L’Eden abbandonato

L’Eden abbandonato

di Virginia Salles, Roma

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Un cuore spezzato

La qualità più tipica dell’essere umano è la sua capacità di porsi domande, di squarciare il velo delle apparenze e cercare l’essenza della vita nelle cose nascoste. Secondo Freud quando l’uomo si domanda “che senso ha la vita?”, è già malato. Nobile malattia questa che nasce da una mancanza profonda, da un sentimento indefinito di abbandono ed eterna insoddisfazione e che definisce la nostra stessa  natura, la nostra umanità.

La storia  umana potrebbe (o dovrebbe) iniziare proprio da questa insoddisfazione, dalla scoperta che esiste una mancanza e quindi un desiderio per qualcosa che va oltre le nostre apparenti  necessità; un desiderio che va oltre la famiglia, la casa, i riconoscimenti, il successo, il denaro, la  sicurezza, che è molto di più di tutto questo e che non è stato ancora scoperto dal consumatore moderno  né dalla pubblicità. Un desiderio per qualcosa che riusciamo a scorgere solamente ad occhi chiusi, nei nostri sogni più arditi. Non conosciamo la radice della nostra insoddisfazione, ma la  scoperta della nostra mancanza più profonda va di pari passo con la scoperta della nostra inadeguatezza ed insufficienza, la cui consapevolezza implica una grave crisi esistenziale individuale e collettiva. Non sappiamo ben definire questo agognato “qualcosa” senza che ci venga in mente l’immagine di un Paradiso perduto, un Paradiso dal quale, nella notte dei tempi siamo stati “cacciati”.

Una frase cabalista afferma che non c’è recipiente più perfetto di un cuore spezzato. Le pene della vita ed il grido di dolore per ciò che è stato perduto, se accettate e comprese, diventano elementi propulsivi all’apertura nel nostro cuore, attraverso il quale può risplendere una nuova consapevolezza. E’ questo il senso del verso del Cantico dei cantici: “spia dalle fenditure”.

La stessa radice della parola “mito” (dal greco mitos) ci richiama ad “entrare nel Mistero” ed il più antico dei miti, il mito di Adamo scacciato dal Giardino dell’Eden, ci invita ad un viaggio di ritorno e cela un “segreto” esistenziale molto importante di cui ci parla Nadav Crivelli, cabalista brillante e aperto alle più svariate forme del sapere: questo segreto è la “Via all’albero della vita”, la conoscenza preziosa di ciò che in psicologia chiamiamo “inconscio”, nei suoi vari livelli di profondità: personale (Freud), collettivo-archetipico (Jung), profondo-spirituale (transpersonale). Nel linguaggio della Cabalà questi tre livelli di coscienza vengono definiti: la consapevolezza normale dell’individuo, l’inconscio e il super-conscio.

L’Eden, il giardino delle delizie, non può rappresentare che uno stato di coscienza, un’armonia ritrovata che anche in ambito transpersonale viene definito appunto “super-conscio”: una forma di conoscenza numinosa, la profonda consapevolezza di chi siamo unita alla visione dell’insieme al quale apparteniamo. Visione che è contemporaneamente un misto di comprensione ed emozione insieme ad un oceano di piacere: il piacere, dicono i cabalisti, di “ricevere la Luce” e conoscere quella parte di verità  che fino a quel momento non era stata ancora integrata nella coscienza limitata. E’ lì che si trova il seme della nostra crescita personale, le risposte alle nostre domande  fondamentali e la capacità di aiutare gli altri nella loro evoluzione: nel percorso “a ritroso” lungo l’Albero della vita.

Nella visione della Cabalà l’inconscio è il “non compiuto”,  uno spazio infinito, nascosto alla nostra consapevolezza ordinaria, carico di energia e potenzialità che gravita intorno al  nucleo centrale della nostra personalità (il “Sé” di Jung). E’ il polo femminile dell’essere nel suo significato archetipico e la nostra lontananza da questo nostro nucleo autentico viene rappresentato nel mito come “la caduta” e in ambito cabalistico viene definito “la condizione d’esilio” nella quale ci troviamo –  una condizione di  abbandono di noi stessi. Il nostro dramma è quello di aver definito “normalità” questa condizione di alienazione esistenziale.

Prendere coscienza di questo stato di esilio significa metterci alla ricerca della via di ritorno per “riannodare i lacci” , o “costruire  ponti”, tra questo nucleo eterno e la nostra personale interiorità. Questa “via di ritorno” di cui parlano tutte le nostre tradizioni spirituali e la Cabalà in particolare, è una doppia via, ci ricorda Crivelli: una via che sale e poi scende, una via che entra ed esce; infatti in ogni  percorso di ricerca interiore è di importanza fondamentale che ci sia sempre la possibilità del ritorno.

Jung, nei suoi libri, ci descrive questo “cammino verticale” che, come la corrente di un fiume, percorre a ritroso il nostro “cordone ombelicale” e lancia il suo grido d’allarme quando ci ricorda che molto più dei nostri “Templi di pietra” –  espressione di una religiosità ancora immatura e ormai privi di qualsiasi accesso alla dimensione trascendente dell’esistenza – l’uomo moderno ha un immenso bisogno  di simboli. Simboli capaci di unire ciò che è stato separato e di ristabilire la congiunzione tra la nostra parte fisica e quella spirituale. Simboli che uniscano la terra con il cielo e tutte le “cose” del nostro mondo con la loro radice archetipica. La psicologia junghiana, come la Cabalà, considera questa esperienza di abbeveraggio dal pozzo della vita il vero scopo della nostra esistenza.

 

 

Il   Pardes

 

I cabalisti ci descrivono un giardino segreto, il Pardes, “il giardino dei melograni” del Cantico dei Cantici: il più bello, ma anche il più pericoloso, un giardino nel quale chi entra non è mai sicuro di poterne uscire. Nel Talmud viene raccontata una storia che ci aiuta a comprendere, la storia di quattro rabbini saggi e santi: il primo di loro quando vide il giardino provò un tale stupore che cadde fulminato prima ancora di entrare; il secondo rabbino invece provò una gioia immensa e si mise a ballare, un ballo così vorticoso che non riuscì più a fermarsi ed impazzì. Il terzo rabbino varcò la soglia del giardino, ma uscì all’istante rinnegando la propria fede e tutto ciò che aveva amato fino a quel momento: diviene il messaggero della devastazione. Il quarto rabbino fu il solo ad attraversare il giardino e a tollerare  lo splendore senza ridursi in cenere. Lui aveva un altro tipo di conoscenza, la conoscenza di ciò che non si può dire, “di quel soffio che si trova nello spazio tra le parole”. Crivelli vedi in questo racconto una metafora dei quattro livelli di comprensione presenti nelle scritture sacre: i primi tre sono rispettivamente i livelli letterali, simbolico e etico e il quarto è l’approccio della Cabalà: il livello di conoscenza segreto, mistico i cui strumenti vanno oltre il razionale.

L’esilio da questo giardino significa per la Cabalà solamente un lungo intervallo… siamo tutti  esiliati in attesa del momento propizio per farvi ritorno. L’archetipo dell’Abbandono è il paradigma stesso della nascita umana e dell’esilio da questo giardino incantato, al quale per tutta la vita ci struggiamo di poter tornare. La psicologia transpersonale di Grof,  attraverso lo studio  di profonde esperienze di auto esplorazione interiore, fa un parallelo tra  questo  sentimento  universale  di abbandono e l’esperienza del nascituro bruscamente “cacciato via” dal grembo materno, il suo paradiso amniotico, nel quale viveva in uno stato di perfetta armonia e  beatitudine. Grembo materno che gli era ormai troppo stretto e che lo ha spinto drasticamente verso la porta d’ingresso del mondo attraverso un percorso doloroso. Dolore che viene espresso dalle grida e dal pianto dei neonati, il cui eco sembra risuonare per sempre dentro di noi.

Oggi l’ingresso nel Giardino del Pardes è possibile, non è più così pericoloso perché abbiamo gli strumenti necessari a contenere la “folgorazione”. La psicologia ha fatto passi da gigante nello studio di questi stati di coscienza “speciali” e delle diverse modalità di elaborazione della “esperienza numinosa”, come la definiva Jung. Dall’altra parte la scienza moderna, nel campo della fisica in particolare, della biologia, della cibernetica, della teoria dei sistemi etc… ha elaborato una visione del mondo capace di contenere e convalidare questo tipo di esperienza emozionale e la conseguente apertura cognitiva.

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Dobbiamo comunque procedere con cautela, non si può dire che non ci sia nessun pericolo in questo giardino: il pericolo è direttamente proporzionale al nostro grado di “separatezza” (esilio). E’ un percorso inverso dalla separatezza, inverso dal percorso che facciamo per fare ingresso nel mondo: il passaggio da un stato di purezza originaria alla condizione di esistenza “separata”. L’abbandono del “paradiso amniotico” viene associato, in ambito religioso, all’idea di “peccato originale”.

 

 

 

Il recipiente rovesciato

 

Durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con la respirazione olotropica, può accadere di  rivivere questo momento doloroso che per alcuni studiosi (Otto Rank, per esempio) è il “Trauma dei traumi” dell’essere umano: la nascita. In questi casi lo stato intrauterino o “universo amniotico”  viene descritto come un momento di indescrivibile beatitudine, libertà ed espansione, un’esperienza del “senza limiti”, definita “estasi oceanica”. Stando a ciò che viene descritto da chi vive questo tipo di esperienza, il passaggio difficile e sofferto attraverso il canale del parto durante la nascita accresce sempre di più il senso del “limite” e di confinamento in una dimensione corporea fino al dolore estremo:  il “dolore della nascita”. Possiamo aver superato questo trauma dal punto di vista fisico ma non averlo mai realmente elaborato dal punto di vista psicologico.

Lo studio della cabbala è soprattutto lo studio della Natura e dei suoi segreti carichi di  messaggi silenziosi  rivolti a chi “ha occhi per vedere”, “orecchie per ascoltare”, “cuore per sentire” e che riesce a cogliere le tracce della memoria divina incisa nelle cose del mondo. Nella Cabalà, come ci racconta Crivelli, anche l’utero ha il suo segreto che è quello di essere un recipiente rovesciato, il recipiente che contiene qualcosa di molto prezioso: la vita umana.  Di solito in ogni recipiente naturale il fondo si trova in basso e l’apertura in alto. Il più importante di tutti i recipienti invece è capovolto. Riflettere su questo paradosso della creazione ci fa capire che la vita umana deve superare la sua stessa natura (opus contra naturam, direbbe Jung ), se vuole raggiungere la consapevolezza di sé e portare a compimento la propria missione nel mondo. L’utero viene considerato un portale, una “doppia porta”: la porta della nascita fisica attraverso la quale il nascituro viene alla luce, ma anche la porta tramite la quale l’essere umano accede ai segreti più riconditi dell’esistenza, per poi ritornare indietro e portare avanti il proprio compito sulla terra: la porta della rinascita spirituale. Una sorta di finestra aperta verso il nostro cielo interiore, dalla quale proviene il flusso vitale che accende la luce della consapevolezza e che può operare radicali cambiamenti nelle nostre vite.

La nascita rappresenta quindi uno “spartiacque” tra il mondo fisico-materiale (personale) e la dimensione spirituale (transpersonale) o ancora tra la psicologia tradizionale ed i grandi sistemi psicologici-spirituali. Lo studio sistematico e approfondito di questo momento iniziale della vita di ogni essere umano ci offre un importante ponte di collegamento tra visioni del mondo e della psiche umana finora inconciliabili.

Il momento iniziale dell’esistenza contiene in sé  il suo scopo finale, così come il seme della nostra individualità porta già in sé lo stesso Albero. La compiutezza di un essere umano non emerge quindi solamente alla fine del viaggio della vita, ma durante tutto il cammino e viene guidata dallo stesso seme che con il tempo si disvela: una sorta di DNA psichico-spirituale. La vita è la condizione naturale e necessaria affinché il seme/individualità di un essere umano si confermi e si compia. Questa idea del seme che contiene in sé l’intero Albero viene definito dalla scienza moderna “ologramma”.

 

 

 

Il pozzo della vita

 

 

Nel mondo ebraico, come in quello greco, il tempo ha due qualità: l’una è quella lineare e ordinaria, relativa alla nostra esistenza mondana, è il tempo cronologico dei greci, Krono: il tempo che fluisce dal passato, attraverso il presente verso il futuro. L’altra qualità si riferisce al tempo del mito che si verifica in ogni istante, è l’eterno presente connesso con quella parte unica  ed irripetibile di noi stessi che procede dal compiuto verso l’incompiuto. E’  il tempo interiore, simile al tempo definito Kairos dai greci, associato all’idea di cambiamento e di opportunità.

Prima ancora della nascita, nel tempo del mito, stando a quanto ci raccontano le nostre tradizioni spirituali, la nostra anima “sceglie” un’immagine mitica, qualcosa come un “schizzo divino” di ciò che poi sarà la sua vita sulla terra, ma l’ingresso nel mondo la fa dimenticare questa  affermazione della propria volontà di essere nel mondo. Avere una potenzialità e non utilizzarla è molto più doloroso di non averla per niente e l’anima soffre per questo oblio e aspira ardentemente a ritrovare se stessa, a esprimere la sua unicità.

Ognuno di noi si porta dentro questo segreto profondo, una sorta di “codice” della propria individualità, “la promessa che il seme fa alla parte più nobile di se stesso mentre ancora si trova agli inizi della vita”, ci ricorda Crivelli: portare a compimento la novità che ognuno di noi rappresenta, ciò che siamo venuti a fare o a dare al mondo con la nostra nascita. La custodiamo nel profondo di noi stessi come un’intuizione etica più o meno nitida, a seconda del nostro stadio evolutivo insieme a quelle nostre caratteristiche irripetibili: abilità, interessi, doti creative, qualcosa di esclusivamente nostro che non sempre siamo in grado di scoprire da soli.

Inizialmente questa aspirazione appare alla nostra coscienza come qualcosa di oscuro, nebuloso, come una forza sconosciuta che dall’intimo ci trascina verso l’ignoto, verso qualcosa che sentiamo di dover afferrare, abbracciare con tutto noi stessi e che allo stesso tempo temiamo per l’immensa forza trascinante. Questo qualcosa di oscuro che possiamo definire come la nostra inconscia identità o la nostra identità spirituale (i “talenti” dei Vangeli), ci chiede la propria realizzazione.

Abbandonarsi a questo richiamo col solo sentimento è considerato da Rudolf Steiner “un atto d’amore” e  “deve essere possibile” , sostiene il padre dell’antroposofia, all’uomo accettarlo, anche se ignoto, prima ancora di poterlo pensare. Questo richiamo dell’Eterno, al quale aspiriamo intensamente di congiungerci, descritto dai mistici di tutti i tempi, viene definito da  Goethe “l’Eterno femminile” e racchiude il senso profondo di tutta la tragedia del Faust.

Quando attingiamo a questa essenza segreta di noi stessi, al “pozzo della vita”, la nostra esistenza acquisisce una maggiore  intensità. Più contatto abbiamo con questa dimensione interiore più i sentimenti e le emozioni si ravvivano, diventano più chiari e intensi e più la vita diventa “degna di essere vissuta”. Ad un certo livello d’intensità possiamo persino riuscire a percepire l’eternità di ogni attimo presente. Durante questo viaggio di ritorno che i cabalisti descrivono come  la risalita dell’Albero della vita, riusciamo a ricordare i tratti del disegno prescelto e a volte anche l’intero contenuto della nostra immagine originaria ed a riappropriarci della chiave del nostro destino.

Attingere dal pozzo della vita è tutt’altro che un’impresa facile, in quanto  il nostro oceano interiore è custodito dai “guardiani della soglia”, che come cerberi minacciosi ci tengono alla larga dalla sorgente preziosa tanto desiderata. “Il pozzo” è la sorgente di tutta la conoscenza alla quale aspiriamo, il luogo dove sono contenute le istruzioni sul come raggiungere il divino dentro di noi. L’acqua che da esso sgorga è simbolo dell’amore e della più profonda esperienza di consapevolezza, gioia e pienezza emotiva, la sola cosa capace di soddisfare  completamente la nostra sete esistenziale. Secondo la Cabalà l’acqua e l’umido hanno la proprietà di “sciogliere” e di “unire”, di riallacciare due cose separate e rappresentano quindi  l’unica forma del sapere  che può  porre fine al nostro sentimento di abbandono e di esilio esistenziale.

 

 

 

 Malkhut

 

Possiamo tentare di comprendere le sefirot dell’Albero della Vita immaginandole come le radici archetipiche della realtà che emanano diverse intensità dell’energia divina. Questi dieci differenti aspetti del divino non rinchiudono ne limitano la complessità del mondo interiore ma ne esprimono contemporaneamente sia la molteplicità che l’assoluta unità, insieme alle infinite potenzialità umane. Ogni sefirot riceve la totalità della Luce “increata” (potenzialità creativa), ma la esprime secondo le caratteristiche che le sono proprie.

L’Albero della Vita viene percorso in salita, dal basso verso l’alto. Il primo gradino dei suoi dieci livelli, Malkhut (il Regno), chiamato anche la prima sefirot, è la creazione stessa, l’immanenza divina. E’ il mondo dell’azione fisica, il punto più basso della creazione che segna l’inizio del cammino di risalita.

Nelle parole di Crivelli: “Malkhut è il ricettore per eccellenza, il vuoto disponibile; il suo colore è il marrone, il colore della terra. In essa ha la sua radice il desiderio di ricevere, una delle due forze fondamentali che animano la creazione”.

Uno dei più importanti concetti della Cabalà, Malkhut è quindi “la stazione finale”, il luogo dove finisce la discesa della Luce nelle tenebre della materia che diede inizio al processo della creazione (la restrizione) e dove può avere inizio il percorso inverso di ritorno al divino. “Agli inizi Malkhut è solamente una sensazione di mancanza, di vuoto, di dipendenza e di passività. Può consistere in solitudine emotiva, o nel cuore spezzato da un amore non corrisposto, nella durezza della povertà o della malattia, nella vicinanza alla morte. È un senso d’oscurità, di sterilità…”. Nello Zohar c’è scritto: “Malkhut non ha nulla di proprio”.

In Malkhut, si trova il concentrato di tutti nostri desideri, dai più egoistici ai più nobili. Il  cammino di risalita dell’Albero della Vita ha inizio quando viene risvegliato in noi il desiderio per la verità e la sete di conoscenza, quando raggiungiamo un determinato livello di saturazione ed insoddisfazione di una vita “in orizzontale”, voltata all’esteriorità, e rivolgiamo finalmente il nostro sguardo verso l’alto. Quando iniziamo appunto a verticalizzare. E’ in questo momento che tutti gli essere umani sono chiamati a riconoscere la propria incompletezza e a trasformare se stessi: ad abbandonare i vecchi desideri e dirigerli verso uno scopo più nobile e degno.

La ricerca di un modo di vivere più appagante,  di  valori e di modelli di comportamento dai quali riusciamo appena ad intuire l’esistenza ci costringe a intraprendere un vero e proprio percorso interiore di uscita dall’oscurità di Malkut verso  i piani più elevati della coscienza, i “mondi spirituali”. Il primo passo da svolgere in Malkhut prima di iniziare la risalita è quindi la scoperta di essere “caduti”, la consapevolezza della nostra condizione di esilio e di abbandono di qualcosa di importanza  vitale. Questo cammino di redenzione può avvenire solamente attraverso lo sforzo e la determinazione di coloro che prendono in mano le redini del proprio destino e  che si sentono corresponsabili e parte attiva nell’opera della creazione.

Anche per Steiner la questione della redenzione è  nello stesso tempo anche la questione della libertà, in quanto per il padre dell’antroposofia ogni  vera redenzione consiste soprattutto nel fatto che il  nostro mondo interiore diventa sempre più forte  e acquisisce una sempre maggiore capacità di manifestarsi in tutti i settori della vita. Afferrare qualcosa “al buio” e affermarlo nel mondo attraverso la costruzione del nostro divenire significa, in un certo senso,  proseguire, in noi stessi, l’opera della creazione. Questo impulso dell’anima  non appartiene solo  ai grandi artisti, ma come sostiene Aldo Carotenuto,  può rendere ognuno di noi appunto “creativo”.

Ciò che Jung definisce processo di individuazione è, nel contempo, un processo di unificazione non solo con se stessi, ma con la Natura “nel suo complesso” compreso l’umanità di cui l’uomo è parte. Morire a noi stessi per divenire germoglio: “risuscitare” ad una coscienza totalmente nuova significa proprio questa unione, significa entrare nella dinamica del divenire, della totalità. E’ questa la “legge del seme”, affermarla è la più autentica esperienza della libertà. Le forze che sorreggono questo moto propulsivo dell’anima  corrispondono, in ambito individuale, alle stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. In questo caso ogni arbitrio, ogni scelta, desiderio o immaginazione in un certo senso perdono di significato e lasciano il posto a ciò che Steiner chiama Necessità. Ciò che rimane è Necessità,  è il Dio-Natura dei cabalisti.

 

 

 

 

L’emozione della verità

 

 

Una delle prime sorprese che ci colpiscono quando ci addentriamo nello studio della Cabalà è che secondo questa antica saggezza la verità, così come la falsità, appartengono alla sfera emotiva: esiste un’emozione che chiamiamo verità e un’emozione definita falsità. Non esistono nella Cabalà regole razionali-filosofiche per discriminare il vero dal falso, diversamente da tutti quei concetti ed astrazioni  a cui siamo abituati. Tutta l’attenzione in questo senso viene rivolta, più semplicemente, a “come ci sentiamo” quando ci accostiamo all’uno o l’altro di questi opposti. Si sottolinea in particolare la nostra “vibrazione interiore”: da come vibriamo interiormente, possiamo riconoscere l’appartenenza o meno di qualcosa alla nostra essenza umana, alla verità. Questa capacità di discernimento diventa sempre più forte e immediatamente riconoscibile nella misura in cui ci addentriamo nello studio “di noi stessi” attraverso la Cabalà fino al punto di diventare molto spiacevole la presenza di qualcosa – parole, persone, situazioni – che non riconosciamo come veri . Annick de Souzenelle distingue nettamente ciò che appartiene ontologicamente (“per natura”) all’essere umano dalla “tunica di pelle”, la seconda natura dell’uomo, aggiunta dopo l’esilio.

Stradivari, il famoso liutaio, amava tanto  la sua “materia prima” che si faceva tagliare il legno che usava per i suoi magnifici violini in una determinata notte dell’anno, “la notte in cui gli alberi cantano”. La vera conoscenza è l’ascolto di questo canto della Natura, è apertura incondizionata all’anima del mondo. Il riconoscimento dell’“emozione della verità” passa attraverso la nostra capacità di sentire, di  sorprenderci  e  meravigliarci di ciò che ci circonda. La  verità, vista in questo modo, è inscindibile dall’amore e, come sottolinea Crivelli, dev’essere, un’emozione altrettanto intensa quanto quella provata in un rapporto sessuale, compreso il “come ci si sente dopo l’atto, nel momento o nei giorni successivi”.

Profeta  è “colui che vede i cieli aperti” nel senso del vasto cielo interiore. Solamente nel profondo dalla  nostra interiorità/corpo, al di là delle nostre corazze difensive, possiamo percepire la vita che pulsa e vibra dentro il nostro petto, le emozioni più intense e nobili, l’animo dell’artista, l’intuizione, la profezia. E’ lì, in fondo al petto, che viene custodita in ognuno di noi l’immagine divina. Riconoscerla implica spogliarci dalla “tunica di pelle” e attingere alla nostra natura originaria.

Adam Qadmon – una delle entità più elevate della cosmogonia cabalistica – è l’Uomo assoluto, dal quale veniamo e verso il quale tendiamo e il racconto biblico  della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto è la storia dell’inizio di questo percorso dell’intera umanità e di ognuno di noi che cerca la propria libertà.

I problemi che la vita attualmente ci chiama ad affrontare ci obbligano a uscire dall’Egitto interiore e ad operare questa “verticalizzazione”, alla ricerca di quell’altro lato di noi stessi che  è stato abbandonato. La “tunica di pelle” di cui parla Souzenelle è la nostra impermeabilità a questa consapevolezza.  Spogliarsi da essa significa uscire dall’illusione che ci rende  sterile e andare verso la vita, percorrere un cammino di fecondità alla conquista della “veste di Luce”.

Il mondo divino non muore mai e i suoi archetipi (le sefirot dell’Albero della vita) attendono sempre di essere riscoperti ed onorati, nel silenzio del nostro raccoglimento, in tutto il loro splendore. A volte, nel tentativo di farsi sentire, ci trascinano ben oltre i confini di ciò che conosciamo come “noi stessi”, al di là di ogni bene e di ogni male. E’ lì che giace, vivo più che mai, l’Eterno Mistero. Comunque lo definiamo: il Pardes, il giardino dell’Eden o il nostro “femminile ombra”,  questo mistero che ci abita, nascosto nelle profondità del nostro mondo interiore, contiene il segreto del nostro unico Nome e della Vita che pulsa in noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stanislav Grof tra psicologia del profondo e Cabalà

Stanislav Grof tra la psicologia del profondo e la Cabalà

La re-visione e il reincanto della psicologia

di Virginia Salles, Roma

 

Sono nata in Brasile. Quel che più  colpisce lo straniero che arriva da quelle parti è la percezione di una natura più forte dell’uomo, una natura che in un certo senso lo “sovrasta”. natura che si trova anche dentro di noi: il nostro mondo interiore, l’inconscio con i suoi archetipi. Nell’ambito del Candomblè (religione afro-brasiliana), le forze della natura sono divinità che durante gli stati di trance si impossessano degli elegun (gli iniziati), li “cavalcano” e comunicano così con i mortali, portano benedizione, grazia, insegnamenti, medicine per il dolore etc… Qui si tratta di una religione molto primitiva, in che senso intendiamo oggi la parola “religione”? Cosa significa “essere religioso”?

Generalmente consideriamo la persona religiosa come quella persona credente in Dio e che, come conseguenza della propria fede, sia anche una persona dotata di una coscienza etica. Questa definizione trascura però qualcosa di essenziale, la dimensione intrinseca del sentimento religioso: il fatto che questo non è fondato su un “concetto” (razionale) di Dio. Più che di religione quindi, come siamo abituati a intendere, sarebbe meglio parlare di “esperienza religiosa” e ciò che conta non sono le concezioni razionali che ne derivano, ma  l’esperienza umana che genera tali concezioni, in particolare nei suoi aspetti di catalizzatore di trasformazioni profonde dell’essere umano: un’esperienza di trascendenza che, tradotta in linguaggio psicologico, significa l’abbandono della prigionia dell’ego e dell’identificazione con il proprio corpo – di quel sentirsi incapsulato nella “tunica di pelle”, per usare il linguaggio cabalistico. Di solito questo tipo di esperienza “oltre i confini” viene definita “Dio”. Le differenti interpretazioni che vengono date di tipo filosofico o religioso riguardano solamente il contesto nel quale viene elaborata; nella loro essenza questi vissuti sono molto simili sia che contengano o non un concetto di Dio.

Questo tipo di esperienza viene descritta nella letteratura mistica cristiana, ebraica, musulmana e anche nel buddhismo zen. Al di fuori del contesto religioso fu descritta da studiosi come C. G. Jung (in particolare nel suo “libro rosso”), Stanislav Grof, Ken Wilber, Roberto Assagioli, Rudolf Steiner, Benedetto Spinoza, Erich Fromm etc…

Noi viviamo contemporaneamente in due dimensioni di comprensione e di conseguenza in due ordini di realtà. William James parla di un “velo leggerissimo” che separa il nostro normale stato di veglia da altre forme potenziali di coscienza. Secondo James, possiamo vivere un’intera vita senza nemmeno sospettarne l’esistenza, ma è sufficiente uno stimolo appropriato per svelare queste altre forme di realtà in tutta la loro vastità.

Giorgio Albertazzi, presente al convegno sulla comunicazione del C.S.P.L. nel 2005, raccontò il suo incontro con Jung che avvenne nella sua casa di Zurigo. Mentre passeggiavano insieme in giardino, Jung, fermatosi ad un certo punto dinanzi ad un muretto, gli disse: “quando cade il muro, non aver paura: guarda!”. Parole queste che, secondo l’attore fiorentino, lo hanno segnato per tutta la vita!

Quando questo “muro cade” o il velo si squarcia, ciò che percepiamo “al di là…”, sta all’origine delle grandi filosofie, delle religioni e di molte opere d’arte e da sempre ha rappresentato una fonte di nutrimento interiore e di significato per tutta l’umanità. L’uomo ha sempre cercato attraverso varie modalità di attingere a queste dimensioni al di là della realtà ordinaria, di attivare questo tipo di esperienza all’interno di contesti molto spesso considerati sacri.

Uno di questi mezzi è l’ayahuasca: una pianta “sacra” che si trova in Amazzonia il cui infuso viene ingerito dagli indios per indurre stati di trance. Chiamata anche “la liana dei morti” – in quanto provoca una trance di tipo medianico (l’ingresso nel regno dei morti) – viene ingerita all’interno di un contesto religioso: Il Santo Daime. Questa sostanza, ad un certo punto, sfuggì al contesto rituale e fu utilizzata da persone curiose che la volevano sperimentare. Emersero molti problemi legati al fatto che queste persone non erano pronte a vivere ed elaborare le esperienze che venivano attivate. Per fare fronte all’opinione pubblica che esigeva la proibizione dell’ayahuasca, lo Stato brasiliano ha finanziato un importante lavoro di ricerca sulla popolazione dell’Amazzonia che la utilizzavano  all’interno del contesto rituale. I risultati furono sorprendenti: queste popolazioni risultarono, rispetto alla media, meno aggressive, meno competitive, più creative e tendenti a stabilire relazioni interpersonali armoniche. Dinanzi a questi risultati l’attuale legge brasiliana a riguardo permette l’uso dell’ayahuasca, ma solamente all’interno del rito: il  Santo Daime.

Il contesto sacro funge da contenitore e dona significato all’esperienza, favorisce l’elaborazione dei vissuti e l’evoluzione della coscienza. Di seguito l’esperienza olotropica di “Giacomo”, 36 anni, dipendente da alcol e cocaina:

“La mia prima visione è stata di un organo umano insanguinato (cervello). Dopo appare l’immagine di un’eclisse solare (piena) che mi turbava e infastidiva…  Allora ho iniziato a imprecare e poi, vedendo che non spariva, ho iniziato a pregare. L’eclisse piena è passata ad una fase dove si vedeva soltanto uno spicchio di sole e a questo punto sono iniziate le “apparizioni”: Buddha, Maometto, la Madonna, il dio a forma di elefante e altri ancora…e sapevo che avrei dovuto continuare a pregare per fare evolvere le cose.

Ad un certo punto dalla mia pancia ho sentito una forza che saliva verso l’alto, opprimendomi i polmoni, l’ho lasciata salire ed ho sentito il bisogno di massaggiarla, il che ha provocato un grande benessere, che non so descrivere, in tutto il mio corpo e allora ho sentito che non dovevo pregare più perché io ero la Madonna, Buddha, Maometto e loro erano me, e non solo: io ero “Tutto”: Aria, Acqua, Terra, Cosmo, il Male, il Bene, la Gioia e il Dolore. E la cosa strana è che non c’era niente da capire, perché da qualche parte dentro di me già lo sapevo. C’è una legge semplice e naturale che è scritta dentro di noi. Così deve essere, così è stato e così sarà per sempre.

Ho cercato di descrivere a parole tutto quello che ho provato, ma è molto complicato, solo se un giorno riuscirete a provarlo, capirete che ho ragione perché tutto questo è dentro di voi, è dentro a tutto ciò che esiste e non c’è niente da capire, è tutto già scritto in qualche legge universale.”

L’ esperienza olotropica di Giacomo è stata elaborata all’interno della visione buddhista. Lui abbandonò qualsiasi tipo di dipendenza e abbracciò la fede buddhista, ma potrebbe essere elaborata all’interno di un’altra religione o di una visione laica del mondo che comprenda la dimensione spirituale dell’esistenza.

Molti studiosi dei più svariati campi del sapere (da Jung a Grof, Wilber, Laszlo, Goswami e alcuni cabalisti) stanno gettando le basi per un rinnovamento filosofico degli attuali paradigmi culturali ed etici. I principi fondamentali di questo rinnovamento epocale giacciono già, spesso sopiti, nell’intimo di ognuno di noi e si basano sulla trascendenza di tutto ciò che nel corso del tempo ci siamo abituati a chiamare “religione”: l’eredità culturale delle nostre tradizioni spirituali non potrà più essere interpretata nei termini autoritari dei dogmi religiosi tradizionali, ma nel senso di un fattore spirituale di civiltà, elemento catalizzatore di conoscenza, di espressione artistica e di Bellezza, nel senso più ampio della parola.

 

Qui si tratta di andare oltre la psicologia come la intendiamo, è come se la psicologia dovesse varcare il suo Rubicone. La re-visione e il reincanto della psicologia passa, attraverso Grof, verso qualcosa come la ricerca del “fondamento universale”, quel fattore spirituale che ci riporta a noi stessi e allo stesso tempo unisce e trascende le religioni. Penso che la Cabalà ci offra una visione del mondo che soddisfa queste attuali esigenze della psicologia. La lettura delle  opere cabalistiche catalizza il processo di ricerca interiore ed apre la via verso una coscienza più vasta e più completa.

Durante le esperienze iniziatiche appartenenti a differenti tipi di tradizioni spirituali, c’è un lasso di tempo che intercorre tra i vissuti iniziali di morte e distruzione del mondo  e il successivo rinnovamento: la rinascita. La persona “in travaglio spirituale” smarrisce in quel momento tutti i punti di riferimento e resta presa in una morsa. È un momento d’impasse nel quale “l’iniziando” non può più conformarsi al suo  vecchio modo di  essere-nel-mondo, che non gli appartiene più, ma non ha ancora trovato i nuovi valori né una visione del mondo che gli permetta di costruire un nuovo e più ampio progetto di vita: l’iniziando si trova a questo punto sulla soglia dell’iniziazione e nei contesti iniziatici tradizionali vengono  impartite precise istruzioni  per superare alcune “prove” che dovranno essere affrontate per giungere alla naturale vita dell’anima. Le prove generalmente sono tre: la prova del fuoco, la prova dell’acqua e la prova dell’aria.

L’esperienza vissuta da Maurizio, 44 anni, durante una seduta di respirazione olotropica

da lui intitolata “le poltrone della conoscenza” sembra in qualche modo relazionata con quanto descritto:

 

Sono in un luogo privo di riferimenti fisici, forse la cima di un monte, tra le nuvole, forse il monte Athos. Cammino nell’assoluta mancanza di particolari riconoscibili, in un luogo (o meglio un non luogo) fatto di luce bianca. Ad un certo punto vedo una sedia di granito, grande e massiccia. Un uomo anziano mi spiega da lontano (è a circa 10 metri da me e non si avvicina mai), che sono arrivato alle tre sedie della conoscenza. Io guardo meglio e vedo che più in là ci sono altre due sedie uguali, ben distanziate tra loro. L’uomo mi spiega che per arrivare alla conoscenza avrei dovuto sedermi su tutte e tre e che le sedie non sono uguali tra loro: la prima è la sedia dell’acqua, la seconda del fuoco, la terza la sedia della luce.

Senza indugio accetto di sedermi e comincio dalla prima sedia, quella dell’acqua. Affronto questa cosa nell’assoluta ignoranza di quello che mi sta per accadere. Nell’istante stesso in cui mi siedo mi trovo in un mondo subacqueo vastissimo e apparentemente senza confini (senza alcuna possibilità di trovare aria!). Mi spavento moltissimo e inizio a soffocare, subito capisco che morirò e che non posso fare niente per evitarlo. Ed infatti accade: muoio. Ma la morte dura un istante e subito mi accorgo che è come se avessi subito una trasformazione, ora posso respirare l’acqua. Mi prende un stato di euforia fortissimo e non riesco a trattenere le risa. Inizio a nuotare come un pesce e a respirare e mi muovo liberamente intorno abbandonando la sedia. Nel mio girare libero arrivo davanti alla sedia del fuoco. Questa mi intimorisce molto. Sia perché ho capito che mi aspetta una nuova morte sia perché mi prende una paura fortissima, paura di dover, con la morte, lasciare tutto quello che conosco, che amo, che mi sta intorno. Piango moltissimo e non riesco a prendere la decisione di sedermi. È come se questa volta sapessi che dovrò rinunciare a tutte le certezze che ho e la paura di questo mi attanaglia.

Decido di legarmi alla sedia perché dubito della mia forza, in questo momento sono molto debole e spaventato. Appena mi siedo appaiono degli anelli metallici che mi imprigionano i piedi e i polsi e, in un istante, il fuoco mi avvolge ed io sento il mio corpo fondere completamente. Ma anche questa volta la morte dura un istante e subito inizio a sentire di nuovo il mio corpo e mi meraviglio di poterlo toccare, mi tocco le mani, il viso, il petto e sono stupito di poterlo fare, un istante prima avevo sentito la mia carne sciogliersi. Ora non ho più paura di niente.

Guardo la terza sedia e le giro intorno. Più la guardo e più mi accorgo di non capire cosa sia e passo molto tempo a cercare di immaginare qualcosa, a cercare un indizio, anche solo un pensiero che mi renda tutto più chiaro…ma niente, continuo a non capire, è come se fosse una cosa che non si può capire. Non resta che sedermi sulla terza sedia.

Così mi siedo e… in un istante, con un lampo di luce sparisce tutto, io, la sedia, le mie domande, le risposte che cercavo, niente esiste più, ho la percezione del nulla più assoluto e questo non è bello né spaventoso, è NULLA. O forse tutto. E non serve più niente, e nulla viene dopo questo, forse proprio perché  è già TUTTO!

E’ molto pericoloso voler riportare questo tipo di esperienza al livello delle categorie di una coscienza ordinaria, chiuderla nei nostri schemi concettuali. Questo tipo di esperienza appartiene alla trascendenza e richiede urgentemente una revisione dei nostri concetti fondamentali, richiede un’altra visione del mondo!

Trascrivo di seguito un brano dell’esperienza olotropica di Giorgio scritta di suo pugno:

 Il corpo vibra lievemente; inizia il mio solito formicolio nelle mani e poi il vortice nero che mi trasporta in basso…giù, giù…sempre più in basso.

D’improvviso, mi trovo in uno spazio sconfinato, lungo un costolone di montagna con due enormi dirupi a destra ed a sinistra; il sentiero davanti a me è strettissimo ed ho paura di cadere, in fondo all’altro lato di questo stretto camminamento, vedo una sagoma femminile…non la riconosco subito, ma intuisco che è lei, il mio antico amore.

 Lei mi invita a raggiungerla con gesti ammiccanti; sorride, alza il vestito e mi mostra il suo corpo nudo, poi si ricompone. Inizio a camminare ma ho paura; allora provo a muovermi carponi con le ginocchia e le mani lungo il costolone di montagna ma non riesco ad avanzare…vado avanti e poi mi ritraggo. La paura è troppo forte, scivolo verso il dirupo di destra e poi verso quello di sinistra. Torno indietro e mi rialzo.

Mi accorgo che lungo le coste scoscese della montagna avanzano migliaia e migliaia di enormi insetti neri, sono minacciosi, vogliono impedirmi di arrivare a lei, vogliono forse mangiarmi o farmi cadere…ho paura, torno indietro. Forse corro.

All’inizio del percorso c’è una piccola piazzola di terra in piano ed io lì mi distendo per prendere fiato. Sono stanco, ma vorrei raggiungere lei ed abbracciarla.

Provo a rialzarmi e mi accorgo di non riuscire; per quanti sforzi faccia riesco ad alzare solo il busto, ma le mie gambe rimangono distese a terra e pesano, sono doloranti.

 Mi trovo ora di nuovo sul costolone della montagna, guardo davanti a me e lei non c’è più…non la rivedrò mai più. Eppure devo andare dall’altra parte…come fare? Ci sono! Ora provo a volare!! Comincio a muovere le braccia lentamente verso l’alto e verso il basso come se fossero ali. In effetti ho poca fiducia che ci riesca ma…ecco…ecco… VOLO!!!!!!!! Guardo verso il basso e vedo la montagna con lo stretto percorso, le chine ripide senza più insetti; vedo enormi distese di campi a perdita d’occhio: è un spettacolo bellissimo. Il giorno volge al termine e il sole sta tramontando, è quasi sera. Sono esausto, voglio riposare.

Sono di nuovo disteso e consapevole di essere nella stanza di Trastevere, sul materassino. Mi accorgo con stupore di fondermi con tutto ciò che mi circonda; tocco il lenzuolo e SONO il lenzuolo… SONO il cuscino… SONO il materassino… SONO il pavimento… SONO il muro… SONO la musica, l’aria… SONO IL MONDO.

Mi pervade una grande serenità, sorrido. Non avevo mai provato tanto… 

 

Questa è un’altra esperienza di Unione. Questi vissuti sono accompagnati da intense emozioni che influenzano profondamente il respiratore ed a volte trasformano definitivamente la sua visione del mondo.

San Giovanni della Croce ha descritto così il suo viaggio dopo aver attraversato la notte più nera: “Mio il sole, mia la luna, mie le stelle, mia la madre di Dio, mie tutte le creature”. Anche San Francesco d’Assisi descrive ogni elemento della Natura come intimamente suo: fratello sole, sorella Luna e le stelle, fratello vento, fratello fuoco, sorella madre Terra. Queste parole appartengono ad una categoria di esperienza che sfugge totalmente a qualsiasi interpretazione (psicoanalitica o altro), perché sono il frutto di un percorso evolutivo che va oltre la visione della psiche tradizionale, sono il frutto di un’esperienza mistica che non è altro che una visione più ampia e più profonda della realtà in cui viviamo.

Secondo Michel Laitman uno dei grandi problemi del nostro mondo attuale è che non riusciamo a percepire quanto siamo collegati e continuiamo a comportarci come se fossimo “separati”. Per Laitman la nostra attuale situazione globale è caratterizzata da un grande paradosso: da un lato la nostra profonda connessione ed interdipendenza tramite la globalizzazione, dall’altro una sempre maggiore alienazione degli uomini, gli uni nei confronti degli altri. Mentre ci siamo sempre più “globalizzati”, siamo diventati allo stesso tempo, sempre più narcisisti, ma in realtà noi “siamo tutti nella stessa barca” e nel sistema integrato della nostra attuale comunità globale, il nostro stesso destino dipende dal nostro comportamento e dalle nostre azioni verso gli altri.

Esperienze come quelle di Giorgio, Giacomo o Maurizio durante le r.o. possiedono un importante significato e, direi anche, “potenziale” ecologico, nel senso che ci riportano alla Natura e ci rendono consapevoli della nostra profonda connessione, ma sono anche esperienze portatrici di conoscenze  di tipo filosofico e religioso (nel senso descritto prima).

Da molti anni faccio gruppi di r.o. ed in tutto questo periodo ho riflettuto su come fare in modo che le esperienze vissute non rimanessero un semplice assaggio del mondo interiore o il cosi detto “turismo spirituale”, ma diventassero qualcosa come  l’inizio di un vero e proprio percorso di trasformazione interiore. Ma non sempre accade. Ho pensato ad una cornice di riferimento molto ampia che stimolasse ed allo stesso tempo favorisse un percorso di crescita interiore anche per chi non fosse disponibile a seguire un credo religioso. Una visione del mondo che fosse ampia e profonda ma non necessariamente “religiosa”.

Ho trovato per caso, in una libreria in Brasile, un libro di  Cabalà e da allora sono stata, come dire… rapita! Lo studio della Cabalà non è uno studio nel senso che siamo abituati a dare a questa parola, ma è qualcosa di prevalentemente emotivo, è un po’ come “essere innamorata”, ma che allo stesso tempo offre la cornice più ampia che abbia mai incontrato per comprendere, anche razionalmente, tutte quelle esperienze del mondo interiore così difficili di esprimere. Lo studio della Cabalà può contribuire enormemente ad un allargamento di prospettive, alla revisione ed al re-incanto della psicologia.

Le conoscenze cabalistiche sono tramandate da millenni “da bocca a bocca” a pochi iniziati, ma è solo recentemente la Cabalà si sta rivolgendo a tutto il mondo attraverso i più moderni e popolari mezzi di comunicazione. La ragione di questa “apertura” delle conoscenze cabalistiche è che siamo oggi sempre più consapevoli dei suoi principi fondamentali: la “globalizzazione”, l’unità e indivisibilità della Natura, la profonda connessione tra gli esseri umani.

Secondo quanto ci raccontano i cabalisti, all’origine dei tempi, Dio si è contratto, ha ristretto la sua esistenza fino a creare un punto vuoto, “oscurato” dalla Luce divina. Da questo punto di oscurità nacque tutto ciò che conosciamo come mondo: la materia, il tempo, lo spazio, l’universo infinito. Per occultare la Luce divina furono innalzati dieci veli: le dieci sefirot o livelli  dell’occultamento, al punto tale che non siamo più consapevoli delle nostre origini divine. A questo moto divino viene dato il nome di Tzimtzum, o “la contrazione”.

Adam Qadmon – una delle entità più elevate della cosmogonia cabalistica –  è l’Uomo Assoluto, l’uomo originario, dal quale veniamo e verso il quale tendiamo. Il percorso dell’intera umanità e di ognuno di noi verso la conquista della nostra natura originaria viene espresso  nella tradizione ebraica attraverso il racconto biblico della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto: l’archetipo della ricerca della libertà. Adam è l’umanità intera, siamo noi, è ogni essere umano custode del “seme segreto” e assetato di verità.

Nella visione della Cabalà, l’inconscio è ciò che è rimasto nascosto, è il “non compiuto”,  uno spazio sconfinato carico di energia e potenzialità che gravita intorno al  nucleo centrale della nostra personalità (il “Sé” di Jung). E’ il polo femminile dell’essere in senso archetipico e la nostra lontananza da questa nostra dimensione più autentica viene rappresentata nel mito di Adamo ed Eva come “la caduta”. In ambito cabalistico questo stato decaduto nel quale ci troviamo viene definito “la condizione d’esilio”,  una condizione di  abbandono di noi stessi. Il dramma umano è quello di aver, in un certo senso, accettato come “normalità” questa condizione di alienazione esistenziale. Prendere coscienza di questo stato di esilio significa metterci alla ricerca della via di ritorno per “riannodare i lacci” , o “costruire  ponti”, tra questo nucleo eterno e la nostra personale interiorità.

Il mito di Adamo ed Eva scacciati dal Giardino dell’Eden, l’archetipo dell’abbandono, si riferisce alla condizione di esilio nella quale, secondo la Cabalà, si dibatte e soffre  l’intera umanità. I cabalisti ci invitano ad un viaggio di ritorno e ci parlano di un “segreto” esistenziale molto importante: questo segreto è la “Via all’albero della vita”, la conoscenza del nostro mondo interiore, quell’altro lato di noi stessi che in psicologia chiamiamo “inconscio”, nei suoi vari livelli di profondità descritti dalla psicologia transpersonale e dalla Cabalà: personale (Freud), collettivo-archetipico (Jung), profondo-spirituale (transpersonale). L’Eden, il nostro paradiso perduto, non può che rappresentare un profondo stato di coscienza: la pienezza e l’armonia ritrovate nel contatto con il mondo divino in noi.

Lo studio della Cabalà è in realtà l’ascolto e l’osservazione approfondita della Natura e dei suoi segreti, alla ricerca delle tracce della memoria divina incise nelle cose del mondo: quei messaggi silenziosi rivolti a chi ha occhi per vedere, orecchie per ascoltare e cuore per sentire. Attraverso lo studio della Natura, i cabalisti cercano di rintracciare le leggi ontologiche, universali con cui Dio ha creato il mondo.

Il nome di Dio, nella Cabalà, è troppo potente per essere pronunciato (a parte nel Chassidismo). Quando i cabalisti parlano di D-O, o del Boré non si riferiscono al Dio così come siamo abituati ad intendere, ma alla Natura in un senso molto ampio. Infatti la parola Natura in ebraico ha lo stesso numero ghimatrico di uno dei 72 nomi di Dio e rappresentano, per un cabalista, la stessa cosa. “Le Leggi di Dio” e “i Comandamenti della Natura” quindi nella Cabalà si equivalgono.

Anche l’utero, come ogni aspetto della natura nella Cabalà, ha il suo segreto che è quello di essere un recipiente rovesciato, un recipiente molto importante che contiene la vita umana a la traghetta verso il mondo.  Nei recipienti che si trovano in natura di solito il fondo si trova in basso e l’apertura in alto, ma il recipiente “per eccellenza” in Natura è capovolto.  Riflettere su questo paradosso della creazione ci fa venire in mente l’opus contra naturam di cui parla Jung: la vita umana deve superare la sua stessa natura se vuole proseguire la sua evoluzione.

Esiste una recente teoria embriologica secondo la quale il seme, nel ventre materno, ha memoria cosmica: egli sa, ma il grido del neonato che è la sua prima espirazione, segnala la morte del feto e la nascita dell’uomo. Questo trauma respiratorio della nascita (che è anche morte),  spinge questa memoria nelle profondità dell’inconscio  – infatti il timore di lasciare andare l’espirazione “fino in fondo” e quindi “morire” sussiste, secondo Reich, in tutte le nevrosi.

L’utero viene considerato nella Cabalà, così come nel pensiero di Grof, un portale, una “doppia porta”: la porta della nascita fisica attraverso la quale il nascituro viene alla luce, ma anche la porta tramite la quale l’essere umano accede ai segreti più reconditi dell’esistenza, per poi ritornare indietro e portare avanti il proprio compito sulla terra: la porta della rinascita spirituale.  Una sorta di finestra aperta verso il nostro cielo interiore, dalla quale proviene l’energia vitale che accende la nostra consapevolezza e che può operare radicali cambiamenti in noi stessi e nelle nostre vite. Secondo la Annick de Souzenelle “la grandezza dei misteri dell’antico e nuovo testamento consiste essenzialmente nel fatto che l’uomo deve sposare la madre delle profondità, di cui ogni madre biologica è simbolo, prima di essere elevato verso il Padre”. Si tratta della via femminile alla consapevolezza, la via descritta da Grof (la via maschile è stata descritta, per esempio, da Wilber).

Secondo la Cabalà è nel  respiro e nel sangue che accade il più grande mistero divino-umano: è lì che Dio si innesca nell’uomo. Il pensiero di Grof sulla respirazione e sulla nascita rappresenta un importante Link tra la psicologia del profondo di Jung e i grandi misteri umani-divini descritti nella Cabalà. Il contributo di  Grof, il suo studio sistematico e approfondito di questo momento iniziale della vita di ogni essere umano, ci offre un importante ponte di collegamento tra visioni del mondo e della psiche umana finora inconciliabili. Anche secondo la Cabalà l’uomo deve ritornare seme: colui che si rifà  volontariamente e coscientemente seme (l’utilizzo della respirazione appartiene a questa via), colui che “sposa la madre e penetra nelle tenebre dell’inconscio”, rompe il sigillo della memoria e riscopre la conoscenza. Giunge così al centro di se stesso e della stessa Vita.

Per i Cabalisti L’opus contra naturam (di cui parla Jung), ciò che dobbiamo “capovolgere”, superare, della nostra stessa natura e che richiede un atto di volontà, riguarda il “desiderio di ricevere” che caratterizza l’essere umano, in opposizione al “desiderio di dare”, che ci connette gli uni con gli altri e con la totalità. Infatti  tutte le religioni del mondo e, la Cabalà in particolare, hanno come moto principale: “ama il tuo prossimo come te stesso”. Questa frase va oltre qualsiasi discorso religioso o etico, è una legge della Natura, ma soprattutto una legge di sopravvivenza. L’alienazione da questa legge universale che i cabalisti chiamano “la legge della dazione” ha generato la nostra attuale “malattia sociale” i cui effetti devastanti si trovano dinanzi ai nostri occhi: l’escalation di isolamento e distruttività a livello individuale e collettivo.

“L’intenzione di dare”, di soddisfare il desiderio di un’altra persona trascende il nostro abituale modo di percepire “il nostro spazio” ed il “nostro tempo” e ci trascina al di là della “separatezza” e di tutte le limitazioni esistenti nel nostro mondo ordinario. Mentre il piacere egoistico è limitato ai nostri confini personali e si esaurisce appena il desiderio viene  appagato, il “piacere di dare” può essere inesauribile in quanto è collegato alla moltitudine degli esseri umani. “Entrare nel mondo spirituale” per la Cabalà significa raggiungere proprio questo piacere senza limiti, qualcosa che va molto al di là dei nostri confini abituali. Trascrivo in seguito un brano tratto da un racconto di Roland Kubler basato sui principi cabalistici intitolato Il paradiso e l’inferno:

Un viandante si rivolse ad un saggio e gli chiese di spiegargli la differenza tra l’inferno e il paradiso. Il saggio lo condusse attraverso un sentiero tortuoso e pieno di sassi, completamente coperto di edera selvaggia e felci rigogliose fino all’ingresso di una grande grotta dove si trovavano migliaia di uomini. Il viandante rimase colpito dall’ascolto delle urla terrificanti e della visione di esseri umani che, con lunghi cucchiai in mano, si rotolavano per terra in preda alla fame e al dolore. Oppure si accalcavano attorno ad un grande pentolone che si trovava sul fuoco, al centro della caverna. Nel pentolone bollivano pietanze dal profumo invitante ed il viandante viene preso dai morsi della fame mentre, con gli occhi sbarrati e pieni di curiosità, osserva la scena.

Il saggio si teneva appoggiato alla parete rocciosa che delimitava un lato del sentiero e osservava attentamente il suo compagno. Finalmente quest’ultimo si volta verso di lui: “non capisco… perché quegli uomini urlano così tanto?” Mentre con brutale violenza, tra le urla, questi lottavano tra di loro per un posto vicino al pentolone. Una volta pieni, i cucchiai erano  però troppo lunghi o forse erano troppo corte le braccia, per portare alla bocca il cucchiaio. Nonostante si allungassero e riprovassero continuamente, nessuno riusciva a portare il cibo desiderato alla bocca, spalancata  per la fame.

Quando il viandante vide tutto questo, si spaventò. “E’ tremenda la sofferenza che sono costretti a patire questi uomini. E’ davvero l’inferno.” “Si” mormorò il saggio, che ora non sorrideva più, “e la cosa più tremenda è che questi uomini sanno perfettamente quello che fanno”. “Ma proseguono. Voglio farti vedere il paradiso”.

Il viandante fu ben contento di seguire il saggio. Lungo il sentiero che attraversava la montagna, udirono ancora per molto tempo i lamenti e le grida di dolore degli uomini affamati. Poi finalmente, lo stretto sentiero si allargò e si trovarono in una grande caverna del tutto identica alla precedente. Anche qui c’erano migliaia di uomini ed in mezzo alla caverna si trovava un pentolone. Al viandante sembrò che vi stessero cuocendo le stesse squisite pietanze e anche lì gli uomini portavano in mano gli stessi lunghi cucchiai, troppo lunghi per poter potarli in bocca.

Il saggio, che seduto su una grossa pietra vicino all’ingresso della caverna, guardava la scena e sembrava ne gioisse, disse voltandosi verso il viandante, “è come nella prima caverna: la pentola sul fuoco, la folla di uomini e i cucchiai troppo lunghi, ma con alcune differenze: gli uomini sono tranquilli e sembrano sazi, parlano tra di loro e regna la pace”. “Cosa è successo?” chiede il viandante. “Guarda!” Il saggio gli indica la pentola dalla quale chiunque può prendere indisturbato la sua porzione e la cosa più sorprendente era che, con il cucchiaio lungo l’uno nutriva l’altro: gli uomini avevano finalmente imparato a nutrirsi a vicenda. Ecco il segreto del paradiso!

La Cabalà, come già detto, è uno studio molto approfondito della Natura alla ricerca delle Leggi divine. Una Legge divina che riguarda gli esseri viventi è che ogni parte di un organismo (per esempio le cellule), deve svolgere “il proprio compito” in relazione alla totalità dell’insieme al quale appartiene. In Natura tutto ciò che vive, tranne gli esseri umani, si comporta come se avesse questo innato senso di appartenenza ad una totalità più ampia: nell’organismo sano le cellule  collaborano le une con le altre, sostenendosi reciprocamente. Se non obbedissero a questa legge naturale,  le cellule entrerebbero in conflitto e combatterebbero le une contro le altre, “ognuna per sé”. E’ questo squilibrio all’interno di un organismo vivente che da origine alla malattia cancerogena: le cellule cancerose combattono fra loro per prendere il massimo dell’ossigeno e degli elementi nutritivi per se stesse, provocando la propria distruzione insieme all’intero organismo che le ospita.

Agire in sintonia con la natura, al di là della nostra tendenza all’egoismo,  richiede la capacità di scegliere consapevolmente le nostre azioni. Il concetto di  libero arbitrio, per la Cabalà, significa proprio questa libertà implicita nella scelta di “dazione” e la consapevolezza l’accompagna. Questa libertà e consapevolezza trasformano l’essere umano al punto di rendere quello che inizialmente fu un “atto di volontà”, una scelta del tutto naturale, l’unica scelta autenticamente umana.

In realtà esistono circa una dozzina di Cabalà, purtroppo molto spesso in lotta tra loro per affermare la propria verità. Alcune mettono in risalto un determinato aspetto della tradizione cabalistica piuttosto che un altro, ma tutte sono estremamente ricche e profonde. Un buon criterio di scelta del cabalista di riferimento, a parte l’empatia immediata, potrebbe essere il fatto che “il maestro” non si consideri il detentore unico della verità, ma continui la sua ricerca interiore con rispetto ed apertura a tutte le altre forme di conoscenza e di percorsi spirituali. Il cabalista moderno e illuminato cerca di integrare  l’anima ebraica e l’anima universale ed è oggi alla ricerca di ciò che Crivelli definisce “la via universale alla consapevolezza”: la “supersimmetria della fisica delle religioni”. Questo concetto viene messo in relazione con la scoperta del bosone di Higgs.

Da sempre, tra i ricercatori spirituali, si parla dell’esistenza di una via universale. Cosa sia in realtà nessuno lo sa ancora definire, perché trascende qualsiasi percorso già conosciuto. Forse, sostiene Crivelli, si tratta della “quintessenza di tutti i cammini esistenti”, o forse  qualcosa di nuovo, che non si è ancora rivelato: più che una via, una specie di “traguardo messianico”. Per Crivelli né le antiche religioni, né l’occultismo, né il movimento new age ha ancora trovato  “la via universale”.

Ma qui si va molto oltre la psicologia così come la conosciamo. La posta in gioco è immensa: è ciò che i cabalisti chiamano “la rettificazione del peccato dell’albero della conoscenza” e  che in ambito transpersonale potrebbe essere definito come “la trascendenza dell’ego”, un’esperienza di Unione, con la U maiuscola.

Le vie dell’etica tradizionale, ci ricorda Crivelli, sono soltanto riuscite a contenere i danni “del peccato originale” – lo stadio della storia umana che viene espresso nel mito di  Adamo ed Eva. Attualmente le religioni del mondo con i loro dogmi e precetti non riescono nemmeno più in questa opera di contenimento, la decadenza etica del nostro mondo moderno è evidente – l’incremento esponenziale del narcisismo, la guerre, i disastri ecologici etc… sono la prova del fallimento dei nostri tentativi di cambiare la natura umana basati sull’etica e la morale tradizionali. Nel tentativo di arginare i danni, le nostre religioni agiscono proprio come “farmaci sui sintomi”, senza offrire un autentico percorso di consapevolezza ed evoluzione interiore dell’essere umano.

Oggi persino la medicina sta prendendo una nuova posizione dinanzi alla sfida ed alla necessità di una evoluzione spirituale, sempre più urgente. In Brasile questo è molto evidente. Oggi la medicina riconosce la condizione di “malattia dell’anima” così come sono ufficialmente riconosciute la possessione o gli stati di trance. I casi di persone che entrano in stato di trance durante contesti religiosi o sedute medianiche, cosi come quelle che vedono spiriti o persone morte, non vengono più considerate malattia.

Il codice internazionale delle malattie oggi riconosce l’influenza degli spiriti: sentire voci e vedere spiriti non è motivo per prendere medicinali “di fascia nera” per tutta la vita. Finalmente, almeno dalle notizie che mi arrivano dal Brasile, la mente materialista si sta aprendo ad una nuova visione del mondo. Non molto tempo fa l’idea di salute veniva stabilita secondo un criterio di benessere biologico, psicologico e sociale della persona e non veniva preso in considerazione la sofferenza dell’anima, il benessere spirituale. Oggi la salute viene definita come una stato di completo benessere dell’essere umano integrale: biologico, psicologico e spirituale.

Nella mia esperienza clinica un numero non indifferente di analizzandi diagnosticati come psicotici perché “sentono voci” o “vedono spiriti”, nella realtà sono  persone che stanno vivendo un travaglio spirituale e non malati mentali. Molti di loro possono superare la loro sofferenza, se vengono considerati dal punto di vista integrale e curati come tali, ma purtroppo ancora oggi le diagnosi psichiatriche, la prescrizione di farmaci il più delle volte inutili o dannosi con tutte le conseguenze nefaste, anche in questi casi, sono una pratica ricorrente.

Il Dott. Sergio de Oliveira è un medico psichiatra brasiliano, professore all’Università di Medicina di San Paolo, alla cattedra di medicina e spiritualità, oggi d’obbligo in Brasile, e ricercatore nel campo della psicobiofisica. Il suo lavoro unisce concetti di psicologia, fisica, biologia e spiritismo con particolare attenzione agli studi sulla ghiandola pineale, considerata da millenni “la sede dell’anima”. La ghiandola Pineale è una ghiandola endocrina che appartiene all’ipotalamo. Per i praticanti dello yoga la pineale è l’ajna chakra, o “terzo occhio”, collegata all’auto conoscenza. Gli egiziani la chiamavano “il sole nella testa”.

La sua funzione è ancora sconosciuta, la Souzenelle (nel suo libro Il simbolismo del corpo umano) sostiene che è sconosciuta perché ancora addormentata: l’umanità nel suo attuale stato di coscienza, non riconosce la propria  spiritualità. Secondo la Souzenelle la ghiandola pineale si rivela come il fulcro della visione delle grandi profondità dell’anima, quando l’uomo assume la sua “matrice di fuoco”. Quindi allo stato attuale, la pineale non è ancora sollecitata ad inviare il suo influsso al campo toracico. Durante un suo intervento all’Università, Oliveira ha affermato di aver ricevuto numerosi stimoli per  lo studio della ghiandola pineale. Uno di questi stimoli è stata una visione nella quale gli è apparso il professore Zerbini, rinomato medico brasiliano deceduto, che Oliveira aveva sostituito nei suoi ultimi impegni accademici. In questa visione Zerbini, stando a quanto racconta Oliveira, gli avrebbe suggerito insistentemente di studiare la ghiandola pineale.

Nel Talmud c’è una storia che ci aiuta a comprendere un importante concetto cabalistico: è la storia di quattro rabbini saggi e santi e di un giardino incantato, il più bello, ma allo stesso tempo anche il più pericoloso, un giardino nel quale chi entra non è mai sicuro se riuscirà ad uscire, né come lo farà. Nel racconto talmudico, il primo rabbino arrivò fino alla soglia del giardino e provò un tale stupore che cadde fulminato a terra prima ancora di entrare; il secondo rabbino invece provò una gioia immensa e si mise a ballare, un ballo così vorticoso che non riuscì più a fermarsi ed impazzì. Il terzo rabbino varcò la soglia del giardino, ma uscì all’istante rinnegando la propria fede e tutto ciò che aveva amato fino a quel momento: diviene il messaggero della devastazione. Il quarto rabbino fu il solo ad attraversare il giardino e a tollerare  lo splendore senza ridursi in cenere. Lui aveva un altro tipo di conoscenza, la conoscenza di ciò che non si può dire, “di quel soffio che si trova nello spazio tra le parole”. Crivelli vedi in questo racconto una metafora dei quattro livelli di comprensione presenti nelle scritture sacre: i primi tre sono rispettivamente i livelli letterali, simbolico e etico e il quarto è l’approccio della Cabalà: il livello di conoscenza segreto, mistico i cui strumenti vanno oltre il razionale.

Per la Cabalà siamo tutti  esiliati da questo giardino in attesa del momento propizio per fare ritorno. L’archetipo dell’Abbandono è il paradigma stesso della nascita umana e viene rappresentato nel mito come la cacciata dal Giardino dell’Eden, quel luogo incantato al quale per tutta la vita ci struggiamo di poter tornare. 

Stanislav Grof, attraverso lo studio di profonde esperienze di auto esplorazione interiore, fa un parallelo tra  questo profondo  sentimento  di abbandono che appartiene a tutti noi   e l’esperienza del nascituro bruscamente “cacciato via” dal suo paradiso amniotico, il ventre materno. Ventre materno che non poteva più contenerlo e che lo ha spinto drasticamente verso la porta d’ingresso del mondo attraverso un tunnel di dolore. Questo dolore, espresso dalle grida e dal pianto dei neonati, sembra risuonare per sempre nel profondo di ognuno di noi.

Oggi, il ritorno a questo Giardino segreto, la nostra fonte interiore sembra possibile e non appare più così pericolosa in quanto abbiamo gli strumenti necessari per elaborare e contenere la “illuminazione”. La psicologia transpersonale ci offre oggi gli strumenti necessari per l’elaborazione della “esperienza numinosa”, come la definiva Jung. Non solo la psicologia, ma anche la scienza moderna, nel campo della fisica in particolare, della biologia, cibernetica, della teoria dei sistemi etc… ha fatto passi da gigante e ci offre una visione del mondo capace di contenere e convalidare questo tipo di esperienza interiore e la conseguente apertura cognitiva.

Stando a quanto ci raccontano le nostre tradizioni spirituali, la nostra anima, prima ancora della nascita,  sceglie un’immagine mitica, qualcosa come un “schizzo divino”, un progetto di ciò che sarà la sua vita sulla terra. Ma la discesa nel mondo la fa dimenticare. Avere una potenzialità e non utilizzarla è molto più doloroso di non averla per niente e l’anima “in pena” non dimentica il suo progetto divino e aspira ardentemente a ritrovare se stessa. Ognuno di noi porta dentro di sé questo “codice dell’anima”, un segreto che Crivelli descrive come “la promessa che il seme fa alla parte più nobile di se stesso mentre ancora si trova agli inizi della vita”. Custodiamo questa immagine nel profondo di noi stessi come un’intuizione etica più o meno nitida, a seconda del nostro stadio evolutivo, in attesa di poter compiere il nostro progetto interiore: di poter estrinsecare nel mondo ciò che ognuno di noi profondamente “incarna”.

Più contatto abbiamo con questa nostra immagine interiore più la nostra esistenza acquisisce intensità, i nostri sentimenti ed emozioni si ravvivano e più la nostra vita, in un certo senso, “ci assomiglia” e diventa “degna di essere vissuta”.  Ad un certo livello di questo percorso possiamo persino riuscire a percepire l’eternità di ogni attimo presente. Questo viaggio di ritorno viene descritto dai cabalisti come “la risalita dell’Albero della Vita”. Nella misura in cui procediamo in questa ascesa riusciamo a ricordare i contorni del nostro “schizzo divino” e persino l’intero contenuto della nostra immagine originaria ed a riappropriarci della chiave del nostro destino.

La Cabalà ci descrive il mondo, così come si presenta ai nostri sensi, come un velo di apparenza che nasconde una ricca e complessa realtà che va oltre ogni immaginazione: movimenti, forze ed energie che interagiscono in una sorta di “danza della creazione” e fanno sì che si manifesti una realtà piuttosto che un’altra: pace, amore, nascita e morte, bellezza o conflitti…. così come tutte le possibilità intermedie degli accadimenti umani… La vera realtà emerge da questa rete a differenti gamme dalle infinite lunghezze d’onda, ma solo un’area molto ristretta di questa gamma tocca i nostri sensi immediati. E’ solo interrogando il mondo che ci circonda e aprendoci ad esso, amandolo, che esso si apre alla nostra conoscenza. Nella misura in cui l’uomo “sale il suo Albero” i suoi sensi si espandono su aree sempre più vaste della realtà e  allora, ci ricordano i cabalisti, anche il mondo divino può essere percepito.

Le scienze moderne mettono in luce il fatto fondamentale che l’energia è inseparabile dall’informazione. La parola informazione può essere intesa su due piani. 1- Il piano ordinario dove comprendiamo che un’informazione è una conoscenza acquisita. 2- Il piano più sottile, dove comprendiamo, per esperienza, che l’informazione ha una sua funzione interna di “formatore”.

Una conoscenza ci trasforma, ci scolpisce dall’interno, perché essa è energia. Scolpisce per la stessa ragione l’oggetto conosciuto. Attraverso questo stesso processo le energie attivate durante un’esperienza eccezionale – uno stato di coscienza non ordinario o un profondo rapporto erotico, per esempio – diventano conoscenza appunto perché l’energia trasforma e allo stesso tempo informa l’essere umano. La vera conoscenza, secondo la Souzenelle è “il parto di noi stessi a terre sempre più profonde, ognuna delle quali è fatta di una somma di energia informatrice”. Il “terrificante mostro marino”, “la notte nera dell’anima” o “il drago delle profondità dell’inconscio” – i guardiani della soglia delle nostre tradizioni spirituali – sono immagini detentrici di questa energia-informazione che trasforma e informa l’essere umano.

L’emozione della verità

Una delle cose che più colpiscono lo studioso principiante di Cabalà è che secondo questa antica saggezza la verità, così come la falsità, appartengono alla sfera emotiva: esiste un’emozione definita “verità” ed un’emozione definita “falsità”. Non esistono nella Cabalà tutti quei concetti logici-astratti per discriminare il vero dal falso a cui siamo abituali. Tutta l’attenzione, in questo caso, viene rivolta  a “come ci sentiamo” quando ci accostiamo all’uno o l’altro di questi opposti.  In particolare viene sottolineato la nostra “vibrazione interiore”: da come vibriamo interiormente, possiamo riconoscere l’appartenenza o meno di qualcosa alla nostra  essenza umana, alla nostra verità. Questo discernimento diventa sempre più chiaro nella misura in cui proseguiamo il nostro percorso di scoperta “di noi stessi” fino al punto di diventare molto sgradevole la presenza di qualcosa – parole, persone, situazioni – che non riconosciamo come veri.

La vera conoscenza è l’ascolto del canto della Natura,  è l’orecchio teso ad accogliere il suono primordiale, proprio come Stradivari, che si faceva tagliare il legno che usava per i suoi magnifici violini durante “la notte in cui gli alberi cantano”. Il riconoscimento dell’“emozione della verità” passa attraverso la nostra capacità di sentire, di  sorprenderci  e  meravigliarci di ciò che ci circonda. La  verità, vista in questo modo, è inscindibile dall’amore e, ci ricorda Crivelli, dev’essere, un’emozione altrettanto intensa quanto quella provata in momenti di intimità sessuale. Per la Cabalà “io conosco” vuole dire “io amo”. Infatti nella Bibbia per dire che un uomo ha avuto una relazione sessuale con una donna, si dice che “l’ha conosciuta”. Per i cabalisti la conoscenza non è una qualità intellettuale, ma qualcosa di puramente sperimentale, proprio come quella che l’uomo fa della donna in un rapporto sessuale, ma anche quella che ciascun uomo può fare di ogni elemento della creazione penetrando nelle profondità del suo mistero. Questa conoscenza è amore.

 

 

 

 

 

 

 

Abstract

ABSTRACT

          Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale

 Da tempi immemorabili l’uomo ha dato vita a differenti procedure per trascendere la realtà quotidiana, accedere alla dimensione sacra dell’esistenza e veder balenare una scintilla di divino dinanzi ai propri occhi: dagli oracoli classici, agli stati indotti di trance, ai rituali misterici, alle cerimonie sciamaniche, alle varie forme di meditazione, ai  riti collettivi.  La storia umana, dagli albori della coscienza ad oggi, è la storia di questo rapporto tra l’uomo e la  molteplicità dei  mondi invisibili.

Nel nostro mondo attuale che predilige gli aspetti razionali della psiche, questa ricerca di ciò che non è percepito dai nostri cinque sensi attraverso stati non ordinari di coscienza, viene spesso guardata con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fa emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. In altri tempi o contesti culturali diversi dal nostro questi stati venivano invece considerati una benedizione divina, un dono degli dei ed erano – e sono tuttora – attivamente ricercati con l’utilizzo di vari mezzi di autoesplorazione profonda: “le tecnologie del sacro”. La Psicologia Transpersonale li ripropone in veste moderna, all’interno di una prospettiva psicoterapeutica e di evoluzione della coscienza.

Tutto questo indica che il nostro attuale stato di coscienza non è ancora sufficientemente dispiegato, nel senso che non ha ancora sviluppato tutte le sue potenzialità. Dalla teoria e dalla clinica della Psicologia Transpersonale sono emersi risultati straordinariamente ricchi e fecondi, nel senso di un ampliamento della cartografia dell’inconscio e di una drastica revisione dello stesso concetto di coscienza.

Virginia Salles in “Mondi invisibili, frontiere della psicologia transpersonale” ci accompagna in un viaggio coinvolgente e fascinoso attraverso luoghi della psiche poco conosciuti, un percorso in zone che la cultura scientifica fatica ad integrare: una traversata notturna  attraverso le regioni del mito in un itinerario che oscilla tra coscienza quotidiana e stati di coscienza non ordinaria.

I mondi invisibili sono quelli indagati da grandi studiosi contemporanei come Stanislav Grof, Abraham Maslow, fondatori della Psicologia Transpersonale negli Stati Uniti, da un ricercatore come  Josè Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista brasiliano ancora poco conosciuto in Italia,  ma anche i mondi narrati nelle tradizioni millenarie di ricerca del sacro. Questo affaccio sulle esperienze non ordinarie di tutti i tempi viene messo in relazione con i contributi di C.G. Jung,  di Wilhelm Reich, John Perry, Ken Wilber, Alexander Lowen, Massimo Assagioli, Bion e tanti altri, senza dimenticare le esperienze di grandi artisti, che hanno percepito la linea d’ombra che separa il visibile dall’invisibile e sono riusciti ad evocare ciò che è indicibile.

Le teorie di Jung, in particolare il suo “libro Rosso”, sono un punto di partenza per la Psicologia Transpersonale, ma rappresentano anche l’appartenenza professionale di Virginia Salles, formatasi in Italia come analista junghiana. Questo libro è una sintesi del lavoro svolto dall’Autrice e rappresenta il punto di incontro di una lettura a più livelli, integrata nell’orizzonte della Psicologia del Profondo.

Un elemento presente in molti di questi mezzi per raggiungere le profondità dell’anima  è  la respirazione, vero e proprio  ponte tra il visibile e l’invisibile, che da sempre  è stata utilizzata come mezzo di autoesplorazione e per indurre profondi cambiamenti nella coscienza: le stesse espressioni che utilizziamo per definire l’aria, l’atmosfera, o la “respirazione” sono usate per descrivere concetti religiosi. Per esempio, in alcune lingue antiche come il greco o il latino le parole aria, vento, soffio, sono le stesse che esprimono idee come Vita, Spirito, Dio.

In certe condizioni il respiro può rappresentare la porta di ingresso verso i mondi invisibili, lo strumento che permette di varcare la soglia e di tornare indietro. Questa reversibilità dell’esperienza ha rappresentato per l’uomo la possibilità del contatto con il divino in condizioni ritualizzate, che permettono l’accesso all’altra dimensione dell’esistenza senza essere distrutti dalla potenza del numen.  Per noi moderni questo dio nascosto è il nostro Sé profondo.

Nel testo troveremo ampie parti cliniche, con resoconti di sogni e di esperienze di Respirazione Olotropica. Le narrazioni,  a volte incredibili a volte straordinarie ci mostrano come la  tendenza fondamentale di questa procedura  sia l’integrazione di ciò che è scisso, la ricomposizione della sofferenza in una trama armonica.  La tecnica terapeutica proposta da Grof,  esposta nei casi

presentati dalla Salles, così come altri metodi utilizzati in ambito transpersonale, sono  un vero e proprio viaggio nel Sé: un passaggio attraverso lo Stargate e l’accesso ad una dimensione altra rispetto alla nostra coscienza ordinaria. Una rielaborazione in chiave moderna di antichi mezzi di autoesplorazione esperienziale proposti dalle nostre tradizioni spirituali che hanno come scopo il raggiungimento dello stesso obiettivo: aprire un varco o meglio costruire un ponte tra la nostra identità personale ed il Sé profondo. La percezione che la persona ha, in questi momenti, è che la propria coscienza sa dilatata oltre i confini abituali dell’ego trascendendo i limiti spazio-temporali e aprendosi a dimensioni esistenziali fino a quel momento impensabili. Un intero mondo di elementi bizzarri e di apparenti contraddizioni emerge come  da dietro uno sfondo prima impercettibile: eventi del passato personale così come elementi di carattere più universali appartenenti all’inconscio collettivo che vengono spesso descritti con dettagli storicamente accertabili, luci abbaglianti, personaggi  mitologici, demoni e divinità. Possiamo identificarci con archetipi o con altri esseri viventi come piante o animali, o percepire eventi al di là del tempo e dello spazio.

Queste esperienze, così difficili da comprendere e da collocare all’interno di una griglia conoscitiva,  sono iscrivibili all’interno della struttura postulata dalla fisica dei quanti, teoria che ha annullato molti dei cardini della scienza e della cultura occidentale. Grof sostiene che le ricerche e le evidenze cliniche riscontrate attraverso la respirazione olotropica non possono essere spiegate all’interno della fisica newtoniana. La fisica dei quanti però ci pone essa stessa di fronte a dilemmi e contraddizioni: “Gran parte del modo in cui la fisica quantistica descrive il mondo può sembrare, a prima vista, un nonsense…Tuttavia si può giocare solo a questo gioco. La vecchia meccanica di Newton e dei suoi seguaci non è in grado di dare una qualunque spiegazione degli atomi o di altri microsistemi.” (Gilmore, Alice nel paese dei quanti). La coscienza – con tutte le straordinarie declinazioni che vedremo in questo libro e che possiamo leggere anche nei testi di Grof – sembra configurarsi come un sistema che partecipa di  livelli differenti, eterogenei tra loro. Si tratta di un territorio ancora quasi del tutto inesplorato. Potremmo affermare che anche la psiche è ricca di nonsense, proprio come la fisica dei quanti.

Nella storia della psicologia la componente della dimensione soggettiva ha sempre scatenato ondate di critiche ed ora ancora di più la Psicologia Transpersonale, portatrice di mondi invisibili. La storia della psicologia del profondo è strettamente collegata con l’altra dimensione: dal fluido universale invisibile di Mesmer al concetto di “inconscio” di Freud, il quale – dal momento che postulò un luogo, un topos, (l’inconscio appunto)  dove si svolgevano, in modo invisibile, i processi psichici –  partecipò alla scoperta rivoluzionaria dei “mondi invisibili”. Fu questo, e non la sessualità, la vera causa dell’ostracismo della classe accademica nei confronti della psicoanalisi. I mondi invisibili turbavano la cultura positivista dell’epoca e turbano tutt’ora la nostra coscienza collettiva basata su un paradigma culturale ormai superato. La Psicologia Transpersonale affonda le sue radici nella più moderna visione della scienza (post teoria della relatività) che è in un certo senso inconciliabile con il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano sul quale si fonda tutta la psicologia occidentale.

 

 

 

 

 

 

Ciò che caratterizza l’approccio terapeutico transpersonale non è il contenuto ma il contesto in cui si opera. Indipendentemente da quale sia il livello dello “spettro della coscienza” (Wilber), o il “territorio esperienziale” (Grof) sul quale si sta focalizzando il processo terapeutico, il terapeuta transpersonale è consapevole di tutte le possibilità esistenziali ed è disposto a seguire  l’analizzando (nell’ambito della Psicologia Transpersonale la parola “paziente” non è utilizzata)  sul suo percorso attraverso nuove e più ampie dimensioni esperienziali ogni volta che se ne presenti l’occasione. La figura del terapeuta transpersonale assume allora un significato diverso rispetto allo psicoterapeuta tradizionale, un ruolo più vicino a quello che Jung definisce ‘psicopompo’, colui che accompagna l’analizzando nel viaggio interiore. Nella nostra cultura abbiamo un riferimento fondante per questo: nel percorso che Dante compie attraverso i mondi dell’Inferno, del  Purgatorio e del Paradiso, nel quale il poeta Virgilio è lo psicopompo, la guida che accompagna, sostiene ma non interviene nel processo. Il vero terapeuta è il Sé dell’individuo, secondo Jung  l’elemento propulsivo del processo di individuazione. L’Autrice ci mostra come in questi percorsi individuali si manifesti la tendenza della psiche verso l’autoguarigione, come descritto da Jung e Grof,  ed è proprio  questo aspetto che guida il percorso della Psicoterapia Transpersonale.

Colpiscono profondamente i casi di persone che non avrebbero mai potuto avere un vero  accesso ad una psicoterapia classica: prostitute,  portatori di dipendenze, outsider. Individui che non solo hanno potuto usufruire di una crescita personale, ma che hanno anche scoperto l’esigenza di spiritualità che si celava dietro i loro sintomi.

La parola spiritualità viene spesso menzionata nel corso del testo, ed è questo uno dei contributi più significativi di questo libro: tutti gli esseri umani, a prescindere dalla presenza o meno di un contesto religioso nella loro vita,  possono riconoscere l’esigenza di un rapporto con la dimensione del  sacro come esigenza della psiche, senza per questo dover appartenere ad uno schieramento di qualsivoglia tipo.

 

 

 

Mondi invisibili recensione

Recensione di Luisa de Paola

Virginia Salles, Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale

Alpes Italia, Roma 2013, pp. 216.

Intenso, ricco, avvolgente: Mondi invisibili si legge d’un fiato ma ti penetra dentro e sedimenta tracce nel tempo. Invita, dopo una prima lettura vorticosa e appassionata, a tornarci su con un ritmo meno veemente e più meditativo, a soffermarsi sulle testimonianze palpitanti e vive che offre in ogni capitolo, a riflettere sui principali snodi teorici che emergono dalla sua fitta e sapiente trama, ad assimilarne in profondità il messaggio di trasformazione e rinascita al di fuori delle barriere egoiche che limitano le nostre capacità vitali congiuntamente alle nostre più intime potenzialità. E’ così, attraverso più di una lettura, che l’incontro con il saggio-testimonianza di Virginia Salles, psicoterapeuta specializzata in respirazione olotropica, diventa una vera e propria esperienza terapeutica, un percorso che ciascuno può far proprio appoggiandosi alla forza “invisibile” eppur vivissima e quasi tangibile delle pagine scritte.

Colpisce la straordinaria ricchezza di riferimenti culturali che fa capolino dalla trama compatta e avvincente della scrittura. Tra le righe troviamo infatti sofisticate concezioni del mondo e teorie complesse di psicologi, filosofi, scienziati, maitres-a-penser di diverso orientamento e di diversa formazione che, colte nel proprio centro nevralgico ed assimilate in profondità, ci vengono restituite nel loro spirito essenziale, con uno stile agile e snello e al contempo ardente ed appassionato, tanto estraneo a contorsioni intellettualistiche e fregi pedanteschi quanto denso, d’intime risonanze e calde vibrazioni.

Con semplicità e al tempo stesso con impeto travolgente, il lettore viene portato per mano come un iniziando tra i recessi della psiche più reconditi e abissali, laddove la nascita s’incontra con la morte, e il sogno pervade anche la veglia. Da un capitolo all’altro, ci troviamo a percorrere un vertiginoso itinerario lungo le vie dell’anima in compagnia di Jung e di Goethe, di Wilber e Lowen, ma anche di tanti altri compagni di viaggio con nomi e volti ignoti che, come noi, stanno intraprendendo un cammino di esplorazione e di ricerca orientato agli strati più sottili e profondi dell’esistenza. Dalla propria esperienza professionale, infatti, l’autrice ha tratto brani di esperienza vissuta che se da una parte sembrano vivere ciascuno di vita propria, dall’altra, invece, s’intrecciano a perfezione con analisi, riflessioni, segmenti meditativi, per comporre un movimento unico, un mosaico vivente di testimonianze e di sguardi, di percorsi teorici ed esperenziali nell’intricata e complessa geografia della psiche.

Il retroterra di quest’affascinante viaggio nell’anima è quanto mai vasto e complesso. Virginia Salles, che è nata a Bahia, in Brasile, cresciuta a contatto con i riti del Candomblé e del sincretismo afrobrasiliano, e si è formata alla scuola dello psichiatra ceco Stanislav Grof, attinge a una straordinaria varietà di fonti per delineare un orizzonte teorico e culturale che è al contempo uno spazio vitale in cui il lettore può muovere liberamente il suo pensiero e le sue emozioni. Oltrepassando i confini delle psicologie più tradizionali, l’autrice si rivolge sia alle matrici sapienziali delle antiche religioni e filosofie, sia ai pionieri di una nuova scienza che, coerentemente con le scoperte di Einstien e della fisica quantistica, stanno procedendo, seppur per una via diversa da quella dei mistici, verso quello stesso superamento del dualismo soggetto-oggetto che è anche il traguardo di ogni percorso mistico-iniziatico e, più in generale, di ogni percorso di ricerca autenticamente vissuto. Ma quella tra soggetto ed oggetto è soltanto una delle molteplici dicotomie che Mondi invisibili ci spinge a superare. Guidandoci in un intrepido percorso sui sentieri pionieristici della psicologia transpersonale, ed offrendoci, contestualmente, gli strumenti per raggiungere una percezione più profonda ed interiorizzata della realtà, il libro ci porta infatti a riconsiderare tutta una serie di opposizioni che condizionano in modo spesso castrante la nostra visione del mondo e della natura umana. Dei tanti dualismi che affliggono l’attuale cultura dominante, Virginia Salles ne prende in considerazione soprattutto uno: quello tra mente e corpo. Eredità persistente della mentalità cartesiana, la scissione tra uomo materiale, impastato di carne e sangue, d’istinti e di pulsioni, e uomo spirituale, sublimato in pure idealità disincarnate, è all’origine di profondi e diffusi disagi esistenziali, così come di storture e pregiudizi che inquinano la realtà sociale e che l’autrice testimonia con toccanti resoconti di alcune delle sue esperienze cliniche., in particolare nei capitoli “La tigre e il vento – la magia del corpo in terapia” e “Mercanti di corpi, dissipatori d’anima”. Qui la sofferenza dell’altro vissuta sulla propria pelle si trasforma in una molla che fa saltare gli ingranaggi della medicina e della psicoanalisi ortodosse, entrambe ancora legate al presupposto delle due sostanze, res cogitans e res extensa, per far accedere la psicologia a una teoria e una prassi terapeutica al servizio dell’uomo nella sua interezza e nella sua totalità. Ed ecco quindi che, in quest’ottica, il corpo nella sua fremente vitalità acquista pieno diritto di cittadinanza sulla scena del setting, di cui diviene anzi protagonista attraverso il processo fisico e spirituale della respirazione imponendo una vera e propria rivoluzione nella prassi terapeutica. Una rivoluzione che tuttavia non rompe del tutto la continuità del movimento psicoanalitico. Come leggiamo infatti a più riprese nel libro, se Freud non considera affatto il corpo né il processo della respirazione, e neppure Jung si spinge oltre una generica rivendicazione dell’unità tra corpo e anima, è però dai due grandi padri fondatori della psicoanalisi che parte Reich per restituire alla corporeità un ruolo primario nell’ambito della cura psicologica, e da Reich prendono a propria volta le mosse Lowen, Grof e Gaiarsa, con i quali il processo della respirazione assurge a cardine e fulcro della terapia.

L’attenzione rivolta al respiro segna una duplice svolta: da un lato permette di coinvolgere l’uomo intero inteso comune unità psicocorporea; dall’altro spinge questa stessa unità psicocorporea oltre i propri confini abituali, reintegrandolo in un’unità organica più ampia che la trascende in virtù di quel processo d’interscambio vitale da cui dipende e che è, appunto, la respirazione stessa. Attraverso la respirazione olotropica, la psicologia può quindi andare al di là dei presupposti individualistici e dell’assetto personalistico in cui si radicano, per esempio, la psicoanalisi freudiana e la psicologia dell’io, per aprirsi a un orizzonte transpersonale e transdisiplinare che, attingendo a fonti antiche, torna ad affacciarsi alle dimensioni della spiritualità e del sacro con sguardo aperto, rinnovato, al passo con i tempi e aggiornato alle più recenti scoperte scientifiche.

Un libro coraggioso, che, come annuncia anche il sottotitolo, sfida le frontiere della psicologia incentrata sul soggetto individuale per puntare audacemente verso un nuovo paradigma della psiche, un paradigma in grado di riconciliare l’uomo con la natura, il corpo con l’anima, la scienza con la vita.

Ignazio Licata

licataIgnazio Licata

La logica aperta della mente

Codice edizioni, Torino, 2008

In una intervista a Stanislav Grof il 29 novembre 2006, ad una mia domanda circa il futuro della psicologia, Grof risponde ricordandomi i nuovi sviluppi della fisica moderna e il ruolo trainante e di supporto teorico che questo campo della conoscenza offre ai nuovi orizzonti della psicologia transpersonale e all’atteso cambiamento di prospettive del nuovo paradigma emergente.

La psicologia e psichiatria accademica attualmente offrono un modello della psiche molto limitato, spiega Grof, “…il cervello vieni visto come un hardware di un computer, il cui software è la biografia postnatale, e credono che non ci sia niente oltre questo. La psicologia transpersonale ha ampliato molto questo modello includendo, ovviamente, sia il periodo biografico, sia i periodi prenatale e perinatale ed ha quindi fatto esplodere il modello della psiche nella sfera transpersonale”. Se le esperienze che emergono durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con l’LSD o la respirazione olotropica – esperienze considerate dalla psicologia e psichiatria tradizionale come originate da una patologia, esperienze di archetipi, di identificazione con altri esseri viventi, altri popoli o con l’intera umanità, animali, piante, esperienze di altre culture, di altre vite etc – fossero studiate sistematicamente, condurrebbero, aggiunge Grof, “ ad una rivoluzione paragonabile a quella che avvenne nel campo della fisica nelle prime due decadi del ventesimo secolo, quando si passò dalla fisica newtoniana alla fisica relativistica e quindi alla fisica quantistica. È straordinario ciò che furono capaci di fare i fisici, cioè cambiare il modo di pensare. Analogamente, con tutte le prove prodottesi nel tempo, anche la psicologia potrebbe fare lo stesso percorso. Ciò che voglio dire è che le prove sono già lì e se le persone che le osservano avessero una mente sufficientemente aperta, la rivoluzione avverrebbe in modo automatico”.

Mentre la maggior resistenza alla nuova visione della psiche che emerge dalle esperienze transpersonali provengono dagli ambienti accademici che in generale si chiudono a tutte le nuove scoperte, sottolinea Grof, il suo lavoro fu accolto con grande entusiasmo negli ambienti scientifici d’avanguardia. Le prime risposte positive arrivarono da fisici quanto-relativisti: Fritjof Capra, Fred Wolf, Saul Paul Siraq, Nick Herbert, Amit Goswami. La visione olotropica di Grof è stata salutata con entusiasmo anche da teorici come Karl Pribram (modello olografico del cervello), David Bohm (la teoria dell’olomovimento), Ilya Prigogine (la teoria delle strutture dissipative), Rupert Sheldrake (il concetto dei campi morfogenetici) e Ervin Laszlo (la psi-campo) e molti altri. E ancora la teoria dei sistemi, la tanatologia, la parapsicologia. I grandi teorici di queste nuove frontiere della scienza condividono con Grof la consapevolezza del fatto che la vecchia filosofia materialistico-monista e l’immagine dell’universo cartesiano-newtoniana, che dominano la scienza accademica, sono state superate e appaiono oggi fuori luogo e drammaticamente anacronistiche.

In questo scenario di emergenza, di urgenza di cambiamento nell’assetto teorico tendente a unire le nuove scoperte della scienza, le implicazioni filosofiche della fisica quanto-relativista, e le sempre più profonde esplorazioni della psiche attivate dalle nuove tecniche di autoesplorazione della psicologia transpersonale emerge l’ultimo libro di Ignazio Licata intitolato “La logica aperta della mente” pubblicato da Codice edizioni, Torino, 2008.

Come afferma l’autore in questo libro complesso ma dal linguaggio lucido e chiaro, ricco di spunti di riflessione “La cognizione non è la rappresentazione del mondo, ma un processo di generazione di mondi connesso alla complessità dell’accoppiamento strutturale tra un organismo e l’ambiente… e “l’io”, messo costantemente in discussione dalla psicologia transpersonale, viene definito dall’autore come un “continuo processo di accoppiamento con il mondo, un flusso tra interno e esterno veicolato dal nostro essere organismi…”. Licata paragona la mente a un “evento musicale”, “un gioco di rimandi molteplici e di circolarità, diffuso tra il corpo e il mondo in cui siamo allo stesso tempo interpreti, esecutori e ascoltatori” (p. 231).

Ed è sempre attraverso la musica che l’autore abbandona il rigore della scienza e della logica (“una logica aperta… appunto”) e offre al lettore uno squarcio della sua soggettività consegnando la descrizione di un suo personale, intimo momento di “accensione dei qualia” (tradotto in linguaggio transpersonale significa il momento in cui l’io viene trasceso): “Ebbe in quell’occasione (durante l’ascolto della sonata III di Beethoven) la rara sensazione di essere tutt’uno con la musica, di averne penetrato i segreti profondi e di potermi muovere agilmente nel complesso gioco di rimandi e connessioni, fino a comprendere la necessità di ogni singola nota…e da allora il mio rapporto con la musica ha acquistato delle connotazioni di familiarità ed intimità che non mi hanno più lasciato e si sono trasformate in una nuova e più ampia consapevolezza dell’ascolto e di me stesso…” (p. 232)

Ogni evento emotivamente significativo della nostra esistenza provoca un cambiamento profondo nell’essenza di ciò che siamo e ripropone a sua volta nuove sfide e ulteriori travagli in una spirale infinita che non raggiunge mai una sua completezza definitiva. E ogni nuova consapevolezza emerge da un contesto dal quale non si può prescindere e che a sua volta è situato in un altro contesto e questo si trova ancora dentro alla sua realtà come i pesci nell’acqua… così all’infinito”. “Noi siamo immersi nel mondo e non possiamo osservare ogni aspetto di esso. Siamo processi che descrivono processi, ed ogni descrizione è una forma di interazione”. (p. 257)

Anche nell’ambito della fisica quindi con la sua logica e le sue equazioni, la conoscenza del mondo non può dissociarsi del vissuto emotivo e della conoscenza di se stessi, dell’immersione nella profondità dell’essere. I teorici dello sviluppo oggi confermano che non esiste un mondo precostituito in attesa che tutti lo scoprano (il mito del dato). Questo fu il lascito dello strutturalismo (e del post-strutturalismo) e l’elemento centrale a tutta la rivoluzione costruttivista nell’epistemologia. Mondi fenomenologi distinti, Mondi reali, iniziano ad esistere ad ogni nuovo livello di sviluppo della coscienza e della esperienza soggettiva, sostiene Ken Wilber, e si svelano attraverso le strutture cognitive responsabili della percezione e insieme della co-creazione di questi mondi. La biologia post-moderna afferma anch’essa che l’organismo biologico svela e crea continuamente nuovi mondi invece di semplicemente percepire un mondo già dato. Ci sono cose nel “mondo invisibile”, siano esse Dio, le fate, Pollicino o il Nirvana, che esistono soltanto in determinati “indirizzi cosmici”, a determinati livelli della nostra evoluzione individuale o collettiva.

Scrive ancora Ignazio Licata: “Il problema dei qualia, il nucleo forte e irriducibilmente soggettivo della coscienza, risiede in questa capacità di essere ascoltatori dei nostri stessi atti cognitivi e di ricevere dall’ascolto un feed-back che modifica continuamente la nostra apertura logica” (p. 231).

Per capire il mondo, l’uomo moderno non può più esimersi di aprire le porte della propria limitata percezione sensoriale di inserire nei propri calcoli anche se stesso, le sue emozioni, le sue abissali profondità. Parola di fisico.

KABBALAH E CRISI GLOBALE

   Kabbalah e crisi globale

Di Virginia Salles, Roma

 (Estratto)

Coloro che danzavano erano considerati folli da quelli che non riuscivano a sentire la musica
Angela Monet

Le lettere dicono sempre qualcosa in più del loro segno, perché parla anche la potenza del loro silenzio.
Halter Marek

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Tutti nella stessa barca

Uno dei miti tipici della nostra civiltà, che si è rivelato sempre più insidioso negli ultimi decenni, è il nostro concetto tradizionale di sviluppo fondato sulla crescita infinita. Da questo mito, vero e proprio “zoccolo duro da morire” della nostra coscienza contemporanea, scaturisce una modalità di esistenza che ci può portare dritti verso la strada senza uscita del disastro ambientale. Al nostro pianeta che, come possiamo osservare, “fa acqua da tutte le parti” resta solo, secondo studiosi del calibro di Edgar Morin o Ervin Laszlo e non solo loro, la via della “metamorfosi”.
Nel suo commento al “Segreto del fiore d’oro”, C. G. Jung afferma che la nostra attuale coscienza occidentale non è assolutamente rappresentativa della coscienza umana in generale, ma è piuttosto una dimensione, circoscritta storicamente e limitata geograficamente, di una parte dell’umanità. Lo studio degli stadi evolutivi dell’uomo ed il confronto con altre forme di coscienza appartenenti ad altri tempi e luoghi ci aprono uno spiraglio di speranza e ci offrono elementi indispensabili ad un allargamento di prospettiva ed una visione più obiettiva del nostro attuale stato di coscienza e della conseguente “crisi globale”.

La kabbalah si rivela.

Alcuni tra i personaggi più brillanti e creativi della storia – tra i quali Platone, Pitagora, Newton e Leibniz – furono profondamente influenzati dallo studio della kabbalah. Anche Goethe mostrava un profondo interesse per questa antica conoscenza e molte delle sue intuizioni, così come gli scritti di Rudolf Steiner, si fondano su principi cabalistici. Giovanni Pico della Mirandola nel suo testo De Hominis Dignitate del XV secolo, sosteneva che l’autentica interpretazione della Legge divina si chiama kabbalah. Le conoscenze cabalistiche sono sempre state tramandate per via orale a pochi privilegiati, ma fu solo negli ultimi anni che la kabbalah si è aperta alla divulgazione attraverso i più popolari e moderni mezzi di comunicazione. La ragione per cui questa antica saggezza, occultata da millenni, si sta rivolgendo attualmente a tutto il mondo è che i suoi principi fondamentali – la “mondializzazione”, la connessione tra tutti gli esseri umani, l’unità e indivisibilità della Natura – si stanno manifestando in modo sempre più chiaro, dinanzi ai nostri occhi increduli, in modo tale che non occorre nemmeno più usare la terminologia cabalista, ma possiamo servirci delle parole usate dalla scienza moderna per esprimere gli stessi concetti della kabbalah.

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Il grande cabalista Baal Ha Sulam afferma che “Dio” è la Natura nel suo complesso, da lui considerata come una singola unità. Questa unità non si applica solamente al nostro pianeta ed alla vita su di essa, ma all’intero universo nelle sue dimensioni fisiche e spirituali. Quando i cabalisti parlano di D-O, o del Boré (il nome di Dio, per un cabalista è troppo potente per essere pronunciato) non lo intendono come solitamente viene inteso, nel suo significato religioso di un essere onnipotente da adorare e obbedire per essere ricompensati. I cabalisti identificano D-O con la Natura: Ha Teva (la Natura) ha lo stesso numero ghimatrico (86) di Elohim (Dio) e sono quindi, per la kabbalah, la stessa cosa. Ciò che i cabalisti chiamano “le Leggi di Dio” sono quindi “i Comandamenti della Natura” e viceversa.
All’origine dei tempi, secondo la kabbalah, D-O si era rifugiato in se stesso e si era contratto, creando un unico punto di oscurità. Da questo punto vuoto nacque lo spazio ed il tempo, la materia e l’universo sconfinato che conosciamo. Furono innalzati dieci veli per occultare l’infinita Luce (le dieci sefirot o livelli dell’occultamento) in modo tale che non siamo più nemmeno consapevoli del significato della parola “Creatore”. A questo moto divino viene dato il nome di “contrazione”.

 

La kabbalah e le leggi della Natura

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La realtà nel suo insieme, secondo la kabbalah, è composta da un’unica entità frantumata, chiamata “l’anima frammentata di Adamo”. Questa drammatica lacerazione non si riferisce ad una separazione fisica, ma ad un’anima scissa, le cui parti hanno iniziato ad operare nel proprio interesse invece che nell’interesse della Totalità. Ciò ha comportato la distruzione dei legami esistenti fra tutte queste parti, intese come “il desiderio collettivo” che costituisce la nostra realtà. Dal punto di vista della psicologia transpersonale: la nascita dell’ego o della “separatezza”.
Affinché un organismo viva, ogni cellula deve svolgere le proprie funzioni in relazione all’insieme al quale appartiene, che significa anche sostituire all’obiettivo di assicurare la propria vita, quello di preservare la vita dell’organismo che la ospita. Gli elementi della Natura nel suo complesso, tranne gli esseri umani, si comportano come se avessero un’innata percezione della totalità alla quale appartengono: le cellule sane collaborano le une con le altre dentro l’organismo, sostenendosi reciprocamente. Se non obbedissero a quest’ordine naturale, le cellule entrerebbero in conflitto e combatterebbero le une contro le altre come se fossero tutte creature unicellulari. Quando si verifica questa disfunzione all’interno di un organismo la diagnosi è il cancro: le cellule cancerose combattono fra loro per accaparrarsi l’ossigeno e gli elementi nutritivi, provocando la distruzione di se stesse e dell’organismo che le ospita. La conoscenza di queste Leggi naturali, sostiene Laitman, presuppone che tutti gli esseri umani siano garanti gli uni degli altri, nel senso che ogni individuo sia consapevole che può causare con le proprie azioni il beneficio o il deficit del mondo intero. I precetti di tutte le tradizioni spirituali e della kabbalah in particolare girano intorno alla frase: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Questa frase è molto di più di un discorso religioso o etico, è una legge della Natura, ma soprattutto una legge di sopravvivenza.

 

Interdipendenza e alienazione

 

Uno degli aspetti che caratterizzano l’attuale caotica situazione globale è l’interdipendenza insieme alla sempre maggiore alienazione degli uomini, gli uni nei confronti degli altri. È questo il paradosso descritto da Laitman: nella misura in cui siamo diventati sempre più globali, ci troviamo contemporaneamente sempre più narcisisti. Oggi si parla di una vera e propria epidemia di narcisismo ed i tratti delle personalità narcisiste sono cresciuti al punto da essere considerati persino tratti della personalità così detta “normale”. L’antidoto a questa escalation di egoismo, stando agli studi cabalisti, è la stessa cura che viene applicata dalla Natura: la costruzione di un sistema globale nel quale tutte le parti offrano il proprio contributo e rinuncino al proprio interesse personale. In cambio, “l’insieme” assicurerà il benessere e la sostenibilità dei singoli componenti.

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Quando nella kabbalah si parla di “rinuncia agli interessi personali” non si fa riferimento alle nostre caratteristiche e risorse umane individuali che sono universalmente valide. Ciò a cui dobbiamo rinunciare sono le nostre rivendicazioni egoiche, tutte quelle manifestazioni di autoaffermazione e di potere così tipiche del nostro attuale stile di vita. La regola della rinuncia all’interesse personale in favore dell’interesse del sistema globale non si applica solamente alle molecole, organi e tessuti che formano un corpo vivente, ma anche agli uomini che, come tutti gli organismi biologici, non possono vivere isolati. Secondo i cabalisti essi sono come “rami” che affondano le radici nel regno spirituale che è una sorta di “anti-mondo”. Mentre noi esistiamo nel mondo della “separatezza”, la vita appartiene e proviene dal “mondo dell’Unione”. Per i cabalisti solamente attraverso la connessione la vita può evolversi e perpetuarsi.

 

Il LIBRO ROSSO DI C. G. JUNG

Il LIBRO ROSSO DI C. G. JUNG

di Virginia Salles, Roma

 

Fuggi da quanto ha già forma agli aperti reami delle forme possibili .

(Goethe)

 

Viviamo in un mondo  secolare. Per adattarsi a questo mondo il bambino abdica alla sua estasi..

(Mallarmè)

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Il coraggio

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Il vero atto di coraggio, l’unico che ci viene richiesto in quanto partecipanti al grande miracolo della Vita, è il coraggio di affrontare l’Ignoto, di affrontare ciò che di più incomprensibile e sconvolgente possiamo incontrare sulla nostra via. Quelle esperienze definite da Platone come “la pazzia divina”, esperienze visionarie che riguardano il mondo dello spirito o della morte o della “vita vera” e che avvengono “ad occhi chiusi” – ossia nei recessi più oscuri del nostro mondo interiore – sono state talmente escluse dalla nostra vita e dai nostri interessi quotidiani che i nostri sensi atti ad accoglierle ed a comprenderle si sono atrofizzati. Così come la nostra capacità di “percepire” la presenza della Divinità. La maggior parte delle persone non sperimenta mai ciò che viene definito “la presenza di Dio”, sostiene Ronald Laing e nemmeno percepiscono “la Sua assenza”, ma solamente l’assenza di qualcosa di fondamentale, un grande e indefinito vuoto: “l’assenza della Sua Presenza”.

Scoprire in noi stessi qualcosa d’immenso, intimo e profondamente coinvolgente, qualcosa che ci collega a “tutto il resto del mondo” e che prima era totalmente sconosciuto, ci fa comprendere che gran parte della nostra angoscia esistenziale e dei nostri infiniti bisogni non sono nient’altro che un tentativo di lenire la sofferenza di questa “separazione”. C. G. Jung, con il coraggio degli indemoniati, discende in fondo all’ “Abisso”, ne esplora i contorni, i sentieri insidiosi, si aggira nei suoi meandri più segreti e ci consegna in quello che è la sua opera primaria, il Libro Rosso, le rivelazioni di un altro mondo, un mondo sostanzialmente diverso da tutto quanto siamo abituati a conoscere. Il Liber Novus segna l’inizio di una nuova era per la psicologia del profondo, non nel senso che rappresenti qualcosa di nuovo nell’orizzonte psicologico-letterario in quanto le tradizioni spirituali di ogni epoca abbondano di racconti di questo genere, così come i libri di psicologia transpersonale, di filosofia orientale e di antropologia, i racconti di esperienze sciamaniche etc… La “novità” è semplicemente il fato che sia stato Jung a scriverlo, con linguaggio potente. Jung – che non ha mai ufficialmente rinnegato il paradigma dominante della propria cultura di appartenenza e che non ha mai così spudoratamente varcato “la soglia” – fu, in realtà Il primo psicologo “transpersonale”, seguito da Erich Neumann, il primo che ha sfondato le barriere dell’inconscio personale freudiano e attinto all’altro inconscio che rappresenta tutt’ora una sfida al “mondo conosciuto”: la scoperta dell’America in psicologia.

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Il Liber Novus e altri scritti di questo genere mettono in discussione le radici stesse della cultura di cui facciamo parte ed ogni cultura mette in atto i suoi “meccanismi di difesa” per confermare e mantenere la propria “cosmovisione”. “Libri rossi” che finiscono per risultare, in un certo senso, trasgressivi e “pericolosi” per un’incompatibilità essenziale – un rapporto davvero impossibile con una cultura che ha delegittimato ogni esperienza spirituale che non faccia parte della ortodossia ebraico-cristiana, così come ogni esperienza che non possa essere inquadrata dagli assiomi di base della scienza pre-quantistica. Se prendiamo in considerazione, per esempio, i paradigmi spirituali che ci sono stati trasmessi dalla classicità, dall’umanesimo e le nuove concezioni derivate della fisica moderna, vediamo che essi sono assolutamente in sintonia con quanto ha scritto Jung nel suo libro più controverso e con altri scritti ad esso affini. Jung – che ha attraversato, in prima persona l’esperienza e vissuto in bilico tra la psicopatologia e il mondo spirituale ed ha fatto di questa esperienza il fulcro della sua metapsicologia – che appartiene ai due mondi e ufficialmente non è mai andato in rotta di collisione con il paradigma dominante del suo tempo – attraverso il racconto della sua esperienza interiore, può fungere, in un certo senso, da elemento trainante, da elemento “di congiunzione”, tra una psicologia che ha fatto il suo tempo e una visione più ampia della psiche. Visione che accoglie ed unisce elementi tutt’ora appartenenti alla psicopatologia, alla “Scienza”, così come all’oscura e ambigua definizione di “mondo spirituale”.

La nascita di Dio nell’anima

“Taci e ascolta!…”1

Mentre Nietzsche con voce potente proclama la morte di Dio, Jung scava sempre più in fondo tra gli strati archeologici della psiche e s’imbatte in “qualcosa” che va oltre se stesso, in qualcosa che non gli appartiene più in quanto singolo individuo, ma che lo “trascende”. Jung si imbatte nello “spirito delle profondità” con i suoi misteriosi segreti, con il suo inferno e la sua estasi e si lascia trascinare dalle sue correnti mistiche, da terrori arcaici e da sconvolgenti e preziose scoperte. In bilico tra due mondi, tra la propria finitezza e l’immensità dell’Essere, Jung a poco a poco si abbandona a quelle esperienze animiche che lo condurranno sempre più su… verso il mondo spirituale. Tra le macerie di un se stesso che non riconosce più Jung scopre Dio, il Dio interiore, il Dio vivo, rinato nella sua anima.

lo scarabeo è la morte, che è necessaria per il rinnovamento; per questo brillava come brace dietro di lui un nuovo sole, il sole delle profondità, il sole enigmatico, il sole della notte…2

Il futuro autore del Libro Rosso ha visto, sentito, udito, vissuto…, ma ora deve rientrare nella collettività umana, rimettere i piedi sulla terra, affondare nel suolo le sue radici. Deve rivestirsi dei suoi panni-ruoli ed una volta riuscito a dare senso al suo travaglio esistenziale, dovrà elaborare la sua nuova, personale cosmogonia in un modo che sia accettabile per il mondo e che allo stesso tempo non tradisca quanto ha sperimentato, sentito… vissuto.

“Taci e ascolta! Tutte le profondità sono piene di pazzia!!!”3

Jung rientra nel mondo, ma non è più lo stesso, né potrà più fare finta di esserlo. E’ ben consapevole che tutto quanto ha conosciuto fino a questo momento è ora definitivamente, inesorabilmente cambiato. Per uscire dall’impasse ed elaborare la sua esperienza dell’”oltre” lo scopritore dell’inconscio archetipico attinge a piene mani alle tradizioni sapienziali d’oriente ed all’“altro pensiero” occidentale che, nel bene e nel male, fa ancora parte della nostra cultura – proprio come le numerose teste di un gigantesco Drago che, dopo la ghigliottina illuminista, continuano a riaffiorare: l’alchimia, l’astrologia, l’ermetismo, il zoroastrismo, la cabala, i miti egizi, il sufismo, il pensiero magico, i riti pagani etc. Studiosi di queste discipline esoterico-mistiche sostengono che tale sapere ha sempre agito a nostra insaputa e continua a farlo, sulla nostra storia individuale e collettiva.

La pazzia è una forma speciale di spirito che si adatta a tutte le teorie filosofiche, ma ancora di più alla vita di tutti i giorni.4

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Nel Liber Novus Jung disegna, scrive, prega. Con linguaggio poetico, con linguaggio mistico, con la lucidità dell’intellettuale e con tutta la sua vena artistica nel disperato tentativo di cogliere fino in fondo e di elaborare il significato ultimo della propria esperienza. Quello che Jung non è riuscito a dire al mondo mentre era in vita, lo ha consegnato al suo libro segreto, il Libro Rosso, custodito sotto sette chiavi, tra bui e polverosi cassetti, ovvero, in versione moderna: nel caveau della banca svizzera in cui era conservato. Ciò che non è riuscito ad esprimere alla luce del sole ci viene consegnato ora, 70 anni dopo. Attraverso quello che – contrariamente a quanto afferma lo stesso autore – possiamo davvero definire un’opera d’arte, Jung descrive, a tinte forti, la sua esperienza del bene e del male attraverso una serie di immagini singolari, descrive una vera e propria battaglia tra il mondo della realtà e il mondo dello spirito che lo porta all’estremo delle sue forze. E’ intensa e travolgente l’impressione che producono sul lettore le potenti scene descritte da Jung con immagini così ricche e impregnate di un senso di verità e di un profondo sentire che agiscono sulla nostra anima con forza convincente. Nessuna forma di conoscenza puramente razionale e logica può reggere al confronto di una così potente forza immaginativa.

Dio è terrore amoroso. Gli antichi dicevano che era terribile cadere nelle mani del Dio vivo!5

 

Jung prosegue coraggiosamente con scrittura preziosa, con penna e inchiostro dai mille colori, e condivide con noi le sue riflessioni sul cristianesimo e sull’evoluzione spirituale dell’uomo, sul legame dell’individuo con la collettività dei vivi e con quella dei trapassati attraverso la descrizione del suo passaggio attraverso il regno dei morti. Ci descrive dettagliatamente la relazione esistente tra la sua anima e “lo spirito delle profondità”, “lo spirito divino”, relazione questa considerata tutt’ora uno dei principali “segreti” esoterici. Alla domanda: “Che cos’è il sacro? Goethe risponde: “è ciò che lega insieme molte anime”. Quando parliamo di discipline esoterico-mistiche parliamo di un insieme di mondi culturali dalle tradizioni multiple che si accomunano sotto alcuni aspetti. Nei giorni nostri queste discipline vengono sempre di più reciprocamente “contaminate” e arricchite da continui flussi migratori. Lo studio delle culture esoteriche mi appare oggi, nell’era della globalizzazione, particolarmente fecondo e attuale in quanto pone a confronto e integra gradualmente paradigmi culturali diversi.

La nostra visione culturalmente miope deriva dell’aver ristretto e circoscritto lo status di “religione” ai tre principali monoteismi, mentre nella storia dell’umanità possiamo trovare espressioni religiose molto più profonde e varie, ricche di un vasto patrimonio di simboli ancora vivi che richiamano l’uomo alla propria interiorità, alla consapevolezza di sé ed all’evoluzione spirituale. E’ proprio da questa profondità che emergono violente, come se spuntassero dalle “teste mozzate del drago” in nuove vesti e con forza sempre più rinnovata, le sconvolgenti e inspiegabili esperienze descritte nei “libri rossi”. Rossi come una spia di allarme.

L’esperienza psico-spirituale di Jung lo porta a rielaborare in chiave psicologica l’antica idea del Divino dentro ogni uomo ed a lanciare un ponte di accesso allo “spirito delle profondità”. Con un linguaggio tra il mistico ed il profetico, Jung disegna nei suoi mandala un mondo dimenticato che riemerge dalle tenebre e si pone dinanzi a lui e annuncia a tutti gli uomini il risveglio di quelle forze animiche attraverso le quali possiamo attingere alla fonte della saggezza eterna.

La nostra epoca sta cercando una nuova fonte di vita. Ne ho incontrata una ed ho bevuto della sua acqua ed aveva un gusto buono.6

In ogni grande religione, così come in ogni approccio “terapeutico”, possiamo riscontrare due diversi livelli di conoscenza: il primo è il livello trascendente, profondo (verticale) che fa riferimento all’esperienza soggettiva e tende a favorire e promuovere la relazione tra l’uomo e la sua dimensione interiore, tra l’uomo e gli altri uomini, tra l’uomo e l’Universo. Il secondo è l’aspetto “ristretto” (orizzontale) della religione, o della terapia, che consiste in un insieme di dogmi e di regole di comportamento collettivo, sociale e morale, a volte molto rigidi. Mentre il primo aspetto, quello interiore, è quello fondamentale e forma il nucleo autentico ed immutabile di ogni religione e di ogni autentico percorso esistenziale, il secondo, orizzontale, è in un certo senso relativo e mutevole sia nel tempo che nello spazio. La dimensione verticale è la dimensione dell’Unione, è quella che accomuna gli esseri umani tra loro e con il mondo intero e contribuisce ad armonizzare i popoli e attenuare le divergenze in ambito filosofico e religioso. A questa dimensione appartengono tutti quei “libri rossi” che descrivono esperienze del mondo “invisibile”, esperienze che riguardano la dimensione profonda dell’esistenza. Nel corso dei secoli questo aspetto essenziale dell’esperienza soggettiva e delle religioni è stato spesso “demonizzato” o quanto meno relegato in secondo piano ed ignorato, mentre l’aspetto dogmatico ha preso il sopravvento, allontanandoci dalla nostra “sorgente vitale”, ed esasperando sempre di più le differenze e i conflitti tra popoli e religioni.

Per chi ha visto il caos niente più è occulto, ma lui sa che il suolo trema e cosa significa questo tremore7

Il messaggio che Jung ci trasmette da questi mondi è che la “verità” risiede nelle potenzialità interiori dell’uomo e che solo lo sforzo individuale di perfezionamento, può favorire la ricerca interiore. Messaggio questo che appare incompatibile con la posizione istituzionale delle chiese cristiane in quanto rende legittima una pluralità di percorsi per raggiungere la “verità”, basate soprattutto sul coraggio, la fiducia e la ricerca di perfezionamento del singolo individuo. Da questa pluralità di vie e dal prezioso patrimonio delle nostre tradizioni sapienziali emerge l’idea di base che la consapevolezza è “l’unica realtà” e il fondamento dell’essere, in quanto “reale (vero) è tutto ciò che agisce”. Una filosofia opposta a quella dominante nel nostro mondo moderno, secondo la quale solo la materia è reale.

I morti attuano, e questo basta…8

Allo sviluppo di un’anima capace di scrivere il Libro Rosso occorre, come fondamento, tutta la saggezza “sommersa” del nostro tempo. Saggezza questa che agì prima di tutto nell’anima di Jung il quale, sulle orme di Goethe, ha rappresentato attraverso il suo dramma esistenziale, il dramma di ogni uomo. Di ogni uomo che abbia il coraggio di porsi dinanzi all’Anima e di combattere contro lo “spirito del suo tempo”. Il coraggio di percorrere l’unica via che gli è stata assegnata.

L’opposizione al mondo esige grandezza, ma l’io sente la sua piccolezza quasi ridicola9

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La metapsicologia che emerge dalle pagine del Liber Novus fa riferimento a quell’insieme di “verità” dimenticate, di profonde “verità” che girano intorno all’assioma centrale della conoscenza esoterica il quale afferma che nella parte più profonda della nostra anima, al di là del tempo e dello spazio, possiamo entrare in contatto con lo “spirito delle profondità” e persino “dissolverci” nello Spirito e così liberarci dalla “separatezza” e dalla “mortalità”. Questa affermazione, rivoluzionaria rispetto alla nostra cultura è la promessa di un nuovo inizio in quanto consegna nelle mani dell’uomo la chiave di comprensione di se stesso e la possibilità di attingere all’unica forma di conoscenza che lo rende libero.

Pazzia divina e psicopatologia

In India vengono chiamate “intossicate da Dio” quelle persone la cui energia psichica liberata durante le pratiche spirituali risulta troppo potente al punto di rischiare di perdere il contatto con la realtà. Nel contesto orientale la “crisi spirituale” scaturita da questo “eccesso” di energia viene contenuta ed elaborata attraverso adeguati riti e all’interno di un ricco patrimonio mitologico, assecondata e lasciata libera di seguire il suo corso naturale, permettendo a chi la vive di attingere alle potenzialità evolutive intrinseche alla natura umana.

Nella nostra cultura caratterizzata dal culto dell’io, la maggior parte delle pratiche orientali non sono applicabili in modo immediato in quanto non corrispondono all’atteggiamento psicologico occidentale centrato sulla personalità. Non esistono di conseguenza nel nostro contesto culturale strutture che ci sostengano durante il processo di trasformazione. Naturalmente molte persone che hanno intrapreso questo tipo di viaggio interiore non hanno più fatto ritorno, mentre Il processo completo di trasformazione contempla sì il distacco dal mondo “terreno”, ma implica anche il ritorno. Negli ultimi 150 anni alcuni personaggi che tutti conosciamo hanno naufragato in queste acque profonde come, per esempio, Van Gogh, Nietzsche, Holderlin, Rimbaud, Artaud, Strindberg, Munch, Schumann etc… Dal punto di vista della psicologia tradizionale una persona che vive fenomeni mentali e fisici come quelli descritti da Jung verrebbe immediatamente diagnosticata come psicotica e trattata con la somministrazione di farmaci atti a sopprimere i sintomi, anche quelli per i quali non è stata rinvenuta alcuna causa biologica. Quando una persona attraversa una di queste “crisi spirituali”, le definizioni in termini di “patologia”, l’uso indiscriminato di psicofarmaci e l’utilizzo delle misure repressive convenzionali compromettono gravemente il potenziale evolutivo di questo processo autonomo, considerato oggi da molti studiosi un processo evolutivo di auto guarigione psichica che tende verso uno stato di coscienza più elevato. Ancora oggi, in molti contesti tradizionali, questo stato di trasformazione psicospirituale – che in oriente viene chiamato appunto “intossicazione da Dio” e che è definito da Stanislav Grof con il termini “emergenza spirituale” – non viene tenuto nella dovuta considerazione e spesso patologizzato, ma negli ultimi anni i “disordini psichici legati ad una crisi spirituale” iniziano ad essere riconosciuti, anche se in ambito istituzionale non si fa ancora alcuna distinzione tra psicosi e misticismo.

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In Liber Novus Jung ci rende partecipi della sua “traversata notturna”, della lotta del suo spirito per liberarsi dalla prigione delle strutture mentali convenzionali – una tappa importante dello sviluppo della coscienza umana sia dal punto di vista individuale che collettivo. Il nucleo di questa attivazione energetica è l’archetipo del Centro, definito “Sé” da Jung e rappresentato nei suoi disegni di mandala. Disegni che offrono una ulteriore chiave di comprensione della genesi del suo modello di psicoterapia e confermano la sua posizione di precursore di una nuova psicologia che può ancora esercitare una vasta influenza sull’evoluzione della coscienza occidentale e sulla storia sociale e intellettuale di questo secolo, più di quanta abbiano già fatto i suoi scritti “canonici”.

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La vera libertà è interiore, è la libertà di sentire e di esplorare l’universo inespresso delle possibilità umane. In alcuni casi questa esplorazione catalizza quel particolare tipo di esperienza che priva l’individuo della parola convenzionale e, come sottolinea Jung, contemporaneamente rinnova la capacità di espressione. Esperienza “iniziatica” questa che segna l’inizio di una vera e propria discesa agli inferi e al dominio dei morti, un percorso simile a quello descritto dalle tradizioni religiose di tutto il mondo. Con un linguaggio che ricorda la letteratura mistico-filosofica, nel 1916 Jung scrisse in soli tre giorni “Sette sermoni ai morti”, un dialogo con i defunti come risposta all’invasione di casa sua da parte di una folla di spiriti avvertita da lui e dai suoi figli. La folla di spiriti sparì appena Jung iniziò a scrivere i Sermoni. Le seguenti parole corrispondono alle prime righe dei “Septem Sermones ad Mortuos”:

“Tutta la casa era come abitata da una folla di gente, come se fosse stipata di spiriti. Si affollavano fin sotto la porta, e si aveva la sensazione di poter respirare a fatica. Ero naturalmente tormentato dalla domanda: “Per amor di Dio, di che mai si tratta?” Allora in coro gridarono: “Torniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato ciò che cercavamo”10.

Attraverso i Sermoni Jung riallaccia, in un certo senso, i fili che partono dalla spiritualità originaria e conducono ad una conoscenza animico- spirituale presente e futura. La sua anima, volata via dalla terra dei morti fa il suo ingresso nel mondo e catalizza in lui un vero e proprio processo di “redenzione dei morti”. La voce dei morti è la voce che dall’Ignoto rivendica il Divenire. Durante il suo viaggio interiore, Jung sentiva di “obbedire a una volontà superiore”. Ci vorranno anni prima che Lo psichiatra di Bollingen riesca a riapropriarsi di se stesso, elaborare il Significato della sua esperienza dell’oltre e vincere la sfida:

Può sorgere qualcosa dallo spaventoso nulla11

Per un certo tratto del percorso – quello che è già stato percorso dalla maturazione spirituale di ciascun individuo – il cammino sembra agevole; ma nella misura in cui si avanza esso diviene sempre più difficile, in quanto è davvero arduo rivelarsi a se stessi ed un vero e proprio atto di coraggio trascendere il proprio « io » e restituirsi all’infinito. Soltanto un simile “azzardo” può condurre a quel consapevole «sentire», che possiamo anche definire “coscienza di esistere” o “coscienza Cosmica”: quel tipo di consapevolezza che ci permette di scorgere l’Unità dietro l’illusione del tempo e l’apparente molteplicità delle forme.

Recentemente satana mi ha causato una forte impressione, come se fosse la quint’essenza del personale12

Per un’evoluzione consapevole

In punta di piedi, Jung rientra nel mondo portando con sé il suo dono: il Libro Rosso. Ci vorranno altri 70 anni finché il mondo sia pronto ad accoglierlo. Studiosi di spiritualità contemporanea affermano che la nostra epoca segna la fine del “Kali Yuga”, un termine dell’Induismo che designa l’età più materialista e più oscura, caratterizzata dalla discordia e dell’ipocrisia. Il XXI secolo coinciderebbe con la fine di questo periodo. Per l’umanità è un momento di “crisi” nel doppio significato di questa parola nella lingua cinese: “pericolo” e “opportunità”. Il gesuita e maestro zen Ugo Lassalle13, conosciuto per la sua apertura alla filosofia orientale e i suoi sforzi tendenti all’integrazione del pensiero filosofico-religioso occidentale e orientale14 afferma come il ricco e prezioso patrimonio interiore dei miti, riti e simboli delle culture orientali sia, oggi, uno degli elementi fondamentali di una nuova consapevolezza che sta silenziosamente ma inesorabilmente emergendo nel mondo occidentale. Lassalle così sintetizza gli stati evolutivi della coscienza umana: la prima forma di coscienza fu quella arcaico-istintuale che caratterizzò il passaggio dall’animale all’uomo: da questo livello basico di sopravvivenza emerse un nuovo mondo. La coscienza arcaica fu seguita dalla coscienza magica con il suo pensiero animista: l’uomo viveva immerso nella natura, ma era ancora privo della coscienza di sé. In seguito, quando l’essere umano inizia a percepire il proprio “io” separato e successivamente acquisisce l’idea di reciprocità, accede alla coscienza mitica. La mitologia greca esprime con le sue immagini archetipiche proprio questo passaggio e descrive l’uomo alla ricerca dell’anima perduta e di quel senso di comunione con il tutto che aveva caratterizzato la coscienza arcaica e magica.

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L’anima esige la tua leggerezza, non il tuo sapere15

Gli stati di coscienza caratterizzati dagli aspetti sensoriali, istintivi ed emotivi dell’uomo furono seguiti quindi, secondo Lassalle, dall’attuale modello logico-razionale. Questo non vuol dire che questo modello di coscienza sia, oggi, ugualmente sviluppato in tutti, ma significa che nella maggior parte delle persone la coscienza di veglia si basa fondamentalmente sui processi logici. Il prossimo salto evolutivo, secondo Lassalle, va in direzione del superamento del pensiero razionale a favore di una coscienza fondata sui processi intuitivi. Siamo imprigionati all’interno di una logica tridimensionale e dobbiamo riappropriarci della quarta dimensione che è mistica, atemporale, caratterizzata dall’impulso alla trascendenza e dalla conoscenza del divino. Un terreno fertile ed ideale per un’ evoluzione consapevole: la coscienza globale. Amit Goswami, fisico teorico nucleare – particolarmente interessato alla applicazione delle nuove scoperte della scienza ai problemi psicofisici – è uno di quegli scienziati, sempre più numerosi, che negli ultimi anni si è addentrato nel campo della spiritualità nel tentativo di comprendere i risultati apparentemente incomprensibili dei suoi esperimenti.16

La vita di Goswami, come quella di Jung, fu profondamente segnata dal dilemma tra fede e scienza. Nei suoi libri egli sostiene che il paradigma materialista che ha dominato il pensiero scientifico e filosofico negli ultimi secoli può finalmente essere messo in discussione in quanto ciò che prima richiedeva un atto di fede può essere ora dimostrato attraverso le nuove conquiste della scienza. Nel tentativo di integrare svariati campi della conoscenza in un singolo paradigma unificato, lo scienziato indiano apre la strada ad una nuova cosmo-visione nella quale lo spirito ha la precedenza e mette in ginocchio il realismo materialista attualmente dominante.

Opere come quella di Jung, Lassalle, Goswami e molti altri gettano le basi per un rinnovamento della filosofia degli attuali paradigmi culturali, etici e spirituali della nostra epoca i cui principi giacciono già, spesso sopiti, nell’intimo di ognuno di noi. La lettura di queste opere catalizza il processo di ricerca interiore ed apre la via verso una coscienza più vasta e più completa. La trascendenza di tutto ciò che nel corso del tempo ci siamo abituati a chiamare “religione” sta alla base di questa successiva evoluzione. L’eredità culturale delle nostre tradizioni sapienziali non potrà più essere interpretata nei termini “dogmatici” e autoritari della “vita religiosa” tradizionale ma nel senso di un fattore spirituale di civiltà, elemento catalizzatore di conoscenza, di espressione artistica e di Bellezza, nel più ampio senso della parola.

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Note

1 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 267, T. d. A.

2 Ibidem, p. 239.

3 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 267, T. d. A.

4 Ibidem, p. 298.

5 Ibidem, p. 281.

6 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 210, T. d. A.

7 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 299, T. d. A.

8 Ibidem, p. 298.

9 Ibidem, p. 368.

10 Ibidem, p. 264.

11 Jung, C. G., Il libro vermelho, Editora Vozes Ltda, Petropolis, 2010, p. 299, T. d. A.

Ken Wilber, filosofo dell’integrazione

Ken Wilber, filosofo dell’integrazione

(Estratto)
Virginia Salles, Roma

 

Definizione della persona “noiosa”:
“E’ quella persona dal dubbio gusto che è più interessato a se stesso che a me”.
(Ambrose Bierce)

 

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Filosofo, biochimico e fisico, Ken Wilber ha studiato e praticato per oltre 15 anni lo zen buddhista ed è riconosciuto come un’autorità mondiale nello studio della “Philosophia Perennis” (sintesi delle conoscenze tramandateci dalle grandi tradizioni spirituali di tutti i tempi e luoghi che racchiude l’essenza immutabile che accumuna tutte le religioni). Wilber è un pioniere nel rivedere il tema della spiritualità da un punto di vista “obiettivo”, privo di identificazioni, da “essere umano”. Considerato da molti “il nuovo Albert Einstein della coscienza”, è impegnato dagli anni 70 nello studio di quell’indirizzo della psicologia umanistica che studia i molteplici livelli della coscienza, ovvero la dimensione transpersonale dell’uomo. Il suo primo libro “lo spettro della coscienza” (scritto all’età di 23 anni) fu uno dei primi a lanciare il movimento della psicologia transpersonale.
Wilber ha la rara capacità di esprimere concetti molto complessi e profondi con parole semplici, contrariamente a quanto avviene di solito. Anche se negli Stati Uniti vendono già i “cofanetti” delle sue “opere complete”, tributo generalmente riservato ai “grandi”, Wilber è quasi sconosciuto in Italia e solo pochi dei suoi numerosi libri sono tradotti in italiano. Nel suo libro Oltre i confini, il filosofo americano parla della sofferenza come “la prime delle grazie” e, in un certo senso, un momento di gioia, poiché propizio alla nascita di qualcosa di nuovo, generato dall’intuizione creativa. Quella di Wilber potrebbe essere definita una “psicologia dell’evoluzione”:
“l’evoluzione ha già spinto avanti gli umani dalle amebe; perché mai dovremmo pensare che, dopo una simile impresa prodigiosa durata millenni, l’evoluzione si sia indebolita e scaricata? E se ripetesse il rapporto “dall’ameba all’uomo”, il risultato potrebbe soltanto essere Dio.”
Il contrasto con la gerontocrazia, come la definisce Gaiarsa – “le vecchie leggi e i vecchi governanti arrivano già decrepiti ai vertici del potere politico! Viviamo per i vecchi, camminando all’indietro di spalle verso il futuro, venerando il passato. Crederò un po’ di più nell’umanità quando gli eroi guerrieri (c’è qualcuno che non lo sia stato?) saranno semplicemente dimenticati dalla storia come qualcosa di indecente e vergognoso. La maggior parte delle legislazioni sono anacronistiche già alla nascita. Dobbiamo trovare altri modi di aggregazione e orientamento collettivo”– il pensiero di Wilber è un pensiero che esprime la libera forza evolutiva in tutta la sua potenza trasformatrice. E’ un pensiero nuovo, ma allo stesso tempo profondamente ancorato nel passato, nelle culture pre-moderne e nella filosofia perenne.

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Tra i suoi contributi più importanti: “Oltre i confini”, “L’occhio dello spirito”, “Una teoria del tutto”, “Psicologia integrale”, “Trasformazioni della coscienza”, “Una breve storia dell’universo”, “L’unione dell’anima con i sensi”, “Il progetto atman” (1° parte: l’evoluzione e le potenzialità della coscienza dalla nascita alla morte, 2° parte: l’involuzione, partendo dalla morte, il bardo, fino alla successiva rincarnazione: un libro azzardato in quanto Wilber ha anche una formazione  “scientifica”) “Grazia e grinta”, etc….
Il più personale e sofferto dei suoi libri, “Grazia e grinta” racconta i suoi cinque anni di matrimonio che si rivelò una battaglia estenuante contro il cancro, annunciato alla moglie all’indomani delle nozze. Wilber racconta in modo davvero molto sincero, direi anche “crudo”, la devastazione di questa lotta sia nella moglie malata sia in lui stesso, chiamato a diventare figura di supporto. Wilber si “denuda” senza reticenze in questo libro “umano”, fin troppo umano.

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Tutta la sua opera è all’insegna dell’integrazione: integrazione dei domini della scienza e della religione, della psicologia occidentale e delle grandi tradizioni sapienziali orientali, integrazione tra corpo e spirito… e ci offre una chiave di lettura che rende possibile la riconciliazione tra questi opposti, in una forma accettabile per ambo le parti.
Wilber è anche un acuto osservatore e studioso del mondo moderno: cosa ha veramente caratterizzato l’epoca moderna che non esisteva nelle culture pre-moderne? Che cos’è la modernità? La maggior parte delle risposte che vengono date a questa domanda ha una connotazione negativa: la modernità è vista come la morte di Dio (o della Dea), la perdita del senso della vita e dei valori, il terrore esistenziale, il livellamento delle distinzioni qualitative e la sostituzione della qualità con la quantità, il capitalismo, l’industrializzazione e il materialismo sfrenato e volgare. Tutto questo viene riassunto nella frase di Max Weber: “Il disincanto del mondo”. Vediamo d’altronde anche alcuni aspetti positivi della modernità: le democrazie liberali, gli ideali di ugualità, libertà e giustizia; la medicina, la fisica, la biologia e la chimica moderne; la fine della schiavitù (almeno di un certo tipo di schiavitù), il femminismo, i diritti umani…
Studiosi come Weber e Habermas affermano che ciò che definisce la modernità è qualcosa che viene chiamato: “la differenziazione delle sfere dei valori culturali”, il che significa la differenziazione dell’arte, dell’etica e della scienza. Le culture pre-moderne possedevano l’arte, l’etica e la scienza, ma queste tendevano ad essere indifferenziate, ed ognuna, in un certo senso, ostacolava il cammino dell’altra come, per esempio: Galileo non poteva guardare liberamente nel suo telescopio e divulgare i risultati perché l’arte, la morale e la scienza  si fondevano e venivano controllate dalla Chiesa, ed era questa a decidere ciò che la scienza poteva o non poteva dire o fare.
Quindi mentre prima queste tre sfere (arte, etica e scienza) tendevano a fondersi, la modernità le ha differenziate, lasciando che ognuna seguisse il proprio corso, ritmo, strumenti, le  proprie scoperte, senza intrusione da parte delle altre sfere.
Questa differenziazione, se da un lato ha permesso che ognuna facesse le proprie scoperte e quindi ha prodotto buoni risultati e progresso ( i meriti della modernità), dall’altra, queste stesse scoperte, per esempio quelle scientifiche, usate senza criterio (appunto “etico o artistico”), hanno provocato il lato nero della modernità, i suoi disastri: come l’imperialismo scientifico, le varie forme di dominazione mondiale, il “disincanto del mondo”.
Wilber nei suoi libri fa un’analisi approfondita di questo percorso, partendo dalla iniziale indifferenziazione fino alla successiva differenziazione tra le sfere dell’arte, dell’etica e della scienza con la conseguente “libertà di conoscere” che, esasperata, sfociò in quello che è oggi la drammatica scissione tra  la scienza e la religione e l’impatto di questa guerra fredda filosofica sul destino dell’umanità.
La scienza ci fornisce i metodi per scoprire la verità del mondo in cui viviamo, mentre la religione (nel senso etimologico del termine) rimane ancora una forza creatrice di senso. Tutte due sono attualmente ancora considerate mutuamente escludentesi, con conseguenze devastanti per l’umanità.
In ogni grande religione ci sono due diversi aspetti: il primo è quello che possiamo definire mistico, o verticale (profondo), che tende alla trascendenza, a stabilire una relazione tra l’uomo e il mondo interiore, spirituale (i cui principi sono espressi nella “Filosofia Perenne”). Il secondo aspetto è quello che possiamo definire “orizzontale” (ristretto) che consiste in un complesso di dogmi e di regole di comportamento collettivo, sociale e morale, a volte molto rigidi. Mentre il primo aspetto, quello verticale, è quello essenziale e forma il nucleo immutabile, eterno di ogni religione, il secondo, orizzontale, è in un certo senso accidentale e mutevole sia nel tempo che nello spazio. La dimensione verticale che è quella che accumuna e che contribuisce a unire le diverse religioni, nel corso dei secoli è stata  rilegata in secondo piano, rimossa, ignorata, mentre la seconda ha preso il sopravvento e messo sempre più in risalto le differenze e quindi accentuato i conflitti tra le varie religioni.
Questa divergenza esprime la lontananza dalla sorgente, dalla comune origine delle religioni, cioè il pensiero esoterico.
Cos’è il pensiero esoterico?
Esistono due grandi categorie del sapere che vengono chiamate: exoterica (orizzontale) che riguarda le forme “esteriori” di insegnamento, ed è alla portata di tutti; ed esoterica (verticale) che riguarda le forme interiori del sapere. E’ una forma di conoscenza generalmente “segreta”, cioè non  rivolta a tutti, ma solo agli “iniziati”, in quanto di difficile comprensione, di enorme portata e a volte troppo sconvolgente. Mi vengono in mente le parole di Aldoux Huxley: “Conoscerai la verità ed essa ti renderà folle”.
Ma cosa c’è di tanto sconvolgente in queste verità esoteriche?
Le verità esoteriche riguardano la relazione che esiste tra l’anima umana e lo spirito divino. Ci sono tre grandi “segreti esoterici”:
il primo segreto esoterico che è già di per sé sufficiente a suscitare irritazione in molti ambienti moderni è questo: tu hai un’anima.
Il secondo segreto esoterico: nella parte più profonda della tua anima, tu sei, al di là del tempo e dello spazio, una sola cosa con lo Spirito. (“Tu sei Quello”).
Il terzo segreto: non dirlo a nessuno se non vuoi essere crocefisso. Wilber aggiunge: “o piuttosto dillo solo a chi è in grado di gestire questa conoscenza che è la più sacra delle verità”.
Le grandi tradizioni esoteriche – dallo yoga kundalini al budhismo mahayana, il Vedanta, il sufismo – hanno sviluppato numerose pratiche tendenti a promuovere l’evoluzione individuale fino a che l’io entri in contatto con lo spirito, o meglio si  dissolva nello Spirito e sia così liberato dalla “separatezza” e dalla mortalità.
La psicologia di Wilber attualmente chiamata “Psicologia integrale” e la psicologia transpersonale fanno riferimento, nel loro nucleo centrale, ad un insieme di verità esoteriche il cui scopo è quello di integrare, appunto, le moderne tecniche psicoterapeutiche occidentali con le più antiche tecniche esoteriche delle grandi tradizioni sapienziali, fornendo un approccio terapeutico più ampio e completo che promuove la crescita ed evoluzione della coscienza sia individuale che collettiva.
Teilhard de Chardin, considerato tra i primi che abbiano messo insieme le “tessere del puzzle”, già a cavallo del secolo scorso, aveva tentato di conciliare scienza e fede rielaborando la teoria dell’evoluzione di Darwin in chiave psichica. Secondo il filosofo francese l’umanità attuale non rappresenta il culmine della scala evolutiva, ma deve prepararsi ad un ulteriore salto di consapevolezza, un salto spirituale verso un nuovo stadio evolutivo, uno stadio di comunione con il tutto. Il “Cristo Cosmico” nella visione di Teilhard può essere paragonabile, usando una metafora, ad una sorta di “nuova molecola del DNA” ancora da venire, nella quale la vita compie un salto qualitativo. In questo stadio futuro tutti gli esseri umani potranno sperimentare cosa vuol dire Amore, Gioia, Armonia e il sentimento di reciproca appartenenza: quel sentirsi all’unisono con se stessi e con gli altri: un solo corpo-anima.
P. D. Ouspensky, autorevole discepolo di Gurdjeff, in sintonia con Teilhard, molti anni dopo, sostiene che la coscienza attuale, presente nell’uomo contemporaneo, è soltanto una forma transitoria di un’altra coscienza superiore che si è manifestata nel corso dei secoli attraverso individui illuminati e che si può manifestare negli esseri umani in condizioni emotive particolari o dopo idonea preparazione e addestramento.
Nei suoi libri Wilber ci offre una sintesi e un’interpretazione delle grandi tradizioni spirituali, filosofiche e psicologiche sia orientali che occidentali e rielabora le concezioni classiche della psicologia all’interno di una visione più ampia, aggiungendo questi livelli di cui parlano Teilhard e Ouspensky, livelli che si trovano oltre il livello razionale, considerati da filosofi e saggi come l’apice dello sviluppo umano. L’evoluzione umana è vista come l’ascesa della coscienza dall’inconscio verso il conscio fino al super conscio. La coscienza può quindi essere studiata all’interno di ognuno di questi livelli o “lunghezze d’onda”.
La meta ultima dell’evoluzione umana è considerata da Wilber il superamento dei confini, la perdita del sentimento di un sé separato. E’ questo l’aspetto più affascinante dell’intero percorso evolutivo, al quale viene dedicata più attenzione: il senso di identità dell’individuo si espande ben oltre i limitati confini della sua mente e del suo corpo e abbraccia l’intero cosmo, e questi arriva a percepire, senza alcuna ombra di dubbio, che è fondamentalmente Uno con l’universo intero. Questo tipo di coscienza viene definito da Richard Bucke “coscienza  cosmica”, i musulmani la chiamano “Identità suprema”, la psicologia transpersonale: “coscienza dell’unità”. Nelle parole di Wilber:
“È come se si svegliasse da un lungo sogno confuso per scoprire ciò che sapeva sin dall’inizio: egli, il sé separato, non esiste e il suo vero sé, il Tutto, non è mai nato e mai morirà” .
Il grande contributo di Wilber è lo studio della coscienza nel suo aspetto “pluridimensionale” e un modello dell’evoluzione umana chiamato “Dinamica a spirale” che integra le più influenti visioni del mondo sviluppate attraverso i tempi, da Buddha a Freud, alle più moderne teorie psicologiche.
Una psicologia veramente integrale, secondo Wilber, deve comprendere le forme di conoscenza interiore che hanno resistito al tempo, provenienti dalle fonti pre-moderne (la filosofia perenne), le conoscenze moderne e quelle post-moderne. Il fulcro della filosofia  perenne consiste nella concezione secondo la quale la realtà consiste (è composta) di vari livelli di esistenza, livelli dell’essere e del conoscere (la grande catena dell’essere) che si dischiudono dalla materia al corpo, dal corpo alla mente, dalla mente all’anima, dall’anima allo spirito. Ogni dimensione più ampia trascende ed include le dimensioni minori. Quindi è una concezione di totalità dentro totalità, dentro  totalità, infinitamente… dischiudendosi dalla polvere fino alla Divinità. In altre parole. “La grande catena dell’essere della Filosofia Perenne è in realtà un “Grande Nido (una aspirale, groviglio) dell’Essere.
Rappresentanti della Filosofia Perenne come Plotino o Aurobindo propongono fino ad una decina di livelli di coscienza che vanno dai più semplici: materia, corpo, mente a quelli più elevati:  anima, spirito…. Wilber offre una versione un po’ più sofisticata: materia, sensazioni, exocetto, impulso, immagine, simbolo, endocetto, concetto, regola, visione formale, visione-logica, visione, archetipo, senza forma, non duale. Secondo Wilber lo Spirito è pienamente trascendente e pienamente immanente. Le religioni patriarcali tendono ad enfatizzare l’aspetto trascendente mentre le religioni matriarcali, neo-pagane, tendono ad enfatizzare gli aspetti immanenti, o “di questo mondo”.
Il grande Nido è sostanzialmente un “campo morfogenetico” (Sheldrake) o spazio di sviluppo generale. Noi portiamo dentro di noi tutte le potenzialità per raggiungere questi livelli superiori di coscienza, presenti nelle nostra stessa costituzione (nell’organismo umano, nei campi morfogenetici, nei “solchi evolutivi”…).
I livelli inferiori: materia, corpo, mente si sono già pienamente sviluppati in grande scala nel mondo manifesto, ma le strutture superiori: psichica, sottile e causale non sono ancora  consciamente manifeste su scala collettiva, rimangono ancora, nella maggior parte dei casi, come potenzialità del corpo-mente umano. In realtà coloro che si sono svegliati ai livelli superiori dell’anima e dello spirito: gli sciamani, gli yogi, i saggi e i santi sono sempre stati molto rari.
L’individuo medio passa gran parte del tempo nei livelli di coscienza pre-razionali e non trans-razionali. Gli stati non ordinari di coscienza sono quegli stati di coscienza appunto “non normali”  che includono tutto:  dagli stati indotti con droghe fino alle esperienze di picco e di pre-morte, gli stati olotropici e meditativi. Le esperienze di picco descritte da Maslow sono stati non ordinari temporanei (che Grof chiama emergenze spirituali) che possono occorrere in individui in qualsiasi stadio dello sviluppo. La persona può, improvvisamente, generalmente durante una crisi esistenziale, sperimentare, per un periodo limitato, qualsiasi degli stati naturali di percezione psichica: sottile, causale, non duale. Questi stati possono frequentemente tradursi in esperienze spirituali dirette (misticismo della natura, misticismo della divinità e misticismo senza forma). Sono esperienze temporanee, transitorie e il modo in cui questi stati vengono vissuti e interpretati dipendono dello stadio evolutivo della persona che vive l’esperienza e del contesto culturale in cui vive. Per che avvenga uno sviluppo superiore, questi stati temporanei devono diventare tracce permanenti della personalità. Gli stati meditativi, invece, provocano l’accesso a questi domini superiori in un modo ricercato, più lento e prolungato e rivelano quindi, in modo più stabile, i livelli superiori del grande nido dell’essere, livelli che poi, con la pratica, possono trasformarsi in realizzazioni definitive.
Tutte le principali “tappe” dello sviluppo della coscienza sono caratterizzate da una difficile battaglia di vita e morte, una morte ad ogni livello (disidentificazione e trascendenza rispetto a questo livello) che frequentemente può essere molto traumatica. L’unico motivo per cui l’io accetta la morte ad un livello è il fatto che la vita in quello superiore seguente inizia ad apparire ancora più seducente e più soddisfacente. L’io, che è  la fonte centrale dell’identità, naviga in questo modo tra le onde e le correnti del grande Fiume della Vita. L’identità si espande e si approfondisce nella misura in cui l’io si espande dalle onde egocentriche a quelle socio centriche, a quelle mondo centriche a quelle teocentriche. O meglio: dalla materia all’ego, dall’ego a Dio. Ogni volta che il centro di gravità dell’io orbita intorno ad un nuovo livello di coscienza, acquisisce naturalmente una nuova e diversa prospettiva di vita.
Per quanto riguarda la “visione logica”: per più “olistico” che sia lo sviluppo su questo piano razionale, rimane ancora uno sviluppo della sfera mentale, anche se della sfera più elevata del dominio mentale. Il “centauro” è un termine utilizzato da Erikson per definire un’integrazione matura tra mente e corpo, nella quale la “mente umana” e il corpo animale costituiscono un’unità armoniosa. Questo, possiamo dire, è il più elevato dei domini personali, oltre il quale lo sviluppo procede verso le sfere transpersonali, post-post-convenzionali (psichico, sottile, causale e non duale). Tra i pionieri occidentali che hanno studiato questi domini superiori si trovano: Fichte, Schelling, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Jung, Heidegger, Henry James, Ralph Waldo Emerson, Rudolf Steiner, Aldoux Huxley, Erich Fromm, Roberto Assagioli, Stanislav Grof, William James, Abraham Maslow.
Adesso vediamo un esempio di spirale semplice ad otto livelli o onde di sviluppo, descritta da Wilber, e ispirata dal lavoro di Clare Graves che integra le dimensioni fisica, biologica, psicologica e spirituale della psiche umana: i sei primi livelli (meme) sono livelli di “sopravvivenza” (sussistenza), caratterizzati dal pensiero di primo ordine. Se l’evoluzione procede oltre, avviene un cambiamento rivoluzionario nella coscienza: l’emergenza dei “livelli dell’essere” e del pensiero di secondo ordine. Faccio una breve descrizione delle otto onde di sviluppo, ad ognuna delle quali viene attribuito un determinato “colore”:
1-Beige: Arcaico- istintuale. Livello basico di sopravvivenza: il comportamento, l’istinto e le abitudini sono finalizzati soltanto alla sopravvivenza: cibo, acqua, calore, sesso e sicurezza. Attualmente questo livello evolutivo è rappresentato dallo 0,1% della popolazione adulta, con lo 0% di potere (questi sono naturalmente numeri approssimativi, per rendere la proporzione).
Si trova nelle prime società umane, nei bambini appena nati, negli anziani senescenti, nei malati di Alzheimer, nelle masse affamate.
2-Porpora: Magico-animista. Il pensiero è animista. Spiriti magici, buoni o cattivi determinano gli eventi. Sono gli spiriti degli antenati che tengono unita la tribù (10% della popolazione, 1% di potere). Si esprime nelle credenze nelle maledizioni, negli amuleti, nei giuramenti di sangue.
3-Rosso: Dei del potere. Emerge la prima manifestazione di un “io” distinto dalla tribù: potente, impulsivo, egocentrico, eroico. I valori a questo livello sono il potere e la gloria che stanno alla base dei regni feudali. Il mondo è una giungla minacciosa popolata da predatori. E’ un mondo di conquistatori, di dominatori e di dominati. Un mondo che sfrutta pienamente l’io, senza pena o rimorsi (20% della popolazione, 5% di potere): negli eroi epici, nei personaggi “cattivi” dei film di James Bond, nei capi delle gangs, nelle stelle selvagge del rock, nel Signore delle Mosche.
4-Azzurro: La regola del conformismo. La vita ha una direzione e un scopo, determinati da qualcun’altro o da un Ordine potente. Quest’Ordine, giusto e corretto, impone un codice di condotta basato su principi assoluti e invariabili, su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Le gerarchie sociali sono rigide e il controllo avviene per mezzo della colpa: la violazione del codice di condotta ha gravi conseguenze così come la fedeltà allo stesso porta ricompensa. E’ il livello base delle antiche nazioni, è fondamentalista e basato sull’obbedienza al regime. Esempi: America puritana, fondamentalismo islamico, i codici d’onore,  gli scouts, il patriottismo, L’Inghilterra di Dickens (attualmente 40% della popolazione e 30% del potere).
5-Arancione: la conquista scientifica, livello razionale. L’io a questo livello “sfugge” alla mentalità di “branco” dell’azzurro e cerca il senso e la “verità” in modo individuale. Scientifico nel senso tipico: ipotetico-deduttivo, sperimentale, obiettivo, meccanicista, operazionale. Il mondo  è un meccanismo razionale, mosso da leggi naturali che devono essere apprese, controllate e manipolate per i propri scopi. Le leggi della scienza governano l’economia e gli eventi umani attraverso le alleanze di mercato e la manipolazione delle risorse del pianeta con strategie volte al guadagno. L’arancione si trova: nell’illuminismo, in Wall Street, nelle classi medie emergenti di tutto il mondo, nell’industria dei cosmetici, nella caccia ai trofei, nel colonialismo, nella guerra fredda, nell’industria della moda, nel materialismo in tutte le sue espressioni (30% della popolazione, 50% del potere).
6-Verde: l’io sensibile, post-razionale. I sentimenti e la solidarietà sostituiscono la fredda razionalità: comunitario, umanista, esprime nella preoccupazione ecologica l’amore per la terra (gaia) e per la vita. Fortemente ugualitario, anti-gerarchico, favorevole alla diversità e al multiculturalismo. Il sistema di valori è pluralista e relativista (relativismo pluralista) e ha  come principio basilare l’arricchimento del potenziale umano: lo spirito umano deve essere liberato dall’avidità, dal dogma e dalla divisione. Il pensiero è soggettivo, non lineare e l’io è permeabile, relazionale e gruppale. E’ presente maggiore calore umano, sensibilità e preoccupazione per il pianeta e tutti i suoi abitanti e molta importanza è data al dialogo e alle relazioni umane. Esempi: ecologia profonda, post-modernismo, psicologia umanista, teologia della liberazione, Greenpeace, diritti degli animali, eco-femminismo, post-colonialismo, il politicamente corretto, le questioni dei diritti umani, Foucault/ Derrida (10% della popolazione e 15% del potere).
Con la conclusione dell’onda verde, la coscienza umana è pronta per una vera e propria rivoluzione: un “salto quantico” verso il “pensiero di secondo ordine”. Clare Graves considera questo un salto qualitativo di estrema importanza, nel quale viene “attraversato un abisso di incredibile profondità e significato”. La nuova coscienza che emerge da questa metamorfosi viene definita “coscienza di secondo ordine” ed è capace di pensare in senso sia verticale che orizzontale e di riconoscere che ogni livello (ogni “meme” o “onda”), ogni onda ha un’importanza fondamentale per la salute di tutta la spirale. Ognuno dei precedenti livelli può essere attivato secondo le circostanze della vita. Rosso in situazioni di emergenza, verde nelle relazioni, l’arancio nelle ricerca di un lavoro etc….
In questa spirale esistono due onde (livelli) principali per il pensiero di secondo ordine, in altre spirali le onde della “coscienza di secondo ordine” possono essere molto più numerose e articolate. (Wilber predilige in particolare quattro livelli. Psichico, sottile, causale, non duale).
7-Giallo: Integrativo. La vita è un caleidoscopio di gerarchie di sistemi e di forme naturali (olarchie). Sono prioritarie la flessibilità, la spontaneità e la funzionalità. L’egualitarismo è completato con gradi naturali di eccellenza là dove sia necessario. La conoscenza e la competenza sostituiscono l’incarico, il potere, lo status o il gruppo. L’ordine mondiale che prevale è il risultato dell’esistenza di livelli differenti di realtà (memes) e dei movimenti (in su e in giù) lungo la spirale. Un buon governo favorisce l’evoluzione attraverso livelli crescenti di complessità (1% della popolazione, 5% di potere).
8-Turchese: olistico. Unisce armoniosamente sentimento e conoscenza. Multipli livelli di consapevolezza interagiscono e si integrano in un unico sistema cosciente. L’ordine universale è “vivo” e consapevole il che significa che non è basato in regole esterne (azzurro) o in legami gruppali (verde). Una “grande unificazione” è possibile  nella teoria e nella pratica. Da questa unificazione può emergere una nuova spiritualità, che, come una rete, avvolge l’intera esistenza. Il pensiero turchese percepisce multipli livelli di interazione e si espande lungo tutta la spirale: percepisce l’armonia, le forze mistiche e  gli stati sottili, fluidi e diffusi che permeano qualsiasi organizzazione (0,1% della popolazione, 1% del potere).
Gli studiosi di questo campo devono affrontare l’enorme resistenza del pensiero di primo ordine e proseguono i loro studio in ambienti  molto ostili. Alcuni studi sull’evoluzione che riguardano il pensiero di secondo ordine sono diventati anatema nella maggior parte delle università (dominate da una versione post-moderna del meme verde, con il suo pluralismo e il suo relativismo).
E’ comunque dalla grande riserva di meme verdi che emerge la coscienza di secondo ordine che è piuttosto rara ed è attualmente la punta di lancia dell’evoluzione umana collettiva. Secondo Wilber l’umanità è pronta per questo salto evolutivo. Il pensiero di secondo ordine viene descritto in teorie che vanno dalla noosfera di Teilhard de Chardin ad alcuni studi nel campo della psicologia transpersonale. Senza il pensiero di secondo ordine, sostiene Wilber, l’umanità è destinata a rimanere vittima di una “malattia auto-immunologica globale”, in cui i vari livelli (memi) sono ostili gli uni contro gli altri per ottenere la supremazia.
Dal punto di vista di questa traiettoria evolutiva, l’osservazione dello sviluppo umano acquisisce una nuova luce e possiamo comprendere che religioni come il Cristianesimo e l’Induismo e scuole psicologiche come la psicoanalisi o il cognitivismo, ci appaiono così diverse perché si occupano di un particolare “settore” o livello della spirale (o dello “spettro della coscienza”). Per questo motivo possiedono tutte una loro validità se applicate al livello di evoluzione corrispondente. Viste in questa ottica dovrebbero essere considerate complementari e non in contrapposizione. Ogni stadio dello sviluppo porta nuove capacità, ma allo stesso tempo anche rischi di nuovi disastri; quindi non solo nuove risorse e possibilità, ma anche nuovi problemi e nuove patologie.
È degno di nota il fatto che la maggior parte degli psicologi limita la propria ricerca alla sola dimensione ritenuta da loro stessi più importante. Mentre accettano “criticamente” quelle scuole che si riferiscono ad un livello inferiore dello spettro, negano l’esistenza o ignorano completamente le teorie corrispondenti a tutti i livelli superiori al proprio livello evolutivo di riferimento.
“L’Alto è stato negato, il Basso ignorato ed infine ci è stato chiesto di restare nel mezzo, paralizzati” .
Lungo tutto questo percorso evolutivo uomini e donne integrano gradualmente le voci femminile e maschile in se stessi, fondendo così giustizia e compassione. Quello che Wilber definisce come “l’abbraccio integrale” è il punto culminante dell’evoluzione: uno stato di armonia universale.
Un aspetto molto importante è che ogni onda dello sviluppo comporta una diminuzione del narcisismo e un incremento della coscienza o della capacità di integrare molte e diverse prospettive in modo più ampio e più profondo. Ad ogni stadio successivo si acquisisce una sempre maggiore sensibilità e capacità di provare vera compassione (e sollecitudine) in relazione agli altri.

La traiettoria completa dello sviluppo umano può essere vista quindi come il progressivo declino  dell’egocentrismo.

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza. L’inconscio visto da Jung e Grof

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza.
L’inconscio visto da Jung e Grof

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

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Le “emergenze spirituali”

Nel nostro mondo attuale che predilige gli aspetti razionali della psiche, gli stati non ordinari di coscienza vengono spesso guardati con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. In altri tempi o contesti culturali diversi dal nostro (oriente, sciamanesimo, misteri greci etc.) questi stati venivano invece considerati una benedizione divina, un dono degli dèi ed erano e sono tuttora attivamente ricercati con l’utilizzo di vari mezzi di autoesplorazione profonda: “le tecnologie del sacro”. La Psicologia Transpersonale li ripropone in veste moderna, all’interno di una prospettiva psicoterapeutica e di evoluzione della coscienza. Immaginiamo ora di essere improvvisamente catapultati in un altro mondo e di vivere esperienze assolutamente insolite rispetto al nostro modo abituale di percepire e di sentire la realtà, di avere per esempio visioni di demoni, divinità, personaggi mitologici, arcobaleni, comete, o anche visioni di una luce abbagliante di splendore e bellezza sovrannaturali, di trovarci in luoghi lontani e sconosciuti o in altri periodi storici, di sentire correnti di energia che attraversano il corpo, oppure di morire, sparire nel nulla e unirci in un amplesso con l’intero universo, di provare panico, paura di non ritornare più in questo mondo. Una situazione simile ci fa venire subito in mente una diagnosi di tipo psichiatrico. Eppure, stando agli studi effettuati da Abraham Maslow, John Perry, Stanislav Grof etc., negli ultimi decenni sempre più numerose sono le persone che hanno vissuto e vivono esperienze così insolite, persone che, invece di cadere irrimediabilmente nella follia, emergono da questi stati straordinari “transformate” rispetto a prima, nel senso di aver acquisito una maggiore consapevolezza, benessere psicofisico e un diverso modo di relazionarsi con se stessi e con gli altri.

In alcuni casi questo tipo di esperienza segna l’inizio di un vero e proprio percorso spirituale simile a quello descritto dalle varie tradizioni religiose di tutto il mondo. Grof ha definito questi stati mentali “emergenze spirituali”, sottolineando cosi il loro doppio aspetto di “pericolo” e “opportunità”. Nel 1980, per venire incontro al bisogno crescente di riconoscimento, sostegno e informazione a chi attraversa questo tipo di crisi evolutiva, Grof ha creato insieme a sua moglie Cristina lo “Spiritual Emergenze Network” (S.E.N.), una rete internazionale di sostegno in alternativa al sistema psichiatrico tradizionale. In questi ultimi 20 anni il S.E.N. ha compiuto grandi passi nell’affermazione del concetto di emergenza spirituale nell’arena della salute e della malattia mentale e ha promosso l’idea che possa esistere un intenso processo di trasformazione psicologica che, pur presentando aspetti drammatici, non è patologico. Grof considera queste esperienze, durante le quali vengono attivati i livelli più profondi dell’inconscio, uno sforzo radicale della psiche per guarire se stessa, una tendenza verso una situazione di maggiore equilibrio e armonia, verso uno stato di coscienza più completo.

Queste esperienze di trasformazione non avvengono sempre e necessariamente in modo cosi drammatico e improvviso. Gli psicologi transpersonali, riconoscendo l’enorme importanza evolutiva di questo tipo di esperienza, sia dal punto di vista individuale che collettivo, e nel tentativo di agevolare il moto evolutivo della natura umana, hanno approfondito lo studio delle diverse modalità che l’uomo, da sempre, ha utilizzato per provocare questi stati particolari di coscienza, intuendone il potenziale terapeutico: il suono dei tamburi, i vari tipi di danze tribali, il vorticare dei Dervisci, l’assunzione di piante allucinogene come il peyote e la sua “esperienza di morte e incontro con esseri di luce” (secondo quanto descrive Castaneda), l’ayahuasca, la “liana dei morti”, che provoca una trance di tipo medianico (molto utilizzata dagli indios e attualmente in tutto il Brasile e altre regioni del Sud America, all’interno dell’imponente cerimonia religiosa del “Santo Daime”), le varie tecniche respiratorie (come quelle descritte per esempio nel pranayama, l’antichissima arte-scienza indiana della respirazione) e la più moderna sostanza scoperta da Hoffman, oggi fuori legge: l’LSD.

La storia

Jung è stato il primo psicologo a teorizzare che nell’inconscio esiste una porta d’accesso ad una coscienza più ampia e universale, una via verso il trascendente. Grof, con il suo percorso, la sua “avventura di autoconoscenza”, come lui stesso la definisce, ha aperto questa porta verso la dimensione transpersonale, allargando la cartografia dell’inconscio verso quelle sfere della psiche definite da Ken Wilber “sottili e causali”. All’origine della ricerca di Grof sugli stati non ordinari di coscienza c’è una sostanza, oggi bandita della legge, che fu allora utilizzata sia nella ricerca che in ambito terapeutico: ho sentito da Grof stesso il racconto del suo primo incontro con quella “scatolina bianca” speditagli dai laboratori Sandoz di Basilea con la misteriosa scritta: LSD-25, la nuova sostanza sperimentale dotata di proprietà psicoattive scoperta dal chimico Albert Hoffman. Questo incontro ha avuto per Grof, che nel 1956 fu uno dei primi soggetti sperimentali, conseguenze profonde sulla sua vita personale e professionale. Grof, che in alcuni suoi libri descrive dettagliatamente le sue esperienze con l’LSD, si accorse molto presto che i suoi vissuti erano molto simili a quelli che conosceva dalla lettura dei grandi testi mistici di tutto il mondo. All’epoca Grof attribuì tutto quanto agli effetti della droga. Oggi lui sostiene che la possibilità di un’esperienza mistica sia un diritto naturale di tutti gli esseri umani.

Successivamente gli fu affidata la responsabilità di una ricerca clinica che esplorava il potenziale terapeutico della psicoterapia a base di LSD. Durante queste sedute molte esperienze iniziali contenevano materiale biografico, “legittimo e desiderabile oggetto di esplorazione”. Procedendo nelle sedute tutti i soggetti passavano prima o poi a vivere esperienze che andavano oltre il materiale biografico. Nella misura in cui si approfondiva l’esplorazione dell’inconscio, il soggetto in terapia psicolitica tendeva a spostarsi da uno stadio “freudiano”, in cui vengono “confermate sperimentalmente” le tesi della psicoanalisi classica, ad uno stadio che potrebbe essere definito rankiano-reichiano-esistenziale e successivamente ad uno stadio “junghiano”, per via dell’attivazione del livello archetipico della psiche. A questo punto emergeva una potente sequenza di morte e rinascita psicologica, molte volte accompagnata da intense emozioni: sentimenti statici di unità con la natura, il cosmo, gli esseri umani, visioni di divinità o demoni, esperienze di regni mitologici oppure ricordi di situazioni o esperienze di luoghi lontani o di altri periodi storici. Grof sostiene che sarebbe arbitrario e molto artificioso considerare i ricordi dell’infanzia come normali e accettabili ed attribuire invece alle esperienze che ad essi seguivano un carattere patologico. Da questi vissuti scaturiva una grande quantità di emozioni e sensazioni che, se lasciate seguire il loro corso naturale, risultavano fortemente terapeutiche ed erano il più delle volte accompagnate da importanti insights sul significato dell’esperienza. Secondo Grof molti stati che la psichiatria ufficiale considera bizzarri ed incomprensibili sono manifestazioni della tendenza naturale della psiche umana a rivivere i propri traumi per guarire se stessa e raggiungere una condizione di maggiore equilibrio. Grof tentò di tracciare una mappa dei territori esperienziali che venivano allo scoperto attraverso l’azione catalizzatrice dell’LSD. Dedicò molto tempo a questo lavoro tenendo una dettagliata documentazione delle sue ricerche psichedeliche, credeva di creare una nuova cartografia della psiche umana. Quando ebbe completato la sua mappa della coscienza si accorse di aver riscoperto quello che Aldous Huxley aveva chiamato “la filosofia perenne”, la sintesi e l’essenza delle concezioni dell’universo delle grandi scuole iniziatiche di tutto il mondo emersa più volte in differenti luoghi e periodi storici (i diversi tipi di yoga, il buddhismo, il sufismo, il taoismo, la kabbalah, il misticismo cristiano etc.). Le osservazioni di Grof degli stati non ordinari di coscienza lo portavano sempre di più alla consapevolezza che le moderne concezioni psicologiche, compresa la sua stessa formazione medico-psichiatrica e psicoanalitica, “grattavano in superficie la psiche umana” e scopri ben presto che il suo lavoro con questi stati di coscienza avrebbe messo in serio pericolo la sua reputazione scientifica. Durante il primo decennio Grof svolse isolatamente le proprie ricerche censurando attentamente ogni comunicazione resa in ambito professionale, parlando apertamente delle proprie scoperte soltanto ad una ristretta cerchia di amici. La situazione cambiò nel 1967 quando Grof, trasferitosi negli Stati Uniti, fece la conoscenza di molti colleghi ricercatori della coscienza, antropologi, tanatologi, parapsicologi che erano arrivati con le proprie ricerche ad una concezione della psiche molto vicina o complementare alla sua. Incontro particolarmente fecondo fu quello con Abraham Maslow, che aveva condotto un’estesa ricerca sugli stati mistici spontanei o esperienze di vetta, raggiungendo conclusioni simili alle sue. Da questo incontro nacque l’idea di fondare una nuova disciplina capace di combinare la scienza con la spiritualità e studiare i vari livelli o stati di coscienza. A questo nuovo movimento fu dato il nome di “psicologia transpersonale”. Nei suoi quarant’anni di studio approfondito della psiche umana, attraverso l’osservazione degli stati non ordinari di coscienza in se stesso e negli altri, Grof arrivò ad alcune conclusioni radicali. “Oggi” sostiene Grof “credo che la coscienza e la psiche umana siano molto di più di un prodotto accidentale dei processi fisiologici del cervello; esse sono il riflesso dell’intelligenza cosmica che permea l’intera creazione. Non siamo solo delle macchine biologiche e degli animali altamente sviluppati; siamo anche campi di una coscienza senza limiti che trascende lo spazio ed il tempo. In tale contesto la spiritualità è una dimensione imprescindibile dell’esistenza”1.

L’LSD, una volta sfuggito al controllo terapeutico, rivelò la sua pericolosità. L’assunzione da parte di soggetti non preparati a questo tipo di esperienza può risultare infatti destrutturante per la personalità. L’LSD fu messo fuori legge e Grof, approfondendo i suoi studi sugli stati non ordinari di coscienza, a sostegno del diritto di ogni essere umano di evolvere verso uno stato di maggiore completezza, sviluppò la “Holotropic Breathwork”, la respirazione olotropica, un potente metodo di respirazione che, associato alla musica evocativa ed al lavoro sul corpo, può indurre, in un contesto sicuro, un intero spettro di esperienze risanatrici, comparabili a quelle prodotte con l’utilizzo di piante allucinogene o l’LSD, con l’evidente vantaggio della non assunzione di alcuna sostanza estranea all’organismo. La differenza fondamentale è che negli stati non ordinari di coscienza che vengono attivati con mezzi naturali quali la respirazione e la musica, la psiche umana sembra attingere a un “qualcosa” che possiede un’attività terapeutica spontanea. Questo “qualcosa” viene chiamato da Grof il “guaritore interno”e, come un “radar interiore”, è in grado di selezionare il materiale inconscio che in quel determinato momento risulta terapeutico e può essere elaborato dal “respiratore”. Molto diverso quindi dall’assunzione di sostanze come l’LSD che possono provocare esperienze psicologicamente devastanti, in quanto il soggetto può non essere in grado di elaborarle ed integrarle.

La respirazione

Le nostre più antiche tradizioni spirituali da sempre hanno utilizzato svariati mezzi attraverso i quali l’essere umano trascendeva la propria identità individuale e trovava una sua collocazione in una dimensione più ampia, al di la del tempo e dello spazio, soddisfacendo cosi quell’insaziabile bisogno di spiritualità cosi intrinseco alla natura umana. In tutte queste antiche tradizioni i partecipanti conoscevano il significato di questo oltrepassare i confini dell’esistenza quotidiana ed esplorare realtà molto al di là della coscienza ordinaria e ciò avveniva durante i riti di possessione, nella pratica delle svariate tecniche dell’estasi utilizzate nello sciamanesimo, nei sacri misteri di morte e rinascita praticati nell’antica Grecia e in Asia Minore: i misteri eleusini, i riti dionisiaci, i misteri di Attis e di Adone etc.

La respirazione, il “soffio vitale”, è stata utilizzata da tempi immemorabili quale potente mezzo di accesso al mondo interiore. Attraverso la respirazione si possono indurre stati non ordinari di coscienza e catalizzare intensi vissuti che risultano terapeutici e tali da provocare profondi cambiamenti. Le modalità respiratorie che vengono utilizzate a questo scopo variano dall’interferenza drastica sulla respirazione, fino ai raffinati esercizi utilizzati dalle diverse tradizioni spirituali come il pranayama, per esempio. Il battesimo, nella sua forma originale, consisteva nell’immergere forzatamente il battezzando nell’acqua fino a portarlo alle soglie della morte per soffocamento. Trasformazioni profonde della coscienza possono essere provocate dall’iperventilazione come dalla ritenzione prolungata della respirazione. Pratiche sofisticate di questo tipo possono essere riscontrate anche nella meditazione taoista, nel Kundalini yoga, nel Siddha yoga, nelle pratiche Sufi etc. J.A. Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista junghiano-reichiano, contraddicendo l’affermazione della psicoanalisi classica secondo la quale la prima fase dello sviluppo è orale, sostiene che il primo momento dello sviluppo e della formazione dell’io è respiratorio, in quanto “respirare” è la prima cosa che il neonato fa: “il movimento respiratorio inizia con la nascita, è dato con la coscienza del mondo e si costituisce quale prima forma di coscienza di sé”2. La psicologia junghiana, focalizzando l’attenzione sugli eventi dal punto di vista “puramente psicologico”, sembra trascurare l’importanza del corpo e degli aspetti fisici che sono così intrinsecamente legati al mondo emotivo e che sono stati cosi fortemente rivendicati da Reich. Ai traumi fisici, così come ai processi fisiologici, non viene attribuita la dovuta importanza, sia per quanto riguarda lo sviluppo psicologico dell’individuo, sia nella genesi delle varie forme di psicopatologia, proprio come se il corpo e la psiche fossero due cose ben distinte.

Attraverso la respirazione, durante l’esperienza olotropica, possiamo aprire le porte del mondo interiore e confrontarci con ciò che è stato rimosso nel corso della nostra vita, liberare l’energia impegnata nella rimozione e favorire così lo sbriciolarsi della diga che ci separa della nostra “sorgente”. Molte di queste esperienze rimosse appartengono ad una fase dello sviluppo in cui non esisteva ancora il linguaggio verbale e risultano perciò inaccessibili ad una forma di terapia che ha come mezzo di espressione la parola. Il livello perinatale dell’inconscio, il territorio esperienziale legato agli eventi traumatici della nascita biologica, contiene anch’esso vissuti drammatici, emozioni ed energia “congelate” che non raggiungono la coscienza e che, una volta elaborate, favoriscono l’accesso alle profondità dell’inconscio. Anche i traumi fisici, al pari di quelli psichici, rimangono conservati nella memoria del corpo, codificati “nella nostra carne”, muscoli, organi e tessuti. L’attivazione dell’inconscio che avviene durante una profonda autoesplorazione esperienziale provoca il risvegliarsi della memoria corporea e di queste profonde esperienze non accessibili al linguaggio verbale.

L’esperienza

Secondo Grof l’evoluzione della coscienza deve varcare i confini dell’ego e la respirazione è uno dei mezzi più potenti per far sì che ciò avvenga. La mia esperienza di integrazione della psicoterapia verbale di tipo analitico, con le sedute di gruppo di autoesplorazione esperienziale che utilizza soprattutto la respirazione come via d’accesso all’inconscio, mi porta ad alcune importanti riflessioni sui limiti e i tempi della terapia che utilizza soltanto il mezzo verbale: penso di poter affermare che questo tipo di esperienza faccia da catalizzatore ed acceleratore del percorso analitico in quanto riesce a sciogliere dei “nodi” ed agevolare il percorso terapeutico. Uso dire ai futuri respiratori quando propongo questo tipo di esperienza: “È come se per un po’ lasciassimo la macchina (la terapia analitica-verbale) e salissimo su un aereo, o ancora meglio su un’astronave. Dopo di che si ritorna in macchina per fare il resoconto di questo viaggio aerospaziale”. Durante l’esperienza olotropica i vari livelli di esperienza attivati: biografico, perinatale, transpersonale, si manifestano in molti casi relazionati con un tema comune di base, per esempio il rifiuto, il conflitto, la solitudine, la sfida etc., definiti COEX da Grof o “sistemi di esperienza condensata”: un raggruppamento di vissuti, ricordi, sensazioni, appartenenti a diversi periodi della vita della persona, compreso quello intrauterino, che sono accumunati da una stessa tonalità emotiva o sensazione fisica, come se tutto quanto girasse intorno ad un unico grande tema archetipico. Il concetto di sistemi COEX come “principi ordinatori generali della psiche umana” ricorda in un certo senso l’idea di Jung sui “complessi psicologici”.

Il ruolo del terapeuta è quello di appoggiare il processo esperienziale con piena fiducia nel suo potenziale di guarigione senza influenzarlo o manipolarlo e di sostenerlo anche quando non viene compreso immediatamente. Spesso accade che gli “insights” corrispondenti emergano dopo l’esperienza o nelle sedute successive. In alcuni casi la risoluzione del conflitto o del “sintomo” avviene a livello biografico, oppure in relazione con il materiale perinatale o con diversi temi transpersonali. La violenza e drammaticità di alcune esperienze può suscitare nel terapeuta l’impulso a controllarle o scoraggiare la piena espressione. Sostenere la varietà e intensità delle esperienze richiede dal terapeuta un’autentica fiducia nel processo e una personale dimestichezza con gli stati non ordinari di coscienza. Trascriverò più avanti le testimonianze di alcuni “respiratori” che hanno fatto l’esperienza olotropica, molti dei quali erano contemporaneamente in terapia verbale di tipo analitico (junghiano). I gruppi sono formati da 8 a 12 persone e la durata dell’esperienza è di una giornata e mezza. Il materiale presentato è stato scritto di proprio pugno dai respiratori stessi e lasciato intatto. In alcuni casi, per un problema di spazio, ho tralasciato alcuni brani meno significativi. L’età corrisponde a quella reale e i nomi naturalmente sono stati sostituiti. Le persone a cui ho rivolto questa richiesta hanno accettato molto volentieri di descrivere la propria esperienza e colgo qui l’occasione per ringraziarli per la preziosa collaborazione.

Le esperienze che avvengono negli stati non ordinari di coscienza attivati durante la respirazione olotropica esprimono diversi “livelli” dell’inconscio che si sovrappongono e si confondono. Le manifestazioni fisiche variano dal caldo al freddo, correnti di energia che attraversano il corpo, dolori o “tetanie” in diverse parti del corpo che possono arrivare alla paralisi temporanea degli arti, del volto, di tutto il corpo. Durante il processo olotropico emergono intense emozioni che vengono espresse il più delle volte insieme a immagini di avvenimenti, persone o situazioni che le hanno suscitate. Questi vissuti vengono associati spesso a ricordi di avvenimenti infantili e biografici ma a volte riguardano immagini, avvenimenti o situazioni che sembrano estranee alla vita personale del respirante, ma che sono portatrici di un significato profondo per quella persona in quel determinato momento. Le esperienze definite “perinatali” (“intorno alla nascita”) sono state ampiamente descritte da Grof. In questi casi non soltanto si “rivive” la nascita biologica, ma viene attivato anche il livello “archetipico” della psiche con importanti risvolti psicologici, filosofici e spirituali. Le esperienze transpersonali, di difficile descrizione, verranno trattate in seguito.

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Le esperienze perinatali

Quando durante una profonda autoesplorazione esperienziale si va oltre il livello biografico dell’inconscio, oltre i ricordi infantili e si raggiunge il momento della nascita, emergono emozioni e sensazioni fisiche di grande intensità, associate ad immagini archetipiche cariche di “numinosità”. Il motivo per cui emergono insieme sfugge alla logica ordinaria e potrebbero essere meglio descritti nei termini di una “logica esperienziale” che non si basa su una somiglianza formale ma sulla constatazione che le sensazioni fisiche e quelle emotive appartengono al medesimo vissuto. Secondo l’opinione della medicina ufficiale, durante la nascita il neonato non è ancora cosciente in quanto la sua corteccia cerebrale non è ancora del tutto mielinizzata, il che significa che i neuroni cerebrali non sono interamente avvolti dalla guaina protettiva di una sostanza chiamata “mielina”. Quindi, secondo questa opinione, la nascita non viene registrata nella memoria ed è quindi un’esperienza del tutto irrilevante. Questa ipotesi è in forte contraddizione con le osservazioni di Grof ma anche con un ampia letteratura a riguardo che descrive l’enorme sensibilità del feto durante il periodo prenatale. E’ noto che la capacità di memorizzazione è presente in forme di organismo che non sono dotate di corteccia cerebrale e persino in alcuni organismi monocellulari. Secondo Grof una così assurda contraddizione logica all’interno del pensiero scientifico potrebbe essere un’ulteriore conferma della forte repressione emotiva a cui è soggetto il ricordo della nascita nella nostra cultura. Le teorie più moderne basate su profonde autoesplorazione esperienziali sostengono la tesi secondo la quale il ricordo della nascita è registrato nella nostra memoria fino al livello cellulare ed incide profondamente sul nostro sviluppo psicologico.

La gamma dei vissuti e immagini che vengono attivate durante l’esperienza perinatale non è limitata solamente agli elementi fisici e psicologici legati alla nascita biologica; a questo punto del processo, viene attivato il livello archetipico della psiche e il confronto esperienziale con la nascita e con la morte assume una dimensione “universale” e provoca un’apertura verso nuovi orizzonti esistenziali. L’intima connessione esperienziale tra nascita e morte nelle profondità dell’inconscio riflette il fatto che la nascita è un evento potenzialmente mortale, il passaggio nel canale del parto è un passaggio “realmente” rischioso che può effettivamente provocare la morte, come avveniva spesso in tempi lontani ma potrebbe accadere anche adesso. Portiamo quindi dentro di noi, in quanto esseri umani, serbato nell’inconscio collettivo, questo ricordo ancestrale di tanti nascituri morti in battaglia contro il corpo materno per venire alla luce. La nascita è quindi un evento pericoloso e “doppiamente” mortale che pone un fine drastico alla vita paradisiaca all’interno del liquido amniotico: il feto “muore” in quanto organismo acquatico che vive in simbiosi con la madre, per nascere in una nuova forma di vita “separata” dal corpo materno e che respira l’ossigeno dell’area.

Grof suddivise le esperienze perinatali in quattro diverse categorie esperienziali che denominò “matrici perinatali di base”, ognuna associata ad uno stadio clinico del parto: Prima matrice perinatale di base o “l’universo amniotico”. Questa matrice è relazionata all’esistenza del feto all’interno del grembo materno. Quando vengono rivissute queste memorie prenatali la sensazione dominante è quella della mancanza di limiti, un sentimento oceanico di unione con il tutto, lo spazio, le galassie, il cosmo intero che può culminare in un’estasi paradisiaca che viene denominata estasi oceanica o apollinea. La natura acquatica del feto può esprimersi con immagini o sensazioni di galleggiare in un liquido, nel mare, laghi o nell’identificazione con l’oceano stesso. Emergono anche immagini della natura nel suo massimo splendore, generosità, accoglienza, e di regni celesti e paradisiaci descritti dalle varie culture (“grembo buono”). Quando vengono rivissuti episodi di disturbi intrauterini provocati da cambiamenti tossici nel corpo materno (“cattivo grembo”) questo vissuto si trasforma in terribili e minacciose sensazioni di un pericolo vitale imminente, di avvelenamento o in spaventose visioni archetipiche di entità demoniache. Se si rivive una minaccia o tentativo di aborto, questo vissuto raggiunge la dimensione di un pericolo universale con visioni di immagini apocalittiche della fine del mondo. In questi momenti si sovrappongono e si confondono eventi del nostro parto biologico e archetipi dell’inconscio collettivo.

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Seconda matrice perinatale di base: “sottomissione cosmica senza via di uscita” o “l’inferno”. Quando, durante l’autoesplorazione, viene attivato il momento in cui iniziano le contrazioni uterine ma la cervice non si è ancora dilatata si prova un’ansia crescente, un sentimento di solitudine, impotenza, disperazione e perdita di qualsiasi speranza, che può rasentare la paranoia. Sentiamo di essere risucchiati in un gigantesco vortice, spirale o di essere divorati da un mostro gigante come una balena, una piovra, una tarantola, un mostro di dimensioni archetipiche come un leviatano, un drago etc. Il tema mitologico ricorrente è la discesa nel mondo sotterraneo, nel regno dei morti o nell’inferno. In questi momenti ci possiamo identificare con uomini, animali e persino esseri mitologici, vittime di torture e prigionie, in situazioni dolorose e prive di speranza che ricordano quella del feto stretto e soffocato nel canale del parto. Questa sofferenza può raggiungere dimensioni archetipiche, come per esempio l’identificazione con Cristo sulla croce o con i peccatori nell’inferno o con altri personaggi mitologici vittime di sofferenze estreme come Sisifo mentre dall’Ade spinge il macigno su per la montagna, Tantalo, Prometeo etc. La filosofia esistenzialista con la sua visione di un mondo assurdo e privo di significato, un “mondo di cartapesta”, sembra essere la più adeguata descrizione di questa matrice. Nella letteratura mistica questo vissuto di immensa sofferenza viene descritto come la “buia notte dell’anima”, un doloroso momento che è anche fecondo e trasformatore, portatore di “illuminazione” e di libertà.

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Terza matrice perinatale di base o “lotta di morte e rinascita”. Questa matrice è relazionata con il passaggio graduale del nascituro nel canale del parto quando la cervice si apre, dopo che sono iniziate le contrazioni uterine

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Le persone che vivono queste esperienze spesso partecipano contemporaneamente nel ruolo della vittima, dell’aggressore e dell’osservatore. In questo momento viene meno il sentimento di impotenza, tipico di quella situazione “senza via d’uscita” descritta precedentemente, in quanto adesso siamo attivamente coinvolti in una violenta battaglia e proviamo la sensazione che la sofferenza abbia una direzione, un fine preciso, un significato. Nella terminologia religiosa possiamo pensare ad un purgatorio, più che un inferno.

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Durante il momento di transizione tra la terza e la quarta matrice perinatale, i vissuti emotivi diventano meno violenti e angosciosi e sono accompagnati da immagini di figure archetipiche di divinità, eroi, semidei che rappresentano la morte e la rinascita come Cristo, Dioniso, Attis, Adone etc. E’ molto comune, in questo momento di transizione, l’esperienza dell’incontro con il fuoco (pirocatarsi) che ha come simbolo la leggendaria fenice, l’uccello che nella mitologia araba muore consumato delle fiamme e risorge dalle cenere.

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Quarta matrice perinatale di base o “l’esperienza di morte e rinascita”. Questa matrice è relazionata all’ultimo stadio del parto, è il completamento del difficile passaggio del nascituro attraverso il corpo materno, la liberazione finale del neonato che viene alla luce e il taglio del cordone ombelicale. Questo stadio è accompagnato da vissuti e sensazioni concrete legati alla memoria di eventi specifici come l’anestesia, la pressione del forcipe, manovre ostetriche etc. Durante il processo della nascita il nascituro è completamente immobilizzato nello stretto canale del parto, impossibilitato a reagire o esprimere le intense emozioni provate in quel momento, perciò questo evento traumatico non viene completamente espresso ne psicologicamente assimilato. E’ come se fossimo nati biologicamente ma emotivamente non ci fossimo mai veramente riavuti da questa esperienza traumatica. Durante la riattivazione di questo momento della nascita nello stato di coscienza olotropico, avviene il completamento e l’elaborazione di questo trauma originario e la liberazione dell’energia imprigionata in queste profondità dell’inconscio. L’attivazione della dimensione archetipica dell’inconscio che accompagna questo momento dell’esperienza perinatale fa di questo evento qualcosa che va molto al di là della sola riattivazione del trauma biologico originario, è un’esperienza archetipica di morte e rinascita psicologica in tutto il suo significato psicologico, filosofico e spirituale.

Il momento più drammatico di questa matrice perinatale, viene definito “la morte dell’ego” e viene descritto come un terribile vissuto di morte e di perdita di tutti i punti di riferimento, accompagnato da un misto di agonia e estasi, al quale sopraggiunge un senso di straordinaria liberazione, redenzione, salvezza e un flusso di emozione positive, un sentimento di amore profondo, incondizionato verso la vita, gli esseri umani e tutta la creazione. Questo tipo di estasi, che viene definita dionisiaca o vulcanica, possiede un grande potenziale di guarigione e trasformazione. In realtà quello che viene vissuto come un’esperienza spaventosa, una catastrofe di proporzione universale è la morte del nostro falso ego, che fino a quel momento percepivamo come il nostro vero io. Non riusciamo a vedere quel che c’è al di là di quel che conosciamo di noi stessi o persino se vi sia “qualcosa” dall’altra parte.

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Le esperienze perinatali rappresentano, secondo la psicologia di Grof, qualcosa come “un passaggio” (un “portale”) che si apre sul quarto tipo di esperienza che riguarda la dimensione più profonda della psiche e vengono chiamate “esperienze transpersonali”, anche se a volte l’accesso a questi territori dell’inconscio può avvenire senza il confronto con il livello perinatale.

Le esperienze transpersonali

L’aspetto che accomuna i vari tipi di esperienze transpersonali è la percezione che la persona ha che la propria coscienza si sia dilatata oltre i confini abituali dell’ego trascendendo quei limiti spazio-temporali che negli stati ordinari di coscienza riducono la nostra percezione della realtà. Questo tipo di esperienza, molto difficile da descrivere, lascia in chi la vive un sentimento di comunione con la vita in senso ampio. Molte volte importanti insight di tipo esistenziale che riguardano il significato profondo della vita, un accrescimento del sentimento “religioso” di appartenenza ad una totalità più ampia e universale ed un autentico senso di libertà.

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Quando lavoriamo con gli stati di coscienza olotropici, la dimensione della psiche che dobbiamo aggiungere alla cartografia dell’inconscio cosi come viene interpretata dalle scuole di pensiero tradizionali è quella che definiamo con il termine “transpersonale” che significa letteralmente ciò che va oltre, che trascende il biografico, il personale. Negli stati di coscienza olotropici possiamo fare esperienza di eventi o situazioni che la nostra civiltà con la sua visione materialistica del mondo non considera “reali”, come per esempio viaggi in mondi mitologici o fiabeschi, visioni o identificazione con entità archetipiche, divinità o demoni. Possiamo vivere episodi provenienti della vita dei nostri antenati o identificarci con qualsiasi aspetto della natura sia esso umano, animale, vegetale etc. Nella sua massima espressione la coscienza individuale può trascendere ogni barriera e identificarsi con la Coscienza Cosmica o Mente Universale così come viene descritta nella letteratura spirituale. Tutto ciò emerge nello stesso “continuum” delle esperienze biografiche e perinatali e quindi scaturisce dalle profondità della psiche individuale ma allo stesso tempo sembra provenire direttamente da fonti di informazione al di là della normale mediazione dei sensi e dell’esperienza biografica confermando l’ipotesi junghiana secondo la quale, al di là dell’inconscio individuale freudiano, possiamo contattare e attingere al patrimonio culturale dell’umanità intera contenuto nell’inconscio collettivo. Gli studi di Grof e le sue osservazioni sugli stati di coscienza olotropici ci aiutano a vedere con maggiore chiarezza e semplicità il filo conduttore che unisce e integra in una visione più ampia i conflitti, le controversie e le apparenti incompatibilità esistenti all’interno della nostra visione occidentale della psiche fondata su concezioni filosofiche inconciliabili a priori, come per esempio il comportamentismo e la psicanalisi, la bioenergetica, la psicologia di Freud e dei suoi “traditori”: Otto Rank, Wilhelm Reich, Alfred Adler, Carl Gustav Jung etc.

La visione della psiche proposta dalla psicologia transpersonale, in particolare la cartografia dell’inconscio di Grof e lo “spettro della coscienza” di Ken Wilber, rappresentano allo stesso tempo sia una rottura che una continuità con tutto il pensiero psicologico che la precede. Possiamo parlare di rottura con il passato in quanto la psicologia transpersonale affonda le sue radici nel moderno paradigma della scienza (post teoria della relatività) che è in un certo senso inconciliabile con il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano sul quale si fonda tutta la psicologia occidentale.3 La continuità con il passato può essere riscontrata nell’ampio supporto teorico e nella rielaborazione e integrazione a un livello più complesso di tutto il pensiero psicologico precedente che trascende l’aspetto settario delle diverse scuole di pensiero. Wilber studia la psiche nel suo aspetto “pluridimensionale” e, come Grof, propone un modello generale di sviluppo della coscienza umana che è una sintesi e un’interpretazione delle grandi tradizione spirituali, filosofiche e psicologiche, sia orientali che occidentali. Da questo punto di vista le insanabili controversie tra le differenti “scuole di pensiero” in campo psicologico significano semplicemente che sono state focalizzate e studiate diverse “lunghezze d’onda” dello spettro della coscienza secondo la concezione di Wilber o che sono stati esplorati diversi territori esperienziali secondo il lessico groffiano.

Nel suo libro “Oltre il cervello”, Grof ci offre un studio approfondito della correlazione tra i nuovi sviluppi della scienza, la fisica quantica-relativistica, la teoria dei sistemi, il pensiero olonomico etc. e la visione della psiche che emerge dalle sue osservazioni sugli stati non ordinari di coscienza. Inoltre compie anche un’importante passo verso un’integrazione dei differenti indirizzi psicologici occidentali, dando ad ognuno di essi una collocazione all’interno della “cartografia dell’inconscio” che emerge da questi dati esperienziali. Partendo da Freud, la cui psicologia viene “confermata” sperimentalmente quando l’esplorazione dell’inconscio non supera il livello biografico divenendo inutile per comprendere gli sviluppi ulteriori, Grof sottolinea l’importanza del contributo dei “dissidenti” e “traditori” della psicanalisi e di tutte le scuole di pensiero che ad essi sono seguite.

Gli studi di Grof ridimensionano l’importanza dei traumi infantili individuati da Freud come cause patogene primarie, considerandoli soltanto una delle condizioni per cui si manifestano i contenuti e le energie dei livelli più profondi della psiche che secondo questa prospettiva, ha una struttura dinamica pluridimensionale. La psicologia di Freud non riconosce l’enorme importanza dei traumi fisici come incidenti, operazioni, esperienze di soffocamento, ferite, malattie che durante l’autoesplorazione profonda emergono come elemento determinante nella genesi di vari disturbi psichici e psicosomatici. L’inserimento del livello perinatale nella cartografia dell’inconscio con la sua enorme carica energetica e la sua carica di violenza e sessualità, illumina di una luce nuova molti aspetti della psicopatologia sessuale ai quali la psicoanalisi non è riuscita a fornire un’adeguata spiegazione, come i casi di suicidi e assassinio violenti, automutilazioni, feticismo, sadomasochismo, scatologia sessuale, così come alcuni aspetti auto distruttivi e auto punitivi legati ad un super-io sadico e crudele. La visione transpersonale chiarisce alcuni di questi aspetti collocandoli in una prospettiva diversa, senza invalidare nel suo insieme la visione freudiana della psiche. Quando i soggetti durante l’autoesplorazione esperienziale superano la fase “freudiana”, nelle sedute emerge un profondo confronto con la nascita e con la morte. Il confronto con la morte e in particolare la “crisi di significato” che ne consegue, consentano un’interpretazione secondo la filosofia e la psicoterapia esistenziale, tra le quali merita particolare attenzione la terapia della Gestalt sviluppata da Fritz Perls, che utilizza una tecnica di integrazione personale basata sul principio che in natura tutto è “gestalt”, tutto è unificato e coerente. Questa impostazione olistica, applicata al processo di ripercezione e risperimentazione di conflitti e traumi del passato nel momento presente, porta al completamento delle gestalt non finite in passato ed a una maggiore consapevolezza di tutti i processi fisici e emotivi. La terapia esperienziale di Arthur Janov, chiamata “terapia primaria”, che si basa sull’emissione da parte del paziente di grida inarticolate e primordiali, porta all’espressione attraverso queste grida di diversi traumi, “strati di dolore primitivo”, originati in periodi diversi dell’infanzia. Janov descrive anche il profondo dolore radicato nel ricordo e nella riattivazione attraverso le grida del trauma della nascita.

Il superamento delle rigidità fisiche legate alla rimozione e la scarica di energia sessuale che avvengono durante gli stati olotropici rendono molto utile l’approccio della psicologia reichiana. Reich era consapevole dell’enorme carica energetica contenuta nei sintomi nevrotici e dei limiti di una terapia basata su mezzi puramente verbali, perciò, allo scopo di eliminare i blocchi e liberare l’energia compressa dalla rimozione, utilizzava tecniche respiratorie, il contatto fisico diretto e svariate manipolazioni corporee, il che favoriva un maggior abbandono da parte del paziente ai movimenti spontanei e involontari del corpo, il superamento delle rigidità fisiche e lo scioglimento delle “corazze muscolari del carattere”. Il più importante dei metodi terapeutici neo-reichiani è la bioenergetica sviluppata da A. Lowen, che impiega i processi energetici del corpo, il suo linguaggio e i suoi movimenti per influenzare il funzionamento mentale.

Quando si approfondisce l’esplorazione dell’inconscio, una volta superato il livello biografico, la potente sequenza esperienziale di morte e rinascita psicologica che emerge viene associata alle manifestazioni fisiche e psichiche tipiche della nascita biologica. Freud ipotizzò che il trauma della nascita potesse essere la sorgente e il fulcro di ogni angoscia futura, ma non sviluppò questa intuizione e rifiutò successivamente la posizione estrema di Otto Rank che collegava ogni angoscia alla separazione dal grembo materno ed ogni conflitto al desiderio e alla paura di questo ritorno al “paradiso perduto”. Durante il processo olotropico, attraverso l’elaborazione e il completamento della “gestalt” perinatale, questo trauma e queste energie imprigionate nelle profondità della psiche vengono liberate e trasformate, favorendo l’accesso a quella dimensione più profonda della psiche che chiamiamo transpersonale. Le teorie di Rank focalizzate sulla perdita del grembo e sul dolore di questa separazione trascurano l’enorme sofferenza e stress fisico ed emotivo collegati al passaggio del nascituro attraverso il canale del parto durante la nascita biologica che emerge in modo inequivocabile durante la riattivazione dell’esperienza della nascita. Le intuizioni di Rank, ponendo come elemento centrale dell’angoscia umana il trauma della nascita, risultano molto utili alla comprensione di questa fase esperienziale, anche se il processo morte-rinascita ha implicazioni che vanno al di là della separazione dal grembo o del solo rivivere la nascita biologica. Ferenczi, anch’esso allievo di Freud, in un suo originale saggio intitolato “Thalassa” descrive l’intera evoluzione sessuale umana come l’impulso a ritornare alla forma di esistenza acquatica originale, come un tentativo di ritorno al liquido amniotico che rappresenta l’acqua dell’oceano “introiettata” nel grembo materno. Jung, indagando nelle profondità dell’animo umano, si imbatte in “qualcosa” che in una persona va oltre se stessa, in qualcosa che non appartiene più all’individuo in quanto tale ma al trans-individuale e che denominò “inconscio collettivo”. Secondo Jung, in quello che lui definì “processo di individuazione”, l’individuo trascende i confini dell’io e l’inconscio personale e attinge ad una dimensione più profonda di sé, relazionata con tutta l’umanità e con il cosmo intero. In un certo senso Jung rielaborò in chiave psicologica l’antica idea riproposta dal cristianesimo del “divino” dentro ogni uomo. Questa visione antica ma allo stesso tempo nuovissima della psiche umana fa di Jung un psicologo “moderno”, portatore di un pensiero psicologico rivoluzionario, precursore del movimento transpersonale. La psicologia junghiana con la sua nuova visione della psiche è quella che più si avvicina alla comprensione del profondo significato dell’esperienza di morte e rinascita che avviene durante la riattivazione del livello perinatale dell’inconscio, in tutta la sua valenza psicologica e spirituale. Con le sue intuizioni azzardate, come per esempio il legame tra materia e psiche (fenomeni “psicoidi”) e lo studio delle coincidenze straordinarie (“sincronicità”), i suoi concetti di inconscio collettivo e archetipi, la sua apertura verso la dimensione spirituale della psiche, fu la prima a mettere veramente in discussione i fondamenti filosofici della visione del mondo occidentale e auspicare una drastica revisione del vecchio paradigma della scienza dominato dalla visione del mondo newtoniana-cartesiana. Nell’ultimo periodo della sua vita Jung si interessò ai nuovi sviluppi della scienza, e stabilì un carteggio con Paoli, imminente fisico, nel tentativo di trovare nella fisica moderna un supporto teorico alla sua visione della psiche. Jung tuttavia sembra abbia trascurato la relazione di questa potente esperienza di morte e rinascita psicologica con la nascita biologica in tutta la sua fisicità e l’importanza di questo evento nei suoi aspetti fisico-corporei oltre che spirituali, ciò nonostante la sua “modernità” rende l’indirizzo teorico junghiano quello che più di ogni altro si avvicina alla visione groffiana della psiche e all’indirizzo transpersonale, al punto che Jung viene considerato “il primo psicologo transpersonale”.

Roberto Assagioli, autorevole esponente italiano della psicologia transpersonale, presenta una cartografia della personalità umana che ha alcune somiglianze con il modello junghiano della psiche, in quanto comprende anch’essa elementi collettivi e spirituali e propone una nuova tecnica di psicoterapia e autoesplorazione. La psicologia di Assagioli insieme a quella di Jung rimangono le uniche scuole di pensiero occidentale che offrono un’autentica comprensione dei processi implicati in una profonda autoesplorazione esperienziale. Abraham Maslow, uno dei massimi esponenti della psicologia umanistica, in un studio approfondito su soggetti che avevano esperimentato stati mistici spontanei che chiamò “esperienze di vetta”, sostenne la tesi che questi vissuti erano fenomeni sovrannaturali piuttosto che patologici così come venivano considerati fino a quel momento e che erano associati ad una sana e naturale tendenza umana verso l’autorealizzazione, tesi sostenuta da Grof nel suo concetto di “emergenze spirituali”. Le idee di Maslow influenzarono enormemente la visione olistica della psiche tipica della psicologia umanistica e contribuirono in seguito alla formazione della psicologia transpersonale.

La psicologia di Grof, con la sua cartografia dell’inconscio, ha portato nel campo della psicologia una visione ampia e integrata della psiche umana dove ogni precedente teoria ha una sua collocazione a differenti livelli di profondità ed è relazionata ad una particolare dimensione esperienziale senza che venga invalidato alcun approccio teorico o esperienza soggettiva. Questo nuovo approccio rappresenta una vera rivoluzione tanto attesa quanto necessaria, che potrebbe attenuare le antiche “scissioni” all’interno della psicologia contemporanea in diversi indirizzi teorici in quanto propone una visione unificata della psiche.

In confronto ai metodi psicoterapeutici tradizionali, ciò che caratterizza l’approccio transpersonale non è il contenuto ma il contesto. Il terapeuta transpersonale è consapevole della vastità del “territorio esperienziale” e delle potenzialità evolutive intrinseche alla natura umana ed è disposto ad accompagnare il cliente nel suo percorso interiore, ogni volta che è necessario, attraverso nuove e più ampie possibilità esistenziali. Durante le profonde autoesplorazione esperienziali osservate da Grof, quando vengono raggiunti i livelli perinatali e transpersonali dell’inconscio, c’è un risveglio della spiritualità e a volte queste esperienze segnano l’inizio di un percorso “mistico”; è a questo punto che la psicoterapia assume sempre di più un significato mitologico e diviene qualcosa di indistinguibile dalla ricerca filosofica e spirituale della nostra identità più profonda. In questi momenti ci accorgiamo che, “incapsulati dentro la nostra pelle” come direbbe Alan Watts, prima di espandere i nostri confini, abbiamo attinto ad un’altra dimensione dell’essere. Le tradizioni spirituali di tutto il mondo ci vengono in aiuto in quanto ci hanno lasciato delle mappe, vere e proprie cartografie dell’inconscio, degli stati mentali, di difficoltà e svariate vicissitudini, trabocchetti e pericoli che possiamo incontrare quando intraprendiamo questo difficile percorso. Il nucleo di questa attivazione interiore è l’archetipo del centro, definito “Sé” da Jung (“il guaritore interno” di Grof). Le esperienze transpersonali possono essere molte volte profetiche e portatrici di una comprensione più profonda rispetto alla nostra percezione ordinaria. La visione del mondo attuale che emerge da queste profonde autoesplorazione esperienziali è piuttosto drammatica: chi vive queste esperienze vede il mondo da un’altra prospettiva: vede un’umanità che ha perso la bussola, il contatto con la propria essenza, con la propria “umanità” e rischia la sua stessa sopravivenza ma vede anche un piccolo spiraglio, la possibilità di un cambiamento che può scaturire soltanto da una profonda trasformazione interiore. Durante questi stati di coscienza olotropici emergono preoccupazione ricorrenti riguardo a temi di attualità come la crisi globale, l’ecologia, le guerre etc., in persone che prima di allora non avevano o almeno non erano consapevoli di questo tipo di preoccupazione. La scienza, per esempio, in questi stati di coscienza viene percepita nei suoi aspetti “ombra”, nel senso che dopo aver tanto ridotto i nostri rischi e sofferenze adesso ci presenta “il rovescio della medaglia”: è diventata essa stessa, con la sua esasperata unilateralità, una grave minaccia alla nostra sopravivenza.

Jung esprimeva questa preoccupazione con la seguenti parole: “Viviamo in quello che i greci chiamavano Kairos, o momento certo per una ‘metamorfosi degli dèi’, dei principi e simboli fondamentali. Questa peculiarità del nostro tempo, che certamente non è una nostra scelta, è l’espressione dell’uomo inconscio dentro di noi che sta cambiando. Le generazioni future dovranno prendere in considerazione questa importante trasformazione, in modo che l’umanità non distrugga se stessa attraverso la sua propria tecnologia e scienza…la posta in gioco è alta e dipende molto dell’assetto psicologico dell’uomo moderno. Ma l’individuo lo sa che è lui il contrappeso della bilancia?”4.

Grof descrive il mondo attuale come “una situazione disperata” e parla di un’urgente necessità di cambiamento su scala collettiva, di una corsa contro il tempo che non ha precedenti nella storia della umanità e rivendica il diritto di ogni essere umano ad evolvere verso la propria completezza. E Richard Tarnas nel suo libro “The passion of the western mind” sostiene che “la passione più profonda dello spirito occidentale è quella di ri-legarsi all’essenza del suo stesso essere”. Tutto ciò fa riflettere e sembra esortare all’interiorità, all’introspezione, ad un percorso verso traguardi che non appartengono a questo mondo. Solo cosi, forse, rivolgendo lo sguardo verso il proprio mondo interiore, senza paura, affidandosi e arrendendosi a questo profondo buio, l’uomo potrà essere finalmente riconsegnato a se stesso.

La guerra dentro l’uomo

La guerra dentro l’uomo

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

“Tutti noi siamo eroi alla nascita quando affrontiamo una tremenda trasformazione tanto psicologica quanto fisica. Lasciando la condizione di creature acquatiche per acquisire d’ora in poi la condizione di mammiferi che respirano l’ossigeno dell’aria… è enorme questa trasformazione e sarebbe certamente un atto eroico se fosse praticato coscientemente.”

(Otto Rank)

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1. L’angoscia perinatale

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Durante le numerose sedute di autoesplorazione osservate da Grof il soggetto passa attraverso varie fasi esperienziali nella misura in cui si approfondisce l’esplorazione dell’inconscio. Nel primo stadio, quello biografico, nel quale vengono rivissute le esperienze della vita postatale, si potrebbe dire che vengano confermate “sperimentalmente” le tesi della psicoanalisi classica. Successivamente il soggetto tende a spostarsi da uno stadio della terapia che potrebbe essere definito rankiano-reichiano-esistenziale a uno che potrebbe essere definito junghiano in virtù dell’attivazione della dimensione archetipica della psiche. A questo punto emergono esperienze di grande complessità e intensità: una potente sequenza di morte e rinascita psicologica contemporaneamente all’attivazione del processo di nascita biologico. Le sensazioni fisico-corporee della nascita vengono accompagnate da emozioni e immagini archetipiche di carattere universale e di enorme forza numinosa. Alcune di queste immagini raffigurano eventi sociopolitici, come guerre, rivoluzioni, sommosse, trionfi, sconfitte, imprigionamenti, liberazioni, che si trovano in relazione specifica con la sequenza degli stadi del processo della nascita.

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Gli studi di Grof sulle dimensioni perinatali dell’inconscio hanno gettato nuova luce sulla genesi dell’aggressività, rivelando quanto profonde siano le radici degli aspetti più inquietanti e pericolosi della natura umana, l’aggressività “maligna”, descritta da Erich Fromm, che raggiunge una portata tale da non poter essere paragonata a quella presente nel regno animale. Le scoperte di Grof sono sorprendenti e rivoluzionarie in quanto collocano il fulcro dei comportamenti aggressivi ad una profondità che non era mai stata immaginata in precedenti teorie. Inoltre indicano come tale tipo di aggressività sia connessa a dinamiche inconsce mai elaborate tali da impedire l‘accesso alla nostra identità più profonda che, secondo Grof, non è di natura aggressiva. Le matrici perinatali, rafforzate da tutte le esperienze emotive importanti della nostra vita, formano un fulcro energetico che agisce dall’interno, modellando la nostra percezione del mondo, influenzando profondamente il nostro comportamento nella vita di tutti i giorni e contribuendo anche alla genesi dei vari disturbi emotivi, psicosomatici e psicosociali. Su scala collettiva le matrici perinatali colorano con la loro tonalità emotiva le religioni, l’arte, la mitologia, le filosofie e si manifestano attraverso varie forme di psicopatologia sociale e politica.

Attingendo a materiale proprio e di altri studiosi (Lloyd de Mause, Carol Cohn, Sam Keen) Grof ha analizzato una grande varietà di vignette, caricature, barzellette, copertine di riviste, illustrazioni di giornali stampati in tempo di guerra così come frasi ufficiali e non ufficiali del gergo politico e ha riscontrato una straordinaria abbondanza di metafore e immagini relative alla nascita biologica. Capi militari e politici di ogni epoca nelle loro dichiarazioni di guerra, nei loro discorsi per mobilitare le masse civili, così come nel descrivere la “situazione critica” che giustifichi l’intervento bellico, hanno utilizzato termini descrittivi dell’angoscia perinatale: il nemico è colui che “toglie il fiato”, lo spazio vitale, opprime, soffoca, strangola il popolo. È molto significativo l’uso del linguaggio perinatale in relazione con l’esplosione della bomba atomica di Hiroshima. All’aeroplano è stato dato il nome della madre del pilota: Enola Gay, la bomba atomica era soprannominata “the little boy” ed il messaggio concordato per comunicare la missione compiuta era “il bambino è nato”. Analizzando le varie modalità con cui è stato rappresentato il nemico nelle situazioni di guerra o rivoluzione (Sam Keen)1, emerge il fatto che questo, il nemico, così come viene descritto e raffigurato, non ha alcuna relazione con il nemico “reale”. Le immagini che lo rappresentano sono immagini stereotipate, proiezioni di aspetti d’ombra in senso junghiano, variazioni “dell’archetipo del nemico”: lo Straniero, l’Avversario, il Barbaro, l’Infedele, il Peccatore etc. La raffigurazione del nemico secondo l’analisi condotta da Grof sul materiale raccolto in tempi di guerra rivela anche una preponderanza di immagini cariche di angoscia perinatale relazionate con le contrazioni uterine durante il travaglio della nascita: la piovra insidiosa, la tarantola, il drago da uccidere, il serpente boa che comprime e schiaccia. Nella guerra sostituiamo con bersagli esterni questi elementi rimossi dell’inconscio. Prima che l’uomo vada in guerra, quindi, esiste la guerra dentro l’uomo. Una proiezione di una dimensione profonda della psiche che potrebbe essere affrontata ed integrata in un altro modo, ad esempio attraverso una profonda terapia esperienziale. Grof propone questo tipo di elaborazione di elementi rimossi dell’inconscio su scala collettiva come una modalità possibile volta al superamento di quella forma di aggressività “maligna” che sta all’origine di molte delle nostre moderne “catastrofi”.

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I temi dell’aggressività sessuale, il rifiuto e il dominio del femminile (il corpo della madre) e la scatologia che emerge in tempi di guerra (campi di concentramento, città assediate etc.), mostrano una profonda analogia con le immagini della terza matrice perinatale, così come tutte le espressioni di sfruttamento, dominio, oppressione del femminile da parte del maschile ed in generale tutte le forme di manifestazione di potere e di supremazia egoica. La guerra quindi, la più feroce e violenta che esiste dentro ogni uomo, è quella che egli ha combattuto contro un corpo femminile, il corpo materno, per venire alla luce, nascere in quanto individuo separato e stabilire i propri “confini”. Ogni persona che abbia vissuto la propria nascita attraverso una profonda autoesplorazione conosce quanta violenza e brutalità emergano quando viene contattato questo crogiolo di energia distruttiva.

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Interessante a tale riguardo appare quanto Grof sostiene a proposito delle dinamiche psicologiche del comunismo: “La nozione fondamentale che un’esperienza violenta di natura rivoluzionaria sia necessaria per terminare la sofferenza e l’oppressione e per istituire una situazione di maggiore armonia è corretta, se è intesa come un processo di trasformazione interiore. Ma è pericolosamente errata se è proiettata sul mondo esterno come un’ideologia politica di violente rivoluzioni. L’errore sta nel fatto che quello che a un livello più profondo è essenzialmente uno schema archetipico di morte e rinascita spirituale assume, in una situazione esterna, la forma di un programma ateo e antispirituale”.2 L’attivazione del livello perinatale della psiche, che fa emergere nella sua intensità tutta la violenza e distruttività della storia umana, potrebbe essere collegata, nella visione di Grof, a quella tendenza innata della psiche a rivivere e superare i propri traumi per guarire se stessa e raggiungere un maggiore equilibrio, sia sul piano ontogenetico che filogenetico.

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La riconciliazione

La battaglia intrapresa dal nascituro attraverso il canale del parto accresce sempre di più il senso della delimitazione e del confinamento in una dimensione corporea che ha come esito la nascita in quanto individualità separata e la formazione dei confini dell’ego, i confini tra l’io e il mondo. La grande guerra interiore, quella combattuta dal nascituro contro un corpo femminile, il corpo materno, per venire alla luce e nascere in quanto individuo separato presenta tuttavia risvolti ancora più insidiosi. L’atteggiamento psicologico dell’uomo contemporaneo nei confronti della natura (Madre) da “controllare” e dalla quale “difendersi”, e nei confronti della terra (Madre) come oggetto di sfruttamento e di dominio, potrebbe essere considerata, secondo la visione di Grof, un’ulteriore espressione dell’attivazione della terza matrice perinatale a livello collettivo. La nostra epoca è caratterizzata soprattutto dalla separatezza tra l’ego razionale e l’unità primordiale con la natura, dalla perdita della partécipation mystique. La visione orientale dell’evoluzione della coscienza, la filosofia perenne, così come la psicologia transpersonale, vedono, nel superamento di questo confine che significa distruzione e metamorfosi dell’ego limitato, una tappa determinante dell’evoluzione umana, l’unica via d’accesso a una coscienza più ampia, a una dimensione esistenziale che in questo momento epocale della nostra storia acquisisce connotati “salvifici”.

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Il principio femminile emerge nella ricerca di quello che A. Lowen definisce “grazia”, nella ricerca dell’armonia perduta con il corpo e la natura, ogni volta che ci apriamo alla “relazione”. Emerge, secondo Tarnas, nella crescente coscienza ecologica, nella riscoperta delle emozioni, dell’inconscio, dell’intuizione, nel rispetto della Terra-Madre e dei misteri della gestazione e della nascita, nel crescente riconoscimento dell’intelligenza intrinseca della natura, nel ritrovato interesse verso le antiche conoscenze esoteriche, nel misticismo orientale, nello sciamanesimo, nella psicologia del profondo, nella psicologia archetipica e transpersonale. Il principio femminile emerge tutte le volte che si apre una porta o si abbatte un confine geografico o psicologico. Jung aveva profetizzato questo cambiamento epocale della psiche contemporanea: una coniunctio oppositorum tra il principio maschile dominante e quello femminile che viene sempre di più affermando la propria ascesa. Secondo Tarnas questa trasformazione è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale e spirituale dell’occidente. Il desiderio più profondo sepolto nell’inconscio dell’uomo moderno è quello di superare questa frattura, di riconciliarsi col femminile interiore.

 

Un nuovo orizzonte

Gli studi di Grof affermano che le radici dell’aggressività umana raggiungono profondità mai prima sfiorate dai concetti teorici che hanno tentato di spiegare questo fenomeno umano. Le sue teorie hanno focalizzato e individuato l’enorme accumulo di violenza e distruttività stivate nell’inconscio individuale ma soprattutto collettivo della nostra specie. Le ricerche di Grof e lo sviluppo della psicologia transpersonale dischiudono anche un nuovo orizzonte in quanto hanno sviluppato efficaci metodi di autoesplorazione esperienziali per l’elaborazione e trasformazione di queste energie distruttive e l’evoluzione della personalità. Alcuni di questi metodi provengono da tradizioni terapeutiche, altri sono adattamenti moderni di antiche pratiche spirituali tratte dalle nostre più antiche tradizioni. Le esperienze e intuizioni di persone che hanno sperimentato gli stati olotropici di coscienza esprimono una preoccupazione ricorrente riguardo a temi di attualità come la crisi globale, l’ecologia, le guerre, l’evoluzione della coscienza etc. Nel mondo attuale abbiamo esteriorizzato molti temi tipici del processo perinatale che una persona coinvolta in una profonda trasformazione personale si trova a dover affrontare e risolvere interiormente. L’esperienza di morte e rinascita psicospirituale, cioè il passaggio esperienziale dalla terza alla quarta matrice perinatale, mette l’individuo in connessione consapevole con i ricordi e le emozioni positive perinatali e postatali, provocando radicali cambiamenti nelle sue dinamiche intrapsichiche: riduce la tendenza all’ambizione, al controllo e al potere, in quanto determina la riconciliazione con il principio femminile e riporta il centro di attenzione psicologica dal passato e dal futuro verso il momento presente, aumentando considerevolmente la capacità di gioire degli aspetti più autentici e vitali dell’esistenza, come il corpo, l’amore, il cibo, l’arte, la natura. L’integrazione di questi contenuti perinatali dell’inconscio, secondo quanto emerge dagli studi di Grof, provoca una progressiva diminuzione di quel tipo di aggressività legata ai traumi e contenuti inconsci mai elaborati che impediscono l’accesso alla nostra dimensione più profonda. Secondo Grof una simile trasformazione su scala sufficientemente vasta porterebbe ad un’apertura globale, ad un miglioramento considerevole della qualità della vita sul nostro pianeta, ad un diverso rapporto tra gli uomini e tra questi e la natura.