Virginia Salles, psicoterapeuta - Roma.

Fame d’aria.
La psicologia di José Angelo Gaiarsa tra corpo e spirito

Estratto
Virginia Salles, Roma

 

Sul retro della copertina del libro “Respirazione angoscia e rinascita” di José Angelo Gaiarsa, psichiatra e psicanalista brasiliano di formazione junghiana-reichiana, troviamo il seguente riassunto del testo:

Nessuna costituzione
E nessuna rivoluzione
Mai hanno pensato di garantire agli uomini
Il Diritto di Respirare.

Nessun diritto è più necessario,
in quanto viviamo tutto il tempo soffocandoci gli uni con gli altri,

Tu mi soffochi:
- Ogni volta che non posso dire a te quel che faccio
quel che sento e quel che penso.
- Ogni volta che devo controllare la mia voce e i miei gesti,
per far sì che tu non percepisca le mie intenzioni.
- Ogni volta che devo giustificare ciò che faccio dinanzi al mio
Giudice interiore – che sei tu.
- Ogni volta che reprimo i miei desideri perché tutti vigilano su tutti,
perché nessuno faccia quel che tutti vorrebbero fare e che sarebbe bene che tutti facessero:
amare, cantare, ballare…

La mia vendetta è fare lo stesso con te.
Per questo viviamo tutti soffocandoci,
e mai si è pensato di garantire a tutti il diritto di respirare.
Noi ci neghiamo il più fondamentale dei diritti: il diritto di vivere.
Per questo viviamo soffocati, angosciati, infelici.
È necessario rinascere, è possibile rinascere.

Questo è il riassunto del libro che hai tra le mani.

In questo suo interessante libro Gaiarsa pone al centro dell’attenzione l’apparato respiratorio con i suoi organi e analizza la respirazione nella sua intima relazione con il vissuto emotivo e nel suo significato più ampio di momento di congiunzione, nell’uomo, tra corpo fisico e spirituale. Il desiderio e le emozioni pulsano dentro al petto e, se non respiriamo liberamente, il cuore non può sentire né desiderare, rimane oppresso. “L’esperienza viva” è quindi cardiopolmonare, in quanto polmoni e cuore sono intrinsecamente collegati e la loro funzione primaria è una sola: assorbire e distribuire l’ossigeno e con esso “spirito e vita”, in tutto il corpo.

Respirazione e angoscia

La respirazione è una funzione biologica sempre urgentemente necessaria. La mancanza di respirazione già dopo pochi secondi diventa molto angosciante e molto rapidamente insopportabile. Possiamo stare ore senza realizzare le altre funzioni biologiche come il mangiare, il bere, la sessualità o il sonno…senza provare ansietà o sconforto e meno che mai la sensazione di morte imminente che è collegata all’asfissia. Ogni cosa che stringe la respirazione è immediatamente sentita come una minaccia diretta alla vita e quindi come angoscia. La parola angoscia significa angusto, “ristretto” e l’unico posto dove restrizione può significare morte è il polmone. Quando si respira poco, anche se non viene percepito chiaramente, la persona sa, istintivamente, che la sua vita è minacciata. Ogni interruzione respiratoria è vissuta dall’organismo come una minaccia vitale, questo sentimento/sensazione è l’angoscia. La restrizione respiratoria non “produce” angoscia, ma “è angoscia”.

Per Moreno “ogni angoscia è la paura di entrare in scena”. E Perls sostiene che “ogni angoscia è la paura di entrare, di compromettersi, di attuare”. L’eccitazione/emozione è una preparazione biologica per il cambiamento, il corpo si prepara a entrare in una nuova situazione. Se conteniamo o paralizziamo la respirazione, viene contenuto l’impulso spontaneo ad attuare, e trasformiamo il desiderio in angoscia.

È necessario ascoltare, sentire cosa accade con la respirazione quando siamo angosciati: la cassa polmonare non si espande o si espande in modo insufficiente o inadeguato, il nostro torace si chiude sopra e contro i polmoni. È il nostro torace che non “vuole” o non riesce a respirare. In poche parole, siamo noi che asfissiamo noi stessi. L’impulso è sempre un movimento viscerale; la resistenza, “quello che stringe”, è sempre un insieme di tensioni muscolari. Secondo Gaiarsa è molto importante per un terapeuta riuscire a percepire questi conflitti e queste tensioni, a vederli nel proprio corpo e negli altri, abbiamo l’abitudine di ascoltare troppo e vedere troppo poco.

Qualcosa ci stringe e ci angoscia quando siamo limitati, stretti nelle nostre possibilità di espressione; quando ci vengono imposti modelli, formule o principi, quando è ristretta la libertà. Parole come anelito, struggimento, logorio…significano “un desiderio che non respira bene”, un desiderio “che stringe”, un desiderio imprigionato…un’ispirazione impedita. Come già diceva Freud tutte le aspirazioni contenute così come tutti i desideri che non si realizzano si trasformano in “una stretta”, cioè in ansietà o angoscia.

Tutta l’angoscia nasce da un desiderio o da una necessità di compiere un’azione, prendere una decisione o assumere un atteggiamento, che io non compio, non prendo, non assumo; può essere comparata alla situazione di un automobilista che simultaneamente affonda i piedi nell’acceleratore e nel freno. Non posso (o non devo) fuggire, scappare via, piangere, esprimere la mia rabbia o il mio amore. La preparazione organica si blocca, e le contrazioni muscolari e viscerali che accompagnano questa preparazione dell’organismo all’azione si irrigidiscono. È così che nascono le corazze muscolari del carattere descritte da Reich…e il cuore rimane stretto, chiuso, oppresso…e accelera per alimentare una grande risposta organica che non avviene. È questo il fondamento di tutta la patologia psicosomatica.

Non conosciamo la causa della maggior parte dell’ansietà e dell’angoscia che proviamo: essa viene rimossa dai pregiudizi. Un esempio: “odio mio padre”. Immaginiamo un padre severo con la famiglia riunita a tavola…o l’arrivo a casa di un padre violento o alcolizzato…il che produce immediatamente un’ansietà collettiva… tutti i membri della famiglia iniziano a respirare meno…Davanti ad una madre “congelatrice” nessuno respira in modo sufficiente, perché non si può provare alcuna emozione: è proibito. Poche persone riescono ad immaginare per esempio che un bambino può provare paura della madre…L’educazione diventa qualcosa di perverso quando, invece di controllare il comportamento, si controlla l’emozione: invece di un “non puoi fare…questo o quello”, un “non puoi sentire…”. Ci sono alcune emozioni che “non si debbono sentire”. Come sostiene Gaiarsa “tutti vigilano e controllano tutti…questa è l’ansietà del mondo, quella di tutti e di ognuno”.

Esempi di alcune malattie interpretate da Gaiarsa dal punto di vista psicosomatico: ( un’ipotesi che non esclude altre interpretazioni)

Ulcera: (mordere dentro), dato che non posso mordere l’altro veramente.

Cancro: dopo anni di imprigionamento, la persona si fa, si trasforma in prigione. Rinuncia a vivere perché vivere non vale la pena.

Diarrea: “lasciami fare almeno qualcosa…”.

Vomito: “lasciami liberare di questa amarezza, disperazione, voler fare e non poter fare”.

Infiammazione della gola: “Non posso dire ciò che vorrei, né gridare”.

I casi clinici dimostrano che la respirazione può subire alterazioni considerevoli a causa di situazioni relazionali oppressive o esperienze infelici e traumatiche, molte disfunzioni respiratorie croniche hanno questa base. Queste esperienze il più delle volte sono vissute nell’ambito delle relazioni familiari, essendo la famiglia la più frequente e potente causa di stress e inibizioni respiratorie, ambito della “lunga durata” e dal quale molto spesso non si può fuggire. All’interno della famiglia alcuni si esprimono troppo, altri troppo poco e altri ancora non si esprimono mai e vivono in uno stato di apnea perenne. Secondo Gaiarsa si può e si deve parlare di repressione respiratoria.

Lavorare con il respiro

La ricerca e la pratica terapeutica occidentale si è attualmente riconciliata con alcuni metodi ispirati alle tecniche tradizionali dell’Oriente e ha approfondito lo studio dei molteplici effetti della corretta respirazione volontaria, non soltanto sui polmoni ma sull’intero metabolismo dell’organismo umano. È stato, in un certo senso, “riscoperto” il potenziale trasformativo della respirazione in ambito terapeutico e molti ricercatori hanno sviluppato svariate tecniche che la utilizzano secondo diverse modalità. Gaiarsa propone una forma di terapia basata sui principi bioenergetici della respirazione, molto simile alla respirazione olotropica di Grof. A differenza di Grof, che sottolinea l’aspetto di sviluppo psicologico e spirituale, Gaiarsa offre però una visione più pragmatica e focalizza l’attenzione sull’aspetto biologico e psicosomatico, parallelamente a quello dello sviluppo psicologico.

Il primo dei sacramenti cattolici, il battesimo, simbolizza la rinascita: la morte dell’uomo vecchio, l’uomo del potere e dell’oppressione e la nascita dell’uomo nuovo, l’uomo dell’amore, della sensibilità e della cooperazione. La sua essenza consiste nel “passaggio attraverso l’acqua”, nella morte per asfissia, nell’affogamento. Nella sua forma originale (praticato dagli Esseni) il battesimo consisteva nell’immersione forzata del battezzando nell’acqua, il che lo portava vicino alla morte per soffocamento. Perciò senza la riemersione nell’acqua, ossia il ritorno all’utero e la conseguente rinascita, non nasce l’uomo nuovo.

Leboyer, che aveva rivissuto la sua nascita in India, propone un nuovo modo di nascere (nascere sorridendo) e Leonard Orr, uno dei primi a sviluppare la respirazione come mezzo di rinascita psicologica, cerca di raggiungere attraverso una maggiore ossigenazione dell’organismo l’apparire dei segnali e movimenti che ricordano quelli del bambino appena nato o ancora quello di un feto dentro l’utero: quando questi segnali occorrono, e occorrono spesso, si mette in atto una specie di dramma nel quale vengono ripetuti i procedimenti del parto.

Questo tipo di esperienza favorisce una maggiore potenza e libertà respiratoria, ideale difficile da raggiungere, ma segnale sicuro dell’assenza di qualsiasi repressione emotiva. Quando si accompagna una persona che respira, qualsiasi cosa emerga deve essere accolto e accettato per assecondare quella tendenza naturale nell’organismo al raggiungimento di un maggiore equilibrio e armonia (il guaritore interno di Grof), a “cercare” la libertà respiratoria facendo emergere gradualmente tutti i blocchi o impedimenti che la ostacolano. Durante l’esperienza il ritmo respiratorio deve essere mantenuto, dobbiamo attraversare l’esperienza, qualsiasi cosa succeda. In seguito, durante la fase di elaborazione e condivisione, l’attenzione va a ciò che è stato sperimentato durante la sessione di respirazione, espresso graficamente attraverso un disegno fatto all’interno di un mandala e verbalmente al gruppo dei partecipanti. Quando iniziamo a prendere coscienza della respirazione, percepiamo immediatamente una certa sovrapposizione dell’automatismo con la volontà, dell’inconscio con la coscienza, del viscerale con l’ego. Tra i terapeuti si usa dire a proposito di un problema, malessere o sintomo: “respiri questo”.

Attraverso la respirazione possiamo influenzare il livello di energia della personalità. Quando si respira più del solito, l’inconscio guadagna forza ed invade la muscolatura allo scopo di muovere la persona nella direzione del desiderio (anche se paradossalmente molto spesso, nella clinica, si osserva un’intensificazione dell’inibizione). Questa modalità respiratoria agisce in senso contrario a ciò che facciamo abitualmente con le nostre emozioni, provoca un decongelamento emozionale, apre le porte chiuse e libera i vissuti emotivi rimossi, facilitando così non solo il ricordo ma la “ri-esperienza” e il conseguente “scioglimento” delle esperienze traumatiche, l’emergenza degli archetipi, la riattivazione di forme istintive di comportamento. Possiamo dire che, in un certo senso, ciò ci permette di attraversare il tunnel dell’angoscia viva ed uscirne fuori, appunto “rinati”. È impressionante, per chi non ha dimestichezza con certe manifestazioni, l’aspetto di “patio dei miracoli” o “terreiro de macumba” dell’insieme delle esteriorizzazioni dei vissuti che emergono durante questo tipo di esperienza.

Alla metodologia iniziale di questo tipo di terapia sono stati aggiunti molti elementi importanti tratti dalla psicologia reichiana. La psicologia di Reich è quella che meglio ci permette di comprendere le manifestazioni osservate quando si respira volontariamente, più del necessario, durante molti minuti, così come il parallelo tra queste manifestazioni e i conflitti inconsci relazionati ai complessi familiari. La sintesi del pensiero reichiano sulla respirazione potrebbe essere così espressa: la più vitale delle repressioni è quella respiratoria e a questa si associano tutte le altre, come se questa fosse il fulcro del groviglio delle nostre catene.

Quel che avviene in realtà durante questo tipo di esperienza è un’inibizione dell’inibitore: “é proibito proibire”. Da un lato inibisce tutte le esigenze sociali (la voce del coro, il collettivo) che ci sono impresse nell’anima dall’educazione, e dall’altro potenzia, dà forza al bambino interiore, al primitivo, alla nostra parte istintuale. Forse in certi momenti della vita la salvezza sta proprio nel ritornare bambini, come viene detto in un brano del vangelo. Quindi “disimparare”, liberarci di tutto ciò che ci è stato insegnato o imposto. Educazione nel nostro mondo a volte può significare repressione, controllo, restrizione del movimento, dell’affetto e persino dell’intelligenza. Riassumendo, possiamo dire che, attraverso il respiro, possiamo da una parte ridurre i nostri condizionamenti sociali, il nostro adulto (il normopata, il morto-vivo, come lo chiama Gaiarsa), attenuare la forza delle parole sulla coscienza, e la forza di tutti su ognuno, dall’altra possiamo sperimentare “l’esistere senza parole”, uno dei passi fondamentali della meditazione.

Alcuni autori insistono sul raggiungimento dell’estasi o l’illuminazione, esperienze definite da Grof “transpersonali”. Phil Laut e Jim Leonard, collaboratori di Orr e autori del libro Rinascimento, la scienza del Piacere Totale, affermano: “In verità solo il piacere e la felicità (l’estasi) sono repressi. Basta vedere animali salutari per capire che essere vivo è la felicità, il che rende comprensibile la leggenda del paradiso perduto”.

È importante cogliere il significato delle varie posture e modalità respiratorie. Secondo Reich, A. Lowen, Gaiarsa, tutte le posture sono psicosomatiche e sono allo stesso tempo una posizione fisica e psicologica, un “modo di stare nel mondo”, un “punto di vista”. Il male degli uomini è il “petto chiuso”, rigido, espressione, allo stesso tempo relativa sia alla postura sia ai sentimenti, che esprime, con forza, inaccessibilità emozionale, durezza, implacabilità. Diversamente il petto aperto e i polmoni pieni suggeriscono che “sono pronto per accogliere, espongo il mio cuore, mi abbandono, sono aperto, ho fiducia…”. È essenziale che la muscolatura respiratoria si mantenga elastica. La morbidezza e fluidità respiratoria favoriscono il sentire, il percepire e il vivere le emozioni, le più variate, le più forti e travolgenti e le più delicate.

Essere veramente vivi significa sperimentarsi, aprirsi, esporsi senza timore, interamente al flusso delle proprie emozioni. Siamo abituati a vivere a pezzi, separati dal fluire della vita; divisi dentro di noi e tra noi, siamo abituati alla paura di vivere e di sentire. Saper respirare, essere consapevole della propria respirazione, favorisce il collegamento con la vita interiore, produce un risveglio spirituale e una notevole vivacità dei sentimenti d’amore in senso ampio. Favorisce l’apertura del petto, nel profondo significato umano di questa espressione.