CANDOMBLÉ, UMBANDA, SANTERIA

Candomblé, umbanda, santeria

di Virginia Salles, Roma

 

 

Fate largo dottori della scienza! Perché ci avete rubato la chiave della saggezza: voi stessi non entrate, e ostacolate gli altri che si accingono ad entrare.

(voci del popolo dell’Umbanda)

 

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Le religioni dei popoli africani trasportate dagli schiavi nell’America del sud e centrale si sono sincretizzate con il cattolicesimo, con la  religione dei nativi, gli indios (pagelismo) e più tardi con lo spiritismo di Allan Kardec. Questa convergenza di riti differenti ha avuto un fecondo sviluppo, dando origine a quel che oggi è il Candomblé a Bahia, l’Umbanda prevalentemente a Rio, la Santeria a Cuba ed altre diverse denominazioni in altre località.

La principale caratteristica, comune ai diversi tipi di culto, è la possessione da parte della divinità. Il Dio si impossessa del credente servendosi di lui come strumento di comunicazione con i mortali: il credente è “cavalcato”, posseduto dal suo Dio (orixá), comunica direttamente con le potenze celesti, riceve consigli e grazie. Nelle case di culto di Bahia, di Rio o dell’Avana, il mondo divino non sta lontano né in alto: gli dei e i morti si mescolano ai vivi, i due mondi si confondono nel rito in un’atmosfera rarefatta dai molteplici volti.

Tutto ciò che emerge durante la trance di possessione è immagine e simbolo ed appare così carico di quel “qualcos’altro” che permea ogni gesto rituale e risuona profondamente nell’anima dello spettatore. All’interno dei terreiros[1], in un’atmosfera solenne, figure fantastiche si muovono e danzano al suono dei tamburi: Oxossi, vivace e  irruento dio della caccia si muove con fierezza portando con sé l’arco e la freccia; Ogun, dio del ferro, con aria altezzosa impugna una spada e sembra sfidare qualcuno a duello; Omolu, il dio delle malattie, con il cappuccio di paglia che lo copre quasi interamente, cammina curvo come un vecchio e fa smorfie di dolore; Oxumaré, l’arcobaleno, porta con sé un serpente di ferro forgiato e indica con la mano il cielo e la terra; Xangô, devastante e vigoroso dio fallico controlla i lampi e le tempeste. Ossain, padrone delle foglie, conosce tutti i segreti e le proprietà medicinali delle piante. Le Orixás femmine sfilano l’una dopo l’altra con gesti aggraziati: Iemanjá, signora e regina delle acque;  Iansã, di sfrenata sensualità, colei che domina i morti; Oxum, dea bambina,  divinità dei fiumi e dei ruscelli e Nanã Buruku, regina dei pantani, calma e benevolente. Sfilano altri personaggi che si rivolgono agli spettatori e ascoltano i loro lamenti, concedono grazie, elargiscono consigli, medicine per i dolori del corpo e dell’anima, confortando le loro sfortune. Sono numerose le divinità che si manifestano nel rito: in Africa si dice che gli orixás siano 401.

Gli orixás sono una forza pura, immateriale, che può essere percettibile agli esseri umani attraverso l’incorporazione di uno di essi. Sono considerati come l’essenza spirituale di alcuni antenati che vissero un tempo sulla terra e che, attraverso vicende eroiche che vengono raccontate nei miti, hanno domato le forze della natura. Divinizzati dopo morti, questi antenati sono diventati  essi stessi i simboli di queste forze.

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Il Candomblé[2], contrariamente a quanto sembra, non è una religione politeista: esiste un solo Dio supremo, creatore del mondo e signore del cielo, Olorum. È un Dio “ozioso”: dopo aver creato il cielo e la terra non ha più interferito nel suo operato. Suo figlio Oxalá, divinità androgina, il più venerato tra gli orixás, ha creato gli esseri umani, li ha plasmati con l’argilla e messi nel forno: secondo il tempo di cottura sono emersi diversi colori e quindi razze diverse.

Intermediari tra Olorun e gli esseri umani, gli orixás rappresentano l’insieme delle forze archetipiche che reggono il mondo: fanno cadere la pioggia, scatenano tempeste e fulmini, regnano sulle acque dolci o salate così come sulle vicende umane. Ogni orixá  è legato a un determinato colore, pianta, cibo, ad eventi significativi, fenomeni meteorologici, tempi e spazi. Nel celebre mito africano della Dea Madre, i 16 principali orixás nascono dal ventre di Iemanjá, la dea del mare, che cade e muore mentre sfugge all’amore incestuoso di suo figlio Orungan, l’edipo africano.

Se penetriamo sempre più intimamente nel mondo dei miti e leggende che hanno dato origine ai riti afro-latinoamericani riusciamo a cogliere l’essenza profonda e la genesi del dramma cosmico, “il dramma della rottura”, dal quale prende forma il rito: per elevarsi sempre più in alto il cielo si è separato dalla terra e l’essere umano ha perduto così la sua integrità e completezza. Attraverso l’impulso mistico, fondamento dei riti di possessione, l’essere umano tende alla “congiunzione degli opposti”, al ritrovamento dell’unione perduta tra i principi maschile e femminile.

Il mito originario della creazione degli Yorubà[3] racconta che la  coppia divina primordiale è formata dal cielo (Obatalá) e dalla terra (Oduduá). Dall’unione di queste due divinità nascono la volta celeste e la terra fecondata. Questa unione viene simbolicamente rappresentata da due mezze zucche chiuse l’una sull’altra. Il tempio è l’immagine riflessa del cosmo ed il palo centrale rappresenta l’elemento fecondante dell’unione sessuale tra il cielo e la terra. Quando gli orixás danzano, incarnati nei corpi delle figlie intorno al palo centrale del terreiro, il mondo terreno viene ricongiunto a quello sovrannaturale, dimora degli dei. Il luogo di culto diventa allora l’immagine stessa del mondo: il pavimento è la terra, il tetto è il cielo e nel mezzo gli orixás mimano con la loro danza la vita pulsante degli elementi della natura: il ruscello che scorre (Oxum), la forza delle tempeste (Iansã), il fulmine (Xangô), le onde del mare (Iemanjá), le malattie (Omolú), i mestieri umani: i cacciatori (Oxossi) ed i fabbri (Ogun). Attraverso il rito viene ricostruito all’interno del terreiro il mondo intero nella sua vera essenza: la sua realtà mistica che viene così eternamente ricreata attraverso  un’unione sessuale che non ha mai fine, simbolizzata dal palo centrale. Il matrimonio del cielo con la terra sostiene allora il mondo intero, rinchiuso nelle due mezze zucche e reso eterno attraverso l’armonia ritrovata di tutte le forze della natura.

Nel candomblé molte cose diverse vengono accomunate dal fatto di essere depositarie della “forza sacra”, come per esempio gli oggetti utilizzati durante i rituali, gli alimenti offerti agli dei, le erbe utilizzate nel pégi[4], nei bagni delle iniziande o a scopi medicinali. Questa forza sacra, definita axé, è la forza invisibile, magica di ogni divinità, di ogni essere animato e di tutte le cose; è il corrispondente del “mana” polinesiano o di  ciò che nella lingua araba viene definito “baraka”. Il sangue è considerato l’axé di tutto ciò che vive ed è attraverso i sacrifici ed  i bagni di sangue che  si stabiliscono, nel mondo africano, tutti gli scambi di forze, le “partecipazioni mistiche”, le relazioni tra gli oggetti, gli esseri umani e gli orixás. L’axé è il fondamento mistico del candomblé. Prima che gli orixás discendano tra i mortali, ogni luogo di culto deve venire sacralizzato attraverso la cerimonia del “seppellimento dell’axé”: in una cavità scavata sotto il palo centrale  viene versato e sepolto un liquido contenente un po’ di sangue di tutti gli animali sacrificati (ogni divinità ha i suoi animali preferiti) ed un po’ di tutte le erbe che appartengono ai diversi orixás. Solo allora il terreiro sarà pronto per accogliere la presenza divina.

Passeggiando per le strade di Bahia si incontra spesso negli incroci o in luoghi isolati del pollame morto, generalmente di colore nero, insieme ad alcuni tipi di cereali, monete, sigari o foglie di tabacco, bottiglie di aguardente[5]. Sono i resti dei sacrifici fatti ad Exú (ebó), o di un padé[6] gettato fuori del santuario. Alcune persone si tengono alla larga da questi despachos[7], temendo che la loro forza mistica (axé) palpiti ancora in quei corpi senza vita o di essere colpiti da qualche vendetta o punizione divina. Exú, il messaggero celeste, insieme a Ifá, l’oracolo, sono due entità inseparabili in tutti i culti di origine africana. Esseri intermedi fra le divinità e gli uomini, Ifà che porta agli uomini la parola delle divinità sta in una posizione più prestigiosa di Exù che trasmette alle divinità i desideri degli uomini. La parola di Ifá viene interpretata dalla posizione di otto o sedici conchiglie lanciate dall’Obaluaê (indovino) la cui qualità principale è l’intuizione: riuscire a percepire al di là della maschera e degli orpelli sociali, la vera personalità, quella profonda, di chi lo consulta.

Exú – che fu dai missionari erroneamente paragonato al diavolo per la sua scaltrezza e erotismo –  è  il “dominatore del caos”, l’elemento dialettico del Cosmo: apre la porta agli eventi, traccia i cammini dei percorsi individuali, indica il destino degli uomini, decide i sacrifici necessari per rimuovere gli ostacoli. È a lui che bisogna rivolgersi per comunicare con qualsiasi divinità ed è sempre a lui che si deve chiedere il permesso prima di iniziare qualsiasi cerimonia. Ambiguità, scherzi, disonestà e indecenze lo caratterizzano, ma tali ambiguità e incoerenze risultano essere, ad una più attenta osservazione, proprio l’elemento dinamico e propulsivo del contesto rituale. Exú potrebbe essere paragonato al mercurio nell’alchimia, all’Ermete della tradizione greca, al serpente biblico.

In tutto il Brasile si crede che ogni persona sia figlia di un orixá, ma soltanto alcune persone hanno il privilegio di essere da queste divinità “cavalcate” (possedute, incorporate). Nella maggioranza dei casi gli “eletti” sono di sesso femminile e vengono chiamate “figlie di Santo” o “élégun” e hanno bisogno di un lungo periodo di iniziazione. Gli altri fedeli rendono omaggio in modalità diverse alla propria divinità. Il credente che sarà poi iniziato nel culto di possessione è colui che per un evento straordinario della propria vita, un segno della nascita, un sogno particolarmente significativo o persino alcuni tipi di “malattie”, viene riconosciuto come colui che è stato “chiamato” all’iniziazione, chiamato a  servire da “cavallo” al suo Dio.

Tristezza immotivata, paure irrazionali, visioni, allucinazioni o “la possessione selvaggia”, sintomi che nella nostra cultura vengono diagnosticati come nevrosi, psicosi o schizofrenie, sono tra le “malattie” che segnano la chiamata. Nella “possessione selvaggia” l’identità “profana” viene meno (collasso dell’Io) ed il credente assume, al di fuori di un contesto rituale, l’identità di un Dio ed il corrispondente comportamento (irruzione dell’inconscio).

Una volta preparati gli abiti sacerdotali, l’iniziando, che nell’ambito del candomblé viene chiamato iaô, dovrà attraversare “la foresta della morte”, un periodo di reclusione che dura 17 giorni. È un periodo di sospensione, avvolto nel più profondo silenzio che simbolizza il momento di transizione fra l’antica esistenza profana e l’aldilà, il passaggio ad una nuova vita consacrata al Dio: “bagni di foglie” all’aperto, un’alimentazione fatta di infusi (anch’essi con le foglie preferite dal Dio), l’apprendimento dei canti dell’Orixà, il riconoscimento dei suoni del tamburo particolari del suo Dio e la depilazione totale dei capelli e peli del corpo, compresi pube e ascelle – segno di sottomissione e ingresso nella nuova vita dedicata al Dio – sono alcuni momenti significativi del percorso iniziatico.

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Momento cardine del rito di iniziazione è il battesimo di sangue. Per ogni iniziando vengono sacrificati gli animali prediletti dell’Orixá (galli, agnelli, colombe, cani, tartarughe etc…) ed il sangue viene versato sulla testa della iaô e nella pietra dell’Orixá, stabilendo così il legame fra l’iniziando e il suo Dio. Il tema del sacrificio e della morte come trasformazione è stato ampiamente studiato dalla psicologia junghiana: è tramite il sangue, simbolo di vita e di morte, attraverso una morte simbolica, che si dischiude la via di accesso alla divinità ed il sangue stesso rappresenta il nutrimento della nuova e più profonda personalità.

I diversi rituali che avvengono durante l’iniziazione, “dare da mangiare alla testa”, il lavaggio della collana, i bagni all’aperto etc… favoriscono una partecipazione sempre più profonda del fedele alla natura e alla forza degli orixás e, di conseguenza, l’acquisizione di una sempre maggiore capacità di esistere. Questo incremento del proprio essere si manifesta nella vita come fortuna, salute, prosperità. La buona o cattiva sorte nel mondo africano è la conseguenza della maggiore o minore intensità della partecipazione dell’uomo all’essere della divinità. Il male, secondo questo concetto, è una diminuzione dell’essere, una “perdita di forza”, di quella forza primordiale che può essere acquisita solamente attraverso l’intima partecipazione all’essenza degli orixás.

Uno dei più profondi cambiamenti avvenuti nei riti di possessione nelle ultime decadi fu la loro universalizzazione: l’apertura a persone di origine non africana ed il passaggio da una religione etnica ad una religione per tutti. La versione cubana del sincretismo afro-sudamericano viene denominata “Santeria”, un termine dispregiativo utilizzato dagli spagnoli per deridere i cultori degli orixás che, agli occhi dei loro colonizzatori, apparivano eccessivamente devoti ai santi, senza comprendere il ruolo del Dio principale: il loro Dio cattolico. Ancora una espressione dell’etnocentrismo particolarmente evidente in quei tempi e luoghi e vigente tutt’ora in alcuni contesti culturali.

Nella variazione del sincretismo, prevalentemente di Rio de Janeiro, denominata Umbanda, l’influenza del pensiero di Allan Kardec si fa sentire all’interno del culto attraverso un’attenzione particolare alla sopravvivenza dello spirito dopo la morte: viene dato molto rilievo all’aspetto medianico del rito ed alla reincarnazione così come all’esistenza di differenti livelli di coscienza spirituale: la vita viene intesa come un’opportunità di evoluzione verso una sempre maggiore perfezione.

 

 

Virginia Salles

(www.virginiasalles.it)

 

 



[1] Luogo di culto delle religioni afrobrasiliane

[2] In questo scritto faccio particolare riferimento al candomblè  in quanto, per esperienza personale, è la religione a me più vicina.

[3] Originaria popolazione africana.

[4] Santuario del candomblé.

[5] Un bevanda alcolica molto forte.

[6] Il padé di Exú è un rito propiziatorio che dà inizio ai rituali del candomblé.

[7] Un altro nome per il padé di Exú.