Virginia Salles, psicoterapeuta - Roma.

L’arte della psicoterapia

Lo spazio terapeutico come luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima

(Estratto)

 

L’arte che rende liberi                                                                                                                          

Fernando Pessoa, il grande poeta portoghese, che potrebbe essere definito un vero e proprio alchimista dell’anima, demiurgo, mago della parola, attraversò un travagliato percorso di ricerca interiore e di auto-esplorazione-espressione dal quale  scaturirono i famosi eteronimi: Alberto Caieiro, Riccardo Reis, Alvaro de Campos e Bernardo Soares - personaggi che appartenevano all’avanguardia culturale portoghese e che si muovevano disinvolti in questi ambienti come se fossero personaggi viventi dai contorni definiti, ognuno corredato di una propria biografia e riconoscibile per l’inconfondibile stile letterario. Pessoa definisce l’arte: “l’auto espressione che lotta per essere assoluta”. Frase questa che potrebbe essere riproposta in relazione al percorso esistenziale di un analizzando e lo svilupparsi della “sua arte”, e di arte in questo caso possiamo proprio parlare: l’arte di decodificare l’indicibile attraverso la magia alchemica delle parole. Parole che ri-nascono dalle profondità dell’essere, vitalizzate di nuovo spirito, parole che portano caos, mettono scompiglio, ma che rendono palpabili, nell’aria impalpabile, l’essenza indelebile. L’arte di “sgombrare le sovrastrutture” per fare emergere l’anima, un’arte che Aldo Carotenuto paragonava alla “scultura”, un’opera da realizzare a “quattro mani”, o meglio a “due cuori”, tra il terapeuta e l’analizzando.
E sottolinea ancora Pessoa:

“La finalità ultima dell’arte non è piacere,la finalità ultima dell’arte è elevare”.

L’artista russo Kandinskij, creatore della pittura astratta, esprime nelle sue opere lo strettissimo legame che riesce a intravedere tra l’opera d'arte e la dimensione spirituale. L'arte, per questo suo autorevole rappresentante, “oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”. Il colore, per Kandinskj, può avere due possibili effetti sullo spettatore: un effetto fisico, superficiale, basato sulla percezione sensoriale e un effetto psichico dovuto alla vibrazione spirituale attraverso cui il colore raggiunge l'anima: il colore “ha un odore, un sapore, un suono”. Il rosso, per esempio, esprime dolore, ma non tanto per un'associazione di idee (il colore del sangue), quanto per le sue intrinseche caratteristiche, per il suo "suono interiore". Kandinskij per spiegare l'effetto del colore sull’anima utilizza una metafora musicale: il colore è il tasto, l'occhio è il martelletto, l'anima è un pianoforte di infinite corde. La composizione di un quadro, secondo l’artista russo, non deve rispondere ad esigenze puramente estetiche ed esteriori, piuttosto deve essere coerente con una profonda necessità interiore, che l'autore chiama onestà. Il bello non è quindi ciò che risponde a canoni estetici ordinari e prestabiliti. Il bello è ciò che risponde a ciò che l’artista sente e vive come una necessità interiore.

Necessità interiore che in fondo all’anima appartiene a tutti noi in quanto, secondo Carotenuto, siamo tutti potenzialmente “artisti”. Ed è proprio attraverso la sofferenza che ci costringe a porci domande alle quali non possiamo rispondere se non ponendoci altre domande, che siamo in un certo senso “chiamati” all’auto-espressione ed all’evoluzione. Chiamati da “qualcosa” che sembra aver luogo altrove, fuori di noi, qualcosa che “feconda la nostra anima” e ci rende appunto “creativi”. Per Carotenuto come per Meister Eckhart creare significa dedicarsi alla dimensione sacra dell’esistenza: “la creatività è una scintilla del divino che dimora nella nostra interiorità”. (Carotenuto, 1991). Una scintilla che dimora in quel luogo di alterità, quell’aldilà dentro di noi che Rudolf Otto definisce “numinoso”, un luogo più reale della realtà stessa, un luogo futuro, presente nel presente, che usiamo chiamare sacro. Tutta l’arte in questo senso diviene arte-sacra, così come sacro è anche il temenos, lo spazio della terapia.

Dinanzi ad un’opera d’arte o all’ingresso di un luogo sacro, come per esempio un santuario in uso da secoli, molte persone fanno un’esperienza soggettiva comune: provano sentimenti di pace interiore e armonia quasi palpabili, rispetto reverenziale, timori e tremori come se l’aria che si respira in questi luoghi fosse stata impregnata oltre che della bellezza artistica, anche da tutte le proiezioni, emozioni, intenzioni, preghiere e significati che sono stati riversati da generazioni di visitatori che ne hanno calpestato il suolo, contemplato la bellezza, e “respirato” l’atmosfera.

Il terremoto dell’Arte.

Ma ciò che incanta allo stesso tempo sconvolge e scuote l’anima nelle fondamenta, spiazza. Difficilmente si osserva un capolavoro rimanendo gli stessi di sempre, distaccati e indifferenti. Qualcosa accade: inquietudine, panico, terrore, oppure sentimenti di unità, di espansione di sé, che favoriscono l’accesso ad una sorgente interiore di forza vitale. Nel bene o nel male, qualcosa accade.
Ma questo potere evocativo delle opere d’arte o del luogo “sacro” può rivelarsi, a volte, drammaticamente dirompente e destrutturante della personalità. E anche pericoloso. L’esperienza estetica può fare “ammalare” di una malattia tra le più nobili: “la sindrome di Stendhal” come l’ha definita Graziella Magherini (1989) nel suo omonimo libro riferendosi al famoso scrittore affetto da questo tipo di sconvolgimento psicologico dinanzi alla potenza dell’arte. Nel suo libro la Magherini racconta la sua esperienza di psichiatra a Firenze, città d’arte per eccellenza, con turisti stranieri  in preda a scompensi psichici scatenati dalla contemplazione di luoghi e opere appunto  di “eccessiva bellezza”:

“Molti dei nostri pazienti sono personaggi toccati dalla bellezza, ma gran parte di loro “selvaggiamente” ritiratisi da essa, rifugiati nella malattia, per l’impossibilità di tollerare la relazione appassionata con l’oggetto estetico, che affascina con le sue qualità formali, ma che suscita dolore per l’enigmaticità che sprigiona da esso e per i dilemmi che pone.”

La forza e la bellezza di un’opera d’arte o di un luogo accendono l’anima e entrano in risonanza con gli aspetti rimossi e conflittuali del nostro mondo interiore, riportandoli alla luce. Attraverso l’espressione artistica quindi, sia nei suoi aspetti di nobile bellezza o di erotismo, ma anche di dolore, angoscia, degrado, oppure di violenza, viene scardinata la nostra abituale percezione all'interno dell’angusto spazio della vita quotidiana e dei “confini dell’io” e aperta la via all'esplorazione di un universo oscuro, ricco di possibilità conoscitive, dove possiamo stabilire un contatto con il "totalmente altro" e confrontarci con il mistero dell'esistenza.
L’artista, per intima vocazione o  per personale ricerca della verità, è colui che è in grado di fare “dono totale di sé”, compreso tutto ciò che vorrebbe tenere celato agli altri in quanto fonte di dolore. É colui che denudandosi, rivela  attraverso l’opera gli strati più intimi del proprio essere, e  porta  in scena nel teatro della vita i suoi mille volti: i volti del desiderio, della disperazione e della paura, il ghigno della crudeltà, la sua agonia, la sua estasi e la sua divinità.
Grotowski, il grande riformatore e figura di spicco dell’avanguardia teatrale, a proposito dell’allenamento degli attori sostiene che “un metodo che non penetri fino all’ignoto è un cattivo metodo.” Secondo il maestro il “buon metodo” dovrebbe riuscire a integrare le energie psichiche e fisiche attraverso un atto di “auto-penetrazione” che per essere totale equivale  ad uno “stato di trance” e può essere realizzato solo attraverso il “dono totale”, umile e senza riserve di se stessi  da cui scaturisce una specie di “transluminazione”.
 L’arte con il suo linguaggio penetra fino alle pieghe più remote del nostro mondo interiore, là dove giacciono addormentati tutti quei contenuti carichi di energia connessi agli aspetti più estremi della vita e della morte, vere e proprie isole di angoscia, dolore e estasi, isole lontane dalla terra ferma della nostra coscienza abituale. L’emozione che si sprigiona attraverso l’espressione e la fruizione artistica può rivelarsi a volte troppo forte per essere contenuta ed elaborata e con la sua forza propulsiva scardinare difese (e certezze), insinuarsi negli abissi profondi dell’anima e svelare ciò che prima era ben nascosto _ nel vero senso di “togliere il velo” su ciò che soggiace alla nostra ordinaria percezione della realtà_ rompere equilibri precari ma comunque funzionali al nostro essere nel mondo, aprire squarci sull’oblio, dare scacco a tutte le nostre sicurezze abituali ed accedere fino al nucleo infuocato dell’essere.
Stanislav Grof definisce l’esperienza che può emergere da questo incontro una vera e propria “emergenza spirituale”, una profonda crisi psicologica nel doppio significato di “pericolo” e “opportunità”. Una crisi  che può rivelarsi un momento fecondo ed evolutivo, un momento iniziatico di profonda trasformazione interiore e apertura spirituale.
Per Friedrich Schiller (1793) è attraverso la contemplazione della bellezza che ci si incammina verso la libertà. Il poeta-filosofo tedesco definisce “lo stato d’animo estetico” uno  stato di coscienza  “integrato” attraverso il quale si può attingere alla fonte evolutiva dell’autoconoscenza e creatività. Nelle sue “Lettere sull’educazione estetica dell’uomo” datate 1793, e sorprendentemente attuali, Schiller ci offre una descrizione pregnante dell’uomo moderno, descrizione che trascende il momento storico e va molto al di là del tempo e del luogo in cui visse l’autore.

 La ragione si è purificata dalle illusioni dei sensi e da un’ingannevole sofistica, e la stessa filosofia, che per prima ci ha indotto alla ribellione contro la natura, ci richiama a gran voce e urgentemente nel grembo di essa. Da che cosa dipende se siamo ancora dei barbari?

Nella misura in cui ci identifichiamo con il nostro “io” separato, il mondo rimane “sdivinizzato” ed è attraverso l’opera d’arte che ci viene presentato l’elemento spirituale esistente dietro le cose del mondo. L’arte diventa così una specie di “processo risanatore” attraverso il quale viene offerta allo spirito invisibile la possibilità di rendersi visibile, di manifestarsi nella forma sensibile e di sottrarsi quindi alla sua esistenza d’Ombra: si percepisce  attraverso i sensi, ma proprio come se  nei sensi fluisse lo spirito. L’esperienza estetica quindi urge in quanto  necessità  vitale: come mezzo per rientrare in contatto con la totalità perduta, una sorta di antidoto all’alienazione contro il quale l’uomo moderno erige  barriere e oppone rigide resistenze.
 Secondo Schiller, attraverso la contemplazione di ciò che è Bello l’uomo si trova catapultato in quel luogo di  mezzo, nel quale alla ragione è concesso di introdursi nell’attività sensibile  e al sensibile di elevarsi ad un più alto grado di coscienza in modo tale che  esso operi come spirito. In questo modo, secondo l’autore, il vero artista è colui nel quale questa trasformazione si realizza, colui che si fa testimone dello spirito e  introduce il mondo spirituale nel mondo sensibile. Lo “stato d’animo estetico” favorisce quindi l’intima connessione della ragione con la realtà sensibile che si manifesta all’anima attraverso i sensi e introduce nella percezione e nell’azione nel mondo fisico un elemento spirituale che si rivela quale bellezza. Il bene allora diventa istinto in quanto assume il carattere della spiritualità, istinto che è ora in grado di “darsi la direzione da sé”.


Magherini Graziella, La sindrome di Stendhal, Ponte alle Grazie s.r.l., Milano, 2003, p. 173

Friedrich Schiller, L’educazione estetica, Aesthetica edizioni, Palermo, 2005, p. 11

 

Abstract

Ma ciò che incanta allo stesso tempo sconvolge, estranea, scuote l’anima nelle fondamenta, spiazza. Difficilmente si osserva un capolavoro rimanendo gli stessi di sempre, distaccati e indifferenti. Qualcosa accade: inquietudine, panico, terrore, oppure sentimenti di unità, di espansione di sé, che favoriscono l’accesso ad un sorgente interiore di forza vitale. Nel bene o nel male, qualcosa accade. L’emozione e la gioia che scaturiscono dalla contemplazione della bellezza ci riconducono ad una dimensione estatica di espansione e perdita dei confini, a quella dimensione del piacere, unione e fascinazione dell’originaria fusione con la Madre-Natura che affonda le radici nella esperienza prenatale. Questo sentimento di completezza che appartiene ai territori sconfinati della esperienza intra-uterina trae la sua origine in quel passato remoto mai del tutto cancellato: quando eravamo Tutto e non c’era mancanza dalla quale nascere un qualsiasi desiderio. L’esperienza estetica offre un spazio intermedio nel quale ritualizzare la nostra fame di completezza, la nostalgia di quel luogo dell’anima pervaso di Piacere, Bellezza e Armonia, L’estasi paradisiaca, la fusione con il corpo materno. Infatti più l’opera d’arte è famosa, conosciuta da tutti, più assorbe per generazioni le proiezioni dei nostri desideri, aspirazioni, esaltazioni, divenendo simboli viventi e contenitori delle divinità che dall’inconscio collettivo tendono ad emergere e chiedono di essere accolte. Dinanzi all’incanto e alla bellezza di un luogo o di un’opera tramandataci da secoli, non possiamo esimerci di prendere contatto con l’altra realtà soggiacente alla nostra realtà consensuale, di ascoltare le sue richieste, e aprire la porta alle sue divinità, ai suoi simboli e archetipi.

 

The Art of Psychotherapy. The Therapeutic Space as a Sacred Space in which the Mysteries of the Soul are revealed

Before a work of art, or at the entrance of a sacred place -- for example a sanctuary which has been frequented for centuries --, many experience common sensations: almost palpable feelings of inner peace and harmony, reverence, fear and trembling as though the very air were impregnated, not only with artistic beauty, but also all the projections, emotions, intuitions, prayers and values of generations of visitors who have contemplated that beauty and “breathed” in that atmosphere. However, what enchants at the same time confuses estranges, shakes the soul to its foundation and alienates. Rarely does one observe a masterpiece remaining unchanged, detached or indifferent. Apprehension, panic, terror, or else feelings of unity, expansion, which favour the access to an interior source of vital forces --for better or worse, something happens. The emotion and the joy which result from the contemplation of beauty lead us back to an ecstatic, expansive dimension and loss of confines, to that dimension of pleasure, union and fascination of the primitive fusion with Mother–Nature which is rooted in the prenatal experience. This sentiment of completeness which belongs to the boundless territories of the experience in the womb has its origin in that never completely cancelled remote past, when we were Everything and there was no lack from which any desire could be formed. The aesthetic experience presents an intermediate space where our thirst for completeness and the nostalgia of that place of the soul pervaded with Pleasure, Beauty and Harmony can be ritualized. Paradisiacal ecstasy, fusion with the maternal body. In fact, the more famous a work of art is, the more it will have absorbed generations of projections of desires, aspirations, exaltations, becoming a living symbol and container of the divinities which from the collective unconscious tend to emerge and demand attention. Before the enchantment and the beauty of a place or a centuries-old work of art, we cannot avoid contact with the other reality underlying our common, consensual reality, or heeding its requests, and opening the door to its divinity, to its symbols and archetypes.

Virginia Salles