superamento del dualismo soggetto-oggetto che è anche il traguardo di ogni percorso mistico-iniziatico e, più in generale, di ogni percorso di ricerca autenticamente vissuto. Ma quella tra soggetto ed oggetto è soltanto una delle molteplici dicotomie che Mondi invisibili ci spinge a superare. Guidandoci in un intrepido percorso sui sentieri pionieristici della psicologia transpersonale, ed offrendoci, contestualmente, gli strumenti per raggiungere una percezione più profonda ed interiorizzata della realtà, il libro ci porta infatti a riconsiderare tutta una serie di opposizioni che condizionano in modo spesso castrante la nostra visione del mondo e della natura umana. Dei tanti dualismi che affliggono l’attuale cultura dominante, Virginia Salles ne prende in considerazione soprattutto uno: quello tra mente e corpo. Eredità persistente della mentalità cartesiana, la scissione tra uomo materiale, impastato di carne e sangue, d’istinti e di pulsioni, e uomo spirituale, sublimato in pure idealità disincarnate, è all’origine di profondi e diffusi disagi esistenziali, così come di storture e pregiudizi che inquinano la realtà sociale e che l’autrice testimonia con toccanti resoconti di alcune delle sue esperienze cliniche., in particolare nei capitoli “La tigre e il vento – la magia del corpo in terapia” e “Mercanti di corpi, dissipatori d’anima”. Qui la sofferenza dell’altro vissuta sulla propria pelle si trasforma in una molla che fa saltare gli ingranaggi della medicina e della psicoanalisi ortodosse, entrambe ancora legate al presupposto delle due sostanze, res cogitans e res extensa, per far accedere la psicologia a una teoria e una prassi terapeutica al servizio dell’uomo nella sua interezza e nella sua totalità. Ed ecco quindi che, in quest’ottica, il corpo nella sua fremente vitalità acquista pieno diritto di cittadinanza sulla scena del setting, di cui diviene anzi protagonista attraverso il processo fisico e spirituale della respirazione imponendo una vera e propria rivoluzione nella prassi terapeutica. Una rivoluzione che tuttavia non rompe del tutto la continuità del movimento psicoanalitico. Come leggiamo infatti a più riprese nel libro, se Freud non considera affatto il corpo né il processo della respirazione, e neppure Jung si spinge oltre una generica rivendicazione dell’unità tra corpo e anima, è però dai due grandi padri fondatori della psicoanalisi che parte Reich per restituire alla corporeità un ruolo primario nell’ambito della cura psicologica, e da Reich prendono a propria volta le mosse Lowen, Grof e Gaiarsa, con i quali il processo della respirazione assurge a cardine e fulcro della terapia.

L’attenzione rivolta al respiro segna una duplice svolta: da un lato permette di coinvolgere l’uomo intero inteso comune unità psicocorporea; dall’altro spinge questa stessa unità psicocorporea oltre i propri confini abituali, reintegrandolo in un’unità organica più ampia che la trascende in virtù di quel processo d’interscambio vitale da cui dipende e che è, appunto, la respirazione stessa. Attraverso la respirazione olotropica, la psicologia può quindi andare al di là dei presupposti individualistici e dell’assetto personalistico in cui si radicano, per esempio, la psicoanalisi freudiana e la psicologia dell’io, per aprirsi a un orizzonte transpersonale e transdisiplinare che, attingendo a fonti antiche, torna ad affacciarsi alle dimensioni della spiritualità e del sacro con sguardo aperto, rinnovato, al passo con i tempi e aggiornato alle più recenti scoperte scientifiche.

Un libro coraggioso, che, come annuncia anche il sottotitolo, sfida le frontiere della psicologia incentrata sul soggetto individuale per puntare audacemente verso un nuovo paradigma della psiche, un paradigma in grado di riconciliare l’uomo con la natura, il corpo con l’anima, la scienza con la vita.

Ignazio Licata

licataIgnazio Licata

La logica aperta della mente

Codice edizioni, Torino, 2008

In una intervista a Stanislav Grof il 29 novembre 2006, ad una mia domanda circa il futuro della psicologia, Grof risponde ricordandomi i nuovi sviluppi della fisica moderna e il ruolo trainante e di supporto teorico che questo campo della conoscenza offre ai nuovi orizzonti della psicologia transpersonale e all’atteso cambiamento di prospettive del nuovo paradigma emergente.

La psicologia e psichiatria accademica attualmente offrono un modello della psiche molto limitato, spiega Grof, “…il cervello vieni visto come un hardware di un computer, il cui software è la biografia postnatale, e credono che non ci sia niente oltre questo. La psicologia transpersonale ha ampliato molto questo modello includendo, ovviamente, sia il periodo biografico, sia i periodi prenatale e perinatale ed ha quindi fatto esplodere il modello della psiche nella sfera transpersonale”. Se le esperienze che emergono durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con l’LSD o la respirazione olotropica – esperienze considerate dalla psicologia e psichiatria tradizionale come originate da una patologia, esperienze di archetipi, di identificazione con altri esseri viventi, altri popoli o con l’intera umanità, animali, piante, esperienze di altre culture, di altre vite etc – fossero studiate sistematicamente, condurrebbero, aggiunge Grof, “ ad una rivoluzione paragonabile a quella che avvenne nel campo della fisica nelle prime due decadi del ventesimo secolo, quando si passò dalla fisica newtoniana alla fisica relativistica e quindi alla fisica quantistica. È straordinario ciò che furono capaci di fare i fisici, cioè cambiare il modo di pensare. Analogamente, con tutte le prove prodottesi nel tempo, anche la psicologia potrebbe fare lo stesso percorso. Ciò che voglio dire è che le prove sono già lì e se le persone che le osservano avessero una mente sufficientemente aperta, la rivoluzione avverrebbe in modo automatico”.

Mentre la maggior resistenza alla nuova visione della psiche che emerge dalle esperienze transpersonali provengono dagli ambienti accademici che in generale si chiudono a tutte le nuove scoperte, sottolinea Grof, il suo lavoro fu accolto con grande entusiasmo negli ambienti scientifici d’avanguardia. Le prime risposte positive arrivarono da fisici quanto-relativisti: Fritjof Capra, Fred Wolf, Saul Paul Siraq, Nick Herbert, Amit Goswami. La visione olotropica di Grof è stata salutata con entusiasmo anche da teorici come Karl Pribram (modello olografico del cervello), David Bohm (la teoria dell’olomovimento), Ilya Prigogine (la teoria delle strutture dissipative), Rupert Sheldrake (il concetto dei campi morfogenetici) e Ervin Laszlo (la psi-campo) e molti altri. E ancora la teoria dei sistemi, la tanatologia, la parapsicologia. I grandi teorici di queste nuove frontiere della scienza condividono con Grof la consapevolezza del fatto che la vecchia filosofia materialistico-monista e l’immagine dell’universo cartesiano-newtoniana, che dominano la scienza accademica, sono state superate e appaiono oggi fuori luogo e drammaticamente anacronistiche.

In questo scenario di emergenza, di urgenza di cambiamento nell’assetto teorico tendente a unire le nuove scoperte della scienza, le implicazioni filosofiche della fisica quanto-relativista, e le sempre più profonde esplorazioni della psiche attivate dalle nuove tecniche di autoesplorazione della psicologia transpersonale emerge l’ultimo libro di Ignazio Licata intitolato “La logica aperta della mente” pubblicato da Codice edizioni, Torino, 2008.

Come afferma l’autore in questo libro complesso ma dal linguaggio lucido e chiaro, ricco di spunti di riflessione “La cognizione non è la rappresentazione del mondo, ma un processo di generazione di mondi connesso alla complessità dell’accoppiamento strutturale tra un organismo e l’ambiente… e “l’io”, messo costantemente in discussione dalla psicologia transpersonale, viene definito dall’autore come un “continuo processo di accoppiamento con il mondo, un flusso tra interno e esterno veicolato dal nostro essere organismi…”. Licata paragona la mente a un “evento musicale”, “un gioco di rimandi molteplici e di circolarità, diffuso tra il corpo e il mondo in cui siamo allo stesso tempo interpreti, esecutori e ascoltatori” (p. 231).

Ed è sempre attraverso la musica che l’autore abbandona il rigore della scienza e della logica (“una logica aperta… appunto”) e offre al lettore uno squarcio della sua soggettività consegnando la descrizione di un suo personale, intimo momento di “accensione dei qualia” (tradotto in linguaggio transpersonale significa il momento in cui l’io viene trasceso): “Ebbe in quell’occasione (durante l’ascolto della sonata III di Beethoven) la rara sensazione di essere tutt’uno con la musica, di averne penetrato i segreti profondi e di potermi muovere agilmente nel complesso gioco di rimandi e connessioni, fino a comprendere la necessità di ogni singola nota…e da allora il mio rapporto con la musica ha acquistato delle connotazioni di familiarità ed intimità che non mi hanno più lasciato e si sono trasformate in una nuova e più ampia consapevolezza dell’ascolto e di me stesso…” (p. 232)

Ogni evento emotivamente significativo della nostra esistenza provoca un cambiamento profondo nell’essenza di ciò che siamo e ripropone a sua volta nuove sfide e ulteriori travagli in una spirale infinita che non raggiunge mai una sua completezza definitiva. E ogni nuova consapevolezza emerge da un contesto dal quale non si può prescindere e che a sua volta è situato in un altro contesto e questo si trova ancora dentro alla sua realtà come i pesci nell’acqua… così all’infinito”. “Noi siamo immersi nel mondo e non possiamo osservare ogni aspetto di esso. Siamo processi che descrivono processi, ed ogni descrizione è una forma di interazione”. (p. 257)

Anche nell’ambito della fisica quindi con la sua logica e le sue equazioni, la conoscenza del mondo non può dissociarsi del vissuto emotivo e della conoscenza di se stessi, dell’immersione nella profondità dell’essere. I teorici dello sviluppo oggi confermano che non esiste un mondo precostituito in attesa che tutti lo scoprano (il mito del dato). Questo fu il lascito dello strutturalismo (e del post-strutturalismo) e l’elemento centrale a tutta la rivoluzione costruttivista nell’epistemologia. Mondi fenomenologi distinti, Mondi reali, iniziano ad esistere ad ogni nuovo livello di sviluppo della coscienza e della esperienza soggettiva, sostiene Ken Wilber, e si svelano attraverso le strutture cognitive responsabili della percezione e insieme della co-creazione di questi mondi. La biologia post-moderna afferma anch’essa che l’organismo biologico svela e crea continuamente nuovi mondi invece di semplicemente percepire un mondo già dato. Ci sono cose nel “mondo invisibile”, siano esse Dio, le fate, Pollicino o il Nirvana, che esistono soltanto in determinati “indirizzi cosmici”, a determinati livelli della nostra evoluzione individuale o collettiva.

Scrive ancora Ignazio Licata: “Il problema dei qualia, il nucleo forte e irriducibilmente soggettivo della coscienza, risiede in questa capacità di essere ascoltatori dei nostri stessi atti cognitivi e di ricevere dall’ascolto un feed-back che modifica continuamente la nostra apertura logica” (p. 231).

Per capire il mondo, l’uomo moderno non può più esimersi di aprire le porte della propria limitata percezione sensoriale di inserire nei propri calcoli anche se stesso, le sue emozioni, le sue abissali profondità. Parola di fisico.

L’arte della psicoterapia

L’arte della psicoterapia

Lo spazio terapeutico come luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima

(Estratto)

 

“Il fine dell’arte inferiore è piacere, il fine dell’arte media è elevare, il fine dell’arte superiore è rendere liberi”.

 

In fondo, la religione è una forma rudimentale del sentimento della bellezza. Tutta l’arte non è altro che un rituale religioso”.

(Fernando Pessoa)

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L’arte che rende liberi

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Fernando Pessoa, il grande poeta portoghese, che potrebbe essere definito un vero e proprio alchimista dell’anima, demiurgo, mago della parola, attraversò un travagliato percorso di ricerca interiore e di auto-esplorazione-espressione dal quale scaturirono i famosi eteronimi: Alberto Caieiro, Riccardo Reis, Alvaro de Campos e Bernardo Soares – personaggi che appartenevano all’avanguardia culturale portoghese e che si muovevano disinvolti in questi ambienti come se fossero personaggi viventi dai contorni definiti, ognuno corredato di una propria biografia e riconoscibile per l’inconfondibile stile letterario. Pessoa definisce l’arte: “l’auto espressione che lotta per essere assoluta”. Frase questa che potrebbe essere riproposta in relazione al percorso esistenziale di un analizzando e lo svilupparsi della “sua arte”, e di arte in questo caso possiamo proprio parlare: l’arte di decodificare l’indicibile attraverso la magia alchemica delle parole. Parole che ri-nascono dalle profondità dell’essere, vitalizzate di nuovo spirito, parole che portano caos, mettono scompiglio, ma che rendono palpabili, nell’aria impalpabile, l’essenza indelebile. L’arte di “sgombrare le sovrastrutture” per fare emergere l’anima, un’arte che Aldo Carotenuto paragonava alla “scultura”, un’opera da realizzare a “quattro mani”, o meglio a “due cuori”, tra il terapeuta e l’analizzando. E sottolinea ancora Pessoa: “La finalità ultima dell’arte non è piacere, la finalità ultima dell’arte è elevare”.

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L’artista russo Kandinskij, creatore della pittura astratta, esprime nelle sue opere lo strettissimo legame che riesce a intravedere tra l’opera d’arte e la dimensione spirituale. L’arte, per questo suo autorevole rappresentante, “oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”. Il colore, per Kandinskj, può avere due possibili effetti sullo spettatore: un effetto fisico, superficiale, basato sulla percezione sensoriale e un effetto psichico dovuto alla vibrazione spirituale attraverso cui il colore raggiunge l’anima: il colore “ha un odore, un sapore, un suono”. Il rosso, per esempio, esprime dolore, ma non tanto per un’associazione di idee (il colore del sangue), quanto per le sue intrinseche caratteristiche, per il suo “suono interiore”. Kandinskij per spiegare l’effetto del colore sull’anima utilizza una metafora musicale: il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto, l’anima è un pianoforte di infinite corde. La composizione di un quadro, secondo l’artista russo, non deve rispondere ad esigenze puramente estetiche ed esteriori, piuttosto deve essere coerente con una profonda necessità interiore, che l’autore chiama onestà. Il bello non è quindi ciò che risponde a canoni estetici ordinari e prestabiliti. Il bello è ciò che risponde a ciò che l’artista sente e vive come una necessità interiore.

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Necessità interiore che in fondo all’anima appartiene a tutti noi in quanto, secondo Carotenuto, siamo tutti potenzialmente “artisti”. Ed è proprio attraverso la sofferenza che ci costringe a porci domande alle quali non possiamo rispondere se non ponendoci altre domande, che siamo in un certo senso “chiamati” all’auto-espressione ed all’evoluzione. Chiamati da “qualcosa” che sembra aver luogo altrove, fuori di noi, qualcosa che “feconda la nostra anima” e ci rende appunto “creativi”. Per Carotenuto come per Meister Eckhart creare significa dedicarsi alla dimensione sacra dell’esistenza: “la creatività è una scintilla del divino che dimora nella nostra interiorità”. (Carotenuto, 1991). Una scintilla che dimora in quel luogo di alterità, quell’aldilà dentro di noi che Rudolf Otto definisce “numinoso”, un luogo più reale della realtà stessa, un luogo futuro, presente nel presente, che usiamo chiamare sacro. Tutta l’arte in questo senso diviene arte-sacra, così come sacro è anche il temenos, lo spazio della terapia. Dinanzi ad un’opera d’arte o all’ingresso di un luogo sacro, come per esempio un santuario in uso da secoli, molte persone fanno un’esperienza soggettiva comune: provano sentimenti di pace interiore e armonia quasi palpabili, rispetto reverenziale, timori e tremori come se l’aria che si respira in questi luoghi fosse stata impregnata oltre che della bellezza artistica, anche da tutte le proiezioni, emozioni, intenzioni, preghiere e significati che sono stati riversati da generazioni di visitatori che ne hanno calpestato il suolo, contemplato la bellezza, e “respirato” l’atmosfera.

Il terremoto dell’Arte.

Ma ciò che incanta allo stesso tempo sconvolge e scuote l’anima nelle fondamenta, spiazza. Difficilmente si osserva un capolavoro rimanendo gli stessi di sempre, distaccati e indifferenti. Qualcosa accade: inquietudine, panico, terrore, oppure sentimenti di unità, di espansione di sé, che favoriscono l’accesso ad una sorgente interiore di forza vitale. Nel bene o nel male, qualcosa accade. Ma questo potere evocativo delle opere d’arte o del luogo “sacro” può rivelarsi, a volte, drammaticamente dirompente e destrutturante della personalità. E anche pericoloso. L’esperienza estetica può fare “ammalare” di una malattia tra le più nobili: “la sindrome di Stendhal” come l’ha definita Graziella Magherini (1989) nel suo omonimo libro riferendosi al famoso scrittore affetto da questo tipo di sconvolgimento psicologico dinanzi alla potenza dell’arte. Nel suo libro la Magherini racconta la sua esperienza di psichiatra a Firenze, città d’arte per eccellenza, con turisti stranieri in preda a scompensi psichici scatenati dalla contemplazione di luoghi e opere appunto di “eccessiva bellezza”:

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Nella misura in cui ci identifichiamo con il nostro “io” separato, il mondo rimane “sdivinizzato” ed è attraverso l’opera d’arte che ci viene presentato l’elemento spirituale esistente dietro le cose del mondo. L’arte diventa così una specie di “processo risanatore” attraverso il quale viene offerta allo spirito invisibile la possibilità di rendersi visibile, di manifestarsi nella forma sensibile e di sottrarsi quindi alla sua esistenza d’Ombra: si percepisce attraverso i sensi, ma proprio come se nei sensi fluisse lo spirito. L’esperienza estetica urge quindi in quanto necessità vitale: come mezzo per rientrare in contatto con la totalità perduta, una sorta di antidoto all’alienazione contro il quale l’uomo moderno erige barriere e oppone rigide resistenze.

L’arte e la sua crudeltà

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Se estraiamo il senso di tutte le opere artistiche, ne ricaviamo quello che per Robert Musil è una smentita interminabile-incompleta, ma esemplificativa e fondata sull’esperienza di tutte le norme, le regole e i principi vigenti sui quali posa la società che ama tale arte. L’arte, per Musil, “trafigge con il suo mistero da parte a parte il senso del mondo, attaccato a migliaia di parole triviali, e ne fa un pallone che se ne vola via. Se questo, com’è costume, si chiama bellezza allora la bellezza dovrebbe essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica!”1 Anche per il filosofo francese Jean-Luc Nancy, considerato assieme a Jacques Derrida il maggiore esponente del “decostruzionismo”, la grande arte provoca, sconvolge e ribalta il senso del mondo. L’arte contemporanea stravolge completamente l’usuale senso della bellezza: smonta la frase, la forma stessa, disorganizza la sintassi ed esprime così, oltre i confini della parola, il proprio dissenso in tutta la sua carica anarchica e provocatoria, dissenso che è anche critica e sfida ai miti, ai linguaggi, ai valori, all’eccessivo intellettualismo e consumismo della nostra moderna società. Rappresentanti della Pop Art, come Andy Warhol e Roy Lichtenstein per esempio, hanno espresso la loro critica alla società dei consumi: degli hamburgers, delle auto, dei fumetti, della TV, attraverso la “raccolta” delle immagini e degli oggetti prelevati della vita quotidiana e la trasformazione degli stessi in opere d’arte, l’introduzione e l’uso nella loro produzione di strumenti e mezzi non tradizionali.

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L’utero e l’arte

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Qualcosa di indicibile e non rappresentabile, qualcosa che doveva rimanere celato alla nostra consapevolezza, emerge dagli abissi più profondi dal nostro essere e dalle nostre viscere e si manifesta nella coscienza in tutta la sua potenza trasformatrice. Secondo Kazuo Ono, il grande maestro di buto, il luogo di origine della vera arte è il ventre materno. Lì, immerso nel liquido amniotico, l’embrione si muove in un mondo senza confini, un mondo illimitato, oceanico, un mondo che, secondo Ono, “non è alla portata dei viventi”. L’emozione e la gioia che scaturiscono dalla contemplazione della Bellezza ci riconducono ad una dimensione estatica di espansione e perdita dei confini, a quella dimensione del piacere, unione e fascinazione dell’originaria fusione con la Madre-Natura che affonda le radici nella esperienza prenatale. Questo sentimento di completezza che appartiene ai territori sconfinati della esperienza intra-uterina trae la sua origine in quel passato remoto mai del tutto cancellato: quando eravamo Tutto e non c’era mancanza dalla quale potesse nascere un qualsiasi desiderio. L’esperienza estetica offre un spazio intermedio nel quale ritualizzare la nostra fame di completezza, la nostalgia di quel luogo dell’anima pervaso di Piacere, Bellezza e Armonia, l’estasi paradisiaca: la fusione con il corpo materno. Quando durante una profonda auto esplorazione esperienziale, attivata per esempio attraverso la respirazione olotropica, si raggiungono quei territori dell’inconscio profondo che Stanislav Grof definisce “prima matrice perinatale di base” (“l’universo amniotico”) che ha la sua base biologica nella fusione originale del feto con l’organismo materno durante l’esistenza intrauterina, emergono emozioni e sensazioni fisiche di estrema intensità: qualcosa come “trovarsi sotto l’acqua”, fluttuare nel mare o in regioni senza limiti fino all’identificazione con l’oceano intero, con galassie, spazi interstellari o addirittura con tutto il cosmo. Tutte queste sensazioni vengono accompagnate da immagini simboliche e archetipiche cariche di “numinosità” come per esempio visioni paradisiache della natura nel suo massimo splendore, bellezza, armonia: acque limpide e cristalline, cieli azzurri, foreste vergini, pietre preziose, oro, argento o immagini di paradisi delle varie culture. La massima espressione della qualità sacra e spirituale di questa matrice è l’esperienza di unione mistica o unità cosmica caratterizzata dalla trascendenza del tempo e dello spazio, dal sentimento di profonda riverenza verso tutta la “creazione” e da forti sentimenti estatici. Questo tipo di estasi è definito “Oceanico o Apollineo”2.

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Il temenos analitico, luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima

Nei nostri sogni l’inconscio viene spesso rappresentato come un territorio straniero e il nostro rivoluzionario percorso interiore passa attraverso l’esplorazione di questa “zona oltre il confine” dentro di noi, sia nei suoi aspetti paradisiaci che in quelli infernali. Luogo interiore dal quale emergono i nostri fantasmi che finiscono per popolare lo spazio del setting analitico, spazio “intermedio” di incantamento e di sensibilizzazione estetica, contenitore ottimale delle proiezioni di tutto ciò che si trova “oltre il confine” dentro di noi. Prerogativa dell’opera d’arte così come di ogni terapia del profondo in quanto “spazio uterino”, base delle esperienze emotive, è quella di rendere significativi, traducendoli in simboli, quegli aspetti della vita interiore mai sufficientemente pensabili, esprimibili né rappresentabili: il setting come un scenario d’arte quindi, tela bianca e tavolozza di colori, vuoto palcoscenico dove dipingere i nostri fantasmi e inscenare un dramma archetipico. L’anima di un luogo può essere scoperta proprio come l’anima di una persona e descritta dall’interno, così come la percepiamo. Riusciamo a sentirla, per esempio, nei siti archeologici, nelle antiche dimore o quando siamo immersi in un scenario d’arte, nei luoghi sacri: in quei magici pioviscoli di luce che filtrano dalla finestra socchiusa, nei suoni provenienti da non so dove… che colmano lo spazio di “presenze invisibili”, in quegli attimi di sospensione in cui riusciamo a scorgere, nello scricchiolio del pavimento in legno, il passo felpato dei vecchi fantasmi che camminano in punta di piedi per non disturbarci… Lo scrittore Henry James usa l’espressione genius loci (spirito o anima del luogo) per definire questa “pregnanza di spirito” che racchiude in sé l’essenza dell’ambiente: un distillato di tutti i significati che quell’atmosfera ci suggerisce con i suoi odori, suoni e colori, i suoi spazi aperti o chiusi, i suoi giochi mutevoli di ombre e luci. L’Anima di un luogo è inestricabilmente fusa con noi e impone trasparenza e autenticità. Come la bellezza di un’opera d’arte – bellezza che per Schiller rimane sempre qualcosa di indefinibile e “porta la testimonianza sensibile di ciò che, al di là dell’umana comprensione, è fondamentale” – anche un luogo ci può incantare, accendere l’animo ed emanare suggestioni che annebbiano i sensi e ci portano altrove… Ciò che nell’aria si diffonde e riempi i nostri cuori e polmoni è l’essenza stessa dell’ambiente che, volatile, feconda l’anima e aleggia tutt’intorno sotto forma di sottili informazioni tra i nostri sensi e le persone, gli spazi, gli oggetti, l’aria che si respira. Qualcosa che sembra andare molto al di là dei soli simbolismi o significati reconditi.

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Nei luoghi sacri le preghiere e gli atti di devozione restano registrati nell’ambiente così come lo spazio della terapia rimane impregnato dell’anima, del calore e della verità di tutta la storia passata, presente e futura dell’analizzando. Nel setting tutto l’ambiente è caratterizzato da una densità cosi potente che ogni gesto, i silenzi, o il semplice suono della voce sono amplificati e resi così carichi di genius che ci catturano e arrivano diritto ai nostri sensi e ci ricordano alcuni particolari scenari d’arte come, appunto, il teatro di Grotowski o di Beckett, la “danza delle tenebre” (il buto) o le “installazioni” di una Biennale.

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Pensiamo, per esempio ad una esperienza soggettiva comune: il sentimento di rispetto reverenziale, di devozione e pace chiaramente palpabile che alcune persone provano entrando nei luoghi antichi, come santuari o scavi archeologici. Luoghi questi, sacri o profani che siano, che esercitano sulla psiche dei visitatori fenomeni particolari, molte volte riportati e descritti nella letteratura spirituale di ogni epoca ma spesso considerati come folklore popolare o suggestioni. Ervin Laszlo, eminente studioso di fisica moderna, teoria dei sistemi e teoria generale dell’evoluzione, nel suo bellissimo libro “Risacralizzare il cosmo” mette in relazione questi eventi con i più moderni sviluppi teorici della fisica, in particolare con “il formalismo olografico quantico associato al campo A”. Secondo Laszlo tutti questi elementi – il santuario, le persone che entrano e escono, l’altare e la struttura stessa del luogo – emettono “un’aura sotto forma di informazioni olografiche che vengono assorbite reciprocamente”. Quindi probabilmente, secoli di reverenza, preghiere e devozione profondamente sentite dai fedeli vengono assorbiti nel tempo nella struttura stessa del luogo, che li rimette a sua volta nello spazio circostante. Lo spazio è quindi “condizionato” dalle folle e dei sentimenti di chi lo ha frequentato. Studi recenti (William Tiller, Stanford) offrono una descrizione, da un punto di vista “sperimentale”, del “condizionamento” di un spazio: stando a questi studiosi ciò significa che determinate proprietà di un oggetto materiale possono essere modificate tramite un “pensiero coerente focalizzato”, come avviene nella meditazione. Questo condizionamento suggerisce una relazione (risonanza interna) tra “chi ha originato l’intenzione” e “l’oggetto fisico”, come nell’esempio precedente del santuario.

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Infatti più l’opera d’arte è famosa, conosciuta da tutti, più assorbe per generazioni le proiezioni dei nostri desideri, aspirazioni, esaltazioni, divenendo simboli viventi e contenitori delle divinità che dall’inconscio collettivo tendono ad emergere e chiedono di essere accolte. Dinanzi all’incanto e alla bellezza di un luogo o di un’opera tramandataci da secoli, non possiamo esimerci dal prendere contatto con l’altra realtà soggiacente alla nostra realtà ordinaria, di ascoltare le sue richieste, e aprire la porta alle sue divinità, ai suoi simboli e archetipi. L’inconscio collettivo è “inquinato” dalle vicende traumatiche della storia umana nello stesso modo in cui l’inconscio individuale è inquinato dai traumi della nostra infanzia e adolescenza. Possiamo dire che a seguito dell’emergere della potenza archetipica, straripante dalle opere d’arte, viene riattivata la memoria animica-spirituale dell’umanità. Il percorso evolutivo (e terapeutico) individuale, nel contatto con l’opera d’arte, trascende quindi la sfera personale facendoci partecipi della evoluzione collettiva e della “cura del campo di coscienza della specie” (Christopher Bache).

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L’artista austriaco Hundertwasser, impegnato in una crociata per conquistare la felicità attraverso la bellezza e il potere dell’arte in opposizione al funzionalismo tecnologico globalizzante, propone una visione dell’essere umano e della società assolutamente originali. Autore del “Manifesto sull’ammuffimento contro il razionalismo in architettura”, del 1958, Hundertwasser viene chiamato “il pittore delle cinque pelli” per la sua esplorazione e descrizione delle cinque pelli dell’uomo a partire della prima pelle: la membrana che delimita la nudità dell’uomo e racchiude l’io, attraverso la seconda: i vestiti; la terza: la casa dell’uomo; la quarta: l’ambiente e l’identità sociale, fino alla quinta: l’ambiente globale, l’ecologia e l’umanità. Per Hillman, come per Hundertwasser, un luogo che non ha i suoi traumi, i suoi umori, i suoi momenti mistici, le sue inquietudini e afflizioni è privo di autenticità e di vita interiore, è falso, proprio come lo può essere un essere umano. L’anima per Hillman non è qualcosa che si possa spiegare ma “piuttosto essa stessa è il principio e la chiave di ogni spiegazione” e si possono attribuire ad un luogo che perde la propria anima – la sua essenza urbana o paesaggistica, il distillato di tutto quanto nel luogo è significativo – la stessa sofferenza e le stesse cause di quando, in una persona, l’anima è perduta.

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Stendhal descrive nel suo diario del viaggio in Italia un suo improvviso e misterioso malessere che accade al suo ingresso nella Basilica di Santa Croce, malessere questo che ha inspirato alla Magherini il nome della famosa sindrome: terrore, panico e vertigini che lo hanno costretto ad uscire all’aperto e iniziare la lettura dei versi dei Sepolcri del Foscolo, lettura che risultò in quel momento rassicurante e terapeutica. Proprio come dall’atmosfera carica di emozioni, pensieri e fantasmi aleggianti nella stanza della terapia, emergono le esperienze di immaginazione attiva di Mario, così l’intensità dello scenario artistico della basilica di Santa Croce fa tornare nel teatro della mente di Stendhal un elemento estraneo, rimosso ma probabilmente, da sempre, profondamente familiare. Lo possiamo chiamare un déjà-vu carico di angoscia, sepolto sotto strati e strati di corazze difensive, che doveva rimanere lì nascosto per sempre e che invece all’improvviso si manifesta alla coscienza. La bellezza e la sacralità di un luogo riescono a entrare in risonanza e contenere proprio quelli aspetti più estremi e conflittuali del nostro mondo interiore, vere e proprie isole o interi arcipelaghi che galleggiano alla deriva nel mare dell’inconscio, lontani dalla terra ferma della nostra coscienza.

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Psicologicamente il tempo dell’arte e il tempo della Terapia è il tempo necessario all’ego limitato per disperdersi nell’aria ed espandersi all’infinito, è il tempo in cui cadono le maschere menzognere e si attenuano le caratteristiche strettamente personali ed emerge alla luce una nuova consapevolezza di sé stessi e del mondo in un processo evolutivo-creativo senza fine verso una sempre più compiuta realizzazione della propria umanità.

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Nella cultura giapponese lo stato di trance non è considerato uno stato di “unità con il divino”, quanto un mezzo per “elevarsi”, un stato attraverso il quale l’uomo impara ad essere “semplicemente se stesso” e allo stesso tempo “privo di sé”, il che lo porta ad agire in modo “univoco e infallibile”. In termini transpersonali questo significa agire al di la dei propri confini egoici, in funzione della totalità. Questo stato di verginità psicologica, che nella tradizione religiosa significa “agire secondo il volere di Dio”, è un azione “pura”, se per purezza intendiamo ciò che non è contaminato dal desiderio personale. All’interno del temenos analitico, terapeuta e analizzando s’immergono “nella via dell’acqua che scorre”, in quello stato di armonia con se stessi e con l’ambiente che secondo la pratica zen porta “all’azione perfetta”. All’interno del setting, le parole pronunziate e le azioni compiute sono tutt’uno con il luogo, che diventa per il terapeuta e l’analizzando il mondo intero. E proprio come alcuni artisti che sostengono di non essere stati “loro stessi” creatori dell’opera, ma solamente “un tramite” della Creazione, è viva anche nel terapeuta la sensazione di non aver fatto proprio nulla, e che non ci sia davvero nulla che si debba fare. Senza alcuna intenzione o sforzo, dinanzi ad una porta aperta verso l’infinito, le cose semplicemente… accadono.

Virginia Salles

L’eclisse. Frammenti di un percorso terapeutico

L’eclisse. Frammenti di un percorso terapeutico

(Estratto)

 

 

…sembrava che anche gli oggetti materiali fossero fatti di amore, anzi che tutto il mondo fosse una esplosione di amore. Vedevo amore, udivo amore e toccavo amore. Per me non esisteva altro che amore…

(Sri Govinda, La Coscienza Cosmica )

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Secondo la psicologia di Reich, Lowen e Gaiarsa, ad ogni emozione corrisponde una preparazione organica (muscolare, cardiaca, respiratoria), atta ad estrinsecarla, che prevede un’azione del corpo nella realtà. Ad ogni rimozione corrisponde quindi un “imprigionamento” del gesto o dell’azione non manifesti che lasciano il posto ad una serie di contrazioni muscolari e restrizione respiratoria. Queste tensioni formano ciò che Reich definisce “le corazze muscolari del carattere” che trattengono e impediscono il libero fluire delle emozioni, l’autoespressione, la spontaneità, e provocano un’insufficiente irrorazione sanguinea in quelle parti o organi del corpo interessati. Queste “rigidità caratteriali” stanno all’origine di molti disturbi psichici e di malattie psicosomatiche. L’attivazione dell’inconscio, che avviene durante questo tipo esperienze di auto esplorazione profonda, provoca il risvegliarsi della memoria corporea e delle esperienze ad essa associate, molto spesso non accessibili al linguaggio verbale. Queste reazioni fisiche che vengono attivate durante la seduta olotropica possiedono una struttura psicosomatica molto complessa e affondano le loro radici non solo nell’inconscio personale, ma anche archetipico o transpersonale. Alcune volte rappresentano le tensioni e i dolori della vita quotidiana del respiratore in modo amplificato; altre volte invece appaiono collegate ad antichi vissuti o traumi appartenenti a stadi precedenti della sua vita. Altre volte ancora comunicano, attraverso il linguaggio del corpo e le emozioni o immagini ad esso associate, un messaggio importante per quella persona: una profonda comprensione di qualche evento significativo della sua vita o di temi filosofici o esistenziali di più ampio respiro, universali, che in quel determinato momento diventano attuali e richiedono maggiore chiarezza. La tensione fisica può essere “sciolta” in due modi diversi: il primo, attraverso la catarsi e l’abreazione, così come furono descritte da Freud e Breuer: l’energia viene liberata attraverso il pianto, movimenti, spasimi e tremori, urla e persino il vomito. Il secondo modo offre una diversa comprensione e rappresenta un nuovo sviluppo della psicoterapia: le tensioni che affiorano vengono “consumate” attraverso “contrazioni muscolari transitorie di varia durata”, liberando così l’organismo in modo piuttosto sorprendente e, direi, molto efficace. A queste intense manifestazioni psicofisiche fa seguito un profondo rilassamento.

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L’approccio psicologico transpersonale, che affonda le sue radici nel modello umanistico, focalizza l’attenzione in modo particolare sulla fragilità e sull’insignificanza dell’esistenza umana derivate dalla separazione dell’io dal “Sé”, il centro spirituale interiore che trascende l’individuo. Quando siamo identificati con il nostro io biografico, la vita ci appare terribilmente arida e vuota, priva di significato e di contatto con i valori e principi universali. Il sintomo diventa allora la risposta naturale al fallimento del progetto esistenziale incentrato sull’ego, sulla “separatezza”. In questo contesto il processo evolutivo richiede di varcare i ristretti confini della logica egocentrica e di abbandonare le modalità difensive dell’io a favore di una crescente apertura verso il mondo interiore e la dimensione sacra dell’esistenza. Procedendo verso una più profonda consapevolezza di se stessi e del proprio sentire si arriva a un momento cruciale: la resa – senza la quale, senza che ci sia il dono integrale di se stessi, non può aver luogo la trasformazione. In questo momento ciò che muore è quella parte di noi che s’identifica con i confini della nostra pelle, quella parte separata dal resto dell’universo che agisce come se fosse la protagonista assoluta nella scena della vita. Ciò che muore è la percezione di noi stessi come “entità separate”, lasciando spazio e apertura a tutto ciò che fino a quel momento è stato altro da noi. È soltanto dopo aver abbandonato l’ego con le sue identificazioni, ruoli e le sue vecchie sicurezze, che possiamo aprirci a questa nuova consapevolezza ed entrare in contatto con la “vita che fluisce dentro di noi” in tutta la sua potenza propulsiva e creatrice. Questo è il momento fondamentale del processo di morte e rinascita descritto da Grof.

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Le esperienze olotropiche non richiedono mai un’ulteriore analisi o interpretazione, in quanto la profondità di questi vissuti è tale che qualsiasi interpretazione risulterebbe riduttiva e limitante del fluire stesso del processo psicologico. Qualche volta può essere di aiuto l’amplificazione di tradizione junghiana, come per esempio il racconto di temi mitologici analoghi o evocativi. L’effetto di questa esperienza fu per Giacomo quello della rivelazione, fu un’esperienza che lo segnò profondamente e fu foriera di una vera e propria trasformazione nella sua vita.

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Nel programma dei dodici passi utilizzato dagli Alcolisti Anonimi, il terzo passo – “abbiamo deciso di rimettere la nostra volontà e la nostra vita nelle mani di Dio, cosi come noi lo intendiamo”- riguarda il venir meno del controllo da parte dell’io e l’abbandono, la resa incondizionata ad un Potere Superiore. Questo passo apre le porte al “Sé profondo”, al “Potere Superiore”, a “Dio, cosi come noi lo intendiamo”. Questa espressione “Dio, così come noi lo intendiamo”, utilizzata nel programma dei dodici passi, sottolinea l’unicità di ogni esperienza del divino, l’importanza dell’esperienza che ciascun essere umano ha del Sé profondo.

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Questa tecnica terapeutica proposta da Grof, così come altri metodi esperienziali utilizzati in ambito transpersonale, nasce dalla sempre crescente esigenza di una più ampia integrazione teorica e di un maggiore eclettismo tecnico nell’attuale panorama degli studi in ambito psicologico. Pionieri in questo campo sono stati i lavori di ricercatori appassionati, da C. G. Jung a Abraham Maslow, da John Perry a Stanislav Grof, da Roberto Assaggioli a Ken Wilber, e altri. Lo scopo principale di questi metodi rivoluzionari è quello di “spingere in avanti” l’evoluzione individuale e collettiva e di accrescere l’efficacia terapeutica guardando oltre i confini delle singole teorie e dell’approccio psicoterapeutico tradizionale considerato riduttivo, in quanto non mette in discussione l’unilateralità della nostra attuale visione della psiche e gli stessi confini egoici. Nella nostra cultura non esistono strutture ufficiali che possono offrire la possibilità di squarciare il velo di Maya descritto dagli indù, di andare al di là delle apparenze e vivere profonde esperienze emotive. Attraverso questi vissuti possiamo trascendere la realtà ordinaria, compensare così l’unilateralità tipica del mondo in cui viviamo e accedere alle sfere transpersonali, alla dimensione più profonda della psiche che da sempre ha rappresentato l’unica fonte di significato esistenziale e di verità per tutta l’umanità. Nella cura delle diverse forme di dipendenza è indispensabile offrire alla persona sofferente la possibilità di vivere esperienze che attivino e nutrano il cuore e favoriscano l’accesso alle profondità del proprio mondo interiore. Senza questa possibilità di trascendenza ogni approccio terapeutico risulta riduttivo e inadeguato. La vera trasformazione tramite lo “spiritus contra spiritum” non può avvenire se non viene soddisfatto questo impulso al superamento dei confini egoici, la profonda sete dell’anima che soggiace a questo tipo di sofferenza, che possiamo ben definire spirituale. Non possiamo soddisfare questa esigenza attraverso lo studio della teologia, l’apprendimento di dogmi, la preghiera o la pratica di un credo religioso. È necessario un percorso interiore, una esperienza, l’immersione nelle profondità dell’anima alla ricerca di un contatto diretto con il Mysterium tremendum, la forza spirituale in ognuno di noi.

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L’uomo biodegradabile

La trascendenza dei confini abituali dell’ego, l’esperienza di una dimensione “altra” da ciò che lui riconosceva come “se stesso” che ristabilisse il contatto con la fonte di significato dell’esistenza: era forse questo l’elemento mancante nella vita di Giacomo che lo allontanava da se stesso, imprigionava il suo cuore, e aveva sconvolto così drasticamente la sua esistenza? Oggi mi sento di rispondere proprio di sì. Ma non solo. Un altro elemento determinante è stata la funzione di rispecchiamento svolta dalla relazione terapeutica. Quando manca interiormente il “centro di gravità permanente” (Battiato), la percezione di se stessi è quella di un’immagine frammentata, proprio come l’immagine che appare dinanzi ad un “specchio infranto”. È questo il vissuto soggettivo tipico di chi va incontro alle varie forme di dipendenza da alcol, droga o altro. La funzione di “rispecchiamento” all’interno della relazione terapeutica, l’essere “guardati in fondo all’anima”, “visti” in profondità, “riflessi” e “riconosciuti” da un occhio attento ed empatico, possono rappresentare un’esperienza profondamente risanatrice. L’attenzione e l’interesse vivi di un’altra persona agiscono dentro di noi come il sole a primavera, riscaldano e accendono la vita interiore. Là dove c’è vera attenzione verso l’altro può esserci reale scambio di influenze e trasmissione di conoscenza, la vita inizia a germogliare e sorgono le prime “variazioni” in una reciproca danza della creazione: possiamo immergerci fiduciosi nel letto del fiume della vita e arrenderci alla trasformazione. Solo allora le cose iniziano ad accadere…e quando si raggiunge l’apice della reciproca influenza, iniziamo a percepire che io e l’altro, io e l’universo siamo creazione continua, che non esistono cose, esistono solo processi, avvenimenti.

Durante il mio training formativo in respirazione olotropica mi accadde un’esperienza particolare: ero la “sitter” (assistente) di un ragazzo di circa trent’anni che mi chiese di guardarlo fisso nel volto con molta attenzione per tutto il tempo dell’esperienza. L’ho fatto con impegno anche se, nelle tre ore di durata della sessione olotropica, qualche volta, distratta dai rumori della sala o dall’esperienza di altri respiratori, ho leggermente distolto lo sguardo dal suo volto. Ma ogni volta che questo accadeva il ragazzo, che nella penombra della sala portava sugli occhi una benda nera, si accorgeva della mia distrazione e dava segni visibili di sofferenza e di abbandono. Ritornavo subito alla posizione di totale concentrazione del mio sguardo sul suo volto e lui si riprendeva. In quei momenti il suo volto, dietro la benda, sembrava illuminarsi e continuò ad essere raggiante ancora dopo l’esperienza. Durante la condivisione descrisse il suo vissuto emotivo riguardo a quell’“essere guardato con attenzione” come una delle esperienze più gratificanti della sua vita, qualcosa che aveva sempre, nel suo intimo, ardentemente desiderato. Questo è un esempio di “richiesta” di un’esperienza relazionale “correttiva” che accade durante l’esperienza olotropica, quando si ritorna nel luogo dell’assenza, ad un vissuto precedente di deprivazione, spesso legato all’infanzia. A volte la richiesta può essere di un semplice contatto della mano, di una carezza o di un lungo abbraccio.

Le esperienze di trascendenza dei confini spazio-temporali vissute durante gli stati olotropici portano alla disindentificazione con il corpo, acquisizione indispensabile e tappa fondamentale di ogni percorso spirituale. Questa nuova percezione di se stessi, che in realtà è un superamento del “limite”, trascina con sé un profondo senso di libertà e la consapevolezza (emotiva, non razionale) di un se stesso non più dentro ai confini della propria pelle, non più “separato”, un se stesso che va oltre i ruoli abituali e abbraccia la totalità dell’esistenza. Un se stesso, forse per la prima volta “intero” e allo stesso tempo, paradossalmente, “oltre i confini”. Questo tipo di esperienza produce in chi la vive un effetto di “rivelazione”, è spesso carica di “numinosità” e di sacralità, ed è, credo, uno dei momenti più trasformativi del percorso interiore. Una volta elaborata e integrata nella personalità totale, essa rimane uno di quei momenti rispetto al quale possiamo davvero affermare di “non essere più gli stessi”, o di essere “inspiegabilmente nuovi”. La “verità” che scaturisce da questa nuova consapevolezza è profondamente “ecologica”, tale da poter parlare della nascita di un nuovo modo di essere “umani”: un essere umano che possiamo definire “biodegradabile”. L’esperienza della trascendenza dei confini spazio/temporali è portatrice di consapevolezza e di significato e rende la persona maggiormente in grado di armonizzarsi con la natura e con i propri simili e di assumersi il proprio compito esistenziale in quanto, una volta “scioltasi”, trasceso i confini, la persona sa e sente di appartenere alla Totalità. Non solo allora lo “Spiritus contra spiritum” junghiano contro la devastazione dell’alcol, ma “lo spiritus” contro l’alienazione, il vuoto, la frammentazione e la “separatezza”, la perdita di senso e di valori, l’indifferenza. Lo spiritus contro una natura sempre più devastata e un mondo che sta andando a pezzi. Un antidoto risanatore per Giacomo sicuramente, ma forse per tutti noi in questo particolare momento del nostro travagliato percorso individuale e collettivo, dell’avventura interiore che chiamiamo evoluzione.

La tigre e il vento. La magia del corpo in terapia

La tigre e il vento. La magia del corpo in terapia

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 

Fuggi da quanto ha già forma agli aperti reami delle forme possibili .

(Goethe)

 

Alle Sirene prima verrai, che gli uomini stregano tutti, chi le avvicina… … col canto armonioso lo stregano, sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri umani marcenti; sull’ossa la carni si disfano. Ma fuggi e tura gli orecchi ai compagni, cera sciogliendo profumo di miele, perché nessuno di loro la senta: tu invece, se ti piace ascoltare, fatti legare nell’agile nave i piedi e le mani ritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde ti attacchino, sicché tu goda ascoltando la voce delle Sirene. Ma se pregassi i compagni, se imponessi di scioglierti, essi con nodi più numerosi ti stringano…

(parole di Circe sovrana)

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Trascendere l’io

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La nostra epoca è caratterizzata soprattutto da questa separazione tra l’ego razionale e l’unità primordiale con la natura, dalla perdita della “participation mystique”. Da ciò conseguono, secondo Richard Tarnas la repressione e il dominio da parte della cultura maschile razionale, del principio femminile in quanto istinto, emozione, fecondità, Mistero, Natura. Uno dei paradossi della natura umana è che un ego così duramente conquistato venga dalle nostre più antiche tradizioni di saggezza spirituale esortato a lasciarsi morire. Con una vaga promessa: “la salvezza”. Nel suo interessante libro, intitolato “The passion of the western mind”1, Tarnas traccia le varie tappe di questo percorso di sviluppo della coscienza occidentale dall’antichità fino ai giorni nostri e analizza le attuali, drammatiche conseguenze dell’“impermeabilità” del nostro confine egoico e della predilezione tipicamente occidentale per la “separatezza”, il paradigma della scienza che affonda le radici nel vecchio modello newtoniano-cartesiano. Una coscienza, la nostra, secondo Tarnas, oggi testimone del proprio tramonto e che sembra aspirare al superamento dei suoi stessi limiti. Il desiderio più profondo sepolto nell’inconscio dell’uomo moderno è quello di superare questa frattura e di riconciliarsi col femminile interiore. Riconciliazione questa che, secondo Tarnas, è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale dell’occidente. La frase di Einstein nel suo libro “Come io vedo il mondo” appare emblematica di questo nuovo approccio dell’uomo alla sua stessa coscienza: “Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io”2.

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Il termine “transpersonale” coniuga la preposizione “trans”, che nel latino significa (ciò che va) “oltre”, ciò che “trascende”, e il termine “personale”, che deriva da “persona”, cioè “maschera” (nell’antichità le maschere indossate dal personaggio in una performance teatrale). Jung utilizzava il termine transpersonale per definire quei territori dell’inconscio che contengono l’eredità spirituale dell’umanità, gli “archetipi dell’inconscio collettivo”. Ciò che caratterizza l’approccio terapeutico transpersonale non è il contenuto ma il contesto in cui si opera. Indipendentemente da quale sia il livello dello “spettro della coscienza” (Wilber), o il “territorio esperienziale” (Grof) sul quale si sta focalizzando il processo terapeutico, il terapeuta transpersonale è consapevole di tutte le possibilità esistenziali ed è disposto a seguire il cliente nel sul percorso attraverso nuove e più ampie dimensioni esperienziali ogni volta che se ne presenti l’occasione. Come afferma Peter Schellenbaum: “Una psicologia che segua il soggetto umano in tutto e non trasmetta le limitazioni del proprio metodo sfocia nella mistica”3, o possiamo anche dire, quando si raggiungono certi livelli di regressione… nel “rituale magico”. Nell’antichità, presso i greci e romani ad esempio, si usava dire che se non venivano celebrati i dovuti sacrifici e rese le dovute offerte agli dèi, questi, irati, prendevano ciò che gli spettava con la forza e si vendicavano arrecando malattie e disgrazie. Malattie che sono state poi interpretate da Hillman, sulla scia di Jung, come il “ritorno degli dei”, i quali, dimenticati, ci chiedono attraverso la malattia di “venire alla luce” e fare ingresso nelle nostre vite. Ogni patologizzazione sarebbe quindi un’attività creatrice e ogni forza intrapsichica rimossa, per esempio emozioni, traumi, parti di noi stessi abbandonate durante il nostro processo di civilizzazione e socializzazione, potrebbe bussare alla nostra porta e chiedere di ritornare attraverso la sofferenza, i sintomi o più semplicemente arrestando il nostro flusso vitale fino a quella terribile sensazione di “non essere più vivi” che chiamiamo “depressione”. Quando ero bambina mi colpivano molto la fantasia, gli “altarini” del Candomblé (religione afro-brasiliana), che venivano allestiti in onore degli “orixas” (divinità che rappresentano le forze della natura). In questi altari foderati di pizzo bianco si usava mettere davanti agli oggetti simbolo delle divinità il loro cibo preferito e l’acqua in diverse ciotoline di coccio, per il loro nutrimento quotidiano. Mi colpivano soprattutto i gesti che accompagnavano queste azioni quotidiane, gesti armoniosamente eseguiti con l’anima e con il corpo in un’atmosfera solenne e che acquisivano così una valenza profondamente simbolica, traboccando di quel “qualcos’altro” che permea ogni cerimonia, ogni gesto rituale. La cultura indiana possiede anch’essa strumenti collettivi, rituali e cerimonie per “integrare e elaborare” molte di quelle esperienze dell’”oltre”, esperiemze intime e visionarie nel pieno riconoscimento della loro sacralità. Durante queste cerimonie gli dèi vengono invocati, coccolati e riveriti, prima che facciano sentire tutta la loro ira vendicatrice. Da studi e ricerche eseguiti nell’ambiente del Candomblé, durante i periodi di “silenzio dei tamburi” (questi riti, in tempi passati, sono stati repressi dalle forze dell’ordine) è stato riscontrato un significativo incremento di disagi e malattie psichiche: gli dèi, irati, rivendicavano con la forza ciò che gli era stato negato. Una cerimonia è un rito di venerazione, un rito sacro (la parola deriva da una radice sanscrita che significa “fare”). Una cerimonia implica quindi un’azione che affonda le sue radici nelle profondità senza tempo della psiche, nella dimensione transpersonale e si pone al suo servizio, mentre l’azione, a sua volta, si estrinseca nel mondo della realtà incarnata e materiale, nella quale il corpo si muove, agisce. Nel gesto cerimoniale corpo e anima si uniscono attraverso un’azione specifica del corpo all’interno di un modello psichico trans- personale.

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Riferendoci alla cartografia dell’inconscio tracciata da Grof, durante le esperienze degli stadi regressivi, quando si raggiungono quei territori esperienziali che appartengono ad un livello evolutivo precedente alla formazione dell’io (livello perinatale), l’inconscio parla direttamente attraverso il corpo. In questi stadi così primitivi e elementari, la psiche non può essere percepita o rappresentata, può soltanto manifestarsi. Tra gli abitanti della Transcaucasia, gli appartenenti ad una setta chiamata yazidi, secondo quanto racconta Gurdjeff nella sua autobiografia4, avviene uno strano fenomeno: se si traccia un cerchio intorno ad uno dei membri di questa setta, questi non può uscire di sua volontà finché non viene cancellata almeno una parte del cerchio che offre un’apertura, una via d’uscita. All’interno egli può muoversi liberamente, ma se viene costretto a superare la linea del cerchio cade in uno stato di “catalessi”, stato che cessa nell’attimo stesso in cui viene riportato dentro al cerchio. Questo episodio è emblematico della forza e profondità a cui può giungere il linguaggio dei “gesti” e dei “simboli rituali” all’interno di un contesto “sacro”. Nel suo libro Il mondo magico De Martino descrive dettagliatamente le varie tappe di un rito di “guarigione”, eseguito da uno sciamano su una partoriente, durante il quale le doglie vengono evocate attraverso il racconto simbolico di un viaggio dello sciamano all’interno del corpo della partoriente e attraverso la lotta di questi con gli animali che personificano, appunto, le doglie. L’esito finale è il parto. Nel mondo magico descritto da De Martino, l’io della psiche primitiva non si è ancora completamente distaccato dalla sua matrice primordiale, l’inconscio. È come se l’io e l’inconscio vivessero in un perenne stato di indifferenziazione, e in uno stato così primitivo i “gesti magici” rimangono l’unico idioma per comunicare.

Accarezzando il relitto

Il racconto di un percorso analitico è un compito molto arduo, e per certi versi direi quasi impossibile. Qualsiasi cosa riuscirò a scrivere rimarrà sempre molto approssimativa in quanto i momenti più intensi, i messaggi più efficaci, l’essenza stessa della relazione analitica, passano attraverso il linguaggio non verbale e risultano quindi inesprimibili a parole. Dovendo, per una questione di spazio, tralasciare gran parte degli eventi, dei dialoghi importanti nonché dei sogni, mancherà sicuramente il senso di continuità del percorso terapeutico, con i suoi salti e improvvisi arresti. Tenendo ben presente tutti questi limiti, ma soprattutto il limite intrinseco ad ogni trasposizione dell’ineffabile in parole, tenterò di rivivere e di raccontare i momenti più significativi e comunicabili di un percorso di circa due anni e mezzo di terapia, con la frequenza di una seduta alla settimana, e di una relazione tanto profonda quanto limitata, sia nel tempo, sia all’interno dei confini dello spazio terapeutico.

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In ambito transpersonale, il termine “terapeuta” viene usato nel senso della parola greca originale “therapeutes”, che significa “persona che assiste durante il processo di guarigione” e non si riferisce a qualcuno che agisce in modo attivo sul paziente. Grof definisce il “guaritore interno” la tendenza naturale della psiche all’autoguarigione e chiama il terapeuta “facilitatore” del processo inconscio che viene attivato dal cliente stesso. Il rischio d’inflazione a cui va incontro lo psicoterapeuta transpersonale è nettamente superiore a quello normalmente riscontrato in chi svolge questa professione così favorevole alle proiezioni. In quest’approccio il livello di profondità raggiungibile nel percorso terapeutico è tale da trascendere l’io, ed attingere ai livelli perinatale e transpersonale della psiche (livelli “magici”) con il loro linguaggio simbolico/corporeo e le loro potenti manifestazioni. Il rischio che corre il terapeuta in questi casi è quello di sentirsi “l’attivatore” o “provocatore” di tali forze psichiche, di identificarsi così con la “personalità mana” o “il guaritore” etc. Quindi direi che la qualità più richiesta in un terapeuta che interagisce con simili profondità è prima di tutto “l’umiltà”, la coscienza dei propri limiti e la “fede”, fede nel senso di fiducia nelle potenzialità evolutive e “vitali” dell’essere umano, potenzialità che in un certo senso possiamo definire di “autoguarigione” del corpo e della psiche.

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Il dialogo con l’inconscio, attraverso il linguaggio onirico e l’utilizzo della respirazione profonda, favorisce l’attivazione e lo scioglimento di potenti energie, prima imprigionate nelle profondità dell’essere (l’acqua che scorre, le masse d’acqua, il petrolio…) pronte ad essere trasformate (il fuoco…). Quando l’energia grezza si sposta, per unirsi con la coscienza emergente attraverso l’immagine, verso la luce, richiede di essere contenuta sia in senso spaziale sia affettivo, finché non diventa abbastanza cosciente da poter essere espressa a parole. Questo movimento del mondo archetipico che scende verso la manifestazione, ed esprime tutta la sua tensione a realizzarsi-incarnarsi, ci trascina nei meandri della sofferenza più profonda, là dove le nostre ferite sono ancora vulnerabili, senza difese, in opposizione a quelle modalità “sfuggenti” ed un stili di vita che non sono più in armonia con le intenzioni inconsce.

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I nostri genitori sono i primi portatori delle proiezioni del Sé. I complessi associati a queste proiezioni, quando non vengono integrati nella vita cosciente, rimangono molto spesso come dei veri e propri “poli di attrazione” che affondano, carichi di energia, le radici in tali profondità (i complessi autonomi junghiani). Questi complessi agiscono a differenti livelli dell’inconscio e possiedono una tonalità affettiva relazionata ad una determinata tematica archetipica che opera come “calamita” per altri temi analoghi, appartenenti a stadi diversi della vita della persona che si sovrappongono e si confondono. Spesso avviene che i vari livelli di esperienza (biografico, perinatale, transpersonale) si manifestino, contemporaneamente, uniti da un tema comune di base che possiede una determinata tonalità emotiva: per esempio l’abbandono, la solitudine, il combattimento, la violenza. Grof li ha denominati sistemi COEX (sistemi di esperienza condensata): “Un sistema COEX è un raggruppamento dinamico di ricordi (e materiale di fantasia ad essi associati) appartenenti a periodi diversi della vita del soggetto, aventi come denominatore comune una forte carica emotiva dello stesso tipo, una intensa sensazione fisica dello stesso genere, o il fatto di condividere alcuni altri elementi importanti” 5.

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La discesa al mondo infero, alla terra-utero, segna l’inizio di una regressione e di un’alterazione della coscienza che richiede il “sacrificio della luce” e un tributo dell’io. La coscienza si abbassa oltre il “mondo degli opposti”, oltre il mondo così come eravamo abituati a percepirlo, e si eleva (nel mondo dell’inconscio gli opposti coincidono), aprendosi alle vette spirituali. La bocca del coccodrillo è simbolo dell’utero che ingoia, dell’accesso (pericoloso) al livello perinatale (prima della nascita). Essere inghiottiti rappresenta un ritorno all’origine, un ritorno all’utero, ad un’esistenza anteriore alla formazione dell’io, alla “separatezza”. Passaggio, questo, che rappresenta anche un’apertura alla consapevolezza dell’oltre e ad esperienze estatiche. È una metafora di ciò che in psicologia viene definito una profonda regressione, base di ogni “participation mystique”, e che favorisce l’unione tra il cielo e la terra, lo spirito e la materia.

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Durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con vari mezzi, tra i quali la respirazione olotropica, alcune persone rivivono la propria nascita, la lotta nel canale del parto, oppure lo stato intrauterino che viene descritto come un’esperienza di “beatitudine oceanica”, un momento di benessere assoluto, libertà ed espansione. Altri riescono persino a mettersi in connessione con ciò che Grof definisce “memoria cellulare del concepimento” e descrivono una particolare, intensa emozione: il profondo e diffuso dolore che si prova nel prendere forma umana. I grandi sistemi spirituali sostengono che la separazione dalla nostra natura divina, dal nostro “Sé” profondo è la nostra ferita esistenziale (il nostro “peccato originale”), che lentamente si trasforma in una profonda nostalgia e nell’impulso a sperimentare di nuovo “il Tutto”, un impulso verso un’esperienza non ben definita di unità e libertà. Il momento del concepimento viene vissuto come la perdita di questa libertà e unità originari, un dolore intenso, il dolore di essere “incarnati”, “intrappolati” in un corpo individuale e materiale. Secondo quanto emerge da tali vissuti, l’attraversamento del canale del parto accresce sempre di più questo senso di delimitazione e confinamento in una dimensione corporea. La nascita è quindi un passaggio, un “portale” che dalla dimensione spirituale (transpersonale) si apre sul mondo materiale (personale). È significativo il fatto che queste descrizioni, dati fondati sull’esperienza di un numero sempre crescente di persone, siano ancora così poco considerati o addirittura ignorati nell’ambito della psicologia “ufficiale”. Ciò potrebbe essere interpretato come espressione della forte resistenza presente nella nostra cultura verso qualsiasi tipo di esperienza che possa minacciare le nostre “certezze” e i nostri “confini”, i confini della nostra coscienza egoica, così come verso qualsiasi tentativo di superamento di questi stessi limiti: Ulisse fortemente stretto con numerosi nodi e…orecchie turate con la cera… Per quanto riguarda la “memoria cellulare del concepimento”, se consideriamo anche le descrizioni dei percorsi spirituali nella letteratura mistica, possiamo concludere che iniziamo dolorosamente a distaccarci dall’oceano primordiale fin dal concepimento, quando la nostra essenza inizia ad “incarnarsi”, allontanandoci così dalle radici spirituali. La condizione di “separatezza”, “la cacciata dal paradiso”, con tutta la sofferenza che comporta, d’ora in poi sarà parte integrante della nostra condizione umana. Sostiene Laura Boggio Gilot:“La diagnosi differenziale tra la sofferenza psicodinamica, legata alle vicissitudini interpersonali e la sofferenza spirituale legata alla separazione dell’io dal Sé, della mente dall’anima, è quanto di più urgente necessita alle teorie della salute mentale e ai temi della salute sociale”6. Oggi sembra che un gran numero di richieste di psicoterapia così come il continuo incremento delle esperienze di “emergenza spirituale”7 riguardino proprio questo tipo di sofferenza esistenziale: non si tratta più di una cura per “malati”, ma per coloro che avanzano la pretesa esistenziale e morale di guarire da un tormento che ci caratterizza in quanto esseri umani, nell’attuale momento della nostra evoluzione che oggi sembra passibile di superamento.

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Se nella nostra vita personale siamo stati vittime di “abusi” il mondo ci appare terribilmente ostile e minaccioso e questa solitudine esistenziale diventa ancora più profonda e dolorosa, raggiungendo sofferenze e disperazioni difficilmente sostenibili. “Abuso” significa un’invasione della nostra integrità fisica, sessuale, psicologica/emotiva e spirituale. Significa la violazione del nostro spazio, della nostra “sacra” individualità e unicità, un’intrusione attiva nei confini che ci definiscono come esseri umani. Sono questi confini che, delimitando noi stessi dal resto del mondo, confermano la nostra identità, ci proteggono dalle influenze del mondo esterno e determinano la nostra relazione con noi stessi, con le nostre radici spirituali e con quanto ci circonda. Una volta separati dalla nostra “natura divina”, se il mondo non ci accoglie amichevolmente, ma è anzi ostile, invasivo o violento, “mondo” questo molto spesso rappresentato dai nostri genitori che sono i primi a darci il “benvenuto”, rimaniamo come “sospesi”, “disincarnati”, viviamo in una specie di limbo, viviamo nella terra di nessuno.

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La pancia è la sede delle “viscere”, che significa, sia in senso letterale che simbolico, il mondo istintuale. Nell’uomo primitivo, così come nel bambino, in cui prevale la dimensione inconscia, la regione del ventre con il suo carico di vita vegetativa è particolarmente sentita come contenitore della “verità”. È degno di nota il fatto che spesso, nelle manifestazioni fisiche che avvengono durante gli stati non ordinari di coscienza, è il ventre il luogo da dove emergono, una volta “sciolti”, i pianti più profondi e i dolori più antichi. Ciò mi ricorda che in Giappone, durante l’addestramento dei samurai a diventare valenti guerrieri, il primo compito richiesto è quello di portare la mente verso il basso, nel ventre, due dita sotto l’ombelico, nel centro chiamato “hara”, che rappresenta, nel nostro corpo, il luogo che sta al di là del tempo. Se l’attenzione viene portata nell’ “hara” durante il combattimento, prima di un attacco dell’avversario, il lottatore è già riuscito a prevederlo ed è già pronto alla difesa, essendo in contatto con quella parte del suo corpo che trascende il tempo. Viceversa, se un soldato non riesce a portare la sua attenzione all’“hara” può trovarsi impreparato ad un colpo mortale e non gli viene permesso di combattere. L’“hara”, la pancia, è il luogo della “profondità senza tempo” nel nostro corpo. Ed è da lì che arriva Lauretta con il suo grido di dolore, chiedendo di essere tirata fuori dal passato, dove si trova imprigionata, chiedendo di congiungersi con il resto del corpo ed essere integrata alla coscienza attuale.

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La messa in scena di un rituale all’interno del suo “spazio sacro”, luogo e momento di congiunzione tra due mondi, fornisce quindi alla coscienza un contenitore accettabile, capace di “dominare il caos”, di dare nuova forma alle energie rese libere che fino a quel momento erano soggette a timori e tabù. È una forma di apprendimento esperienziali e un’esperienza emotiva correttiva, che “fa” coscienza. Là dove ogni azione o gesto, anche attraverso l’utilizzo di oggetti “profani”, affonda le radici negli strati più profondi della psiche, risuona con mille echi oltre il tempo e lo spazio. I gesti fisici (le azioni rituali) influenzano e trasformano chi li esegue, riverberandosi su di loro, proprio come un’immagine onirica “agisce” interiormente nel sognatore anche senza che egli ne conosca il significato. In questo modo, da un rituale possono scaturire profondi effetti terapeutici in quanto le azioni e le percezioni del sé corporeo che esegue un rituale influenzano il soggetto stesso, allo stesso tempo attore di quei gesti e oggetto dei loro messaggi.

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La manifestazione di contenuti inconsci non ancora assimilati alla coscienza, attraverso un “oggetto transizionale” (Winnicott) dotato di “mana”, è esperienza comune nel mondo magico-primitivo. “Lauretta” rappresentava qualcosa di più di un “oggetto” transizionale: era una foto incorniciata, ma apparteneva anche al mondo immaginale di Laura, era un “personaggio” del suo inconscio, una se stessa ancora non integrata, ma dotata di vita e di volontà, era “viva” e esercitava la sua funzione di contenimento e collegamento tra lo stato di coscienza attuale ed i contenuti inconsci accessibili, ma non ancora assimilati dalla coscienza. Laura sosteneva molto lucidamente che Lauretta “sapeva”, sapeva tutto ciò che c’era da sapere…e che l’avrebbe aiutata. C’era tra loro una sorta di complicità nella consapevolezza del “gioco” e nel senso condiviso della serietà di questo gioco.

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Il vincolo del matrimonio è uno degli esempi della forza e profondità della cerimonia rituale presente ancora oggi nel nostro mondo occidentale, vincolo questo che difficilmente può essere sciolto con firme o sentenze giudiziarie, come siamo abituati a credere. Molto spesso dietro agli apparenti dissidi e incomprensioni a cui vanno incontro gli ex-coniugi dopo la separazione e che si trasformano, a volte, in devastanti e infinite escalation di incomprensioni e aggressività, c’è, più semplicemente, “un rituale che non è stato sciolto”. La tradizione ebraica dispone, per esempio, di un “rituale di separazione”. Nella Chiesa Cattolica soltanto persone ricche e potenti possono usufruire dello “scioglimento del vincolo”, attraverso la “Sacra Rota”, ma in questo caso, lo scioglimento si riduce a una semplice pratica burocratica, priva della sua componente rituale-simbolica. Nella clinica può essere molto utile l’esecuzione da parte dei pazienti di un “contro-rituale” o meglio “rituale di scioglimento del vincolo matrimoniale”, come per esempio: un rito di separazione nella chiesa in cui ci si è sposati, restituire gli anelli e se necessario seppellirli, fonderli o distruggerli; rompere una catena o sciogliere solennemente un laccio, nodo o qualsiasi cosa li univa; separarsi ritualmente dagli effetti personali del partner, distruggere o bruciare una simbolica “ascia di guerra” o oggetti significativi della relazione come per esempio ricordi di un viaggio, di una qualsiasi esperienza comune etc. Abbiamo immaginato, io e Laura, possibili rituali di scioglimento del suo matrimonio.

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Questo tipo di discernimento non porta ad un maggiore individualismo ma, anzi, ad un contatto più profondo e più autentico, in quanto consapevole, con la propria e con l’altrui “umanità”. Laura ha dovuto compiere in un certo senso un salto nel buio: abbandonare le convinzioni e risposte preconfezionate per cercare dentro di sé il significato di ciò che la tormenta e una propria modalità individuale di esistenza. Nell’ambito del Candomblé esiste un personaggio molto paradossale, il suo nome è Exú: “il messaggero celeste”. È a lui che bisogna rivolgersi per comunicare alle divinità le richieste e i desideri degli uomini ed è a lui che si deve chiedere il permesso prima di iniziare una qualsiasi cerimonia. Se non gli vengono resi i dovuti omaggi, il messaggero celeste si vendica interferendo nelle cerimonie o danneggiando colui che lo ha trascurato. Burle, scherzi, trame oscure e indecenze sono le caratteristiche del messaggero celeste, che fu paragonato al diavolo dai missionari e osservatori affrettati. Ma la sua ambivalenza, se la osserviamo meglio, sembra essere proprio l’elemento dinamico atto a “dominare il caos”, a sviluppare, a rendere mobile, ad accrescere e trasformare. Ci ricorda l’Ermete greco, il serpente nella tradizione biblica, il mercurio nell’alchimia. Imbroglione patentato, Exú semina malintesi e discordie ed è colui che costruisce le trappole della vita agli esseri umani. Secondo la leggenda africana Exú è capace di fare cose strabilianti come: trasportare l’olio in una cesta, uccidere un uccello ieri con un sasso tirato oggi, far sanguinare le pietre… Il lunedì è il giorno a lui consacrato, così come l’inizio di qualsiasi rituale o cerimonia: è sempre a lui e soltanto a lui che bisogna rivolgersi per ottenere il favore degli déi.

In questo tipo di percorso dolorosissimo, non occorre “sapere” la verità, ma viverla nell’esperienza. Non si tratta di acquisire una conoscenza intellettuale, ma di percorrere coraggiosamente una via, i cui sentieri e paesaggi molto spesso sfuggono a qualsiasi descrizione. Il mio compito di terapeuta è quello di accompagnare e sostenere l’iniziando in questo percorso. In molti momenti non sono sufficienti le parole, anzi è molto più efficace sul piano psicologico la comunicazione non verbale che comunque esiste sempre nell’ambito di un rapporto terapeutico. A nutrirlo e rassicurarlo quando necessario sono la mia personale esperienza, così come la mia personale relazione con il mondo interiore irrazionale. Ciò richiede che io sia stata a contatto, a mio tempo, ma continui a farlo anche adesso, con questa dimensione dell’esistenza, mettendo continuamente in discussione tutta me stessa, le mie sicurezze e convinzioni. E a sostenermi in questo percorso è soprattutto la mia fede nelle infinite potenzialità della natura umana.


Note

1 Tarnas, R., The Passion of the Western Mind. Understanding the Ideas That have Shaped Our World View, Ballantine Books, New York, 1991.

2 Einstein, A., Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma, 1988, p. 28.

3 Neumann, E., Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 19-20.

4 Schellenbaum, P., La ferita dei non amati, Red, Milano, 2002, p. 194.

5 Jung, C. G., Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 37.

6Neumann, E., Psicologia del profondo e nuova etica, Moretti & Vitali, Bergamo, 2005, p. 65.

7 Gurdjeff, G. I., Incontri con uomini straordinari, Adelphi, Milano, 2001.

8 Grof, S., Oltre il cervello, Cittadella , Assisi, 1997, p. 47.

9 Boggio Gilot, L., Crescere oltre l’io, Cittadella, Assisi, 1997, p. 254.

10 Una crisi esistenziale che racchiude in sé il seme della trasformazione. L’espressione “emergenza spirituale”, nel suo doppio significato di “pericolo” e “opportunità”, esprime la complessità di questo momento psicologico-esistenziale dal quale si può emergere completamente trasformati Cfr il mio romanzo Água scura, Di Renzo editore, Roma, 2005.