Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

Uomo e Natura. Nutrizione, respirazione e Amore

L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.

(Hubert Reeves)

La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva.

(Albert Einstein) 

Nel grembo della Natura

Nell’America dalle pianure sconfinate, dalle lande solitarie, dai confini messicani fino all’Alaska, un ragazzo anticonformista rinuncia al confort di una vita borghese per immergersi nella natura selvaggia. Il libro di Jon Krakauer, diventato un classico della controcultura metropolitana, racconta la storia vera di Christopher McCandless, portata nel grande schermo nel 2007 con la regia di Sean Penn, dal titolo in inglese Into The Wild. 

Autentica celebrazione di quell’esasperato anelito alla libertà che in fondo all’anima appartiene a tutti noi, il film di Penn ci regala momenti di inquietudine, ma anche di pura meraviglia che ricordano alcuni brani scritti da Ralph Waldo Emerson (1836) nel suo famoso libro Natura: “La Natura non veste mai una mediocre apparenza. Né l’uomo più saggio può strapparle i suoi segreti”[1].

Per Emerson l’uomo è simile a Dio, ma un “dio decaduto” il cui unico scopo è quello di ritrovarsi, attraverso il recupero di un corretto rapporto con la natura e la consapevolezza della propria posizione in seno all’universo: un vero e proprio atto di fede il cui senso ultimo sfugge da qualsiasi retorica religiosa per accedere ad una dimensione altra, autenticamente umana nella quale inserire il proprio vissuto più intimo e personale.

Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo? Perché non dovremmo avere anche noi una poesia e una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione, e una religione a noi rivelata, piuttosto che la sua storia?”[2]

Il film di Penn esprime con i suoi forti contrasti la continua alternanza tra una Natura sublime e allo stesso tempo spietata ed il vuoto interiore del personaggio alla ricerca del senso perduto. Ci trascina attraverso boschi e praterie, foreste; tra lo stupore, la meraviglia e quel timore reverenziale verso qualcosa di ineluttabile dinanzi al quale proviamo un pugno allo stomaco.

“La natura non è sempre vestita con l’abito della festa, e la scena che ieri emanava profumi e luccicava come per l’allegra danza della ninfa, oggi è soffusa di malinconia”[3].

Per Emerson come per i cabalisti la Natura è spirito incarnato. La più grande beatitudine e il vero dono offerto dalla sua contemplazione è la consapevolezza di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione, tra l’uomo e gli animali, tra l’uomo e la Natura tutta. Eppure, Emerson ne è certo che il potere di produrre questa immensa gioia non appartiene alla Natura, ma all’uomo stesso, anzi all’armonia tra l’uno e l’altra.

“In piedi sulla nuda terra – con la testa inondata dall’aria gioiosa e sollevata verso lo spazio infinito – ogni egoismo meschino svanisce. Divento una pupilla trasparente, non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono una parte o una particella di Dio”[4].

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L’equilibrio per Emerson può essere raggiunto solamente quando si torna a guardare “Dio e la natura faccia a faccia”: nel reciproco riconoscimento, nella “corrispondenza”, nella fratellanza. Ed è proprio in questo spazio aperto dal dialogo tra uomo e natura che, ci ricorda lo scrittore americano, si colloca l’Arte.

“Ma se un uomo vuole davvero essere solo, che guardi alle stelle […] Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creta trasparente proprio allo scopo di dare all’uomo, attraverso i corpi celesti, la perpetua presenza del sublime”[5].

Il tema della fuga dal confort e dalla civiltàil coraggio di operare una scelta radicale come quella di abbandonare l’alienante quotidianità, ma soprattutto l’inseguimento di un qualcosa che ci riporti a noi stessi è il leitmotiv degli scritti di Henry David Thoreau (1817-1862), ecologista ante litteram e icona del pensiero ambientalista, il quale, insieme al suo amico Ralph Waldo Emerson,  è considerato il massimo esponente di quella corrente letteraria definita il “rinascimento americano”.

Nel suo famoso libro Walden ovvero Vita nei boschi (1854)Thoreau ‒ che ha fatto della solitudine e del contatto con la natura il suo personale percorso di autoscoperta ‒ descrive nei dettagli la sua avventura di riconciliazione con il mondo naturale, una vera e propria sfida alla sopravvivenza e allo stesso tempo un invito alla contemplazione. Il libro fu scritto nel 1845, a ventotto anni, durante il periodo vissuto in una capanna da lui stesso costruita sulle rive del lago Walden (vicino alla città di Concord, negli Stati Uniti) nella quale rimase per due anni e due mesi.

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Libro cult della consapevolezza ambientalista e caposaldo della controcultura americana,Walden è un manifesto contro l’inerzia etico-morale della società americana dell’epoca, esasperatamente materialista, e allo stesso tempo una dettagliata descrizione del ritorno dell’autore nel grembo della Natura. Thoreauchiamato a “marciare al suono di un tamburo diverso”, come Christopher McCandless, il protagonista del libro di Krakauer portato sul grande schermo da Penn, compie una scelta radicalmente opposta ai valori e ideali di una società nei confronti della quale si sentiva “alienato fra i suoi simili”.

Attraverso questa piena immersione nella natura il giovane autore americano cercava in un mondo sepolto il contatto profondo con se stesso, con le sue sensazioni ed emozioni. Ricerca questa che assume una dimensione universale in quanto lo rende artefice del proprio destino e consapevole della sua posizione in seno alla Natura.

“È una di quelle serate deliziose quando il corpo intero è un unico senso e inspira felicità da ogni poro. Vado e vengo nella Natura con una strana libertà e sono parte di essa. Mentre cammino lungo la pietrosa riva del lago, in maniche di camicia, malgrado ci sia un vento fresco, il cielo sia coperto ed io non veda nulla di particolare che attragga la mia attenzione, tutti gli elementi mi sono stranamente congeniali”[6].

Nella più profonda solitudine, con uno sguardo privo di scopi e di pregiudizi, attento a ogni cosa senza esclusione di nulla “il vagabondo di Walden” apre il suo cuore alla Natura, alla ricerca di quell’alfabeto segreto celato tra le pieghe degli elementi più insoliti e allo stesso tempo così familiari: guardando il lago ne sente la pace delle sue acque quiete; avvolto dalla nebbia gli sembra di scrutare la Luce che tutto illumina. Nella ripetizione infinita della forma esagonale dei fiocchi di neve, riconosce il disegno cosmico ed in un lampo la “terribile maestà” della Natura.

Anche Jung, come Thoreau, cercava nell’essenza di ogni cosa quella dimensione etica, estetica e metafisica, molto al di là della semplice percezione sensoriale“ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il focolare e la stufa, e a sera accendo le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente, e pompo l’acqua da un pozzo; spacco la legna, e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice: e quanto è difficile essere semplici. A Bollingen mi trovo nella mia più vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso. Sono, per così dire, ‘l’antichissimo figlio della madre’”; così racconta il teorico dell’inconscio archetipico/collettivo nella sua autobiografia.

Scrive Thoreau: “a meno che il ronzio di un moscerino non sia come la musica delle sfere, e la musica delle sfere come il ronzio di un moscerino, non sono nulla per me”[7].

Vivere in un bosco sostentato solo dal lavoro delle proprie braccia è stato un grande esperimento di decrescita ed insieme una testimonianza all’umanità. L’esperienza di Thoreau di immersione nella Natura, la sua insoddisfazione rispetto ai valori condivisi, il suo senso di rifiuto e di “soffocamento” è lo stesso che caratterizza oggi molte persone che cercano strade alternative e sono portate a fare proprie la cultura della decrescita: vivere all’insegna dell’autosufficienza e della resilienza, del “lavoro delle proprie braccia”, dalla rinuncia al consumo frivolo ed al profitto ad ogni costo, valorizzando al massimo il rapporto con gli altri e l’armonia con la natura. Molti movimenti ecologisti hanno tratto ispirazione dall’esperienza e dal pensiero di Thoreau.

La Torre di Babele

Il vento pianta il seme”, scrive Emerson; “il sole fa evaporare il mare; il vento soffia il vapore sul campo; il ghiaccio, dall’altra parte del pianeta, condensa la pioggia; la pioggia nutre le piante; le piante nutrono gli animali; e in questo modo la circolazione infinita della divina carità nutre l’uomo”[8].

Nello stesso modo in cui… quando si perfora il terreno per ricavare petrolio in Arabia Saudita, l’aria del Brasile viene inquinata. La niña (corrente fredda) nelle coste del Perù aumenta l’incidenza di uragani nel sud degli Stati Uniti e provoca siccità e incendi nel Texas. Quando immettiamo nel mercato italiano nuovi modelli di automobili, provochiamo altro inquinamento e i ghiacciai nel Polo Nord si sciolgono; e quando il ghiaccio nel Polo Nord si scioglie, il mare si innalza e N.Y. rischia di essere allagata. Tutte queste azioni sono collegate e si influenzano reciprocamente all’infinito mettendo in evidenza lo stretto legame che c’è fra l’uomo e la natura tutta, le interconnessioni e le forze che vi dimorano.

Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. Per Platone “sapienza” significa la conoscenza dei “segreti” della Natura e nell’antichità coloro che possedevano questo tipo di conoscenza erano definiti “saggi”.

I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”. La fonte di tutta la sofferenza del mondo sarebbe quindi la conseguenza della nostra visione parziale, lontana appunto dalla “saggezza” in quanto visione totale, progetto integrale: una conseguenza del nostro stato di non integrazione con il resto della Natura. 

Risultati immagini per madre terraL’umanità oggi volge l’attenzione al mondo antico alla ricerca di nuove fonti di ispirazione e di nuove soluzioni all’emergenza globale. Ciò che oggi definiamo “la coscienza planetaria”, secondo le nostre tradizioni sapienziali, non è una caratteristica dell’essere umano evoluto, ma è in realtà ‒ come ci descrivono anche studiosi moderni come Gregory Bateson o Arne Naess ‒ la pura essenza della Natura. Siamo abituati a pensare alla coscienza umana attuale che è quella che noi percepiamo con i nostri cinque sensi, come “normale”; tutto il resto appartiene al regno “dell’immaginazione”. La nostra percezione arriva lì dove finisce la nostra pelle e le idee di una nostra appartenenza a qualcosa di molto più ampio, nel quale siamo tutt’Uno, ci appaiono come del tutto eccezionali. Se però approfondiamo la nostra ricerca e analizziamo la storia delle civiltà e le idee di altri tempi, possiamo osservare che è vero esattamente il contrario: il nostro pensiero frammentario e meccanicista sviluppato negli ultimi secoli con la sua visione riduttiva del mondo, visione che oggi dimostra le sue falle, non è la regola, ma l’eccezione!

Il filosofo Benedetto Spinoza cercava in tutte le manifestazioni della vita “la sostanza unica e la Cabalà afferma che solamente se ci mettiamo in armonia con la Natura, possiamo afferrare il “pensiero profondo” che si cela dietro di essa: cioè “il piano Generale”. La comprensione di questo piano ci renderebbe in grado di “partecipare” alla Grande Opera attraverso l’espressione creativa proprio come il “Grande Architetto” e sarebbe proprio questo lo scopo della Creazione.

Goethe riconosceva che i grandi artisti (e aggiungo, anche gli scienziati) creando le loro opere, seguivano, per impulso dell’anima, le stesse leggi secondo le quali la Natura procede nella sua creazione. Le grandi opere d’arte (e le grandi idee) sarebbero quindi prodotte dagli uomini secondo leggi vere, naturali e ontologiche. Ogni arbitrio, ogni fantastica immaginazione, a questo punto crolla: qui si tratta di Necessità, “qui è Dio”, afferma Rudolf Steiner, che attraverso di noi procede il suo “Piano creativo”.

Ma tutto ciò non è possibile finché rimaniamo “separati”. Il primo gradino dello sviluppo verso ciò che viene definito “la separatezza” ebbe inizio quando l’uomo iniziò a modificare la natura per servirsene a proprio vantaggio, quando iniziò a volerla piegare ai propri desideri e si è quindi distaccato da essa. Alienandosi dalla Natura gli uomini si distanziarono sempre di più gli uni dagli altri. Questo momento è rappresentato simbolicamente nella tradizione biblica come “la costruzione della torre di Babele”. La Bibbia descrive “La caduta della Torre di Babele” come l’origine delle diverse lingue che separano gli uomini e li rendono incapaci di comunicare.

Le tre tappe della coscienza

L’osservazione e l’analisi degli aspetti soggettivi dell’essere umano insieme ad alcune considerazioni sulla natura della conoscenza sembrano indicare abbastanza distintamente tre tappe dello sviluppo della coscienza: un primo stadio in cui lo sciente, l’oggetto conosciuto e la conoscenza sono ancora indifferenziati. Anche se non lo possiamo osservare direttamente né circoscriverne i confini, possiamo riscontrare questa modalità conoscitiva nell’uomo primitivo e nei bambini molto piccoli, quando il soggetto non è ancora distinto dalla conoscenza e dalla percezione.

Il secondo stadio è quello in cui si trova attualmente la maggior parte dell’umanità e corrisponde ad una fase in cui si è stabilizzata la differenziazione tra sciente, conoscenza e conosciuto: la coscienza dell’io è diventata sempre più distinta e con essa la percezione di un “oggetto separato”. Alcune persone riescono a ricordare il momento in cui, per la prima volta, si sono percepite come “un io separato” e lo descrivono come qualcosa di spaventoso, come sentirsi improvvisamente “tagliati fuori dal mondo”. L’evoluzione successiva a questa “nascita dell’autocoscienza” ha scavato sempre di più la profonda, fatale spaccatura tra ciò che riconosciamo come noi stessi e il resto… “là fuori”. La letteratura esistenzialista descrive molto bene questo sentimento di solitudine, di essere lasciati soli dinanzi ad un mondo morto e privo di senso.

A questo punto della nostra evoluzione le cose del mondo acquisiscono importanza solamente nella misura in cui ci lusingano (il nostro io illusorio); l’autocoscienza diventa quasi una malattia e ci troviamo imprigionati in una sorta di trappola: il desiderio di possedere il mondo con i suoi allettanti oggetti diventa il motivo principale dell’esistenza. Dobbiamo ammettere però che questa ipertrofia dell’io con tutte le sue infinite necessità in ogni modo ha rappresentato un importante stimolo all’intelletto, a scapito però dello sviluppo armonioso della relazione tra noi e il mondo. Anzi, ha favorito un vero e proprio antagonismo tra gli uomini, così come tra intelletto/emozione, soggetto/oggetto, individuo/società e così via… Con l’emergere di queste profonde fratture nella vita interiore e nella società, si arriva al terzo stadio.

Quando la “separazione” è completa e ci addentriamo in una sfera di illusione e follia, ci troviamo prima o poi a confrontarci con la terribile paura e con tutto il dolore che accompagnano questa illusione. Solo allora, inaspettatamente, inizia a balenare in noi l’intuizione della libertà, di qualcosa di immenso che sembra trovarsi proprio dietro l’angolo: la terza forma di coscienza, definita coscienza cosmica o universale. Quando emerge questa coscienza/esperienza ‒ perché di “esperienza” si tratta, definita dalla psicologia del profondo come “l’esperienza del Sé” ‒ la sensazione è quella di dissolversi e di essere improvvisamente inondati da tutto ciò da cui prima eravamo “separati”, proprio come se fossimo finalmente una cosa sola: una riconciliazione che pone termine al lungo processo di differenziazione e lascia spazio all’integrazione: lo sciente, la conoscenza e la cosa conosciuta sono ancora una volta Uno. Scrive Jung: “Distinguo quindi tra l’Io e il Sé, in quanto l’Io è solo il soggetto della mia coscienza, mentre il Sé è il soggetto della mia psiche totale, quindi anche di quella inconscia. In questo senso il Sé sarebbe un’entità (ideale) che include l’io”[9]. Afferma ancora Marie Louise Von Franz: “Solo attraverso il Sé, quindi, l’uomo può essere in contatto con il prossimo senza secondi fini, laddove l’io emotivo è quasi sempre oscurato da ogni sorta di motivazioni egocentriche, consce o inconsce”[10].

Attraverso questa esperienza, stando alle descrizioni di chi la vive, si accede alla vera e unica “conoscenza reale”. Esperienza questa che è stata descritta per secoli in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche storiche. La vera conoscenza è perciò quella in cui soggetto e oggetto sono conosciuti come una cosa sola ed è naturalmente una forma di conoscenza diversa dal primo stadio nel quale soggetto e oggetto erano, anche in quel caso, una cosa sola, ma non essendosi mai differenziati non potranno mai essere conosciuti come unità. Questo terzo tipo di coscienza, porta con sé una particolare forma di illuminazione: l’oggetto e l’io sono percepiti congiuntamente non solo attraverso l’atto speciale della conoscenza che li unisce, ma profondamente, nella loro essenza.

È come se venisse “quadrato il cerchio”: l’aspetto esteriore della conoscenza (albero, sole, pietra, gli altri…) non è più unicamente esteriore, ma viene percepito insieme alle sue “qualità intrinseche nascoste”, come un simbolo dotato di vita propria. Tutto ciò che ci circonda non è più semplicemente visto con gli occhi e toccato con le mani, ma è sentito essenzialmente come una parte di sé. Questo vedere, toccare e sentire sollecita una risposta profonda, un’eco che risuona all’infinito. La conoscenza a questo punto, sostiene Jacob Boehme, si illumina e si arricchisce di nuove possibilità, abbandona la sua illusoria forma di pensiero e acquisisce una dimensione cosmica/universale.

Psiche e Natura

La natura, quindi, nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato, è Lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Gregory Bateson, psicologo eclettico, nel suo libro Verso un’ecologia della mente cerca di definire un concetto rivoluzionario: la mente ecologica. Esponendo la sua visione olistica del substrato materiale sottostante i processi mentali e che li mantiene in vita, lo psicologo britannico ci offre una visione più completa ed ecologica dell’essere umano e del suo funzionamento mentale, delineando un punto di contatto tra il nostro comportamento e la Natura.

Risultati immagini per Gregory Bateson Nei suoi ultimi anni di vita Bateson espone in un libro intitolato Mente e Natura, pubblicato nel 1979, pochi mesi prima della sua scomparsa, non solo la sua visione del rapporto Mente/Natura, ma soprattutto il filo conduttore che lo ha portato a concepirla. Attraverso collegamenti originali, esempi e un pensiero ardito, Bateson è riuscito nell’intento di definire e circoscrivere alcune caratteristiche della mente “ecologica” e dimostrare la trama sottile e l’inesorabile connessione tra Mente e Natura, tra pensiero ed evoluzione. È questa la sua idea più nuova e più audace, allo stesso tempo carica di ulteriori sviluppi: “Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l’ameba da una parte e lo schizofrenico dall’altra?”[11]

La convinzione originaria di Bateson è che ciò che intendiamo per conoscenza, il conoscere di ognuno di noi, sia “una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l’intera biosfera o ‘creazione’”[12]. Per Bateson nella storia umana “naturale” l’ontologia e l’epistemologia non possono essere separate, nel senso che le nostre convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che ci circonda determineranno il nostro modo di percepirlo e di conseguenza anche di agire nel mondo stesso; e “la risposta del mondo” a questo nostro modo di percepire e di agire determinerà a sua volta, in modo circolare, le nostre convinzioni sulla natura del mondo stesso.

Scrive Bateson: “Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con l’ascia, ogni colpo d’ascia è modificato o corretto secondo la forma dell’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo (cioè mentale) è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscoli-colpo-albero; ed è questo sistema totale che ha caratteristiche di mente immanente”[13].

Con queste parole Bateson sembra affermare che i processi mentali non appartengono solamente al soggetto umano: anche se la coscienza rimane una caratteristica unica della nostra specie, per lo psicologo anglosassone lo scenario naturale nel quale essa si interroga sulla propria identità non è più lo stesso: non più quello di un immaginario “architetto”, l’essere pensante protagonista della scena, come siamo abituati a credere, ma quello “ecosistemico” della “struttura che connette”.

“Pensare come una montagna”: il sé ecologico

La Terra sta attraversando una grave crisi ecologica, destinata a peggiorare: catastrofi climatiche, siccità, allagamenti, uragani sono sempre più frequenti in una escalation di emergenze ambientali. Di fronte a tutto questo un numero crescente di persone si rivolge alla scienza chiedendo le risposte che un tempo aveva promesso. Naomi Oreskes, docente di storia della scienza alla Harvard University, con una ricerca approfondita, dimostrò nel 2011 che, nonostante la diffusione di opinioni “negazioniste”, il clima si stava realmente riscaldando e che la responsabilità ricadeva sull’uomo. La studiosa americana ha cercato di individuare le ragioni per le quali noi occidentali, nonostante tutte le informazioni scientifiche accessibili, non affrontiamo in maniera appropriata la catastrofe ambientale imminente, una sorta di disastro annunciato.

Nel suo romanzo distopico Il crollo della civiltà occidentale[14], scritto insieme a Erik Conway e ambientato nel 2393, un giovane studioso cinese cerca di analizzare, trecento anni dopo, gli eventi catastrofici che portarono la nostra civiltà al collasso. Con uno stile originale tra finzione e saggio, il libro riesce a mostrare al lettore la direzione presa attualmente dalla nostra civiltà e il cataclisma ambientale che si sta preparando, se non interveniamo tempestivamente per fermare questo percorso autodistruttivo. 

Risultati immagini per uomo e natura Secondo Arne Naess, filosofo norvegese e fondatore dell’ecologia profonda, occorre “pensare come una montagna”, immergersi nel mondo, identificarsi con esso e non considerarlo con distacco[15]. Questo senso dell’io profondamente radicato nella relazione con la natura viene definito da Naess “sé ecologico”. Il pensiero di Naess è stato influenzato dal filosofo Benedetto Spinoza, dalle idee di Gandhi e in particolare dalla visione buddhista della realtà. Come principio ideologico e come comportamento rispettoso della Natura in senso ampio, “l’ecologia profonda” già apparteneva a molte culture native americane e sudamericane, allo sciamanesimo e alle filosofie orientali, ma fu Naess a definirlo per primo, in occidente, con gli adeguati i termini scientifici e filosofici.

Naess distingue fra “ecologia superficiale”, che prende in considerazione la “salvezza” della Natura, vista comunque in funzione della sua “utilità” e quindi come “risorsa al servizio dell’uomo”, e “ecologia profonda” che offre una visione molto più ampia e sostiene il valore e la dignità intrinseche del mondo naturale, indipendentemente dal suo beneficio per l’uomo. Per il fondatore dell’ecologia profonda gli uomini interferiscono eccessivamente con il mondo non umano e questa situazione va sempre di più degenerando. Tutto l’esistente è interconnesso e l’essere umano è visto da Naess come parte dell’insieme e non come “separato” dal mondo naturale. Il movimento dell’ecologia superficiale viene considerato da questo punto di vista come una battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse necessarie all’uomo, che non farà altro che “spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. Frase questa che mi appare in questo momento particolarmente profetica. L’approccio di superficie non mette in discussione la fede nella tecnologia e nell’attuale società industriale, nella crescita economica continua, nello sfruttamento delle risorse naturali. Per il filosofo norvegese l’ecologia di superficie non potrà mai modificare le relazioni dell’uomo con la Natura rimanendo all’interno della struttura della società attuale e del modello economico vigente.

 L’elemento determinante, ma trascurato, messo in risalto dal movimento dell’ecologia profonda, è l’empatia, l’identificazione e la solidarietà con la Vita, vista come “insieme”: i singoli organismi, la fauna, la flora, il mare, la Terra stessa. Tutto ciò viene “sentito”, soggettivamente, come “un’intuizione” ‒ che riconosce ad ogni essere vivente il diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa ‒ e non come un ragionamento puramente logico o filosofico.

Altro elemento caratteristico e decisivo dell’ecologia profonda è “lo spostamento della coscienza da centrata sull’umano a centrata sul pianeta nel quale viviamo” ed il riconoscimento del valore intrinseco e indiscutibile degli esseri viventi. Presupposto di questo nuovo equilibrio è la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: un pensiero rivoluzionario che afferma il diritto assoluto alla vita che non dipende dalla maggiore o minore somiglianza o “vicinanza” alla nostra specie. L’attuazione di questi principi comporterebbe modifiche, considerate troppo radicali per la società e per l’economia, alle strutture tecnologiche e ai principi ideologici.

Il punto nel cuore

Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

Lo Zohar, il Libro dello splendore, l’opera chiave della Cabbala, è stato scritto circa duemila anni fa da Rabbi Shimon Bar Yochai e già allora l’autore sosteneva che, alla fine del ventesimo secolo, “l’ego-ismo” (il nostro moderno narcisismo) dell’umanità avrebbe raggiunto i suoi massimi livelli. La Cabbala ci insegna che la Natura, sinonimo del “Creatore”, è unitaria e altruista, e soprattutto è basata sullo scambio.

Secondo lo Zohar l’antidoto contro l’egoismo e la soluzione per raggiungere l’armonia è la fusione con la Natura e la conseguente comprensione del “pensiero profondo” che si cela dietro ad essa. La Natura ci tiene costantemente sotto pressione ed in un certo senso ci spinge ad una scelta di evoluzione (di “dazione”, nel linguaggio cabalistico); colui che rimane impermeabile a questa chiamata e non partecipa a nessuno scambio va incontro alla morte, fisica o psichica che sia.

 L’attuale crisi globale considerata da questa ottica è in realtà una grande crisi dei desideri: ad ogni generazione i desideri diventano sempre più grandi, sempre più impellenti, sempre più assoluti e prima o poi ci costringeranno a fare i conti con i limiti di ciò che ci può offrire Madre Natura. Come Tantalo dinanzi al cibo, noi umani rimaniamo eternamente insoddisfatti; a questo proposito ci ricorda Schopenhauer: “contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci insoddisfatti, inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito; l’appagamento è breve e misurato con spilorceria”[16].

 Per proteggerci dalla consapevolezza e dalla correzione del nostro crescente egoismo, ci costruiamo trofei narcisistici e scudi di ogni genere, tecnologici e psicologici. L’evoluzione dei nostri desideri, secondo la Cabalà, definisce e delinea l’intera storia dell’umanità, desideri che generalmente vengono divisi in tre gruppi. Il primo corrisponde ai desideri animali: nutrirsi, riprodursi, avere una casa. Il secondo ai desideri umani: denaro, rispetto, conoscenza. Il terzo gruppo di desideri riguarda ciò che viene definito il “punto nel cuore”, sono i desideri dell’Anima intesa come elemento che unisce e armonizza l’insieme, e sempre dall’Anima nasce l’ultimo e il più grande di tutti i desideri: quell’anelito verso l’Unione, la Totalità, la cui soddisfazione viene descritta come una corrente infinita di Piacere, gioia e beatitudine.

Secondo Daniel Goleman, autore di Intelligenza Emotiva[17], l’elemento determinante per lo sviluppo di un atteggiamento culturale rispettoso dell’ambiente è la dignità e il rispetto del mondo emotivo. Per l’autore statunitense la cura per l’ambiente va molto al di là di qualsiasi ideologia: è il nostro prossimo gradino evolutivo. Goleman parla di “intelligenza ecologica”, da sviluppare come specie, non più come singoli individui: una consapevolezza da raggiungere “insieme”, indispensabile per affrontare questo momento particolare della storia umana. Una vera e propria sfida nella quale, più che mai, la carta vincente non può che essere il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza della nostra profonda, irriducibile interconnessione.

Non è sufficiente l’enorme quantità di informazioni alle quali possiamo attingere quotidianamente sul web o sui giornali per diventare persone/cittadini/consumatori consapevoli ed “ecosostenibili”. Occorre, oltre alla visione dell’Insieme, un radicale cambiamento emotivo/cognitivo a livello collettivo; che ci permetta di reagire all’inquinamento dell’aria, del cibo o dell’informazione con la stessa risposta istintiva al pericolo che da millenni abbiamo messo in atto all’avvicinarsi di un feroce predatore.

ABSTRACT

La natura nella sua relazione con l’uomo non è solamente ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, cioè l’aspetto materiale, ma è anche il processo e il risultato: è lei stessa l’artefice della propria evoluzione: tutte le parti interagiscono continuamente l’una con l’altra per favorire “il progetto evolutivo”. Stando alle grandi tradizioni spirituali ed all’ecologia profonda, la vita non sarebbe altro che uno scambio ininterrotto tra l’uomo ‒ quella minuscola parte che ognuno di noi rappresenta nell’Insieme ‒ gli altri esseri viventi e l’universo. Questo scambio continuo tra l’uomo e l’universo si chiama nutrizione, respirazione, ma soprattutto Amore.

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Alcune dottrine esoteriche considerano il nostro pianeta come un pianeta “non sacro”, che significa, un pianeta, anzi, il suo stato di coscienza, scisso dall’Armonia universale: un luogo di sofferenza perché dominato dalle rivendicazioni egoiche, dalla separatezza e dal non riconoscimento, da parte dell’uomo, della propria posizione in seno alla Natura. I principi fondamentali di queste antiche saggezze si basano sulla consapevolezza non solo della stretta relazione fra l’uomo e la natura, ma soprattutto della continua comunicazione fra mondo esterno e mondo interno o sul concetto di “coscienza planetaria” ‒ la presa di coscienza del nostro destino, non solo come esseri umani, ma come parti di qualcosa di molto più ampio che possiamo definire come “un Piano generale”.

 


[1] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 22.

[2] Ibidem, p. 19.

[3] Ibidem, p. 24.

[4] Ibidem, p. 23.

[5] Ibidem, p. 21.

[6] Thoreau, H.D., Walden, BUR grandi classici bur, Milano, 2015, p. 201.

[7] Ibidem, p. 156.

[8] Emerson, R.W., Natura, Donzelli Editori, Roma, p. 132.

[9] Jung, C.G. Opere 6, Bollati Boringhieri, Torino, p. 468.

[10]Von Franz, M.L., Il mito di JungBollati Boringhieri, Torino, p. 245.

[11] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 21.

[12] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi Edizioni, Milano, 1977, parte 5, p. 4 [Tratto dalla conferenza per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, tenuta il 9 gennaio 1970 sotto gli auspici dell’Institute of General Semantics].

[13] Bateson, G., Mente e Natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984, p. 23.

[14] Oreskes N., Conway E., Il crollo della civiltà occidentale, Piano B Edizioni, Prato, 2015.

[15] Naess, A., EcosofiaEcologia, società e stili di vita, RED edizioni, Milano, 1994.

[17] Goleman, D., Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano,1996.

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza. L’inconscio visto da Jung e Grof

Le potenzialità terapeutiche degli stadi non ordinari di coscienza.
L’inconscio visto da Jung e Grof

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 potenzialita

Le “emergenze spirituali”

Nel nostro mondo attuale che predilige gli aspetti razionali della psiche, gli stati non ordinari di coscienza vengono spesso guardati con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. In altri tempi o contesti culturali diversi dal nostro (oriente, sciamanesimo, misteri greci etc.) questi stati venivano invece considerati una benedizione divina, un dono degli dèi ed erano e sono tuttora attivamente ricercati con l’utilizzo di vari mezzi di autoesplorazione profonda: “le tecnologie del sacro”. La Psicologia Transpersonale li ripropone in veste moderna, all’interno di una prospettiva psicoterapeutica e di evoluzione della coscienza. Immaginiamo ora di essere improvvisamente catapultati in un altro mondo e di vivere esperienze assolutamente insolite rispetto al nostro modo abituale di percepire e di sentire la realtà, di avere per esempio visioni di demoni, divinità, personaggi mitologici, arcobaleni, comete, o anche visioni di una luce abbagliante di splendore e bellezza sovrannaturali, di trovarci in luoghi lontani e sconosciuti o in altri periodi storici, di sentire correnti di energia che attraversano il corpo, oppure di morire, sparire nel nulla e unirci in un amplesso con l’intero universo, di provare panico, paura di non ritornare più in questo mondo. Una situazione simile ci fa venire subito in mente una diagnosi di tipo psichiatrico. Eppure, stando agli studi effettuati da Abraham Maslow, John Perry, Stanislav Grof etc., negli ultimi decenni sempre più numerose sono le persone che hanno vissuto e vivono esperienze così insolite, persone che, invece di cadere irrimediabilmente nella follia, emergono da questi stati straordinari “transformate” rispetto a prima, nel senso di aver acquisito una maggiore consapevolezza, benessere psicofisico e un diverso modo di relazionarsi con se stessi e con gli altri.

In alcuni casi questo tipo di esperienza segna l’inizio di un vero e proprio percorso spirituale simile a quello descritto dalle varie tradizioni religiose di tutto il mondo. Grof ha definito questi stati mentali “emergenze spirituali”, sottolineando cosi il loro doppio aspetto di “pericolo” e “opportunità”. Nel 1980, per venire incontro al bisogno crescente di riconoscimento, sostegno e informazione a chi attraversa questo tipo di crisi evolutiva, Grof ha creato insieme a sua moglie Cristina lo “Spiritual Emergenze Network” (S.E.N.), una rete internazionale di sostegno in alternativa al sistema psichiatrico tradizionale. In questi ultimi 20 anni il S.E.N. ha compiuto grandi passi nell’affermazione del concetto di emergenza spirituale nell’arena della salute e della malattia mentale e ha promosso l’idea che possa esistere un intenso processo di trasformazione psicologica che, pur presentando aspetti drammatici, non è patologico. Grof considera queste esperienze, durante le quali vengono attivati i livelli più profondi dell’inconscio, uno sforzo radicale della psiche per guarire se stessa, una tendenza verso una situazione di maggiore equilibrio e armonia, verso uno stato di coscienza più completo.

Queste esperienze di trasformazione non avvengono sempre e necessariamente in modo cosi drammatico e improvviso. Gli psicologi transpersonali, riconoscendo l’enorme importanza evolutiva di questo tipo di esperienza, sia dal punto di vista individuale che collettivo, e nel tentativo di agevolare il moto evolutivo della natura umana, hanno approfondito lo studio delle diverse modalità che l’uomo, da sempre, ha utilizzato per provocare questi stati particolari di coscienza, intuendone il potenziale terapeutico: il suono dei tamburi, i vari tipi di danze tribali, il vorticare dei Dervisci, l’assunzione di piante allucinogene come il peyote e la sua “esperienza di morte e incontro con esseri di luce” (secondo quanto descrive Castaneda), l’ayahuasca, la “liana dei morti”, che provoca una trance di tipo medianico (molto utilizzata dagli indios e attualmente in tutto il Brasile e altre regioni del Sud America, all’interno dell’imponente cerimonia religiosa del “Santo Daime”), le varie tecniche respiratorie (come quelle descritte per esempio nel pranayama, l’antichissima arte-scienza indiana della respirazione) e la più moderna sostanza scoperta da Hoffman, oggi fuori legge: l’LSD.

La storia

Jung è stato il primo psicologo a teorizzare che nell’inconscio esiste una porta d’accesso ad una coscienza più ampia e universale, una via verso il trascendente. Grof, con il suo percorso, la sua “avventura di autoconoscenza”, come lui stesso la definisce, ha aperto questa porta verso la dimensione transpersonale, allargando la cartografia dell’inconscio verso quelle sfere della psiche definite da Ken Wilber “sottili e causali”. All’origine della ricerca di Grof sugli stati non ordinari di coscienza c’è una sostanza, oggi bandita della legge, che fu allora utilizzata sia nella ricerca che in ambito terapeutico: ho sentito da Grof stesso il racconto del suo primo incontro con quella “scatolina bianca” speditagli dai laboratori Sandoz di Basilea con la misteriosa scritta: LSD-25, la nuova sostanza sperimentale dotata di proprietà psicoattive scoperta dal chimico Albert Hoffman. Questo incontro ha avuto per Grof, che nel 1956 fu uno dei primi soggetti sperimentali, conseguenze profonde sulla sua vita personale e professionale. Grof, che in alcuni suoi libri descrive dettagliatamente le sue esperienze con l’LSD, si accorse molto presto che i suoi vissuti erano molto simili a quelli che conosceva dalla lettura dei grandi testi mistici di tutto il mondo. All’epoca Grof attribuì tutto quanto agli effetti della droga. Oggi lui sostiene che la possibilità di un’esperienza mistica sia un diritto naturale di tutti gli esseri umani.

Successivamente gli fu affidata la responsabilità di una ricerca clinica che esplorava il potenziale terapeutico della psicoterapia a base di LSD. Durante queste sedute molte esperienze iniziali contenevano materiale biografico, “legittimo e desiderabile oggetto di esplorazione”. Procedendo nelle sedute tutti i soggetti passavano prima o poi a vivere esperienze che andavano oltre il materiale biografico. Nella misura in cui si approfondiva l’esplorazione dell’inconscio, il soggetto in terapia psicolitica tendeva a spostarsi da uno stadio “freudiano”, in cui vengono “confermate sperimentalmente” le tesi della psicoanalisi classica, ad uno stadio che potrebbe essere definito rankiano-reichiano-esistenziale e successivamente ad uno stadio “junghiano”, per via dell’attivazione del livello archetipico della psiche. A questo punto emergeva una potente sequenza di morte e rinascita psicologica, molte volte accompagnata da intense emozioni: sentimenti statici di unità con la natura, il cosmo, gli esseri umani, visioni di divinità o demoni, esperienze di regni mitologici oppure ricordi di situazioni o esperienze di luoghi lontani o di altri periodi storici. Grof sostiene che sarebbe arbitrario e molto artificioso considerare i ricordi dell’infanzia come normali e accettabili ed attribuire invece alle esperienze che ad essi seguivano un carattere patologico. Da questi vissuti scaturiva una grande quantità di emozioni e sensazioni che, se lasciate seguire il loro corso naturale, risultavano fortemente terapeutiche ed erano il più delle volte accompagnate da importanti insights sul significato dell’esperienza. Secondo Grof molti stati che la psichiatria ufficiale considera bizzarri ed incomprensibili sono manifestazioni della tendenza naturale della psiche umana a rivivere i propri traumi per guarire se stessa e raggiungere una condizione di maggiore equilibrio. Grof tentò di tracciare una mappa dei territori esperienziali che venivano allo scoperto attraverso l’azione catalizzatrice dell’LSD. Dedicò molto tempo a questo lavoro tenendo una dettagliata documentazione delle sue ricerche psichedeliche, credeva di creare una nuova cartografia della psiche umana. Quando ebbe completato la sua mappa della coscienza si accorse di aver riscoperto quello che Aldous Huxley aveva chiamato “la filosofia perenne”, la sintesi e l’essenza delle concezioni dell’universo delle grandi scuole iniziatiche di tutto il mondo emersa più volte in differenti luoghi e periodi storici (i diversi tipi di yoga, il buddhismo, il sufismo, il taoismo, la kabbalah, il misticismo cristiano etc.). Le osservazioni di Grof degli stati non ordinari di coscienza lo portavano sempre di più alla consapevolezza che le moderne concezioni psicologiche, compresa la sua stessa formazione medico-psichiatrica e psicoanalitica, “grattavano in superficie la psiche umana” e scopri ben presto che il suo lavoro con questi stati di coscienza avrebbe messo in serio pericolo la sua reputazione scientifica. Durante il primo decennio Grof svolse isolatamente le proprie ricerche censurando attentamente ogni comunicazione resa in ambito professionale, parlando apertamente delle proprie scoperte soltanto ad una ristretta cerchia di amici. La situazione cambiò nel 1967 quando Grof, trasferitosi negli Stati Uniti, fece la conoscenza di molti colleghi ricercatori della coscienza, antropologi, tanatologi, parapsicologi che erano arrivati con le proprie ricerche ad una concezione della psiche molto vicina o complementare alla sua. Incontro particolarmente fecondo fu quello con Abraham Maslow, che aveva condotto un’estesa ricerca sugli stati mistici spontanei o esperienze di vetta, raggiungendo conclusioni simili alle sue. Da questo incontro nacque l’idea di fondare una nuova disciplina capace di combinare la scienza con la spiritualità e studiare i vari livelli o stati di coscienza. A questo nuovo movimento fu dato il nome di “psicologia transpersonale”. Nei suoi quarant’anni di studio approfondito della psiche umana, attraverso l’osservazione degli stati non ordinari di coscienza in se stesso e negli altri, Grof arrivò ad alcune conclusioni radicali. “Oggi” sostiene Grof “credo che la coscienza e la psiche umana siano molto di più di un prodotto accidentale dei processi fisiologici del cervello; esse sono il riflesso dell’intelligenza cosmica che permea l’intera creazione. Non siamo solo delle macchine biologiche e degli animali altamente sviluppati; siamo anche campi di una coscienza senza limiti che trascende lo spazio ed il tempo. In tale contesto la spiritualità è una dimensione imprescindibile dell’esistenza”1.

L’LSD, una volta sfuggito al controllo terapeutico, rivelò la sua pericolosità. L’assunzione da parte di soggetti non preparati a questo tipo di esperienza può risultare infatti destrutturante per la personalità. L’LSD fu messo fuori legge e Grof, approfondendo i suoi studi sugli stati non ordinari di coscienza, a sostegno del diritto di ogni essere umano di evolvere verso uno stato di maggiore completezza, sviluppò la “Holotropic Breathwork”, la respirazione olotropica, un potente metodo di respirazione che, associato alla musica evocativa ed al lavoro sul corpo, può indurre, in un contesto sicuro, un intero spettro di esperienze risanatrici, comparabili a quelle prodotte con l’utilizzo di piante allucinogene o l’LSD, con l’evidente vantaggio della non assunzione di alcuna sostanza estranea all’organismo. La differenza fondamentale è che negli stati non ordinari di coscienza che vengono attivati con mezzi naturali quali la respirazione e la musica, la psiche umana sembra attingere a un “qualcosa” che possiede un’attività terapeutica spontanea. Questo “qualcosa” viene chiamato da Grof il “guaritore interno”e, come un “radar interiore”, è in grado di selezionare il materiale inconscio che in quel determinato momento risulta terapeutico e può essere elaborato dal “respiratore”. Molto diverso quindi dall’assunzione di sostanze come l’LSD che possono provocare esperienze psicologicamente devastanti, in quanto il soggetto può non essere in grado di elaborarle ed integrarle.

La respirazione

Le nostre più antiche tradizioni spirituali da sempre hanno utilizzato svariati mezzi attraverso i quali l’essere umano trascendeva la propria identità individuale e trovava una sua collocazione in una dimensione più ampia, al di la del tempo e dello spazio, soddisfacendo cosi quell’insaziabile bisogno di spiritualità cosi intrinseco alla natura umana. In tutte queste antiche tradizioni i partecipanti conoscevano il significato di questo oltrepassare i confini dell’esistenza quotidiana ed esplorare realtà molto al di là della coscienza ordinaria e ciò avveniva durante i riti di possessione, nella pratica delle svariate tecniche dell’estasi utilizzate nello sciamanesimo, nei sacri misteri di morte e rinascita praticati nell’antica Grecia e in Asia Minore: i misteri eleusini, i riti dionisiaci, i misteri di Attis e di Adone etc.

La respirazione, il “soffio vitale”, è stata utilizzata da tempi immemorabili quale potente mezzo di accesso al mondo interiore. Attraverso la respirazione si possono indurre stati non ordinari di coscienza e catalizzare intensi vissuti che risultano terapeutici e tali da provocare profondi cambiamenti. Le modalità respiratorie che vengono utilizzate a questo scopo variano dall’interferenza drastica sulla respirazione, fino ai raffinati esercizi utilizzati dalle diverse tradizioni spirituali come il pranayama, per esempio. Il battesimo, nella sua forma originale, consisteva nell’immergere forzatamente il battezzando nell’acqua fino a portarlo alle soglie della morte per soffocamento. Trasformazioni profonde della coscienza possono essere provocate dall’iperventilazione come dalla ritenzione prolungata della respirazione. Pratiche sofisticate di questo tipo possono essere riscontrate anche nella meditazione taoista, nel Kundalini yoga, nel Siddha yoga, nelle pratiche Sufi etc. J.A. Gaiarsa, psichiatra e psicoanalista junghiano-reichiano, contraddicendo l’affermazione della psicoanalisi classica secondo la quale la prima fase dello sviluppo è orale, sostiene che il primo momento dello sviluppo e della formazione dell’io è respiratorio, in quanto “respirare” è la prima cosa che il neonato fa: “il movimento respiratorio inizia con la nascita, è dato con la coscienza del mondo e si costituisce quale prima forma di coscienza di sé”2. La psicologia junghiana, focalizzando l’attenzione sugli eventi dal punto di vista “puramente psicologico”, sembra trascurare l’importanza del corpo e degli aspetti fisici che sono così intrinsecamente legati al mondo emotivo e che sono stati cosi fortemente rivendicati da Reich. Ai traumi fisici, così come ai processi fisiologici, non viene attribuita la dovuta importanza, sia per quanto riguarda lo sviluppo psicologico dell’individuo, sia nella genesi delle varie forme di psicopatologia, proprio come se il corpo e la psiche fossero due cose ben distinte.

Attraverso la respirazione, durante l’esperienza olotropica, possiamo aprire le porte del mondo interiore e confrontarci con ciò che è stato rimosso nel corso della nostra vita, liberare l’energia impegnata nella rimozione e favorire così lo sbriciolarsi della diga che ci separa della nostra “sorgente”. Molte di queste esperienze rimosse appartengono ad una fase dello sviluppo in cui non esisteva ancora il linguaggio verbale e risultano perciò inaccessibili ad una forma di terapia che ha come mezzo di espressione la parola. Il livello perinatale dell’inconscio, il territorio esperienziale legato agli eventi traumatici della nascita biologica, contiene anch’esso vissuti drammatici, emozioni ed energia “congelate” che non raggiungono la coscienza e che, una volta elaborate, favoriscono l’accesso alle profondità dell’inconscio. Anche i traumi fisici, al pari di quelli psichici, rimangono conservati nella memoria del corpo, codificati “nella nostra carne”, muscoli, organi e tessuti. L’attivazione dell’inconscio che avviene durante una profonda autoesplorazione esperienziale provoca il risvegliarsi della memoria corporea e di queste profonde esperienze non accessibili al linguaggio verbale.

L’esperienza

Secondo Grof l’evoluzione della coscienza deve varcare i confini dell’ego e la respirazione è uno dei mezzi più potenti per far sì che ciò avvenga. La mia esperienza di integrazione della psicoterapia verbale di tipo analitico, con le sedute di gruppo di autoesplorazione esperienziale che utilizza soprattutto la respirazione come via d’accesso all’inconscio, mi porta ad alcune importanti riflessioni sui limiti e i tempi della terapia che utilizza soltanto il mezzo verbale: penso di poter affermare che questo tipo di esperienza faccia da catalizzatore ed acceleratore del percorso analitico in quanto riesce a sciogliere dei “nodi” ed agevolare il percorso terapeutico. Uso dire ai futuri respiratori quando propongo questo tipo di esperienza: “È come se per un po’ lasciassimo la macchina (la terapia analitica-verbale) e salissimo su un aereo, o ancora meglio su un’astronave. Dopo di che si ritorna in macchina per fare il resoconto di questo viaggio aerospaziale”. Durante l’esperienza olotropica i vari livelli di esperienza attivati: biografico, perinatale, transpersonale, si manifestano in molti casi relazionati con un tema comune di base, per esempio il rifiuto, il conflitto, la solitudine, la sfida etc., definiti COEX da Grof o “sistemi di esperienza condensata”: un raggruppamento di vissuti, ricordi, sensazioni, appartenenti a diversi periodi della vita della persona, compreso quello intrauterino, che sono accumunati da una stessa tonalità emotiva o sensazione fisica, come se tutto quanto girasse intorno ad un unico grande tema archetipico. Il concetto di sistemi COEX come “principi ordinatori generali della psiche umana” ricorda in un certo senso l’idea di Jung sui “complessi psicologici”.

Il ruolo del terapeuta è quello di appoggiare il processo esperienziale con piena fiducia nel suo potenziale di guarigione senza influenzarlo o manipolarlo e di sostenerlo anche quando non viene compreso immediatamente. Spesso accade che gli “insights” corrispondenti emergano dopo l’esperienza o nelle sedute successive. In alcuni casi la risoluzione del conflitto o del “sintomo” avviene a livello biografico, oppure in relazione con il materiale perinatale o con diversi temi transpersonali. La violenza e drammaticità di alcune esperienze può suscitare nel terapeuta l’impulso a controllarle o scoraggiare la piena espressione. Sostenere la varietà e intensità delle esperienze richiede dal terapeuta un’autentica fiducia nel processo e una personale dimestichezza con gli stati non ordinari di coscienza. Trascriverò più avanti le testimonianze di alcuni “respiratori” che hanno fatto l’esperienza olotropica, molti dei quali erano contemporaneamente in terapia verbale di tipo analitico (junghiano). I gruppi sono formati da 8 a 12 persone e la durata dell’esperienza è di una giornata e mezza. Il materiale presentato è stato scritto di proprio pugno dai respiratori stessi e lasciato intatto. In alcuni casi, per un problema di spazio, ho tralasciato alcuni brani meno significativi. L’età corrisponde a quella reale e i nomi naturalmente sono stati sostituiti. Le persone a cui ho rivolto questa richiesta hanno accettato molto volentieri di descrivere la propria esperienza e colgo qui l’occasione per ringraziarli per la preziosa collaborazione.

Le esperienze che avvengono negli stati non ordinari di coscienza attivati durante la respirazione olotropica esprimono diversi “livelli” dell’inconscio che si sovrappongono e si confondono. Le manifestazioni fisiche variano dal caldo al freddo, correnti di energia che attraversano il corpo, dolori o “tetanie” in diverse parti del corpo che possono arrivare alla paralisi temporanea degli arti, del volto, di tutto il corpo. Durante il processo olotropico emergono intense emozioni che vengono espresse il più delle volte insieme a immagini di avvenimenti, persone o situazioni che le hanno suscitate. Questi vissuti vengono associati spesso a ricordi di avvenimenti infantili e biografici ma a volte riguardano immagini, avvenimenti o situazioni che sembrano estranee alla vita personale del respirante, ma che sono portatrici di un significato profondo per quella persona in quel determinato momento. Le esperienze definite “perinatali” (“intorno alla nascita”) sono state ampiamente descritte da Grof. In questi casi non soltanto si “rivive” la nascita biologica, ma viene attivato anche il livello “archetipico” della psiche con importanti risvolti psicologici, filosofici e spirituali. Le esperienze transpersonali, di difficile descrizione, verranno trattate in seguito.

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Le esperienze perinatali

Quando durante una profonda autoesplorazione esperienziale si va oltre il livello biografico dell’inconscio, oltre i ricordi infantili e si raggiunge il momento della nascita, emergono emozioni e sensazioni fisiche di grande intensità, associate ad immagini archetipiche cariche di “numinosità”. Il motivo per cui emergono insieme sfugge alla logica ordinaria e potrebbero essere meglio descritti nei termini di una “logica esperienziale” che non si basa su una somiglianza formale ma sulla constatazione che le sensazioni fisiche e quelle emotive appartengono al medesimo vissuto. Secondo l’opinione della medicina ufficiale, durante la nascita il neonato non è ancora cosciente in quanto la sua corteccia cerebrale non è ancora del tutto mielinizzata, il che significa che i neuroni cerebrali non sono interamente avvolti dalla guaina protettiva di una sostanza chiamata “mielina”. Quindi, secondo questa opinione, la nascita non viene registrata nella memoria ed è quindi un’esperienza del tutto irrilevante. Questa ipotesi è in forte contraddizione con le osservazioni di Grof ma anche con un ampia letteratura a riguardo che descrive l’enorme sensibilità del feto durante il periodo prenatale. E’ noto che la capacità di memorizzazione è presente in forme di organismo che non sono dotate di corteccia cerebrale e persino in alcuni organismi monocellulari. Secondo Grof una così assurda contraddizione logica all’interno del pensiero scientifico potrebbe essere un’ulteriore conferma della forte repressione emotiva a cui è soggetto il ricordo della nascita nella nostra cultura. Le teorie più moderne basate su profonde autoesplorazione esperienziali sostengono la tesi secondo la quale il ricordo della nascita è registrato nella nostra memoria fino al livello cellulare ed incide profondamente sul nostro sviluppo psicologico.

La gamma dei vissuti e immagini che vengono attivate durante l’esperienza perinatale non è limitata solamente agli elementi fisici e psicologici legati alla nascita biologica; a questo punto del processo, viene attivato il livello archetipico della psiche e il confronto esperienziale con la nascita e con la morte assume una dimensione “universale” e provoca un’apertura verso nuovi orizzonti esistenziali. L’intima connessione esperienziale tra nascita e morte nelle profondità dell’inconscio riflette il fatto che la nascita è un evento potenzialmente mortale, il passaggio nel canale del parto è un passaggio “realmente” rischioso che può effettivamente provocare la morte, come avveniva spesso in tempi lontani ma potrebbe accadere anche adesso. Portiamo quindi dentro di noi, in quanto esseri umani, serbato nell’inconscio collettivo, questo ricordo ancestrale di tanti nascituri morti in battaglia contro il corpo materno per venire alla luce. La nascita è quindi un evento pericoloso e “doppiamente” mortale che pone un fine drastico alla vita paradisiaca all’interno del liquido amniotico: il feto “muore” in quanto organismo acquatico che vive in simbiosi con la madre, per nascere in una nuova forma di vita “separata” dal corpo materno e che respira l’ossigeno dell’area.

Grof suddivise le esperienze perinatali in quattro diverse categorie esperienziali che denominò “matrici perinatali di base”, ognuna associata ad uno stadio clinico del parto: Prima matrice perinatale di base o “l’universo amniotico”. Questa matrice è relazionata all’esistenza del feto all’interno del grembo materno. Quando vengono rivissute queste memorie prenatali la sensazione dominante è quella della mancanza di limiti, un sentimento oceanico di unione con il tutto, lo spazio, le galassie, il cosmo intero che può culminare in un’estasi paradisiaca che viene denominata estasi oceanica o apollinea. La natura acquatica del feto può esprimersi con immagini o sensazioni di galleggiare in un liquido, nel mare, laghi o nell’identificazione con l’oceano stesso. Emergono anche immagini della natura nel suo massimo splendore, generosità, accoglienza, e di regni celesti e paradisiaci descritti dalle varie culture (“grembo buono”). Quando vengono rivissuti episodi di disturbi intrauterini provocati da cambiamenti tossici nel corpo materno (“cattivo grembo”) questo vissuto si trasforma in terribili e minacciose sensazioni di un pericolo vitale imminente, di avvelenamento o in spaventose visioni archetipiche di entità demoniache. Se si rivive una minaccia o tentativo di aborto, questo vissuto raggiunge la dimensione di un pericolo universale con visioni di immagini apocalittiche della fine del mondo. In questi momenti si sovrappongono e si confondono eventi del nostro parto biologico e archetipi dell’inconscio collettivo.

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Seconda matrice perinatale di base: “sottomissione cosmica senza via di uscita” o “l’inferno”. Quando, durante l’autoesplorazione, viene attivato il momento in cui iniziano le contrazioni uterine ma la cervice non si è ancora dilatata si prova un’ansia crescente, un sentimento di solitudine, impotenza, disperazione e perdita di qualsiasi speranza, che può rasentare la paranoia. Sentiamo di essere risucchiati in un gigantesco vortice, spirale o di essere divorati da un mostro gigante come una balena, una piovra, una tarantola, un mostro di dimensioni archetipiche come un leviatano, un drago etc. Il tema mitologico ricorrente è la discesa nel mondo sotterraneo, nel regno dei morti o nell’inferno. In questi momenti ci possiamo identificare con uomini, animali e persino esseri mitologici, vittime di torture e prigionie, in situazioni dolorose e prive di speranza che ricordano quella del feto stretto e soffocato nel canale del parto. Questa sofferenza può raggiungere dimensioni archetipiche, come per esempio l’identificazione con Cristo sulla croce o con i peccatori nell’inferno o con altri personaggi mitologici vittime di sofferenze estreme come Sisifo mentre dall’Ade spinge il macigno su per la montagna, Tantalo, Prometeo etc. La filosofia esistenzialista con la sua visione di un mondo assurdo e privo di significato, un “mondo di cartapesta”, sembra essere la più adeguata descrizione di questa matrice. Nella letteratura mistica questo vissuto di immensa sofferenza viene descritto come la “buia notte dell’anima”, un doloroso momento che è anche fecondo e trasformatore, portatore di “illuminazione” e di libertà.

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Terza matrice perinatale di base o “lotta di morte e rinascita”. Questa matrice è relazionata con il passaggio graduale del nascituro nel canale del parto quando la cervice si apre, dopo che sono iniziate le contrazioni uterine

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Le persone che vivono queste esperienze spesso partecipano contemporaneamente nel ruolo della vittima, dell’aggressore e dell’osservatore. In questo momento viene meno il sentimento di impotenza, tipico di quella situazione “senza via d’uscita” descritta precedentemente, in quanto adesso siamo attivamente coinvolti in una violenta battaglia e proviamo la sensazione che la sofferenza abbia una direzione, un fine preciso, un significato. Nella terminologia religiosa possiamo pensare ad un purgatorio, più che un inferno.

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Durante il momento di transizione tra la terza e la quarta matrice perinatale, i vissuti emotivi diventano meno violenti e angosciosi e sono accompagnati da immagini di figure archetipiche di divinità, eroi, semidei che rappresentano la morte e la rinascita come Cristo, Dioniso, Attis, Adone etc. E’ molto comune, in questo momento di transizione, l’esperienza dell’incontro con il fuoco (pirocatarsi) che ha come simbolo la leggendaria fenice, l’uccello che nella mitologia araba muore consumato delle fiamme e risorge dalle cenere.

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Quarta matrice perinatale di base o “l’esperienza di morte e rinascita”. Questa matrice è relazionata all’ultimo stadio del parto, è il completamento del difficile passaggio del nascituro attraverso il corpo materno, la liberazione finale del neonato che viene alla luce e il taglio del cordone ombelicale. Questo stadio è accompagnato da vissuti e sensazioni concrete legati alla memoria di eventi specifici come l’anestesia, la pressione del forcipe, manovre ostetriche etc. Durante il processo della nascita il nascituro è completamente immobilizzato nello stretto canale del parto, impossibilitato a reagire o esprimere le intense emozioni provate in quel momento, perciò questo evento traumatico non viene completamente espresso ne psicologicamente assimilato. E’ come se fossimo nati biologicamente ma emotivamente non ci fossimo mai veramente riavuti da questa esperienza traumatica. Durante la riattivazione di questo momento della nascita nello stato di coscienza olotropico, avviene il completamento e l’elaborazione di questo trauma originario e la liberazione dell’energia imprigionata in queste profondità dell’inconscio. L’attivazione della dimensione archetipica dell’inconscio che accompagna questo momento dell’esperienza perinatale fa di questo evento qualcosa che va molto al di là della sola riattivazione del trauma biologico originario, è un’esperienza archetipica di morte e rinascita psicologica in tutto il suo significato psicologico, filosofico e spirituale.

Il momento più drammatico di questa matrice perinatale, viene definito “la morte dell’ego” e viene descritto come un terribile vissuto di morte e di perdita di tutti i punti di riferimento, accompagnato da un misto di agonia e estasi, al quale sopraggiunge un senso di straordinaria liberazione, redenzione, salvezza e un flusso di emozione positive, un sentimento di amore profondo, incondizionato verso la vita, gli esseri umani e tutta la creazione. Questo tipo di estasi, che viene definita dionisiaca o vulcanica, possiede un grande potenziale di guarigione e trasformazione. In realtà quello che viene vissuto come un’esperienza spaventosa, una catastrofe di proporzione universale è la morte del nostro falso ego, che fino a quel momento percepivamo come il nostro vero io. Non riusciamo a vedere quel che c’è al di là di quel che conosciamo di noi stessi o persino se vi sia “qualcosa” dall’altra parte.

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Le esperienze perinatali rappresentano, secondo la psicologia di Grof, qualcosa come “un passaggio” (un “portale”) che si apre sul quarto tipo di esperienza che riguarda la dimensione più profonda della psiche e vengono chiamate “esperienze transpersonali”, anche se a volte l’accesso a questi territori dell’inconscio può avvenire senza il confronto con il livello perinatale.

Le esperienze transpersonali

L’aspetto che accomuna i vari tipi di esperienze transpersonali è la percezione che la persona ha che la propria coscienza si sia dilatata oltre i confini abituali dell’ego trascendendo quei limiti spazio-temporali che negli stati ordinari di coscienza riducono la nostra percezione della realtà. Questo tipo di esperienza, molto difficile da descrivere, lascia in chi la vive un sentimento di comunione con la vita in senso ampio. Molte volte importanti insight di tipo esistenziale che riguardano il significato profondo della vita, un accrescimento del sentimento “religioso” di appartenenza ad una totalità più ampia e universale ed un autentico senso di libertà.

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Quando lavoriamo con gli stati di coscienza olotropici, la dimensione della psiche che dobbiamo aggiungere alla cartografia dell’inconscio cosi come viene interpretata dalle scuole di pensiero tradizionali è quella che definiamo con il termine “transpersonale” che significa letteralmente ciò che va oltre, che trascende il biografico, il personale. Negli stati di coscienza olotropici possiamo fare esperienza di eventi o situazioni che la nostra civiltà con la sua visione materialistica del mondo non considera “reali”, come per esempio viaggi in mondi mitologici o fiabeschi, visioni o identificazione con entità archetipiche, divinità o demoni. Possiamo vivere episodi provenienti della vita dei nostri antenati o identificarci con qualsiasi aspetto della natura sia esso umano, animale, vegetale etc. Nella sua massima espressione la coscienza individuale può trascendere ogni barriera e identificarsi con la Coscienza Cosmica o Mente Universale così come viene descritta nella letteratura spirituale. Tutto ciò emerge nello stesso “continuum” delle esperienze biografiche e perinatali e quindi scaturisce dalle profondità della psiche individuale ma allo stesso tempo sembra provenire direttamente da fonti di informazione al di là della normale mediazione dei sensi e dell’esperienza biografica confermando l’ipotesi junghiana secondo la quale, al di là dell’inconscio individuale freudiano, possiamo contattare e attingere al patrimonio culturale dell’umanità intera contenuto nell’inconscio collettivo. Gli studi di Grof e le sue osservazioni sugli stati di coscienza olotropici ci aiutano a vedere con maggiore chiarezza e semplicità il filo conduttore che unisce e integra in una visione più ampia i conflitti, le controversie e le apparenti incompatibilità esistenti all’interno della nostra visione occidentale della psiche fondata su concezioni filosofiche inconciliabili a priori, come per esempio il comportamentismo e la psicanalisi, la bioenergetica, la psicologia di Freud e dei suoi “traditori”: Otto Rank, Wilhelm Reich, Alfred Adler, Carl Gustav Jung etc.

La visione della psiche proposta dalla psicologia transpersonale, in particolare la cartografia dell’inconscio di Grof e lo “spettro della coscienza” di Ken Wilber, rappresentano allo stesso tempo sia una rottura che una continuità con tutto il pensiero psicologico che la precede. Possiamo parlare di rottura con il passato in quanto la psicologia transpersonale affonda le sue radici nel moderno paradigma della scienza (post teoria della relatività) che è in un certo senso inconciliabile con il vecchio paradigma newtoniano-cartesiano sul quale si fonda tutta la psicologia occidentale.3 La continuità con il passato può essere riscontrata nell’ampio supporto teorico e nella rielaborazione e integrazione a un livello più complesso di tutto il pensiero psicologico precedente che trascende l’aspetto settario delle diverse scuole di pensiero. Wilber studia la psiche nel suo aspetto “pluridimensionale” e, come Grof, propone un modello generale di sviluppo della coscienza umana che è una sintesi e un’interpretazione delle grandi tradizione spirituali, filosofiche e psicologiche, sia orientali che occidentali. Da questo punto di vista le insanabili controversie tra le differenti “scuole di pensiero” in campo psicologico significano semplicemente che sono state focalizzate e studiate diverse “lunghezze d’onda” dello spettro della coscienza secondo la concezione di Wilber o che sono stati esplorati diversi territori esperienziali secondo il lessico groffiano.

Nel suo libro “Oltre il cervello”, Grof ci offre un studio approfondito della correlazione tra i nuovi sviluppi della scienza, la fisica quantica-relativistica, la teoria dei sistemi, il pensiero olonomico etc. e la visione della psiche che emerge dalle sue osservazioni sugli stati non ordinari di coscienza. Inoltre compie anche un’importante passo verso un’integrazione dei differenti indirizzi psicologici occidentali, dando ad ognuno di essi una collocazione all’interno della “cartografia dell’inconscio” che emerge da questi dati esperienziali. Partendo da Freud, la cui psicologia viene “confermata” sperimentalmente quando l’esplorazione dell’inconscio non supera il livello biografico divenendo inutile per comprendere gli sviluppi ulteriori, Grof sottolinea l’importanza del contributo dei “dissidenti” e “traditori” della psicanalisi e di tutte le scuole di pensiero che ad essi sono seguite.

Gli studi di Grof ridimensionano l’importanza dei traumi infantili individuati da Freud come cause patogene primarie, considerandoli soltanto una delle condizioni per cui si manifestano i contenuti e le energie dei livelli più profondi della psiche che secondo questa prospettiva, ha una struttura dinamica pluridimensionale. La psicologia di Freud non riconosce l’enorme importanza dei traumi fisici come incidenti, operazioni, esperienze di soffocamento, ferite, malattie che durante l’autoesplorazione profonda emergono come elemento determinante nella genesi di vari disturbi psichici e psicosomatici. L’inserimento del livello perinatale nella cartografia dell’inconscio con la sua enorme carica energetica e la sua carica di violenza e sessualità, illumina di una luce nuova molti aspetti della psicopatologia sessuale ai quali la psicoanalisi non è riuscita a fornire un’adeguata spiegazione, come i casi di suicidi e assassinio violenti, automutilazioni, feticismo, sadomasochismo, scatologia sessuale, così come alcuni aspetti auto distruttivi e auto punitivi legati ad un super-io sadico e crudele. La visione transpersonale chiarisce alcuni di questi aspetti collocandoli in una prospettiva diversa, senza invalidare nel suo insieme la visione freudiana della psiche. Quando i soggetti durante l’autoesplorazione esperienziale superano la fase “freudiana”, nelle sedute emerge un profondo confronto con la nascita e con la morte. Il confronto con la morte e in particolare la “crisi di significato” che ne consegue, consentano un’interpretazione secondo la filosofia e la psicoterapia esistenziale, tra le quali merita particolare attenzione la terapia della Gestalt sviluppata da Fritz Perls, che utilizza una tecnica di integrazione personale basata sul principio che in natura tutto è “gestalt”, tutto è unificato e coerente. Questa impostazione olistica, applicata al processo di ripercezione e risperimentazione di conflitti e traumi del passato nel momento presente, porta al completamento delle gestalt non finite in passato ed a una maggiore consapevolezza di tutti i processi fisici e emotivi. La terapia esperienziale di Arthur Janov, chiamata “terapia primaria”, che si basa sull’emissione da parte del paziente di grida inarticolate e primordiali, porta all’espressione attraverso queste grida di diversi traumi, “strati di dolore primitivo”, originati in periodi diversi dell’infanzia. Janov descrive anche il profondo dolore radicato nel ricordo e nella riattivazione attraverso le grida del trauma della nascita.

Il superamento delle rigidità fisiche legate alla rimozione e la scarica di energia sessuale che avvengono durante gli stati olotropici rendono molto utile l’approccio della psicologia reichiana. Reich era consapevole dell’enorme carica energetica contenuta nei sintomi nevrotici e dei limiti di una terapia basata su mezzi puramente verbali, perciò, allo scopo di eliminare i blocchi e liberare l’energia compressa dalla rimozione, utilizzava tecniche respiratorie, il contatto fisico diretto e svariate manipolazioni corporee, il che favoriva un maggior abbandono da parte del paziente ai movimenti spontanei e involontari del corpo, il superamento delle rigidità fisiche e lo scioglimento delle “corazze muscolari del carattere”. Il più importante dei metodi terapeutici neo-reichiani è la bioenergetica sviluppata da A. Lowen, che impiega i processi energetici del corpo, il suo linguaggio e i suoi movimenti per influenzare il funzionamento mentale.

Quando si approfondisce l’esplorazione dell’inconscio, una volta superato il livello biografico, la potente sequenza esperienziale di morte e rinascita psicologica che emerge viene associata alle manifestazioni fisiche e psichiche tipiche della nascita biologica. Freud ipotizzò che il trauma della nascita potesse essere la sorgente e il fulcro di ogni angoscia futura, ma non sviluppò questa intuizione e rifiutò successivamente la posizione estrema di Otto Rank che collegava ogni angoscia alla separazione dal grembo materno ed ogni conflitto al desiderio e alla paura di questo ritorno al “paradiso perduto”. Durante il processo olotropico, attraverso l’elaborazione e il completamento della “gestalt” perinatale, questo trauma e queste energie imprigionate nelle profondità della psiche vengono liberate e trasformate, favorendo l’accesso a quella dimensione più profonda della psiche che chiamiamo transpersonale. Le teorie di Rank focalizzate sulla perdita del grembo e sul dolore di questa separazione trascurano l’enorme sofferenza e stress fisico ed emotivo collegati al passaggio del nascituro attraverso il canale del parto durante la nascita biologica che emerge in modo inequivocabile durante la riattivazione dell’esperienza della nascita. Le intuizioni di Rank, ponendo come elemento centrale dell’angoscia umana il trauma della nascita, risultano molto utili alla comprensione di questa fase esperienziale, anche se il processo morte-rinascita ha implicazioni che vanno al di là della separazione dal grembo o del solo rivivere la nascita biologica. Ferenczi, anch’esso allievo di Freud, in un suo originale saggio intitolato “Thalassa” descrive l’intera evoluzione sessuale umana come l’impulso a ritornare alla forma di esistenza acquatica originale, come un tentativo di ritorno al liquido amniotico che rappresenta l’acqua dell’oceano “introiettata” nel grembo materno. Jung, indagando nelle profondità dell’animo umano, si imbatte in “qualcosa” che in una persona va oltre se stessa, in qualcosa che non appartiene più all’individuo in quanto tale ma al trans-individuale e che denominò “inconscio collettivo”. Secondo Jung, in quello che lui definì “processo di individuazione”, l’individuo trascende i confini dell’io e l’inconscio personale e attinge ad una dimensione più profonda di sé, relazionata con tutta l’umanità e con il cosmo intero. In un certo senso Jung rielaborò in chiave psicologica l’antica idea riproposta dal cristianesimo del “divino” dentro ogni uomo. Questa visione antica ma allo stesso tempo nuovissima della psiche umana fa di Jung un psicologo “moderno”, portatore di un pensiero psicologico rivoluzionario, precursore del movimento transpersonale. La psicologia junghiana con la sua nuova visione della psiche è quella che più si avvicina alla comprensione del profondo significato dell’esperienza di morte e rinascita che avviene durante la riattivazione del livello perinatale dell’inconscio, in tutta la sua valenza psicologica e spirituale. Con le sue intuizioni azzardate, come per esempio il legame tra materia e psiche (fenomeni “psicoidi”) e lo studio delle coincidenze straordinarie (“sincronicità”), i suoi concetti di inconscio collettivo e archetipi, la sua apertura verso la dimensione spirituale della psiche, fu la prima a mettere veramente in discussione i fondamenti filosofici della visione del mondo occidentale e auspicare una drastica revisione del vecchio paradigma della scienza dominato dalla visione del mondo newtoniana-cartesiana. Nell’ultimo periodo della sua vita Jung si interessò ai nuovi sviluppi della scienza, e stabilì un carteggio con Paoli, imminente fisico, nel tentativo di trovare nella fisica moderna un supporto teorico alla sua visione della psiche. Jung tuttavia sembra abbia trascurato la relazione di questa potente esperienza di morte e rinascita psicologica con la nascita biologica in tutta la sua fisicità e l’importanza di questo evento nei suoi aspetti fisico-corporei oltre che spirituali, ciò nonostante la sua “modernità” rende l’indirizzo teorico junghiano quello che più di ogni altro si avvicina alla visione groffiana della psiche e all’indirizzo transpersonale, al punto che Jung viene considerato “il primo psicologo transpersonale”.

Roberto Assagioli, autorevole esponente italiano della psicologia transpersonale, presenta una cartografia della personalità umana che ha alcune somiglianze con il modello junghiano della psiche, in quanto comprende anch’essa elementi collettivi e spirituali e propone una nuova tecnica di psicoterapia e autoesplorazione. La psicologia di Assagioli insieme a quella di Jung rimangono le uniche scuole di pensiero occidentale che offrono un’autentica comprensione dei processi implicati in una profonda autoesplorazione esperienziale. Abraham Maslow, uno dei massimi esponenti della psicologia umanistica, in un studio approfondito su soggetti che avevano esperimentato stati mistici spontanei che chiamò “esperienze di vetta”, sostenne la tesi che questi vissuti erano fenomeni sovrannaturali piuttosto che patologici così come venivano considerati fino a quel momento e che erano associati ad una sana e naturale tendenza umana verso l’autorealizzazione, tesi sostenuta da Grof nel suo concetto di “emergenze spirituali”. Le idee di Maslow influenzarono enormemente la visione olistica della psiche tipica della psicologia umanistica e contribuirono in seguito alla formazione della psicologia transpersonale.

La psicologia di Grof, con la sua cartografia dell’inconscio, ha portato nel campo della psicologia una visione ampia e integrata della psiche umana dove ogni precedente teoria ha una sua collocazione a differenti livelli di profondità ed è relazionata ad una particolare dimensione esperienziale senza che venga invalidato alcun approccio teorico o esperienza soggettiva. Questo nuovo approccio rappresenta una vera rivoluzione tanto attesa quanto necessaria, che potrebbe attenuare le antiche “scissioni” all’interno della psicologia contemporanea in diversi indirizzi teorici in quanto propone una visione unificata della psiche.

In confronto ai metodi psicoterapeutici tradizionali, ciò che caratterizza l’approccio transpersonale non è il contenuto ma il contesto. Il terapeuta transpersonale è consapevole della vastità del “territorio esperienziale” e delle potenzialità evolutive intrinseche alla natura umana ed è disposto ad accompagnare il cliente nel suo percorso interiore, ogni volta che è necessario, attraverso nuove e più ampie possibilità esistenziali. Durante le profonde autoesplorazione esperienziali osservate da Grof, quando vengono raggiunti i livelli perinatali e transpersonali dell’inconscio, c’è un risveglio della spiritualità e a volte queste esperienze segnano l’inizio di un percorso “mistico”; è a questo punto che la psicoterapia assume sempre di più un significato mitologico e diviene qualcosa di indistinguibile dalla ricerca filosofica e spirituale della nostra identità più profonda. In questi momenti ci accorgiamo che, “incapsulati dentro la nostra pelle” come direbbe Alan Watts, prima di espandere i nostri confini, abbiamo attinto ad un’altra dimensione dell’essere. Le tradizioni spirituali di tutto il mondo ci vengono in aiuto in quanto ci hanno lasciato delle mappe, vere e proprie cartografie dell’inconscio, degli stati mentali, di difficoltà e svariate vicissitudini, trabocchetti e pericoli che possiamo incontrare quando intraprendiamo questo difficile percorso. Il nucleo di questa attivazione interiore è l’archetipo del centro, definito “Sé” da Jung (“il guaritore interno” di Grof). Le esperienze transpersonali possono essere molte volte profetiche e portatrici di una comprensione più profonda rispetto alla nostra percezione ordinaria. La visione del mondo attuale che emerge da queste profonde autoesplorazione esperienziali è piuttosto drammatica: chi vive queste esperienze vede il mondo da un’altra prospettiva: vede un’umanità che ha perso la bussola, il contatto con la propria essenza, con la propria “umanità” e rischia la sua stessa sopravivenza ma vede anche un piccolo spiraglio, la possibilità di un cambiamento che può scaturire soltanto da una profonda trasformazione interiore. Durante questi stati di coscienza olotropici emergono preoccupazione ricorrenti riguardo a temi di attualità come la crisi globale, l’ecologia, le guerre etc., in persone che prima di allora non avevano o almeno non erano consapevoli di questo tipo di preoccupazione. La scienza, per esempio, in questi stati di coscienza viene percepita nei suoi aspetti “ombra”, nel senso che dopo aver tanto ridotto i nostri rischi e sofferenze adesso ci presenta “il rovescio della medaglia”: è diventata essa stessa, con la sua esasperata unilateralità, una grave minaccia alla nostra sopravivenza.

Jung esprimeva questa preoccupazione con la seguenti parole: “Viviamo in quello che i greci chiamavano Kairos, o momento certo per una ‘metamorfosi degli dèi’, dei principi e simboli fondamentali. Questa peculiarità del nostro tempo, che certamente non è una nostra scelta, è l’espressione dell’uomo inconscio dentro di noi che sta cambiando. Le generazioni future dovranno prendere in considerazione questa importante trasformazione, in modo che l’umanità non distrugga se stessa attraverso la sua propria tecnologia e scienza…la posta in gioco è alta e dipende molto dell’assetto psicologico dell’uomo moderno. Ma l’individuo lo sa che è lui il contrappeso della bilancia?”4.

Grof descrive il mondo attuale come “una situazione disperata” e parla di un’urgente necessità di cambiamento su scala collettiva, di una corsa contro il tempo che non ha precedenti nella storia della umanità e rivendica il diritto di ogni essere umano ad evolvere verso la propria completezza. E Richard Tarnas nel suo libro “The passion of the western mind” sostiene che “la passione più profonda dello spirito occidentale è quella di ri-legarsi all’essenza del suo stesso essere”. Tutto ciò fa riflettere e sembra esortare all’interiorità, all’introspezione, ad un percorso verso traguardi che non appartengono a questo mondo. Solo cosi, forse, rivolgendo lo sguardo verso il proprio mondo interiore, senza paura, affidandosi e arrendendosi a questo profondo buio, l’uomo potrà essere finalmente riconsegnato a se stesso.

 

Novità editoriale:

Spazi oltre il confine. Temi e percorsi della psicologia del profondo tra C. G. Jung, Stanislav Grof e la Cabalà (Alpes Italia, 2015).
Mondi invisibili. Frontiere della psicologia transpersonale ( Alpes Italia, 2013).
Agua scura, edito da Di Renzo Editore, 2005

I libri di Virginia Salles sono ora nuovamente disponibile su lafeltrinelli.it.

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*L’immagine di copertina è di Friedensreich  Hundertwasser, nato Friedrich Stowasser, (Vienna, 15 dicembre 1928 – 19 febbraio 2000),
è stato un pittore, scultore, architetto, ecologista austriaco.
Clicca qui per visualizzarne un ingrandimento.

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