Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.

(Hubert Reeves)

La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva.

(Albert Einstein) 

Nel grembo della Natura

Nell’America dalle pianure sconfinate, dalle lande solitarie, dai confini messicani fino all’Alaska, un ragazzo anticonformista rinuncia al confort di una vita borghese per immergersi nella natura selvaggia. Il libro di Jon Krakauer, diventato un classico della controcultura metropolitana, racconta la storia vera di Christopher McCandless, portata nel grande schermo nel 2007 con la regia di Sean Penn, dal titolo in inglese Into The Wild. 

Autentica celebrazione di quell’esasperato anelito alla libertà che in fondo all’anima appartiene a tutti noi, il film di Penn ci regala momenti di inquietudine, ma anche di pura meraviglia che ricordano alcuni brani scritti da Ralph Waldo Emerson (1836) nel suo famoso libro Natura: “La Natura non veste mai una mediocre apparenza. Né l’uomo più saggio può strapparle i suoi segreti”[1].

Per Emerson l’uomo è simile a Dio, ma un “dio decaduto” il cui unico scopo è quello di ritrovarsi, attraverso il recupero di un corretto rapporto con la natura e la consapevolezza della propria posizione in seno all’universo: un vero e proprio atto di fede il cui senso ultimo sfugge da qualsiasi retorica religiosa per accedere ad una dimensione altra, autenticamente umana nella quale inserire il proprio vissuto più intimo e personale.

Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo? Perché non dovremmo avere anche noi una poesia e una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione, e una religione a noi rivelata, piuttosto che la sua storia?”[2]

Il film di Penn esprime con i suoi forti contrasti la continua alternanza tra una Natura sublime e allo stesso tempo spietata ed il vuoto interiore del personaggio alla ricerca del senso perduto. Ci trascina attraverso boschi e praterie, foreste; tra lo stupore, la meraviglia e quel timore reverenziale verso qualcosa di ineluttabile dinanzi al quale proviamo un pugno allo stomaco.

“La natura non è sempre vestita con l’abito della festa, e la scena che ieri emanava profumi e luccicava come per l’allegra danza della ninfa, oggi è soffusa di malinconia”[3].

Per Emerson come per i cabalisti la Natura è spirito incarnato. La più grande beatitudine e il vero dono offerto dalla sua contemplazione è la consapevolezza di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione, tra l’uomo e gli animali, tra l’uomo e la Natura tutta. Eppure, Emerson ne è certo che il potere di produrre questa immensa gioia non appartiene alla Natura, ma all’uomo stesso, anzi all’armonia tra l’uno e l’altra.

“In piedi sulla nuda terra – con la testa inondata dall’aria gioiosa e sollevata verso lo spazio infinito – ogni egoismo meschino svanisce. Divento una pupilla trasparente, non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono una parte o una particella di Dio”[4].

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L’equilibrio per Emerson può essere raggiunto solamente quando si torna a guardare “Dio e la natura faccia a faccia”: nel reciproco riconoscimento, nella “corrispondenza”, nella fratellanza. Ed è proprio in questo spazio aperto dal dialogo tra uomo e natura che, ci ricorda lo scrittore americano, si colloca l’Arte.

“Ma se un uomo vuole davvero essere solo, che guardi alle stelle […] Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creta trasparente proprio allo scopo di dare all’uomo, attraverso i corpi celesti, la perpetua presenza del sublime”[5].

Il tema della fuga dal confort e dalla civiltàil coraggio di operare una scelta radicale come quella di abbandonare l’alienante quotidianità, ma soprattutto l’inseguimento di un qualcosa che ci riporti a noi stessi è il leitmotiv degli scritti di Henry David Thoreau (1817-1862), ecologista ante litteram e icona del pensiero ambientalista, il quale, insieme al suo amico Ralph Waldo Emerson,  è considerato il massimo esponente di quella corrente letteraria definita il “rinascimento americano”.

Nel suo famoso libro Walden ovvero Vita nei boschi (1854)Thoreau ‒ che ha fatto della solitudine e del contatto con la natura il suo personale percorso di autoscoperta ‒ descrive nei dettagli la sua avventura di riconciliazione con il mondo naturale, una vera e propria sfida alla sopravvivenza e allo stesso tempo un invito alla contemplazione. Il libro fu scritto nel 1845, a ventotto anni, durante il periodo vissuto in una capanna da lui stesso costruita sulle rive del lago Walden (vicino alla città di Concord, negli Stati Uniti) nella quale rimase per due anni e due mesi.

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Libro cult della consapevolezza ambientalista e caposaldo della controcultura americana,Walden è un manifesto contro l’inerzia etico-morale della società americana dell’epoca, esasperatamente materialista, e allo stesso tempo una dettagliata descrizione del ritorno dell’autore nel grembo della Natura. Thoreauchiamato a “marciare al suono di un tamburo diverso”, come Christopher McCandless, il protagonista del libro di Krakauer portato sul grande schermo da Penn, compie una scelta radicalmente opposta ai valori e ideali di una società nei confronti della quale si sentiva “alienato fra i suoi simili”.

Attraverso questa piena immersione nella natura il giovane autore americano cercava in un mondo sepolto il contatto profondo con se stesso, con le sue sensazioni ed emozioni. Ricerca questa che assume una dimensione universale in quanto lo rende artefice del proprio destino e consapevole della sua posizione in seno alla Natura.

“È una di quelle serate deliziose quando il corpo intero è un unico senso e inspira felicità da ogni poro. Vado e vengo nella Natura con una strana libertà e sono parte di essa. Mentre cammino lungo la pietrosa riva del lago, in maniche di camicia, malgrado ci sia un vento fresco, il cielo sia coperto ed io non veda nulla di particolare che attragga la mia attenzione, tutti gli elementi mi sono stranamente congeniali”[6].

Nella più profonda solitudine, con uno sguardo privo di scopi e di pregiudizi, attento a ogni cosa senza esclusione di nulla “il vagabondo di Walden” apre il suo cuore alla Natura, alla ricerca di quell’alfabeto segreto celato tra le pieghe degli elementi più insoliti e allo stesso tempo così familiari: guardando il lago ne sente la pace delle sue acque quiete; avvolto dalla nebbia gli sembra di scrutare la Luce che tutto illumina. Nella ripetizione infinita della forma esagonale dei fiocchi di neve, riconosce il disegno cosmico ed in un lampo la “terribile maestà” della Natura.

Anche Jung, come Thoreau, cercava nell’essenza di ogni cosa quella dimensione etica, estetica e metafisica, molto al di là della semplice percezione sensoriale“ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il focolare e la stufa, e a sera accendo le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente, e pompo l’acqua da un pozzo; spacco la legna, e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice: e quanto è difficile essere semplici. A Bollingen mi trovo nella mia più vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso. Sono, per così dire, ‘l’antichissimo figlio della madre’”; così racconta il teorico dell’inconscio archetipico/collettivo nella sua autobiografia.

Scrive Thoreau: “a meno che il ronzio di un moscerino non sia come la musica delle sfere, e la musica delle sfere come il ronzio di un moscerino, non sono nulla per me”[7].

Vivere in un bosco sostentato solo dal lavoro delle proprie braccia è stato un grande esperimento di decrescita ed insieme una testimonianza all’umanità. L’esperienza di Thoreau di immersione nella Natura, la sua insoddisfazione rispetto ai valori condivisi, il suo senso di rifiuto e di “soffocamento” è lo stesso che caratterizza oggi molte persone che cercano strade alternative e sono portate a fare proprie la cultura della decrescita: vivere all’insegna dell’autosufficienza e della resilienza, del “lavoro delle proprie braccia”, dalla rinuncia al consumo frivolo ed al profitto ad ogni costo, valorizzando al massimo il rapporto con gli altri e l’armonia con la natura. Molti movimenti ecologisti hanno tratto ispirazione dall’esperienza e dal pensiero di Thoreau.

La Torre di Babele

Il vento pianta il seme”, scrive Emerson; “il sole fa evaporare il mare; il vento soffia il vapore sul campo; il ghiaccio, dall’altra parte del pianeta, condensa la pioggia; la pioggia nutre le piante; le piante nutrono gli animali; e in questo modo la circolazione infinita della divina carità nutre l’uomo”[8].

Nello stesso modo in cui… quando si perfora il terreno per ricavare petrolio in Arabia Saudita, l’aria del Brasile viene inquinata. La niña (corrente fredda) nelle coste del Perù aumenta l’incidenza di uragani nel sud degli Stati Uniti e provoca siccità e incendi nel Texas. Quando immettiamo nel mercato italiano nuovi modelli di automobili, provochiamo altro inquinamento e i ghiacciai nel Polo Nord si sciolgono; e quando il ghiaccio nel Polo Nord si scioglie, il mare si innalza e N.Y. rischia di essere allagata. Tutte queste azioni sono collegate e si influenzano reciprocamente all’infinito mettendo in evidenza lo stretto legame che c’è fra l’uomo e la natura tutta, le interconnessioni e le forze che vi dimorano.

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. Per Platone “sapienza” significa la conoscenza dei “segreti” della Natura e nell’antichità coloro che possedevano questo tipo di conoscenza erano definiti “saggi”.

I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”. La fonte di tutta la sofferenza del mondo sarebbe quindi la conseguenza della nostra visione parziale, lontana appunto dalla “saggezza” in quanto visione totale, progetto integrale: una conseguenza del nostro stato di non integrazione con il resto della Natura. 

Risultati immagini per madre terraL’umanità oggi volge l’attenzione al mondo antico alla ricerca di nuove fonti di ispirazione e di nuove soluzioni all’emergenza globale. Ciò che oggi definiamo “la coscienza planetaria”, secondo le nostre tradizioni sapienziali, non è una caratteristica dell’essere umano evoluto, ma è in realtà ‒ come ci descrivono anche studiosi moderni come Gregory Bateson o Arne Naess ‒ la pura essenza della Natura. Siamo abituati a pensare alla coscienza umana attuale che è quella che noi percepiamo con i nostri cinque sensi, come “normale”; tutto il resto appartiene al regno “dell’immaginazione”. La nostra percezione arriva lì dove finisce la nostra pelle e le idee di una nostra appartenenza a qualcosa di molto più ampio, nel quale siamo tutt’Uno, ci appaiono come del tutto eccezionali. Se però approfondiamo la nostra ricerca e analizziamo la storia delle civiltà e le idee di altri tempi, possiamo osservare che è vero esattamente il contrario: il nostro pensiero frammentario e meccanicista sviluppato negli ultimi secoli con la sua visione riduttiva del mondo, visione che oggi dimostra le sue falle, non è la regola, ma l’eccezione!

Il filosofo Benedetto Spinoza cercava in tutte le manifestazioni della vita “la sostanza unica e la Cabalà afferma che solamente se ci mettiamo in armonia con la Natura, possiamo afferrare il “pensiero profondo” che si cela dietro di essa: cioè “il piano Generale”. La comprensione di questo piano ci renderebbe in grado di “partecipare” alla Grande Opera attraverso l’espressione creativa proprio come il “Grande Architetto” e sarebbe proprio questo lo scopo della Creazione.

Goethe riconosceva che i grandi artisti (e aggiungo, anche gli scienziati) creando le loro opere, seguivano, per impulso dell’anima, le stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. Le grandi opere d’arte (e le grandi idee) sarebbero quindi prodotte dagli uomini secondo leggi vere, naturali e ontologiche. Ogni arbitrio, ogni fantastica immaginazione, a questo punto crolla: qui si tratta di Necessità, “qui è Dio”, afferma Rudolf Steiner, che attraverso di noi procede il suo “Piano creativo”.

Ma tutto ciò non è possibile finché rimaniamo “separati”. Il primo gradino dello sviluppo verso ciò che viene definito “la separatezza” ebbe inizio quando l’uomo iniziò a modificare la natura per servirsene a proprio vantaggio, quando iniziò a volerla piegare ai propri desideri e si è quindi distaccato da essa. Alienandosi dalla Natura gli uomini si distanziarono sempre di più gli uni dagli altri. Questo momento è rappresentato simbolicamente nella tradizione biblica come “la costruzione della torre di Babele”. La Bibbia descrive “La caduta della Torre di Babele” come l’origine delle diverse lingue che separano gli uomini e li rendono incapaci di comunicare.

Le tre tappe della coscienza

L’osservazione e l’analisi degli aspetti soggettivi dell’essere umano insieme ad alcune considerazioni sulla natura della conoscenza sembrano indicare abbastanza distintamente tre tappe dello sviluppo della coscienza: un primo stadio in cui lo sciente, l’oggetto conosciuto e la conoscenza sono ancora indifferenziati. Anche se non lo possiamo osservare direttamente né circoscriverne i confini, possiamo riscontrare questa modalità conoscitiva nell’uomo primitivo e nei bambini molto piccoli, quando il soggetto non è ancora distinto dalla conoscenza e dalla percezione.

Il secondo stadio è quello in cui si trova attualmente la maggior parte dell’umanità e corrisponde ad una fase in cui si è stabilizzata la differenziazione tra sciente, conoscenza e conosciuto: la coscienza dell’io è diventata sempre più distinta e con essa la percezione di un “oggetto separato”. Alcune persone riescono a ricordare il momento in cui, per la prima volta, si sono percepite come “un io separato” e lo descrivono come qualcosa di spaventoso, come sentirsi improvvisamente “tagliati fuori dal mondo”. L’evoluzione successiva a questa “nascita dell’autocoscienza” ha scavato sempre di più la profonda, fatale spaccatura tra ciò che riconosciamo come noi stessi e il resto… “là fuori”. La letteratura esistenzialista descrive molto bene questo sentimento di solitudine, di essere lasciati soli dinanzi ad un mondo morto e privo di senso.

A questo punto della nostra evoluzione le cose del mondo acquisiscono importanza solamente nella misura in cui ci lusingano (il nostro io illusorio); l’autocoscienza diventa quasi una malattia e ci troviamo imprigionati in una sorta di trappola: il desiderio di possedere il mondo con i suoi allettanti oggetti diventa il motivo principale dell’esistenza. Dobbiamo ammettere però che questa ipertrofia dell’io con tutte le sue infinite necessità in ogni modo ha rappresentato un importante stimolo all’intelletto, a scapito però dello sviluppo armonioso della relazione tra noi e il mondo. Anzi, ha favorito un vero e proprio antagonismo tra gli uomini, così come tra intelletto/emozione, soggetto/oggetto, individuo/società e così via… Con l’emergere di queste profonde fratture nella vita interiore e nella società, si arriva al terzo stadio.

Quando la “separazione” è completa e ci addentriamo in una sfera di illusione e follia, ci troviamo prima o poi a confrontarci con la terribile paura e con tutto il dolore che accompagnano questa illusione. Solo allora, inaspettatamente, inizia a balenare in noi l’intuizione della libertà, di qualcosa di immenso che sembra trovarsi proprio dietro l’angolo: la terza forma di coscienza, definita coscienza cosmica o universale. Quando emerge questa coscienza/esperienza ‒ perché di “esperienza” si tratta, definita dalla psicologia del profondo come “l’esperienza del Sé” ‒ la sensazione è quella di dissolversi e di essere improvvisamente inondati da tutto ciò da cui prima eravamo “separati”, proprio come se fossimo finalmente una cosa sola: una riconciliazione che pone termine al lungo processo di differenziazione e lascia spazio all’integrazione: lo sciente, la conoscenza e la cosa conosciuta sono ancora una volta Uno. Scrive Jung: “Distinguo quindi tra l’Io e il Sé, in quanto l’Io è solo il soggetto della mia coscienza, mentre il Sé è il soggetto della mia psiche totale, quindi anche di quella inconscia. In questo senso il Sé sarebbe un’entità (ideale) che include l’io”[9]. Afferma ancora Marie Louise Von Franz: “Solo attraverso il Sé, quindi, l’uomo può essere in contatto con il prossimo senza secondi fini, laddove l’io emotivo è quasi sempre oscurato da ogni sorta di motivazioni egocentriche, consce o inconsce”[10].

Attraverso questa esperienza, stando alle descrizioni di chi la vive, si accede alla vera e unica “conoscenza reale”. Esperienza questa che è stata descritta per secoli in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche storiche. La vera conoscenza è perciò quella in cui soggetto e oggetto sono conosciuti come una cosa sola ed è naturalmente una forma di conoscenza diversa dal primo stadio nel quale soggetto e oggetto erano, anche in quel caso, una cosa sola, ma non essendosi mai differenziati non potranno mai essere conosciuti come unità. Questo terzo tipo di coscienza, porta con sé una particolare forma di illuminazione: l’oggetto e l’io sono percepiti congiuntamente non solo attraverso l’atto speciale della conoscenza che li unisce, ma profondamente, nella loro essenza.

È come se venisse “quadrato il cerchio”: l’aspetto esteriore della conoscenza (albero, sole, pietra, gli altri…) non è più unicamente esteriore, ma viene percepito insieme alle sue “qualità intrinseche nascoste”, come un simbolo dotato di vita propria. Tutto ciò che ci circonda non è più semplicemente visto con gli occhi e toccato con le mani, ma è sentito essenzialmente come una parte di sé. Questo vedere, toccare e sentire sollecita una risposta profonda, un’eco che risuona all’infinito. La conoscenza a questo punto, sostiene Jacob Boehme, si illumina e si arricchisce di nuove possibilità, abbandona la sua illusoria forma di pensiero e acquisisce una dimensione cosmica/universale.

Psiche e Natura

La natura, quindi, nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato, è Lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Gregory Bateson, psicologo eclettico, nel suo libro Verso un’ecologia della mente cerca di definire un concetto rivoluzionario: la mente ecologica. Esponendo la sua visione olistica del substrato materiale sottostante i processi mentali e che li mantiene in vita, lo psicologo britannico ci offre una visione più completa ed ecologica dell’essere umano e del suo funzionamento mentale, delineando un punto di contatto tra il nostro comportamento e la Natura.

Risultati immagini per Gregory Bateson Nei suoi ultimi anni di vita Bateson espone in un libro intitolato Mente e Natura, pubblicato nel 1979, pochi mesi prima della sua scomparsa, non solo la sua visione del rapporto Mente/Natura, ma soprattutto il filo conduttore che lo ha portato a concepirla. Attraverso collegamenti originali, esempi e un pensiero ardito, Bateson è riuscito nell’intento di definire e circoscrivere alcune caratteristiche della mente “ecologica” e dimostrare la trama sottile e l’inesorabile connessione tra Mente e Natura, tra pensiero ed evoluzione. È questa la sua idea più nuova e più audace, allo stesso tempo carica di ulteriori sviluppi: “Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l’ameba da una parte e lo schizofrenico dall’altra?”[11]

La convinzione originaria di Bateson è che ciò che intendiamo per conoscenza, il conoscere di ognuno di noi, sia “una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l’intera biosfera o ‘creazione’”[12]. Per Bateson nella storia umana “naturale” l’ontologia e l’epistemologia non possono essere separate, nel senso che le nostre convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che ci circonda determineranno il nostro modo di percepirlo e di conseguenza anche di agire nel mondo stesso; e “la risposta del mondo” a questo nostro modo di percepire e di agire determinerà a sua volta, in modo circolare, le nostre convinzioni sulla natura del mondo stesso.

Scrive Bateson: “Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con l’ascia, ogni colpo d’ascia è modificato o corretto secondo la forma dell’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo (cioè mentale) è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscoli-colpo-albero; ed è questo sistema totale che ha caratteristiche di mente immanente”[13].

Con queste parole Bateson sembra affermare che i processi mentali non appartengono solamente al soggetto umano: anche se la coscienza rimane una caratteristica unica della nostra specie, per lo psicologo anglosassone lo scenario naturale nel quale essa si interroga sulla propria identità non è più lo stesso: non più quello di un immaginario “architetto”, l’essere pensante protagonista della scena, come siamo abituati a credere, ma quello “ecosistemico” della “struttura che connette”.

“Pensare come una montagna”: il sé ecologico

La Terra sta attraversando una grave crisi ecologica, destinata a peggiorare: catastrofi climatiche, siccità, allagamenti, uragani sono sempre più frequenti in una escalation di emergenze ambientali. Di fronte a tutto questo un numero crescente di persone si rivolge alla scienza chiedendo le risposte che un tempo aveva promesso. Naomi Oreskes, docente di storia della scienza alla Harvard University, con una ricerca approfondita, dimostrò nel 2011 che, nonostante la diffusione di opinioni “negazioniste”, il clima si stava realmente riscaldando e che la responsabilità ricadeva sull’uomo. La studiosa americana ha cercato di individuare le ragioni per le quali noi occidentali, nonostante tutte le informazioni scientifiche accessibili, non affrontiamo in maniera appropriata la catastrofe ambientale imminente, una sorta di disastro annunciato.

Nel suo romanzo distopico Il crollo della civiltà occidentale[14], scritto insieme a Erik Conway e ambientato nel 2393, un giovane studioso cinese cerca di analizzare, trecento anni dopo, gli eventi catastrofici che portarono la nostra civiltà al collasso. Con uno stile originale tra finzione e saggio, il libro riesce a mostrare al lettore la direzione presa attualmente dalla nostra civiltà e il cataclisma ambientale che si sta preparando, se non interveniamo tempestivamente per fermare questo percorso autodistruttivo. 

Risultati immagini per uomo e natura Secondo Arne Naess, filosofo norvegese e fondatore dell’ecologia profonda, occorre “pensare come una montagna”, immergersi nel mondo, identificarsi con esso e non considerarlo con distacco[15]. Questo senso dell’io profondamente radicato nella relazione con la natura viene definito da Naess “sé ecologico”. Il pensiero di Naess è stato influenzato dal filosofo Benedetto Spinoza, dalle idee di Gandhi e in particolare dalla visione buddhista della realtà. Come principio ideologico e come comportamento rispettoso della Natura in senso ampio, “l’ecologia profonda” già apparteneva a molte culture native americane e sudamericane, allo sciamanesimo e alle filosofie orientali, ma fu Naess a definirlo per primo, in occidente, con gli adeguati i termini scientifici e filosofici.

Naess distingue fra “ecologia superficiale”, che prende in considerazione la “salvezza” della Natura, vista comunque in funzione della sua “utilità” e quindi come “risorsa al servizio dell’uomo”, e “ecologia profonda” che offre una visione molto più ampia e sostiene il valore e la dignità intrinseche del mondo naturale, indipendentemente dal suo beneficio per l’uomo. Per il fondatore dell’ecologia profonda gli uomini interferiscono eccessivamente con il mondo non umano e questa situazione va sempre di più degenerando. Tutto l’esistente è interconnesso e l’essere umano è visto da Naess come parte dell’insieme e non come “separato” dal mondo naturale. Il movimento dell’ecologia superficiale viene considerato da questo punto di vista come una battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse necessarie all’uomo, che non farà altro che “spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. Frase questa che mi appare in questo momento particolarmente profetica. L’approccio di superficie non mette in discussione la fede nella tecnologia e nell’attuale società industriale, nella crescita economica continua, nello sfruttamento delle risorse naturali. Per il filosofo norvegese l’ecologia di superficie non potrà mai modificare le relazioni dell’uomo con la Natura rimanendo all’interno della struttura della società attuale e del modello economico vigente.

 L’elemento determinante, ma trascurato, messo in risalto dal movimento dell’ecologia profonda, è l’empatia, l’identificazione e la solidarietà con la Vita, vista come “insieme”: i singoli organismi, la fauna, la flora, il mare, la Terra stessa. Tutto ciò viene “sentito”, soggettivamente, come “un’intuizione” ‒ che riconosce ad ogni essere vivente il diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa ‒ e non come un ragionamento puramente logico o filosofico.

Altro elemento caratteristico e decisivo dell’ecologia profonda è “lo spostamento della coscienza da centrata sull’umano a centrata sul pianeta nel quale viviamo” ed il riconoscimento del valore intrinseco e indiscutibile degli esseri viventi. Presupposto di questo nuovo equilibrio è la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: un pensiero rivoluzionario che afferma il diritto assoluto alla vita che non dipende dalla maggiore o minore somiglianza o “vicinanza” alla nostra specie. L’attuazione di questi principi comporterebbe modifiche, considerate troppo radicali per la società e per l’economia, alle strutture tecnologiche e ai principi ideologici.

Il punto nel cuore

Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

Lo Zohar, il Libro dello splendore, l’opera chiave della Cabbala, è stato scritto circa duemila anni fa da Rabbi Shimon Bar Yochai e già allora l’autore sosteneva che, alla fine del ventesimo secolo, “l’ego-ismo” (il nostro moderno narcisismo) dell’umanità avrebbe raggiunto i suoi massimi livelli. La Cabbala ci insegna che la Natura, sinonimo del “Creatore”, è unitaria e altruista, e soprattutto è basata sullo scambio.

Secondo lo Zohar l’antidoto contro l’egoismo e la soluzione per raggiungere l’armonia è la fusione con la Natura e la conseguente comprensione del “pensiero profondo” che si cela dietro ad essa. La Natura ci tiene costantemente sotto pressione ed in un certo senso ci spinge ad una scelta di evoluzione (di “dazione”, nel linguaggio cabalistico); colui che rimane impermeabile a questa chiamata e non partecipa a nessuno scambio va incontro alla morte, fisica o psichica che sia.

 L’attuale crisi globale considerata da questa ottica è in realtà una grande crisi dei desideri: ad ogni generazione i desideri diventano sempre più grandi, sempre più impellenti, sempre più assoluti e prima o poi ci costringeranno a fare i conti con i limiti di ciò che ci può offrire Madre Natura. Come Tantalo dinanzi al cibo, noi umani rimaniamo eternamente insoddisfatti; a questo proposito ci ricorda Schopenhauer: “contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci insoddisfatti, inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito; l’appagamento è breve e misurato con spilorceria”[16].

 Per proteggerci dalla consapevolezza e dalla correzione del nostro crescente egoismo, ci costruiamo trofei narcisistici e scudi di ogni genere, tecnologici e psicologici. L’evoluzione dei nostri desideri, secondo la Cabalà, definisce e delinea l’intera storia dell’umanità, desideri che generalmente vengono divisi in tre gruppi. Il primo corrisponde ai desideri animali: nutrirsi, riprodursi, avere una casa. Il secondo ai desideri umani: denaro, rispetto, conoscenza. Il terzo gruppo di desideri riguarda ciò che viene definito il “punto nel cuore”, sono i desideri dell’Anima intesa come elemento che unisce e armonizza l’insieme, e sempre dall’Anima nasce l’ultimo e il più grande di tutti i desideri: quell’anelito verso l’Unione, la Totalità, la cui soddisfazione viene descritta come una corrente infinita di Piacere, gioia e beatitudine.

Secondo Daniel Goleman, autore di Intelligenza Emotiva[17], l’elemento determinante per lo sviluppo di un atteggiamento culturale rispettoso dell’ambiente è la dignità e il rispetto del mondo emotivo. Per l’autore statunitense la cura per l’ambiente va molto al di là di qualsiasi ideologia: è il nostro prossimo gradino evolutivo. Goleman parla di “intelligenza ecologica”, da sviluppare come specie, non più come singoli individui: una consapevolezza da raggiungere “insieme”, indispensabile per affrontare questo momento particolare della storia umana. Una vera e propria sfida nella quale, più che mai, la carta vincente non può che essere il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza della nostra profonda, irriducibile interconnessione.

Non è sufficiente l’enorme quantità di informazioni alle quali possiamo attingere quotidianamente sul web o sui giornali per diventare persone/cittadini/consumatori consapevoli ed “ecosostenibili”. Occorre, oltre alla visione dell’Insieme, un radicale cambiamento emotivo/cognitivo a livello collettivo; che ci permetta di reagire all’inquinamento dell’aria, del cibo o dell’informazione con la stessa risposta istintiva al pericolo che da millenni abbiamo messo in atto all’avvicinarsi di un feroce predatore.

ABSTRACT

La natura nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato: è lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

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Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”.

 


[1] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 22.

[2] Ibidem, p. 19.

[3] Ibidem, p. 24.

[4] Ibidem, p. 23.

[5] Ibidem, p. 21.

[6] Thoreau, H.D., Walden, BUR grandi classici bur, Milano, 2015, p. 201.

[7] Ibidem, p. 156.

[8] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 132.

[9] Jung, C.G. Opere 6, Bollati Boringhieri, Torino, p. 468.

[10]Von Franz, M.L., Il mito di JungBollati Boringhieri, Torino, p. 245.

[11] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 21.

[12] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi Edizioni, Milano, 1977, parte 5, p. 4 [Tratto dalla conferenza per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, tenuta il 9 gennaio 1970 sotto gli auspici dell’Institute of General Semantics].

[13] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 23.

[14] Oreskes N., Conway E., Il crollo della civiltà occidentale, Piano B Edizioni, Prato, 2015.

[15] Naess, A., EcosofiaEcologia, società e stili di vita, RED edizioni, Milano, 1994.

[17] Goleman, D., Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano,1996.

La tigre e il vento. La magia del corpo in terapia

La tigre e il vento. La magia del corpo in terapia

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 

Fuggi da quanto ha già forma agli aperti reami delle forme possibili .

(Goethe)

 

Alle Sirene prima verrai, che gli uomini stregano tutti, chi le avvicina… … col canto armonioso lo stregano, sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri umani marcenti; sull’ossa la carni si disfano. Ma fuggi e tura gli orecchi ai compagni, cera sciogliendo profumo di miele, perché nessuno di loro la senta: tu invece, se ti piace ascoltare, fatti legare nell’agile nave i piedi e le mani ritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde ti attacchino, sicché tu goda ascoltando la voce delle Sirene. Ma se pregassi i compagni, se imponessi di scioglierti, essi con nodi più numerosi ti stringano…

(parole di Circe sovrana)

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Trascendere l’io

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La nostra epoca è caratterizzata soprattutto da questa separazione tra l’ego razionale e l’unità primordiale con la natura, dalla perdita della “participation mystique”. Da ciò conseguono, secondo Richard Tarnas la repressione e il dominio da parte della cultura maschile razionale, del principio femminile in quanto istinto, emozione, fecondità, Mistero, Natura. Uno dei paradossi della natura umana è che un ego così duramente conquistato venga dalle nostre più antiche tradizioni di saggezza spirituale esortato a lasciarsi morire. Con una vaga promessa: “la salvezza”. Nel suo interessante libro, intitolato “The passion of the western mind”1, Tarnas traccia le varie tappe di questo percorso di sviluppo della coscienza occidentale dall’antichità fino ai giorni nostri e analizza le attuali, drammatiche conseguenze dell’“impermeabilità” del nostro confine egoico e della predilezione tipicamente occidentale per la “separatezza”, il paradigma della scienza che affonda le radici nel vecchio modello newtoniano-cartesiano. Una coscienza, la nostra, secondo Tarnas, oggi testimone del proprio tramonto e che sembra aspirare al superamento dei suoi stessi limiti. Il desiderio più profondo sepolto nell’inconscio dell’uomo moderno è quello di superare questa frattura e di riconciliarsi col femminile interiore. Riconciliazione questa che, secondo Tarnas, è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale dell’occidente. La frase di Einstein nel suo libro “Come io vedo il mondo” appare emblematica di questo nuovo approccio dell’uomo alla sua stessa coscienza: “Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io”2.

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Il termine “transpersonale” coniuga la preposizione “trans”, che nel latino significa (ciò che va) “oltre”, ciò che “trascende”, e il termine “personale”, che deriva da “persona”, cioè “maschera” (nell’antichità le maschere indossate dal personaggio in una performance teatrale). Jung utilizzava il termine transpersonale per definire quei territori dell’inconscio che contengono l’eredità spirituale dell’umanità, gli “archetipi dell’inconscio collettivo”. Ciò che caratterizza l’approccio terapeutico transpersonale non è il contenuto ma il contesto in cui si opera. Indipendentemente da quale sia il livello dello “spettro della coscienza” (Wilber), o il “territorio esperienziale” (Grof) sul quale si sta focalizzando il processo terapeutico, il terapeuta transpersonale è consapevole di tutte le possibilità esistenziali ed è disposto a seguire il cliente nel sul percorso attraverso nuove e più ampie dimensioni esperienziali ogni volta che se ne presenti l’occasione. Come afferma Peter Schellenbaum: “Una psicologia che segua il soggetto umano in tutto e non trasmetta le limitazioni del proprio metodo sfocia nella mistica”3, o possiamo anche dire, quando si raggiungono certi livelli di regressione… nel “rituale magico”. Nell’antichità, presso i greci e romani ad esempio, si usava dire che se non venivano celebrati i dovuti sacrifici e rese le dovute offerte agli dèi, questi, irati, prendevano ciò che gli spettava con la forza e si vendicavano arrecando malattie e disgrazie. Malattie che sono state poi interpretate da Hillman, sulla scia di Jung, come il “ritorno degli dei”, i quali, dimenticati, ci chiedono attraverso la malattia di “venire alla luce” e fare ingresso nelle nostre vite. Ogni patologizzazione sarebbe quindi un’attività creatrice e ogni forza intrapsichica rimossa, per esempio emozioni, traumi, parti di noi stessi abbandonate durante il nostro processo di civilizzazione e socializzazione, potrebbe bussare alla nostra porta e chiedere di ritornare attraverso la sofferenza, i sintomi o più semplicemente arrestando il nostro flusso vitale fino a quella terribile sensazione di “non essere più vivi” che chiamiamo “depressione”. Quando ero bambina mi colpivano molto la fantasia, gli “altarini” del Candomblé (religione afro-brasiliana), che venivano allestiti in onore degli “orixas” (divinità che rappresentano le forze della natura). In questi altari foderati di pizzo bianco si usava mettere davanti agli oggetti simbolo delle divinità il loro cibo preferito e l’acqua in diverse ciotoline di coccio, per il loro nutrimento quotidiano. Mi colpivano soprattutto i gesti che accompagnavano queste azioni quotidiane, gesti armoniosamente eseguiti con l’anima e con il corpo in un’atmosfera solenne e che acquisivano così una valenza profondamente simbolica, traboccando di quel “qualcos’altro” che permea ogni cerimonia, ogni gesto rituale. La cultura indiana possiede anch’essa strumenti collettivi, rituali e cerimonie per “integrare e elaborare” molte di quelle esperienze dell’”oltre”, esperiemze intime e visionarie nel pieno riconoscimento della loro sacralità. Durante queste cerimonie gli dèi vengono invocati, coccolati e riveriti, prima che facciano sentire tutta la loro ira vendicatrice. Da studi e ricerche eseguiti nell’ambiente del Candomblé, durante i periodi di “silenzio dei tamburi” (questi riti, in tempi passati, sono stati repressi dalle forze dell’ordine) è stato riscontrato un significativo incremento di disagi e malattie psichiche: gli dèi, irati, rivendicavano con la forza ciò che gli era stato negato. Una cerimonia è un rito di venerazione, un rito sacro (la parola deriva da una radice sanscrita che significa “fare”). Una cerimonia implica quindi un’azione che affonda le sue radici nelle profondità senza tempo della psiche, nella dimensione transpersonale e si pone al suo servizio, mentre l’azione, a sua volta, si estrinseca nel mondo della realtà incarnata e materiale, nella quale il corpo si muove, agisce. Nel gesto cerimoniale corpo e anima si uniscono attraverso un’azione specifica del corpo all’interno di un modello psichico trans- personale.

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Riferendoci alla cartografia dell’inconscio tracciata da Grof, durante le esperienze degli stadi regressivi, quando si raggiungono quei territori esperienziali che appartengono ad un livello evolutivo precedente alla formazione dell’io (livello perinatale), l’inconscio parla direttamente attraverso il corpo. In questi stadi così primitivi e elementari, la psiche non può essere percepita o rappresentata, può soltanto manifestarsi. Tra gli abitanti della Transcaucasia, gli appartenenti ad una setta chiamata yazidi, secondo quanto racconta Gurdjeff nella sua autobiografia4, avviene uno strano fenomeno: se si traccia un cerchio intorno ad uno dei membri di questa setta, questi non può uscire di sua volontà finché non viene cancellata almeno una parte del cerchio che offre un’apertura, una via d’uscita. All’interno egli può muoversi liberamente, ma se viene costretto a superare la linea del cerchio cade in uno stato di “catalessi”, stato che cessa nell’attimo stesso in cui viene riportato dentro al cerchio. Questo episodio è emblematico della forza e profondità a cui può giungere il linguaggio dei “gesti” e dei “simboli rituali” all’interno di un contesto “sacro”. Nel suo libro Il mondo magico De Martino descrive dettagliatamente le varie tappe di un rito di “guarigione”, eseguito da uno sciamano su una partoriente, durante il quale le doglie vengono evocate attraverso il racconto simbolico di un viaggio dello sciamano all’interno del corpo della partoriente e attraverso la lotta di questi con gli animali che personificano, appunto, le doglie. L’esito finale è il parto. Nel mondo magico descritto da De Martino, l’io della psiche primitiva non si è ancora completamente distaccato dalla sua matrice primordiale, l’inconscio. È come se l’io e l’inconscio vivessero in un perenne stato di indifferenziazione, e in uno stato così primitivo i “gesti magici” rimangono l’unico idioma per comunicare.

Accarezzando il relitto

Il racconto di un percorso analitico è un compito molto arduo, e per certi versi direi quasi impossibile. Qualsiasi cosa riuscirò a scrivere rimarrà sempre molto approssimativa in quanto i momenti più intensi, i messaggi più efficaci, l’essenza stessa della relazione analitica, passano attraverso il linguaggio non verbale e risultano quindi inesprimibili a parole. Dovendo, per una questione di spazio, tralasciare gran parte degli eventi, dei dialoghi importanti nonché dei sogni, mancherà sicuramente il senso di continuità del percorso terapeutico, con i suoi salti e improvvisi arresti. Tenendo ben presente tutti questi limiti, ma soprattutto il limite intrinseco ad ogni trasposizione dell’ineffabile in parole, tenterò di rivivere e di raccontare i momenti più significativi e comunicabili di un percorso di circa due anni e mezzo di terapia, con la frequenza di una seduta alla settimana, e di una relazione tanto profonda quanto limitata, sia nel tempo, sia all’interno dei confini dello spazio terapeutico.

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In ambito transpersonale, il termine “terapeuta” viene usato nel senso della parola greca originale “therapeutes”, che significa “persona che assiste durante il processo di guarigione” e non si riferisce a qualcuno che agisce in modo attivo sul paziente. Grof definisce il “guaritore interno” la tendenza naturale della psiche all’autoguarigione e chiama il terapeuta “facilitatore” del processo inconscio che viene attivato dal cliente stesso. Il rischio d’inflazione a cui va incontro lo psicoterapeuta transpersonale è nettamente superiore a quello normalmente riscontrato in chi svolge questa professione così favorevole alle proiezioni. In quest’approccio il livello di profondità raggiungibile nel percorso terapeutico è tale da trascendere l’io, ed attingere ai livelli perinatale e transpersonale della psiche (livelli “magici”) con il loro linguaggio simbolico/corporeo e le loro potenti manifestazioni. Il rischio che corre il terapeuta in questi casi è quello di sentirsi “l’attivatore” o “provocatore” di tali forze psichiche, di identificarsi così con la “personalità mana” o “il guaritore” etc. Quindi direi che la qualità più richiesta in un terapeuta che interagisce con simili profondità è prima di tutto “l’umiltà”, la coscienza dei propri limiti e la “fede”, fede nel senso di fiducia nelle potenzialità evolutive e “vitali” dell’essere umano, potenzialità che in un certo senso possiamo definire di “autoguarigione” del corpo e della psiche.

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Il dialogo con l’inconscio, attraverso il linguaggio onirico e l’utilizzo della respirazione profonda, favorisce l’attivazione e lo scioglimento di potenti energie, prima imprigionate nelle profondità dell’essere (l’acqua che scorre, le masse d’acqua, il petrolio…) pronte ad essere trasformate (il fuoco…). Quando l’energia grezza si sposta, per unirsi con la coscienza emergente attraverso l’immagine, verso la luce, richiede di essere contenuta sia in senso spaziale sia affettivo, finché non diventa abbastanza cosciente da poter essere espressa a parole. Questo movimento del mondo archetipico che scende verso la manifestazione, ed esprime tutta la sua tensione a realizzarsi-incarnarsi, ci trascina nei meandri della sofferenza più profonda, là dove le nostre ferite sono ancora vulnerabili, senza difese, in opposizione a quelle modalità “sfuggenti” ed un stili di vita che non sono più in armonia con le intenzioni inconsce.

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I nostri genitori sono i primi portatori delle proiezioni del Sé. I complessi associati a queste proiezioni, quando non vengono integrati nella vita cosciente, rimangono molto spesso come dei veri e propri “poli di attrazione” che affondano, carichi di energia, le radici in tali profondità (i complessi autonomi junghiani). Questi complessi agiscono a differenti livelli dell’inconscio e possiedono una tonalità affettiva relazionata ad una determinata tematica archetipica che opera come “calamita” per altri temi analoghi, appartenenti a stadi diversi della vita della persona che si sovrappongono e si confondono. Spesso avviene che i vari livelli di esperienza (biografico, perinatale, transpersonale) si manifestino, contemporaneamente, uniti da un tema comune di base che possiede una determinata tonalità emotiva: per esempio l’abbandono, la solitudine, il combattimento, la violenza. Grof li ha denominati sistemi COEX (sistemi di esperienza condensata): “Un sistema COEX è un raggruppamento dinamico di ricordi (e materiale di fantasia ad essi associati) appartenenti a periodi diversi della vita del soggetto, aventi come denominatore comune una forte carica emotiva dello stesso tipo, una intensa sensazione fisica dello stesso genere, o il fatto di condividere alcuni altri elementi importanti” 5.

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La discesa al mondo infero, alla terra-utero, segna l’inizio di una regressione e di un’alterazione della coscienza che richiede il “sacrificio della luce” e un tributo dell’io. La coscienza si abbassa oltre il “mondo degli opposti”, oltre il mondo così come eravamo abituati a percepirlo, e si eleva (nel mondo dell’inconscio gli opposti coincidono), aprendosi alle vette spirituali. La bocca del coccodrillo è simbolo dell’utero che ingoia, dell’accesso (pericoloso) al livello perinatale (prima della nascita). Essere inghiottiti rappresenta un ritorno all’origine, un ritorno all’utero, ad un’esistenza anteriore alla formazione dell’io, alla “separatezza”. Passaggio, questo, che rappresenta anche un’apertura alla consapevolezza dell’oltre e ad esperienze estatiche. È una metafora di ciò che in psicologia viene definito una profonda regressione, base di ogni “participation mystique”, e che favorisce l’unione tra il cielo e la terra, lo spirito e la materia.

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Durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con vari mezzi, tra i quali la respirazione olotropica, alcune persone rivivono la propria nascita, la lotta nel canale del parto, oppure lo stato intrauterino che viene descritto come un’esperienza di “beatitudine oceanica”, un momento di benessere assoluto, libertà ed espansione. Altri riescono persino a mettersi in connessione con ciò che Grof definisce “memoria cellulare del concepimento” e descrivono una particolare, intensa emozione: il profondo e diffuso dolore che si prova nel prendere forma umana. I grandi sistemi spirituali sostengono che la separazione dalla nostra natura divina, dal nostro “Sé” profondo è la nostra ferita esistenziale (il nostro “peccato originale”), che lentamente si trasforma in una profonda nostalgia e nell’impulso a sperimentare di nuovo “il Tutto”, un impulso verso un’esperienza non ben definita di unità e libertà. Il momento del concepimento viene vissuto come la perdita di questa libertà e unità originari, un dolore intenso, il dolore di essere “incarnati”, “intrappolati” in un corpo individuale e materiale. Secondo quanto emerge da tali vissuti, l’attraversamento del canale del parto accresce sempre di più questo senso di delimitazione e confinamento in una dimensione corporea. La nascita è quindi un passaggio, un “portale” che dalla dimensione spirituale (transpersonale) si apre sul mondo materiale (personale). È significativo il fatto che queste descrizioni, dati fondati sull’esperienza di un numero sempre crescente di persone, siano ancora così poco considerati o addirittura ignorati nell’ambito della psicologia “ufficiale”. Ciò potrebbe essere interpretato come espressione della forte resistenza presente nella nostra cultura verso qualsiasi tipo di esperienza che possa minacciare le nostre “certezze” e i nostri “confini”, i confini della nostra coscienza egoica, così come verso qualsiasi tentativo di superamento di questi stessi limiti: Ulisse fortemente stretto con numerosi nodi e…orecchie turate con la cera… Per quanto riguarda la “memoria cellulare del concepimento”, se consideriamo anche le descrizioni dei percorsi spirituali nella letteratura mistica, possiamo concludere che iniziamo dolorosamente a distaccarci dall’oceano primordiale fin dal concepimento, quando la nostra essenza inizia ad “incarnarsi”, allontanandoci così dalle radici spirituali. La condizione di “separatezza”, “la cacciata dal paradiso”, con tutta la sofferenza che comporta, d’ora in poi sarà parte integrante della nostra condizione umana. Sostiene Laura Boggio Gilot:“La diagnosi differenziale tra la sofferenza psicodinamica, legata alle vicissitudini interpersonali e la sofferenza spirituale legata alla separazione dell’io dal Sé, della mente dall’anima, è quanto di più urgente necessita alle teorie della salute mentale e ai temi della salute sociale”6. Oggi sembra che un gran numero di richieste di psicoterapia così come il continuo incremento delle esperienze di “emergenza spirituale”7 riguardino proprio questo tipo di sofferenza esistenziale: non si tratta più di una cura per “malati”, ma per coloro che avanzano la pretesa esistenziale e morale di guarire da un tormento che ci caratterizza in quanto esseri umani, nell’attuale momento della nostra evoluzione che oggi sembra passibile di superamento.

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Se nella nostra vita personale siamo stati vittime di “abusi” il mondo ci appare terribilmente ostile e minaccioso e questa solitudine esistenziale diventa ancora più profonda e dolorosa, raggiungendo sofferenze e disperazioni difficilmente sostenibili. “Abuso” significa un’invasione della nostra integrità fisica, sessuale, psicologica/emotiva e spirituale. Significa la violazione del nostro spazio, della nostra “sacra” individualità e unicità, un’intrusione attiva nei confini che ci definiscono come esseri umani. Sono questi confini che, delimitando noi stessi dal resto del mondo, confermano la nostra identità, ci proteggono dalle influenze del mondo esterno e determinano la nostra relazione con noi stessi, con le nostre radici spirituali e con quanto ci circonda. Una volta separati dalla nostra “natura divina”, se il mondo non ci accoglie amichevolmente, ma è anzi ostile, invasivo o violento, “mondo” questo molto spesso rappresentato dai nostri genitori che sono i primi a darci il “benvenuto”, rimaniamo come “sospesi”, “disincarnati”, viviamo in una specie di limbo, viviamo nella terra di nessuno.

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La pancia è la sede delle “viscere”, che significa, sia in senso letterale che simbolico, il mondo istintuale. Nell’uomo primitivo, così come nel bambino, in cui prevale la dimensione inconscia, la regione del ventre con il suo carico di vita vegetativa è particolarmente sentita come contenitore della “verità”. È degno di nota il fatto che spesso, nelle manifestazioni fisiche che avvengono durante gli stati non ordinari di coscienza, è il ventre il luogo da dove emergono, una volta “sciolti”, i pianti più profondi e i dolori più antichi. Ciò mi ricorda che in Giappone, durante l’addestramento dei samurai a diventare valenti guerrieri, il primo compito richiesto è quello di portare la mente verso il basso, nel ventre, due dita sotto l’ombelico, nel centro chiamato “hara”, che rappresenta, nel nostro corpo, il luogo che sta al di là del tempo. Se l’attenzione viene portata nell’ “hara” durante il combattimento, prima di un attacco dell’avversario, il lottatore è già riuscito a prevederlo ed è già pronto alla difesa, essendo in contatto con quella parte del suo corpo che trascende il tempo. Viceversa, se un soldato non riesce a portare la sua attenzione all’“hara” può trovarsi impreparato ad un colpo mortale e non gli viene permesso di combattere. L’“hara”, la pancia, è il luogo della “profondità senza tempo” nel nostro corpo. Ed è da lì che arriva Lauretta con il suo grido di dolore, chiedendo di essere tirata fuori dal passato, dove si trova imprigionata, chiedendo di congiungersi con il resto del corpo ed essere integrata alla coscienza attuale.

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La messa in scena di un rituale all’interno del suo “spazio sacro”, luogo e momento di congiunzione tra due mondi, fornisce quindi alla coscienza un contenitore accettabile, capace di “dominare il caos”, di dare nuova forma alle energie rese libere che fino a quel momento erano soggette a timori e tabù. È una forma di apprendimento esperienziali e un’esperienza emotiva correttiva, che “fa” coscienza. Là dove ogni azione o gesto, anche attraverso l’utilizzo di oggetti “profani”, affonda le radici negli strati più profondi della psiche, risuona con mille echi oltre il tempo e lo spazio. I gesti fisici (le azioni rituali) influenzano e trasformano chi li esegue, riverberandosi su di loro, proprio come un’immagine onirica “agisce” interiormente nel sognatore anche senza che egli ne conosca il significato. In questo modo, da un rituale possono scaturire profondi effetti terapeutici in quanto le azioni e le percezioni del sé corporeo che esegue un rituale influenzano il soggetto stesso, allo stesso tempo attore di quei gesti e oggetto dei loro messaggi.

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La manifestazione di contenuti inconsci non ancora assimilati alla coscienza, attraverso un “oggetto transizionale” (Winnicott) dotato di “mana”, è esperienza comune nel mondo magico-primitivo. “Lauretta” rappresentava qualcosa di più di un “oggetto” transizionale: era una foto incorniciata, ma apparteneva anche al mondo immaginale di Laura, era un “personaggio” del suo inconscio, una se stessa ancora non integrata, ma dotata di vita e di volontà, era “viva” e esercitava la sua funzione di contenimento e collegamento tra lo stato di coscienza attuale ed i contenuti inconsci accessibili, ma non ancora assimilati dalla coscienza. Laura sosteneva molto lucidamente che Lauretta “sapeva”, sapeva tutto ciò che c’era da sapere…e che l’avrebbe aiutata. C’era tra loro una sorta di complicità nella consapevolezza del “gioco” e nel senso condiviso della serietà di questo gioco.

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Il vincolo del matrimonio è uno degli esempi della forza e profondità della cerimonia rituale presente ancora oggi nel nostro mondo occidentale, vincolo questo che difficilmente può essere sciolto con firme o sentenze giudiziarie, come siamo abituati a credere. Molto spesso dietro agli apparenti dissidi e incomprensioni a cui vanno incontro gli ex-coniugi dopo la separazione e che si trasformano, a volte, in devastanti e infinite escalation di incomprensioni e aggressività, c’è, più semplicemente, “un rituale che non è stato sciolto”. La tradizione ebraica dispone, per esempio, di un “rituale di separazione”. Nella Chiesa Cattolica soltanto persone ricche e potenti possono usufruire dello “scioglimento del vincolo”, attraverso la “Sacra Rota”, ma in questo caso, lo scioglimento si riduce a una semplice pratica burocratica, priva della sua componente rituale-simbolica. Nella clinica può essere molto utile l’esecuzione da parte dei pazienti di un “contro-rituale” o meglio “rituale di scioglimento del vincolo matrimoniale”, come per esempio: un rito di separazione nella chiesa in cui ci si è sposati, restituire gli anelli e se necessario seppellirli, fonderli o distruggerli; rompere una catena o sciogliere solennemente un laccio, nodo o qualsiasi cosa li univa; separarsi ritualmente dagli effetti personali del partner, distruggere o bruciare una simbolica “ascia di guerra” o oggetti significativi della relazione come per esempio ricordi di un viaggio, di una qualsiasi esperienza comune etc. Abbiamo immaginato, io e Laura, possibili rituali di scioglimento del suo matrimonio.

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Questo tipo di discernimento non porta ad un maggiore individualismo ma, anzi, ad un contatto più profondo e più autentico, in quanto consapevole, con la propria e con l’altrui “umanità”. Laura ha dovuto compiere in un certo senso un salto nel buio: abbandonare le convinzioni e risposte preconfezionate per cercare dentro di sé il significato di ciò che la tormenta e una propria modalità individuale di esistenza. Nell’ambito del Candomblé esiste un personaggio molto paradossale, il suo nome è Exú: “il messaggero celeste”. È a lui che bisogna rivolgersi per comunicare alle divinità le richieste e i desideri degli uomini ed è a lui che si deve chiedere il permesso prima di iniziare una qualsiasi cerimonia. Se non gli vengono resi i dovuti omaggi, il messaggero celeste si vendica interferendo nelle cerimonie o danneggiando colui che lo ha trascurato. Burle, scherzi, trame oscure e indecenze sono le caratteristiche del messaggero celeste, che fu paragonato al diavolo dai missionari e osservatori affrettati. Ma la sua ambivalenza, se la osserviamo meglio, sembra essere proprio l’elemento dinamico atto a “dominare il caos”, a sviluppare, a rendere mobile, ad accrescere e trasformare. Ci ricorda l’Ermete greco, il serpente nella tradizione biblica, il mercurio nell’alchimia. Imbroglione patentato, Exú semina malintesi e discordie ed è colui che costruisce le trappole della vita agli esseri umani. Secondo la leggenda africana Exú è capace di fare cose strabilianti come: trasportare l’olio in una cesta, uccidere un uccello ieri con un sasso tirato oggi, far sanguinare le pietre… Il lunedì è il giorno a lui consacrato, così come l’inizio di qualsiasi rituale o cerimonia: è sempre a lui e soltanto a lui che bisogna rivolgersi per ottenere il favore degli déi.

In questo tipo di percorso dolorosissimo, non occorre “sapere” la verità, ma viverla nell’esperienza. Non si tratta di acquisire una conoscenza intellettuale, ma di percorrere coraggiosamente una via, i cui sentieri e paesaggi molto spesso sfuggono a qualsiasi descrizione. Il mio compito di terapeuta è quello di accompagnare e sostenere l’iniziando in questo percorso. In molti momenti non sono sufficienti le parole, anzi è molto più efficace sul piano psicologico la comunicazione non verbale che comunque esiste sempre nell’ambito di un rapporto terapeutico. A nutrirlo e rassicurarlo quando necessario sono la mia personale esperienza, così come la mia personale relazione con il mondo interiore irrazionale. Ciò richiede che io sia stata a contatto, a mio tempo, ma continui a farlo anche adesso, con questa dimensione dell’esistenza, mettendo continuamente in discussione tutta me stessa, le mie sicurezze e convinzioni. E a sostenermi in questo percorso è soprattutto la mia fede nelle infinite potenzialità della natura umana.


Note

1 Tarnas, R., The Passion of the Western Mind. Understanding the Ideas That have Shaped Our World View, Ballantine Books, New York, 1991.

2 Einstein, A., Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma, 1988, p. 28.

3 Neumann, E., Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 19-20.

4 Schellenbaum, P., La ferita dei non amati, Red, Milano, 2002, p. 194.

5 Jung, C. G., Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 37.

6Neumann, E., Psicologia del profondo e nuova etica, Moretti & Vitali, Bergamo, 2005, p. 65.

7 Gurdjeff, G. I., Incontri con uomini straordinari, Adelphi, Milano, 2001.

8 Grof, S., Oltre il cervello, Cittadella , Assisi, 1997, p. 47.

9 Boggio Gilot, L., Crescere oltre l’io, Cittadella, Assisi, 1997, p. 254.

10 Una crisi esistenziale che racchiude in sé il seme della trasformazione. L’espressione “emergenza spirituale”, nel suo doppio significato di “pericolo” e “opportunità”, esprime la complessità di questo momento psicologico-esistenziale dal quale si può emergere completamente trasformati Cfr il mio romanzo Água scura, Di Renzo editore, Roma, 2005.


 

Novità editoriale:

Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015).
Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale ( Alpes Italia, 2013).
Agua scura, edito da Di Renzo Editore, 2005

I libri di Virginia Salles sono ora nuovamente disponibile su lafeltrinelli.it.

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“Aldo Carotenuto e l’individuazione su “Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 20, Alpes Italia, Roma, 2015


*L’immagine di copertina è di Friedensreich  Hundertwasser, nato Friedrich Stowasser, (Vienna, 15 dicembre 1928 – 19 febbraio 2000),
è stato un pittore, scultore, architetto, ecologista austriaco.
Clicca qui per visualizzarne un ingrandimento.

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