La Danza degli dèi

La danza degli dèi

Virginia Salles, Roma

(Estratto)

 

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Il credente che sarà poi iniziato nel culto di possessione è colui che per un segno di nascita, un evento straordinario come il ritrovamento di qualche oggetto significativo, un sogno, una malattia, viene riconosciuto come colui che è stato “chiamato” a servire da “cavallo” al suo Dio.

Le “malattie” che segnano la chiamata sono spesso descritte come tristezza immotivata, paura irrazionale, visioni che corrispondono, nella nostra cultura, a sintomi di tipo nevrotico e psicotico: la possessione selvaggia sarebbe così l’equivalente della nostra follia. In questi casi l’identità “profana” viene meno (collasso dell’Io) ed il credente assume, al di fuori di un contesto rituale, l’identità di un Dio ed il corrispondente comportamento (irruzione e autonomia dell’inconscio).

Appena preparati i vestiti sacerdotali, l’iniziando, che viene chiamato iaô, dovrà rimanere 17 giorni in reclusione in un luogo stabilito che di solito viene chiamato “foresta della morte”. La permanenza in questo luogo per un periodo avvolto nel più profondo silenzio simbolizza il passaggio all’aldilà fra l’antica esistenza profana e quella nuova consacrata al Dio; appena arrivato, l’iniziando intraprende una serie di “bagni di foglie” all’aperto, un’alimentazione fatta di infusi (anch’essi con le foglie preferite dal Dio), impara i cantici dell’Orixà ed a riconoscere i suoni del tamburo particolare del suo Dio.

Gli iniziandi sono sottoposti a depilazione totale di tutti i capelli e peli del corpo, compresi pube e ascelle, la testa viene dipinta di azzurro e bianco o vengono fatte delle incisioni all’altezza delle tempie.

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La tosatura dei capelli di un iniziato al culto dell’Orixà, può essere paragonata al taglio dei capelli dei religiosi nel cattolicesimo, è un segno di sottomissione e ingresso in una nuova vita dedicata a Dio.

Dopodiché si procede al battesimo di sangue. Per ogni iniziando vengono sacrificati gli animali prediletti dell’Orixà (galli, colombe, tartarughe, cani, agnelli, ecc.) e il sangue è versato sulla testa dell’iaô e nella pietra Orixà, stabilendo così il legame fra iniziando e il suo Dio. I corpi degli animali sacrificati sono presentati agli iaô che succhiano un po’ del sangue e con esso si macchiano la testa, il petto, la schiena, le spalle, le mani e i piedi.

Il tema del sacrificio e della morte come trasformazione è stato ampiamente studiato dalla psicologia junghiana. Qui è messo in evidenza, come proprio tramite il sangue, simbolo di vita e di morte, attraverso una morte simbolica, si dischiude una nuova via di accesso e di legame con la divinità ed il sangue stesso rappresenta il nutrimento della nuova e più profonda personalità.

Arriva finalmente il giorno in cui l’iniziato, che adesso si chiama élégun o “figlio di Santo”, danzando posseduto dall’Orixà, urla il suo nuovo nome con il quale d’ora in poi sarà chiamato.

In seguito ci sarà un lento reinserimento nella vita e nelle attività quotidiane con l’aiuto di un assistente: l’iniziato dovrà reimparare tutte quelle attività legate al suo ritorno alla vita “profana” come cucinare, vestirsi, andare al mercato, ecc. una volta ritrovata l’antica personalità l’iniziato dimenticherà in questo stato normale tutto quello che è avvenuto durante l’iniziazione, rimanendo però inconsciamente sensibilizzato al ritmo del tamburo particolare del suo Orixà che agirà come stimolo alla trance e lo farà soccombere alla chiamata del suo Dio. Questo porterà l’iniziato a esteriorizzare un comportamento archetipico, quello del “personaggio” dell’inconscio collettivo che in quel momento nel rito viene costellato.

Stando alla descrizione dettagliata che ne fa Pierre Verger, lo stato di stordimento in cui si trova l’iniziato in questi 17 giorni è interrotto da periodi di possessione seguiti da un altro stato meno violento chiamato “ere”, che si manifesta prevalentemente nei preludi e negli ultimi sussulti dell’estasi. In questo stato, il comportamento dell’iniziato diventa incoerente e infantile: ride, gioca, parla come un bambino, chiede caramelle e bibite dolci.

Finite le cerimonie l’iniziato potrà esteriorizzare tre aspetti possibili della sua personalità. Primo, quello che si è espresso fino al giorno dell’iniziazione; secondo, quello infantile dello stato “ere”; terzo, l’aspetto rimasto occulto fino alla chiamata: si tratta della personalità profonda, archetipica, che vive in ognuno di noi e che fino ad allora era rimasta repressa e soffocata dalle vicissitudini della vita quotidiana con un altro costo energetico.

Secondo le credenze del Cndomblè, l’Orixà è un lontano antenato e sarà poi sotto la forma di questo ancestrale divino che l’élégun danzerà ed entrerà in trance di possessione, con le vesti dell’Orixà, nelle case di culto di Bahia, durante le cerimonie pubbliche ed evocazioni dell’Orixà.

Dentro al Candomblè, attraverso l’iniziazione, la “possessione selvaggia” con il suo “delirio” viene rielaborata all’interno di un contesto che le restituisce dignità. Viene interpretata all’insegna di un avvenimento mitico ed è offerta così al fedele una più rassicurante possibilità di vivere “l’altro dentro di sé”.

Attraverso l’attivazione della psiche profonda archetipica, l’energia che prima era arginata fluisce ed all’inconscio è datto di manifestarsi senza rompere le “dighe” che proteggono la coscienza. L’energia che scaturisce dal contatto con questo “serbatoio” interiore che è l’inconscio collettivo, si estrinseca in un momento “catartico”, favorendo così un maggiore equilibrio psichico.

Brogoux, parlando delle sorgenti della teatralità, descrive la possessione come quello stato di trance in cui l’uomo, posseduto da uno spirito, Dio o demone, offre il suo corpo come una marionetta incosciente, mossa dai fili invisibili di chi la possiede senza che ci sia consapevolezza alcuna da parte di chi è posseduto. Borgoux definisce “Simulacro” tutta quella ritualistica che attraverso certe regole permette all’uomo di entrare in contatto con il mondo interiore senza esserne posseduto. E Jung sostiene che “la psiche collettiva che si protrae fin nel grigiore dei tempi primordiali […] ha sempre bisogno di un rito particolare per poter essere collegata alla coscienza attuale”.

Il rito, atto a congiungere e correlare opposti, permette l’abbandono, l’espansione, il contatto con il mondo interiore e, allo stesso tempo, con le sue regole salvaguardia i partecipanti da una possibile autonomia delle forze inconsce.

Dentro al Candomblè, attraverso l’iniziazione, la “possessione selvaggia” con il suo “delirio” viene rielaborata all’interno di un contesto che le restituisce dignità. Viene interpretata all’insegna di un avvenimento mitico ed è offerta così al fedele una più rassicurante possibilità di vivere “l’altro dentro di sé”

La religione che in Brasile viene denominata Candomblè è arrivata dall’Africa insieme agli schiavi che univano strappati alla loro terra e venduti nei porti lungo la costa brasiliana. Erano utilizzati nelle piantagioni di canna da zucchero e di tabacco, nelle miniere e nei lavori domestici.

La religione africana ha assorbito alcune caratteristiche del cattolicesimo – religione dei bianchi – e della religione dei nativi, gli indios (pagelismo). Questa convergenza di differenti riti ha avuto un fecondo sviluppo, dando origine a quel che oggi è il Candomblè a Bahia, la Macumba a Rio e ad altre diverse denominazioni in altre località.

Contrariamente a quanto può apparire, il Candomblè non è una religione politeista: esiste un solo Dio supremo signore e padrone del cielo, Olorum. È un Dio ozioso, ha creato cielo e terra ma poi non ha più interferito nel suo operato. Suo figlio Oxalà ha creato gli esseri umani, li ha plasmati con l’argilla e messi in forno; secondo il tempo di cottura sono venuti fuori diversi colori e quindi, razze diverse.

Tutte le altre divinità sono situate in una posizione nettamente inferiore: sono delegati, ministri, agenti del Dio supremo e vengono chiamati Orixas, ma anche incantati, santi o dei. Olorum, il Dio unico, non ha altari né culto organizzato, né lo si può rappresentare materialmente; quindi, non avendo funzioni nella vita quotidiana, poche volte merita una reverenza al contrario dei suoi agenti che sono invocati a tutte le ore con o senza motivo. Gli Orixas non hanno rappresentazioni antropomorfiche o zoomorfiche, quello che veramente li rappresenta è il loro habitat favorito: pietre, conchiglie,pezzi di ferro, frutti o alberi; secondariamente i loro simboli. Sono queste le loro abitazioni permanenti o salutarie.

Un mito racconta che Iemanjà, la Dea del mare, per sfuggire all’amore incestuoso di suo figlio Orungan, l’Edipo africano, cade e muore. Dal suo grembo si generano tutti gli altri Orixas: Xangô, devastante e vigoroso Dio fallico il quale controlla i lampi e le tempeste; Oxum, Dea bambina, che è la divinità dei fiumi e dei ruscelli; Oia – Iansà, di sfrenata sensualità, colei che domina i morti; Nanà Buruku, regina dei pantani, calma e benevolente; Oxossi, vivace e irrequieto, che presiede alla caccia e padroneggia l’arco; Ossian, padrone delle foglie, il quale conosce tutti i segreti e le proprietà medicinali delle piante; Ogun, Dio del ferro, che ha dato agli uomini gli strumenti per vincere la natura. E ancora molti altri: in Africa si dice che siano 401 divinità.

La principale caratteristica comune ai diversi tipi di culto è la possessione da parte della divinità. Il Dio si impossessa del credente servendosi di lui come strumento di comunicazione con i mortali.

In tutto il Brasile si crede che ogni persona sia figlia di una divinità protettrice. Soltanto alcune persone hanno il privilegio di fungere da “cavallo”: essere da queste divinità “cavalcate” vuol dire essere possedute, incorporate. Nella maggioranza dei casi gli “eletti” sono di sesso femminile e vengono chiamate “figlie di Santo” o “élégun” e hanno bisogno di un lungo periodo di iniziazione. Gli altri fedeli rendono omaggio in diversi modi alla propria divinità.

Ci sono due entità inseparabili in tutti i culti. Ifà, l’oracolo, e Exu, il messaggero celeste. Esseri intermedi fra le divinità e gli uomini, Ifà che porta agli uomini la parola delle divinità sta in una posizione nettamente superiore a Exu che trasmette alle divinità i desideri degli uomini. La parola di Ifà viene interpretata dalla posizione di otto o sedici conchiglie lanciate dall’obaluaê (indovino).

Exu, il messaggero, dominatore del caos, paragonato al diavolo cristiano da osservatori affrettati, scandalizzò i missionari per la sua scaltrezza, malvagità ed essoterismo. Burle, scherzi, disonestà, indecenze sono caratteristiche del messaggero celeste, ma tale ambiguità, ad una più attenta osservazione, risulta essere proprio l’elemento dinamico atto a spingere, a sviluppare, a rendere mobile, ad accrescere, trasformare e comunicare. Potrebbe essere paragonato all’Ermete greco, al serpente nella tradizione biblica, al mercurio nell’alchimia.

È sempre ad Exu che bisogna rivolgersi per comunicare con qualsiasi divinità ed è a lui che si deve chiedere il permesso prima di iniziare una qualsiasi cerimonia. Se non gli vengono resi i dovuti omaggi, il messaggero celeste si vendica interferendo nelle cerimonie o danneggiando colui che lo ha trascurato.

Le trance di possessione hanno sempre un carattere di perfetta autenticità anche se risulta difficile all’osservatore accettarla nella definizione con cui viene presentata: quella di un Orixà ancestrale che ritorna sulla terra per reincarnarsi per un momento nel corpo di uno dei suoi discendenti.

Nel Candomblè di Bahia ed in tutto il nord del Brasile la trance è considerata sacra e soltanto le divinità sono gli agenti della possessione; equivalente quest’ultima ad una comunione o a “nozze sacre” fra il credente e il suo Dio.

Il credente – con l’ausilio del ballo e del suono dei tamburi che, come tutte le stimolazioni monotone e ripetitive tendono a favorire un abbassamento della coscienza con momentanea sospensione della memoria – si trova in uno stato di vacuità e disponibilità tali da favorire l’irrompere dell’inconscio. L’identicità con l’Orixà e il suo rispettivo comportamento si possono verificare liberamente: attraverso la trance il fedele riesce a fare proprie queste potenzialità umane e può giungere a una tale identificazione da non essere più soltanto una immagine della divinità ma la divinità stessa in tutta la sua forza.

Nell’ambito del Candomblè la possessione da parte di Exu è considerata un tragico incidente, perché scivola nell’ambito del patologico rendendo il suo cavallo (colui che ne è posseduto) un folle più che un posseduto. Nella Macumba di Rio, espressione del sud industrializzato e della metropoli, la demonizazione di Exu è ancora più accentuata; ma proprio in risposta all’evidenziazione della sua malvagità, in quest’area si pratica la possessione e si recupera alla cultura (coscienza) questo elemento “negativo” utilizzandone l’energia. Ciò contrariamente a quanto accade nel Candomblè che pur sembrava evidenziare meno la negatività.

Questa apparente contraddizione è di particolare interesse ed è importante notare che la pratica della trance di possessione non sembra orientarsi in base a criteri di tipo “buono” o “malvagio”, ma su una capacità e una tecnica di utilizzazione di forze.

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