L’arte della psicoterapia

L’arte della psicoterapia

Lo spazio terapeutico come luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima

(Estratto)

 

“Il fine dell’arte inferiore è piacere, il fine dell’arte media è elevare, il fine dell’arte superiore è rendere liberi”.

 

In fondo, la religione è una forma rudimentale del sentimento della bellezza. Tutta l’arte non è altro che un rituale religioso”.

(Fernando Pessoa)

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L’arte che rende liberi

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Fernando Pessoa, il grande poeta portoghese, che potrebbe essere definito un vero e proprio alchimista dell’anima, demiurgo, mago della parola, attraversò un travagliato percorso di ricerca interiore e di auto-esplorazione-espressione dal quale scaturirono i famosi eteronimi: Alberto Caieiro, Riccardo Reis, Alvaro de Campos e Bernardo Soares – personaggi che appartenevano all’avanguardia culturale portoghese e che si muovevano disinvolti in questi ambienti come se fossero personaggi viventi dai contorni definiti, ognuno corredato di una propria biografia e riconoscibile per l’inconfondibile stile letterario. Pessoa definisce l’arte: “l’auto espressione che lotta per essere assoluta”. Frase questa che potrebbe essere riproposta in relazione al percorso esistenziale di un analizzando e lo svilupparsi della “sua arte”, e di arte in questo caso possiamo proprio parlare: l’arte di decodificare l’indicibile attraverso la magia alchemica delle parole. Parole che ri-nascono dalle profondità dell’essere, vitalizzate di nuovo spirito, parole che portano caos, mettono scompiglio, ma che rendono palpabili, nell’aria impalpabile, l’essenza indelebile. L’arte di “sgombrare le sovrastrutture” per fare emergere l’anima, un’arte che Aldo Carotenuto paragonava alla “scultura”, un’opera da realizzare a “quattro mani”, o meglio a “due cuori”, tra il terapeuta e l’analizzando. E sottolinea ancora Pessoa: “La finalità ultima dell’arte non è piacere, la finalità ultima dell’arte è elevare”.

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L’artista russo Kandinskij, creatore della pittura astratta, esprime nelle sue opere lo strettissimo legame che riesce a intravedere tra l’opera d’arte e la dimensione spirituale. L’arte, per questo suo autorevole rappresentante, “oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”. Il colore, per Kandinskj, può avere due possibili effetti sullo spettatore: un effetto fisico, superficiale, basato sulla percezione sensoriale e un effetto psichico dovuto alla vibrazione spirituale attraverso cui il colore raggiunge l’anima: il colore “ha un odore, un sapore, un suono”. Il rosso, per esempio, esprime dolore, ma non tanto per un’associazione di idee (il colore del sangue), quanto per le sue intrinseche caratteristiche, per il suo “suono interiore”. Kandinskij per spiegare l’effetto del colore sull’anima utilizza una metafora musicale: il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto, l’anima è un pianoforte di infinite corde. La composizione di un quadro, secondo l’artista russo, non deve rispondere ad esigenze puramente estetiche ed esteriori, piuttosto deve essere coerente con una profonda necessità interiore, che l’autore chiama onestà. Il bello non è quindi ciò che risponde a canoni estetici ordinari e prestabiliti. Il bello è ciò che risponde a ciò che l’artista sente e vive come una necessità interiore.

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Necessità interiore che in fondo all’anima appartiene a tutti noi in quanto, secondo Carotenuto, siamo tutti potenzialmente “artisti”. Ed è proprio attraverso la sofferenza che ci costringe a porci domande alle quali non possiamo rispondere se non ponendoci altre domande, che siamo in un certo senso “chiamati” all’auto-espressione ed all’evoluzione. Chiamati da “qualcosa” che sembra aver luogo altrove, fuori di noi, qualcosa che “feconda la nostra anima” e ci rende appunto “creativi”. Per Carotenuto come per Meister Eckhart creare significa dedicarsi alla dimensione sacra dell’esistenza: “la creatività è una scintilla del divino che dimora nella nostra interiorità”. (Carotenuto, 1991). Una scintilla che dimora in quel luogo di alterità, quell’aldilà dentro di noi che Rudolf Otto definisce “numinoso”, un luogo più reale della realtà stessa, un luogo futuro, presente nel presente, che usiamo chiamare sacro. Tutta l’arte in questo senso diviene arte-sacra, così come sacro è anche il temenos, lo spazio della terapia. Dinanzi ad un’opera d’arte o all’ingresso di un luogo sacro, come per esempio un santuario in uso da secoli, molte persone fanno un’esperienza soggettiva comune: provano sentimenti di pace interiore e armonia quasi palpabili, rispetto reverenziale, timori e tremori come se l’aria che si respira in questi luoghi fosse stata impregnata oltre che della bellezza artistica, anche da tutte le proiezioni, emozioni, intenzioni, preghiere e significati che sono stati riversati da generazioni di visitatori che ne hanno calpestato il suolo, contemplato la bellezza, e “respirato” l’atmosfera.

Il terremoto dell’Arte.

Ma ciò che incanta allo stesso tempo sconvolge e scuote l’anima nelle fondamenta, spiazza. Difficilmente si osserva un capolavoro rimanendo gli stessi di sempre, distaccati e indifferenti. Qualcosa accade: inquietudine, panico, terrore, oppure sentimenti di unità, di espansione di sé, che favoriscono l’accesso ad una sorgente interiore di forza vitale. Nel bene o nel male, qualcosa accade. Ma questo potere evocativo delle opere d’arte o del luogo “sacro” può rivelarsi, a volte, drammaticamente dirompente e destrutturante della personalità. E anche pericoloso. L’esperienza estetica può fare “ammalare” di una malattia tra le più nobili: “la sindrome di Stendhal” come l’ha definita Graziella Magherini (1989) nel suo omonimo libro riferendosi al famoso scrittore affetto da questo tipo di sconvolgimento psicologico dinanzi alla potenza dell’arte. Nel suo libro la Magherini racconta la sua esperienza di psichiatra a Firenze, città d’arte per eccellenza, con turisti stranieri in preda a scompensi psichici scatenati dalla contemplazione di luoghi e opere appunto di “eccessiva bellezza”:

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Nella misura in cui ci identifichiamo con il nostro “io” separato, il mondo rimane “sdivinizzato” ed è attraverso l’opera d’arte che ci viene presentato l’elemento spirituale esistente dietro le cose del mondo. L’arte diventa così una specie di “processo risanatore” attraverso il quale viene offerta allo spirito invisibile la possibilità di rendersi visibile, di manifestarsi nella forma sensibile e di sottrarsi quindi alla sua esistenza d’Ombra: si percepisce attraverso i sensi, ma proprio come se nei sensi fluisse lo spirito. L’esperienza estetica urge quindi in quanto necessità vitale: come mezzo per rientrare in contatto con la totalità perduta, una sorta di antidoto all’alienazione contro il quale l’uomo moderno erige barriere e oppone rigide resistenze.

L’arte e la sua crudeltà

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Se estraiamo il senso di tutte le opere artistiche, ne ricaviamo quello che per Robert Musil è una smentita interminabile-incompleta, ma esemplificativa e fondata sull’esperienza di tutte le norme, le regole e i principi vigenti sui quali posa la società che ama tale arte. L’arte, per Musil, “trafigge con il suo mistero da parte a parte il senso del mondo, attaccato a migliaia di parole triviali, e ne fa un pallone che se ne vola via. Se questo, com’è costume, si chiama bellezza allora la bellezza dovrebbe essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica!”1 Anche per il filosofo francese Jean-Luc Nancy, considerato assieme a Jacques Derrida il maggiore esponente del “decostruzionismo”, la grande arte provoca, sconvolge e ribalta il senso del mondo. L’arte contemporanea stravolge completamente l’usuale senso della bellezza: smonta la frase, la forma stessa, disorganizza la sintassi ed esprime così, oltre i confini della parola, il proprio dissenso in tutta la sua carica anarchica e provocatoria, dissenso che è anche critica e sfida ai miti, ai linguaggi, ai valori, all’eccessivo intellettualismo e consumismo della nostra moderna società. Rappresentanti della Pop Art, come Andy Warhol e Roy Lichtenstein per esempio, hanno espresso la loro critica alla società dei consumi: degli hamburgers, delle auto, dei fumetti, della TV, attraverso la “raccolta” delle immagini e degli oggetti prelevati della vita quotidiana e la trasformazione degli stessi in opere d’arte, l’introduzione e l’uso nella loro produzione di strumenti e mezzi non tradizionali.

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L’utero e l’arte

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Qualcosa di indicibile e non rappresentabile, qualcosa che doveva rimanere celato alla nostra consapevolezza, emerge dagli abissi più profondi dal nostro essere e dalle nostre viscere e si manifesta nella coscienza in tutta la sua potenza trasformatrice. Secondo Kazuo Ono, il grande maestro di buto, il luogo di origine della vera arte è il ventre materno. Lì, immerso nel liquido amniotico, l’embrione si muove in un mondo senza confini, un mondo illimitato, oceanico, un mondo che, secondo Ono, “non è alla portata dei viventi”. L’emozione e la gioia che scaturiscono dalla contemplazione della Bellezza ci riconducono ad una dimensione estatica di espansione e perdita dei confini, a quella dimensione del piacere, unione e fascinazione dell’originaria fusione con la Madre-Natura che affonda le radici nella esperienza prenatale. Questo sentimento di completezza che appartiene ai territori sconfinati della esperienza intra-uterina trae la sua origine in quel passato remoto mai del tutto cancellato: quando eravamo Tutto e non c’era mancanza dalla quale potesse nascere un qualsiasi desiderio. L’esperienza estetica offre un spazio intermedio nel quale ritualizzare la nostra fame di completezza, la nostalgia di quel luogo dell’anima pervaso di Piacere, Bellezza e Armonia, l’estasi paradisiaca: la fusione con il corpo materno. Quando durante una profonda auto esplorazione esperienziale, attivata per esempio attraverso la respirazione olotropica, si raggiungono quei territori dell’inconscio profondo che Stanislav Grof definisce “prima matrice perinatale di base” (“l’universo amniotico”) che ha la sua base biologica nella fusione originale del feto con l’organismo materno durante l’esistenza intrauterina, emergono emozioni e sensazioni fisiche di estrema intensità: qualcosa come “trovarsi sotto l’acqua”, fluttuare nel mare o in regioni senza limiti fino all’identificazione con l’oceano intero, con galassie, spazi interstellari o addirittura con tutto il cosmo. Tutte queste sensazioni vengono accompagnate da immagini simboliche e archetipiche cariche di “numinosità” come per esempio visioni paradisiache della natura nel suo massimo splendore, bellezza, armonia: acque limpide e cristalline, cieli azzurri, foreste vergini, pietre preziose, oro, argento o immagini di paradisi delle varie culture. La massima espressione della qualità sacra e spirituale di questa matrice è l’esperienza di unione mistica o unità cosmica caratterizzata dalla trascendenza del tempo e dello spazio, dal sentimento di profonda riverenza verso tutta la “creazione” e da forti sentimenti estatici. Questo tipo di estasi è definito “Oceanico o Apollineo”2.

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Il temenos analitico, luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima

Nei nostri sogni l’inconscio viene spesso rappresentato come un territorio straniero e il nostro rivoluzionario percorso interiore passa attraverso l’esplorazione di questa “zona oltre il confine” dentro di noi, sia nei suoi aspetti paradisiaci che in quelli infernali. Luogo interiore dal quale emergono i nostri fantasmi che finiscono per popolare lo spazio del setting analitico, spazio “intermedio” di incantamento e di sensibilizzazione estetica, contenitore ottimale delle proiezioni di tutto ciò che si trova “oltre il confine” dentro di noi. Prerogativa dell’opera d’arte così come di ogni terapia del profondo in quanto “spazio uterino”, base delle esperienze emotive, è quella di rendere significativi, traducendoli in simboli, quegli aspetti della vita interiore mai sufficientemente pensabili, esprimibili né rappresentabili: il setting come un scenario d’arte quindi, tela bianca e tavolozza di colori, vuoto palcoscenico dove dipingere i nostri fantasmi e inscenare un dramma archetipico. L’anima di un luogo può essere scoperta proprio come l’anima di una persona e descritta dall’interno, così come la percepiamo. Riusciamo a sentirla, per esempio, nei siti archeologici, nelle antiche dimore o quando siamo immersi in un scenario d’arte, nei luoghi sacri: in quei magici pioviscoli di luce che filtrano dalla finestra socchiusa, nei suoni provenienti da non so dove… che colmano lo spazio di “presenze invisibili”, in quegli attimi di sospensione in cui riusciamo a scorgere, nello scricchiolio del pavimento in legno, il passo felpato dei vecchi fantasmi che camminano in punta di piedi per non disturbarci… Lo scrittore Henry James usa l’espressione genius loci (spirito o anima del luogo) per definire questa “pregnanza di spirito” che racchiude in sé l’essenza dell’ambiente: un distillato di tutti i significati che quell’atmosfera ci suggerisce con i suoi odori, suoni e colori, i suoi spazi aperti o chiusi, i suoi giochi mutevoli di ombre e luci. L’Anima di un luogo è inestricabilmente fusa con noi e impone trasparenza e autenticità. Come la bellezza di un’opera d’arte – bellezza che per Schiller rimane sempre qualcosa di indefinibile e “porta la testimonianza sensibile di ciò che, al di là dell’umana comprensione, è fondamentale” – anche un luogo ci può incantare, accendere l’animo ed emanare suggestioni che annebbiano i sensi e ci portano altrove… Ciò che nell’aria si diffonde e riempi i nostri cuori e polmoni è l’essenza stessa dell’ambiente che, volatile, feconda l’anima e aleggia tutt’intorno sotto forma di sottili informazioni tra i nostri sensi e le persone, gli spazi, gli oggetti, l’aria che si respira. Qualcosa che sembra andare molto al di là dei soli simbolismi o significati reconditi.

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Nei luoghi sacri le preghiere e gli atti di devozione restano registrati nell’ambiente così come lo spazio della terapia rimane impregnato dell’anima, del calore e della verità di tutta la storia passata, presente e futura dell’analizzando. Nel setting tutto l’ambiente è caratterizzato da una densità cosi potente che ogni gesto, i silenzi, o il semplice suono della voce sono amplificati e resi così carichi di genius che ci catturano e arrivano diritto ai nostri sensi e ci ricordano alcuni particolari scenari d’arte come, appunto, il teatro di Grotowski o di Beckett, la “danza delle tenebre” (il buto) o le “installazioni” di una Biennale.

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Pensiamo, per esempio ad una esperienza soggettiva comune: il sentimento di rispetto reverenziale, di devozione e pace chiaramente palpabile che alcune persone provano entrando nei luoghi antichi, come santuari o scavi archeologici. Luoghi questi, sacri o profani che siano, che esercitano sulla psiche dei visitatori fenomeni particolari, molte volte riportati e descritti nella letteratura spirituale di ogni epoca ma spesso considerati come folklore popolare o suggestioni. Ervin Laszlo, eminente studioso di fisica moderna, teoria dei sistemi e teoria generale dell’evoluzione, nel suo bellissimo libro “Risacralizzare il cosmo” mette in relazione questi eventi con i più moderni sviluppi teorici della fisica, in particolare con “il formalismo olografico quantico associato al campo A”. Secondo Laszlo tutti questi elementi – il santuario, le persone che entrano e escono, l’altare e la struttura stessa del luogo – emettono “un’aura sotto forma di informazioni olografiche che vengono assorbite reciprocamente”. Quindi probabilmente, secoli di reverenza, preghiere e devozione profondamente sentite dai fedeli vengono assorbiti nel tempo nella struttura stessa del luogo, che li rimette a sua volta nello spazio circostante. Lo spazio è quindi “condizionato” dalle folle e dei sentimenti di chi lo ha frequentato. Studi recenti (William Tiller, Stanford) offrono una descrizione, da un punto di vista “sperimentale”, del “condizionamento” di un spazio: stando a questi studiosi ciò significa che determinate proprietà di un oggetto materiale possono essere modificate tramite un “pensiero coerente focalizzato”, come avviene nella meditazione. Questo condizionamento suggerisce una relazione (risonanza interna) tra “chi ha originato l’intenzione” e “l’oggetto fisico”, come nell’esempio precedente del santuario.

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Infatti più l’opera d’arte è famosa, conosciuta da tutti, più assorbe per generazioni le proiezioni dei nostri desideri, aspirazioni, esaltazioni, divenendo simboli viventi e contenitori delle divinità che dall’inconscio collettivo tendono ad emergere e chiedono di essere accolte. Dinanzi all’incanto e alla bellezza di un luogo o di un’opera tramandataci da secoli, non possiamo esimerci dal prendere contatto con l’altra realtà soggiacente alla nostra realtà ordinaria, di ascoltare le sue richieste, e aprire la porta alle sue divinità, ai suoi simboli e archetipi. L’inconscio collettivo è “inquinato” dalle vicende traumatiche della storia umana nello stesso modo in cui l’inconscio individuale è inquinato dai traumi della nostra infanzia e adolescenza. Possiamo dire che a seguito dell’emergere della potenza archetipica, straripante dalle opere d’arte, viene riattivata la memoria animica-spirituale dell’umanità. Il percorso evolutivo (e terapeutico) individuale, nel contatto con l’opera d’arte, trascende quindi la sfera personale facendoci partecipi della evoluzione collettiva e della “cura del campo di coscienza della specie” (Christopher Bache).

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L’artista austriaco Hundertwasser, impegnato in una crociata per conquistare la felicità attraverso la bellezza e il potere dell’arte in opposizione al funzionalismo tecnologico globalizzante, propone una visione dell’essere umano e della società assolutamente originali. Autore del “Manifesto sull’ammuffimento contro il razionalismo in architettura”, del 1958, Hundertwasser viene chiamato “il pittore delle cinque pelli” per la sua esplorazione e descrizione delle cinque pelli dell’uomo a partire della prima pelle: la membrana che delimita la nudità dell’uomo e racchiude l’io, attraverso la seconda: i vestiti; la terza: la casa dell’uomo; la quarta: l’ambiente e l’identità sociale, fino alla quinta: l’ambiente globale, l’ecologia e l’umanità. Per Hillman, come per Hundertwasser, un luogo che non ha i suoi traumi, i suoi umori, i suoi momenti mistici, le sue inquietudini e afflizioni è privo di autenticità e di vita interiore, è falso, proprio come lo può essere un essere umano. L’anima per Hillman non è qualcosa che si possa spiegare ma “piuttosto essa stessa è il principio e la chiave di ogni spiegazione” e si possono attribuire ad un luogo che perde la propria anima – la sua essenza urbana o paesaggistica, il distillato di tutto quanto nel luogo è significativo – la stessa sofferenza e le stesse cause di quando, in una persona, l’anima è perduta.

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Stendhal descrive nel suo diario del viaggio in Italia un suo improvviso e misterioso malessere che accade al suo ingresso nella Basilica di Santa Croce, malessere questo che ha inspirato alla Magherini il nome della famosa sindrome: terrore, panico e vertigini che lo hanno costretto ad uscire all’aperto e iniziare la lettura dei versi dei Sepolcri del Foscolo, lettura che risultò in quel momento rassicurante e terapeutica. Proprio come dall’atmosfera carica di emozioni, pensieri e fantasmi aleggianti nella stanza della terapia, emergono le esperienze di immaginazione attiva di Mario, così l’intensità dello scenario artistico della basilica di Santa Croce fa tornare nel teatro della mente di Stendhal un elemento estraneo, rimosso ma probabilmente, da sempre, profondamente familiare. Lo possiamo chiamare un déjà-vu carico di angoscia, sepolto sotto strati e strati di corazze difensive, che doveva rimanere lì nascosto per sempre e che invece all’improvviso si manifesta alla coscienza. La bellezza e la sacralità di un luogo riescono a entrare in risonanza e contenere proprio quelli aspetti più estremi e conflittuali del nostro mondo interiore, vere e proprie isole o interi arcipelaghi che galleggiano alla deriva nel mare dell’inconscio, lontani dalla terra ferma della nostra coscienza.

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Psicologicamente il tempo dell’arte e il tempo della Terapia è il tempo necessario all’ego limitato per disperdersi nell’aria ed espandersi all’infinito, è il tempo in cui cadono le maschere menzognere e si attenuano le caratteristiche strettamente personali ed emerge alla luce una nuova consapevolezza di sé stessi e del mondo in un processo evolutivo-creativo senza fine verso una sempre più compiuta realizzazione della propria umanità.

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Nella cultura giapponese lo stato di trance non è considerato uno stato di “unità con il divino”, quanto un mezzo per “elevarsi”, un stato attraverso il quale l’uomo impara ad essere “semplicemente se stesso” e allo stesso tempo “privo di sé”, il che lo porta ad agire in modo “univoco e infallibile”. In termini transpersonali questo significa agire al di la dei propri confini egoici, in funzione della totalità. Questo stato di verginità psicologica, che nella tradizione religiosa significa “agire secondo il volere di Dio”, è un azione “pura”, se per purezza intendiamo ciò che non è contaminato dal desiderio personale. All’interno del temenos analitico, terapeuta e analizzando s’immergono “nella via dell’acqua che scorre”, in quello stato di armonia con se stessi e con l’ambiente che secondo la pratica zen porta “all’azione perfetta”. All’interno del setting, le parole pronunziate e le azioni compiute sono tutt’uno con il luogo, che diventa per il terapeuta e l’analizzando il mondo intero. E proprio come alcuni artisti che sostengono di non essere stati “loro stessi” creatori dell’opera, ma solamente “un tramite” della Creazione, è viva anche nel terapeuta la sensazione di non aver fatto proprio nulla, e che non ci sia davvero nulla che si debba fare. Senza alcuna intenzione o sforzo, dinanzi ad una porta aperta verso l’infinito, le cose semplicemente… accadono.

Virginia Salles

L’eclisse. Frammenti di un percorso terapeutico

L’eclisse. Frammenti di un percorso terapeutico

(Estratto)

 

 

…sembrava che anche gli oggetti materiali fossero fatti di amore, anzi che tutto il mondo fosse una esplosione di amore. Vedevo amore, udivo amore e toccavo amore. Per me non esisteva altro che amore…

(Sri Govinda, La Coscienza Cosmica )

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Secondo la psicologia di Reich, Lowen e Gaiarsa, ad ogni emozione corrisponde una preparazione organica (muscolare, cardiaca, respiratoria), atta ad estrinsecarla, che prevede un’azione del corpo nella realtà. Ad ogni rimozione corrisponde quindi un “imprigionamento” del gesto o dell’azione non manifesti che lasciano il posto ad una serie di contrazioni muscolari e restrizione respiratoria. Queste tensioni formano ciò che Reich definisce “le corazze muscolari del carattere” che trattengono e impediscono il libero fluire delle emozioni, l’autoespressione, la spontaneità, e provocano un’insufficiente irrorazione sanguinea in quelle parti o organi del corpo interessati. Queste “rigidità caratteriali” stanno all’origine di molti disturbi psichici e di malattie psicosomatiche. L’attivazione dell’inconscio, che avviene durante questo tipo esperienze di auto esplorazione profonda, provoca il risvegliarsi della memoria corporea e delle esperienze ad essa associate, molto spesso non accessibili al linguaggio verbale. Queste reazioni fisiche che vengono attivate durante la seduta olotropica possiedono una struttura psicosomatica molto complessa e affondano le loro radici non solo nell’inconscio personale, ma anche archetipico o transpersonale. Alcune volte rappresentano le tensioni e i dolori della vita quotidiana del respiratore in modo amplificato; altre volte invece appaiono collegate ad antichi vissuti o traumi appartenenti a stadi precedenti della sua vita. Altre volte ancora comunicano, attraverso il linguaggio del corpo e le emozioni o immagini ad esso associate, un messaggio importante per quella persona: una profonda comprensione di qualche evento significativo della sua vita o di temi filosofici o esistenziali di più ampio respiro, universali, che in quel determinato momento diventano attuali e richiedono maggiore chiarezza. La tensione fisica può essere “sciolta” in due modi diversi: il primo, attraverso la catarsi e l’abreazione, così come furono descritte da Freud e Breuer: l’energia viene liberata attraverso il pianto, movimenti, spasimi e tremori, urla e persino il vomito. Il secondo modo offre una diversa comprensione e rappresenta un nuovo sviluppo della psicoterapia: le tensioni che affiorano vengono “consumate” attraverso “contrazioni muscolari transitorie di varia durata”, liberando così l’organismo in modo piuttosto sorprendente e, direi, molto efficace. A queste intense manifestazioni psicofisiche fa seguito un profondo rilassamento.

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L’approccio psicologico transpersonale, che affonda le sue radici nel modello umanistico, focalizza l’attenzione in modo particolare sulla fragilità e sull’insignificanza dell’esistenza umana derivate dalla separazione dell’io dal “Sé”, il centro spirituale interiore che trascende l’individuo. Quando siamo identificati con il nostro io biografico, la vita ci appare terribilmente arida e vuota, priva di significato e di contatto con i valori e principi universali. Il sintomo diventa allora la risposta naturale al fallimento del progetto esistenziale incentrato sull’ego, sulla “separatezza”. In questo contesto il processo evolutivo richiede di varcare i ristretti confini della logica egocentrica e di abbandonare le modalità difensive dell’io a favore di una crescente apertura verso il mondo interiore e la dimensione sacra dell’esistenza. Procedendo verso una più profonda consapevolezza di se stessi e del proprio sentire si arriva a un momento cruciale: la resa – senza la quale, senza che ci sia il dono integrale di se stessi, non può aver luogo la trasformazione. In questo momento ciò che muore è quella parte di noi che s’identifica con i confini della nostra pelle, quella parte separata dal resto dell’universo che agisce come se fosse la protagonista assoluta nella scena della vita. Ciò che muore è la percezione di noi stessi come “entità separate”, lasciando spazio e apertura a tutto ciò che fino a quel momento è stato altro da noi. È soltanto dopo aver abbandonato l’ego con le sue identificazioni, ruoli e le sue vecchie sicurezze, che possiamo aprirci a questa nuova consapevolezza ed entrare in contatto con la “vita che fluisce dentro di noi” in tutta la sua potenza propulsiva e creatrice. Questo è il momento fondamentale del processo di morte e rinascita descritto da Grof.

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Le esperienze olotropiche non richiedono mai un’ulteriore analisi o interpretazione, in quanto la profondità di questi vissuti è tale che qualsiasi interpretazione risulterebbe riduttiva e limitante del fluire stesso del processo psicologico. Qualche volta può essere di aiuto l’amplificazione di tradizione junghiana, come per esempio il racconto di temi mitologici analoghi o evocativi. L’effetto di questa esperienza fu per Giacomo quello della rivelazione, fu un’esperienza che lo segnò profondamente e fu foriera di una vera e propria trasformazione nella sua vita.

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Nel programma dei dodici passi utilizzato dagli Alcolisti Anonimi, il terzo passo – “abbiamo deciso di rimettere la nostra volontà e la nostra vita nelle mani di Dio, cosi come noi lo intendiamo”- riguarda il venir meno del controllo da parte dell’io e l’abbandono, la resa incondizionata ad un Potere Superiore. Questo passo apre le porte al “Sé profondo”, al “Potere Superiore”, a “Dio, cosi come noi lo intendiamo”. Questa espressione “Dio, così come noi lo intendiamo”, utilizzata nel programma dei dodici passi, sottolinea l’unicità di ogni esperienza del divino, l’importanza dell’esperienza che ciascun essere umano ha del Sé profondo.

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Questa tecnica terapeutica proposta da Grof, così come altri metodi esperienziali utilizzati in ambito transpersonale, nasce dalla sempre crescente esigenza di una più ampia integrazione teorica e di un maggiore eclettismo tecnico nell’attuale panorama degli studi in ambito psicologico. Pionieri in questo campo sono stati i lavori di ricercatori appassionati, da C. G. Jung a Abraham Maslow, da John Perry a Stanislav Grof, da Roberto Assaggioli a Ken Wilber, e altri. Lo scopo principale di questi metodi rivoluzionari è quello di “spingere in avanti” l’evoluzione individuale e collettiva e di accrescere l’efficacia terapeutica guardando oltre i confini delle singole teorie e dell’approccio psicoterapeutico tradizionale considerato riduttivo, in quanto non mette in discussione l’unilateralità della nostra attuale visione della psiche e gli stessi confini egoici. Nella nostra cultura non esistono strutture ufficiali che possono offrire la possibilità di squarciare il velo di Maya descritto dagli indù, di andare al di là delle apparenze e vivere profonde esperienze emotive. Attraverso questi vissuti possiamo trascendere la realtà ordinaria, compensare così l’unilateralità tipica del mondo in cui viviamo e accedere alle sfere transpersonali, alla dimensione più profonda della psiche che da sempre ha rappresentato l’unica fonte di significato esistenziale e di verità per tutta l’umanità. Nella cura delle diverse forme di dipendenza è indispensabile offrire alla persona sofferente la possibilità di vivere esperienze che attivino e nutrano il cuore e favoriscano l’accesso alle profondità del proprio mondo interiore. Senza questa possibilità di trascendenza ogni approccio terapeutico risulta riduttivo e inadeguato. La vera trasformazione tramite lo “spiritus contra spiritum” non può avvenire se non viene soddisfatto questo impulso al superamento dei confini egoici, la profonda sete dell’anima che soggiace a questo tipo di sofferenza, che possiamo ben definire spirituale. Non possiamo soddisfare questa esigenza attraverso lo studio della teologia, l’apprendimento di dogmi, la preghiera o la pratica di un credo religioso. È necessario un percorso interiore, una esperienza, l’immersione nelle profondità dell’anima alla ricerca di un contatto diretto con il Mysterium tremendum, la forza spirituale in ognuno di noi.

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L’uomo biodegradabile

La trascendenza dei confini abituali dell’ego, l’esperienza di una dimensione “altra” da ciò che lui riconosceva come “se stesso” che ristabilisse il contatto con la fonte di significato dell’esistenza: era forse questo l’elemento mancante nella vita di Giacomo che lo allontanava da se stesso, imprigionava il suo cuore, e aveva sconvolto così drasticamente la sua esistenza? Oggi mi sento di rispondere proprio di sì. Ma non solo. Un altro elemento determinante è stata la funzione di rispecchiamento svolta dalla relazione terapeutica. Quando manca interiormente il “centro di gravità permanente” (Battiato), la percezione di se stessi è quella di un’immagine frammentata, proprio come l’immagine che appare dinanzi ad un “specchio infranto”. È questo il vissuto soggettivo tipico di chi va incontro alle varie forme di dipendenza da alcol, droga o altro. La funzione di “rispecchiamento” all’interno della relazione terapeutica, l’essere “guardati in fondo all’anima”, “visti” in profondità, “riflessi” e “riconosciuti” da un occhio attento ed empatico, possono rappresentare un’esperienza profondamente risanatrice. L’attenzione e l’interesse vivi di un’altra persona agiscono dentro di noi come il sole a primavera, riscaldano e accendono la vita interiore. Là dove c’è vera attenzione verso l’altro può esserci reale scambio di influenze e trasmissione di conoscenza, la vita inizia a germogliare e sorgono le prime “variazioni” in una reciproca danza della creazione: possiamo immergerci fiduciosi nel letto del fiume della vita e arrenderci alla trasformazione. Solo allora le cose iniziano ad accadere…e quando si raggiunge l’apice della reciproca influenza, iniziamo a percepire che io e l’altro, io e l’universo siamo creazione continua, che non esistono cose, esistono solo processi, avvenimenti.

Durante il mio training formativo in respirazione olotropica mi accadde un’esperienza particolare: ero la “sitter” (assistente) di un ragazzo di circa trent’anni che mi chiese di guardarlo fisso nel volto con molta attenzione per tutto il tempo dell’esperienza. L’ho fatto con impegno anche se, nelle tre ore di durata della sessione olotropica, qualche volta, distratta dai rumori della sala o dall’esperienza di altri respiratori, ho leggermente distolto lo sguardo dal suo volto. Ma ogni volta che questo accadeva il ragazzo, che nella penombra della sala portava sugli occhi una benda nera, si accorgeva della mia distrazione e dava segni visibili di sofferenza e di abbandono. Ritornavo subito alla posizione di totale concentrazione del mio sguardo sul suo volto e lui si riprendeva. In quei momenti il suo volto, dietro la benda, sembrava illuminarsi e continuò ad essere raggiante ancora dopo l’esperienza. Durante la condivisione descrisse il suo vissuto emotivo riguardo a quell’“essere guardato con attenzione” come una delle esperienze più gratificanti della sua vita, qualcosa che aveva sempre, nel suo intimo, ardentemente desiderato. Questo è un esempio di “richiesta” di un’esperienza relazionale “correttiva” che accade durante l’esperienza olotropica, quando si ritorna nel luogo dell’assenza, ad un vissuto precedente di deprivazione, spesso legato all’infanzia. A volte la richiesta può essere di un semplice contatto della mano, di una carezza o di un lungo abbraccio.

Le esperienze di trascendenza dei confini spazio-temporali vissute durante gli stati olotropici portano alla disindentificazione con il corpo, acquisizione indispensabile e tappa fondamentale di ogni percorso spirituale. Questa nuova percezione di se stessi, che in realtà è un superamento del “limite”, trascina con sé un profondo senso di libertà e la consapevolezza (emotiva, non razionale) di un se stesso non più dentro ai confini della propria pelle, non più “separato”, un se stesso che va oltre i ruoli abituali e abbraccia la totalità dell’esistenza. Un se stesso, forse per la prima volta “intero” e allo stesso tempo, paradossalmente, “oltre i confini”. Questo tipo di esperienza produce in chi la vive un effetto di “rivelazione”, è spesso carica di “numinosità” e di sacralità, ed è, credo, uno dei momenti più trasformativi del percorso interiore. Una volta elaborata e integrata nella personalità totale, essa rimane uno di quei momenti rispetto al quale possiamo davvero affermare di “non essere più gli stessi”, o di essere “inspiegabilmente nuovi”. La “verità” che scaturisce da questa nuova consapevolezza è profondamente “ecologica”, tale da poter parlare della nascita di un nuovo modo di essere “umani”: un essere umano che possiamo definire “biodegradabile”. L’esperienza della trascendenza dei confini spazio/temporali è portatrice di consapevolezza e di significato e rende la persona maggiormente in grado di armonizzarsi con la natura e con i propri simili e di assumersi il proprio compito esistenziale in quanto, una volta “scioltasi”, trasceso i confini, la persona sa e sente di appartenere alla Totalità. Non solo allora lo “Spiritus contra spiritum” junghiano contro la devastazione dell’alcol, ma “lo spiritus” contro l’alienazione, il vuoto, la frammentazione e la “separatezza”, la perdita di senso e di valori, l’indifferenza. Lo spiritus contro una natura sempre più devastata e un mondo che sta andando a pezzi. Un antidoto risanatore per Giacomo sicuramente, ma forse per tutti noi in questo particolare momento del nostro travagliato percorso individuale e collettivo, dell’avventura interiore che chiamiamo evoluzione.

La tigre e il vento. La magia del corpo in terapia

La tigre e il vento. La magia del corpo in terapia

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 

Fuggi da quanto ha già forma agli aperti reami delle forme possibili .

(Goethe)

 

Alle Sirene prima verrai, che gli uomini stregano tutti, chi le avvicina… … col canto armonioso lo stregano, sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri umani marcenti; sull’ossa la carni si disfano. Ma fuggi e tura gli orecchi ai compagni, cera sciogliendo profumo di miele, perché nessuno di loro la senta: tu invece, se ti piace ascoltare, fatti legare nell’agile nave i piedi e le mani ritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde ti attacchino, sicché tu goda ascoltando la voce delle Sirene. Ma se pregassi i compagni, se imponessi di scioglierti, essi con nodi più numerosi ti stringano…

(parole di Circe sovrana)

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Trascendere l’io

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La nostra epoca è caratterizzata soprattutto da questa separazione tra l’ego razionale e l’unità primordiale con la natura, dalla perdita della “participation mystique”. Da ciò conseguono, secondo Richard Tarnas la repressione e il dominio da parte della cultura maschile razionale, del principio femminile in quanto istinto, emozione, fecondità, Mistero, Natura. Uno dei paradossi della natura umana è che un ego così duramente conquistato venga dalle nostre più antiche tradizioni di saggezza spirituale esortato a lasciarsi morire. Con una vaga promessa: “la salvezza”. Nel suo interessante libro, intitolato “The passion of the western mind”1, Tarnas traccia le varie tappe di questo percorso di sviluppo della coscienza occidentale dall’antichità fino ai giorni nostri e analizza le attuali, drammatiche conseguenze dell’“impermeabilità” del nostro confine egoico e della predilezione tipicamente occidentale per la “separatezza”, il paradigma della scienza che affonda le radici nel vecchio modello newtoniano-cartesiano. Una coscienza, la nostra, secondo Tarnas, oggi testimone del proprio tramonto e che sembra aspirare al superamento dei suoi stessi limiti. Il desiderio più profondo sepolto nell’inconscio dell’uomo moderno è quello di superare questa frattura e di riconciliarsi col femminile interiore. Riconciliazione questa che, secondo Tarnas, è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale dell’occidente. La frase di Einstein nel suo libro “Come io vedo il mondo” appare emblematica di questo nuovo approccio dell’uomo alla sua stessa coscienza: “Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io”2.

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Il termine “transpersonale” coniuga la preposizione “trans”, che nel latino significa (ciò che va) “oltre”, ciò che “trascende”, e il termine “personale”, che deriva da “persona”, cioè “maschera” (nell’antichità le maschere indossate dal personaggio in una performance teatrale). Jung utilizzava il termine transpersonale per definire quei territori dell’inconscio che contengono l’eredità spirituale dell’umanità, gli “archetipi dell’inconscio collettivo”. Ciò che caratterizza l’approccio terapeutico transpersonale non è il contenuto ma il contesto in cui si opera. Indipendentemente da quale sia il livello dello “spettro della coscienza” (Wilber), o il “territorio esperienziale” (Grof) sul quale si sta focalizzando il processo terapeutico, il terapeuta transpersonale è consapevole di tutte le possibilità esistenziali ed è disposto a seguire il cliente nel sul percorso attraverso nuove e più ampie dimensioni esperienziali ogni volta che se ne presenti l’occasione. Come afferma Peter Schellenbaum: “Una psicologia che segua il soggetto umano in tutto e non trasmetta le limitazioni del proprio metodo sfocia nella mistica”3, o possiamo anche dire, quando si raggiungono certi livelli di regressione… nel “rituale magico”. Nell’antichità, presso i greci e romani ad esempio, si usava dire che se non venivano celebrati i dovuti sacrifici e rese le dovute offerte agli dèi, questi, irati, prendevano ciò che gli spettava con la forza e si vendicavano arrecando malattie e disgrazie. Malattie che sono state poi interpretate da Hillman, sulla scia di Jung, come il “ritorno degli dei”, i quali, dimenticati, ci chiedono attraverso la malattia di “venire alla luce” e fare ingresso nelle nostre vite. Ogni patologizzazione sarebbe quindi un’attività creatrice e ogni forza intrapsichica rimossa, per esempio emozioni, traumi, parti di noi stessi abbandonate durante il nostro processo di civilizzazione e socializzazione, potrebbe bussare alla nostra porta e chiedere di ritornare attraverso la sofferenza, i sintomi o più semplicemente arrestando il nostro flusso vitale fino a quella terribile sensazione di “non essere più vivi” che chiamiamo “depressione”. Quando ero bambina mi colpivano molto la fantasia, gli “altarini” del Candomblé (religione afro-brasiliana), che venivano allestiti in onore degli “orixas” (divinità che rappresentano le forze della natura). In questi altari foderati di pizzo bianco si usava mettere davanti agli oggetti simbolo delle divinità il loro cibo preferito e l’acqua in diverse ciotoline di coccio, per il loro nutrimento quotidiano. Mi colpivano soprattutto i gesti che accompagnavano queste azioni quotidiane, gesti armoniosamente eseguiti con l’anima e con il corpo in un’atmosfera solenne e che acquisivano così una valenza profondamente simbolica, traboccando di quel “qualcos’altro” che permea ogni cerimonia, ogni gesto rituale. La cultura indiana possiede anch’essa strumenti collettivi, rituali e cerimonie per “integrare e elaborare” molte di quelle esperienze dell’”oltre”, esperiemze intime e visionarie nel pieno riconoscimento della loro sacralità. Durante queste cerimonie gli dèi vengono invocati, coccolati e riveriti, prima che facciano sentire tutta la loro ira vendicatrice. Da studi e ricerche eseguiti nell’ambiente del Candomblé, durante i periodi di “silenzio dei tamburi” (questi riti, in tempi passati, sono stati repressi dalle forze dell’ordine) è stato riscontrato un significativo incremento di disagi e malattie psichiche: gli dèi, irati, rivendicavano con la forza ciò che gli era stato negato. Una cerimonia è un rito di venerazione, un rito sacro (la parola deriva da una radice sanscrita che significa “fare”). Una cerimonia implica quindi un’azione che affonda le sue radici nelle profondità senza tempo della psiche, nella dimensione transpersonale e si pone al suo servizio, mentre l’azione, a sua volta, si estrinseca nel mondo della realtà incarnata e materiale, nella quale il corpo si muove, agisce. Nel gesto cerimoniale corpo e anima si uniscono attraverso un’azione specifica del corpo all’interno di un modello psichico trans- personale.

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Riferendoci alla cartografia dell’inconscio tracciata da Grof, durante le esperienze degli stadi regressivi, quando si raggiungono quei territori esperienziali che appartengono ad un livello evolutivo precedente alla formazione dell’io (livello perinatale), l’inconscio parla direttamente attraverso il corpo. In questi stadi così primitivi e elementari, la psiche non può essere percepita o rappresentata, può soltanto manifestarsi. Tra gli abitanti della Transcaucasia, gli appartenenti ad una setta chiamata yazidi, secondo quanto racconta Gurdjeff nella sua autobiografia4, avviene uno strano fenomeno: se si traccia un cerchio intorno ad uno dei membri di questa setta, questi non può uscire di sua volontà finché non viene cancellata almeno una parte del cerchio che offre un’apertura, una via d’uscita. All’interno egli può muoversi liberamente, ma se viene costretto a superare la linea del cerchio cade in uno stato di “catalessi”, stato che cessa nell’attimo stesso in cui viene riportato dentro al cerchio. Questo episodio è emblematico della forza e profondità a cui può giungere il linguaggio dei “gesti” e dei “simboli rituali” all’interno di un contesto “sacro”. Nel suo libro Il mondo magico De Martino descrive dettagliatamente le varie tappe di un rito di “guarigione”, eseguito da uno sciamano su una partoriente, durante il quale le doglie vengono evocate attraverso il racconto simbolico di un viaggio dello sciamano all’interno del corpo della partoriente e attraverso la lotta di questi con gli animali che personificano, appunto, le doglie. L’esito finale è il parto. Nel mondo magico descritto da De Martino, l’io della psiche primitiva non si è ancora completamente distaccato dalla sua matrice primordiale, l’inconscio. È come se l’io e l’inconscio vivessero in un perenne stato di indifferenziazione, e in uno stato così primitivo i “gesti magici” rimangono l’unico idioma per comunicare.

Accarezzando il relitto

Il racconto di un percorso analitico è un compito molto arduo, e per certi versi direi quasi impossibile. Qualsiasi cosa riuscirò a scrivere rimarrà sempre molto approssimativa in quanto i momenti più intensi, i messaggi più efficaci, l’essenza stessa della relazione analitica, passano attraverso il linguaggio non verbale e risultano quindi inesprimibili a parole. Dovendo, per una questione di spazio, tralasciare gran parte degli eventi, dei dialoghi importanti nonché dei sogni, mancherà sicuramente il senso di continuità del percorso terapeutico, con i suoi salti e improvvisi arresti. Tenendo ben presente tutti questi limiti, ma soprattutto il limite intrinseco ad ogni trasposizione dell’ineffabile in parole, tenterò di rivivere e di raccontare i momenti più significativi e comunicabili di un percorso di circa due anni e mezzo di terapia, con la frequenza di una seduta alla settimana, e di una relazione tanto profonda quanto limitata, sia nel tempo, sia all’interno dei confini dello spazio terapeutico.

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In ambito transpersonale, il termine “terapeuta” viene usato nel senso della parola greca originale “therapeutes”, che significa “persona che assiste durante il processo di guarigione” e non si riferisce a qualcuno che agisce in modo attivo sul paziente. Grof definisce il “guaritore interno” la tendenza naturale della psiche all’autoguarigione e chiama il terapeuta “facilitatore” del processo inconscio che viene attivato dal cliente stesso. Il rischio d’inflazione a cui va incontro lo psicoterapeuta transpersonale è nettamente superiore a quello normalmente riscontrato in chi svolge questa professione così favorevole alle proiezioni. In quest’approccio il livello di profondità raggiungibile nel percorso terapeutico è tale da trascendere l’io, ed attingere ai livelli perinatale e transpersonale della psiche (livelli “magici”) con il loro linguaggio simbolico/corporeo e le loro potenti manifestazioni. Il rischio che corre il terapeuta in questi casi è quello di sentirsi “l’attivatore” o “provocatore” di tali forze psichiche, di identificarsi così con la “personalità mana” o “il guaritore” etc. Quindi direi che la qualità più richiesta in un terapeuta che interagisce con simili profondità è prima di tutto “l’umiltà”, la coscienza dei propri limiti e la “fede”, fede nel senso di fiducia nelle potenzialità evolutive e “vitali” dell’essere umano, potenzialità che in un certo senso possiamo definire di “autoguarigione” del corpo e della psiche.

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Il dialogo con l’inconscio, attraverso il linguaggio onirico e l’utilizzo della respirazione profonda, favorisce l’attivazione e lo scioglimento di potenti energie, prima imprigionate nelle profondità dell’essere (l’acqua che scorre, le masse d’acqua, il petrolio…) pronte ad essere trasformate (il fuoco…). Quando l’energia grezza si sposta, per unirsi con la coscienza emergente attraverso l’immagine, verso la luce, richiede di essere contenuta sia in senso spaziale sia affettivo, finché non diventa abbastanza cosciente da poter essere espressa a parole. Questo movimento del mondo archetipico che scende verso la manifestazione, ed esprime tutta la sua tensione a realizzarsi-incarnarsi, ci trascina nei meandri della sofferenza più profonda, là dove le nostre ferite sono ancora vulnerabili, senza difese, in opposizione a quelle modalità “sfuggenti” ed un stili di vita che non sono più in armonia con le intenzioni inconsce.

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I nostri genitori sono i primi portatori delle proiezioni del Sé. I complessi associati a queste proiezioni, quando non vengono integrati nella vita cosciente, rimangono molto spesso come dei veri e propri “poli di attrazione” che affondano, carichi di energia, le radici in tali profondità (i complessi autonomi junghiani). Questi complessi agiscono a differenti livelli dell’inconscio e possiedono una tonalità affettiva relazionata ad una determinata tematica archetipica che opera come “calamita” per altri temi analoghi, appartenenti a stadi diversi della vita della persona che si sovrappongono e si confondono. Spesso avviene che i vari livelli di esperienza (biografico, perinatale, transpersonale) si manifestino, contemporaneamente, uniti da un tema comune di base che possiede una determinata tonalità emotiva: per esempio l’abbandono, la solitudine, il combattimento, la violenza. Grof li ha denominati sistemi COEX (sistemi di esperienza condensata): “Un sistema COEX è un raggruppamento dinamico di ricordi (e materiale di fantasia ad essi associati) appartenenti a periodi diversi della vita del soggetto, aventi come denominatore comune una forte carica emotiva dello stesso tipo, una intensa sensazione fisica dello stesso genere, o il fatto di condividere alcuni altri elementi importanti” 5.

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La discesa al mondo infero, alla terra-utero, segna l’inizio di una regressione e di un’alterazione della coscienza che richiede il “sacrificio della luce” e un tributo dell’io. La coscienza si abbassa oltre il “mondo degli opposti”, oltre il mondo così come eravamo abituati a percepirlo, e si eleva (nel mondo dell’inconscio gli opposti coincidono), aprendosi alle vette spirituali. La bocca del coccodrillo è simbolo dell’utero che ingoia, dell’accesso (pericoloso) al livello perinatale (prima della nascita). Essere inghiottiti rappresenta un ritorno all’origine, un ritorno all’utero, ad un’esistenza anteriore alla formazione dell’io, alla “separatezza”. Passaggio, questo, che rappresenta anche un’apertura alla consapevolezza dell’oltre e ad esperienze estatiche. È una metafora di ciò che in psicologia viene definito una profonda regressione, base di ogni “participation mystique”, e che favorisce l’unione tra il cielo e la terra, lo spirito e la materia.

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Durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con vari mezzi, tra i quali la respirazione olotropica, alcune persone rivivono la propria nascita, la lotta nel canale del parto, oppure lo stato intrauterino che viene descritto come un’esperienza di “beatitudine oceanica”, un momento di benessere assoluto, libertà ed espansione. Altri riescono persino a mettersi in connessione con ciò che Grof definisce “memoria cellulare del concepimento” e descrivono una particolare, intensa emozione: il profondo e diffuso dolore che si prova nel prendere forma umana. I grandi sistemi spirituali sostengono che la separazione dalla nostra natura divina, dal nostro “Sé” profondo è la nostra ferita esistenziale (il nostro “peccato originale”), che lentamente si trasforma in una profonda nostalgia e nell’impulso a sperimentare di nuovo “il Tutto”, un impulso verso un’esperienza non ben definita di unità e libertà. Il momento del concepimento viene vissuto come la perdita di questa libertà e unità originari, un dolore intenso, il dolore di essere “incarnati”, “intrappolati” in un corpo individuale e materiale. Secondo quanto emerge da tali vissuti, l’attraversamento del canale del parto accresce sempre di più questo senso di delimitazione e confinamento in una dimensione corporea. La nascita è quindi un passaggio, un “portale” che dalla dimensione spirituale (transpersonale) si apre sul mondo materiale (personale). È significativo il fatto che queste descrizioni, dati fondati sull’esperienza di un numero sempre crescente di persone, siano ancora così poco considerati o addirittura ignorati nell’ambito della psicologia “ufficiale”. Ciò potrebbe essere interpretato come espressione della forte resistenza presente nella nostra cultura verso qualsiasi tipo di esperienza che possa minacciare le nostre “certezze” e i nostri “confini”, i confini della nostra coscienza egoica, così come verso qualsiasi tentativo di superamento di questi stessi limiti: Ulisse fortemente stretto con numerosi nodi e…orecchie turate con la cera… Per quanto riguarda la “memoria cellulare del concepimento”, se consideriamo anche le descrizioni dei percorsi spirituali nella letteratura mistica, possiamo concludere che iniziamo dolorosamente a distaccarci dall’oceano primordiale fin dal concepimento, quando la nostra essenza inizia ad “incarnarsi”, allontanandoci così dalle radici spirituali. La condizione di “separatezza”, “la cacciata dal paradiso”, con tutta la sofferenza che comporta, d’ora in poi sarà parte integrante della nostra condizione umana. Sostiene Laura Boggio Gilot:“La diagnosi differenziale tra la sofferenza psicodinamica, legata alle vicissitudini interpersonali e la sofferenza spirituale legata alla separazione dell’io dal Sé, della mente dall’anima, è quanto di più urgente necessita alle teorie della salute mentale e ai temi della salute sociale”6. Oggi sembra che un gran numero di richieste di psicoterapia così come il continuo incremento delle esperienze di “emergenza spirituale”7 riguardino proprio questo tipo di sofferenza esistenziale: non si tratta più di una cura per “malati”, ma per coloro che avanzano la pretesa esistenziale e morale di guarire da un tormento che ci caratterizza in quanto esseri umani, nell’attuale momento della nostra evoluzione che oggi sembra passibile di superamento.

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Se nella nostra vita personale siamo stati vittime di “abusi” il mondo ci appare terribilmente ostile e minaccioso e questa solitudine esistenziale diventa ancora più profonda e dolorosa, raggiungendo sofferenze e disperazioni difficilmente sostenibili. “Abuso” significa un’invasione della nostra integrità fisica, sessuale, psicologica/emotiva e spirituale. Significa la violazione del nostro spazio, della nostra “sacra” individualità e unicità, un’intrusione attiva nei confini che ci definiscono come esseri umani. Sono questi confini che, delimitando noi stessi dal resto del mondo, confermano la nostra identità, ci proteggono dalle influenze del mondo esterno e determinano la nostra relazione con noi stessi, con le nostre radici spirituali e con quanto ci circonda. Una volta separati dalla nostra “natura divina”, se il mondo non ci accoglie amichevolmente, ma è anzi ostile, invasivo o violento, “mondo” questo molto spesso rappresentato dai nostri genitori che sono i primi a darci il “benvenuto”, rimaniamo come “sospesi”, “disincarnati”, viviamo in una specie di limbo, viviamo nella terra di nessuno.

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La pancia è la sede delle “viscere”, che significa, sia in senso letterale che simbolico, il mondo istintuale. Nell’uomo primitivo, così come nel bambino, in cui prevale la dimensione inconscia, la regione del ventre con il suo carico di vita vegetativa è particolarmente sentita come contenitore della “verità”. È degno di nota il fatto che spesso, nelle manifestazioni fisiche che avvengono durante gli stati non ordinari di coscienza, è il ventre il luogo da dove emergono, una volta “sciolti”, i pianti più profondi e i dolori più antichi. Ciò mi ricorda che in Giappone, durante l’addestramento dei samurai a diventare valenti guerrieri, il primo compito richiesto è quello di portare la mente verso il basso, nel ventre, due dita sotto l’ombelico, nel centro chiamato “hara”, che rappresenta, nel nostro corpo, il luogo che sta al di là del tempo. Se l’attenzione viene portata nell’ “hara” durante il combattimento, prima di un attacco dell’avversario, il lottatore è già riuscito a prevederlo ed è già pronto alla difesa, essendo in contatto con quella parte del suo corpo che trascende il tempo. Viceversa, se un soldato non riesce a portare la sua attenzione all’“hara” può trovarsi impreparato ad un colpo mortale e non gli viene permesso di combattere. L’“hara”, la pancia, è il luogo della “profondità senza tempo” nel nostro corpo. Ed è da lì che arriva Lauretta con il suo grido di dolore, chiedendo di essere tirata fuori dal passato, dove si trova imprigionata, chiedendo di congiungersi con il resto del corpo ed essere integrata alla coscienza attuale.

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La messa in scena di un rituale all’interno del suo “spazio sacro”, luogo e momento di congiunzione tra due mondi, fornisce quindi alla coscienza un contenitore accettabile, capace di “dominare il caos”, di dare nuova forma alle energie rese libere che fino a quel momento erano soggette a timori e tabù. È una forma di apprendimento esperienziali e un’esperienza emotiva correttiva, che “fa” coscienza. Là dove ogni azione o gesto, anche attraverso l’utilizzo di oggetti “profani”, affonda le radici negli strati più profondi della psiche, risuona con mille echi oltre il tempo e lo spazio. I gesti fisici (le azioni rituali) influenzano e trasformano chi li esegue, riverberandosi su di loro, proprio come un’immagine onirica “agisce” interiormente nel sognatore anche senza che egli ne conosca il significato. In questo modo, da un rituale possono scaturire profondi effetti terapeutici in quanto le azioni e le percezioni del sé corporeo che esegue un rituale influenzano il soggetto stesso, allo stesso tempo attore di quei gesti e oggetto dei loro messaggi.

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La manifestazione di contenuti inconsci non ancora assimilati alla coscienza, attraverso un “oggetto transizionale” (Winnicott) dotato di “mana”, è esperienza comune nel mondo magico-primitivo. “Lauretta” rappresentava qualcosa di più di un “oggetto” transizionale: era una foto incorniciata, ma apparteneva anche al mondo immaginale di Laura, era un “personaggio” del suo inconscio, una se stessa ancora non integrata, ma dotata di vita e di volontà, era “viva” e esercitava la sua funzione di contenimento e collegamento tra lo stato di coscienza attuale ed i contenuti inconsci accessibili, ma non ancora assimilati dalla coscienza. Laura sosteneva molto lucidamente che Lauretta “sapeva”, sapeva tutto ciò che c’era da sapere…e che l’avrebbe aiutata. C’era tra loro una sorta di complicità nella consapevolezza del “gioco” e nel senso condiviso della serietà di questo gioco.

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Il vincolo del matrimonio è uno degli esempi della forza e profondità della cerimonia rituale presente ancora oggi nel nostro mondo occidentale, vincolo questo che difficilmente può essere sciolto con firme o sentenze giudiziarie, come siamo abituati a credere. Molto spesso dietro agli apparenti dissidi e incomprensioni a cui vanno incontro gli ex-coniugi dopo la separazione e che si trasformano, a volte, in devastanti e infinite escalation di incomprensioni e aggressività, c’è, più semplicemente, “un rituale che non è stato sciolto”. La tradizione ebraica dispone, per esempio, di un “rituale di separazione”. Nella Chiesa Cattolica soltanto persone ricche e potenti possono usufruire dello “scioglimento del vincolo”, attraverso la “Sacra Rota”, ma in questo caso, lo scioglimento si riduce a una semplice pratica burocratica, priva della sua componente rituale-simbolica. Nella clinica può essere molto utile l’esecuzione da parte dei pazienti di un “contro-rituale” o meglio “rituale di scioglimento del vincolo matrimoniale”, come per esempio: un rito di separazione nella chiesa in cui ci si è sposati, restituire gli anelli e se necessario seppellirli, fonderli o distruggerli; rompere una catena o sciogliere solennemente un laccio, nodo o qualsiasi cosa li univa; separarsi ritualmente dagli effetti personali del partner, distruggere o bruciare una simbolica “ascia di guerra” o oggetti significativi della relazione come per esempio ricordi di un viaggio, di una qualsiasi esperienza comune etc. Abbiamo immaginato, io e Laura, possibili rituali di scioglimento del suo matrimonio.

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Questo tipo di discernimento non porta ad un maggiore individualismo ma, anzi, ad un contatto più profondo e più autentico, in quanto consapevole, con la propria e con l’altrui “umanità”. Laura ha dovuto compiere in un certo senso un salto nel buio: abbandonare le convinzioni e risposte preconfezionate per cercare dentro di sé il significato di ciò che la tormenta e una propria modalità individuale di esistenza. Nell’ambito del Candomblé esiste un personaggio molto paradossale, il suo nome è Exú: “il messaggero celeste”. È a lui che bisogna rivolgersi per comunicare alle divinità le richieste e i desideri degli uomini ed è a lui che si deve chiedere il permesso prima di iniziare una qualsiasi cerimonia. Se non gli vengono resi i dovuti omaggi, il messaggero celeste si vendica interferendo nelle cerimonie o danneggiando colui che lo ha trascurato. Burle, scherzi, trame oscure e indecenze sono le caratteristiche del messaggero celeste, che fu paragonato al diavolo dai missionari e osservatori affrettati. Ma la sua ambivalenza, se la osserviamo meglio, sembra essere proprio l’elemento dinamico atto a “dominare il caos”, a sviluppare, a rendere mobile, ad accrescere e trasformare. Ci ricorda l’Ermete greco, il serpente nella tradizione biblica, il mercurio nell’alchimia. Imbroglione patentato, Exú semina malintesi e discordie ed è colui che costruisce le trappole della vita agli esseri umani. Secondo la leggenda africana Exú è capace di fare cose strabilianti come: trasportare l’olio in una cesta, uccidere un uccello ieri con un sasso tirato oggi, far sanguinare le pietre… Il lunedì è il giorno a lui consacrato, così come l’inizio di qualsiasi rituale o cerimonia: è sempre a lui e soltanto a lui che bisogna rivolgersi per ottenere il favore degli déi.

In questo tipo di percorso dolorosissimo, non occorre “sapere” la verità, ma viverla nell’esperienza. Non si tratta di acquisire una conoscenza intellettuale, ma di percorrere coraggiosamente una via, i cui sentieri e paesaggi molto spesso sfuggono a qualsiasi descrizione. Il mio compito di terapeuta è quello di accompagnare e sostenere l’iniziando in questo percorso. In molti momenti non sono sufficienti le parole, anzi è molto più efficace sul piano psicologico la comunicazione non verbale che comunque esiste sempre nell’ambito di un rapporto terapeutico. A nutrirlo e rassicurarlo quando necessario sono la mia personale esperienza, così come la mia personale relazione con il mondo interiore irrazionale. Ciò richiede che io sia stata a contatto, a mio tempo, ma continui a farlo anche adesso, con questa dimensione dell’esistenza, mettendo continuamente in discussione tutta me stessa, le mie sicurezze e convinzioni. E a sostenermi in questo percorso è soprattutto la mia fede nelle infinite potenzialità della natura umana.


Note

1 Tarnas, R., The Passion of the Western Mind. Understanding the Ideas That have Shaped Our World View, Ballantine Books, New York, 1991.

2 Einstein, A., Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma, 1988, p. 28.

3 Neumann, E., Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 19-20.

4 Schellenbaum, P., La ferita dei non amati, Red, Milano, 2002, p. 194.

5 Jung, C. G., Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 37.

6Neumann, E., Psicologia del profondo e nuova etica, Moretti & Vitali, Bergamo, 2005, p. 65.

7 Gurdjeff, G. I., Incontri con uomini straordinari, Adelphi, Milano, 2001.

8 Grof, S., Oltre il cervello, Cittadella , Assisi, 1997, p. 47.

9 Boggio Gilot, L., Crescere oltre l’io, Cittadella, Assisi, 1997, p. 254.

10 Una crisi esistenziale che racchiude in sé il seme della trasformazione. L’espressione “emergenza spirituale”, nel suo doppio significato di “pericolo” e “opportunità”, esprime la complessità di questo momento psicologico-esistenziale dal quale si può emergere completamente trasformati Cfr il mio romanzo Água scura, Di Renzo editore, Roma, 2005.


Fame d’aria.

Fame d’aria.
La psicologia di José Angelo Gaiarsa tra corpo e spirito

Estratto
Virginia Salles, Roma

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Sul retro della copertina del libro “Respirazione angoscia e rinascita” di José Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicanalista brasiliano di formazione junghiana-reichiana, troviamo il seguente riassunto del testo:

Nessuna costituzione
E nessuna rivoluzione
Mai hanno pensato di garantire agli uomini
Il Diritto di Respirare.

Nessun diritto è più necessario,
in quanto viviamo tutto il tempo soffocandoci gli uni con gli altri,

Tu mi soffochi:
– Ogni volta che non posso dire a te quel che faccio
quel che sento e quel che penso.
– Ogni volta che devo controllare la mia voce e i miei gesti,
per far sì che tu non percepisca le mie intenzioni.
– Ogni volta che devo giustificare ciò che faccio dinanzi al mio
Giudice interiore – che sei tu.
– Ogni volta che reprimo i miei desideri perché tutti vigilano su tutti, perché nessuno faccia quel che tutti vorrebbero fare e che sarebbe bene che tutti facessero: amare, cantare, ballare…

La mia vendetta è fare lo stesso con te.
Per questo viviamo tutti soffocandoci,
e mai si è pensato di garantire a tutti il diritto di respirare.
Noi ci neghiamo il più fondamentale dei diritti: il diritto di vivere.
Per questo viviamo soffocati, angosciati, infelici.
È necessario rinascere, è possibile rinascere.
Questo è il riassunto del libro che hai tra le mani.1

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Nelle sue opere Gaiarsa compie una sintesi, una vera e propria congiunzione di opposti tra la “psicologia del profondo” di C. G. Jung e quella “del corpo” di W. Reich offrendo una visione dell’uomo più completa. I libri di Gaiarsa sono allo stesso tempo l’esposizione di una teoria e la storia di questa teoria. In essi l’autore, con un linguaggio molto spontaneo, frasi scherzose, racconta fatti personali, peculiarità della propria vita, le sue battaglie esistenziali lungo un difficile e travagliato percorso evolutivo.

La respirazione e lo spirito

Già dai tempi più remoti le parole relazionate con l’aria, l’atmosfera, o la “respirazione” sono le stesse usate per descrivere concetti religiosi. Per esempio, in alcune lingue antiche come il greco o il latino le parole aria, vento, soffio, sono le stesse che esprimono idee come Vita, Spirito, Dio. Gaiarsa ci propone alcune analogie: l’atmosfera come Dio è infinita, l’aria, così come Dio sta misteriosamente in tutti i posti allo stesso tempo, è onnipresente. Dio vede tutto, è il Trasparente e il Luminoso per eccellenza: è luce. Le parole camminano nell’aria che le contiene tutte: è onnisciente. Gli uomini hanno sempre fatto la guerra per tutto ciò che esiste di concreto, immaginario o simbolico che sia… Ma non hanno mai lottato tra loro per l’aria che respirano, aria che esiste in abbondanza per tutti: i buoni e i cattivi. Quindi l’aria come Dio è amore. L’atmosfera come lo spirito sta sempre “in alto”, “là sopra”, “in cielo”, così come i paradisi, come tutto ciò che è “buono”. Tutto ciò che viene “dall’alto” è superiore, “elevato”. Il Grande Spirito quindi può essere soltanto l’Atmosfera, che per Gaiarsa non è soltanto modello per concetti psicologici, “simbolo” di fenomeni interiori; ma è di fatto nostro Dio, che crea, dà la vita e la sostiene.

Secondo le nostre tradizioni all’inizio “lo Spirito aleggiava sopra le acque”. La forza invisibile non aveva ancora dato forma né creato niente. Dio ha fatto l’uomo dall’argilla e solo in seguito, quando soffiò l’aria nelle sue narici, gli diede la vita. La relazione più vitale dell’essere umano è quindi con l’aria, con l’invisibile che dà la vita e senza il quale si muore. La nozione di vita è così intimamente legata a quella di respirazione che lo stesso termine espirazione è passato a significare l’estinzione della vita: espirare è morire; e il termine ispirazione l’elevazione della vita a livelli sovra-umani. Tutte le idee relative alla parola spirito sono fortemente legate alla respirazione, sia concretamente sia simbolicamente: l’aria, l’invisibile, sta sempre simultaneamente dentro di me (polmoni) e fuori di me (atmosfera). Da questo punto di vista è difficile distinguere ciò che è mio da ciò che è di tutti, il “Grande Spirito”, l’atmosfera. In relazione all’atmosfera tutti noi siamo Uno. La respirazione è generalmente un’azione inconscia, un automatismo antico. La maggior parte delle persone non ha alcuna coscienza della respirazione, non la percepisce come qualcosa che si fa attivamente, ha invece l’impressione ingenua che l’aria che la mantiene viva entri nelle narici per forza propria. Quando l’aria “si ritira” da noi, quando l’invisibile ci abbandona, noi espiriamo: moriamo. In relazione al Grande Spirito noi ci riempiamo di vita (viviamo) o ci svuotiamo, moriamo (i morti non respirano). Quindi se non siamo Uno con il grande spirito, semplicemente non siamo. La respirazione in quanto presenza viva è quindi Signora della vita e della morte e l’aria come Dio è vita.

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Le parole di Durckheim: “Nella respirazione partecipiamo inconsciamente alla Vita più grande“,1 e quelle di Lowen: “Attraverso la respirazione diveniamo consapevoli della pulsante vitalità del nostro corpo e sentiamo di essere una sola cosa con tutte le creature pulsanti in un universo pulsante“2 ci ricordano la visione orientale secondo la quale l’Atman, l’individualità, il piccolo spirito contenuto nel profondo del nostro petto è lo stesso Grande Spirito che soffia la vita nell’universo. Quest’universalizzazione del singolo si avvicina ad alcune riflessioni di Jung che sottolinea l’aspetto terapeutico dell’allargamento della prospettiva individuale verso una dimensione più ampia e universale. I buddisti esprimono l’idea che la realtà ultima, Sunyata (vuoto o vacuo), è un vuoto vivo che genera tutte le forme del mondo dei fenomeni. Lao Tse utilizza varie metafore per illustrare questo vuoto, comparando il Tao a un vaso permanentemente vuoto che contiene un’infinità di cose. Quindi per gli orientali la Divinità è un Vuoto Creatore, il che ci fa pensare al vuoto polmonare, senza il quale non esisterebbero né vita né parola.

La respirazione non è soltanto una funzione interna all’organismo; è soprattutto un atto di “relazione”: relazione con il mondo, con l’atmosfera, relazione con gli altri attraverso la voce/parola, relazione con se stessi. Da tempi immemorabili l’uomo ha utilizzato la respirazione come mezzo di autoesplorazione per facilitare il contatto con il proprio mondo interiore ed indurre profondi cambiamenti nella coscienza. Per lo yoga l’apparato respiratorio è una porta verso lo spirito attraverso la quale possiamo purificare il corpo e la mente, stabilire un contatto con il divino dentro di noi così come l’unione dell’io individuale con l’io universale. Anche il pranayama, l’antica arte-scienza indiana della respirazione, esplora le intime relazioni tra il corpo e la mente e favorisce lo sviluppo del nostro rapporto con l’aria, l’atmosfera, amplificando e raffinando la percezione e il controllo della respirazione. Respirare significa fondere insieme spirito e materia. In questo senso il pranayama è psicosomatico, se pensiamo alla sua funzione di anello di congiunzione tra il corpo e l’anima.

Respirazione e parola

Tutti noi soffriamo una dissociazione più o meno grave tra quello che abbiamo appreso dall’esterno, dagli altri, e quello che percepiamo interiormente, quello che in un certo senso “apprendiamo” dalla nostra esperienza non verbale di vita. È verbale quasi tutto l’“insegnamento” che riceviamo dal mondo. Da piccoli ascoltiamo dalle autorità una serie di regole e “verità” a volte molto discutibili, che ci vengono presentate come verità sacre. Queste “verità” hanno a loro favore l’adesione di quasi tutti, che in coro ripetono sempre le stesse cose (Gaiarsa parla di “voce del coro”); essere plasmati da questo insegnamento trasmesso tramite parole, significa perdersi nel collettivo, cioè “vivere secondo i precetti del super-io”. Nello stesso tempo noi viviamo le nostre esperienze di vita, sentiamo, vediamo, sperimentiamo, godiamo e soffriamo sulla nostra pelle, particolari sensazioni, stati d’animo, percezioni corporee alle quali spesso non viene data voce e che quindi rimangono la maggior parte delle volte inconsce. Infatti “cosciente” vuole dire soprattutto verbale; “inconscio” significa principalmente non verbale: sensazioni fisiche, contrazioni viscerali, suoni, riflessi, relazioni e forme che non hanno un nome.

Tutti noi abbiamo tratto, da questa esperienza vissuta non verbale, una certa personale filosofia di vita, più o meno inconscia, che si esprime attraverso la nostra voce interiore. Abbiamo però paura di ascoltarla, perché questa voce della nostra esperienza molto spesso contraddice la “voce del coro” che sentiamo tutti i giorni, non solo intorno a noi ma anche dentro di noi (interiorizzata), e che è più rassicurante. Abbiamo paura della nostra voce, della nostra intima verità perché diverge dalla opinione collettiva: seguirla ci potrebbe portare alla solitudine o ad essere vittime del pettegolezzo e dell’ostracismo. Le vittime dello Spirito del Coro trascorrono la vita nella continua e penosa sensazione che qualcosa li soffoca, tutta la vita aspettando un momento di respirazione libera, con l’anelito di espandersi e con la paura di farlo; respirare sino in fondo significa abbandonare lo Spirito del Coro e rimanere soli. Nella pratica psicoterapeutica è importante riconoscere la voce dello Spirito del Coro (lo spirito di tutti), secondo Gaiarsa il più pericoloso di tutti i demoni che possono possedere un essere umano. Una volta interiorizzato esso ci “parla” da dentro”, la sua musica è diversa dalla musica della voce autentica. Secondo le differenti intonazioni, modulazioni, inflessioni e ritmo della voce si può percepire “chi” o “cosa” sta parlando in ogni momento. Il terapeuta sensibile può essere molto spesso guidato da queste variazioni sonore più che dal contenuto della conversazione.

Descrivendo i suoi casi clinici Gaiarsa utilizza sia l’interpretazione dei sogni sia l’intervento sul corpo (collo, gola, cassa toracica) nell’intento di far sì che l’analizzando riesca a liberare la propria voce, a distinguerla tra il vocio del coro. Tra alcune modalità piuttosto originali rispetto alle tecniche tradizionali di psicoterapia viene utilizzata da Gaiarsa anche la respirazione bocca a bocca, dall’analista al paziente, nell’intento di insufflargli dentro il corpo un nuovo spirito. Gaiarsa propone una particolare modalità di interpretazione dei sogni alla luce della simbologia respiratoria. Noi non viviamo nell’aria (volando) ma viviamo “dell’aria”, in un certo senso facciamo in modo che l’aria arrivi a noi. Se consideriamo che respirare è comunque muovere il vento, troviamo un’analogia tra respirare e volare. Nei sogni, secondo le interpretazioni di Gaiarsa, uccelli, voli, angeli, aerei rappresentano la respirazione. Ho potuto costatare nella mia esperienza clinica che quando si lavora con la respirazione, molto spesso i sogni esprimono attraverso le sue immagini la fenomenologia respiratoria.

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Respirazione e relazioni

Ciò che della respirazione influisce sulla relazione quindi non è tanto la parola articolata quanto la musica della voce che nasce dall’aria “premuta in fuori” ed è quindi espressione nel senso più puro e letterale della parola. La voce emessa fa “pressione in dentro” (impressione) sull’ascoltatore. Questo processo espressione-impressione è immediato, istantaneo e l’influenza delle caratteristiche non verbali della voce e l’interferenza nel dialogo tra il ritmo e le forme respiratorie dei due interlocutori viene definito “transfert respiratorio”. Se la respirazione è una funzione di relazione, allora consegue che questa funzione di relazione, così come le altre relazioni cosiddette “oggettuali”, può essere perturbata più o meno in vari modi. Gaiarsa teorizza la nozione di complesso respiratorio o fase respiratoria nello sviluppo della personalità e considera la dipendenza respiratoria la più fondamentale delle dipendenze.

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La respirazione in Freud, Jung, Reich e Gaiarsa

Freud omette completamente la respirazione. Jung riscopre l’anima e sottolinea la dimensione spirituale della psiche, ma tralascia il corpo. Fu Reich il primo a riconoscere il valore e il significato psicologico della respirazione. Reich, tuttavia, non la sviluppò ulteriormente, come non sviluppò il rapporto tra la respirazione e la parola e tra questa e la formazione dell’ego, più volte sottolineato da Gaiarsa. Secondo l’autore brasiliano la prima fase dello sviluppo psicologico dell’uomo è respiratoria e non orale come sostiene Freud: “L’uomo di Freud non ha torace, ha bocca, genitali, ano…” 3. Gaiarsa focalizza l’attenzione sulla respirazione in quanto “prima azione” del neonato: il grido, che è la sua prima espirazione, segnala la morte del feto e la nascita dell’uomo. Prima tutt’uno con la madre, organicamente unito a lei, solo quando nasce ed inizia a respirare, l’uomo “si separa”, vive “per se stesso”, nasce come individuo. Se vivere è respirare, e se iniziamo a respirare con la nascita, allora l’“io” e la respirazione iniziano insieme. Prima di nascere, “io” sono lei, la madre; dopo la nascita, “Dio” soffia l’aria dentro di me ed io…inizio. La prima cosa che facciamo allora “riguardo a noi stessi” è un soffio. Forse possiamo dire che la respirazione è un atto riflessivo: io respiro per me, io pongo l’aria dentro di me, qualcosa viene da fuori in direzione del mio “dentro”, del mio mondo interno. Faccio mio qualcosa che era di tutti: l’aria. Il mio atto respiratorio individualizza quindi qualcosa di estremamente generico: l’aria. “Il movimento respiratorio inizia con la nascita, è dato con la coscienza del mondo e si costituisce come prima forma di coscienza di sé”4. “Il conflitto, tra il polmone che tende al collasso e la muscolatura toracica attuata dal centro inspiratorio, deve essere considerato come il primo conflitto dell’essere umano individualizzato (postnatale)”5.

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Respirazione ed emozioni

Tutte le scuole di psicologia condividono il valore e l’importanza di vivere e sentire il presente, il “qui e ora” che scaturisce dal contatto profondo con se stessi, con le proprie emozioni. Un’emozione è sempre accompagnata da un’alterazione viscerale e motoria che avviene spontaneamente e molto rapidamente ogni volta che ci troviamo dinanzi ad un ostacolo, una minaccia o una promessa, dinanzi a qualsiasi situazione affettivamente significativa. I primi segnali di emozione/desiderio sono l’accelerazione cardiaca e la variazione respiratoria. Se tratteniamo il respiro, senza l’ossigeno, viene a mancare al desiderio la forza della passione. Le emozioni toraciche sono perciò i segnalatori più sensibili e più veloci della repressione o liberazione emotiva. “Non esiste”, afferma Reich, “repressione senza restrizione respiratoria”. Noi civilizzati respiriamo molto al di sotto delle nostre potenzialità respiratorie, e quindi sentiamo molto meno delle nostre potenzialità emotive. È come se avessimo perso il contatto con la vita che pulsa dentro di noi. A volte non percepiamo neanche di respirare e di essere vivi; preferiamo il controllo e la sicurezza. Preferiamo, come sostiene Gaiarsa, la routine, che è “l’incoscienza o la coscienza di ‘tutto uguale’ e ‘sempre uguale’. È la vita a livello automatico. È essere senza percepire. È stare con il cadavere qui e la mente non so dove. È trovarsi a reagire nei confronti delle persone come se fossero altre, o nate per rispondere ai miei desideri e timori… È un passare senza guardare, un guardare senza vedere, un passare senza percepire e un vivere senza sentire…”6. È bello il volto di una persona triste, è vivo e ha una sua pienezza. La tristezza è un’emozione e così come la rabbia ha la sua dignità e autenticità. Qualsiasi emozione (anche un’emozione “negativa”) in un modo o nell’altro ci rende più vivi, più che in quei momenti in cui “non sentiamo niente”. “Se sono vivo, sono quindi emozione, movimento, creazione continua, instabilità totale, incertezza permanente”.

Respirazione e angoscia

La respirazione è una funzione biologica sempre urgentemente necessaria. La mancanza di respirazione già dopo pochi secondi diventa molto angosciante e molto rapidamente insopportabile. Possiamo stare ore senza realizzare le altre funzioni biologiche come il mangiare, il bere, la sessualità o il sonno…senza provare ansietà o sconforto e meno che mai la sensazione di morte imminente che è collegata all’asfissia. Ogni cosa che stringe la respirazione è immediatamente sentita come una minaccia diretta alla vita e quindi come angoscia. La parola angoscia significa angusto, “ristretto” e l’unico posto dove restrizione può significare morte è il polmone. Quando si respira poco, anche se non viene percepito chiaramente, la persona sa, istintivamente, che la sua vita è minacciata. Ogni interruzione respiratoria è vissuta dall’organismo come una minaccia vitale, questo sentimento/sensazione è l’angoscia. La restrizione respiratoria non “produce” angoscia, ma “è angoscia”. Per Moreno “ogni angoscia è la paura di entrare in scena”. E Perls sostiene che “ogni angoscia è la paura di entrare, di compromettersi, di attuare”. L’eccitazione/emozione è una preparazione biologica per il cambiamento, il corpo si prepara a entrare in una nuova situazione. Se conteniamo o paralizziamo la respirazione, viene contenuto l’impulso spontaneo ad attuare, e trasformiamo il desiderio in angoscia.

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Lavorare con il respiro

La ricerca e la pratica terapeutica occidentale si è attualmente riconciliata con alcuni metodi ispirati alle tecniche tradizionali dell’Oriente e ha approfondito lo studio dei molteplici effetti della corretta respirazione volontaria, non soltanto sui polmoni ma sull’intero metabolismo dell’organismo umano. È stato, in un certo senso, “riscoperto” il potenziale trasformativo della respirazione in ambito terapeutico e molti ricercatori hanno sviluppato svariate tecniche che la utilizzano secondo diverse modalità. Gaiarsa propone una forma di terapia basata sui principi bioenergetici della respirazione, molto simile alla respirazione olotropica di Grof. A differenza di Grof, che sottolinea l’aspetto di sviluppo psicologico e spirituale, Gaiarsa offre però una visione più pragmatica e focalizza l’attenzione sull’aspetto biologico e psicosomatico, parallelamente a quello dello sviluppo psicologico.

Il primo dei sacramenti cattolici, il battesimo, simbolizza la rinascita: la morte dell’uomo vecchio, l’uomo del potere e dell’oppressione e la nascita dell’uomo nuovo, l’uomo dell’amore, della sensibilità e della cooperazione. La sua essenza consiste nel “passaggio attraverso l’acqua”, nella morte per asfissia, nell’affogamento. Nella sua forma originale (praticato dagli Esseni) il battesimo consisteva nell’immersione forzata del battezzando nell’acqua, il che lo portava vicino alla morte per soffocamento. Perciò senza la riemersione nell’acqua, ossia il ritorno all’utero e la conseguente rinascita, non nasce l’uomo nuovo.

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Essere veramente vivi significa sperimentarsi, aprirsi, esporsi senza timore, interamente al flusso delle proprie emozioni. Siamo abituati a vivere a pezzi, separati dal fluire della vita; divisi dentro di noi e tra noi, siamo abituati alla paura di vivere e di sentire. Saper respirare, essere consapevole della propria respirazione, favorisce il collegamento con la vita interiore, produce un risveglio spirituale e una notevole vivacità dei sentimenti d’amore in senso ampio. Favorisce l’apertura del petto, nel profondo significato umano di questa espressione.

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza. L’inconscio visto da Jung e Grof -Parte seconda

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza.
L’inconscio visto da Jung e Grof

di Virginia Salles, Roma

Parte seconda

(Estratto)

 

Strategia terapeutica

seconda

Nella nostra cultura, dominata dal paradigma scientifico, la respirazione ha perso quella “sacralità” caratteristica delle varie tradizioni spirituali e sciamaniche ed è stata ridotta a semplice funzione fisiologica, perdendo così il suo significato di connessione con la psiche e lo spirito. Tutte le manifestazioni fisiche e psicologiche collegate alle varie modalità respiratorie sono state interpretate come patologie. La stessa “sindrome da iperventilazione”, che a volte accade spontaneamente durante alcuni episodi psicotici, viene soppressa con l’utilizzo di psicofarmaci, quando in realtà è un processo naturale di enorme potenzialità terapeutica.

Soltanto negli ultimi decenni i terapeuti occidentali hanno riscoperto il potenziale terapeutico della respirazione e sviluppato tecniche che la utilizzano secondo diverse modalità. La tecnica utilizzata nella respirazione olotropica sviluppata da Grof consiste semplicemente nel respirare più rapidamente e più profondamente del solito con l’attenzione rivolta al proprio mondo interiore. Una volta entrati nel “processo” ognuno trova il proprio ritmo respiratorio. E’ molto difficile per chi non ha vissuto di persona questo tipo di esperienza riuscire a immaginare ciò che avviene soltanto in base a descrizioni o argomentazioni teoriche.

La “strategia olotropica di psicoterapia” si basa sul principio fondamentale che i “sintomi” sia emotivi che psicosomatici rappresentino un tentativo spontaneo dell’organismo di guarire se stesso, superare i propri traumi e raggiungere uno stato di maggior equilibrio. Principio questo che la terapia olotropica condivide con l’omeopatia nella tendenza all’attivazione e intensificazione temporanea dei sintomi presenti ed esteriorizzazione di quelli latenti, il che porta successivamente alla loro dissoluzione. Il sintomo viene visto quindi come un’opportunità di cambiamento, una tendenza naturale che la terapia dovrebbe assecondare, diversamente da quanto avviene nella pratica tradizionale, focalizzata sopratutto sulla sua soppressione. Nel corso del lavoro basato sui principi olotropici, l’intensificazione del sintomo è indizio di progresso terapeutico in quanto favorisce l’attuazione di ciò che l’organismo cercava di raggiungere: il superamento delle impressioni traumatiche attraverso l’emergenza del materiale inconscio e la liberazione delle energie emotive e fisiche ad esso associate. Nel metodo terapeutico sviluppato da Grof, attraverso l’utilizzo di mezzi naturali come la respirazione, la musica evocativa e tecniche di lavoro sul corpo, vengono indotti potenti stati non ordinari di coscienza che portano alla rimozione dei blocchi bioenergetici e alla liberazione delle energie fisiche ed emotive represse. La risoluzione del trauma e il cambiamento che ne deriva, può significare una vera e propria trasformazione della personalità e scaturisce da vissuti profondi che spesso sfuggono alla comprensione razionale. Tale risoluzione può avvenire a livello biografico, essere cioè connessa ad esperienze e traumi infantili o all’emergenza di materiale perinatale e transpersonale. L’esperienza di Carla, 41 anni, presenta elementi che vanno oltre il riattivarsi dei vissuti biografici:

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Molte persone, in un momento particolare della loro esistenza, si rendono conto di una certa “ristrettezza di vivere”, si accorgono di agire ed esprimersi ad un livello molto inferiore alle loro potenzialità creative ed esistenziali. Questa consapevolezza porta a un’inversione di rotta nei processi intrapsichici, al ritiro delle energie psichiche investite nel mondo esterno e alla loro “introversione”: investimento nel mondo interiore alla ricerca di qualcosa che è andato perduto. Jung lo considera un processo naturale, tipico della seconda metà della vita. A questo punto, incominciano ad affiorare alla coscienza contenuti inconsci investiti di forte carica emotiva che possono interferire più o meno sul vivere quotidiano e che possono investire solo alcuni settori della vita come le relazioni, il lavoro o la sessualità, fino ad una interferenza massiccia su tutti gli aspetti dell’esistenza o sullo stesso rapporto con la realtà. Le proporzioni di questa interferenza sono relazionate con il momento in cui sono avvenuti i traumi più importanti nella vita della persona e determinano se il processo raggiungerà proporzioni nevrotiche (traumi più tardivi nell’infanzia) o psicotiche (traumi legati a stadi più precoci). Questo irrompere di materiale inconscio provoca una crisi che può rappresentare un’occasione di risoluzione dei traumi stessi e di trasformazione psicologica.

La musica

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La musica evocativa da sempre ha avuto un ruolo molto importante nell’induzione della trance. I battiti monotoni dei tamburi e i canti hanno da sempre accompagnato i riti iniziatici e propiziatori in varie parti del mondo. Anche nella terapia olotropica la musica ha un ruolo fondamentale. Deve essere potente e evocativa, di preferenza musica di ottima qualità artistica, con pochi riferimenti concreti (i brani vocali debbono essere in lingue sconosciute). Vengono evitate musiche dissonanti e ansiogene e la caratteristica comune è quella di essere sconosciute, nella maggior parte dei casi, al gruppo dei respiranti. La nostra “colonna sonora” ha la durata di tre ore ed è composta da musiche appartenenti a vari generi: etniche, sacre, strumentali, “suoni della natura”, musiche “new age”, canti orientali, etc. L’utilizzo della musica nel nostro contesto è molto diverso dall’ascolto compito e intellettualizzato a cui siamo abituati nelle sale da concerto o teatri, è una modalità di ascolto più libera, coinvolgente e sconvolgente, che assomiglia di più a quella di un concerto rock. E’ importante arrendersi completamente al ritmo della musica, lasciarla “entrare dentro” e reagire in modo libero e spontaneo, permettendo al proprio organismo di esprimere tutto ciò che la musica catalizza dentro di sé, fare “uscire fuori”, sia dal punto di vista fisico che emotivo, grida, risate, canti, versi di neonati o di animali, movimenti rituali, mormorii che giungono fino al parlare una lingua sconosciuta etc. Ma anche mimiche esagerate, tremori e convulsioni, movenze erotiche, contorsioni del corpo e del volto etc. In questo contesto la musica esercita diverse importanti funzioni: aiuta ad aprire le porte dell’inconscio, mobilitando le emozioni legate a ricordi assopiti e traumi rimossi, facilitando così la loro manifestazione e approfondendo il processo di guarigione; favorisce una forma di “insight” dinamica ed estetica e non ultimo copre i rumori (singhiozzi, pianto, grida) prodotti dai partecipanti durante l’esperienza. La seduta si apre con musiche dinamiche, scorrevoli e prosegue durante la prima ora con musiche “celebrative”, aumentando poi sempre di intensità verso brani che inducono la trance, tratti da tradizioni rituali primitive, sciamaniche, musiche “forti” a ritmo molto intenso. La seconda ora è composta da musiche evocative di intensi stati d’animo, musiche “epiche”. Dopo circa un’ora e mezza dall’inizio della seduta, al culmine dell’esperienza, vengono introdotte quelle che chiamiamo “musiche di sfondamento” che vanno dalle intense e drammatiche musiche tratte da colonne sonore cinematografiche fino a musiche sacre come messe o requiem. Questo passaggio suona nel modo caratteristico di “un’onda che si rompe”. Proseguendo nella seconda metà della sessione l’intensità emotiva delle musiche diminuisce gradualmente verso “musiche di cuore”, musiche che “toccano l’anima”. Nella terza ora prevalgono le musiche meditative, rilassanti o comunque molto tenui e delicate, che accompagnano il lento ritorno allo stato di coscienza ordinario.

Le cinque fasi musicali della sessione possono essere così suddivise:
1- musiche di apertura
2- musiche per indurre la trance
3- musiche di sfondamento
4- musiche di cuore
5- musiche meditative

Musiche di autori come Peter Gabriel, Vangelis, Mickey Hart, Gabrielle Roth, Ennio Morricone, Scott Fitgerald, Talku, Sainkho etc., sono molto utilizzate nella compilazione delle colonne sonore che accompagnano le sedute di respirazione.

L’esperienza

In ambito olotropico il termine “terapeuta” non prevede che si agisca in modo attivo sul paziente, ma viene usato nel senso tradizionale greco di “persona che assiste durante il processo di guarigione”. Il ruolo del terapeuta quindi durante le sedute olotropiche è quello di sostenere l’esperienza del respiratore senza influenzarlo o manipolarlo, anche quando il processo in corso non viene compreso immediatamente. Può accadere che gli “insights” corrispondenti emergano dopo l’esperienza, in una seduta successiva, durante un sogno o semplicemente come un “lampo improvviso” durante lo stato di veglia. La capacità di sostenere l’intensità e drammaticità di alcune esperienze richiede dal terapeuta una personale dimestichezza con gli stati non ordinari di coscienza e una piena fiducia nel suo potenziale terapeutico che deriva dalla propria esperienza e dal ricordo del proprio percorso terapeutico. Durante gli esercizi di gruppo di “abbandono” e “affidamento” che precedono l’inizio della seduta di respirazione, ad un certo punto i partecipanti si “scelgono” a vicenda in base a criteri quali l’empatia, la fiducia etc. formano un certo numero di “coppie”. Durante i due giorni che seguono, ogni componente della coppia si alterna nei ruoli di respiratore o di assistente. L’assistente (o “sitter”) è colui che sta accanto al partner mentre questo “respira”, lo protegge e lo sostiene durante il “viaggio”. L’esperienza di assistente è complementare a quella di respiratore ed è anch’essa catalizzatrice di intensi stati d’animo. Come alcuni respiratori stessi dichiarano, anche questa esperienza è molto importante ed è parte integrante dell’intero processo.

Le reazioni fisiche che vengono attivate durante la seduta olotropica sono di complessa struttura psicosomatica e di solito possiedono un profondo significato psicologico, individuale, specifico di ciascun individuo. Queste reazioni a volte rappresentano una versione intensificata di tensioni e dolori della vita quotidiana; altre volte appaiono come una riattivazione di antichi sintomi di un stadio precedente della vita del respiratore. Altre volte, attraverso il linguaggio del corpo, comunicano un messaggio che può rappresentare un importante “insight” per quella persona in quel particolare momento. La tensione fisica può essere liberata attraverso due diverse modalità: nella prima, attraverso la catarsi e l’abreazione (già molto conosciuta da S. Freud e J. Breuer), l’energia viene liberata attraverso pianti, movimenti, tremori, spasimi, grida, vomito etc. Nella seconda modalità le tensioni affiorano e vengono “consumate” attraverso le contrazioni muscolari, liberando così l’organismo. Queste manifestazioni fisiche vengono di solito seguite da un profondo rilassamento.

Durante lo svolgersi delle sedute di respirazione, viene utilizzata un’altra forma di intervento finalizzata ad offrire sostegno ad un livello molto profondo, pre-verbale. Il trauma relazionato a questo tipo di difficoltà è un trauma di “omissione” che affonda le sue radici in abbandoni e deprivazioni emotive, nella mancanza di soddisfazione di quel bisogno di esperienze positive e essenziali ad un sano sviluppo psicologico: accoglimento, fiducia, accettazione che generalmente vengono espresse attraverso il contatto fisico. Una delle modalità per riconoscere se il partecipante stia vivendo una regressione profonda è la scomparsa delle rughe del volto, l’espressione e molte volte il comportamento di un bambino con atteggiamenti e gesti che includono anche il pianto infantile o movimenti di suzione. Quando durante l’esperienza, in un momento di profonda regressione, si ritorna in quel luogo di deprivazione, l’unico modo per superare simili traumi è quello di vivere in quel momento un’esperienza connettiva nella forma di un contatto fisico che la sostenga. Secondo accordi presi prima della seduta e con “l’approvazione del partecipante”, questo sostegno fisico può consistere nel contatto di una mano, in una carezza, o un lungo abbraccio e dovrà essere usato esclusivamente per soddisfare le necessità del respiratore e mai quella degli assistenti e terapeuti.

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Le manifestazioni fisiche e emotive che avvengono durante le seduta olotropica variano notevolmente da persona a persona o nello stesso soggetto da una seduta all’altra. Alcuni partecipanti restano immobili e sembrano addormentati, altri si agitano e eseguono complessi movimenti che coinvolgono tutto il corpo: tremori, torsioni, spasimi etc. Altri assumono posizioni fetali o camminano carponi, movimenti che richiamano il nuotare, lo scavare, l’arrampicarsi, suoni e gesti di animali. Altri ancora eseguono complessi rituali primitivi o sacri di diverse culture, le varie posizioni dello yoga con i gesti caratteristici delle mani anche quando non li conoscono. Le emozioni che emergono durante il processo sono di vario tipo e intensità e vanno dalla pace assoluta, serenità, beatitudine, rapimento estatico fino al terrore paralizzante, terribili sentimenti di colpa, aggressività primitiva la cui intensità trascende ciò che possiamo sperimentare o immaginare durante lo stato ordinario di coscienza. Emozioni così intense sono associate a esperienze di natura perinatale o transpersonale. Le emozioni di tipo biografico, legate a ricordi o esperienze traumatiche infantili anche se a volte sono molto intense, rimangono sempre vicine alle emozioni che conosciamo nella vita quotidiana: rabbia, tristezza, paura, vergogna, sorpresa, amore, gioia, compassione, colpa, ansietà etc.

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Dopo che la persona si è liberata dai blocchi “psicofisici” e dai traumi rimossi e, in un certo senso, ha recuperato l’integrità della vita emotiva, la psiche è più potente e “funziona” in modo più limpido e naturale e possono quindi affiorare importanti vissuti di grande significato filosofico e religioso. In questi casi lo stato indotto con la respirazione non porta a galla tensioni psichiche né forti emozioni ma esperienze che sono sorprendenti: rilassamento, profondo benessere, estasi, espansioni della coscienza o visioni di luce, così come sentimenti di unione e amore verso gli altri, la natura, il cosmo, Dio. Questi stati particolari di coscienza possono emergere anche alla fine di una seduta intensa e turbolenta. Lo stato d’animo tipico della fine di una seduta olotropica è comunque di liberazione, benessere e rilassamento fisico che per alcuni è qualcosa “mai provata prima”.

Elaborazione e integrazione

Alla fine della sessione, dopo che il respiratore è rientrato lentamente nello stato ordinario di coscienza, viene accompagnato dal suo assistente nel luogo dove si disegnano i mandala e invitato a esprimere graficamente l’esperienza su un grande foglio bianco, preferibilmente all’interno di un cerchio già disegnato. Il partecipante può anche scegliere di rappresentare l’esperienza per mezzo di un “collage”, fatto di illustrazioni ritagliate da riviste e incollate sul foglio o attraverso l’insieme delle due modalità. Altre possibili alternative sono i giochi con la sabbia di Dora Kalff e la scultura con l’argilla, utilizzata in particolare con respiratori ciechi.

In seguito, quando tutti i membri del gruppo hanno espresso graficamente, in un modo o nell’altro la propria esperienza, si rincontrano insieme al terapeuta, per la condivisione: seduti in cerchio, ogni partecipante viene incoraggiato a raccontare il più liberamente possibile i propri vissuti ad un gruppo solitamente molto attento e accogliente. Non vengono date interpretazioni in quanto, data la profondità e complessità dei vissuti, qualsiasi interpretazione rischierebbe di ridurre e “congelare” il processo o interferire con il naturale percorso terapeutico. Possono a volte essere utili le amplificazioni di tradizione junghiana, come per esempio il parlare di analoghi motivi mitologici.

La respirazione olotropica può essere combinata con un’ampia gamma di altre diverse forme terapeutiche o espressive come la psicoterapia verbale, il lavoro sul corpo, lo psicodramma, lo yoga, la danza, la pittura etc., costituendo un insieme terapeutico che favorisce profonde trasformazioni psicologiche e l’evoluzione della personalità.

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza. L’inconscio visto da Jung e Grof

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza.
L’inconscio visto da Jung e Grof

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 potenzialita

Le “emergenze spirituali”

Nel nostro mondo attuale che predilige gli aspetti razionali della psiche, gli stati non ordinari di coscienza vengono spesso guardati con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. In altri tempi o contesti culturali diversi dal nostro (oriente, sciamanesimo, misteri greci etc.) questi stati venivano invece considerati una benedizione divina, un dono degli dèi ed erano e sono tuttora attivamente ricercati con l’utilizzo di vari mezzi di autoesplorazione profonda: “le tecnologie del sacro”. La Psicologia Transpersonale li ripropone in veste moderna, all’interno di una prospettiva psicoterapeutica e di evoluzione della coscienza. Immaginiamo ora di essere improvvisamente catapultati in un altro mondo e di vivere esperienze assolutamente insolite rispetto al nostro modo abituale di percepire e di sentire la realtà, di avere per esempio visioni di demoni, divinità, personaggi mitologici, arcobaleni, comete, o anche visioni di una luce abbagliante di splendore e bellezza sovrannaturali, di trovarci in luoghi lontani e sconosciuti o in altri periodi storici, di sentire correnti di energia che attraversano il corpo, oppure di morire, sparire nel nulla e unirci in un amplesso con l’intero universo, di provare panico, paura di non ritornare più in questo mondo. Una situazione simile ci fa venire subito in mente una diagnosi di tipo psichiatrico. Eppure, stando agli studi effettuati da Abraham Maslow, John Perry, Stanislav Grof etc., negli ultimi decenni sempre più numerose sono le persone che hanno vissuto e vivono esperienze così insolite, persone che, invece di cadere irrimediabilmente nella follia, emergono da questi stati straordinari “transformate” rispetto a prima, nel senso di aver acquisito una maggiore consapevolezza, benessere psicofisico e un diverso modo di relazionarsi con se stessi e con gli altri.

In alcuni casi questo tipo di esperienza segna l’inizio di un vero e proprio percorso spirituale simile a quello descritto dalle varie tradizioni religiose di tutto il mondo. Grof ha definito questi stati mentali “emergenze spirituali”, sottolineando cosi il loro doppio aspetto di “pericolo” e “opportunità”. Nel 1980, per venire incontro al bisogno crescente di riconoscimento, sostegno e informazione a chi attraversa questo tipo di crisi evolutiva, Grof ha creato insieme a sua moglie Cristina lo “Spiritual Emergenze Network” (S.E.N.), una rete internazionale di sostegno in alternativa al sistema psichiatrico tradizionale. In questi ultimi 20 anni il S.E.N. ha compiuto grandi passi nell’affermazione del concetto di emergenza spirituale nell’arena della salute e della malattia mentale e ha promosso l’idea che possa esistere un intenso processo di trasformazione psicologica che, pur presentando aspetti drammatici, non è patologico. Grof considera queste esperienze, durante le quali vengono attivati i livelli più profondi dell’inconscio, uno sforzo radicale della psiche per guarire se stessa, una tendenza verso una situazione di maggiore equilibrio e armonia, verso uno stato di coscienza più completo.

Queste esperienze di trasformazione non avvengono sempre e necessariamente in modo cosi drammatico e improvviso. Gli psicologi transpersonali, riconoscendo l’enorme importanza evolutiva di questo tipo di esperienza, sia dal punto di vista individuale che collettivo, e nel tentativo di agevolare il moto evolutivo della natura umana, hanno approfondito lo studio delle diverse modalità che l’uomo, da sempre, ha utilizzato per provocare questi stati particolari di coscienza, intuendone il potenziale terapeutico: il suono dei tamburi, i vari tipi di danze tribali, il vorticare dei Dervisci, l’assunzione di piante allucinogene come il peyote e la sua “esperienza di morte e incontro con esseri di luce” (secondo quanto descrive Castaneda), l’ayahuasca, la “liana dei morti”, che provoca una trance di tipo medianico (molto utilizzata dagli indios e attualmente in tutto il Brasile e altre regioni del Sud America, all’interno dell’imponente cerimonia religiosa del “Santo Daime”), le varie tecniche respiratorie (come quelle descritte per esempio nel pranayama, l’antichissima arte-scienza indiana della respirazione) e la più moderna sostanza scoperta da Hoffman, oggi fuori legge: l’LSD.

La storia

Jung è stato il primo psicologo a teorizzare che nell’inconscio esiste una porta d’accesso ad una coscienza più ampia e universale, una via verso il trascendente. Grof, con il suo percorso, la sua “avventura di autoconoscenza”, come lui stesso la definisce, ha aperto questa porta verso la dimensione transpersonale, allargando la cartografia dell’inconscio verso quelle sfere della psiche definite da Ken Wilber “sottili e causali”. All’origine della ricerca di Grof sugli stati non ordinari di coscienza c’è una sostanza, oggi bandita della legge, che fu allora utilizzata sia nella ricerca che in ambito terapeutico: ho sentito da Grof stesso il racconto del suo primo incontro con quella “scatolina bianca” speditagli dai laboratori Sandoz di Basilea con la misteriosa scritta: LSD-25, la nuova sostanza sperimentale dotata di proprietà psicoattive scoperta dal chimico Albert Hoffman. Questo incontro ha avuto per Grof, che nel 1956 fu uno dei primi soggetti sperimentali, conseguenze profonde sulla sua vita personale e professionale. Grof, che in alcuni suoi libri descrive dettagliatamente le sue esperienze con l’LSD, si accorse molto presto che i suoi vissuti erano molto simili a quelli che conosceva dalla lettura dei grandi testi mistici di tutto il mondo. All’epoca Grof attribuì tutto quanto agli effetti della droga. Oggi lui sostiene che la possibilità di un’esperienza mistica sia un diritto naturale di tutti gli esseri umani.

Successivamente gli fu affidata la responsabilità di una ricerca clinica che esplorava il potenziale terapeutico della psicoterapia a base di LSD. Durante queste sedute molte esperienze iniziali contenevano materiale biografico, “legittimo e desiderabile oggetto di esplorazione”. Procedendo nelle sedute tutti i soggetti passavano prima o poi a vivere esperienze che andavano oltre il materiale biografico. Nella misura in cui si approfondiva l’esplorazione dell’inconscio, il soggetto in terapia psicolitica tendeva a spostarsi da uno stadio “freudiano”, in cui vengono “confermate sperimentalmente” le tesi della psicoanalisi classica, ad uno stadio che potrebbe essere definito rankiano-reichiano-esistenziale e successivamente ad uno stadio “junghiano”, per via dell’attivazione del livello archetipico della psiche. A questo punto emergeva una potente sequenza di morte e rinascita psicologica, molte volte accompagnata da intense emozioni: sentimenti statici di unità con la natura, il cosmo, gli esseri umani, visioni di divinità o demoni, esperienze di regni mitologici oppure ricordi di situazioni o esperienze di luoghi lontani o di altri periodi storici. Grof sostiene che sarebbe arbitrario e molto artificioso considerare i ricordi dell’infanzia come normali e accettabili ed attribuire invece alle esperienze che ad essi seguivano un carattere patologico. Da questi vissuti scaturiva una grande quantità di emozioni e sensazioni che, se lasciate seguire il loro corso naturale, risultavano fortemente terapeutiche ed erano il più delle volte accompagnate da importanti insights sul significato dell’esperienza. Secondo Grof molti stati che la psichiatria ufficiale considera bizzarri ed incomprensibili sono manifestazioni della tendenza naturale della psiche umana a rivivere i propri traumi per guarire se stessa e raggiungere una condizione di maggiore equilibrio. Grof tentò di tracciare una mappa dei territori esperienziali che venivano allo scoperto attraverso l’azione catalizzatrice dell’LSD. Dedicò molto tempo a questo lavoro tenendo una dettagliata documentazione delle sue ricerche psichedeliche, credeva di creare una nuova cartografia della psiche umana. Quando ebbe completato la sua mappa della coscienza si accorse di aver riscoperto quello che Aldous Huxley aveva chiamato “la filosofia perenne”, la sintesi e l’essenza delle concezioni dell’universo delle grandi scuole iniziatiche di tutto il mondo emersa più volte in differenti luoghi e periodi storici (i diversi tipi di yoga, il buddhismo, il sufismo, il taoismo, la kabbalah, il misticismo cristiano etc.). Le osservazioni di Grof degli stati non ordinari di coscienza lo portavano sempre di più alla consapevolezza che le moderne concezioni psicologiche, compresa la sua stessa formazione medico-psichiatrica e psicoanalitica, “grattavano in superficie la psiche umana” e scopri ben presto che il suo lavoro con questi stati di coscienza avrebbe messo in serio pericolo la sua reputazione scientifica. Durante il primo decennio Grof svolse isolatamente le proprie ricerche censurando attentamente ogni comunicazione resa in ambito professionale, parlando apertamente delle proprie scoperte soltanto ad una ristretta cerchia di amici. La situazione cambiò nel 1967 quando Grof, trasferitosi negli Stati Uniti, fece la conoscenza di molti colleghi ricercatori della coscienza, antropologi, tanatologi, parapsicologi che erano arrivati con le proprie ricerche ad una concezione della psiche molto vicina o complementare alla sua. Incontro particolarmente fecondo fu quello con Abraham Maslow, che aveva condotto un’estesa ricerca sugli stati mistici spontanei o esperienze di vetta, raggiungendo conclusioni simili alle sue. Da questo incontro nacque l’idea di fondare una nuova disciplina capace di combinare la scienza con la spiritualità e studiare i vari livelli o stati di coscienza. A questo nuovo movimento fu dato il nome di “psicologia transpersonale”. Nei suoi quarant’anni di studio approfondito della psiche umana, attraverso l’osservazione degli stati non ordinari di coscienza in se stesso e negli altri, Grof arrivò ad alcune conclusioni radicali. “Oggi” sostiene Grof “credo che la coscienza e la psiche umana siano molto di più di un prodotto accidentale dei processi fisiologici del cervello; esse sono il riflesso dell’intelligenza cosmica che permea l’intera creazione. Non siamo solo delle macchine biologiche e degli animali altamente sviluppati; siamo anche campi di una coscienza senza limiti che trascende lo spazio ed il tempo. In tale contesto la spiritualità è una dimensione imprescindibile dell’esistenza”1.

L’LSD, una volta sfuggito al controllo terapeutico, rivelò la sua pericolosità. L’assunzione da parte di soggetti non preparati a questo tipo di esperienza può risultare infatti destrutturante per la personalità. L’LSD fu messo fuori legge e Grof, approfondendo i suoi studi sugli stati non ordinari di coscienza, a sostegno del diritto di ogni essere umano di evolvere verso uno stato di maggiore completezza, sviluppò la “Holotropic Breathwork”, la respirazione olotropica, un potente metodo di respirazione che, associato alla musica evocativa ed al lavoro sul corpo, può indurre, in un contesto sicuro, un intero spettro di esperienze risanatrici, comparabili a quelle prodotte con l’utilizzo di piante allucinogene o l’LSD, con l’evidente vantaggio della non assunzione di alcuna sostanza estranea all’organismo. La differenza fondamentale è che negli stati non ordinari di coscienza che vengono attivati con mezzi naturali quali la respirazione e la musica, la psiche umana sembra attingere a un “qualcosa” che possiede un’attività terapeutica spontanea. Questo “qualcosa” viene chiamato da Grof il “guaritore interno”e, come un “radar interiore”, è in grado di selezionare il materiale inconscio che in quel determinato momento risulta terapeutico e può essere elaborato dal “respiratore”. Molto diverso quindi dall’assunzione di sostanze come l’LSD che possono provocare esperienze psicologicamente devastanti, in quanto il soggetto può non essere in grado di elaborarle ed integrarle.

La respirazione

Le nostre più antiche tradizioni spirituali da sempre hanno utilizzato svariati mezzi attraverso i quali l’essere umano trascendeva la propria identità individuale e trovava una sua collocazione in una dimensione più ampia, al di la del tempo e dello spazio, soddisfacendo cosi quell’insaziabile bisogno di spiritualità cosi intrinseco alla natura umana. In tutte queste antiche tradizioni i partecipanti conoscevano il significato di questo oltrepassare i confini dell’esistenza quotidiana ed esplorare realtà molto al di là della coscienza ordinaria e ciò avveniva durante i riti di possessione, nella pratica delle svariate tecniche dell’estasi utilizzate nello sciamanesimo, nei sacri misteri di morte e rinascita praticati nell’antica Grecia e in Asia Minore: i misteri eleusini, i riti dionisiaci, i misteri di Attis e di Adone etc.

La respirazione, il “soffio vitale”, è stata utilizzata da tempi immemorabili quale potente mezzo di accesso al mondo interiore. Attraverso la respirazione si possono indurre stati non ordinari di coscienza e catalizzare intensi vissuti che risultano terapeutici e tali da provocare profondi cambiamenti. Le modalità respiratorie che vengono utilizzate a questo scopo variano dall’interferenza drastica sulla respirazione, fino ai raffinati esercizi utilizzati dalle diverse tradizioni spirituali come il pranayama, per esempio. Il battesimo, nella sua forma originale, consisteva nell’immergere forzatamente il battezzando nell’acqua fino a portarlo alle soglie della morte per soffocamento. Trasformazioni profonde della coscienza possono essere provocate dall’iperventilazione come dalla ritenzione prolungata della respirazione. Pratiche sofisticate di questo tipo possono essere riscontrate anche nella meditazione taoista, nel Kundalini yoga, nel Siddha yoga, nelle pratiche Sufi etc. J.A. Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista junghiano-reichiano, contraddicendo l’affermazione della psicoanalisi classica secondo la quale la prima fase dello sviluppo è orale, sostiene che il primo momento dello sviluppo e della formazione dell’io è respiratorio, in quanto “respirare” è la prima cosa che il neonato fa: “il movimento respiratorio inizia con la nascita, è dato con la coscienza del mondo e si costituisce quale prima forma di coscienza di sé”2. La psicologia junghiana, focalizzando l’attenzione sugli eventi dal punto di vista “puramente psicologico”, sembra trascurare l’importanza del corpo e degli aspetti fisici che sono così intrinsecamente legati al mondo emotivo e che sono stati cosi fortemente rivendicati da Reich. Ai traumi fisici, così come ai processi fisiologici, non viene attribuita la dovuta importanza, sia per quanto riguarda lo sviluppo psicologico dell’individuo, sia nella genesi delle varie forme di psicopatologia, proprio come se il corpo e la psiche fossero due cose ben distinte.

Attraverso la respirazione, durante l’esperienza olotropica, possiamo aprire le porte del mondo interiore e confrontarci con ciò che è stato rimosso nel corso della nostra vita, liberare l’energia impegnata nella rimozione e favorire così lo sbriciolarsi della diga che ci separa della nostra “sorgente”. Molte di queste esperienze rimosse appartengono ad una fase dello sviluppo in cui non esisteva ancora il linguaggio verbale e risultano perciò inaccessibili ad una forma di terapia che ha come mezzo di espressione la parola. Il livello perinatale dell’inconscio, il territorio esperienziale legato agli eventi traumatici della nascita biologica, contiene anch’esso vissuti drammatici, emozioni ed energia “congelate” che non raggiungono la coscienza e che, una volta elaborate, favoriscono l’accesso alle profondità dell’inconscio. Anche i traumi fisici, al pari di quelli psichici, rimangono conservati nella memoria del corpo, codificati “nella nostra carne”, muscoli, organi e tessuti. L’attivazione dell’inconscio che avviene durante una profonda autoesplorazione esperienziale provoca il risvegliarsi della memoria corporea e di queste profonde esperienze non accessibili al linguaggio verbale.

L’esperienza

Secondo Grof l’evoluzione della coscienza deve varcare i confini dell’ego e la respirazione è uno dei mezzi più potenti per far sì che ciò avvenga. La mia esperienza di integrazione della psicoterapia verbale di tipo analitico, con le sedute di gruppo di autoesplorazione esperienziale che utilizza soprattutto la respirazione come via d’accesso all’inconscio, mi porta ad alcune importanti riflessioni sui limiti e i tempi della terapia che utilizza soltanto il mezzo verbale: penso di poter affermare che questo tipo di esperienza faccia da catalizzatore ed acceleratore del percorso analitico in quanto riesce a sciogliere dei “nodi” ed agevolare il percorso terapeutico. Uso dire ai futuri respiratori quando propongo questo tipo di esperienza: “È come se per un po’ lasciassimo la macchina (la terapia analitica-verbale) e salissimo su un aereo, o ancora meglio su un’astronave. Dopo di che si ritorna in macchina per fare il resoconto di questo viaggio aerospaziale”. Durante l’esperienza olotropica i vari livelli di esperienza attivati: biografico, perinatale, transpersonale, si manifestano in molti casi relazionati con un tema comune di base, per esempio il rifiuto, il conflitto, la solitudine, la sfida etc., definiti COEX da Grof o “sistemi di esperienza condensata”: un raggruppamento di vissuti, ricordi, sensazioni, appartenenti a diversi periodi della vita della persona, compreso quello intrauterino, che sono accumunati da una stessa tonalità emotiva o sensazione fisica, come se tutto quanto girasse intorno ad un unico grande tema archetipico. Il concetto di sistemi COEX come “principi ordinatori generali della psiche umana” ricorda in un certo senso l’idea di Jung sui “complessi psicologici”.

Il ruolo del terapeuta è quello di appoggiare il processo esperienziale con piena fiducia nel suo potenziale di guarigione senza influenzarlo o manipolarlo e di sostenerlo anche quando non viene compreso immediatamente. Spesso accade che gli “insights” corrispondenti emergano dopo l’esperienza o nelle sedute successive. In alcuni casi la risoluzione del conflitto o del “sintomo” avviene a livello biografico, oppure in relazione con il materiale perinatale o con diversi temi transpersonali. La violenza e drammaticità di alcune esperienze può suscitare nel terapeuta l’impulso a controllarle o scoraggiare la piena espressione. Sostenere la varietà e intensità delle esperienze richiede dal terapeuta un’autentica fiducia nel processo e una personale dimestichezza con gli stati non ordinari di coscienza. Trascriverò più avanti le testimonianze di alcuni “respiratori” che hanno fatto l’esperienza olotropica, molti dei quali erano contemporaneamente in terapia verbale di tipo analitico (junghiano). I gruppi sono formati da 8 a 12 persone e la durata dell’esperienza è di una giornata e mezza. Il materiale presentato è stato scritto di proprio pugno dai respiratori stessi e lasciato intatto. In alcuni casi, per un problema di spazio, ho tralasciato alcuni brani meno significativi. L’età corrisponde a quella reale e i nomi naturalmente sono stati sostituiti. Le persone a cui ho rivolto questa richiesta hanno accettato molto volentieri di descrivere la propria esperienza e colgo qui l’occasione per ringraziarli per la preziosa collaborazione.

Le esperienze che avvengono negli stati non ordinari di coscienza attivati durante la respirazione olotropica esprimono diversi “livelli” dell’inconscio che si sovrappongono e si confondono. Le manifestazioni fisiche variano dal caldo al freddo, correnti di energia che attraversano il corpo, dolori o “tetanie” in diverse parti del corpo che possono arrivare alla paralisi temporanea degli arti, del volto, di tutto il corpo. Durante il processo olotropico emergono intense emozioni che vengono espresse il più delle volte insieme a immagini di avvenimenti, persone o situazioni che le hanno suscitate. Questi vissuti vengono associati spesso a ricordi di avvenimenti infantili e biografici ma a volte riguardano immagini, avvenimenti o situazioni che sembrano estranee alla vita personale del respirante, ma che sono portatrici di un significato profondo per quella persona in quel determinato momento. Le esperienze definite “perinatali” (“intorno alla nascita”) sono state ampiamente descritte da Grof. In questi casi non soltanto si “rivive” la nascita biologica, ma viene attivato anche il livello “archetipico” della psiche con importanti risvolti psicologici, filosofici e spirituali. Le esperienze transpersonali, di difficile descrizione, verranno trattate in seguito.

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Le esperienze perinatali

Quando durante una profonda autoesplorazione esperienziale si va oltre il livello biografico dell’inconscio, oltre i ricordi infantili e si raggiunge il momento della nascita, emergono emozioni e sensazioni fisiche di grande intensità, associate ad immagini archetipiche cariche di “numinosità”. Il motivo per cui emergono insieme sfugge alla logica ordinaria e potrebbero essere meglio descritti nei termini di una “logica esperienziale” che non si basa su una somiglianza formale ma sulla constatazione che le sensazioni fisiche e quelle emotive appartengono al medesimo vissuto. Secondo l’opinione della medicina ufficiale, durante la nascita il neonato non è ancora cosciente in quanto la sua corteccia cerebrale non è ancora del tutto mielinizzata, il che significa che i neuroni cerebrali non sono interamente avvolti dalla guaina protettiva di una sostanza chiamata “mielina”. Quindi, secondo questa opinione, la nascita non viene registrata nella memoria ed è quindi un’esperienza del tutto irrilevante. Questa ipotesi è in forte contraddizione con le osservazioni di Grof ma anche con un ampia letteratura a riguardo che descrive l’enorme sensibilità del feto durante il periodo prenatale. E’ noto che la capacità di memorizzazione è presente in forme di organismo che non sono dotate di corteccia cerebrale e persino in alcuni organismi monocellulari. Secondo Grof una così assurda contraddizione logica all’interno del pensiero scientifico potrebbe essere un’ulteriore conferma della forte repressione emotiva a cui è soggetto il ricordo della nascita nella nostra cultura. Le teorie più moderne basate su profonde autoesplorazione esperienziali sostengono la tesi secondo la quale il ricordo della nascita è registrato nella nostra memoria fino al livello cellulare ed incide profondamente sul nostro sviluppo psicologico.

La gamma dei vissuti e immagini che vengono attivate durante l’esperienza perinatale non è limitata solamente agli elementi fisici e psicologici legati alla nascita biologica; a questo punto del processo, viene attivato il livello archetipico della psiche e il confronto esperienziale con la nascita e con la morte assume una dimensione “universale” e provoca un’apertura verso nuovi orizzonti esistenziali. L’intima connessione esperienziale tra nascita e morte nelle profondità dell’inconscio riflette il fatto che la nascita è un evento potenzialmente mortale, il passaggio nel canale del parto è un passaggio “realmente” rischioso che può effettivamente provocare la morte, come avveniva spesso in tempi lontani ma potrebbe accadere anche adesso. Portiamo quindi dentro di noi, in quanto esseri umani, serbato nell’inconscio collettivo, questo ricordo ancestrale di tanti nascituri morti in battaglia contro il corpo materno per venire alla luce. La nascita è quindi un evento pericoloso e “doppiamente” mortale che pone un fine drastico alla vita paradisiaca all’interno del liquido amniotico: il feto “muore” in quanto organismo acquatico che vive in simbiosi con la madre, per nascere in una nuova forma di vita “separata” dal corpo materno e che respira l’ossigeno dell’area.

Grof suddivise le esperienze perinatali in quattro diverse categorie esperienziali che denominò “matrici perinatali di base”, ognuna associata ad uno stadio clinico del parto: Prima matrice perinatale di base o “l’universo amniotico”. Questa matrice è relazionata all’esistenza del feto all’interno del grembo materno. Quando vengono rivissute queste memorie prenatali la sensazione dominante è quella della mancanza di limiti, un sentimento oceanico di unione con il tutto, lo spazio, le galassie, il cosmo intero che può culminare in un’estasi paradisiaca che viene denominata estasi oceanica o apollinea. La natura acquatica del feto può esprimersi con immagini o sensazioni di galleggiare in un liquido, nel mare, laghi o nell’identificazione con l’oceano stesso. Emergono anche immagini della natura nel suo massimo splendore, generosità, accoglienza, e di regni celesti e paradisiaci descritti dalle varie culture (“grembo buono”). Quando vengono rivissuti episodi di disturbi intrauterini provocati da cambiamenti tossici nel corpo materno (“cattivo grembo”) questo vissuto si trasforma in terribili e minacciose sensazioni di un pericolo vitale imminente, di avvelenamento o in spaventose visioni archetipiche di entità demoniache. Se si rivive una minaccia o tentativo di aborto, questo vissuto raggiunge la dimensione di un pericolo universale con visioni di immagini apocalittiche della fine del mondo. In questi momenti si sovrappongono e si confondono eventi del nostro parto biologico e archetipi dell’inconscio collettivo.

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Seconda matrice perinatale di base: “sottomissione cosmica senza via di uscita” o “l’inferno”. Quando, durante l’autoesplorazione, viene attivato il momento in cui iniziano le contrazioni uterine ma la cervice non si è ancora dilatata si prova un’ansia crescente, un sentimento di solitudine, impotenza, disperazione e perdita di qualsiasi speranza, che può rasentare la paranoia. Sentiamo di essere risucchiati in un gigantesco vortice, spirale o di essere divorati da un mostro gigante come una balena, una piovra, una tarantola, un mostro di dimensioni archetipiche come un leviatano, un drago etc. Il tema mitologico ricorrente è la discesa nel mondo sotterraneo, nel regno dei morti o nell’inferno. In questi momenti ci possiamo identificare con uomini, animali e persino esseri mitologici, vittime di torture e prigionie, in situazioni dolorose e prive di speranza che ricordano quella del feto stretto e soffocato nel canale del parto. Questa sofferenza può raggiungere dimensioni archetipiche, come per esempio l’identificazione con Cristo sulla croce o con i peccatori nell’inferno o con altri personaggi mitologici vittime di sofferenze estreme come Sisifo mentre dall’Ade spinge il macigno su per la montagna, Tantalo, Prometeo etc. La filosofia esistenzialista con la sua visione di un mondo assurdo e privo di significato, un “mondo di cartapesta”, sembra essere la più adeguata descrizione di questa matrice. Nella letteratura mistica questo vissuto di immensa sofferenza viene descritto come la “buia notte dell’anima”, un doloroso momento che è anche fecondo e trasformatore, portatore di “illuminazione” e di libertà.

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Terza matrice perinatale di base o “lotta di morte e rinascita”. Questa matrice è relazionata con il passaggio graduale del nascituro nel canale del parto quando la cervice si apre, dopo che sono iniziate le contrazioni uterine

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Le persone che vivono queste esperienze spesso partecipano contemporaneamente nel ruolo della vittima, dell’aggressore e dell’osservatore. In questo momento viene meno il sentimento di impotenza, tipico di quella situazione “senza via d’uscita” descritta precedentemente, in quanto adesso siamo attivamente coinvolti in una violenta battaglia e proviamo la sensazione che la sofferenza abbia una direzione, un fine preciso, un significato. Nella terminologia religiosa possiamo pensare ad un purgatorio, più che un inferno.

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Durante il momento di transizione tra la terza e la quarta matrice perinatale, i vissuti emotivi diventano meno violenti e angosciosi e sono accompagnati da immagini di figure archetipiche di divinità, eroi, semidei che rappresentano la morte e la rinascita come Cristo, Dioniso, Attis, Adone etc. E’ molto comune, in questo momento di transizione, l’esperienza dell’incontro con il fuoco (pirocatarsi) che ha come simbolo la leggendaria fenice, l’uccello che nella mitologia araba muore consumato delle fiamme e risorge dalle cenere.

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Quarta matrice perinatale di base o “l’esperienza di morte e rinascita”. Questa matrice è relazionata all’ultimo stadio del parto, è il completamento del difficile passaggio del nascituro attraverso il corpo materno, la liberazione finale del neonato che viene alla luce e il taglio del cordone ombelicale. Questo stadio è accompagnato da vissuti e sensazioni concrete legati alla memoria di eventi specifici come l’anestesia, la pressione del forcipe, manovre ostetriche etc. Durante il processo della nascita il nascituro è completamente immobilizzato nello stretto canale del parto, impossibilitato a reagire o esprimere le intense emozioni provate in quel momento, perciò questo evento traumatico non viene completamente espresso ne psicologicamente assimilato. E’ come se fossimo nati biologicamente ma emotivamente non ci fossimo mai veramente riavuti da questa esperienza traumatica. Durante la riattivazione di questo momento della nascita nello stato di coscienza olotropico, avviene il completamento e l’elaborazione di questo trauma originario e la liberazione dell’energia imprigionata in queste profondità dell’inconscio. L’attivazione della dimensione archetipica dell’inconscio che accompagna questo momento dell’esperienza perinatale fa di questo evento qualcosa che va molto al di là della sola riattivazione del trauma biologico originario, è un’esperienza archetipica di morte e rinascita psicologica in tutto il suo significato psicologico, filosofico e spirituale.

Il momento più drammatico di questa matrice perinatale, viene definito “la morte dell’ego” e viene descritto come un terribile vissuto di morte e di perdita di tutti i punti di riferimento, accompagnato da un misto di agonia e estasi, al quale sopraggiunge un senso di straordinaria liberazione, redenzione, salvezza e un flusso di emozione positive, un sentimento di amore profondo, incondizionato verso la vita, gli esseri umani e tutta la creazione. Questo tipo di estasi, che viene definita dionisiaca o vulcanica, possiede un grande potenziale di guarigione e trasformazione. In realtà quello che viene vissuto come un’esperienza spaventosa, una catastrofe di proporzione universale è la morte del nostro falso ego, che fino a quel momento percepivamo come il nostro vero io. Non riusciamo a vedere quel che c’è al di là di quel che conosciamo di noi stessi o persino se vi sia “qualcosa” dall’altra parte.

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Le esperienze perinatali rappresentano, secondo la psicologia di Grof, qualcosa come “un passaggio” (un “portale”) che si apre sul quarto tipo di esperienza che riguarda la dimensione più profonda della psiche e vengono chiamate “esperienze transpersonali”, anche se a volte l’accesso a questi territori dell’inconscio può avvenire senza il confronto con il livello perinatale.

Le esperienze transpersonali

L’aspetto che accomuna i vari tipi di esperienze transpersonali è la percezione che la persona ha che la propria coscienza si sia dilatata oltre i confini abituali dell’ego trascendendo quei limiti spazio-temporali che negli stati ordinari di coscienza riducono la nostra percezione della realtà. Questo tipo di esperienza, molto difficile da descrivere, lascia in chi la vive un sentimento di comunione con la vita in senso ampio. Molte volte importanti insight di tipo esistenziale che riguardano il significato profondo della vita, un accrescimento del sentimento “religioso” di appartenenza ad una totalità più ampia e universale ed un autentico senso di libertà.

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Quando lavoriamo con gli stati di coscienza olotropici, la dimensione della psiche che dobbiamo aggiungere alla cartografia dell’inconscio cosi come viene interpretata dalle scuole di pensiero tradizionali è quella che definiamo con il termine “transpersonale” che significa letteralmente ciò che va oltre, che trascende il biografico, il personale. Negli stati di coscienza olotropici possiamo fare esperienza di eventi o situazioni che la nostra civiltà con la sua visione materialistica del mondo non considera “reali”, come per esempio viaggi in mondi mitologici o fiabeschi, visioni o identificazione con entità archetipiche, divinità o demoni. Possiamo vivere episodi provenienti della vita dei nostri antenati o identificarci con qualsiasi aspetto della natura sia esso umano, animale, vegetale etc. Nella sua massima espressione la coscienza individuale può trascendere ogni barriera e identificarsi con la Coscienza Cosmica o Mente Universale così come viene descritta nella letteratura spirituale. Tutto ciò emerge nello stesso “continuum” delle esperienze biografiche e perinatali e quindi scaturisce dalle profondità della psiche individuale ma allo stesso tempo sembra provenire direttamente da fonti di informazione al di là della normale mediazione dei sensi e dell’esperienza biografica confermando l’ipotesi junghiana secondo la quale, al di là dell’inconscio individuale freudiano, possiamo contattare e attingere al patrimonio culturale dell’umanità intera contenuto nell’inconscio collettivo. Gli studi di Grof e le sue osservazioni sugli stati di coscienza olotropici ci aiutano a vedere con maggiore chiarezza e semplicità il filo conduttore che unisce e integra in una visione più ampia i conflitti, le controversie e le apparenti incompatibilità esistenti all’interno della nostra visione occidentale della psiche fondata su concezioni filosofiche inconciliabili a priori, come per esempio il comportamentismo e la psicanalisi, la bioenergetica, la psicologia di Freud e dei suoi “traditori”: Otto Rank, Wilhelm Reich, Alfred Adler, Carl Gustav Jung etc.

La visione della psiche proposta dalla psicologia transpersonale, in particolare la cartografia dell’inconscio di Grof e lo “spettro della coscienza” di Ken Wilber, rappresentano allo stesso tempo sia una rottura che una continuità con tutto il pensiero psicologico che la precede. Possiamo parlare di rottura con il passato in quanto la psicologia transpersonale affonda le sue radici nel moderno paradigma della scienza (post teoria della relatività) che è in un certo senso inconciliabile con il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano sul quale si fonda tutta la psicologia occidentale.3 La continuità con il passato può essere riscontrata nell’ampio supporto teorico e nella rielaborazione e integrazione a un livello più complesso di tutto il pensiero psicologico precedente che trascende l’aspetto settario delle diverse scuole di pensiero. Wilber studia la psiche nel suo aspetto “pluridimensionale” e, come Grof, propone un modello generale di sviluppo della coscienza umana che è una sintesi e un’interpretazione delle grandi tradizione spirituali, filosofiche e psicologiche, sia orientali che occidentali. Da questo punto di vista le insanabili controversie tra le differenti “scuole di pensiero” in campo psicologico significano semplicemente che sono state focalizzate e studiate diverse “lunghezze d’onda” dello spettro della coscienza secondo la concezione di Wilber o che sono stati esplorati diversi territori esperienziali secondo il lessico groffiano.

Nel suo libro “Oltre il cervello”, Grof ci offre un studio approfondito della correlazione tra i nuovi sviluppi della scienza, la fisica quantica-relativistica, la teoria dei sistemi, il pensiero olonomico etc. e la visione della psiche che emerge dalle sue osservazioni sugli stati non ordinari di coscienza. Inoltre compie anche un’importante passo verso un’integrazione dei differenti indirizzi psicologici occidentali, dando ad ognuno di essi una collocazione all’interno della “cartografia dell’inconscio” che emerge da questi dati esperienziali. Partendo da Freud, la cui psicologia viene “confermata” sperimentalmente quando l’esplorazione dell’inconscio non supera il livello biografico divenendo inutile per comprendere gli sviluppi ulteriori, Grof sottolinea l’importanza del contributo dei “dissidenti” e “traditori” della psicanalisi e di tutte le scuole di pensiero che ad essi sono seguite.

Gli studi di Grof ridimensionano l’importanza dei traumi infantili individuati da Freud come cause patogene primarie, considerandoli soltanto una delle condizioni per cui si manifestano i contenuti e le energie dei livelli più profondi della psiche che secondo questa prospettiva, ha una struttura dinamica pluridimensionale. La psicologia di Freud non riconosce l’enorme importanza dei traumi fisici come incidenti, operazioni, esperienze di soffocamento, ferite, malattie che durante l’autoesplorazione profonda emergono come elemento determinante nella genesi di vari disturbi psichici e psicosomatici. L’inserimento del livello perinatale nella cartografia dell’inconscio con la sua enorme carica energetica e la sua carica di violenza e sessualità, illumina di una luce nuova molti aspetti della psicopatologia sessuale ai quali la psicoanalisi non è riuscita a fornire un’adeguata spiegazione, come i casi di suicidi e assassinio violenti, automutilazioni, feticismo, sadomasochismo, scatologia sessuale, così come alcuni aspetti auto distruttivi e auto punitivi legati ad un super-io sadico e crudele. La visione transpersonale chiarisce alcuni di questi aspetti collocandoli in una prospettiva diversa, senza invalidare nel suo insieme la visione freudiana della psiche. Quando i soggetti durante l’autoesplorazione esperienziale superano la fase “freudiana”, nelle sedute emerge un profondo confronto con la nascita e con la morte. Il confronto con la morte e in particolare la “crisi di significato” che ne consegue, consentano un’interpretazione secondo la filosofia e la psicoterapia esistenziale, tra le quali merita particolare attenzione la terapia della Gestalt sviluppata da Fritz Perls, che utilizza una tecnica di integrazione personale basata sul principio che in natura tutto è “gestalt”, tutto è unificato e coerente. Questa impostazione olistica, applicata al processo di ripercezione e risperimentazione di conflitti e traumi del passato nel momento presente, porta al completamento delle gestalt non finite in passato ed a una maggiore consapevolezza di tutti i processi fisici e emotivi. La terapia esperienziale di Arthur Janov, chiamata “terapia primaria”, che si basa sull’emissione da parte del paziente di grida inarticolate e primordiali, porta all’espressione attraverso queste grida di diversi traumi, “strati di dolore primitivo”, originati in periodi diversi dell’infanzia. Janov descrive anche il profondo dolore radicato nel ricordo e nella riattivazione attraverso le grida del trauma della nascita.

Il superamento delle rigidità fisiche legate alla rimozione e la scarica di energia sessuale che avvengono durante gli stati olotropici rendono molto utile l’approccio della psicologia reichiana. Reich era consapevole dell’enorme carica energetica contenuta nei sintomi nevrotici e dei limiti di una terapia basata su mezzi puramente verbali, perciò, allo scopo di eliminare i blocchi e liberare l’energia compressa dalla rimozione, utilizzava tecniche respiratorie, il contatto fisico diretto e svariate manipolazioni corporee, il che favoriva un maggior abbandono da parte del paziente ai movimenti spontanei e involontari del corpo, il superamento delle rigidità fisiche e lo scioglimento delle “corazze muscolari del carattere”. Il più importante dei metodi terapeutici neo-reichiani è la bioenergetica sviluppata da A. Lowen, che impiega i processi energetici del corpo, il suo linguaggio e i suoi movimenti per influenzare il funzionamento mentale.

Quando si approfondisce l’esplorazione dell’inconscio, una volta superato il livello biografico, la potente sequenza esperienziale di morte e rinascita psicologica che emerge viene associata alle manifestazioni fisiche e psichiche tipiche della nascita biologica. Freud ipotizzò che il trauma della nascita potesse essere la sorgente e il fulcro di ogni angoscia futura, ma non sviluppò questa intuizione e rifiutò successivamente la posizione estrema di Otto Rank che collegava ogni angoscia alla separazione dal grembo materno ed ogni conflitto al desiderio e alla paura di questo ritorno al “paradiso perduto”. Durante il processo olotropico, attraverso l’elaborazione e il completamento della “gestalt” perinatale, questo trauma e queste energie imprigionate nelle profondità della psiche vengono liberate e trasformate, favorendo l’accesso a quella dimensione più profonda della psiche che chiamiamo transpersonale. Le teorie di Rank focalizzate sulla perdita del grembo e sul dolore di questa separazione trascurano l’enorme sofferenza e stress fisico ed emotivo collegati al passaggio del nascituro attraverso il canale del parto durante la nascita biologica che emerge in modo inequivocabile durante la riattivazione dell’esperienza della nascita. Le intuizioni di Rank, ponendo come elemento centrale dell’angoscia umana il trauma della nascita, risultano molto utili alla comprensione di questa fase esperienziale, anche se il processo morte-rinascita ha implicazioni che vanno al di là della separazione dal grembo o del solo rivivere la nascita biologica. Ferenczi, anch’esso allievo di Freud, in un suo originale saggio intitolato “Thalassa” descrive l’intera evoluzione sessuale umana come l’impulso a ritornare alla forma di esistenza acquatica originale, come un tentativo di ritorno al liquido amniotico che rappresenta l’acqua dell’oceano “introiettata” nel grembo materno. Jung, indagando nelle profondità dell’animo umano, si imbatte in “qualcosa” che in una persona va oltre se stessa, in qualcosa che non appartiene più all’individuo in quanto tale ma al trans-individuale e che denominò “inconscio collettivo”. Secondo Jung, in quello che lui definì “processo di individuazione”, l’individuo trascende i confini dell’io e l’inconscio personale e attinge ad una dimensione più profonda di sé, relazionata con tutta l’umanità e con il cosmo intero. In un certo senso Jung rielaborò in chiave psicologica l’antica idea riproposta dal cristianesimo del “divino” dentro ogni uomo. Questa visione antica ma allo stesso tempo nuovissima della psiche umana fa di Jung un psicologo “moderno”, portatore di un pensiero psicologico rivoluzionario, precursore del movimento transpersonale. La psicologia junghiana con la sua nuova visione della psiche è quella che più si avvicina alla comprensione del profondo significato dell’esperienza di morte e rinascita che avviene durante la riattivazione del livello perinatale dell’inconscio, in tutta la sua valenza psicologica e spirituale. Con le sue intuizioni azzardate, come per esempio il legame tra materia e psiche (fenomeni “psicoidi”) e lo studio delle coincidenze straordinarie (“sincronicità”), i suoi concetti di inconscio collettivo e archetipi, la sua apertura verso la dimensione spirituale della psiche, fu la prima a mettere veramente in discussione i fondamenti filosofici della visione del mondo occidentale e auspicare una drastica revisione del vecchio paradigma della scienza dominato dalla visione del mondo newtoniana-cartesiana. Nell’ultimo periodo della sua vita Jung si interessò ai nuovi sviluppi della scienza, e stabilì un carteggio con Paoli, imminente fisico, nel tentativo di trovare nella fisica moderna un supporto teorico alla sua visione della psiche. Jung tuttavia sembra abbia trascurato la relazione di questa potente esperienza di morte e rinascita psicologica con la nascita biologica in tutta la sua fisicità e l’importanza di questo evento nei suoi aspetti fisico-corporei oltre che spirituali, ciò nonostante la sua “modernità” rende l’indirizzo teorico junghiano quello che più di ogni altro si avvicina alla visione groffiana della psiche e all’indirizzo transpersonale, al punto che Jung viene considerato “il primo psicologo transpersonale”.

Roberto Assagioli, autorevole esponente italiano della psicologia transpersonale, presenta una cartografia della personalità umana che ha alcune somiglianze con il modello junghiano della psiche, in quanto comprende anch’essa elementi collettivi e spirituali e propone una nuova tecnica di psicoterapia e autoesplorazione. La psicologia di Assagioli insieme a quella di Jung rimangono le uniche scuole di pensiero occidentale che offrono un’autentica comprensione dei processi implicati in una profonda autoesplorazione esperienziale. Abraham Maslow, uno dei massimi esponenti della psicologia umanistica, in un studio approfondito su soggetti che avevano esperimentato stati mistici spontanei che chiamò “esperienze di vetta”, sostenne la tesi che questi vissuti erano fenomeni sovrannaturali piuttosto che patologici così come venivano considerati fino a quel momento e che erano associati ad una sana e naturale tendenza umana verso l’autorealizzazione, tesi sostenuta da Grof nel suo concetto di “emergenze spirituali”. Le idee di Maslow influenzarono enormemente la visione olistica della psiche tipica della psicologia umanistica e contribuirono in seguito alla formazione della psicologia transpersonale.

La psicologia di Grof, con la sua cartografia dell’inconscio, ha portato nel campo della psicologia una visione ampia e integrata della psiche umana dove ogni precedente teoria ha una sua collocazione a differenti livelli di profondità ed è relazionata ad una particolare dimensione esperienziale senza che venga invalidato alcun approccio teorico o esperienza soggettiva. Questo nuovo approccio rappresenta una vera rivoluzione tanto attesa quanto necessaria, che potrebbe attenuare le antiche “scissioni” all’interno della psicologia contemporanea in diversi indirizzi teorici in quanto propone una visione unificata della psiche.

In confronto ai metodi psicoterapeutici tradizionali, ciò che caratterizza l’approccio transpersonale non è il contenuto ma il contesto. Il terapeuta transpersonale è consapevole della vastità del “territorio esperienziale” e delle potenzialità evolutive intrinseche alla natura umana ed è disposto ad accompagnare il cliente nel suo percorso interiore, ogni volta che è necessario, attraverso nuove e più ampie possibilità esistenziali. Durante le profonde autoesplorazione esperienziali osservate da Grof, quando vengono raggiunti i livelli perinatali e transpersonali dell’inconscio, c’è un risveglio della spiritualità e a volte queste esperienze segnano l’inizio di un percorso “mistico”; è a questo punto che la psicoterapia assume sempre di più un significato mitologico e diviene qualcosa di indistinguibile dalla ricerca filosofica e spirituale della nostra identità più profonda. In questi momenti ci accorgiamo che, “incapsulati dentro la nostra pelle” come direbbe Alan Watts, prima di espandere i nostri confini, abbiamo attinto ad un’altra dimensione dell’essere. Le tradizioni spirituali di tutto il mondo ci vengono in aiuto in quanto ci hanno lasciato delle mappe, vere e proprie cartografie dell’inconscio, degli stati mentali, di difficoltà e svariate vicissitudini, trabocchetti e pericoli che possiamo incontrare quando intraprendiamo questo difficile percorso. Il nucleo di questa attivazione interiore è l’archetipo del centro, definito “Sé” da Jung (“il guaritore interno” di Grof). Le esperienze transpersonali possono essere molte volte profetiche e portatrici di una comprensione più profonda rispetto alla nostra percezione ordinaria. La visione del mondo attuale che emerge da queste profonde autoesplorazione esperienziali è piuttosto drammatica: chi vive queste esperienze vede il mondo da un’altra prospettiva: vede un’umanità che ha perso la bussola, il contatto con la propria essenza, con la propria “umanità” e rischia la sua stessa sopravivenza ma vede anche un piccolo spiraglio, la possibilità di un cambiamento che può scaturire soltanto da una profonda trasformazione interiore. Durante questi stati di coscienza olotropici emergono preoccupazione ricorrenti riguardo a temi di attualità come la crisi globale, l’ecologia, le guerre etc., in persone che prima di allora non avevano o almeno non erano consapevoli di questo tipo di preoccupazione. La scienza, per esempio, in questi stati di coscienza viene percepita nei suoi aspetti “ombra”, nel senso che dopo aver tanto ridotto i nostri rischi e sofferenze adesso ci presenta “il rovescio della medaglia”: è diventata essa stessa, con la sua esasperata unilateralità, una grave minaccia alla nostra sopravivenza.

Jung esprimeva questa preoccupazione con la seguenti parole: “Viviamo in quello che i greci chiamavano Kairos, o momento certo per una ‘metamorfosi degli dèi’, dei principi e simboli fondamentali. Questa peculiarità del nostro tempo, che certamente non è una nostra scelta, è l’espressione dell’uomo inconscio dentro di noi che sta cambiando. Le generazioni future dovranno prendere in considerazione questa importante trasformazione, in modo che l’umanità non distrugga se stessa attraverso la sua propria tecnologia e scienza…la posta in gioco è alta e dipende molto dell’assetto psicologico dell’uomo moderno. Ma l’individuo lo sa che è lui il contrappeso della bilancia?”4.

Grof descrive il mondo attuale come “una situazione disperata” e parla di un’urgente necessità di cambiamento su scala collettiva, di una corsa contro il tempo che non ha precedenti nella storia della umanità e rivendica il diritto di ogni essere umano ad evolvere verso la propria completezza. E Richard Tarnas nel suo libro “The passion of the western mind” sostiene che “la passione più profonda dello spirito occidentale è quella di ri-legarsi all’essenza del suo stesso essere”. Tutto ciò fa riflettere e sembra esortare all’interiorità, all’introspezione, ad un percorso verso traguardi che non appartengono a questo mondo. Solo cosi, forse, rivolgendo lo sguardo verso il proprio mondo interiore, senza paura, affidandosi e arrendendosi a questo profondo buio, l’uomo potrà essere finalmente riconsegnato a se stesso.

E’ dolce morire nel mare…

     E’ dolce morire nel mare…

  Di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 

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Il Mito

È dolce morire nel mare …” ripete instancabilmente Jorge Amado nel suo bellissimo libro “Mar Morto”. È dolce morire nel mare perché nelle sue acque scure, nel mare profondo c’è Lei: Iemanjà, la madre e amante di tutti gli uomini.
…Dal mare profondo dal buio della sua tana, emana un dolce richiamo, un richiamo forte e silenzioso, un canto profumato di mistero e d’amore che arriva alle orecchie di tutti. E tutti la desiderano e la temono: madre dei seni che piangono, madre guerriera, madre amante, colei che conosce tutti i più nascosti desideri…
…Ma severa e implacabile è la legge del mare: per amarla, per conoscere il suo volto, i suoi segreti, sentire il suo profumo è necessario morire…
…Solo il più coraggioso, l’eroe, il guerriero notturno, colui che non teme di guardare il volto della donna amata, che non sfugge la sfida o il pericolo: la notte dell’amore. Solo colui che soccombe alla potenza del mare può conoscere i segreti dell’amore. Solo lui viaggia nelle terre senza fine, assapora il latte proibito, conosce tutti i segreti del mondo…
E’ così che, secondo Amado e il popolo di Bahia, solo la morte può spalancare le porte del viaggio infinito, verso l’ambita meta che tutti si struggono di raggiungere. Non ci sono scorciatoie ne imbrogli: chi teme “la morte”, non otterrà mai l’ambito premio.
Il mito di Iemanjà ci racconta di una avventura interiore e sono molte le peripezie e le insidie di questo percorso, di questa regressione psichica “nelle acque scure del mare primordiale”. Le religioni ammoniscono e la mitologia ci racconta con il suo linguaggio poetico i mille pericoli che l’eroe (l’io cosciente) dovrà affrontare per evitare di soccombere, di rimanere intrappolato nel caos originario, nella dimensione arcaica della psiche.
La mitologia greca, per esempio, ci racconta di eroi vincitori: Psiche, diviene l’immortale compagna di Eros, Giasone aiutato da Medea si è impossessato del vello d’oro, Teseo, Ulisse, Perseo, etc… ma ci raccontano anche di molti altri che hanno fallito in questa impresa: Icaro, per essersi troppo avvicinato al sole, sciolse le ali e precipitò; Orfeo perse Euridice e fu dilaniato dalle braccanti. Altri hanno avuto un successo parziale: Edipo è rimasto cieco e Prometeo rimase incatenato ad una rupe. Piccoli o grandi eroi, metafore dello sviluppo della coscienza umana che lascia la sua scia di vincitori e vittime.
Il mito di Iemanjà come quello di tanti altri eroi “riusciti” ci parla di quanto la natura (o la psiche) premi generosamente i “coraggiosi” che riescono a varcare la soglia: “viaggiamo nelle terre senza fine e conoscono tutti i segreti dl mondo”. Una morte iniziatica quindi, un passaggio verso il “senza limiti” che non pone termine naturale all’esistenza ma la trasforma profondamente, momento culmine di una tappa dello sviluppo psicologico.
Di questo progressivo “addentrarsi nella morte” ci parla lo scrittore brasiliano Guimaraes Rosa la cui scrittura viene considerata “un’alchimia letteraria” : “Ogni creatura è uno scarabocchio destinato a subire ritocchi senza fine, fino all’ora della liberazione dell’arcano, al di là del Lete, il fiume della memoria. Però ogni grande passo avanti nella crescita dello spirito esige la caduta dell’intero essere, l’addentrarsi in immensi pericoli, un morire in mezzo alle tenebre. Ma quello che viene dopo è “il Rinato”, un uomo più reale e nuovo . E ancora: “un morto ha sempre paura. Ha paura di morire ancora nell’infinito Niente”…”Debbo tramutarmi. Soffro le ali…”
“Soffrire le ali”, soffrire l’orrore di vedersi (anniertare, nullificare) disintegrare e nel dolore scoprire, o riuscire appena ad intravedere dinanzi a sé il volo infinito.

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È questo tipo di crisi spirituale che porta l’uomo alla paura religiosa, a quel sentimento di terrore dinanzi al “misterium tremendum” descritto da Rudolf Otto e ci fa venire in mente l’ammonimento biblico “E’ cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente”.
Mi viene in mente la leggenda buddista della “bambola do sale” che doveva capire cosa fosse il mare. A questa domanda il mare la invita a toccarlo e sciogliendole le dita le spiega che ha offerto qualcosa per iniziare a capire. La bambola decide di continuare e più avanzava più si sentiva impoverita di una parte di sé e più aveva la sensazione di capire meglio. Ma soltanto quando l’ultima onda inghiotti ciò che restava di lei, nell’istante in cui scompariva, perduta nell’onda che la travolgeva comprese finalmente cosa fosse il mare. – Sono io! – esclamò, e questo fu il suo ultimo sussurro.
È proprio in questo momento di passaggio quando l’antica identità si infrange che c’è la possibilità di un’intima trasmutazione. L’estasi e la libertà di una coscienza più vasta esigono che l’individualità separata sia dissolta. È la morte dell’ego, come viene definita nel linguaggio psicologico, una morte che “uccide la morte”, più drastica e più terribile di tutte le morti “minori”, di aspetti parziali della nostra personalità che accompagnano il nostro percorso evolutivo. È la stessa morte che studiosi come Jung e E. Neumann hanno magistralmente descritto e di cui parla il mito di Bahia, gli antichi misteri greci, le religioni, lo sciamanesimo e i riti iniziatici delle varie culture. Questi riti erano destinati a produrre tale morte e il conseguente rinnovamento. Ne è un esempio rappresentativo tratto dai misteri greci la seconda nascita iniziatica di Dioniso. La stessa parola “Ditirambo”, come viene chiamato l’ucciso e resuscitato Dioniso aveva il significato di “essere della doppia porta”, colui che è sopravvissuto al “terribile miracolo” della doppia nascita.
Nell’antiguità i miti e riti di rinascita erano molto difusi, come per esempio la morte e resurrezione di Tammuz, Adone, Mitra, Attis, Osiride e dei vari animali che li rappresentano ( capre e pecore, tori, porci, pesci e uccelli) o più recentemente il battesimo nel suo significato simbolico di “tuffo nella morte” e rinascita come figlio di Dio, la crocifissione e resurrezione di Cristo.
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Nella complessa dinamica del processo morte-rinascita così come viene descritta da Grof l’elemento centrale sembra essere il rivivere il trauma della nascita biologica. Il suo significato per la psicologia e la psicoterapia fu descritto da Otto Rank nel suo libro Il trauma della nascita (1924). Ma fu Grof con la sua ampia teoria e la sua tecnica psicoterapeutica esperienziale a mettere “lenti da ingrandimento” sulla profonda e complessa esperienza della nascita nei suoi aspetti fisici psichici e spirituali.

Grof distingue per scopi didattici quattro livelli distinti o sfere della psiche umana e le esperienze corrispondenti: 1) Barriera sensoriale; 2) Inconscio individuale; 3) Livello della nascita e della morte; 4) Sfera traspersonale. Le esperienze di tutte queste categorie possono essere osservate durante le sedute di respirazione olotropica (dal greco “holos” = totalità e “trepo” = volgo in direzione di), una potente tecnica di psicoterapia esperenziale che impiega la respirazione (come via d’accesso privilegiata all’inconscio) musica e lavoro sul corpo.

Questa tecnica ha aperto a un numero sempre più grande di persone la possibilità di un confronto con i livelli più profondi della psiche. Chi fa esperienza di questa particolare forma di terapia rimane colpito dalla intensità delle manifestazioni fisiche ed emotive che emergono durante il processo.

 

 

Prefazione di Maria Fiorentino

Prefazione

di Maria Fiorentino

MONDI INVISIBILI – Frontiere della psicologia transpersonale

“Egli è rinchiuso in essa [nella coscienza] come in una prigione e la natura ha gettato via la chiave” (Nietzsche).

E’ un viaggio coinvolgente e fascinoso quello che Virginia Salles ci propone in questo libro, un viaggio attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un percorso in zone che la cultura scientifica fatica ad integrare, un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria, una traversata notturna attraverso le regioni del mito. L’attenzione agli stati non ordinari di coscienza non proviene solo dall’incontro con Stanislav Grof e dalla pratica con la Psicoterapia Transpersonale, ma c’è un humus, nelle origini dell’Autrice, che da sempre l’ha connessa con i mondi invisibili: i miti ed i mondi straordinari presenti nella cultura del Brasile, suo luogo natale e di prima formazione, quando da bambina accompagnava il padre, studioso di cultura afrobrasiliana, nelle sue indagini sul campo sui riti di possessione. Quell’esperienza fu il primo contatto con ciò che De Martino definirebbe un mondo magico e che le ha precocemente aperto una porta di accesso sulo straordinario.

I mondi non visibili sono quelli indagati da grandi studiosi contemporanei come Stanislav Grof, Abraham Maslow, John Perry, Ken Wilber che hanno partecipato alla fondazione della Psicologia Transpersonale negli Stati Uniti, quelli di un ricercatore come Josè Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista brasiliano ancora poco conosciuto in Italia, ma anche i mondi narrati nelle tradizioni millenarie di ricerca del sacro. Questo affaccio sulle esperienze non ordinarie di tutti i tempi viene messo in relazione con i contributi di C.G. Jung, in particolare del suo Libro Rosso, di Wilhelm Reich, Alexander Lowen, Massimo Assagioli, Bion e tanti altri, senza dimenticare le esperienze di grandi artisti, che hanno percepito la linea d’ombra che separa il visibile dall’invisibile e sono riusciti ad evocare ciò che è indicibile. Nel libro troviamo una rassegna degli antecedenti storici della Psicologia Transpersonale: nel corso della sua storia l’uomo ha creato molti sistemi per entrare in contatto con dimensioni trascendenti la realtà esterna. Ogni cultura ha dato vita a delle procedure per accedere al sacro, per veder balenare una scintilla di divino davanti ai propri occhi: dagli oracoli classici, agli stati indotti di trance, ai rituali misterici, alle cerimonie sciamaniche, alle varie forme di meditazione, ai riti collettivi. Un elemento presente in molte di queste tecniche del sacro è proprio la respirazione. In certe condizioni il respiro può rappresentare la porta di ingresso verso i mondi invisibili, lo strumento che permette di varcare la soglia e di tornare indietro. Questa reversibilità dell’esperienza ha rappresentato per l’uomo la possibilità del contatto con il divino in condizioni ritualizzate che permettono l’esperienza limite senza essere distrutti dalla potenza del numen.

Per noi moderni questo dio nascosto è il nostro Sé profondo. S. Agostino diceva ‘in interiore hominis habitat Deus’. Queste parole possono essere lette non solo in chiave religiosa, ma anche come una riflessione laica sul deus absconditus che si cela nell’essere umano. Partendo dall’analisi di queste antiche procedure Grof ha formulato la tecnica della Respirazione Olotropica (orientata verso la completezza), basandosi sull’assunto che è possibile modificare la coscienza attraverso la respirazione, svolta in condizioni particolari e in associazione alla musica ed a un lavoro sul corpo. Questa metodologia è divenuta il cardine della Psicoterapia Transpersonale. Le ricerche e le opere di Grof hanno ampliato sia il concetto di coscienza che quello di inconscio. La coscienza intesa come funzione psichica in grado di registrare l’ambiente circostante sembra prescindere da tutta una serie di presupposti neurofisiologici: nel corso della respirazione olotropica molti individui hanno rivissuto, ma anche ricostruito nei dettagli, le circostanze della propria nascita. Negli Stati Uniti Grof ha potuto verificare l’esattezza clinica di tali resoconti attraverso le cartelle cliniche degli ospedali in cui erano nate queste persone. Pensiamo anche a quelle esperienze che vengono classificate come N.D.E. (Near Death Experience) e che ora sono oggetto di studio della tanatologia. Anche in questi casi la coscienza sembra configurarsi come un fenomeno che prescinde dalla corporeità.

La Respirazione Olotropica ci mette in contatto con tutto un mondo di apparenti contraddizioni e di elementi bizzarri: il rivivere eventi del passato, spesso descritti con dettagli storicamente accertabili, l’identificazione con esseri viventi come piante o animali, la percezione di eventi al di là dello spazio/tempo. Queste esperienze, così difficili da comprendere e da collocare all’interno di una griglia conoscitiva, sono iscrivibili all’interno della struttura postulata dalla fisica dei quanti. La teoria dei quanti ha annullato molti dei cardini della scienza e della cultura occidentale. Grof sostiene che le ricerche e le evidenze cliniche riscontrate attraverso la respirazione olotropica non possono essere spiegate all’interno della fisica newtoniana. La fisica dei quanti però ci pone essa stessa di fronte a dilemmi e contraddizioni: “Gran parte del modo in cui la fisica quantistica descrive il mondo può sembrare, a prima vista, un nonsense…Tuttavia si può giocare solo a questo gioco. La vecchia meccanica di Newton e dei suoi seguaci non è in grado di dare una qualunque spiegazione degli atomi o di altri microsistemi.”

(Gilmore, Alice nel paese dei quanti). La coscienza – con tutte le straordinarie declinazioni che vedremo in questo libro e che possiamo leggere anche nei testi di Grof – sembra configurarsi come un sistema che partecipa di livelli differenti, eterogenei tra loro. Si tratta di un territorio ancora quasi del tutto inesplorato. Potremmo dire che anche la psiche è ricca di nonsense, proprio come la fisica dei quanti. Accettare queste contraddizioni è importante, come sostiene Jung: “Occorrono moltissimi punti di vista teorici per dare un quadro approssimativo della molteplicità della psiche.. Né la psiche né il mondo possono essere ingabbiati in una teoria. Le teorie non sono articoli di fede, ma tutt’al più strumenti di conoscenza e di terapia; altrimenti non servono a nulla”.

Le teorie di Jung sono il punto di riferimento più significativo per la Psicologia Transpersonale di Grof, ma rappresentano anche l’appartenenza professionale di Virginia Salles, formatasi in Italia come analista junghiana. Questo libro è una sintesi del lavoro svolto dall’Autrice in tanti anni con la Respirazione Olotropica e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della Psicologia del Profondo. Nel testo troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di Respirazione Olotropica. Le narrazioni, a volte incredibili a volte straordinarie – come quella del paziente che nel corso di una Respirazione vede immagini che lo portano a scoprire di essere stato adottato – ci mostrano come la tendenza fondamentale di questa procedura sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica. La figura del terapeuta nella respirazione olotropica appare molto diversa rispetto alla psicoterapia tradizionale, si tratta di un ruolo vicino a quello che Jung definisce ‘psicopompo’, colui che accompagna l’analizzando nel viaggio. Nella nostra cultura abbiamo un riferimento fondante per questo: nel percorso che Dante compie attraverso i mondi dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso il poeta Virgilio è lo psicopompo, la guida che accompagna, sostiene ma non interviene nel processo. Il vero terapeuta è il Sé dell’individuo, secondo Jung il Sé è l’elemento che conduce l’uomo verso il raggiungimento dell’unità nel processo di individuazione. L’Autrice ci mostra come in questi percorsi individuali si manifesti la tendenza della psiche verso l’autoguarigione, secondo quanto hanno sostenuto Jung e Grof, ed è proprio questo aspetto che guida il percorso della Psicoterapia Transpersonale. In questi resoconti clinici un elemento significativo è rappresentato dal fatto che la Respirazione Olotropica sia uno strumento terapeutico trasversale rispetto alla cultura ed al contesto sociale dell’analizzando. Colpiscono profondamente i casi di persone che non avrebbero mai potuto avere un vero accesso ad una psicoterapia classica: prostitute, portatori di dipendenze, outsider. Individui che non solo hanno potuto usufruire di una crescita personale, ma che hanno anche scoperto l’esigenza di spiritualità che si celava dietro i loro sintomi. La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita, possono riconoscere l’esigenza di un rapporto con la dimensione del sacro come esigenza della psiche, senza per questo dover appartenere ad uno schieramento di qualsivoglia tipo.

Non dobbiamo pensare che la Respirazione Olotropica implichi una perdita della coscienza, l’ego non si annulla completamente ma diviene, come scrive Virginia Salle, ‘spettatore del grande teatro che si svolge davanti ai suoi occhi chiusi’. L’io si trasforma, si dilata, può entrare e uscire dall’esperienza, può avere il vissuto di un corpo che ricorda e può riconnettersi con la propria materia. Alcuni aspetti di questo percorso sono indicibili, come per tutti i vissuti profondi c’è una zona di inesprimibile e l’augurio è che il lettore, dopo aver partecipato alla grande vicenda narrativa che si svolge in questo libro, possa provare la curiosità ed il desiderio di avvicinarsi ad un’esperienza così trasformativa come quella della Respirazione Olotropica.

Recensione di Agua Scura

Recensione di Agua Scura

di Erika Czako

 

Scrivere è un modo di prendersi cura di se stessi, è la riflessione necessaria, l’angusto passaggio che unisce l’espressione del sentimento alla sua elaborazione cognitiva. Attività da svolgere in silenzio e solitudine: nessun rumore intorno, ma solo l’orecchio attento, teso a cogliere le sottili vibrazioni emesse dalla propria anima. Riflettere, guardarsi dentro e far emergere in superficie la storia interiore di un’esistenza, reale o immaginata, evocazione comunque urgente, indispensabile lavoro clinico su se stessi. E’ quanto Virginia Salles è riuscita a raggiungere in questo saggio, analizzando la storia una sofferenza psicologica, affettiva e, insieme, totalmente fisica, filtrata attraverso il fantasma di un Eros sfuggente e inafferrabile.

L’autrice, testimone di se stessa, o lucida osservatrice di un’immagine fantasticata, tecnicamente e professionalmente “attrezzata” per consegnare al lettore la narrazione di un percorso analitico ed esistenziale denso e coinvolgente, ci introduce nel segreto mondo del ‘temenos’, del sacro recinto analitico e dei fantasmi che lo popolano. Quel Paradiso perduto, immerso nella caligine della memoria della nostra specie, al quale tutti vagheggiamo di poter tornare.
Ciò che il lettore è condotto a scoprire è che, alla fine del percorso, diradatasi la nebbia lattiginosa, emergeranno le figure umanissime dei due protagonisti, la paziente e il suo analista, restituiti al concreto mondo dei vivi, riscattati da un reciproco e doloroso incontro con se stessi tramite l’Altro. Il lavoro di Virginia Salles si presta ad essere analizzato attraverso tre piani di lettura: biografia immaginaria, resoconto di un caso clinico e riflessione sulla professione di psicoanalista, i suoi costi umani, i rischi che comporta.

Con uno stile estremamente personale, autentico, Virginia Salles afferra il lettore per trasportarlo in avanti e indietro, al di fuori e all’interno di un’esistenza, in una sequenza di balzi cronologici ed ambientali, quasi che, invece che la penna o la tastiera di un computer, l’autrice avesse impugnato un’agile telecamera digitale, scrivendo le sue pagine con il ritmo del montaggio cinematografico, sempre attenta ad ogni sfumatura cromatica, alla temperatura del colore.

E quindi Roma e Bahia, il silenzio dello studio dell’analista e il frastuono delle feste popolari brasiliane. I colori esotici e i profumi che fanno da sponda all’odore dei libri, alla penombra che li avvolge. Spazi aperti e chiusi, in un’oscillazione continua tra reale e immaginario, tra ieri e oggi, tra salute e malattia. Già perché Virginia Salles, oggi affermata ed esperta psicoterapeuta, ci guida nei meandri di un autentico percorso clinico dove l’io narrante è veramente un Io forte, irrobustitosi dopo una vittoriosa lotta condotta contro violente forze disgregatrici, stati affettivi caotici, pulsioni aggressive nonché il delirio erotico del transfert.

Quando la sofferenza psicologica, parte integrante e strutturante di ogni esistenza, si arricchisce di sintomi, ovvero si clinicizza, nel paziente si attua il passaggio dallo stato di disagio a quello di vero e proprio disturbo psichico, ma questo percorso è certamente reversibile se effettuato con il conforto della presenza e del sostegno di un adeguato terapeuta.

 

Adeguato: che cosa significa veramente questo termine? Quali sono le caratteristiche psicologiche profonde che permettono di curare i disordini dell’anima?

Certamente non sono frutto di apprendimento scolastico, purtroppo non servono più di tanto le varie lauree, master, corsi di perfezionamento e quant’altro l’industria della formazione propone a piene mani ad una frastornata platea di aspiranti psicoterapeuti. Forse la risposta più scomoda ma vera è questa: occorre aver attraversato l’esperienza, esserci passati, aver provato sulla propria pelle quel particolare tipo di dolore che costituisce la sofferenza psichica e poi averne saputo osservare, con la freddezza dello studioso, i dettagli, l’evoluzione, distanti da se stessi almeno di un passo, in un lucido esame della realtà. E avere anche il coraggio e l’onestà intellettuale di ammetterlo, di narrarlo, se necessario, anche attraverso l’espressione artistica. Ecco perchè la psicoterapia, e la psicoanalisi in particolare, diviene attività culturale e terapeutica squisitamente interdisciplinare, insinuandosi tra scienza ed arte.

Ma tutto ciò non è ancora sufficiente. Non ci si soffermerà mai abbastanza a riflettere sul logoramento personale che la professione dello psicoanalista comporta. Sulla tensione emotiva spesa per mantenere nel setting equilibri delicatissimi. Essere se stessi ma ‘sentire’ come l’Altro. Entrare con la propria anima in risonanza con l’anima del paziente. Tollerare il continuo assedio delle proiezioni aggressive ed erotiche portate dai pazienti, lasciarsene attraversare senza nemmeno potersi illudere di restare indenni. Rimanere se stessi può significare rimanere totalmente soli. E questa, tra tutte le condizioni, è forse la più disumanizzante, quella che più facilmente ci mette a diretto contatto con la nostra fragilità. Fra tutte le forme di psicoterapia forse la terapia analitica condotta ‘vis a vis’ è la più logorante e rischiosa. Apparentemente si tratta solo di talking cure’, parole che curano, ma solo chi non l’ha sperimentata direttamente, come paziente o terapeuta, può credere a ciò.

Come la comunicazione verbale non si esaurisce solo nel mero trasferimento di dati o di informazioni, ma trova, nella sua forma non verbale, la sua maggiore ricchezza espressiva, così, nel setting analitico, dove ogni sfumatura è ridondante, il confine tra parola e gesto può divenire ancora più sottile e la distanza tra corpo ed anima annullarsi. Certamente etica e deontologia dovrebbero fornire i supporti per affrontare qualsiasi emergenza, ma sappiamo bene che la realtà delle relazioni umane è molto più complessa e imprevedibile di quanto un moralismo di comodo vorrebbe che fosse. Più che giudicare, è molto più importante riflettere, elaborare le esperienze, allargare il proprio punto di vista accogliendo anche l’errore che, se ben interpretato, si trasforma in ricchezza, in risorsa in più. A disposizione di tutti.

Questo saggio, consegnandoci la dolorosa verità dei suoi protagonisti, ci aiuta a farlo.

“La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore.
Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.”

C. G. Jung.

 

Novità editoriale:

Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015).

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Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale ( Alpes Italia, 2013).

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Agua scura, edito da Di Renzo Editore, 2005

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I libri di Virginia Salles sono ora nuovamente disponibili su lafeltrinelli.it.

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*L’immagine di copertina è di Gilberto Villela in arte GilVillelas, psicoanalista e artista radicato a Roma. E’ impegnato nella ricerca teorico-pratica sul processo creativo. Il link alla sua Galleria virtuale:https://www.premioceleste.it/artista-ita/idu:75842/

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