Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.

(Hubert Reeves)

La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva.

(Albert Einstein) 

Nel grembo della Natura

Nell’America dalle pianure sconfinate, dalle lande solitarie, dai confini messicani fino all’Alaska, un ragazzo anticonformista rinuncia al confort di una vita borghese per immergersi nella natura selvaggia. Il libro di Jon Krakauer, diventato un classico della controcultura metropolitana, racconta la storia vera di Christopher McCandless, portata nel grande schermo nel 2007 con la regia di Sean Penn, dal titolo in inglese Into The Wild. 

Autentica celebrazione di quell’esasperato anelito alla libertà che in fondo all’anima appartiene a tutti noi, il film di Penn ci regala momenti di inquietudine, ma anche di pura meraviglia che ricordano alcuni brani scritti da Ralph Waldo Emerson (1836) nel suo famoso libro Natura: “La Natura non veste mai una mediocre apparenza. Né l’uomo più saggio può strapparle i suoi segreti”[1].

Per Emerson l’uomo è simile a Dio, ma un “dio decaduto” il cui unico scopo è quello di ritrovarsi, attraverso il recupero di un corretto rapporto con la natura e la consapevolezza della propria posizione in seno all’universo: un vero e proprio atto di fede il cui senso ultimo sfugge da qualsiasi retorica religiosa per accedere ad una dimensione altra, autenticamente umana nella quale inserire il proprio vissuto più intimo e personale.

Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo? Perché non dovremmo avere anche noi una poesia e una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione, e una religione a noi rivelata, piuttosto che la sua storia?”[2]

Il film di Penn esprime con i suoi forti contrasti la continua alternanza tra una Natura sublime e allo stesso tempo spietata ed il vuoto interiore del personaggio alla ricerca del senso perduto. Ci trascina attraverso boschi e praterie, foreste; tra lo stupore, la meraviglia e quel timore reverenziale verso qualcosa di ineluttabile dinanzi al quale proviamo un pugno allo stomaco.

“La natura non è sempre vestita con l’abito della festa, e la scena che ieri emanava profumi e luccicava come per l’allegra danza della ninfa, oggi è soffusa di malinconia”[3].

Per Emerson come per i cabalisti la Natura è spirito incarnato. La più grande beatitudine e il vero dono offerto dalla sua contemplazione è la consapevolezza di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione, tra l’uomo e gli animali, tra l’uomo e la Natura tutta. Eppure, Emerson ne è certo che il potere di produrre questa immensa gioia non appartiene alla Natura, ma all’uomo stesso, anzi all’armonia tra l’uno e l’altra.

“In piedi sulla nuda terra – con la testa inondata dall’aria gioiosa e sollevata verso lo spazio infinito – ogni egoismo meschino svanisce. Divento una pupilla trasparente, non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono una parte o una particella di Dio”[4].

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L’equilibrio per Emerson può essere raggiunto solamente quando si torna a guardare “Dio e la natura faccia a faccia”: nel reciproco riconoscimento, nella “corrispondenza”, nella fratellanza. Ed è proprio in questo spazio aperto dal dialogo tra uomo e natura che, ci ricorda lo scrittore americano, si colloca l’Arte.

“Ma se un uomo vuole davvero essere solo, che guardi alle stelle […] Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creta trasparente proprio allo scopo di dare all’uomo, attraverso i corpi celesti, la perpetua presenza del sublime”[5].

Il tema della fuga dal confort e dalla civiltàil coraggio di operare una scelta radicale come quella di abbandonare l’alienante quotidianità, ma soprattutto l’inseguimento di un qualcosa che ci riporti a noi stessi è il leitmotiv degli scritti di Henry David Thoreau (1817-1862), ecologista ante litteram e icona del pensiero ambientalista, il quale, insieme al suo amico Ralph Waldo Emerson,  è considerato il massimo esponente di quella corrente letteraria definita il “rinascimento americano”.

Nel suo famoso libro Walden ovvero Vita nei boschi (1854)Thoreau ‒ che ha fatto della solitudine e del contatto con la natura il suo personale percorso di autoscoperta ‒ descrive nei dettagli la sua avventura di riconciliazione con il mondo naturale, una vera e propria sfida alla sopravvivenza e allo stesso tempo un invito alla contemplazione. Il libro fu scritto nel 1845, a ventotto anni, durante il periodo vissuto in una capanna da lui stesso costruita sulle rive del lago Walden (vicino alla città di Concord, negli Stati Uniti) nella quale rimase per due anni e due mesi.

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Libro cult della consapevolezza ambientalista e caposaldo della controcultura americana,Walden è un manifesto contro l’inerzia etico-morale della società americana dell’epoca, esasperatamente materialista, e allo stesso tempo una dettagliata descrizione del ritorno dell’autore nel grembo della Natura. Thoreauchiamato a “marciare al suono di un tamburo diverso”, come Christopher McCandless, il protagonista del libro di Krakauer portato sul grande schermo da Penn, compie una scelta radicalmente opposta ai valori e ideali di una società nei confronti della quale si sentiva “alienato fra i suoi simili”.

Attraverso questa piena immersione nella natura il giovane autore americano cercava in un mondo sepolto il contatto profondo con se stesso, con le sue sensazioni ed emozioni. Ricerca questa che assume una dimensione universale in quanto lo rende artefice del proprio destino e consapevole della sua posizione in seno alla Natura.

“È una di quelle serate deliziose quando il corpo intero è un unico senso e inspira felicità da ogni poro. Vado e vengo nella Natura con una strana libertà e sono parte di essa. Mentre cammino lungo la pietrosa riva del lago, in maniche di camicia, malgrado ci sia un vento fresco, il cielo sia coperto ed io non veda nulla di particolare che attragga la mia attenzione, tutti gli elementi mi sono stranamente congeniali”[6].

Nella più profonda solitudine, con uno sguardo privo di scopi e di pregiudizi, attento a ogni cosa senza esclusione di nulla “il vagabondo di Walden” apre il suo cuore alla Natura, alla ricerca di quell’alfabeto segreto celato tra le pieghe degli elementi più insoliti e allo stesso tempo così familiari: guardando il lago ne sente la pace delle sue acque quiete; avvolto dalla nebbia gli sembra di scrutare la Luce che tutto illumina. Nella ripetizione infinita della forma esagonale dei fiocchi di neve, riconosce il disegno cosmico ed in un lampo la “terribile maestà” della Natura.

Anche Jung, come Thoreau, cercava nell’essenza di ogni cosa quella dimensione etica, estetica e metafisica, molto al di là della semplice percezione sensoriale“ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il focolare e la stufa, e a sera accendo le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente, e pompo l’acqua da un pozzo; spacco la legna, e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice: e quanto è difficile essere semplici. A Bollingen mi trovo nella mia più vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso. Sono, per così dire, ‘l’antichissimo figlio della madre’”; così racconta il teorico dell’inconscio archetipico/collettivo nella sua autobiografia.

Scrive Thoreau: “a meno che il ronzio di un moscerino non sia come la musica delle sfere, e la musica delle sfere come il ronzio di un moscerino, non sono nulla per me”[7].

Vivere in un bosco sostentato solo dal lavoro delle proprie braccia è stato un grande esperimento di decrescita ed insieme una testimonianza all’umanità. L’esperienza di Thoreau di immersione nella Natura, la sua insoddisfazione rispetto ai valori condivisi, il suo senso di rifiuto e di “soffocamento” è lo stesso che caratterizza oggi molte persone che cercano strade alternative e sono portate a fare proprie la cultura della decrescita: vivere all’insegna dell’autosufficienza e della resilienza, del “lavoro delle proprie braccia”, dalla rinuncia al consumo frivolo ed al profitto ad ogni costo, valorizzando al massimo il rapporto con gli altri e l’armonia con la natura. Molti movimenti ecologisti hanno tratto ispirazione dall’esperienza e dal pensiero di Thoreau.

La Torre di Babele

Il vento pianta il seme”, scrive Emerson; “il sole fa evaporare il mare; il vento soffia il vapore sul campo; il ghiaccio, dall’altra parte del pianeta, condensa la pioggia; la pioggia nutre le piante; le piante nutrono gli animali; e in questo modo la circolazione infinita della divina carità nutre l’uomo”[8].

Nello stesso modo in cui… quando si perfora il terreno per ricavare petrolio in Arabia Saudita, l’aria del Brasile viene inquinata. La niña (corrente fredda) nelle coste del Perù aumenta l’incidenza di uragani nel sud degli Stati Uniti e provoca siccità e incendi nel Texas. Quando immettiamo nel mercato italiano nuovi modelli di automobili, provochiamo altro inquinamento e i ghiacciai nel Polo Nord si sciolgono; e quando il ghiaccio nel Polo Nord si scioglie, il mare si innalza e N.Y. rischia di essere allagata. Tutte queste azioni sono collegate e si influenzano reciprocamente all’infinito mettendo in evidenza lo stretto legame che c’è fra l’uomo e la natura tutta, le interconnessioni e le forze che vi dimorano.

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. Per Platone “sapienza” significa la conoscenza dei “segreti” della Natura e nell’antichità coloro che possedevano questo tipo di conoscenza erano definiti “saggi”.

I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”. La fonte di tutta la sofferenza del mondo sarebbe quindi la conseguenza della nostra visione parziale, lontana appunto dalla “saggezza” in quanto visione totale, progetto integrale: una conseguenza del nostro stato di non integrazione con il resto della Natura. 

Risultati immagini per madre terraL’umanità oggi volge l’attenzione al mondo antico alla ricerca di nuove fonti di ispirazione e di nuove soluzioni all’emergenza globale. Ciò che oggi definiamo “la coscienza planetaria”, secondo le nostre tradizioni sapienziali, non è una caratteristica dell’essere umano evoluto, ma è in realtà ‒ come ci descrivono anche studiosi moderni come Gregory Bateson o Arne Naess ‒ la pura essenza della Natura. Siamo abituati a pensare alla coscienza umana attuale che è quella che noi percepiamo con i nostri cinque sensi, come “normale”; tutto il resto appartiene al regno “dell’immaginazione”. La nostra percezione arriva lì dove finisce la nostra pelle e le idee di una nostra appartenenza a qualcosa di molto più ampio, nel quale siamo tutt’Uno, ci appaiono come del tutto eccezionali. Se però approfondiamo la nostra ricerca e analizziamo la storia delle civiltà e le idee di altri tempi, possiamo osservare che è vero esattamente il contrario: il nostro pensiero frammentario e meccanicista sviluppato negli ultimi secoli con la sua visione riduttiva del mondo, visione che oggi dimostra le sue falle, non è la regola, ma l’eccezione!

Il filosofo Benedetto Spinoza cercava in tutte le manifestazioni della vita “la sostanza unica e la Cabalà afferma che solamente se ci mettiamo in armonia con la Natura, possiamo afferrare il “pensiero profondo” che si cela dietro di essa: cioè “il piano Generale”. La comprensione di questo piano ci renderebbe in grado di “partecipare” alla Grande Opera attraverso l’espressione creativa proprio come il “Grande Architetto” e sarebbe proprio questo lo scopo della Creazione.

Goethe riconosceva che i grandi artisti (e aggiungo, anche gli scienziati) creando le loro opere, seguivano, per impulso dell’anima, le stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. Le grandi opere d’arte (e le grandi idee) sarebbero quindi prodotte dagli uomini secondo leggi vere, naturali e ontologiche. Ogni arbitrio, ogni fantastica immaginazione, a questo punto crolla: qui si tratta di Necessità, “qui è Dio”, afferma Rudolf Steiner, che attraverso di noi procede il suo “Piano creativo”.

Ma tutto ciò non è possibile finché rimaniamo “separati”. Il primo gradino dello sviluppo verso ciò che viene definito “la separatezza” ebbe inizio quando l’uomo iniziò a modificare la natura per servirsene a proprio vantaggio, quando iniziò a volerla piegare ai propri desideri e si è quindi distaccato da essa. Alienandosi dalla Natura gli uomini si distanziarono sempre di più gli uni dagli altri. Questo momento è rappresentato simbolicamente nella tradizione biblica come “la costruzione della torre di Babele”. La Bibbia descrive “La caduta della Torre di Babele” come l’origine delle diverse lingue che separano gli uomini e li rendono incapaci di comunicare.

Le tre tappe della coscienza

L’osservazione e l’analisi degli aspetti soggettivi dell’essere umano insieme ad alcune considerazioni sulla natura della conoscenza sembrano indicare abbastanza distintamente tre tappe dello sviluppo della coscienza: un primo stadio in cui lo sciente, l’oggetto conosciuto e la conoscenza sono ancora indifferenziati. Anche se non lo possiamo osservare direttamente né circoscriverne i confini, possiamo riscontrare questa modalità conoscitiva nell’uomo primitivo e nei bambini molto piccoli, quando il soggetto non è ancora distinto dalla conoscenza e dalla percezione.

Il secondo stadio è quello in cui si trova attualmente la maggior parte dell’umanità e corrisponde ad una fase in cui si è stabilizzata la differenziazione tra sciente, conoscenza e conosciuto: la coscienza dell’io è diventata sempre più distinta e con essa la percezione di un “oggetto separato”. Alcune persone riescono a ricordare il momento in cui, per la prima volta, si sono percepite come “un io separato” e lo descrivono come qualcosa di spaventoso, come sentirsi improvvisamente “tagliati fuori dal mondo”. L’evoluzione successiva a questa “nascita dell’autocoscienza” ha scavato sempre di più la profonda, fatale spaccatura tra ciò che riconosciamo come noi stessi e il resto… “là fuori”. La letteratura esistenzialista descrive molto bene questo sentimento di solitudine, di essere lasciati soli dinanzi ad un mondo morto e privo di senso.

A questo punto della nostra evoluzione le cose del mondo acquisiscono importanza solamente nella misura in cui ci lusingano (il nostro io illusorio); l’autocoscienza diventa quasi una malattia e ci troviamo imprigionati in una sorta di trappola: il desiderio di possedere il mondo con i suoi allettanti oggetti diventa il motivo principale dell’esistenza. Dobbiamo ammettere però che questa ipertrofia dell’io con tutte le sue infinite necessità in ogni modo ha rappresentato un importante stimolo all’intelletto, a scapito però dello sviluppo armonioso della relazione tra noi e il mondo. Anzi, ha favorito un vero e proprio antagonismo tra gli uomini, così come tra intelletto/emozione, soggetto/oggetto, individuo/società e così via… Con l’emergere di queste profonde fratture nella vita interiore e nella società, si arriva al terzo stadio.

Quando la “separazione” è completa e ci addentriamo in una sfera di illusione e follia, ci troviamo prima o poi a confrontarci con la terribile paura e con tutto il dolore che accompagnano questa illusione. Solo allora, inaspettatamente, inizia a balenare in noi l’intuizione della libertà, di qualcosa di immenso che sembra trovarsi proprio dietro l’angolo: la terza forma di coscienza, definita coscienza cosmica o universale. Quando emerge questa coscienza/esperienza ‒ perché di “esperienza” si tratta, definita dalla psicologia del profondo come “l’esperienza del Sé” ‒ la sensazione è quella di dissolversi e di essere improvvisamente inondati da tutto ciò da cui prima eravamo “separati”, proprio come se fossimo finalmente una cosa sola: una riconciliazione che pone termine al lungo processo di differenziazione e lascia spazio all’integrazione: lo sciente, la conoscenza e la cosa conosciuta sono ancora una volta Uno. Scrive Jung: “Distinguo quindi tra l’Io e il Sé, in quanto l’Io è solo il soggetto della mia coscienza, mentre il Sé è il soggetto della mia psiche totale, quindi anche di quella inconscia. In questo senso il Sé sarebbe un’entità (ideale) che include l’io”[9]. Afferma ancora Marie Louise Von Franz: “Solo attraverso il Sé, quindi, l’uomo può essere in contatto con il prossimo senza secondi fini, laddove l’io emotivo è quasi sempre oscurato da ogni sorta di motivazioni egocentriche, consce o inconsce”[10].

Attraverso questa esperienza, stando alle descrizioni di chi la vive, si accede alla vera e unica “conoscenza reale”. Esperienza questa che è stata descritta per secoli in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche storiche. La vera conoscenza è perciò quella in cui soggetto e oggetto sono conosciuti come una cosa sola ed è naturalmente una forma di conoscenza diversa dal primo stadio nel quale soggetto e oggetto erano, anche in quel caso, una cosa sola, ma non essendosi mai differenziati non potranno mai essere conosciuti come unità. Questo terzo tipo di coscienza, porta con sé una particolare forma di illuminazione: l’oggetto e l’io sono percepiti congiuntamente non solo attraverso l’atto speciale della conoscenza che li unisce, ma profondamente, nella loro essenza.

È come se venisse “quadrato il cerchio”: l’aspetto esteriore della conoscenza (albero, sole, pietra, gli altri…) non è più unicamente esteriore, ma viene percepito insieme alle sue “qualità intrinseche nascoste”, come un simbolo dotato di vita propria. Tutto ciò che ci circonda non è più semplicemente visto con gli occhi e toccato con le mani, ma è sentito essenzialmente come una parte di sé. Questo vedere, toccare e sentire sollecita una risposta profonda, un’eco che risuona all’infinito. La conoscenza a questo punto, sostiene Jacob Boehme, si illumina e si arricchisce di nuove possibilità, abbandona la sua illusoria forma di pensiero e acquisisce una dimensione cosmica/universale.

Psiche e Natura

La natura, quindi, nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato, è Lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Gregory Bateson, psicologo eclettico, nel suo libro Verso un’ecologia della mente cerca di definire un concetto rivoluzionario: la mente ecologica. Esponendo la sua visione olistica del substrato materiale sottostante i processi mentali e che li mantiene in vita, lo psicologo britannico ci offre una visione più completa ed ecologica dell’essere umano e del suo funzionamento mentale, delineando un punto di contatto tra il nostro comportamento e la Natura.

Risultati immagini per Gregory Bateson Nei suoi ultimi anni di vita Bateson espone in un libro intitolato Mente e Natura, pubblicato nel 1979, pochi mesi prima della sua scomparsa, non solo la sua visione del rapporto Mente/Natura, ma soprattutto il filo conduttore che lo ha portato a concepirla. Attraverso collegamenti originali, esempi e un pensiero ardito, Bateson è riuscito nell’intento di definire e circoscrivere alcune caratteristiche della mente “ecologica” e dimostrare la trama sottile e l’inesorabile connessione tra Mente e Natura, tra pensiero ed evoluzione. È questa la sua idea più nuova e più audace, allo stesso tempo carica di ulteriori sviluppi: “Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l’ameba da una parte e lo schizofrenico dall’altra?”[11]

La convinzione originaria di Bateson è che ciò che intendiamo per conoscenza, il conoscere di ognuno di noi, sia “una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l’intera biosfera o ‘creazione’”[12]. Per Bateson nella storia umana “naturale” l’ontologia e l’epistemologia non possono essere separate, nel senso che le nostre convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che ci circonda determineranno il nostro modo di percepirlo e di conseguenza anche di agire nel mondo stesso; e “la risposta del mondo” a questo nostro modo di percepire e di agire determinerà a sua volta, in modo circolare, le nostre convinzioni sulla natura del mondo stesso.

Scrive Bateson: “Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con l’ascia, ogni colpo d’ascia è modificato o corretto secondo la forma dell’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo (cioè mentale) è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscoli-colpo-albero; ed è questo sistema totale che ha caratteristiche di mente immanente”[13].

Con queste parole Bateson sembra affermare che i processi mentali non appartengono solamente al soggetto umano: anche se la coscienza rimane una caratteristica unica della nostra specie, per lo psicologo anglosassone lo scenario naturale nel quale essa si interroga sulla propria identità non è più lo stesso: non più quello di un immaginario “architetto”, l’essere pensante protagonista della scena, come siamo abituati a credere, ma quello “ecosistemico” della “struttura che connette”.

“Pensare come una montagna”: il sé ecologico

La Terra sta attraversando una grave crisi ecologica, destinata a peggiorare: catastrofi climatiche, siccità, allagamenti, uragani sono sempre più frequenti in una escalation di emergenze ambientali. Di fronte a tutto questo un numero crescente di persone si rivolge alla scienza chiedendo le risposte che un tempo aveva promesso. Naomi Oreskes, docente di storia della scienza alla Harvard University, con una ricerca approfondita, dimostrò nel 2011 che, nonostante la diffusione di opinioni “negazioniste”, il clima si stava realmente riscaldando e che la responsabilità ricadeva sull’uomo. La studiosa americana ha cercato di individuare le ragioni per le quali noi occidentali, nonostante tutte le informazioni scientifiche accessibili, non affrontiamo in maniera appropriata la catastrofe ambientale imminente, una sorta di disastro annunciato.

Nel suo romanzo distopico Il crollo della civiltà occidentale[14], scritto insieme a Erik Conway e ambientato nel 2393, un giovane studioso cinese cerca di analizzare, trecento anni dopo, gli eventi catastrofici che portarono la nostra civiltà al collasso. Con uno stile originale tra finzione e saggio, il libro riesce a mostrare al lettore la direzione presa attualmente dalla nostra civiltà e il cataclisma ambientale che si sta preparando, se non interveniamo tempestivamente per fermare questo percorso autodistruttivo. 

Risultati immagini per uomo e natura Secondo Arne Naess, filosofo norvegese e fondatore dell’ecologia profonda, occorre “pensare come una montagna”, immergersi nel mondo, identificarsi con esso e non considerarlo con distacco[15]. Questo senso dell’io profondamente radicato nella relazione con la natura viene definito da Naess “sé ecologico”. Il pensiero di Naess è stato influenzato dal filosofo Benedetto Spinoza, dalle idee di Gandhi e in particolare dalla visione buddhista della realtà. Come principio ideologico e come comportamento rispettoso della Natura in senso ampio, “l’ecologia profonda” già apparteneva a molte culture native americane e sudamericane, allo sciamanesimo e alle filosofie orientali, ma fu Naess a definirlo per primo, in occidente, con gli adeguati i termini scientifici e filosofici.

Naess distingue fra “ecologia superficiale”, che prende in considerazione la “salvezza” della Natura, vista comunque in funzione della sua “utilità” e quindi come “risorsa al servizio dell’uomo”, e “ecologia profonda” che offre una visione molto più ampia e sostiene il valore e la dignità intrinseche del mondo naturale, indipendentemente dal suo beneficio per l’uomo. Per il fondatore dell’ecologia profonda gli uomini interferiscono eccessivamente con il mondo non umano e questa situazione va sempre di più degenerando. Tutto l’esistente è interconnesso e l’essere umano è visto da Naess come parte dell’insieme e non come “separato” dal mondo naturale. Il movimento dell’ecologia superficiale viene considerato da questo punto di vista come una battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse necessarie all’uomo, che non farà altro che “spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. Frase questa che mi appare in questo momento particolarmente profetica. L’approccio di superficie non mette in discussione la fede nella tecnologia e nell’attuale società industriale, nella crescita economica continua, nello sfruttamento delle risorse naturali. Per il filosofo norvegese l’ecologia di superficie non potrà mai modificare le relazioni dell’uomo con la Natura rimanendo all’interno della struttura della società attuale e del modello economico vigente.

 L’elemento determinante, ma trascurato, messo in risalto dal movimento dell’ecologia profonda, è l’empatia, l’identificazione e la solidarietà con la Vita, vista come “insieme”: i singoli organismi, la fauna, la flora, il mare, la Terra stessa. Tutto ciò viene “sentito”, soggettivamente, come “un’intuizione” ‒ che riconosce ad ogni essere vivente il diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa ‒ e non come un ragionamento puramente logico o filosofico.

Altro elemento caratteristico e decisivo dell’ecologia profonda è “lo spostamento della coscienza da centrata sull’umano a centrata sul pianeta nel quale viviamo” ed il riconoscimento del valore intrinseco e indiscutibile degli esseri viventi. Presupposto di questo nuovo equilibrio è la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: un pensiero rivoluzionario che afferma il diritto assoluto alla vita che non dipende dalla maggiore o minore somiglianza o “vicinanza” alla nostra specie. L’attuazione di questi principi comporterebbe modifiche, considerate troppo radicali per la società e per l’economia, alle strutture tecnologiche e ai principi ideologici.

Il punto nel cuore

Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

Lo Zohar, il Libro dello splendore, l’opera chiave della Cabbala, è stato scritto circa duemila anni fa da Rabbi Shimon Bar Yochai e già allora l’autore sosteneva che, alla fine del ventesimo secolo, “l’ego-ismo” (il nostro moderno narcisismo) dell’umanità avrebbe raggiunto i suoi massimi livelli. La Cabbala ci insegna che la Natura, sinonimo del “Creatore”, è unitaria e altruista, e soprattutto è basata sullo scambio.

Secondo lo Zohar l’antidoto contro l’egoismo e la soluzione per raggiungere l’armonia è la fusione con la Natura e la conseguente comprensione del “pensiero profondo” che si cela dietro ad essa. La Natura ci tiene costantemente sotto pressione ed in un certo senso ci spinge ad una scelta di evoluzione (di “dazione”, nel linguaggio cabalistico); colui che rimane impermeabile a questa chiamata e non partecipa a nessuno scambio va incontro alla morte, fisica o psichica che sia.

 L’attuale crisi globale considerata da questa ottica è in realtà una grande crisi dei desideri: ad ogni generazione i desideri diventano sempre più grandi, sempre più impellenti, sempre più assoluti e prima o poi ci costringeranno a fare i conti con i limiti di ciò che ci può offrire Madre Natura. Come Tantalo dinanzi al cibo, noi umani rimaniamo eternamente insoddisfatti; a questo proposito ci ricorda Schopenhauer: “contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci insoddisfatti, inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito; l’appagamento è breve e misurato con spilorceria”[16].

 Per proteggerci dalla consapevolezza e dalla correzione del nostro crescente egoismo, ci costruiamo trofei narcisistici e scudi di ogni genere, tecnologici e psicologici. L’evoluzione dei nostri desideri, secondo la Cabalà, definisce e delinea l’intera storia dell’umanità, desideri che generalmente vengono divisi in tre gruppi. Il primo corrisponde ai desideri animali: nutrirsi, riprodursi, avere una casa. Il secondo ai desideri umani: denaro, rispetto, conoscenza. Il terzo gruppo di desideri riguarda ciò che viene definito il “punto nel cuore”, sono i desideri dell’Anima intesa come elemento che unisce e armonizza l’insieme, e sempre dall’Anima nasce l’ultimo e il più grande di tutti i desideri: quell’anelito verso l’Unione, la Totalità, la cui soddisfazione viene descritta come una corrente infinita di Piacere, gioia e beatitudine.

Secondo Daniel Goleman, autore di Intelligenza Emotiva[17], l’elemento determinante per lo sviluppo di un atteggiamento culturale rispettoso dell’ambiente è la dignità e il rispetto del mondo emotivo. Per l’autore statunitense la cura per l’ambiente va molto al di là di qualsiasi ideologia: è il nostro prossimo gradino evolutivo. Goleman parla di “intelligenza ecologica”, da sviluppare come specie, non più come singoli individui: una consapevolezza da raggiungere “insieme”, indispensabile per affrontare questo momento particolare della storia umana. Una vera e propria sfida nella quale, più che mai, la carta vincente non può che essere il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza della nostra profonda, irriducibile interconnessione.

Non è sufficiente l’enorme quantità di informazioni alle quali possiamo attingere quotidianamente sul web o sui giornali per diventare persone/cittadini/consumatori consapevoli ed “ecosostenibili”. Occorre, oltre alla visione dell’Insieme, un radicale cambiamento emotivo/cognitivo a livello collettivo; che ci permetta di reagire all’inquinamento dell’aria, del cibo o dell’informazione con la stessa risposta istintiva al pericolo che da millenni abbiamo messo in atto all’avvicinarsi di un feroce predatore.

ABSTRACT

La natura nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato: è lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

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Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”.

 


[1] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 22.

[2] Ibidem, p. 19.

[3] Ibidem, p. 24.

[4] Ibidem, p. 23.

[5] Ibidem, p. 21.

[6] Thoreau, H.D., Walden, BUR grandi classici bur, Milano, 2015, p. 201.

[7] Ibidem, p. 156.

[8] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 132.

[9] Jung, C.G. Opere 6, Bollati Boringhieri, Torino, p. 468.

[10]Von Franz, M.L., Il mito di JungBollati Boringhieri, Torino, p. 245.

[11] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 21.

[12] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi Edizioni, Milano, 1977, parte 5, p. 4 [Tratto dalla conferenza per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, tenuta il 9 gennaio 1970 sotto gli auspici dell’Institute of General Semantics].

[13] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 23.

[14] Oreskes N., Conway E., Il crollo della civiltà occidentale, Piano B Edizioni, Prato, 2015.

[15] Naess, A., EcosofiaEcologia, società e stili di vita, RED edizioni, Milano, 1994.

[17] Goleman, D., Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano,1996.

Abstract

ABSTRACT

          Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale

 Da tempi immemorabili l’uomo ha dato vita a differenti procedure per trascendere la realtà quotidiana, accedere alla dimensione sacra dell’esistenza e veder balenare una scintilla di divino dinanzi ai propri occhi: dagli oracoli classici, agli stati indotti di trance, ai rituali misterici, alle cerimonie sciamaniche, alle varie forme di meditazione, ai  riti collettivi.  La storia umana, dagli albori della coscienza ad oggi, è la storia di questo rapporto tra l’uomo e la  molteplicità dei  mondi invisibili.

Nel nostro mondo attuale che predilige gli aspetti razionali della psiche, questa ricerca di ciò che non è percepito dai nostri cinque sensi attraverso stati non ordinari di coscienza, viene spesso guardata con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fa emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. In altri tempi o contesti culturali diversi dal nostro questi stati venivano invece considerati una benedizione divina, un dono degli dei ed erano – e sono tuttora – attivamente ricercati con l’utilizzo di vari mezzi di autoesplorazione profonda: “le tecnologie del sacro”. La Psicologia Transpersonale li ripropone in veste moderna, all’interno di una prospettiva psicoterapeutica e di evoluzione della coscienza.

Tutto questo indica che il nostro attuale stato di coscienza non è ancora sufficientemente dispiegato, nel senso che non ha ancora sviluppato tutte le sue potenzialità. Dalla teoria e dalla clinica della Psicologia Transpersonale sono emersi risultati straordinariamente ricchi e fecondi, nel senso di un ampliamento della cartografia dell’inconscio e di una drastica revisione dello stesso concetto di coscienza.

Virginia Salles in “Mondi invisibili, frontiere della psicologia transpersonale” ci accompagna in un viaggio coinvolgente e fascinoso attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un percorso in zone che la cultura scientifica fatica ad integrare: una traversata notturna  attraverso le regioni del mito in un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria.

I mondi invisibili sono quelli indagati da grandi studiosi contemporanei come Stanislav Grof, Abraham Maslow, fondatori della Psicologia Transpersonale negli Stati Uniti, da un ricercatore come  Josè Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista brasiliano ancora poco conosciuto in Italia,  ma anche i mondi narrati nelle tradizioni millenarie di ricerca del sacro. Questo affaccio sulle esperienze non ordinarie di tutti i tempi viene messo in relazione con i contributi di C.G. Jung,  di Wilhelm Reich, John Perry, Ken Wilber, Alexander Lowen, Massimo Assagioli, Bion e tanti altri, senza dimenticare le esperienze di grandi artisti, che hanno percepito la linea d’ombra che separa il visibile dall’invisibile e sono riusciti ad evocare ciò che è indicibile.

Le teorie di Jung, in particolare il suo “libro Rosso”, sono un punto di partenza per la Psicologia Transpersonale, ma rappresentano anche l’appartenenza professionale di Virginia Salles, formatasi in Italia come analista junghiana. Questo libro è una sintesi del lavoro svolto dall’Autrice e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della Psicologia del Profondo.

Un elemento presente in molti di questi mezzi per raggiungere le profondità dell’anima  è  la respirazione, vero e proprio  ponte tra il visibile e l’invisibile, che da sempre  è stata utilizzata come mezzo di autoesplorazione e per indurre profondi cambiamenti nella coscienza: le stesse espressioni che utilizziamo per definire l’aria, l’atmosfera, o la “respirazione” sono usate per descrivere concetti religiosi. Per esempio, in alcune lingue antiche come il greco o il latino le parole aria, vento, soffio, sono le stesse che esprimono idee come Vita, Spirito, Dio.

In certe condizioni il respiro può rappresentare la porta di ingresso verso i mondi invisibili, lo strumento che permette di varcare la soglia e di tornare indietro. Questa reversibilità dell’esperienza ha rappresentato per l’uomo la possibilità del contatto con il divino in condizioni ritualizzate, che permettono l’accesso all’altra dimensione dell’esistenza senza essere distrutti dalla potenza del numen.  Per noi moderni questo dio nascosto è il nostro Sé profondo.

Nel testo troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di Respirazione Olotropica. Le narrazioni,  a volte incredibili a volte straordinarie ci mostrano come la  tendenza fondamentale di questa procedura  sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica.  La tecnica terapeutica proposta da Grof,  esposta nei casi

presentati dalla Salles, così come altri metodi utilizzati in ambito transpersonale, sono  un vero e proprio viaggio nel Sé: un passaggio attraverso lo Stargate e l’accesso ad una dimensione altra rispetto alla nostra coscienza ordinaria. Una rielaborazione in chiave moderna di antichi mezzi di autoesplorazione esperienziale proposti dalle nostre tradizioni spirituali che hanno come scopo il raggiungimento dello stesso obiettivo: aprire un varco o meglio costruire un ponte tra la nostra identità personale ed il Sé profondo. La percezione che la persona ha, in questi momenti, è che la propria coscienza sa dilatata oltre i confini abituali dell’ego trascendendo i limiti spazio-temporali e aprendosi a dimensioni esistenziali fino a quel momento impensabili. Un intero mondo di elementi bizzarri e di apparenti contraddizioni emerge come  da dietro uno sfondo prima impercettibile: eventi del passato personale così come elementi di carattere più universali appartenenti all’inconscio collettivo che vengono spesso descritti con dettagli storicamente accertabili, luci abbaglianti, personaggi  mitologici, demoni e divinità. Possiamo identificarci con archetipi o con altri esseri viventi come piante o animali, o percepire eventi al di là del tempo e dello spazio.

Queste esperienze, così difficili da comprendere e da collocare all’interno di una griglia conoscitiva,  sono iscrivibili all’interno della struttura postulata dalla fisica dei quanti, teoria che ha annullato molti dei cardini della scienza e della cultura occidentale. Grof sostiene che le ricerche e le evidenze cliniche riscontrate attraverso la respirazione olotropica non possono essere spiegate all’interno della fisica newtoniana. La fisica dei quanti però ci pone essa stessa di fronte a dilemmi e contraddizioni: “Gran parte del modo in cui la fisica quantistica descrive il mondo può sembrare, a prima vista, un nonsense…Tuttavia si può giocare solo a questo gioco. La vecchia meccanica di Newton e dei suoi seguaci non è in grado di dare una qualunque spiegazione degli atomi o di altri microsistemi.” (Gilmore, Alice nel paese dei quanti). La coscienza – con tutte le straordinarie declinazioni che vedremo in questo libro e che possiamo leggere anche nei testi di Grof – sembra configurarsi come un sistema che partecipa di  livelli differenti, eterogenei tra loro. Si tratta di un territorio ancora quasi del tutto inesplorato. Potremmo affermare che anche la psiche è ricca di nonsense, proprio come la fisica dei quanti.

Nella storia della psicologia la componente della dimensione soggettiva ha sempre scatenato ondate di critiche ed ora ancora di più la Psicologia Transpersonale, portatrice di mondi invisibili. La storia della psicologia del profondo è strettamente collegata con l’altra dimensione: dal fluido universale invisibile di Mesmer al concetto di “inconscio” di Freud, il quale – dal momento che postulò un luogo, un topos, (l’inconscio appunto)  dove si svolgevano, in modo invisibile, i processi psichici –  partecipò alla scoperta rivoluzionaria dei “mondi invisibili”. Fu questo, e non la sessualità, la vera causa dell’ostracismo della classe accademica nei confronti della psicoanalisi. I mondi invisibili turbavano la cultura positivista dell’epoca e turbano tutt’ora la nostra coscienza collettiva basata su un paradigma culturale ormai superato. La Psicologia Transpersonale affonda le sue radici nella più moderna visione della scienza (post teoria della relatività) che è in un certo senso inconciliabile con il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano sul quale si fonda tutta la psicologia occidentale.

 

 

 

 

 

 

Ciò che caratterizza l’approccio terapeutico transpersonale non è il contenuto ma il contesto in cui si opera. Indipendentemente da quale sia il livello dello “spettro della coscienza” (Wilber), o il “territorio esperienziale” (Grof) sul quale si sta focalizzando il processo terapeutico, il terapeuta transpersonale è consapevole di tutte le possibilità esistenziali ed è disposto a seguire  l’analizzando (nell’ambito della Psicologia Transpersonale la parola “paziente” non è utilizzata)  sul suo percorso attraverso nuove e più ampie dimensioni esperienziali ogni volta che se ne presenti l’occasione. La figura del terapeuta transpersonale assume allora un significato diverso rispetto allo psicoterapeuta tradizionale, un ruolo più vicino a quello che Jung definisce ‘psicopompo’, colui che accompagna l’analizzando nel viaggio interiore. Nella nostra cultura abbiamo un riferimento fondante per questo: nel percorso che Dante compie attraverso i mondi dell’Inferno, del  Purgatorio e del Paradiso, nel quale il poeta Virgilio è lo psicopompo, la guida che accompagna, sostiene ma non interviene nel processo. Il vero terapeuta è il Sé dell’individuo, secondo Jung  l’elemento propulsivo del processo di individuazione. L’Autrice ci mostra come in questi percorsi individuali si manifesti la tendenza della psiche verso l’autoguarigione, come descritto da Jung e Grof,  ed è proprio  questo aspetto che guida il percorso della Psicoterapia Transpersonale.

Colpiscono profondamente i casi di persone che non avrebbero mai potuto avere un vero  accesso ad una psicoterapia classica: prostitute,  portatori di dipendenze, outsider. Individui che non solo hanno potuto usufruire di una crescita personale, ma che hanno anche scoperto l’esigenza di spiritualità che si celava dietro i loro sintomi.

La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita,  possono riconoscere l’esigenza di un rapporto con la dimensione del  sacro come esigenza della psiche, senza per questo dover appartenere ad uno schieramento di qualsivoglia tipo.

 

 

 

Prefazione di Maria Fiorentino

Prefazione

di Maria Fiorentino

MONDI INVISIBILI – Frontiere della psicologia transpersonale

“Egli è rinchiuso in essa [nella coscienza] come in una prigione e la natura ha gettato via la chiave” (Nietzsche).

E’ un viaggio coinvolgente e fascinoso quello che Virginia Salles ci propone in questo libro, un viaggio attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un percorso in zone che la cultura scientifica fatica ad integrare, un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria, una traversata notturna attraverso le regioni del mito. L’attenzione agli stati non ordinari di coscienza non proviene solo dall’incontro con Stanislav Grof e dalla pratica con la Psicoterapia Transpersonale, ma c’è un humus, nelle origini dell’Autrice, che da sempre l’ha connessa con i mondi invisibili: i miti ed i mondi straordinari presenti nella cultura del Brasile, suo luogo natale e di prima formazione, quando da bambina accompagnava il padre, studioso di cultura afrobrasiliana, nelle sue indagini sul campo sui riti di possessione. Quell’esperienza fu il primo contatto con ciò che De Martino definirebbe un mondo magico e che le ha precocemente aperto una porta di accesso sulo straordinario.

I mondi non visibili sono quelli indagati da grandi studiosi contemporanei come Stanislav Grof, Abraham Maslow, John Perry, Ken Wilber che hanno partecipato alla fondazione della Psicologia Transpersonale negli Stati Uniti, quelli di un ricercatore come Josè Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista brasiliano ancora poco conosciuto in Italia, ma anche i mondi narrati nelle tradizioni millenarie di ricerca del sacro. Questo affaccio sulle esperienze non ordinarie di tutti i tempi viene messo in relazione con i contributi di C.G. Jung, in particolare del suo Libro Rosso, di Wilhelm Reich, Alexander Lowen, Massimo Assagioli, Bion e tanti altri, senza dimenticare le esperienze di grandi artisti, che hanno percepito la linea d’ombra che separa il visibile dall’invisibile e sono riusciti ad evocare ciò che è indicibile. Nel libro troviamo una rassegna degli antecedenti storici della Psicologia Transpersonale: nel corso della sua storia l’uomo ha creato molti sistemi per entrare in contatto con dimensioni trascendenti la realtà esterna. Ogni cultura ha dato vita a delle procedure per accedere al sacro, per veder balenare una scintilla di divino davanti ai propri occhi: dagli oracoli classici, agli stati indotti di trance, ai rituali misterici, alle cerimonie sciamaniche, alle varie forme di meditazione, ai riti collettivi. Un elemento presente in molte di queste tecniche del sacro è proprio la respirazione. In certe condizioni il respiro può rappresentare la porta di ingresso verso i mondi invisibili, lo strumento che permette di varcare la soglia e di tornare indietro. Questa reversibilità dell’esperienza ha rappresentato per l’uomo la possibilità del contatto con il divino in condizioni ritualizzate che permettono l’esperienza limite senza essere distrutti dalla potenza del numen.

Per noi moderni questo dio nascosto è il nostro Sé profondo. S. Agostino diceva ‘in interiore hominis habitat Deus’. Queste parole possono essere lette non solo in chiave religiosa, ma anche come una riflessione laica sul deus absconditus che si cela nell’essere umano. Partendo dall’analisi di queste antiche procedure Grof ha formulato la tecnica della Respirazione Olotropica (orientata verso la completezza), basandosi sull’assunto che è possibile modificare la coscienza attraverso la respirazione, svolta in condizioni particolari e in associazione alla musica ed a un lavoro sul corpo. Questa metodologia è divenuta il cardine della Psicoterapia Transpersonale. Le ricerche e le opere di Grof hanno ampliato sia il concetto di coscienza che quello di inconscio. La coscienza intesa come funzione psichica in grado di registrare l’ambiente circostante sembra prescindere da tutta una serie di presupposti neurofisiologici: nel corso della respirazione olotropica molti individui hanno rivissuto, ma anche ricostruito nei dettagli, le circostanze della propria nascita. Negli Stati Uniti Grof ha potuto verificare l’esattezza clinica di tali resoconti attraverso le cartelle cliniche degli ospedali in cui erano nate queste persone. Pensiamo anche a quelle esperienze che vengono classificate come N.D.E. (Near Death Experience) e che ora sono oggetto di studio della tanatologia. Anche in questi casi la coscienza sembra configurarsi come un fenomeno che prescinde dalla corporeità.

La Respirazione Olotropica ci mette in contatto con tutto un mondo di apparenti contraddizioni e di elementi bizzarri: il rivivere eventi del passato, spesso descritti con dettagli storicamente accertabili, l’identificazione con esseri viventi come piante o animali, la percezione di eventi al di là dello spazio/tempo. Queste esperienze, così difficili da comprendere e da collocare all’interno di una griglia conoscitiva, sono iscrivibili all’interno della struttura postulata dalla fisica dei quanti. La teoria dei quanti ha annullato molti dei cardini della scienza e della cultura occidentale. Grof sostiene che le ricerche e le evidenze cliniche riscontrate attraverso la respirazione olotropica non possono essere spiegate all’interno della fisica newtoniana. La fisica dei quanti però ci pone essa stessa di fronte a dilemmi e contraddizioni: “Gran parte del modo in cui la fisica quantistica descrive il mondo può sembrare, a prima vista, un nonsense…Tuttavia si può giocare solo a questo gioco. La vecchia meccanica di Newton e dei suoi seguaci non è in grado di dare una qualunque spiegazione degli atomi o di altri microsistemi.”

(Gilmore, Alice nel paese dei quanti). La coscienza – con tutte le straordinarie declinazioni che vedremo in questo libro e che possiamo leggere anche nei testi di Grof – sembra configurarsi come un sistema che partecipa di livelli differenti, eterogenei tra loro. Si tratta di un territorio ancora quasi del tutto inesplorato. Potremmo dire che anche la psiche è ricca di nonsense, proprio come la fisica dei quanti. Accettare queste contraddizioni è importante, come sostiene Jung: “Occorrono moltissimi punti di vista teorici per dare un quadro approssimativo della molteplicità della psiche.. Né la psiche né il mondo possono essere ingabbiati in una teoria. Le teorie non sono articoli di fede, ma tutt’al più strumenti di conoscenza e di terapia; altrimenti non servono a nulla”.

Le teorie di Jung sono il punto di riferimento più significativo per la Psicologia Transpersonale di Grof, ma rappresentano anche l’appartenenza professionale di Virginia Salles, formatasi in Italia come analista junghiana. Questo libro è una sintesi del lavoro svolto dall’Autrice in tanti anni con la Respirazione Olotropica e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della Psicologia del Profondo. Nel testo troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di Respirazione Olotropica. Le narrazioni, a volte incredibili a volte straordinarie – come quella del paziente che nel corso di una Respirazione vede immagini che lo portano a scoprire di essere stato adottato – ci mostrano come la tendenza fondamentale di questa procedura sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica. La figura del terapeuta nella respirazione olotropica appare molto diversa rispetto alla psicoterapia tradizionale, si tratta di un ruolo vicino a quello che Jung definisce ‘psicopompo’, colui che accompagna l’analizzando nel viaggio. Nella nostra cultura abbiamo un riferimento fondante per questo: nel percorso che Dante compie attraverso i mondi dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso il poeta Virgilio è lo psicopompo, la guida che accompagna, sostiene ma non interviene nel processo. Il vero terapeuta è il Sé dell’individuo, secondo Jung il Sé è l’elemento che conduce l’uomo verso il raggiungimento dell’unità nel processo di individuazione. L’Autrice ci mostra come in questi percorsi individuali si manifesti la tendenza della psiche verso l’autoguarigione, secondo quanto hanno sostenuto Jung e Grof, ed è proprio questo aspetto che guida il percorso della Psicoterapia Transpersonale. In questi resoconti clinici un elemento significativo è rappresentato dal fatto che la Respirazione Olotropica sia uno strumento terapeutico trasversale rispetto alla cultura ed al contesto sociale dell’analizzando. Colpiscono profondamente i casi di persone che non avrebbero mai potuto avere un vero accesso ad una psicoterapia classica: prostitute, portatori di dipendenze, outsider. Individui che non solo hanno potuto usufruire di una crescita personale, ma che hanno anche scoperto l’esigenza di spiritualità che si celava dietro i loro sintomi. La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita, possono riconoscere l’esigenza di un rapporto con la dimensione del sacro come esigenza della psiche, senza per questo dover appartenere ad uno schieramento di qualsivoglia tipo.

Non dobbiamo pensare che la Respirazione Olotropica implichi una perdita della coscienza, l’ego non si annulla completamente ma diviene, come scrive Virginia Salle, ‘spettatore del grande teatro che si svolge davanti ai suoi occhi chiusi’. L’io si trasforma, si dilata, può entrare e uscire dall’esperienza, può avere il vissuto di un corpo che ricorda e può riconnettersi con la propria materia. Alcuni aspetti di questo percorso sono indicibili, come per tutti i vissuti profondi c’è una zona di inesprimibile e l’augurio è che il lettore, dopo aver partecipato alla grande vicenda narrativa che si svolge in questo libro, possa provare la curiosità ed il desiderio di avvicinarsi ad un’esperienza così trasformativa come quella della Respirazione Olotropica.

“La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore.
Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.”

C. G. Jung.

 

Novità editoriale:

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Agua scura, edito da Di Renzo Editore, 2005

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*L’immagine di copertina è di Gilberto Villela in arte GilVillelas, psicoanalista e artista radicato a Roma. E’ impegnato nella ricerca teorico-pratica sul processo creativo. Il link alla sua Galleria virtuale:https://www.premioceleste.it/artista-ita/idu:75842/

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