Il viaggio dell’Eroe tra insidie, trabocchetti e la riconquista del Tesoro

Virginia Salles, Roma

“La donna, nel linguaggio pittorico della mitologia, rappresenta la totalità di ciò che può essere conosciuto. L’eroe è colui che arriva a conoscerlo.”
Joseph Campbell

Una formula vincente

Fu una grande fonte di ispirazione per Christopher Vogler, consulente per le sceneggiature della Disney negli anni 80, la lettura del libro dello storico delle religioni statunitense, Joseph Campbell L’eroe dai mille volti (1949). Partendo dal libro di Campbell e con un occhio attento allo “Schema” dell’antropologo russo Vladimir Propp, basato sulle narrazioni magiche e fiabesche e sulla teoria degli archetipi junghiani, Vogler costruì un modello narrativo che, negli anni novanta, divenne un punto di riferimento per artisti e scrittori, tra i quali Stanley Kubrick, George Lucas, Bob Dylan, Jim Morrison etc.

“Il viaggio dell’Eroe”, così come viene definito il modello di Vogler, è una formula narrativa archetipica talmente potente da diventare garanzia di successo ogni volta che viene riproposta nella letteratura o nel cinema. Matrix, Il Signore degli Anelli, Guerre stellari,  Harry Potter etc. sono alcuni esempi di questa trama antica e allo stesso tempo modernissima: un percorso intrapreso migliaia di volte da Eroi o Eroine, mitici o reali, che hanno inciso sulla nostra storia. Molto di più di una formula narrativa di successo, il viaggio dell’eroe è qualcosa che appartiene alla dimensione misteriosa della vita, a quel buio profondo intriso di bellezza e crudeltà che portiamo dentro di noi e che ci  forma e ci in-forma dall’interno. Jung la definisce inconscio collettivo.

Ciò che ha ispirato Campbell nei suoi studi sui miti di tutto il mondo, dalla ricca simbologia orientale allo sciamanismo, alla mitologia greca o azteca etc. fu proprio l’intuizione di questo “codice segreto della vita” costantemente riproposto nel folklore, nelle fiabe, nelle religioni, attraverso  una lunga serie di modelli arcaici: “che nome ha il tuo segreto? A quale nome rispondono le tue ansie, i tuoi aneliti, la tua più grande aspirazione? Quale modello eroico ti abita?” ci domanderebbe probabilmente Campbell, domanda  questa che ci appartiene da sempre. In tutti i miti di Eroi ed Eroine che ci sono stati tramandati da millenni, si cela in realtà un unico “segreto”, l’invito a vivere questa unica “avventura”.

Stando alle numerose “storie” tramandateci da tempi immemorabili, sono svariati i volti degli Eroi, ma il loro scopo finale è sempre lo stesso: superare le difficili  prove, “uccidere il drago”, liberare la fanciulla imprigionata, “mordere” la Vita e svegliarsi dal sonno dell’incoscienza; infine fare ritorno alla propria comunità portando con sé “un dono”, un bagaglio di saggezza da condividere e tramandare.

Scrive Campbell nel 1953: “Il viaggio dell’Eroe è fondamentalmente interiore, è un viaggio verso profondità in cui oscure resistenze vengono vinte e vengono resuscitati poteri a lungo dimenticati per essere messi a disposizione della trasfigurazione del mondo… il periglioso viaggio non ha per scopo la conquista, ma la riconquista, non la scoperta ma la riscoperta. L’Eroe è il simbolo di quell’immagine divina e redentrice che è nascosta dentro ognuno di noi e che aspetta solo di essere trovata e riportata in vita”.[1]

Il viaggio dell’Eroe in terre lontane ed ignote, come descrive Campbell, inizia con una chiamata verso un mondo al di là del tempo e dello spazio, un mondo che sentiamo che esiste oltre i nostri sensi, oltre le apparenze e convenzioni sociali. Anche se molto spesso facciamo finta di non averla sentita questa chiamata, le qualità che definiscono un Eroe sono da sempre impresse dentro di noi, come se fossero parti di un DNA antico ed emergono nei momenti più difficili come immagine ideale, come tensione verso il cambiamento, come speranza e volontà.

Ciò che il cammino archetipico dell’Eroe ci ripropone è, ingigantita, l’antica formula dei riti di iniziazione, prototipo di ogni profonda trasformazione. Van Gennep[1], antropologo francese, nel suo libro Riti di passaggio espone un’acuta analisi strutturale di questo percorso di auto

conoscenza e descrive tre diverse fasi: separazione, marginalità, aggregazione o consumazione. Un percorso solitario ed insidioso, colmo di pericoli, prove, trabocchetti, tentazioni, ma contemporaneamente una grande opportunità: la possibilità di contattare la parte più profonda ed autentica di noi stessi e di assumere il nostro compito esistenziale. Separazione e marginalità sono fasi di estrema solitudine, là dove l’aspirante Eroe deve cercare dentro di sé il senso perduto e le proprie uniche risposte alle domande della vita. Aggregazione o consumazione è il momento di integrazione della personalità ordinaria/eroica e di condivisione della conoscenza acquisita, di un nuovo modo di percepire e di sentire. L’Eroe è nella sua essenza un uomo libero, che sa riconoscere ciò che viene descritto nella Cabalà come “il proprio nome segreto”: un uomo libero di non farsi più  imprigionare in una identità. Ciò lo rende umanamente propulsivo, un catalizzatore e un  agente di trasformazioni, di decostruzione e ricostruzione  culturale.

Prometeo salì in cielo, rubò il fuoco agli dei e fece ritorno sulla terra. Giasone  radunò intorno a sé un gruppo di Eroi, gli Argonauti e, arrivato alla Colchide, addormentò il drago, guardiano del vello d’oro e si impossessò dell’ambito trofeo. Di ritorno in patria riuscì a strappare il trono a Pelia, il padre usurpatore. Psiche, nella sua ricerca dell’Amore, viene sottoposta a terribili prove, ma emerge trasformata da questo doloroso percorso, consapevole di se stessa e della sua nuova femminilità. Enea discese nell’Averno, attraversò lo spaventoso fiume dei morti e dopo aver  ammansito il temibile tricefalo Cerbero, poté finalmente dialogare con l’ombra del proprio padre. Fece ritorno nel mondo  attraverso la porta d’avorio, portando con sé nuove rivelazioni. Il giovane principe Gautama abbandonò il palazzo paterno e, dopo aver girato il mondo vivendo come un mendicante, superò  gli otto stadi della meditazione. Un giorno, seduto sotto l’albero di Bò affrontò Kama-Mara, il dio dell’amore e della morte, raggiunse l’Illuminazione e divenne il Buddha. Le imprese di questi Eroi mitici risuonano profondamente in noi, risvegliano il nostro Eroe dormiente e ci fanno sognare un  mondo nuovo.

 

Coperti di fango

 

Una storia zen ci racconta di una grande statua di Buddha, fatta di fango, che per generazioni era stata considerata sacra dagli abitanti del luogo. Un giorno, mentre un monaco la spostava, la statua cadde e si ruppe in diverse parti. Il monaco notò allora qualcosa sotto il fango, prese un martello e cominciò a romperne la “corazza”, scoprendo una statua d’oro massiccio che era stata, appunto ricoperta di fango per essere protetta dai saccheggiatori. Era passato così tanto tempo che gli abitanti del luogo si erano dimenticati di quale fosse la sua vera sostanza.

Lo stesso accade anche a noi che, per timore dell’ignoto e per difenderci dal mondo esterno, che percepiamo come minaccioso, ci ricopriamo di “fango” (le nostre paure, le nostre difese, i dolori che non vogliamo sentire). Questa sovrastruttura finisce per diventare per noi quasi una seconda pelle che impedisce la nostra espressione più autentica al punto da farci dimenticare la nostra vera essenza.

In un determinato momento della nostra esistenza può accadere qualcosa che, come la statua che si ruppe, scalfigge la corazza e fa emergere la Vita che fluisce in noi. Ci si dischiude allora l’opportunità di partire per un viaggio di esplorazione del nostro mondo interiore e di scendere fino all’inferno per affrontare i nostri Draghi/Demoni personali: è proprio lì che si trova il Tesoro. Solamente liberandoci dalla paura possiamo far emergere ciò che risplende in noi.

 

 Le Prove

L’Eroe (o l’Eroina) è ovunque, dentro e fuori di noi,  è l’archetipo principale, il protagonista assoluto della nostra vita interiore, così come della scena del mondo. Senza l’Eroe la storia umana e la nostra stessa esperienza di vita non avrebbero significato. Egli appare in ogni racconto coinvolgente, favola o mito che sia. Il Cristo è un Eroe come lo sono Siddartha, Parsifal, Giovanna D’Arco, Ipazia, l’Uomo-ragno o Pollicino. L’Eroe nasce spesso in circostanze insolite, modeste o regali che siano le sue origini, una volta che riceve la “chiamata” abbandona la propria casa, i propri affetti e parte per un Viaggio verso l’ignoto.

La  figura dell’Eroe ha connotazioni altamente positive, le sue qualità sono la nobiltà d’animo, la bontà, la ricerca della verità, la consapevolezza del proprio valore ed il riconoscimento del valore altrui. Simbolo di persona elevata e di grande spessore umano, l’Eroe è capace di affrontare coraggiosamente le prove più difficili e le tribolazioni della vita, insostenibili per una personalità non eroica. Tra le prove più difficili, lo attendono l’affrancarsi dall’archetipo paterno  e poi ancora da quello materno, la lotta contro i Demoni per il possesso del Tesoro (dell’Elisir o della Saggezza). Ogni sua azione ha come scopo la vittoria su un “nemico” che ha una valenza collettiva, la soluzione di un problema che appartiene a tutti, l’unione di ciò che appare come divisione e caos. La ricompensa per le prove affrontate (e vinte), sarà il senso di comunione con il tutto, la visione dell’Insieme, la compassione e la capacità di amare.

Erich Neumann studiò in modo approfondito l’influenza del mito nel corso della vita del singolo individuo (punto di vista ontogenetico), mettendolo in relazione con le fasi storiche dello sviluppo dell’umanità (punto di vista filogenetico). Egli riteneva infatti che il percorso evolutivo individuale riassumesse le leggi e le tappe fondamentali della storia dell’umanità. Ogni stadio della vita, ogni passaggio cruciale, viene scandito dalla costellazione di determinati archetipi: Nascita, Fanciullezza, Vecchiaia, Morte, Resurrezione. Nei suoi scritti Neumann ha messo in evidenza, attraverso l’analisi dei grandi archetipi, la relazione tra l’ontogenesi e la filogenesi  e il rapporto tra natura e cultura. Ogni essere umano è portatore di una eredità collettiva estremamente complessa, stratificata, depositata nelle profondità della psiche, che richiede di essere integrata nell’evoluzione individuale. La figura dell’Eroe è fondamentale in questo processo di integrazione: una figura esemplare che nel suo percorso e nel suo comportamento, nel suo profondo travaglio esistenziale, interpreta ciò che ogni singolo individuo dovrebbe vivere: è il futuro, presente nel presente.

Neumann distingue l’Eroe estroverso che agisce nel mondo, trasformandolo, da quello introverso che esercita un’influenza meno visibile, ma ugualmente determinante, come catalizzatore culturale. Entrambi questi Eroi tendono verso il Nuovo che potrà essere espresso quando l’Eroe avrà raggiunto l’apice del suo percorso e salvato la propria parte femminile (la principessa liberata). Un terzo tipo di Eroe non ha come scopo il cambiamento del mondo, ma è proiettato verso la propria evoluzione personale: il cambiamento di sé stesso. Anche questo tipo di Eroe, trasformando lui stesso ed emergendo come un Homo Novus, compie qualcosa di fondamentale per l’evoluzione dell’umanità.

Nelle parole di Gustav Meyrink: “…ma pochi sanno che basta il mutamento di uno solo. L’opera dell’uomo radicalmente, compiutamente mutato, è eterna, sia essa nota o ignota al mondo. Apre nell’esistenza una breccia che non potrà chiudersi mai, che gli altri devono vedere, se non subito, più tardi, anche un milione di anni dopo. Poiché quello che una volta è realmente, può cessare di essere solo in apparenza. E quello che io mi propongo di fare è appunto aprire una di queste brecce o meglio un buco nella rete in cui si è cacciata l’umanità, ma non con prediche e propaganda, no; semplicemente col liberare me stesso da quelle maglie”[1].

 

L’uccisione del Padre

Nel suo “percorso di individuazione”, come lo definisce Jung il viaggio dell’Eroe, l’Eroe dovrà affrontare un potente nemico: il Padre, la sua Autorità, ovvero l’Ordine stabilito. L’uccisione del padre lo rende consapevole della propria duplice natura (materiale e spirituale) e gli permette di prendere contatto con le proprie forze creative. Questo stadio rappresenta, in particolare nel mondo patriarcale, l’accesso ad una nuova coscienza e la possibilità di sostituire alla vecchia Legge, una nuova Legge intrinsecamente collegata alla scoperta del proprio mondo interiore: l’unica possibilità di vero cambiamento e di emergenza di nuovi valori. Questo confronto con il padre è un’esperienza  archetipica[2] che rappresenta per l’Eroe una presa di responsabilità e apre le porte all’incontro con le forze transpersonali.

Neumann attribuisce grande importanza ai fattori transpersonali ed ai valori collettivi e filogenetici nello sviluppo dell’individualità e, pur riconoscendo l’importanza delle dinamiche familiari e dei traumi psichici avuti nell’infanzia, considera imprescindibili nell’evoluzione umana quegli elementi che trascendono la psiche personale e affondano le radici nell’inconscio collettivo.

“L’Eroe è quindi il precursore archetipico dell’uomo in genere, il suo destino è un esempio a cui l’umanità deve conformarsi, e di fatto si è sempre conformata, come ad un ideale irraggiungibile e mai realizzato, ma comunque in misura tale che gli stadi del mito dell’Eroe fanno parte degli elementi costitutivi dello sviluppo e della personalità di ogni singolo individuo”.[1]

 

L’uccisione della Madre

La lotta con il Drago e la simbolica uccisione della Madre divoratrice sono fasi di profonda  trasformazione interiore nel percorso dell’Eroe: l’io  eroico trova la forza di affrontare lo strapotere dell’inconscio e lotta  contro le forze regressive che tentano di impedire la sua nascita come individuo. Il Drago agisce nell’Ombra e rappresenta uno degli l’ostacoli più insidiosi per l’Eroe nel suo percorso verso la propria autorealizzazione. Draghi possono essere la dipendenza psicologica o materiale dalla famiglia di origine o i condizionamenti sociali, ma la sfida più grande, il Drago più potente da sconfiggere è la Grande Madre divoratrice, l’Utero che richiama indietro il suo nascituro. Il fine ultimo di questo combattimento è la liberazione della propria Anima (o della fanciulla prigioniera) dal potere del Drago, ossia il ritiro dell’energia psichica imprigionata all’interno del nucleo familiare: la separazione dell’immagine della Donna/Uomo amata/o da quella genitoriale; è poter esperire dentro di sé  il principio  archetipico di quella Madre e di quel Padre che vivono dentro di sé, ancora prima della madre e del padre personali. E’ l’incontro tra il Maschile e il Femminile interiori.

Nei sogni di Elena[2], 41 anni,  il momento più difficile nel quale la nostra sognatrice/Eroina è imprigionata nella dimensione acquatica/materna e dalla quale ancora non riesce a liberarsi, è rappresentato dalle le seguenti immagini:

Si trova in un lago, imprigionata fino al collo senza riuscire a liberarsi.

E’ immersa nella vasca da bagno e non riesce a fare andare via l’acqua.

Deve mangiare un melograno per vincere il premio che l’aspetta.

Il melograno, composto al suo interno di numerosi semi, è contemporaneamente simbolo di fecondità e di morte e viene associato nella mitologia al mito di Kore/Persefone, che prima di abbandonare il regno dell’Ade, fu da lui convinta a mangiare i frutti del melograno (il frutto della morte) e condannata così alla periodica discesa negli inferi; ma il melograno che fa morire è anche il melograno che fa rinascere, perché è solo attraverso la morte che possiamo attingere ad una nuova vita, come ben sapevano gli iniziati ai culti misterici eleusini, nati sotto il segno di Demetra, madre di Kore.

Durante questa discesa Kore/Persefone si congiunge con Ade, generando di nuovo il Cosmo nell’eterno ciclo della vita-morte-vita. E’ questo il senso profondo dei misteri eleusini in quanto l’iniziazione misterica assicurava proprio questo: la vita oltre la morte. Qui appare molto significativa l’antica usanza greca di piantare l’albero di melograno sulle tombe degli Eroi.  

Elena, in questi sogni si trova ancora imprigionata nel mondo infero, un mondo al di là della vita ordinaria, rappresentato oniricamente attraverso immagini acquatiche.

Nel percorso di Giovanni, un sacerdote di 34 anni, “in carriera” suo malgrado, il Drago è identificato con la sua chiesa, vissuta come una Grande Madre che lo trattiene e gli impedisce di nascere in quanto individuo.

Sono entrato in una casa nella mia città natale per prendere la mia tonaca da prete. Una donna mi consegna una tonaca sporca e  stracciata.

Si trova in una macchina, nel sedile posteriore e non vede il guidatore. Va dove non sente di voler andare. Accanto a lui un amico, sacerdote anche lui. Si dirigono verso un luogo importante, ove verrà affidato all’amico un elevato e prestigioso incarico all’interno della gerarchia della sua chiesa. Arrivati a destinazione l’amico scende dalla macchina e si avvia verso il luogo della sua importante “promozione” e lui vede che l’amico è triste ed è ammanettato. La porta si chiude alle sue spalle.

In questo caso la crisi religiosa di Giovanni risponde ad un suo desiderio di andare per il mondo… di uscire da una situazione che sente che non ha più significato, che non  gli appartiene più. “Nascere”: uscire dal grembo protettore della sua chiesa.

Stava per iniziare una messa in strada, ma mancava l’acqua. Il sognatore la deve andare a prendere, ma l’acqua si trova in un luogo molto lontano. C’erano tanti cani e lui, mortificato, chiede scusa ai cani.

Si trova in un luogo deserto. Tutti erano soggiogati e vivevano nella paura. Qualcuno fa qualcosa che non deve, mentre il sognatore dorme. C’è molta gente infuriata per strada. Quando il colpevole esce di casa viene lapidato e tagliato a pezzi.

In questi sogni emerge tutta la paura di Giovanni di uscire da un ambiente che vive come autoritario, ma non trova ancora le forze per sfidare l’Ordine stabilito della sua chiesa che, interiorizzato, esercita il suo potere dall’interno. In questo momento è lo spettro del Padre archetipico, molto al di là del padre personale, che lo sfida e lo invita all’obbedienza.

Il Drago, la Principessa, il Tesoro

Ogni Eroe degno di questo nome ha il suo drago da combattere, la sua principessa da salvare, i guardiani della soglia, un Tesoro di cui impossessarsi, ma l’esito conclusivo della sua capacità eroica si riassume nell’incontro con l’Anima, la dea che è incarnata in ogni donna e nella conquista dell’Amore: la vita  pienamente vissuta e goduta come un frammento di eternità.

Nel famoso mito di Eros e Psiche, narrata da Apuleio nella sua opera Le Metamorfosi, quando l’Eroina Psiche, mossa dalla curiosità di scoprire il volto del suo amante notturno, si avvicina a Eros munita di una lampada, resta abbagliata dalla bellezza del suo amante. Ai piedi del letto erano posati l’arco, la faretra e le saette, le armi del dio dell’Amore. Mentre Psiche lo contempla, abbagliata dal suo folgore, si ferisce con una delle sue frecce. Allo stesso tempo una goccia di olio bollente schizza fuori dalla sua lampada e brucia, ferisce Eros, svegliandolo. Spaventato, Eros fugge, si volatilizza, lasciando la fanciulla in preda alla disperazione. Inizia così un doloroso percorso di sofferenza e sacrifici, alla fine del quale Psiche riconosce la sua vera identità.

Psiche ferisce Eros ed è lei stessa ferita. Paradossalmente è proprio il dolore delle due ferite  a provocare la rottura della loro originaria condizione di unione inconscia ed a far nascere l’amore, il cui vero significato sta nell’unire nuovamente ciò che è stato separato: è solo grazie all’avvenuta separazione quindi che sorge la possibilità di un incontro, condizione indispensabile all’amore tra due individualità.

L’Eroina Psiche, nella sua ricerca di Amore viene sottoposta alle terribili prove inflittele da Venere, la madre di Eros, e attraversa così tutto il travaglio e le sofferenze proprie del percorso eroico di individuazione. Emerge trasformata da questo doloroso cammino, consapevole della sua nuova femminilità. Il  risveglio di Psiche rappresenta un momento fatale in cui, oltre alla scoperta di se stessa, avviene anche l’incontro con l’Altro e, più in generale, col mondo.

Nel primo sogno che porta in terapia Angela, 22 anni, si trova in Australia (luogo dove, secondo la sognatrice, la Natura è potente) con la madre e la sorella. Avverte ma non vede la presenza di suo padre e del suo ragazzo. Ci sono serpenti velenosi. Un serpente le morde la mano. Non prova terrore, ma sente un brivido e vede che ha un serpente tra i capelli. Chiede, di essere portata in ospedale. La ferita è superficiale  e viene curata, ma lei vede sotto la pelle una larva che si muove.

Il morso del serpente è un significativo segno iniziale di un percorso di  “contaminazione”:  il contatto con la forza perturbante e allo stesso tempo trasformativa dell’inconscio e segna l’inizio di un viaggio che richiede alla persona di attivare tutta la sua potenza eroica.

 

Soggiogati da Matrix

All’inizio della sua storia l’Eroe, appare rappresentato da un personaggio anonimo, incolore, che vive nel suo mondo ordinario. In Matrix, film cult dei fratelli Wachowski, il personaggio principale, Neo (Keanu Reeves), all’inizio della storia è un semplice impiegato di una multinazionale, ma dentro di sé  sente che la vita che sta vivendo non gli appartiene e sa che deve esserci qualcosa di più là fuori… Alla fine del film sarà proprio lui a liberare gli uomini soggiogati da Matrix.

Matrix è considerato un film cult, un fenomeno collettivo, che riassume attraverso immagini di angosciante profondità, le questioni fondamentali e le angosce  che attraversano le storie di Eroi e di gente comune, del pensiero umano e della filosofia.

In un momento drammatico del film, Morpheus  introduce Neo nella sua nuova, desertica realtà.

Neo: “Questa poltrona non è reale?”

Morpheus: “Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale! Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare o vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello. Questo è il mondo che tu conosci… hai vissuto in un mondo fittizio Neo”.

Anche Platone nel celebre mito della caverna, racconta qualcosa di molto simile al concetto espresso dalle parole di Morpheus: dentro la caverna, immobili, costretti a guardare soltanto davanti a loro, uomini incatenati possono vedere solo ombre, ombre che riflettono sulla parete della caverna la sagoma di oggetti che si trovano dietro le loro spalle e sono illuminati da un fuoco ancora più distante. Questi uomini, incatenati dentro la caverna, credono che le ombre rappresentino tutta la realtà.

In un modo o nell’altro, in Matrix o nella caverna di Platone, ciò che viene impedito è la possibilità di accesso a qualcosa di essenziale, per mezzo del quale l’uomo esprime se stesso, la propria Anima, qualcosa attraverso cui l’uomo vive.

L’Eroe è dunque colui che parte per scoprire la verità, che accetta l’avventura e il rischio   e che riesce a trovare una risposta: l’Elisir che vitalizza e porta nuova consapevolezza alla comunità.

Tutto inizia con un “evento traumatico” o semplicemente inaspettato, che scatena una profonda crisi che sconvolge la vita dell’Eroe: l’incontro con una persona speciale, un “innamoramento”, una sfida, una malattia, una delusione, qualcosa di grave da riparare. Evento questo  che costringerà l’Eroe ad abbandonare il suo abituale modo di vivere, a svegliarsi dal suo sonno inconsapevole e ad andare per il mondo alla ricerca di “qualcosa” che dia un significato alla sua vita.

“Ma…”, sostiene Campbell, ottantenne, in una intervista a Michael Toms[1],  “…per chi ha ricevuto la chiamata e sente che c’è un’avventura, ma non la segue e rimane invece nella società in cui vive da sempre, perché sicura, la vita si rinsecchisce”. E ancora: “questa sensazione spesso arriva oltre la mezza età, quando si sa che si è arrivati in cima alla scala, ma ci si accorge, ormai tardi, che la scala è sempre stata appoggiata al muro sbagliato”. L’invito di Campbell resta sempre lo stesso: “se si ha il coraggio di rischiare, allora la vita, in qualche modo, si apre e ti viene incontro”. Come ci ricorda Bob Walter in Finding Joe, il film documentario di Isaac Sprintis: “la cosa più importante che il mito dell’Eroe ci insegna è di andare oltre ciò che noi percepiamo essere i limiti delle nostre possibilità”. E, aggiungerei, anche delle nostre percezioni.

Per portare a termine la sua impresa, l’Eroe ha bisogno di aiuto, di un mentore che lo accompagni e lo sostenga (i famosi archetipi del Mago o del Vecchio saggio, il Virgilio di Dante). Il rapporto tra l’Eroe e il suo mentore è  ricco di significati simbolici che richiamano il rapporto tra genitore e figlio, tra Dio e l’uomo; nei tempi moderni il rapporto tra lo sportivo e il suo coach, tra il paziente e l’analista.

 

La grande sfida

Il compito del mentore è quello di preparare l’Eroe ad affrontare le sfide che lo attendono, le  sue paure più grandi e di fargli conoscere gli strumenti a sua disposizione, ma non potrà mai affrontare lui stesso le sfide destinate all’Eroe, il quale deve percorrere da solo la sua via. Jung sostiene che “…l’esperienza dell’inconscio ci isola, cosa che molti non possono sopportare, sebbene essere soli con il sia l’esperienza umana più alta e decisiva…”, e, ci ammonisce ancora Jung,  dobbiamo essere soli per fare esperienza di ciò che ci potrà sorreggere, quando non saremo più in grado di sorreggerci da soli. Soltanto questo vissuto ci può dare una base indistruttibile. Marie Louise von Franz considera la potenzialità interiore di crescita qualcosa di pericoloso, in quanto se non l’accettiamo e non la dispieghiamo, essa ci può distruggere. Per la Von Franz non c’è altra strada, è un destino ineluttabile.

Quando l’Eroe ha deciso di partire e lascia il suo mondo ordinario, tutta la conoscenza alla quale potrà accedere e tutto il potere che ne consegue, gli si presentano sotto forma di prove da superare. Per accedere al Mondo Straordinario, l’Eroe deve superare il più spaventoso Guardiano della Soglia, una specie di mostro o di ostacolo che deve essere aggirato, vinto o ingannato. È una prova importante che richiede di entrare in contatto con l’altro sé stesso che si trova nell’Ombra, l’Oscuro, l’apparentemente incomprensibile, il Male stesso. Questo momento rappresenta una sorta di giro di boa della storia, un punto di non ritorno nel viaggio dell’Eroe. Nella saga del Signore degli Anelli, attraverso  questa prova Frodo e Sam accedono alle terre dominate  dall’Oscuro Signore Sauron.

Questo incontro con l’Ombra, vera e propria prova di coraggio, apre le porte a prove sempre più dure ed a pericoli  sempre più grandi fino alla soglia della “caverna più profonda”. Nel caso di Matrix, è questo il momento nel quale Neo, il nostro Eroe, prende la pillola rossa e sceglie la via della  verità, accetta di affrontare nuove sfide, nuove scoperte, nuovi alleati e nuovi nemici.

Morpheus: “Matrix è ovunque, è il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”.

Neo: “Quale verità?”

Morpheus: “Che tu sei uno schiavo, Neo, come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente! È la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia, domani ti sveglierai in camera tua e crederai in quello che vorrai; pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del bianconiglio”.

Proseguendo avanti attraverso “la caverna più profonda”, il nostro Eroe si trova ad affrontare la prova  più difficile,  la più importante di tutte: il confronto con la Morte e, questa volta, non c’è sapere o potere che lo possano rassicurare. La metafora di ciò che succede è un  salto nel vuoto, senza rete di protezione: morire, rinunciare a tutto se stesso, così come credeva di essere fino a quel momento e poi accorgersi di essere ancora vivo. La posta in gioco è immensa, se accetta di morire a se stesso, l’eroe entrerà in un nuovo mondo, in una nuova dimensione esistenziale, consapevole della propria immortalità. Come raccontano i miti, spesso l’Eroe rischia davvero di morire, o addirittura muore, una morte che è pura trasformazione, per poi rinascere più saggio e più vivo che mai. E’ la morte dell’ego, descritta così da Ken Wilber: “È come se si svegliasse da un lungo sonno confuso per scoprire ciò che sapeva fin dall’inizio: egli, il sé separato, non esiste e il suo vero sé, il Tutto, non è mai nato e mai morirà”[2].

 

 

Il Tesoro

 

Superata questa prova centrale, l’Eroe è finalmente degno di essere definito tale e può appropriarsi della sua giusta ricompensa, che nei miti/religioni/folklore è rappresentata dal Tesoro, dalla Principessa, dalla Spada, simboli di qualcosa di intangibile e di inestimabile valore: una maggiore consapevolezza, la conoscenza di se stesso, la sua maturazione. Lo possiamo chiamare Anima, che secondo Hillman è in un certo modo un libro segreto, la fonte stessa della vita della psiche: il Tesoro che apre le porte al proprio  .

Ma ogni trasgressione comporta una punizione e ora il nostro Eroe, superata la prova centrale, deve affrontare le conseguenze dell’aver sfidato le forze oscure e di aver superato un confine. Il cammino di ritorno al collettivo e alla vita ordinaria è irto di pericoli, trabocchetti, tentazioni… e di nuove sfide.

Un classico esempio di scena tratta del mondo fantascientifico di Guerre stellari  è la fuga di Luke Skywalker, il leggendario Jedi e della Principessa Leila dalla Morte Nera, con i piani per sconfiggere Darth Vader.

La chiamata dell’Eroe, oggi, potrebbe essere considerata l’unica nostra vera possibilità di salvezza, un antidoto alla omologazione, un invito alla ricerca di valori  autentici, a non lasciarsi condizionare da una visione del mondo preconfezionata. Qualcosa come un biglietto di viaggio individuale che potrebbe anche diventare un viaggio collettivo, il cui fine è quello di cogliere la parte più umana di noi stessi, affinché svolga il proprio compito esistenziale.

Ora il nostro Eroe può restituire agli altri ciò che gli è stato donato dalla Vita, può condividere esperienze, elargire saggezza o accompagnare, quando sarà necessario, un aspirante Eroe nel suo travaglio evolutivo.

Neo: “Sono morto, vero?”

Morpheus: “Tutto l’opposto”.

Neo: “Mi fanno male gli occhi”.

Morpheus: “Perché non li hai mai usati”.

 

 L’Eroe, rinato, fa finalmente ritorno alla sua vita ordinaria, ma nulla sarà più come prima. Risorgere significa accettare che una parte di sé stessi è morta per sempre ed esprimere nel mondo quell’altro sé stesso, rinato dalle ceneri, più forte e consapevole, ma allo stesso tempo meno rassicurante, scomodo,  esposto a fraintendimenti ed  incomprensioni.

 “Purtroppo è così. Dire eroe oggi è dire: infame. E’ dire: ti vuoi distinguere dagli altri, chi ti credi di essere?” scrive Roberto Saviano[3], “…tanto da aver fatto diventare un insopportabile luogo comune la citazione di Brecht dalla Vita di Galileo: “Sventurato quel paese che ha bisogno di eroi”, citata come alibi per evitare ogni gesto unico, importante, raro”.

L’Eroe è colpevole perché punta il dito in direzione delle nostre mancanze, della nostra codardia e mediocrità. Il mondo ha sì, come afferma Saviano, bisogno di Eroi. E’ solo attraverso di loro che possiamo attingere a qualcosa di Nuovo, ad una nuova condizione esistenziale ed entrare in contatto con la nostra dimensione creativa. Uscire dal Deserto e sollevarci dalla logica del profitto e della materialità.

 

                              

 

 

[1]  Campbell, J., Sulla via del mito. Conversazione con Michael Toms, Edizioni Lindau, Milano, 2017, pag 97

[2] Wilber, K., Oltre i confini, Cittadella editrice, Assisi, 1995, p. 134.

[3] Saviano R., La Repubblica, 8 luglio 2018, pag. 17

 

[1] E, Neumann, Storia delle origini della coscienza, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1978, pag 329

[2] Il nome è naturalmente fittizio, l’età è quella reale.

[1] Van Gennep, A., I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino.

[1] Campbell, J. L’eroe dei mille volti, Ugo Guanda Editore, Parma, 2000, pag. 153

[1] Meyrink, G., Il volto verde, Adelphi Edizioni, Milano, 2000, pag. 77.

[2] L’archetipo in quanto struttura basilare dell’inconscio collettivo, carica di energia, agisce sulla psiche trasformandola. Si fa riconoscere attraverso le sue manifestazioni nell’esperienza individuale e presiede all’evoluzione della personalità esattamente come le strutture biologiche ed ormonali sottostanno ed influenzano la nostra struttura fisica. In questo modo, l’evoluzione della coscienza individuale avviene per tappe di sempre maggiore differenziazione dalla matrice originaria (l’inconscio) dalla quale proveniamo verso una coscienza sempre più ampia e  stabile, senza perdere il contatto con la fonte originaria.

[1] E, Neumann, Storia delle origini della coscienza, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1978, pag 329

[1] Il nome è naturalmente fittizio, l’età è quella reale.