Il serpente nel Big Bang

serpenteIl serpente nel Big Bang

Di Vittorio Pavoncello, edito da Mimesis Edizioni, Milano – Udine, 2013

Recensione di Virginia Salles

Secondo la Cabalà all’origine dei tempi D-O (il nome di Dio, per un cabalista, è troppo potente per essere pronunciato) ha ristretto la propria esistenza, si è, come dire, “contratto” fino a creare un punto di oscurità. Da questo punto vuoto sono nati lo spazio, il tempo, la materia e l’universo sconfinato che conosciamo. Per occultare la Luce divina furono innalzati dieci veli: le dieci sefirot o livelli  dell’occultamento, al punto tale che non siamo più consapevoli delle nostre origini divine. A questo moto divino viene dato il nome di Tzimtzum. I cabalisti associano questo momento della  “contrazione divina”  a ciò che nella fisica viene chiamato il Big bang.
Il vuoto dello Tzimtzum, però, ci spiega Pavoncello, può essere considerato come una particolare emanazione divina: come un luogo dove qualcosa di Dio esiste ancora, sebbene solo in quanto “assenza”: una traccia, un “profumo” della presenza divina. Qualcosa di simile all’odore che lasciamo quando entriamo in un luogo e poi usciamo, percepito dall’olfatto di qualcuno che arriva nello stesso luogo dopo di noi. Da questa assenza di Dio che diede origine allo spazio/tempo  resta quindi un sapore, un odore: “la presenza dell’assenza”. Nella Cabalà viene definita “il Nulla” questa presenza dell’assenza. Non so se è questo il Nulla dei filosofi o se può essere associato al Vuoto creatore degli orientali, ma secondo Pavoncello, questa emanazione dell’assenza – la persistenza del ricordo divino negli eventi del mondo – per essere  percepita dipende “di quali strumenti di misura si usano e da cosa si misura”.
L’elemento caratteristico del libro, controcorrente rispetto a molti pensatori contemporanei, è proprio questa totale assenza di demonizzazione della Tecnica, che invece viene vista come un alleato dell’evoluzione umana, come un’opportunità: un mezzo  che può essere utilizzato non solo per l’evoluzione umana, ma anche per la salvezza dell’umanità. In questo modo viene visto anche tutto ciò che riguarda gli ultimi sviluppi sperimentali nel campo della genetica.
Sappiamo come l’interpretazione creazionista della Bibbia sia totalmente in disaccordo con la scienza e che la visione religiosa del mondo sia generalmente inconciliabile con gli interventi genetici. Pavoncello, nel suo libro, cerca di ribaltare questa interpretazione ed offrire un significato diverso a ciò che viene chiamato in senso denigratorio “manipolazione genetica”, ponendosi la seguente domanda: “e se la Bibbia non fosse in disaccordo con la manipolazione genetica e l’avesse in un certo modo rivelata nel suo farsi?” Nella visione dell’Autore è proprio attraverso la manipolazione genetica che “l’uomo di particelle” diviene creatore e curatore di se stesso: un nuovo Prometeo che prende nelle proprie mani il fuoco divino della trasformazione e dell’immortalità. Immortalità che nel libro viene vista come una parte mancante, anzi come “la parte rimossa dell’uomo di polvere” e contemporaneamente anche in modo progettuale come una possibilità, un nuovo punto di vista e di ricerca per la vita del futuro. L’idea stessa della morte, come quella del Tempo, vengono affrontate nel libro in modo originale: secondo l’Autore ciò che chiamiamo morte – “questo vivere nella dimensione materia/tempo” – sarebbe solo un esilio dell’immortalità. “L’albero dell’immortalità”, scrive Pavoncello, “produce tempo infinito, un incessante relazionare cose, atomi e particelle….”. Mentre il Tempo, così come viene descritto dall’Autore – che esprime anche il concetto di “atomo del tempo” – sarebbe  “la parte  nascosta della creazione”. Secondo Pavoncello noi siamo fatti quindi, oltre che di polvere e di particelle, anche di Tempo, principalmente di tempo.
L’argomento è complesso, ma lo stile di Pavoncello agevola la lettura in quanto unisce il rigore della studioso con l’originalità e l’esuberanza dell’Artista: un misto di simpatia ed  ironia insieme a immagini fantasiose. L’Autore si pone come qualcuno che indaga curioso, ma non si schiera, e lascia al lettore il compito finale di scegliere la sua posizione tra un ventaglio di possibilità. Più che offrire risposte, Pavoncello stimola il pensiero, l’immaginazione, il dubbio – incoraggia il lettore a  formulare domande  insieme a lui ed a rimanere aperto, in attesa che qualcosa accada: una nuova visione del mondo? Forse.
La Cabalà, costante riferimento di Pavoncello, indaga nel profondo della Natura alla ricerca delle Leggi divine,  ontologiche attraverso le quali Dio (il Dio-Natura dei cabalisti) ha creato il mondo. Visto da questa prospettiva, il pensiero umano, che genera la tecnologia, sarebbe anch’esso un prodotto della Natura interiore dell’uomo e può essere considerato come una manifestazione del divino in noi che, in un certo senso ci autorizza, con i mezzi della scienza e della tecnica, a proseguire l’opera della Creazione. Allora da questo punto di vista – la possibilità di trasmigrare in un altro pianeta per sfuggire all’esplosione del Sole non apparirebbe più come qualcosa di così terribilmente artificiale e contro-natura ma un mezzo legittimo per raggiungere la salvezza e chissà… anche l’immortalità rimossa nell’uomo di polvere.
Se lo scopo di un libro è quello di “muovere le acque”,  di scardinare certezze, pregiudizi, stimolare il pensiero… allora posso dire che questo libro ha svolto il suo compito, ha colpito nel segno. Filo conduttore della trama è l’integrazione tra scienza e religione e la ricerca di una cornice più ampia nella quale inserire insieme elementi appartenenti a queste differenti visioni del mondo  che prima apparivano inconciliabili.
Trascrivo in seguito parole di a proposito del tema scienza /religione: «Il conflitto che sembra esistere tra la religione e la scienza riflette il fondamentale fraintendimento alla base di entrambe. […] Quando si prefigura un conflitto ci troviamo probabilmente di fronte a “falsa scienza” e “falsa religione”. L’apparente incompatibilità è dovuta al fatto che una parte fraintende gravemente la posizione dell’altra e molto probabilmente entrambe si fanno portatrici di una dubbia versione della propria disciplina[…]
Il libro di Pavoncello offre il suo contributo all’integrazione tra queste diverse visioni del mondo così difficilmente conciliabili e aggiunge qualche tassello in più nel difficile e travagliato processo di rinnovamento filosofico dell’attuale paradigma culturale ed etico di riferimento i cui principi giacciono già, spesso sopiti, nell’intimo di ognuno di noi.
La  difficoltà di conciliazione tra scienza e fede riguarda il fatto che la scienza tradizionale presuppone l’oggettività e quindi la separazione tra l’osservatore e la cosa osservata, in contrasto con la visione “spirituale” del mondo  che nasce da un’esperienza di trascendenza dell’ego e quindi di Unione, di assenza di separatezza. Il paradiso perduto, dal punto di vista della , è proprio questa esperienza di Unione che, tradotta in linguaggio psicologico, significa l’abbandono della prigionia dell’ego e dell’identificazione con il corpo –  quel sentirsi incapsulato nella “tunica di pelle”, per usare il linguaggio cabalistico.
L’autore però non parla solo di scienza, ma anche di Cabalà. Lo studio della Cabalà non è uno studio nel senso che siamo abituati a dare a questa parola, è qualcosa di prevalentemente emotivo,  ma che allo stesso tempo offre la cornice più ampia che abbia mai incontrato per comprendere, anche razionalmente, tutte quelle esperienze del mondo interiore così difficili di esprimere.
Infatti con Pavoncello e con Grof possiamo parlare allora di una nuova Scienza (con la S maiuscola), la scienza dell’uomo di particelle, che trascende la separatezza e non può fare a meno della soggettività.
La visione scientifica newtoniana- cartesiana del mondo che domina ancora oggi in molti contesti culturali, appartiene a coloro che non sono riusciti ad evolvere all’interno della problematica intellettuale più ampia del presente e ad integrare le nuove scoperte in ambito interdisciplinare. Nell’epoca attuale gli “irriducibili” della vecchia visione scientifica che non considera il ruolo della soggettività umana nella costruzione della realtà, possono ricevere, oggi, lo stesso giudizio che l’“ingenuo religioso” riceveva nell’Era Moderna, quando è nata la scienza.
I concetti della scienza contemporanea descritti da Pavoncello uniti all’approccio interpretativo soggettivo della  Cabalà non possono prescindere dalla conoscenza che l’uomo ha di se stesso e della ricerca  di un Dio interiore inteso come “vertice archetipico della propria coscienza”, come direbbe Ken Wilber. Questo doppio percorso della conoscenza e l’allargamento di prospettive che ne deriva può contribuire enormemente ad una coniunctio oppositorum  (congiunzione di opposti di matrice junghiana), un “salto evolutivo” ed una visione più reale e completa  dell’essere umano e dell’universo in cui viviamo. Nelle parole di Pavoncello: “e così, l’uomo di particelle non può smettere di interrogarsi sull’uomo di polvere e di proporsi come interlocutore all’uomo d’anima”.

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