La morte che uccide la morte
Ai confini dell’ego, tra oriente e occidente
(Estratto)
Virginia Salles, Roma
“Quando, affrancato dal corpo, nel libero etere ascendi, sei come un dio immortale, per sempre sfuggito alla morte”
(Empedocle)
“Che la morte non mi faccia impazzire ancora; ah! nessuno sa quanto terribile è la pazzia dei morti.
Morti. Morti – cioè – quelli che ancora dormono”.
(Guimarães Rosa)
Il prezzo della libertà
All’alba dei tempi gli uomini erano ancora compagni degli dei e non vedevano la natura come oggi la vediamo, ma innalzavano lo sguardo al cosmo e ne avevano una percezione “reale”. Percezione “reale” era l’ascolto della lira di Orfeo o la visione di Osiride e Iside che, innamorati, passeggiavano sulla luna.
All’alba dei tempi tutto ciò che esisteva era compenetrato dall’essenza divina, e l’anima umana traeva da queste visioni spirituali, suoni e luci celestiali, il proprio nutrimento. Gli uomini non poggiavano allora su alcun “sentimento di sé” e si sentivano immortali in seno alla divinità. Non esisteva quindi una “coscienza separata”, e di conseguenza neanche la più pallida consapevolezza della morte.
Successivamente, come ci racconta Rudolf Steiner nei suoi numerosi libri, la coscienza ha iniziato ad alternarsi tra questa “chiaroveggenza” che andava sempre di più affievolendosi e con essa la facoltà di percepire direttamente gli dei – e in tempi successivi, di elevarsi durante il sonno alle sfere celestiali - e la diurna coscienza oggettiva di veglia, oggi la nostra coscienza principale. Questa facoltà di innalzarsi ai mondi spirituali fu gradualmente perduta nella misura in cui avveniva il “rischiaramento” della coscienza diurna e la comparsa dell’io. Così, mentre l’io si sviluppava sempre di più, continua Steiner, intorno all’uomo si stesero le tenebre notturne.
L’affascinante descrizione di Steiner, che apprezzo anche nei suoi contenuti più eccentrici, rende perfettamente il senso e i limiti della nostra angusta percezione sensoriale. Secondo le tradizioni esoteriche l’anima umana, per poter esprimersi in quanto personalità individuale e cosciente, è stata dotata di “un involucro-veicolo” che ne centralizza l’azione e, limitandola, le impedisce di perdersi. Servita e limitata quindi dagli organi dei sensi può mettersi in rapporto con l’universo che la circondasoltanto attraverso questi stessi organi. Il corpo è questo involucro- veicolo fatto a misura dell’ambiente materiale nel quale l’anima deve vivere. Secondo Eliphas Levi (pseudonimo di Alphonse Louis Costant, grande studioso di “magia”), il corpo “limitando l’azione dell’anima, la concentra e la rende possibile. In effetti l’anima senza corpo sarebbe ovunque, ma così poco ovunque, che non potrebbe agire in nessun luogo; sarebbe perduta nell’infinito, assorbita e come annientata in Dio .
Steiner fu il curatore delle opere di Goethe, e fu fortemente influenzato dal suo pensiero e della relazione dell’Uomo con la Natura, descritta da Goethe come qualcosa che va molto al di là del dualismo kantiano. Pensiero questo che, in un certo senso, si avvicina molto alla tradizione esoterica. La Natura nella visione goethiana permea tutto, compreso lo spirito e l’immaginazione umana. Così la verità non esiste come qualcosa di indipendente e oggettivo, ma si svela nell’atto stesso della cognizione - come affermano, oggi, gli studiosi di fisica moderna, tra i quali David Bohm , la cui vita fu molto influenzata dal rapporto intimo e duraturo che ebbe con il grande insegnante spirituale Krishnmurti. Quindi lo spirito umano, secondo Goethe, non impone il suo ordine alla Natura come pensava Kant, ma, al contrario, è lo stesso spirito della Natura che produce il proprio ordine attraverso l’uomo – il suo organo di auto-rivelazione. La Natura quindi dal punto di vista di Goethe non è distinta dallo spirito ma è lo spirito in sé: i suoi processi respirano lo spirito e la forza dello stesso Dio. Una Natura inseparabile non solo dall’uomo ma anche da Dio. Goethe univa così poesia, anima, pensiero e scienza in un’analisi della Natura che rifletteva una religiosità carica di“participation mystique”, una religiosità decisamente immanente e sensuale.
In fondo alla sofferenza dilagante intorno a noi troviamo in ogni essere umano la nostalgia di questa“participation mystique”,di una felicità completa, assoluta, eterna che è simbolizzata nella genesi con il mito del “paradiso perduto”, dell’albero della vita e della conoscenza. Simboli e descrizioni dettagliate della “cacciata” da questa condizione di armonia e completezza si trovano nella letteratura spirituale indù, nel buddhismo e in molte altre tradizioni sapienziali. La cerchiamo disperatamente, questa felicità, la cerchiamo fuori di noi stessi, sicuri che esista da qualche parte, in un luogo perduto. La cerchiamo continuamente in modo esasperato e compulsivo, in una sorta di ciclo vizioso che si autoalimenta e quanto più numerosi sono gli insuccessi, più viene accresciuta l’infelicità: la cerchiamo nell’innamoramento, nel matrimonio, nel potere e nella ricchezza, nella droga, in una ideologia, nella religione… ma non riusciamo a trovarla. Questa sofferenza e questa vana e disperata ricerca di completezza viene definita in ambito transpersonale la “sindrome del paradiso perduto”.
La “sindrome del paradiso perduto” nasce da un miraggio, da un inganno fondamentale: dall’illusione della separatezza che fa si che percepiamo noi stessi separati dal resto del mondo. La nostra epoca ha portato fino alle ultime conseguenze questa separazione tra l’ego razionale e l’unità primordiale tra Spirito e Natura intravista da Goethe ed è caratterizzata soprattutto da questa perdita, dalla perdita della “participation mystique”. Ciò significa che nella misura in cui “sentiamo il nostro io, il mondo diventa sdivinizzato” e che riusciamo a comprendere soltanto la natura inanimata. L’Arte nel mondo greco aveva come scopo proprio quello di risanare questa frattura tra la nostra anima imprigionata e il perduto mondo degli dei e ridare vita a ciò che era morto per la coscienza abituale. Una specie di processo risanatore, un rituale per ritornare sani: era la Tragedia.
Se chiediamo a qualcuno di indicarci dove si trova la natura o ad un credente dove si trova Dio, tutti punteranno il dito verso qualcosa fuori, fuori dalla porta, dalla finestra, o dalla città, non importa, fuori di se stessi. Questo gesto esprime l’illusione, la percezione di base che in filosofia viene chiamata dualità e che segna la nascita dell’attuale stato di coscienza. Ma segna anche l’inizio, secondo alcuni, di tutta la sofferenza umana, e persino del suicidio dell’umanità. Questa obiettività, condizione primaria del metodo scientifico, esasperata, arriva persino all’eliminazione del soggetto stesso come sottolinea Edgar Morin. Oggi la meccanica quantistica e i nuovi sentieri della fisica moderna ogni giorno di più sottolineano questo equivoco fondamentale: la separazione tra l’uomo e l’universo è artificiale.
La psicologia transpersonale studia in particolare quegli stati di coscienza in cui la dualità svanisce e i vari metodi per attivarli. La descrizione di questi stati e i vari mezzi per raggiungerli si incontrato in tutte le culture, periodi storici, in tutte le civiltà sotto diverse denominazioni ma sempre compatibili nelle varie descrizioni. Tutto questo indica che il nostro attuale stato di coscienza di veglia non è ancora sufficientemente dispiegato, nel senso che non ha ancora sviluppato le sue potenzialità.
Cosa non ha ancora raggiunto l’uomo, o cosa ha perduto? Per Steiner non si può comprendere la vita che pulsa con un pensare frammentato, con un pensare parziale. Ciò significa che con il pensare frammentato della coscienza individuale, con il pensare spiritualmente morto, possiamo comprendere soltanto ciò che è morto - la natura così come oggi ci si presenta sarebbe stata sentita dall’uomo dell’alba come il cadavere della natura. La forza del nostro pensiero deriva quindi dal cadavere dell’elemento animico-spirituale.
Secondo quanto esprime Steiner nella sua “filosofia della libertà” - soltanto “il pensare morto” può portare l’uomo alla libertà – ciò significa che soltanto da allora, soltanto da quando è presente il pensiero e quindi la morte, possiamo essere liberi. Ma, continua ancora il padre dell’antroposofia: possiamo procedere al di là dello stato di sonno-morte abituale e ridare vita alla nostra anima non nata attraverso l’inspirazione e il pensare immaginativo: possiamo ritornare vivi con l’immaginazione.
Goethe nel Faust fa dire ad una veggente: “Amo chi aspira all’impossibile”
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Dall’astrazione, o dal pensiero morto - il prezzo della nostra libertà quindi - nascono le leggi, le arti, le conquiste della scienza, l’etica, che secondo Balzac sono la Gloria e il Flagello del mondo: come Gloria, ha creato le società; come Flagello, esonera l’uomo di accedere alla Specialità (la Coscienza Cosmica, l’individuazione junghiana), che è una delle vie dell’infinito.
Richard Tarnas descrive queste “gloriose” tappe dello sviluppo della coscienza occidentale dall’antichità fino ai nostri giorni e analizza le attuali drammatiche conseguenze dell’“impermeabilità” del nostro confine egoico e della predilezione esasperata, tipicamente occidentale, per la “separatezza”. Il paradigma della scienza che avalla questa visione del mondo affonda le sue radici nel modello newtoniano-cartesiano, oggi considerato anacronistico. Secondo Tarnas, la nostra coscienza egoica è oggi testimone del proprio tramonto e sembra aspirare ora, più che mai, al superamento dei suoi stessi limiti. Il desiderio più profondo sepolto nell’inconscio dell’uomo moderno è quindi quello di superare questa frattura e di riconciliarsi col mondo perduto degli dei (il femminile interiore, la coscienza cosmica, la via dell’infinito…). Riconciliazione questa che, secondo Tarnas, è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale dell’occidente.
La tradizione greca con il linguaggio simbolico del mito ci descrive il rapporto psicologico tra l’io e la realtà transpersonale che gli si manifesta e le varie tappe dello sviluppo della coscienza che lascia la sua scia di “vincitori” e “vittime”. Ci racconta la storia di Psiche, che, superando numerose prove, diviene l’immortale compagna di Eros o di Giasone che, aiutato da Medea, si è impossessato del vello d’oro, Perseo, Ulisse, Teseo, etc., ma ci racconta anche di molti altri che hanno “fallito” in questa impresa o che hanno avuto un successo parziale: Icaro, che si avvicinò troppo al sole, gli si sciolsero le ali e precipitò; Orfeo perse Euridice e fu dilaniato dalle baccanti; Edipo diventò cieco e Prometeo fu incatenato ad una rupe.
Nel suo combattimento vittorioso contro il Drago l’eroe afferma la sua origine divina nell’adempimento della condizione originaria e basilare del suo ingresso nella battaglia, condizione che è espressa mitologicamente nella formula “io e il padre siamo uno”. La personalità, attraverso queste esperienze, scopre di non essere più identica all’io, nel senso di aver psicologicamente superato il carattere di transitorietà proprio della coscienza egoica e di conseguenza, dato che già la conosce, non teme più la morte.
Il seguente frammento di un sogno di Marco, un analizzando di 34 anni alle prese con il sua passaggio attraverso “la via dell’infinito” (scritto di suo pugno) esprime poeticamente questo richiamo del verso il Femminile, elemento fondamentale del processo di individuazione descritto da Jung.
“…Vedo un bambino sopra un carrarmato in una zona di guerra. Il bambino viene rapito… dalla luna! La scena è talmente incredibile che mi viene concesso di rivederla, dalla parte del bambino: il bimbo riesce a vedere la luna mentre brilla attraverso il filo spinato, la luna è una donna bellissima e ovviamente molto pallida, che gli tende le mani, il bambino le prende e viene rapito via…”.
Questa è soltanto una piccola parte di un sogno molto più complesso e articolato che ispirò Marco a scrivere la poesia che segue intitolata “La luna e il cerchio di spine”:
Un bambino seduto in cima ad un carrarmato
guarda il mondo attraverso una raggiera di filo spinato
Intorno
la guerra
questo procedere lento
sul campo di battaglia
e fumo e silenzi inverosimili
Avviene poi un insolito bagliore
il bambino alza testa e occhi:
la luna si è affacciata al di sopra del filo
E la luna è una donna così bella
che il bambino non può smettere di guardarla
e fiducioso come tutti i bimbi
solleva le braccia verso di lei
La luna sorride e prende il bambino per le mani
lo solleva dal carro, dalla guerra, dalla pesantezza della vita:
il bambino impara a volare.
Da allora oltre ogni guerra
sopra i cerchi di filo spinato
al di là del fragore della morte
c’è un bambino che vola con la luna.
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Soffrire le ali
Lo scrittore brasilianoGuimarães Rosa, la cui scrittura viene considerata “un’alchimia letteraria”, così descrivelacrisi spirituale, il progressivo “addentrarsi nella morte”, di cui parlano gli antichi misteri greci, le religioni, lo sciamanesimo e i riti iniziatici delle varie culture e che fu descritta da Jung e Neumann.
“Ogni creatura è uno scarabocchio destinato a subire ritocchi senza fine, fino all’ora della liberazione dell’arcano, al di là del Lete, il fiume della memoria. Però ogni grande passo avanti nella crescita dello spirito esige la caduta dell’intero essere, l’addentrarsi in immensi pericoli, un morire in mezzo alle tenebre. Ma quello che viene dopo è ‘il Rinato’, un uomo più reale e nuovo” .
E ancora: “un morto ha sempre paura. Ha paura di morire ancora nell’infinito Niente […] Debbo tramutarmi. Soffro le ali…” .
“Soffrire le ali”, soffrire la Paura “di perdersi”, di vedersi annientare e nel dolore scoprire, o riuscire appena ad intravedere dinanzi a sé… l’infinito.
Le nostre emozioni “personali” definite e circoscritte alle vicissitudini della nostra vita sono generalmente legate a qualcosa di conosciuto e comprensibile. La emozioni corrispondenti di natura transpersonale come la Paura o i Sensi di Colpa, per esempio, possiedono un’intensità che trascende ciò che possiamo sperimentare durante lo stato di coscienza ordinario e affondano le radici in una dimensione arcaica dell’evoluzione dell’umanità: la nascita della coscienza con la sua illusione di “separatezza”. Il Senso di Colpa transpersonale va molto al di là delle vicende del romanzo familiare, viene rappresentato nei miti come “colpa primordiale” o “peccato originale” e riguarda il “misfatto” della separazione dei genitori del mondo (la “separatezza o dualità”), o come direbbe Steiner, l’abbandono del “mondo dello spirito” che viene vissuto come solitudine e isolamento. La Paura transpersonale, che può raggiungere intensità a volte paralizzante, è la paura del ritorno alla condizione iniziale di indifferenziazione definita “la morte dell’ego”, è la paura di essere inghiottiti, di dissolversi nell’inconscio. Morte questa che è contemporaneamente anche l’esperienza trasformativa per eccellenza, esperienza di rinascita ad una nuova vita.
In verità, in verità vi dico,
se un uomo non nasce di nuovo
non può vedere il regno di Dio.
(Giovanni, 3: 3)
Gli antichi riti o misteri iniziatici erano destinati a produrre tale morte e il conseguente rinnovamento. Nell’antichità erano molto diffusi miti e riti di rinascita, come per esempio la morte e resurrezione di Osiride, Mitra, Tammuz, Adone, Attis e dei vari animali che li rappresentano (tori, capre, maiali, uccelli e pesci). Negli antichi misteri greci la parola “Ditirambo”, come veniva chiamato appunto l’ucciso e resuscitato Dioniso, aveva il significato di “essere della doppia porta”, colui che è sopravvissuto al “terribile miracolo” della doppia nascita. Nella nostra tradizione religiosa questa morte viene rappresentata dalla crocifissione e resurrezione di Cristo e dal battesimo che viene ancora oggi celebrato nel suo significato simbolico di “tuffo nella morte” e rinascita come figlio di Dio.
È proprio nel momento di “passaggio attraverso la morte”, momento in cui l’antica identità si infrange, che c’è la possibilità di un’intima trasformazione. La libertà di una coscienza più vasta e la sua estasi esigono che l’individualità separata sia dissolta. La più radicale e più drastica di tutte le morti, la Morte che uccide la morte, e che ci ricongiunge al paradiso perduto va ben oltre le morti “minori” di aspetti parziali della nostra personalità che accompagnano il nostro percorso evolutivo e rappresenta un vero e proprio spartiacque tra la psicologia occidentale e i grandi sistemi psicologici orientali. La “morte dell’ego” scuote tutti i punti di riferimento, sottrae la terra sotto i piedi e fa apparire all’orizzonte “il mondo degli dei”.
Nel sistema buddista tibetano, il Buddha della meditazione appare sotto due aspetti: uno di pace e uno di collera. Se siamo fortemente attaccati al nostro io e al nostro piccolo mondo temporale con le sue gioie e i suoi dolori e la vita del corpo ci sembra essere l’unica possibile, ci si presenterà l’aspetto terrificante e collerico della divinità. Terrore questo che ci fa venire in mente “la paura religiosa”, il mysterium tremendum descritto da Rudolf Otto o l’ammonimento biblico: “è cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente”. Ma nel momento in cui il nostro io cederà e si lascerà andare, questo stesso Buddha apparirà come portatore dell’estasi. Affermano gli orientali:
“Quando l’angelo della Morte si avvicina, è terribile. Quando ti raggiunge è l’estasi”.
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Questo stato di intenso piacere, gioia, di estasi amorosa, nel linguaggio dei mistici viene definito Samadhi, nome sanscrito che etimologicamente significa “unione con Dio”. San Paolo lo descrisse come l’unione dell’io e del “non io”, di soggetto e oggetto, nell’alchimia viene rappresentata come “nozze sacre” e appare come elemento di congiunzione anche nel linguaggio simbolico dei Rosa-Croce e in tutti i simboli sacri. Chi la vive, questa esperienza, si sente costretto a domandarsi appassionatamente, forse per la prima volta nella vita: “cos’è la verità?” Nel samadhi la verità emerge attraverso la rinuncia a tutte le forme, e l’accesso diretto al solo Significato. Questa particolare apparizione di solito viene ritenuta Dio.
E’ impossibile spiegare ciò che accade in quanto siamo abituati a usare i termini di una filosofia duale e egocentrica per spiegare i particolari di una esperienza il cui elemento principale è la congiunzione degli opposti e l’eliminazione dell’ego, quindi solo l’esperienza può metterci in grado di comprendere. Solo vivendolo possiamo finalmente capire il processo attraverso il quale si incomincia con il mandare via i pensieri durante la meditazione e si arriva fino alla distruzione del senso dell’individualità e possiamo confermare per la prima volta ciò che persino i maestri del linguaggio non sono in grado di descrivere, e che in precedenza sapevamo soltanto: che possiamo incontrare la nostra vera essenza (il Sé) solo dopo che ci siamo del tutto cancellati. L’esperienza dell’Eterno, sostengono gli iniziati, è semplicemente l’esperienze di ciò che siamo e qualsiasi cosa sia l’Eternità, è qui e ora.
In ambito mistico-spirituale l’elaborazione dell’esperienza di “immersione nelle acque scure del mare cosmico”, descritta da Neumann, avviene sul terreno del dogma o del simbolismo della religione di appartenenza e la “rinascita” acquisisce così il significato di una conversione o di una “rivelazione”. Molti mistici parlano di un’identità che si espande ben oltre i confini del loro corpo e che abbraccia l’intero cosmo e lo stato di estasi che accompagna questa espansione della coscienza, il samadhi, viene descritto come un’unione d’amore con l’essenza delle cose.
Per Richard Bucke, psichiatra e studioso del potenziale evolutivo di questi stati non ordinari di coscienza, così come per Boehme, mistico, l’illuminazione ed il rapimento estatico consentono una consapevolezza di se stessi e una comprensione intellettuale di diversa qualità, e un senso di relazione d’amore con una pura presenza viva. Questo nuovo tipo di conoscenza viene definito da Bucke “coscienza cosmica” . Possiamo dire che questo tipo di esperienza è una delle fonti principali della creatività e del pensiero e nasce dall’impulso a esprimere e comunicare l’ineffabile che essa contiene. Wilber descrive tutto ciò con le seguenti parole:
“È come se si svegliasse da un lungo sogno confuso per scoprire ciò che sapeva sin dall’inizio: egli, il sé separato non esiste e il suo vero sé, il Tutto, non è mai nato e mai morirà” .
Iniziazione
Immaginiamo una goccia d’acqua dolce rinchiusa in una pellicola e gettata in mare. Finché la pellicola non sarà spezzata, la goccia conserverà la propria natura ma se la pellicola si rompe, dove si troverà la nostra goccia d’acqua nell’immensità del mare?
Una leggenda buddista ci racconta la storia di una “bambola di sale” che voleva capire cosa fosse il mare. Il mare allora la invita a toccarlo e sciogliendole le dita le spiega che ha offerto qualcosa per iniziare a capire. La bambola decide di continuare ad immergersi nel mare e nella misura in cui avanzava si sentiva sempre più impoverita di una parte di sé, ma aveva sempre di più la sensazione di capire meglio. Soltanto quando l’ultima onda inghiottì ciò che restava di lei, nell’istante in cui scompariva, dissolta nell’onda che la travolgeva, comprese finalmente cosa fosse il mare. – Sono io! – esclamò, e questo fu il suo ultimo sussurro.
Queste sono tipiche descrizioni introduttive all’approccio psicologico orientale: per il pensiero orientale ogni elemento di un individuo è sterile e privo di significato, fino a quando non si realizza nella sua controparte, la Totalità (il macrocosmo-mare). Per la visione esoterica separare se stesso dagli altri significa distruggersi ed il modo per espandere se stesso e realizzare la completezza consiste nel dissolvimento dell’io, nella trascendenza del senso di separazione dal resto del mondo.
Nella psicoanalisi classica questa idea, il concetto di “morte dell’ego”, così caro alle tradizioni orientali non viene mai contemplato. Per la psicoanalisi l’ego è associato all’abilità di rapportarsi “adeguatamente” alla realtà – che viene stabilita come ciò che percepiamo attraverso i cinque sensi - e di “funzionare” in modo soddisfacente nella vita quotidiana. Quindi va rafforzato e consolidato in contrasto con quanto sostengono le varie religioni orientali e gli ordini iniziatici che invitano l’individuo ad andare oltre il confine egoico, ad abbandonarlo e trascenderlo. Condividere la prospettiva della psicoanalisi significa aborrire la morte dell’ego – morte questa che, stando alle tradizioni orientali, apre la porta d’ingresso verso l’esperienza più elevata della natura umana - e “resistere” quindi al movimento vitale ed evolutivo della psiche.
Roger Bastide, studioso della trance, della follia e in particolare dei riti di possessione così si esprime al riguardo:
“…ciò che ci impedisce di raggiungere la surrealtà è il nostro io plasmato dalla società; occorre farlo saltare ed il sogno è la carica di dinamite che libera le cose della costrizioni della realtà per ridonare loro la sovranità, per disalienarle, potremo dire, dal loro sfruttamento da parte del nostro io colonialista, poiché il nostro io non considera il mondo che come oggetto di sfruttamento e di dominio” .
La malattia dell’uomo moderno espressa da Bastide è la brama di potere nei confronti del mondo senza essere capace di diventare lui stesso il mondo. Un grave errore di valutazione, un “peccato” nel senso greco di “mancare il bersaglio” per il quale l’ego invece che morire per “essere” tutto il mondo finisce per gonfiarsi a dismisura nel tentativo di “possedere” il mondo.
Tra le due posizioni estreme, quella della psicoanalisi classica e quella di Bastide o della filosofia zen che sostiene che l’uomo (o la sua identità mondana, cioè l’ego o ciò che lui crede di essere) deve morire per poter vivere, si colloca Bion che parla di un “conflitto etico” e della psicoanalisi come di una disciplina che può essere praticata da uno psicoanalista che si è sottoposto con “rigore iniziatico” a questo apprendimento e che possa tollerare il terrore della follia che un simile approccio inevitabilmente suscita. L’approccio terapeutico di Bion che prevede l’astensione dalla percezione sensoriale (senza memoria, senza sapere, senza desiderio) ricorda i suggerimenti dello yoga e le varie forme di meditazione praticate in oriente, ma ricorda anche il pensiero di Jung che auspica il superamento della catastrofe psichica attraverso la “congiunzione delle opposte parti di sé”.
L’eccessiva importanza data all’egocidio in molti contesti spirituali-iniziatici, come quelli orientali per esempio, rischia però di trascurare un elemento fondamentale, cioè che questo termine indica un evento volontario. La morte “iniziatica”, attraverso la quale si giunge ad un’autentica trasformazione, arriva molto spesso non chiamata né desiderata, è qualcosa che accade “malgrado noi stessi” attraverso esperienze che vengono definite da Stanislav Grof “emergenze spirituali” ed è soprattutto un “ego forte” quello che, in un certo senso viene “chiamato”, ad affrontare una simile prova: un processo autonomo e archetipico messo in atto dalla nostra psiche, dallo spirito-natura in noi che deve rinnovarsi ed evolversi attraverso periodici cicli di morte e rinascita.
Se è vero, come sostengono filosofi e iniziati, che l’uomo è una raffigurazione del mondo intero, non c’è nulla nell’essere umano che non esprima in qualche modo una relazione con il “grande cosmo”. Egli può imparare quindi a valutare ogni cosa come futile o importante secondo il nesso che riesce a intravedere tra esse e una dimensione molto più ampia, una dimensione “cosmica”. La realtà va quindi molto al di là di quanto riusciamo a percepire con i nostri cinque sensi, è molto più complessa e profonda di quanto siamo abituati a credere e questo ci porta molto vicino al pensiero di Steiner, il quale sostiene che grazie alla trasformazione del proprio mondo interiore l’uomo ha in sé la facoltà di vedere oltre, di percepire l’eterno che vive in ogni cosa e di agire quindi nel senso dell’ordine universale, traendo dall’eterno che vive in lui la direzione da imprimere all’azione.
Soltanto quando la persona riesce a intuire i legami che uniscono gli eventi della propria evoluzione interiore a quelli dell’umanità può accedere ad una più profonda consapevolezza di sé ed a rendere luce a simboli o frasi, altrimenti misteriosi. La vita acquisisce Significato nella misura in cui la persona riconosce la propria appartenenza alla Totalità, e nella misura in cui riesce a comprendere che il singolo non è che una forma individualizzata della spiritualità da cui il mondo è compenetrato. Per Steiner l’uomo si metamorfosa così all’infinito, entrando dentro l’essere di ogni cosa per contemplarla, comprenderla e viverla “dal di dentro”.
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Quando lavoriamo con gli stati non ordinari di coscienza (stati olotropici), dobbiamo aggiungere alla cartografia dell’inconscio tratta dalla visione psicologica tradizionale un’ulteriore dimensione della psiche definita con il termine “transpersonale” che significa letteralmente ciò che va oltre, che trascende il biografico, il personale.
Negli stati di coscienza olotropici possiamo fare esperienza di eventi o situazioni che la nostra civiltà con la sua visione cartesiana e materialistica del mondo non considera “reali”, possiamo, per esempio, viaggiare in mondi mitologici o fiabeschi, incontrare divinità, demoni, esseri mitologici, etc. Possiamo anche vivere episodi provenienti della vita dei nostri antenati o identificarci con entità archetipiche o con qualsiasi aspetto della natura sia esso umano, animale, vegetale etc. Il processo morte-rinascita così come viene vissuto nelle sedute di psicoterapia esperienziale implica molto di più che il semplice rivivere la nascita biologica: è un momento di transizione estremamente drammatico attraverso il quale si può attingere ad una diversa “qualità” di energia psichica e dell’esperienza soggettiva. Durante gli stati olotropici la coscienza individuale può raggiungere la sua massima espressione, trascendere ogni barriera e identificarsi con la Coscienza Cosmica o Mente Universale così come viene descritta nella letteratura spirituale. Le esperienze che emergono durante questi stati non ordinari di coscienza appartengono allo stesso “continuum” delle esperienze biografiche e perinatali e quindi scaturiscono dalle profondità della psiche individuale, ma allo stesso tempo sembrano provenire direttamente da fonti di informazione al di là della normale mediazione dei sensi e dell’esperienza biografica. Tutto ciò conferma l’ipotesi junghiana secondo la quale, al di là dell’inconscio individuale freudiano, possiamo contattare e attingere al patrimonio culturale dell’umanità intera contenuto nell’inconscio collettivo.
Le nuove ricerche sulla coscienza e la psicoterapia esperienziale hanno gettato nuova luce sui temi della spiritualità e delle religioni ed hanno restituito alla psiche umana la sua “dimensione cosmica”. La spiritualità e la “numinosità” sembrano essere una proprietà intrinseca della dinamica profonda della psiche così come descritto da Jung. Ogni volta che il processo di autoesplorazione esperienziale raggiunge il livello transpersonale della psiche ciò porta al risveglio della spiritualità e segna l’inizio di un percorso “mistico”.
Estinzione di massa, la morte di tutti noi
Di quando in quando, la terra vede la morte collettiva degli esseri viventi. Fino a circa duecento anni fa gli uomini non avevamo la minima idea che questo fosse mai accaduto o potesse accadere ancora. Non c’è mai stata consapevolezza di questo, della possibilità di un’estinzione di massa, in nessun precedente periodo della storia umana. Nell’anno 2007 il Museo di Storia Naturale degli Stati Uniti d’America fece un sondaggio tra i biologi, i quali venivano chiamati a rispondere alla seguente domanda: “Ci troviamo in un processo di un’estinzione di massa?”. Il settanta per cento rispose di sì .
Un’estinzione di massa è quindi la definizione di quello che sta accadendo nel nostro pianeta. Le cifre sono le seguenti: circa venticinquemila specie si estinguono ogni anno. Nel caso in cui l’attività umana fosse diversa, o se non esistessero gli esseri umani, una sola specie si estinguerebbe ogni cinque anni. Questo significa che abbiamo velocizzato il tasso d’estinzione in progressione esponenziale, qualcosa come da cento a mille volte. Ho appena sentito al telegiornale che sono stati riscontrati episodi di cannibalismo tra gli orsi polare dovuto alla scarsità di cibo, siamo bombardati quotidianamente da questo genere di notizie.
Stiamo assistendo quindi ad una catastrofe lenta ma inesorabile come quella che portò via i dinosauri circa sessantacinque milioni d’anni fa. La differenza, questa volta, è che siamo noi i responsabili di questo evento. Ci risulta però difficile sentire e comprendere ciò che sta accadendo perché questa è una consapevolezza che riguarda l’intero pianetta e richiede “una visione d’insieme” mentre i nostri sensi sono stati abituati e si sono sviluppati per trattare e interagire con le cose a portata di occhio e di mano e non è facile percepire tutto ciò che riguarda la totalità.
Le promesse allettanti, implicite nello sviluppo scientifico e tecnologico esplosivo del ventesimo secolo, hanno portato l’uomo moderno ad allontanarsi sempre di più da questa “visione d’insieme” – dall’antico Dio, lo possiamo dire - a bandirlo dalla propria vita insieme alla dimensione trascendente dell’esistenza, ed a sostituirla con il mondo tangibile, misurabile, materiale proposto dalla visione scientifica. Oggi ci comportiamo davvero come onde che si sono dimenticate che sono il mare. Se dal punto di vista esteriore le immense conquiste del secolo scorso hanno migliorato vistosamente la qualità della vita, per quanto riguarda la visione d’Insieme, la ricerca interiore e del Significato dell’esistenza è come se ci fossimo arenati: questo sviluppo esponenziale non fu accompagnato da un’adeguata “consapevolezza” ed evoluzione etica che andasse di pari passo con tali grandi conquiste. La scienza si rivelò “limitata” e deludente rispetto alle aspettative di “un mondo migliore”, di un’evoluzione umanistica, di una trasformazione qualitativa della umanità. Mai nella storia delle conquiste tecnologiche gli uomini hanno tratto tanti vantaggi dai progressi della scienza come nei giorni nostri, così come mai sono stati tanto diffidenti nei suoi confronti.
Di conseguenza, il Dio abbandonato in favore dei promettenti traguardi dell’era illuminista è ritornato, vendicativo, dal buio profondo delle nostre anime pretendendo ciò che non gli fu spontaneamente offerto, sotto forma di “malattie”, come sostiene James Hillman. O di “pulsione mistica” come afferma Stanislav Grof.
Il matematico e cosmologo Brian Swimme nei suoi libri racconta la storia dell’universo nella speranza che una visione più ampia di ciò che ci circonda ci trascini oltre la miopia della nostra limitata percezione ordinaria del mondo e di noi stessi. L’universo così come percepiamo attraverso i sensi è solo una frazione infinitesimale di ciò che possiamo conoscere indirettamente, per vie diverse da quella sensoriali. Per Swimme l’universo è una fonte inesauribile “radiosa e sfolgorante” di conoscenza e di rivelazione.
Contemplare il cosmo in tutta la sua infinitezza e perfezione ci ispira quella meraviglia e stupore, quel piacere estatico che dischiude la nostra anima all’evento mistico. Swimme, che è particolarmente interessato al potenziale unico del nostro momento presente, sostiene che ora è il momento nel quale l’universo può diventare conscio di se stesso attraverso l’evoluzione delle capacità riflessive della consapevolezza umana. La storia dell’universo, raccontata attraverso le infinite dimensioni di spazio e di tempo, sottolinea ancora lo studioso americano, è la storia più autentica e più profonda di noi stessi.
La natura e il fenomeno umano sono un processo continuo anche se non sempre ci appare chiaro in che modo gli eventi sono connessi tra loro. La nostra coscienza, per esempio, dipende dalle proprietà del protoplasma, la cui esistenza dipende dalle innumerevoli condizioni di vita tipiche del nostro pianeta che a sua volta è determinato dall’equilibrio e dalle influenze dell’intero universo, sostiene il matematico-cosmologo americano. Possiamo allora affermare che la nostra coscienza è connessa con le galassie più remote. In questo momento così significativo della nostra attuale crisi planetaria, possiamo quindi, con Swimme, iniziare consapevolmente a “reinventare l’umano come una dimensione dell’universo emergente” ed evolvere verso un modello di umanità nel quale tutto sia profondamente connesso.
Siamo incatenati all’effimero, ci racconta il mito, l’aquila ci rode e “soffriamo le ali”, come direbbe Guimarães Rosa, ma riusciamo appena a intuire il volo. La difficile battaglia che siamo chiamati a combattere avrà luogo, questa volta, nelle profondità del nostro mondo interiore – dello spazio profondo - o dell’universo emergente in noi, come direbbe Swimme.
Nei miti il padre divino dell’eroe interviene in suo aiuto nelle situazioni decisive come quella che sta avvenendo ora: una guerra archetipica tra divinità. Ed è proprio là dove soggetto e oggetto si uccidono a vicenda, che l’eroe, come Parsifal, conquista la sua lancia e prosegue nella ricerca della radice segreta di sé stesso.
Abstract
Se chiediamo a qualcuno di indicarci dove si trova la natura o ad un credente dove si trova Dio, tutti punteranno il dito verso qualcosa fuori, fuori dalla porta, dalla finestra, o dalla città, non importa, fuori di se stessi. Questo gesto esprime l’illusione, la percezione di base che in filosofia viene chiamata dualità e che segna la nascita dell’attuale stato di coscienza. Segna anche l’inizio, secondo alcuni, di tutta la sofferenza umana. Questa obiettività, condizione primaria del metodo scientifico, esasperata, arriva persino all’eliminazione del soggetto stesso come sottolinea Edgar Morin.
In fondo alla sofferenza dilagante intorno a noi, troviamo in ogni essere umano la nostalgia di una felicità completa, assoluta, eterna che è simbolizzata nella genesi con il mito del “paradiso perduto”. La cerchiamo disperatamente, questa felicità, la cerchiamo fuori di noi stessi, sicuri che esista da qualche parte, in un luogo perduto: la cerchiamo, invano, nell’innamoramento, nel matrimonio, nel potere e nella ricchezza, nella droga, in una ideologia, nella religione… Questa sofferenza e questa vana e disperata ricerca di completezza viene definita in ambito transpersonale la “sindrome del paradiso perduto”.
La “sindrome del paradiso perduto” nasce da un miraggio, da un inganno fondamentale: dall’illusione della separatezza che fa si che percepiamo noi stessi separati dal resto del mondo e sta alla base di quella che viene definita “la malattia dell’uomo moderno” che è la brama di potere nei confronti del mondo senza essere capace di diventare lui stesso il mondo. Un grave errore di valutazione, un “peccato” nel senso greco di “mancare il bersaglio” per il quale l’ego invece che morire per “essere” tutto il mondo finisce per gonfiarsi a dismisura nel tentativo di “possedere” il mondo. La nostra epoca ha portato fino alle ultime conseguenze questa separazione tra l’ego razionale e l’unità primordiale tra Spirito e Natura ed è caratterizzata soprattutto da questa perdita, dalla perdita della “participation mystique”.
L’autrice in questo articolo analizza in particolare quello stato di coscienza definito Samadhi, nome sanscrito che etimologicamente significa ”unione con Dio”, in cui la dualità svanisce e l’individualità separata viene dissolta. Nel samadhi la verità emerge attraverso la rinuncia a tutte le forme, e l’accesso diretto al solo Significato, esperienza questa che di solito viene ritenuta un’unione con Dio e rappresenta il vero e proprio spartiacque tra la psicologia occidentale e i grandi sistemi psicologici orientali.
La più radicale e più drastica di tutte le morti, la Morte che uccide la morte e apre le porte all’estasi e alla libertà di una coscienza più vasta, ci ricongiunge al paradiso perduto e va ben oltre le morti “minori” di aspetti parziali della nostra personalità che accompagnano il nostro percorso evolutivo. La “morte dell’ego” scuote tutti i punti di riferimento, sottrae la terra sotto i piedi e fa apparire all’orizzonte “il mondo degli dei”.
Death which kills Death. At the Border Line of the Ego, between East and West
When we pose the question as to where we might find nature, or ask a believer where we might find God, the general tendency is usually to indicate something outside – outside the door, the window, the city. In any case, outside themselves. This is the expression of the illusion, the basic perception, which in philosophy is called duality and marks the birth of the present state of consciousness. It is also the source, according to some, of all human suffering. This objectivity – primary condition of the scientific method – when pushed to the extreme, reaches the point of eliminating the subject himself, as Edgar Morin observed. At the basis of the increasing suffering around us, we inevitably find the nostalgia for a complete, absolute and eternal happiness which is symbolized in Genesis in the myth of the “lost paradise”. We desperately search for happiness outside ourselves, certain that it exists somewhere, in a lost place: we search for it – in vain – in love, in matrimony, in power, in wealth, in drugs, in ideology, in religion. This suffering and this vain and desperate search for completeness is defined in the transpersonal sphere as the “lost paradise syndrome”. The “lost paradise syndrome” is created by a mirage, a basic deception: by the illusion of separateness which results in our perceiving of ourselves as separate from the rest of the world and which is the source of what is called “ the illness of modern man”; that is, the lust for power in relation to the world without being able to become truly himself the world. A serious error in evaluation, a “sin” in the Greek sense of “missing the target”, in which the Ego, instead of dying to “be” the entire world, ends up puffing itself up out of all proportion in the attempt to “possess” the world. Our epoch has seen the final consequence of this separation of the rational Ego and the primordial unity of Spirit and Nature, characterized above all by this loss – the loss of the “participation mystique”. In this article, the author analyses that state of consciousness called Samadhi – Sanskrit for “union with God” –, in which duality disappears and separated individuality is dissolved. In Samadhi the truth emerges through the renouncing of all the forms and the direct access to the only significance, an experience usually considered a union with God and represents the true dividing line between western psychology and the great Oriental psychological systems. The most radical and drastic of all the forms of death – the death which kills death and opens the door to ecstasy and freedom of a broader consciousness –, unites us once more with the lost paradise, going well beyond the “minor” deaths of a partial aspect of our personality accompanying our evolution/progress. The “death of the Ego” challenges all points of reference, moves the earth under our feet and makes the “world of the gods” appear on the horizon.