La tigre e il vento. La magia del corpo in terapia

La tigre e il vento. La magia del corpo in terapia

di Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 

Fuggi da quanto ha già forma agli aperti reami delle forme possibili .

(Goethe)

 

Alle Sirene prima verrai, che gli uomini stregano tutti, chi le avvicina… … col canto armonioso lo stregano, sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri umani marcenti; sull’ossa la carni si disfano. Ma fuggi e tura gli orecchi ai compagni, cera sciogliendo profumo di miele, perché nessuno di loro la senta: tu invece, se ti piace ascoltare, fatti legare nell’agile nave i piedi e le mani ritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde ti attacchino, sicché tu goda ascoltando la voce delle Sirene. Ma se pregassi i compagni, se imponessi di scioglierti, essi con nodi più numerosi ti stringano…

(parole di Circe sovrana)

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Trascendere l’io

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La nostra epoca è caratterizzata soprattutto da questa separazione tra l’ego razionale e l’unità primordiale con la natura, dalla perdita della “participation mystique”. Da ciò conseguono, secondo Richard Tarnas la repressione e il dominio da parte della cultura maschile razionale, del principio femminile in quanto istinto, emozione, fecondità, Mistero, Natura. Uno dei paradossi della natura umana è che un ego così duramente conquistato venga dalle nostre più antiche tradizioni di saggezza spirituale esortato a lasciarsi morire. Con una vaga promessa: “la salvezza”. Nel suo interessante libro, intitolato “The passion of the western mind”1, Tarnas traccia le varie tappe di questo percorso di sviluppo della coscienza occidentale dall’antichità fino ai giorni nostri e analizza le attuali, drammatiche conseguenze dell’“impermeabilità” del nostro confine egoico e della predilezione tipicamente occidentale per la “separatezza”, il paradigma della scienza che affonda le radici nel vecchio modello newtoniano-cartesiano. Una coscienza, la nostra, secondo Tarnas, oggi testimone del proprio tramonto e che sembra aspirare al superamento dei suoi stessi limiti. Il desiderio più profondo sepolto nell’inconscio dell’uomo moderno è quello di superare questa frattura e di riconciliarsi col femminile interiore. Riconciliazione questa che, secondo Tarnas, è sempre stata la meta recondita di tutto lo sviluppo intellettuale dell’occidente. La frase di Einstein nel suo libro “Come io vedo il mondo” appare emblematica di questo nuovo approccio dell’uomo alla sua stessa coscienza: “Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io”2.

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Il termine “transpersonale” coniuga la preposizione “trans”, che nel latino significa (ciò che va) “oltre”, ciò che “trascende”, e il termine “personale”, che deriva da “persona”, cioè “maschera” (nell’antichità le maschere indossate dal personaggio in una performance teatrale). Jung utilizzava il termine transpersonale per definire quei territori dell’inconscio che contengono l’eredità spirituale dell’umanità, gli “archetipi dell’inconscio collettivo”. Ciò che caratterizza l’approccio terapeutico transpersonale non è il contenuto ma il contesto in cui si opera. Indipendentemente da quale sia il livello dello “spettro della coscienza” (Wilber), o il “territorio esperienziale” (Grof) sul quale si sta focalizzando il processo terapeutico, il terapeuta transpersonale è consapevole di tutte le possibilità esistenziali ed è disposto a seguire il cliente nel sul percorso attraverso nuove e più ampie dimensioni esperienziali ogni volta che se ne presenti l’occasione. Come afferma Peter Schellenbaum: “Una psicologia che segua il soggetto umano in tutto e non trasmetta le limitazioni del proprio metodo sfocia nella mistica”3, o possiamo anche dire, quando si raggiungono certi livelli di regressione… nel “rituale magico”. Nell’antichità, presso i greci e romani ad esempio, si usava dire che se non venivano celebrati i dovuti sacrifici e rese le dovute offerte agli dèi, questi, irati, prendevano ciò che gli spettava con la forza e si vendicavano arrecando malattie e disgrazie. Malattie che sono state poi interpretate da Hillman, sulla scia di Jung, come il “ritorno degli dei”, i quali, dimenticati, ci chiedono attraverso la malattia di “venire alla luce” e fare ingresso nelle nostre vite. Ogni patologizzazione sarebbe quindi un’attività creatrice e ogni forza intrapsichica rimossa, per esempio emozioni, traumi, parti di noi stessi abbandonate durante il nostro processo di civilizzazione e socializzazione, potrebbe bussare alla nostra porta e chiedere di ritornare attraverso la sofferenza, i sintomi o più semplicemente arrestando il nostro flusso vitale fino a quella terribile sensazione di “non essere più vivi” che chiamiamo “depressione”. Quando ero bambina mi colpivano molto la fantasia, gli “altarini” del Candomblé (religione afro-brasiliana), che venivano allestiti in onore degli “orixas” (divinità che rappresentano le forze della natura). In questi altari foderati di pizzo bianco si usava mettere davanti agli oggetti simbolo delle divinità il loro cibo preferito e l’acqua in diverse ciotoline di coccio, per il loro nutrimento quotidiano. Mi colpivano soprattutto i gesti che accompagnavano queste azioni quotidiane, gesti armoniosamente eseguiti con l’anima e con il corpo in un’atmosfera solenne e che acquisivano così una valenza profondamente simbolica, traboccando di quel “qualcos’altro” che permea ogni cerimonia, ogni gesto rituale. La cultura indiana possiede anch’essa strumenti collettivi, rituali e cerimonie per “integrare e elaborare” molte di quelle esperienze dell’”oltre”, esperiemze intime e visionarie nel pieno riconoscimento della loro sacralità. Durante queste cerimonie gli dèi vengono invocati, coccolati e riveriti, prima che facciano sentire tutta la loro ira vendicatrice. Da studi e ricerche eseguiti nell’ambiente del Candomblé, durante i periodi di “silenzio dei tamburi” (questi riti, in tempi passati, sono stati repressi dalle forze dell’ordine) è stato riscontrato un significativo incremento di disagi e malattie psichiche: gli dèi, irati, rivendicavano con la forza ciò che gli era stato negato. Una cerimonia è un rito di venerazione, un rito sacro (la parola deriva da una radice sanscrita che significa “fare”). Una cerimonia implica quindi un’azione che affonda le sue radici nelle profondità senza tempo della psiche, nella dimensione transpersonale e si pone al suo servizio, mentre l’azione, a sua volta, si estrinseca nel mondo della realtà incarnata e materiale, nella quale il corpo si muove, agisce. Nel gesto cerimoniale corpo e anima si uniscono attraverso un’azione specifica del corpo all’interno di un modello psichico trans- personale.

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Riferendoci alla cartografia dell’inconscio tracciata da Grof, durante le esperienze degli stadi regressivi, quando si raggiungono quei territori esperienziali che appartengono ad un livello evolutivo precedente alla formazione dell’io (livello perinatale), l’inconscio parla direttamente attraverso il corpo. In questi stadi così primitivi e elementari, la psiche non può essere percepita o rappresentata, può soltanto manifestarsi. Tra gli abitanti della Transcaucasia, gli appartenenti ad una setta chiamata yazidi, secondo quanto racconta Gurdjeff nella sua autobiografia4, avviene uno strano fenomeno: se si traccia un cerchio intorno ad uno dei membri di questa setta, questi non può uscire di sua volontà finché non viene cancellata almeno una parte del cerchio che offre un’apertura, una via d’uscita. All’interno egli può muoversi liberamente, ma se viene costretto a superare la linea del cerchio cade in uno stato di “catalessi”, stato che cessa nell’attimo stesso in cui viene riportato dentro al cerchio. Questo episodio è emblematico della forza e profondità a cui può giungere il linguaggio dei “gesti” e dei “simboli rituali” all’interno di un contesto “sacro”. Nel suo libro Il mondo magico De Martino descrive dettagliatamente le varie tappe di un rito di “guarigione”, eseguito da uno sciamano su una partoriente, durante il quale le doglie vengono evocate attraverso il racconto simbolico di un viaggio dello sciamano all’interno del corpo della partoriente e attraverso la lotta di questi con gli animali che personificano, appunto, le doglie. L’esito finale è il parto. Nel mondo magico descritto da De Martino, l’io della psiche primitiva non si è ancora completamente distaccato dalla sua matrice primordiale, l’inconscio. È come se l’io e l’inconscio vivessero in un perenne stato di indifferenziazione, e in uno stato così primitivo i “gesti magici” rimangono l’unico idioma per comunicare.

Accarezzando il relitto

Il racconto di un percorso analitico è un compito molto arduo, e per certi versi direi quasi impossibile. Qualsiasi cosa riuscirò a scrivere rimarrà sempre molto approssimativa in quanto i momenti più intensi, i messaggi più efficaci, l’essenza stessa della relazione analitica, passano attraverso il linguaggio non verbale e risultano quindi inesprimibili a parole. Dovendo, per una questione di spazio, tralasciare gran parte degli eventi, dei dialoghi importanti nonché dei sogni, mancherà sicuramente il senso di continuità del percorso terapeutico, con i suoi salti e improvvisi arresti. Tenendo ben presente tutti questi limiti, ma soprattutto il limite intrinseco ad ogni trasposizione dell’ineffabile in parole, tenterò di rivivere e di raccontare i momenti più significativi e comunicabili di un percorso di circa due anni e mezzo di terapia, con la frequenza di una seduta alla settimana, e di una relazione tanto profonda quanto limitata, sia nel tempo, sia all’interno dei confini dello spazio terapeutico.

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In ambito transpersonale, il termine “terapeuta” viene usato nel senso della parola greca originale “therapeutes”, che significa “persona che assiste durante il processo di guarigione” e non si riferisce a qualcuno che agisce in modo attivo sul paziente. Grof definisce il “guaritore interno” la tendenza naturale della psiche all’autoguarigione e chiama il terapeuta “facilitatore” del processo inconscio che viene attivato dal cliente stesso. Il rischio d’inflazione a cui va incontro lo psicoterapeuta transpersonale è nettamente superiore a quello normalmente riscontrato in chi svolge questa professione così favorevole alle proiezioni. In quest’approccio il livello di profondità raggiungibile nel percorso terapeutico è tale da trascendere l’io, ed attingere ai livelli perinatale e transpersonale della psiche (livelli “magici”) con il loro linguaggio simbolico/corporeo e le loro potenti manifestazioni. Il rischio che corre il terapeuta in questi casi è quello di sentirsi “l’attivatore” o “provocatore” di tali forze psichiche, di identificarsi così con la “personalità mana” o “il guaritore” etc. Quindi direi che la qualità più richiesta in un terapeuta che interagisce con simili profondità è prima di tutto “l’umiltà”, la coscienza dei propri limiti e la “fede”, fede nel senso di fiducia nelle potenzialità evolutive e “vitali” dell’essere umano, potenzialità che in un certo senso possiamo definire di “autoguarigione” del corpo e della psiche.

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Il dialogo con l’inconscio, attraverso il linguaggio onirico e l’utilizzo della profonda, favorisce l’attivazione e lo scioglimento di potenti energie, prima imprigionate nelle profondità dell’essere (l’acqua che scorre, le masse d’acqua, il petrolio…) pronte ad essere trasformate (il fuoco…). Quando l’energia grezza si sposta, per unirsi con la coscienza emergente attraverso l’immagine, verso la luce, richiede di essere contenuta sia in senso spaziale sia affettivo, finché non diventa abbastanza cosciente da poter essere espressa a parole. Questo movimento del mondo archetipico che scende verso la manifestazione, ed esprime tutta la sua tensione a realizzarsi-incarnarsi, ci trascina nei meandri della sofferenza più profonda, là dove le nostre ferite sono ancora vulnerabili, senza difese, in opposizione a quelle modalità “sfuggenti” ed un stili di vita che non sono più in armonia con le intenzioni inconsce.

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I nostri genitori sono i primi portatori delle proiezioni del Sé. I complessi associati a queste proiezioni, quando non vengono integrati nella vita cosciente, rimangono molto spesso come dei veri e propri “poli di attrazione” che affondano, carichi di energia, le radici in tali profondità (i complessi autonomi junghiani). Questi complessi agiscono a differenti livelli dell’inconscio e possiedono una tonalità affettiva relazionata ad una determinata tematica archetipica che opera come “calamita” per altri temi analoghi, appartenenti a stadi diversi della vita della persona che si sovrappongono e si confondono. Spesso avviene che i vari livelli di esperienza (biografico, perinatale, transpersonale) si manifestino, contemporaneamente, uniti da un tema comune di base che possiede una determinata tonalità emotiva: per esempio l’abbandono, la solitudine, il combattimento, la violenza. Grof li ha denominati sistemi COEX (sistemi di esperienza condensata): “Un sistema COEX è un raggruppamento dinamico di ricordi (e materiale di fantasia ad essi associati) appartenenti a periodi diversi della vita del soggetto, aventi come denominatore comune una forte carica emotiva dello stesso tipo, una intensa sensazione fisica dello stesso genere, o il fatto di condividere alcuni altri elementi importanti” 5.

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La discesa al mondo infero, alla terra-utero, segna l’inizio di una regressione e di un’alterazione della coscienza che richiede il “sacrificio della luce” e un tributo dell’io. La coscienza si abbassa oltre il “mondo degli opposti”, oltre il mondo così come eravamo abituati a percepirlo, e si eleva (nel mondo dell’inconscio gli opposti coincidono), aprendosi alle vette spirituali. La bocca del coccodrillo è simbolo dell’utero che ingoia, dell’accesso (pericoloso) al livello perinatale (prima della nascita). Essere inghiottiti rappresenta un ritorno all’origine, un ritorno all’utero, ad un’esistenza anteriore alla formazione dell’io, alla “separatezza”. Passaggio, questo, che rappresenta anche un’apertura alla consapevolezza dell’oltre e ad esperienze estatiche. È una metafora di ciò che in psicologia viene definito una profonda regressione, base di ogni “participation mystique”, e che favorisce l’unione tra il cielo e la terra, lo spirito e la materia.

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Durante gli stati non ordinari di coscienza attivati con vari mezzi, tra i quali la , alcune persone rivivono la propria nascita, la lotta nel canale del parto, oppure lo stato intrauterino che viene descritto come un’esperienza di “beatitudine oceanica”, un momento di benessere assoluto, libertà ed espansione. Altri riescono persino a mettersi in connessione con ciò che Grof definisce “memoria cellulare del concepimento” e descrivono una particolare, intensa emozione: il profondo e diffuso dolore che si prova nel prendere forma umana. I grandi sistemi spirituali sostengono che la separazione dalla nostra natura divina, dal nostro “Sé” profondo è la nostra ferita esistenziale (il nostro “peccato originale”), che lentamente si trasforma in una profonda nostalgia e nell’impulso a sperimentare di nuovo “il Tutto”, un impulso verso un’esperienza non ben definita di unità e libertà. Il momento del concepimento viene vissuto come la perdita di questa libertà e unità originari, un dolore intenso, il dolore di essere “incarnati”, “intrappolati” in un corpo individuale e materiale. Secondo quanto emerge da tali vissuti, l’attraversamento del canale del parto accresce sempre di più questo senso di delimitazione e confinamento in una dimensione corporea. La nascita è quindi un passaggio, un “portale” che dalla dimensione spirituale (transpersonale) si apre sul mondo materiale (personale). È significativo il fatto che queste descrizioni, dati fondati sull’esperienza di un numero sempre crescente di persone, siano ancora così poco considerati o addirittura ignorati nell’ambito della psicologia “ufficiale”. Ciò potrebbe essere interpretato come espressione della forte resistenza presente nella nostra cultura verso qualsiasi tipo di esperienza che possa minacciare le nostre “certezze” e i nostri “confini”, i confini della nostra coscienza egoica, così come verso qualsiasi tentativo di superamento di questi stessi limiti: Ulisse fortemente stretto con numerosi nodi e…orecchie turate con la cera… Per quanto riguarda la “memoria cellulare del concepimento”, se consideriamo anche le descrizioni dei percorsi spirituali nella letteratura mistica, possiamo concludere che iniziamo dolorosamente a distaccarci dall’oceano primordiale fin dal concepimento, quando la nostra essenza inizia ad “incarnarsi”, allontanandoci così dalle radici spirituali. La condizione di “separatezza”, “la cacciata dal paradiso”, con tutta la sofferenza che comporta, d’ora in poi sarà parte integrante della nostra condizione umana. Sostiene Laura Boggio Gilot:“La diagnosi differenziale tra la sofferenza psicodinamica, legata alle vicissitudini interpersonali e la sofferenza spirituale legata alla separazione dell’io dal Sé, della mente dall’anima, è quanto di più urgente necessita alle teorie della salute mentale e ai temi della salute sociale”6. Oggi sembra che un gran numero di richieste di così come il continuo incremento delle esperienze di “emergenza spirituale”7 riguardino proprio questo tipo di sofferenza esistenziale: non si tratta più di una cura per “malati”, ma per coloro che avanzano la pretesa esistenziale e morale di guarire da un tormento che ci caratterizza in quanto esseri umani, nell’attuale momento della nostra evoluzione che oggi sembra passibile di superamento.

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Se nella nostra vita personale siamo stati vittime di “abusi” il mondo ci appare terribilmente ostile e minaccioso e questa solitudine esistenziale diventa ancora più profonda e dolorosa, raggiungendo sofferenze e disperazioni difficilmente sostenibili. “Abuso” significa un’invasione della nostra integrità fisica, sessuale, psicologica/emotiva e spirituale. Significa la violazione del nostro spazio, della nostra “sacra” individualità e unicità, un’intrusione attiva nei confini che ci definiscono come esseri umani. Sono questi confini che, delimitando noi stessi dal resto del mondo, confermano la nostra identità, ci proteggono dalle influenze del mondo esterno e determinano la nostra relazione con noi stessi, con le nostre radici spirituali e con quanto ci circonda. Una volta separati dalla nostra “natura divina”, se il mondo non ci accoglie amichevolmente, ma è anzi ostile, invasivo o violento, “mondo” questo molto spesso rappresentato dai nostri genitori che sono i primi a darci il “benvenuto”, rimaniamo come “sospesi”, “disincarnati”, viviamo in una specie di limbo, viviamo nella terra di nessuno.

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La pancia è la sede delle “viscere”, che significa, sia in senso letterale che simbolico, il mondo istintuale. Nell’uomo primitivo, così come nel bambino, in cui prevale la dimensione inconscia, la regione del ventre con il suo carico di vita vegetativa è particolarmente sentita come contenitore della “verità”. È degno di nota il fatto che spesso, nelle manifestazioni fisiche che avvengono durante gli stati non ordinari di coscienza, è il ventre il luogo da dove emergono, una volta “sciolti”, i pianti più profondi e i dolori più antichi. Ciò mi ricorda che in Giappone, durante l’addestramento dei samurai a diventare valenti guerrieri, il primo compito richiesto è quello di portare la mente verso il basso, nel ventre, due dita sotto l’ombelico, nel centro chiamato “hara”, che rappresenta, nel nostro corpo, il luogo che sta al di là del tempo. Se l’attenzione viene portata nell’ “hara” durante il combattimento, prima di un attacco dell’avversario, il lottatore è già riuscito a prevederlo ed è già pronto alla difesa, essendo in contatto con quella parte del suo corpo che trascende il tempo. Viceversa, se un soldato non riesce a portare la sua attenzione all’“hara” può trovarsi impreparato ad un colpo mortale e non gli viene permesso di combattere. L’“hara”, la pancia, è il luogo della “profondità senza tempo” nel nostro corpo. Ed è da lì che arriva Lauretta con il suo grido di dolore, chiedendo di essere tirata fuori dal passato, dove si trova imprigionata, chiedendo di congiungersi con il resto del corpo ed essere integrata alla coscienza attuale.

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La messa in scena di un rituale all’interno del suo “spazio sacro”, luogo e momento di congiunzione tra due mondi, fornisce quindi alla coscienza un contenitore accettabile, capace di “dominare il caos”, di dare nuova forma alle energie rese libere che fino a quel momento erano soggette a timori e tabù. È una forma di apprendimento esperienziali e un’esperienza emotiva correttiva, che “fa” coscienza. Là dove ogni azione o gesto, anche attraverso l’utilizzo di oggetti “profani”, affonda le radici negli strati più profondi della psiche, risuona con mille echi oltre il tempo e lo spazio. I gesti fisici (le azioni rituali) influenzano e trasformano chi li esegue, riverberandosi su di loro, proprio come un’immagine onirica “agisce” interiormente nel sognatore anche senza che egli ne conosca il significato. In questo modo, da un rituale possono scaturire profondi effetti terapeutici in quanto le azioni e le percezioni del sé corporeo che esegue un rituale influenzano il soggetto stesso, allo stesso tempo attore di quei gesti e oggetto dei loro messaggi.

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La manifestazione di contenuti inconsci non ancora assimilati alla coscienza, attraverso un “oggetto transizionale” (Winnicott) dotato di “mana”, è esperienza comune nel mondo magico-primitivo. “Lauretta” rappresentava qualcosa di più di un “oggetto” transizionale: era una foto incorniciata, ma apparteneva anche al mondo immaginale di Laura, era un “personaggio” del suo inconscio, una se stessa ancora non integrata, ma dotata di vita e di volontà, era “viva” e esercitava la sua funzione di contenimento e collegamento tra lo stato di coscienza attuale ed i contenuti inconsci accessibili, ma non ancora assimilati dalla coscienza. Laura sosteneva molto lucidamente che Lauretta “sapeva”, sapeva tutto ciò che c’era da sapere…e che l’avrebbe aiutata. C’era tra loro una sorta di complicità nella consapevolezza del “gioco” e nel senso condiviso della serietà di questo gioco.

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Il vincolo del matrimonio è uno degli esempi della forza e profondità della cerimonia rituale presente ancora oggi nel nostro mondo occidentale, vincolo questo che difficilmente può essere sciolto con firme o sentenze giudiziarie, come siamo abituati a credere. Molto spesso dietro agli apparenti dissidi e incomprensioni a cui vanno incontro gli ex-coniugi dopo la separazione e che si trasformano, a volte, in devastanti e infinite escalation di incomprensioni e aggressività, c’è, più semplicemente, “un rituale che non è stato sciolto”. La tradizione ebraica dispone, per esempio, di un “rituale di separazione”. Nella Chiesa Cattolica soltanto persone ricche e potenti possono usufruire dello “scioglimento del vincolo”, attraverso la “Sacra Rota”, ma in questo caso, lo scioglimento si riduce a una semplice pratica burocratica, priva della sua componente rituale-simbolica. Nella clinica può essere molto utile l’esecuzione da parte dei pazienti di un “contro-rituale” o meglio “rituale di scioglimento del vincolo matrimoniale”, come per esempio: un rito di separazione nella chiesa in cui ci si è sposati, restituire gli anelli e se necessario seppellirli, fonderli o distruggerli; rompere una catena o sciogliere solennemente un laccio, nodo o qualsiasi cosa li univa; separarsi ritualmente dagli effetti personali del partner, distruggere o bruciare una simbolica “ascia di guerra” o oggetti significativi della relazione come per esempio ricordi di un viaggio, di una qualsiasi esperienza comune etc. Abbiamo immaginato, io e Laura, possibili rituali di scioglimento del suo matrimonio.

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Questo tipo di discernimento non porta ad un maggiore individualismo ma, anzi, ad un contatto più profondo e più autentico, in quanto consapevole, con la propria e con l’altrui “umanità”. Laura ha dovuto compiere in un certo senso un salto nel buio: abbandonare le convinzioni e risposte preconfezionate per cercare dentro di sé il significato di ciò che la tormenta e una propria modalità individuale di esistenza. Nell’ambito del Candomblé esiste un personaggio molto paradossale, il suo nome è Exú: “il messaggero celeste”. È a lui che bisogna rivolgersi per comunicare alle divinità le richieste e i desideri degli uomini ed è a lui che si deve chiedere il permesso prima di iniziare una qualsiasi cerimonia. Se non gli vengono resi i dovuti omaggi, il messaggero celeste si vendica interferendo nelle cerimonie o danneggiando colui che lo ha trascurato. Burle, scherzi, trame oscure e indecenze sono le caratteristiche del messaggero celeste, che fu paragonato al diavolo dai missionari e osservatori affrettati. Ma la sua ambivalenza, se la osserviamo meglio, sembra essere proprio l’elemento dinamico atto a “dominare il caos”, a sviluppare, a rendere mobile, ad accrescere e trasformare. Ci ricorda l’Ermete greco, il serpente nella tradizione biblica, il mercurio nell’alchimia. Imbroglione patentato, Exú semina malintesi e discordie ed è colui che costruisce le trappole della vita agli esseri umani. Secondo la leggenda africana Exú è capace di fare cose strabilianti come: trasportare l’olio in una cesta, uccidere un uccello ieri con un sasso tirato oggi, far sanguinare le pietre… Il lunedì è il giorno a lui consacrato, così come l’inizio di qualsiasi rituale o cerimonia: è sempre a lui e soltanto a lui che bisogna rivolgersi per ottenere il favore degli déi.

In questo tipo di percorso dolorosissimo, non occorre “sapere” la verità, ma viverla nell’esperienza. Non si tratta di acquisire una conoscenza intellettuale, ma di percorrere coraggiosamente una via, i cui sentieri e paesaggi molto spesso sfuggono a qualsiasi descrizione. Il mio compito di terapeuta è quello di accompagnare e sostenere l’iniziando in questo percorso. In molti momenti non sono sufficienti le parole, anzi è molto più efficace sul piano psicologico la comunicazione non verbale che comunque esiste sempre nell’ambito di un rapporto terapeutico. A nutrirlo e rassicurarlo quando necessario sono la mia personale esperienza, così come la mia personale relazione con il mondo interiore irrazionale. Ciò richiede che io sia stata a contatto, a mio tempo, ma continui a farlo anche adesso, con questa dimensione dell’esistenza, mettendo continuamente in discussione tutta me stessa, le mie sicurezze e convinzioni. E a sostenermi in questo percorso è soprattutto la mia fede nelle infinite potenzialità della natura umana.


Note

1 Tarnas, R., The Passion of the Western Mind. Understanding the Ideas That have Shaped Our World View, Ballantine Books, New York, 1991.

2 Einstein, A., Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma, 1988, p. 28.

3 Neumann, E., Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 19-20.

4 Schellenbaum, P., La ferita dei non amati, Red, Milano, 2002, p. 194.

5 Jung, C. G., Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 37.

6Neumann, E., Psicologia del profondo e nuova etica, Moretti & Vitali, Bergamo, 2005, p. 65.

7 Gurdjeff, G. I., Incontri con uomini straordinari, Adelphi, Milano, 2001.

8 Grof, S., Oltre il cervello, Cittadella , Assisi, 1997, p. 47.

9 Boggio Gilot, L., Crescere oltre l’io, Cittadella, Assisi, 1997, p. 254.

10 Una crisi esistenziale che racchiude in sé il seme della trasformazione. L’espressione “emergenza spirituale”, nel suo doppio significato di “pericolo” e “opportunità”, esprime la complessità di questo momento psicologico-esistenziale dal quale si può emergere completamente trasformati Cfr il mio romanzo Água scura, Di Renzo editore, Roma, 2005.